IN-FITS

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Tra le mura di casa propria è sempre molto difficile difendersi poiché non sono infiniti gli spazi dove potersi nascondere o scappare quando le persone con cui viviamo escono dalle loro camere ed iniziano a girare per casa vestite di merda, coi loro pigiami di flanella e le tute di alcantara.

Chi sostiene di volerci bene non lo dimostra di certo nei fatti concreti, considerando la pena che può provocare la vista di certi indumenti da casa ma soprattutto degli abbinamenti che ci si augura siano sempre frutto del caso e non di una scelta studiata.

Per qualche misterioso motivo, gli uomini pensano che questa piaga riguardi solo le donne e si sentono immuni alla tragedia casalinga dei calzettoni dentro alle ciabattine o ai pantaloni cosparsi di animaletti, con le ginocchia lacerate di buchi; gli uomini immaginano ciò per via di quella bizzarra diceria secondo cui il maschio trasandato sia affascinante.

Eppure io, che di fascino vado sempre alla ricerca, non riesco proprio ad individuarlo in un pigiama di cotone beige con la patta sbrindellata, in un paio di calzettoni di spugna consunti o in una felpa verde fosforescente da attore orientale cattivo nei film con Bruce Lee.

Il fascino, questi indumenti, lo pigliano a bastonate in faccia anche se sei modello di professione.

Si dovrebbero rispettare i propri familiari evitando certi outfits che fanno il verso a Lebowski.

Prima di aprire il cassetto delle tute ci si dovrebbe chiedere se sia bene averne uno, visto che all’interno riposano vestiti in grado di far cascare occhi e genitali di chi guarda, in terra.

Eppure, quando torniamo a casa non vediamo l’ora di trasformarci in spaventapasseri agghindati a metà strada tra un aiutante di Babbo Natale con problemi di droga e la versione di Mazinga all’uncinetto e se questa non è considerabile violenza casalinga, cos’altro potrebbe esserlo?

 

 

Dedicato a Barbara per avermi ispirato coi suoi outfits.

ROMA E L’EROISMO URBANO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Non che voglia scrivere qualcosa di definitivo sulla mia città.

Non che voglia scrivere qualcosa di definitivo, in generale.

Il fatto è che la scrittura aiuta a fare ordine nel caos cosmico delle cose anche sceme ma esistenziali.

La scrittura arriva come la colf di un albergo di lusso e sistema tutto attraverso gesti semplici ma confortanti e, nel caso della scrittura quei gesti sono sillabe.

Ed io ho bisogno di questa colf.

Esattamente come Roma.

Chi potrà far da colf alla mia città?

Chi potrà mettere ordine in uno scrigno di meraviglie così potenti lasciate in pasto ad una corruzione con esperienza pluriennale?

Chi potrà far ripartire un motore di lusso così ingolfato?

Non certo un sindaco.

Non certo un amministratore anche se si tratti di un cittadino con più coraggio di me, di chi lo ha votato e poi se n’è tornato a far l’aperitivo o di chi manco è andato a votare.

Infatti, nella lista di tanti mestieri pericolosi che mi armerei a fare, il sindaco non rientra manco in fondo all’ipotetico elenco.

Chi potrà far risorgere dalla profonda decadenza un mausoleo così importante per il mondo, così malato di ignavia?

A pensarci bene trovo solo una risposta a questa domanda: il cittadino.

D’altronde la radice etimologica di città e di cittadino sono identiche purtroppo.

Noi romani facciamo tanta simpatia quando parliamo ma sappiamo solo parlare.

Quando si ama non si può amare solo a parole perché prima o poi si viene scoperti: ci sono quelli che preferiscono non scatenare tempeste e tenersi una relazione superficiale e bugiarda e ci son quelli che buttano all’aria tutto, in nome della sincerità.

Noi romani amiamo Roma a parole da tantissimi anni, forse da sempre.

Basta girare un po’ per il mondo per avvertire quanto città ignobili siano amate dai propri cittadini e comprendere quanto Roma abbia sete di sentimenti così sani, profondi ed innati.

L’amore metropolitano è un gesto che non sempre dipende dalle condizioni in cui si viene messi; non essendo soltanto un posto di lavoro, chi si trova ad amare un luogo dovrebbe essere disposto a farlo in qualsiasi condizione ed a qualsiasi costo.

Amare una città come Roma significherebbe, in gesti pratici girare in bicicletta anche se non esistono piste ciclabili oppure in scooter senza superare, per assurdo, i cinquanta chilometri orari o parcheggiare sul marciapiede.

Amare Roma potrebbe essere perseverare in una raccolta differenziata partigiana, immotivata di fronte a tanto disservizio ma costante, rispettosa, libera dalla cantilena del “tanto mischiano tutto, poi”.

Amare Roma potrebbe voler dire denunciare le persone che cambiano giunta come fossero mutande e quelle che da sempre rubano appalti e posti ai vertici perché i romani le conoscono quelle persone ma preferiscono essere traditi che dichiarare i nomi dei traditori.

Preferiscono essere aiutati che difendere i diritti civili più inconsistenti.

Amare Roma potrebbe voler dire addirittura abbandonarla se non si è in grado di prenderla sul personale e restare a combattere perché chi vive a Roma dovrebbe combattere per lei ogni giorno.

E’ di cattivo gusto trovare un capro espiatorio senza individuare le proprie responsabilità, come indossare arancione e marrone insieme.

E’ inutile vantarsi di essere romani senza voler guardare negli occhi atterriti dei turisti che si azzardano ad avvicinarsi al centro turistico cadendo sotto i colpi della scarsa gentilezza, della sporcizia che non dovrebbe essere prodotta più che pulita da qualcuno che evidentemente non c’è, sotto la mannaia della merda spacciata per cibo italiano dalle osterie.

Picchiare gli esercenti che fanno uscire dalle cucine delle pizze che non mangeremmo neanche in carcere o chi parcheggia nel posto dedicato ai disabili sarebbero tra i principali doveri del cittadino romano.

Girare i polsi ai ragazzini che scrivono il proprio tag sulle statue sarebbe nostro compito, spostare di peso coloro che restano impalati sulla parte sinistra delle poche scale mobili funzionanti sarebbe un compito missionario che dobbiamo concedere al nostro senso civico così come lo sarebbe il gesto semplice non acquistare alcun tipo di bibita in plastica così come lo sarebbe pagare le strisce blu anziché pensare “tanto torno subito”.

Purtroppo Roma senza eroi è destinata a sprofondare, il che sarebbe peccato, nonostante la quantità di ministeri fetenti che amerei vedere cadere giù, a casa di Lucifero.

Roma ha bisogno di tante colf amorevoli ma non retribuite, in questo momento storico.

Si tratterebbe di un gesto eroico evidentemente ma il romano che si vanta di esser tale dovrebbe essere storicamente formato per intraprendere gesta eroiche altrimenti risulta come una di quelle mogli che si vantano di godere dei soldi dei propri consorti senza averne mai guadagnati in vita loro; altrimenti è come ascoltare quei poveretti che danno la colpa della propria maleducazione al sindaco anziché ai propri genitori.

Invece non è così, il romano custodisce il germe sacro dell’eroismo urbano.

Credo però che lo custodisca in un box auto sulla Nomentana e all’ora di punta è un casino arrivarci.

LA PEDALATA ASSISTITA

COSE FASTIDIOSE

Chi avrebbe mai detto che un giorno mi sarei ritrovata in sella ad una bicicletta elettrica?

Proprio io, così avvinghiata alle cose antiche e faticose, così pronta all’antiquariato.

Se l’avessi conosciuta prima, la bici con la pedalata assistita, oggi sarei senza dubbio un’altra persona.

Lì al noleggio non mi avevano dato molte indicazioni su come usarla ed io mi ero vergognata di ammettere al tipo grintosissimo del negozio, di non esser mai salita in vita mia su un attrezzo simile.

Il tizio mi ha solo detto che sarebbe costata ben trenta euro in più e che con le tre cariche di batteria, già pronte nel computer, avrei potuto visitare tutta la montagna in mezza giornata, arrivando dall’altro lato, a valle e tornando indietro.

Quella proposta mi era sembrata un’impresa da guinness ed avevo accettato lusingata, certa che il tizio mi avesse scambiata per un’atleta di Triatlhon che comunque fa piacere, sotto certi aspetti.

Sono salita in sella solo dopo aver portato la bicicletta a mano fino ad un piano adeguatamente piatto, che più piatto non si può e son partita non prima di aver srotolato tutte le rotelle delle marce manuali fino alla triste modalità 1.

Spero di non essermi sbagliata ma nessuno deve avermi vista mentre i pedali ruotavano a 180 km/h, imbizzarriti dalla morbidezza concessa loro dalle marce molli, sul piano liscio e scivoloso del viale centrale, con la gente perbene, per fortuna, in quel frangente assente.

Non per vantarmi ma me la son sempre cavata bene in bicicletta quindi, anche in questa circostanza dimostro di star sul pezzo e, nel giro di pochi minuti, inizio a capacitarmi che sul manubrio brillano per me un paio di piccoli schermi luminosi che aspettano solo i miei comandi.

Deduco, mentre piazzo le rotelle delle marce manuali su una più dignitosa modalità 4, che il piccolo schermo a sinistra comandi le famose batterie elogiate dal tizio del noleggio; riconosco il disegno di una piccola pila con all’interno tre tacche colorate ed accanto alla pila, il bottone con scritto “start”.

Persino io capisco e premo il bottone.

Immediatamente dopo il click s’innesta quello che sembra un piccolo motore ad elica, silenziosissimo ma altrettanto performante, talmente tanto che il giro dei pedali riprende velocità furiosa che però stavolta controllo con una nuova, sicura e professionale impennata di rotelle sulla modalità 7, la più tosta mai raggiunta nella mia comunque appassionante vita di ciclista dilettante ma romana.

Questa modalità è ora possibile solo grazie a questo miracoloso traguardo della tecnologia applicata alla mobilità che è la fottuta pedalata assistita.

La vostra affezionata plana letteralmente sulle piccole valli verso la montagna come un velociraptor, come avessi una turbina dietro al sellino, per non dire altro, che sospinge la mia entusiasta pedalata alleggerita.

Man mano che si avvicinano i tornanti, lo stupore aumenta: in salite dove con la mia bicicletta manuale di merda sarei già morta per arresto cardiaco, con questo ghepardo a due ruote mi sento invincibile e di fatti prendo velocità, sempre di più e sempre più in salita e voglio vincerla questa gara immaginaria contro il mio passato di ciclista dilettante.

Sono a settanta chilometri orari e se non decelero, il prossimo tornante stretto lo piglierò come fosse un rettilineo distruggendo me e la bici nella foresta.

Prontamente i miei riflessi spengono la modalità elettrica della bicicletta premendo “stop” sul famoso, piccolo schermo.

Anche stavolta i miei riflessi sbagliano.

Da garrula spaccona, con le lacrime che si tuffavano nell’aria dalla punta estrema dei miei occhi feroci di vento, mi ritrovo idiota, in pieno tornante, con una pendenza del 70% e tutte le marce manuali impostate su una severissima modalità 7.

Resto immobile sulla bici, impagliata, congelata, come una scultura di arte contemporanea pericolante, in mezzo all’asfalto.

Solo pochi secondi per rendersene conto ed i miei stronzi riflessi che hanno combinato questo disastro, danno finalmente l’ordine al resto del corpo di catapultarsi fuori dalla bici e così faccio, tenendo ben stretto per i manubri, l’attrezzo divenuto monolite.

Anche stavolta spero non passi qualcuno.

Mi toccherebbe fingere di aver avuto un problema tecnico alla catena e, a quel punto, con la sventura che mi segue, spunterebbe senz’altro dal nulla un ciclista esperto col quale farei la sonora figura di merda che mi merito.

Invece sono sola, con la mia bici portata a mano, paonazza di sudore ed indecisa sul da farsi.

Anche se non si dovrebbe, valuto l’opzione di srotolare nuovamente le marce manuali, ripristinando la volgare modalità 1 e facendolo senza salire sulla bicicletta per pedalare e scalare in modo corretto poiché, in quella circostanza, morirei: è certo.

In questo modo però, srotolando tutto lì, in mezzo alla strada, scioccherei le povere catene, forse in modo irreparabile e al ritorno subirei, non solo l’umiliazione di dover raccontare come ho scassato il cambio ma anche l’angheria suprema di dover ripagare il mezzo.

Mi tocca quindi soccombere e scendere di nuovo a valle, ritentando la partenza, come in un videogame, come a monopoli.

Discendo quindi in picchiata cattiva, pensando che riuscirò a valicare la montagna entro sera, fosse l’ultima impresa della mia povera vita che anche oggi mi insegna il valore della pazienza e della perseveranza.

Arrivando giù in picchiata come un calabrone, intravedo il tipo grintosissimo del noleggio, seduto fuori dal bar, proprio accanto alla chiesa che, insieme agli amici sta bevendosi una cosa durante l’orario di lavoro, proprio come si usa qui, da queste parti.

Appena mi vede, inizia a fischiare da lontano e m’invita a fermarmi.

– Sei già di ritorno – mi dice entusiasta – D’accordo la pedalata assistita ma non ho visto mica tanta gente valicare il passo, visitare le valli di là e rientrare; grande! Dove ti alleni, in genere?! –

– Ma no, pedalo solo ogni tanto – dico io, merda imperiale.

 

 

 

La mia Sicilia ovvero è già pagata.

SINFONIE

Pur essendo una maniaca compulsiva dell’ordine e dell’efficienza, pur essendomi abbandonata tra le forti braccia della Lombardia per riuscire a trovare uno straccio di servizio pubblico garantito dignitosamente e della gente in macchina che freni in prossimità delle strisce pedonali dovrò ammettere prima o poi che non vi è posto nel mio cuore per nessun’altra regione poiché il posto è già tutto preso dalla Sicilia.

Ma non sopporto di dover capitolare dentro a status symbol consumati e dentro cui tantissima gente banale si trova d’accordo ma quant’è bella la Sicilia?!

Che rabbia che esistano tantissime persone che l’abbiano scoperta.

La Sicilia non dovrebbe essere per tutti; dovrebbe esser tenuta nascosta come si fa con quelle feste a Brooklyn in cui entri solo se sai il codice a sei cifre da inserire al portone.

Così dovrebbe essere.

Basterebbe quantomeno una dogana severa, delle leggi impietose che non facciano entrare più di venti persone a stagione oppure che si entri solo attraverso conoscenze, come si usa nei club per ricchi anziani.

Una cosa tipo che solo un siciliano può farti il visto per entrare in Sicilia e se ti riveli un coglione, quel siciliano che ti ha fatto entrare viene punito dalla legge.

Invece niente: anche e soprattutto in Sicilia c’è questa maledetta faccenda dell’ospitalità.

Durante i miei soggiorni sull’Isola ho sempre notato che le leggi convenzionali sono ben altre rispetto al sacro protezionismo che vorrei.

“Signorina, mi spiace ma è già pagato”.

“Oggi è nostra ospite, va bene?!” con un va bene che non lascia intendere possibilità di replica.

“Che fa, non me l’assaggia questo pochino di spaghetti con le alici e mezza pagnottella fritta e grattugiata dentro?! Che vuol dire è mezzogiorno?! Che c’entrano i quaranta gradi? Perché non c’ha appetito, che le manca?!”

Ma non capite? Io temo che il cibo finisca se si continua ad offrirlo a tutti e a farlo conoscere agli americani; io ho paura che la Sicilia venga consumata dai tedeschi rosa maialino ma agguerriti.

Temo che prima o poi, tutti sappiano quanto son belle le Madonie, che fermento culturale ci sia nelle vie della Kalsa, quanto sia bona la granita a Noto e che razza di natura ci sia a Ginostra.

Ho paura che tutto ciò venga finito dagli altri turisti come al Black friday.

Venga divorato dai francesi, dai veneti ma soprattutto dai milanesi che si comprano la casina bianca, il dammuso nero, la villetta marrone, l’appartamento affrescato.

Ho paura che mettano nei loro giardini le statuine di Buddha, che tolgano gli stucchi dai salotti e ci mettano il divano in ecopelle, che dentro al dammuso pretendano l’acqua corrente inesauribile e che leghino la bici davanti alla casina bianca perché non si fidano.

Ho paura che si portino da casa l’occorrente per fare il loro irrinunciabile spritz di merda al tramonto, ho paura insomma che i milanesi lamentandosi di quelli del sud che vengono a rubare il lavoro al nord vengano a rubare al sud la bellezza!

Uno splendore che non riuscirebbero a ricostruire nel loro ambiente neanche se restassero due settimane chiusi in un negozio cinese a comprare l’occorrente perché “Sai, dai cinesi trovo tutto!” e poi son bravi a fare persino i parchi acquatici al coperto, con le onde, figuriamoci se non riescono a rifare la spiaggia di San Vito.

Che paura.

Ma più che dei cinesi, io per la Sicilia temo quelli di Via Tortona.

Quanto bisogno c’è di difendere quest’isola incredibile, gloriosa?!

Smettete di farvi la guerra tra di voi per chi faccia meglio la caponata, siciliani, e difendete la vostra isola, smettendo oggi stesso di essere così gentili ed ospitali!

Provate anche voi a fare i famosi scontrini da capogiro che fanno a Roma, quelli da cinquecento euro per due fritti misti e vedrete che il turismo vi lascerà in pace, prima o poi!

Chiudete i porti e aiutateli a casa loro.

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IL BUFFET SPIEGATO A MIO FIGLIO

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Molte cose ancora non sai, figlio mio.

Ora mi chiedi, ad esempio cosa renda davvero speciale un italiano ultimamente, visto che sembrano passati gli anni classici, splendenti.

Ora ti domandi, figlio mio quali siano i marchi incandescenti che rendano inconfondibile la gente italica.

Se il mio dovere è quello di risponderti, ti confiderò senza indugio, mio amatissimo che ciò che rende un italiano perfettamente riconoscibile tra la folla è il suo approccio davanti ad un buffet.

E’ così, figlio amato.

Ti chiederai cosa avvenga nel corpo di un italiano dinanzi ad un buffet, tu rispondi che accade qualcosa di fisiologicamente incredibile quando un italiano si trova di fronte ad un tavolo imbandito con mille pietanze e vini e che tutto l’incredibile è riconducibile ad un’unica potentissima parola chiave: gratis.

Rispondi così, figlio mio e non sbaglierai.

Nel corpo di un qualsiasi italiano anche non necessariamente ligure, quando si concretizza la gioiosa eventualità di mangiar senza pagare avvengono delle alchimie e delle reazioni biologiche che preparano l’individuo italico a sopportare qualsiasi prova sia a livello fisico che psicologico.

Presto lo scoprirai con la tua pelle, ragazzo.

L’italiano di fronte ad un buffet offertogli tira fuori le pulsioni dei cani di Pavlov, aumenta la salivazione al solo suono delle posate che vengono sistemate in piccoli gruppi sul tavolo dai camerieri del catering e questo è un processo spontaneo che investe la persona tua conterranea a prescindere dalla sua classe sociale.

Le cosiddette autorità, personalità e tutti coloro che preferiscono esser chiamati per qualcosa che termini con -tà non sono esenti come potresti pensare anzi, faticano molto più delle classi medio-basse, visto il disperato e continuo tentativo di dissimulare il loro interesse nei confronti di faccende ignobili come il cibo.

Ma non temere, figlio mio perché vi è giustizia di classe, almeno di fronte al cibo gratuito e davanti al buffet persino i reali si sporcano le dita.

Ricorda, figlio mio che se davvero vorrai distinguerti per virtù è proprio davanti ai tavoli del buffet che potrai dimostrarlo, non prendendo parte alle odiose file di bestie bipedi che si accalcano nel preciso momento in cui vengono posizionate le teglie degli antipasti ed i piatti caldi.

Sono attese quelle, figlio mio, in cui vedrai la tua gente annebbiata, accecata dalla possibilità di mangiar lì risparmiando altrove e dunque dimentica del decoro.

Vedrai qualcuno prendere il piatto vuoto dalla pila e tenerselo stretto e schiacciato sul petto come farebbe un frate con la sua Bibbia.

Tu non emulare, resta saldo.

Distinguiti.

La brama sarà talmente tanta e la fila così lunga che potrai vedere gente col piatto schiacciato contro il petto in reception, fuori per strada, a due isolati di distanza dal ricevimento.

Ciò avverrà perché costoro pensano che accaparrandosi un piatto vi sia certezza di mangiare e quando si spera fortemente in qualcosa, il contrario non lo si contempla.

Ma tale speranza, in Italia si nutre solo per questioni del cazzo come il cibo, ti dico.

Tenteranno di superare più persone possibili facendo finta di non aver visto la fila oppure adducendo scuse su ipotetici impegni per il bene della società che dovranno affrontare dopo aver velocemente finalizzato uno spuntino ma tu non creder loro, figlio mio e cedi il passo ai loro stomaci poiché non ci si può spiegare né capire con le cloache.

Così al buffet li vedrai usare persino le mani perché, arrivato finalmente davanti alla pietanza dopo quaranta minuti di fila, l’italiano si sente potente, finito non perché, ripeto figlio mio, Gratis è sinonimo di Dio.

Il concetto di gratuito supera quello di Altezze dei cieli, un matrimonio felice, uno stipendio cospicuo ed un mese di aspettativa in Giamaica.

La parola gratis, figlio mio, risveglia i morti, fa sorridere i malinconici, fa breccia nel cuore di chi deve far favori o concedere il proprio tempo all’azienda per cui lavora senza esserne consapevole.

Il cibo gratuito ipnotizza, figlio mio.

Soprattutto se nasci qui, in questo paese straordinario di certo ma non quanto la lasagna, il risotto al Castelmagno, i cornetti salati ripieni e la caponata.

Se poi ci si prefigura anche la possibilità di scroccare tutto ciò, un senso di benessere colpirà le persone italiche che difficilmente proveranno altrove e so che un giorno, figlio mio anche tu proverai quella sensazione.

Ti prego, sii forte.

Datte un contegno.

 

RADICAL SHIT

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dedicato ad E. che combatte la piaga radical chic con eccessiva ferocia non comprendendo che il benessere ostentato è molto più diffuso di quanto si pensi, tanto vale cercare di nasconderlo.

 

Stasera, al tramonto ho conosciuto un ragazzo.

Stava seduto tra i tavolini del delizioso bar a picco su scogli di friabile e nerissima pietra lavica dove ho stazionato tutte le sere di quest’ultima settimana, a partire dalle sette, non proprio sobria.

Il tizio era seduto assieme ad una coppia molto più grande di lui ma non erano i suoi genitori, si capiva: non gli somigliavano e avevano molto più confidenza con lui.

Per l’occasione, il giovane indossava i pantaloni che vanno di moda adesso, tra coloro che la moda la seguono con ostinazione, qualsiasi cosa essa faccia: si tratta di calzoni che lasciano nuda metà porzione del polpaccio e che offrono massima libertà d’espressione alla scarpa che, a questo punto viene scelta proprio per approfittare di quello spazio d’esibizione normalmente non concessole.

La scarpa scelta da questo giovane maschio è un mocassino in velluto marrone, con la punta molto più lunga dei suoi piedi ed i calzini apparentemente invisibili ma non vorrei risultare troppo attenta a questi dettagli perché è giusto rispettare prima di tutto la capacità intellettuale delle persone.

Che poi ci siano dei dettagli nel nostro modo di esprimerci con l’abbigliamento che vogliano dir qualcosa della persona che ne sceglie uno anziché un altro è indubbio ma non tutto, ecco.

Già che ci sono però devo ammettere che giudicare le persone dal loro modo di vestire è, nella maggior parte dei casi, pericoloso ma non per questo fallace.

Il fatto è che il ragazzo in questione pare interessarsi a me da subito ed io a lui ma per fini diametralmente opposti e non sempre riusciamo a percepire perbene le sensazioni di chi ci sta accanto perciò si creano tanti fraintendimenti.

Come quello di stasera in cui, mentre io guardo il suo taglio di capelli alla Pupo, i mocassini e tutto il resto sorridendo, lui vede solo che lo guardo e che sorrido sicché avanza con le sue avances offrendomi un bicchiere di vino toscano ignobile.

Continua a parlare, seduto affianco a me, approfittando del tempo che gli concedo in nome del fatto sacrosanto che non si possano giudicare le persone dal loro abbigliamento perché non sta bene, non si fa.

Specialmente se non si vuol soffrire.

Il ragazzo mi chiede, s’informa su cosa faccia, da dove venga: siamo in vacanza, in un territorio neutro e ciò sembra seccarlo.

Vuole catalogarmi ma ve l’ho detto, non si fa.

Siamo tutti diversi, le tribù sociali ormai son desuete eppure lui sembra cocciuto, ostinato a voler trovare la chiave per aprire il cofanetto che dovrebbe contenere le mie istruzioni per poterlo srotolare tra le sue mani.

E così, testardo e spavaldo, ad un certo punto mi guarda e mi fa: “Ma che sei radical, tu?!”

Improvvisamente fa buio su tutta la terra.

Mi ha preso in contropiede, non so cosa intenda, cosa voglia dire con questa domanda, con questo termine non italiano, parecchio diffuso eppure insignificante.

Sono spaventata e non avrei mai pensato di esserlo per mano di uno vestito da influencer.

Mi sento come se la polizia mi avesse appena fermata per accusarmi del possesso di una droga che io, non solo non possiedo ma neanche conosco.

Ma il ragazzo non capisce, non sembra accorgersi di niente, neanche della coltre scura che sta divorando chilometri di cielo, dopo questa sua domanda.

Non si accorge, il tizio, manco della gente che inizia ad alzarsi dai tavolini e a fuggire spaventata verso il porticciolo, dentro alle case.

Il ragazzo dai piedi di velluto se ne sta lì, ad aspettare la mia risposta mentre lo sperone di terra sul quale siamo rimasti io e lui, trema ed i suoi mocassini ormai penzolano nel vuoto eppure tutte queste circostanze lo interessano meno del responso alla sua domanda.

“Allora?! Sei radical?”, insiste mentre io mi sento come se tutto l’equilibrio del mondo dipendesse dalla mia risposta eppure non so rispondere perché non lo so.

Non so cosa sia un radical e non so se, nel caso io lo sia.

Non ho idea di cosa intenda questo figlio di puttana pettinato e generalizzatore mentre l’isola affonda nel mare, sempre di più, ogni volta che lui dice radical.

Sono smarrita, alzo lo sguardo e vedo un uomo sui cinquanta che mi guarda da un terrazzino che ormai si regge solo su due mozziconi di ferro: piange come un bambino e grida verso di me “Digli di si, brutta stronza! Non lo vedi come sei vestita?!” ed il ragazzo cavalca l’onda disperata del tizio, schernendomi, dicendomi “Ma si che lo sarai, coi libri che mi hai detto di aver letto e la collana che c’hai. Allora?!”

Ma io resto immobile, non voglio cedere.

Ho paura ma non voglio piegarmi sotto la suola Nero Giardini di questo pazzo catalogatore.

Sento freddo, scoppiano i vetri e cadono tetti dappertutto, dietro di noi il vulcano inizia a scaricare lapilli, detriti, fumo, gas e la gente rimasta attorno a noi si accascia, soffoca tra spaventosi rantoli mentre il ragazzo appena conosciuto è ancora lì, perfetto e pettinato a ripetermi “Insomma, sei radical o no?!”

Sto perdendo i sensi ma non cederò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BEVETE TANTA ACQUA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Finalmente c’ho la buona scusa.

C’ho la buona scusa per sfogarmi.

Fuori ci sono quaranta gradi, è mezzogiorno e sono nel traffico.

Il caldo, si sa, da alla testa.

Lo dicono i medici, lo dicono i giornali.

Bisogna bere tanto, non uscire nelle ore più calde della giornata, dicono al tg; ma il clima è cambiato, come abbiamo voluto noi con le nostre porcherie e quindi non ci sono più ore calde nella giornata ma giornate calde con un mucchio di ore.

Così finalmente c’ho la buona scusa.

Perché, si sa, il caldo da alla testa.

Ora scendo dalla macchina e me la prendo con il primo che capita, lo mando affanculo così, con la scusa del caldo.

Me ne andrò famelica di briga nei luoghi dove è più facile sollevar focolai di rissa: in fila al supermercato, al semaforo, alle poste, al giardinetto dei cani.

Me ne andrò con la fronte sudata a guardar male altre persone sudate come me, aspettando che mi guardino per poter dir loro “Ma cos’ha da guardare?!” e da lì sarà un attimo e si passerà alla colluttazione perché, si sa, il caldo da alla testa.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Ho tanto bisogno di sfogarmi, ho un sacco di beghe personali, di paturnie e di psicosi e ho atteso tutto l’inverno paziente ed ora finalmente è arrivato il meteo giusto, quello grazie al quale mi scagioneranno perché col caldo, si sa, la mente si annebbia.

Per questo sono uscita a mezzogiorno e non ho bevuto acqua.

Per questo ho i pantaloni lunghi e ho spento l’aria condizionata.

Per avere più attenuanti.

Per poter picchiare in santa pace le signore, il postino, il vicino di casa, la cassiera.

Mi aggiro felice ed ansimante per la città, alla ricerca degli sventurati concittadini che si muovono lenti, cercando di resistere, di restar pazienti bevendo Polase per sbrigare le proprie pratiche.

Sono i cittadini pazienti che cerco con voglia e che scoverò per estrapolare la loro parte animale, primitiva, cavernicola di cui c’è tanto bisogno.

Strapperò fili di perle e camicie Loro Piana per sfogare la mia tristezza.

Pesterò zatteroni e bambini con le pistolette ad acqua per liberarmi di un po’ di stress.

Lincerò impiegati pigri e condomini scomodi che avrei voluto malmenare da tempo ma era inverno e non ho potuto.

Ora si che c’ho la scusa buona.

Basta uscire nelle ore più calde e ce ne sono tantissime.

Nessuno mi scoprirà.

Nessuno saprà che sono in forma e molto lucida ma solo stanca ed annoiata dalla vita quotidiana e con voglia di dar due schiaffi.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Diranno che il caldo mi ha dato alla testa ma in realtà è la società civile che me l’ha sabotata ed io approfitterò del caldo per punirla.

 

 

foto Claudio Silighini

QUANTE VITE HA UN CORRIERE?

SINFONIE

L’ossessione per la pratica dell’acquisto pazzo e forsennato online ha comportato parecchi cambiamenti nella nostra vita ma uno, in particolare mi sembra molto divertente: l’eliminazione definitiva della distanza tra trasportatore e cliente finale.

Un tempo delegato prevalentemente alle consegne negli uffici ove si rapportava con gente metodica e retribuita per ricevere i suoi colli, oggi il corriere è obbligato a depurarsi attraverso il fuoco sacro e terribile dell’incontro col privato cazzone che ha ordinato porcherie su Amazon.

Il privato maledetto ha mille scuse per mettere alla prova anche la pazienza del corriere più duro e puro.

Il privato non ha il citofono, abita al quinto piano senza ascensore, sta lavando il bambino, è in pigiama, ha l’acqua aperta, il nonno disabile, l’ernia e mille altri espedienti che costringeranno il corriere a scendere dal mezzo, lasciandolo in settima fila, acceso per non morire asfissiato al rientro e carico di altre sessanta consegne da fare entro la successiva mezz’ora.

Nel nostro immaginario, il corriere resterà sempre Renato Pozzetto nella straordinaria interpretazione in Grandi Magazzini eppure oggi il corriere che affronta l’Italia dei privati col vizio dell’acquisto compulsivo non è italiano ma sudamericano.

Perché certi lavori gli italiani non li vogliono fare neanche quando dovrebbero farli anziché aver l’ambizione di voler governare il paese.

L’individuo sudamericano ha per indole, come chi governa il paese, un filo di indolenza, è vero, ma anche immensa resistenza alle prove più faticose che la vita gli propone e poi guida come se il furgone l’avesse rubato dunque è perfetto per questo tipo di professione che, al giorno d’oggi è pura impresa eroica.

Eppure, di fronte all’epopea di una giornata di consegne, persino il corriere sudamericano barcolla, suda e non comprende perché il cliente privato non sia collaborativo oppure lo sia troppo e pretenda di salire sul furgone, in mezzo ai pacchi per scovare personalmente il suo e lamentarsi di come sia stato posizionato malamente e di quanto sia fragile il contenuto e di come si lamenterà con chi di dovere.

Anche in questo preciso momento, da qualche parte c’è un corriere sudamericano che inveisce a las putas che hanno concepito l’albero genealogico che ha generato te, cliente privato.

Anche in questo preciso momento, da qualche parte, nella tua città c’è un tizio che si strapperebbe la pelle dal caldo che sta montando un Ducato e sta sbranando la strada verso di te, schiacciando qualsiasi cosa incespichi sul suo tragitto mentre con la mano destra imbraccia il piccolo computer per gestire le consegne, con la mano sinistra masturba il proprio cellulare per rispondere ai suoi centomila parenti e con la rotula direziona il volante della sua bestia gommata verso il tuo loft.

Questa mattina sii gentile col corriere.

Scendi sul pianerottolo, abbraccialo anche se è tutto sudato e scusati. Scusati perché lui sa benissimo che dentro a quel pacco che gli ha fatto attraversare la città intera c’è, senza ombra di dubbio, una puttanata inutile che serve solo a lenire la tua solitudine.

BIGLIETTO (E) PREGO

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Esiste una parola che viene giornalmente nominata da tutti come se niente fosse ma che ha tutti i sintomi della parolaccia!

Quando la sento nominare e capisco di doverci avere a che fare rimpiango di essere italiana e di aver pensato, anche solo per un attimo che il servizio che questa parolaccia abbraccia e giustifica potesse essere una buona soluzione per me, cittadina onesta col biglietto acquistato.

Vi è una parola che indica l’azienda che da sempre coopera allo sviluppo di tutti i peggiori sentimenti germinali ed insiti nell’animo umano, specialmente in quello del pendolare stressato già per la sua condizione, figuriamoci quando essa viene ulteriormente screditata da una parolaccia.

E’ una parola che ti fa pentire di esserti deciso ad andare a trovare quell’amica al mare o di aver scelto il meno affidabile dei mezzi per presentarti in orario a quel colloquio di lavoro che aspettavi da anni proprio come il mezzo che ti ci dovrebbe portare.

Non esiste sistema pubblico che mortifichi maggiormente il viaggiatore rendendolo vittima di un servizio acquistato con libera scelta e con meno libero mercato poiché non esiste ancora nessuno in grado di fare adeguata concorrenza a questo enorme, umiliante mostro parastatale; un servizio dal quale, subito dopo la vidimazione del biglietto, il viaggiatore resterà sequestrato, senza nessuno che gli venga in aiuto, nessuno che lo difenda, che gli suggerisca quanto non convenga salire a bordo se non si ha la certezza di arrivare, che potrà correre il rischio vicino alla garanzia di accumulare ottanta minuti di ritardo, il pronostico di contrarre malattie della pelle nei bagni non degni di esser chiamati tali, la minaccia di accettare condizioni di trasporto che non prevedano recupero della dignità del consumatore, in caso di disservizio.

Non è ancora nato chi dica al viaggiatore che forse, la soluzione migliore è restarsene in stazione, al bar, a godersi i vantaggi che derivano dall’assenza di un disservizio al quale non ci si può abituare.

Deve ancora arrivare il Salvatore del viaggiatore, è in ritardo.

Deve aver perso la coincidenza.

MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

AUTOCENSURA IGIENICA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

“Arianna, perché non scrivi mai di Salvini?!”

 

La nostra ossessione mediatica per Salvini ci ha puniti tutti.

Questo giornaliero buon proposito di far da cassa di risonanza sui social ai fatti spiacevoli di questo ragazzo ha fatto in modo che il suo volto replicato su milioni di bacheche divenisse un volto di cui, nostro malgrado, ci si affezionasse (un po’ come avvenne con il signor Berlusconi, se non sbaglio), ed ora eccoci qui.

Eppure, se è vero che si possa e si debba sempre apprendere da qualsiasi lezione, a livello sociale questa punizione ci consente una riflessione che potrebbe ancora risultare costruttiva.

Nel mio piccolo, ad esempio ho ricevuto moltissime richieste dal pubblico di questo tipo: “Perché non parli di Salvini? Parla di Salvini!”

Perché chiedere ad un autore comico di parlare di Salvini?

Forse perché si sente con prepotenza, la necessità di sdrammatizzare riguardo un argomento, di per sé drammatico?!

Da quando quel ragazzo è diventato ministro, tutti i comici si son lanciati in siparietti che lo disprezzassero come persona e come istituzione ed è piuttosto facile farlo poiché questo ragazzo è il soggetto perfetto per qualsiasi drammaturgia satirica (nel caso in cui ce ne fosse davvero, in Italia, di drammaturgia satirica).

A livello personale, il soggetto ha sempre mostrato di fare scelte bizzarre e di basso profilo che ben si prestano ad esser sceneggiate;

mi viene in mente, ad esempio, la sua copertina per un rotocalco di gossip, in cui si fece ritrarre a letto, vestito solo di una cravatta verde bosco oppure della sua attitudine a fidanzarsi con gente discutibile od ancora tante delle innumerevoli fregnacce raccontate da pubblicazioni che dovrebbero fallire, se Dio amasse davvero l’Italia.

A livello istituzionale ha incentivato tutte le peggiori pulsioni del cittadino italiano medio, spunto di partenza eccellente per qualsiasi scritto umoristico.

Meno per qualsiasi strategia politica volta a migliorare il paese.

A livello ideologico è riuscito a far leva sul ceto che manca di preparazione storiografica per proporre questa storia indigeribile che il vero problema in Italia sia l’immigrato e non l’italiano corrotto e contestualmente, col suo potere ed il nostro consenso, continua a sovvenzionare le carceri libiche e le torture contro esseri umani considerati di seconda categoria rispetto a noi.

Poi c’è la parte soubrette di Salvini (tipica del politico italiano a partire dagli anni novanta), coi suoi concorsi a premi, le sue brutte figure, sintomo della mancanza di educazione di cui soffre il paese tutto, non soltanto lui ed ecco che il personaggio comico c’è già.

Non v’è alcuna necessità di crearlo da nulla: Matteo Salvini è lì per i comici, pronto da scartare come una caramella e facile da raccontare.

E’ facile fare un siparietto con questo ragazzo.

Meno facile proporre un siparietto che schernisca il tessuto sociale, la tragicomica decadenza di costumi e della morale degli italiani che ha causato l’ascesa di questo ragazzo.

Complicato far ridere dandoci dei coglioni, ignoranti, pigri, razzisti, corrotti e con le felpe con la bandierina dell’Italia sul petto.

Molto difficile per un povero comico italiano di oggi riuscire a far sorridere con un tale reportage di merda sul nostro paese e perciò meglio accanirsi sul politico specifico e non sulla cittadinanza che aderisce ai suoi principi lontani dalle altezze culturali di un paese che si vanta di essere ancora ciò che fu secoli orsono.

Funziona così da sempre: ci piace sorridere delle persone che governano, non delle cazzate che facciamo come elettori.

Così, comici ed elettori continuano a fare cabaret di basso profilo ed il nostro futuro è l’unica tragedia presente in palinsesto.

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AVVENTO ELETTORALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Proprio come durante l’Avvento ci si prepara affinché tutto evochi e celebri il Natale, quindi ci si maschera da Babbi, si nascondono i regali negli armadi, si pensa a come cazzo fare per diventare più buoni di quanto già si sia, si comprano le lucine colorate e le candeline, ecco che anche il tempo precedente alle elezioni amministrative è un tempo ricco di piccoli rituali di preparazione che fanno brillare gli occhi agli addetti ai lavori.

E allora si asfaltano le strade, ci si ricomincia a salutare nel quartiere, si fa amicizia con gente improponibile, che non si sarebbe mai salutata, se non fosse che manca solo un nome per completare la lista elettorale.

Si organizzano un sacco di cose, appuntamenti sociali impensabili, concerti in piazza, sagre, corsi gratuiti ma soprattutto cene.

Poco prima delle elezioni si cena moltissimo e un po’ in tutti i modi possibili: formali e scomodi sopra alle sedie chiavarine in un bel palazzo antico oppure sotto ad un tendone davanti ad un tavolo di pizzette, poco importa perché si cena; si torna a casa e si può dire “io ho già cenato”.

Ci si mette la spilletta e si va alla cena elettorale perché si mangia gratis e tale proposta resta ancora, per l’italiano medio, in prima fila tra le priorità di vita.

Nel centro storico iniziano i rastrellamenti agli stand. IMG_4756

Se devi andare da un punto A ad un punto B e per farlo devi attraversare il centro, nel periodo che precede le elezioni dovrai contare quaranta minuti in più che ti serviranno per schivare la settantina di volontari che cercheranno di prelevarti dalla strada col fine ultimo di trascinare le tue spoglie al gazebo del loro partito e sequestrarti per poterti spiegare perché è ora di finirla.

Ti offriranno un bicchiere di succo ed una pizzetta perché sanno che sei italiano e mentre ti iniettano il nettare di ananas, con l’altra mano ti infileranno i santini del loro candidato nella tasca della giacca in modo che, quando riuscirai a divincolarti e sarà tardi per sbrigare la commissione, te ne tornerai verso casa pensando a che carini che son stati quelli del gazebo X che non ti hanno lasciato cartacce da buttare.

Poi, una volta a casa mentre appenderai la giacca penserai che il Fato ha voluto indicarti il nome di colui che dovrai votare poiché hai trovato il suo volantino elettorale miracolosamente accoccolato nella tua tasca.

Come un messaggio dei biscotti della fortuna cinesi.

Noterai con sollievo che non c’è la foto del candidato nel santino e che preferisci così perché costa caro stampare una foto a colori su carta e che il candidato, a quanto pare, sembra sia sensibile allo spreco del denaro pubblico, avendo rinunciato in maniera eroica a far stampare la sua faccia là sopra.

Non realizzerai che se vi fosse la foto sul bigliettino giammai lo voteresti perché il muso fortunatamente dice ancora molto.

Sti cazzi che mi asfalti la strada.

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.

PETIZIONE PER ABOLIRE LO SHUFFLE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

E’ ormai piuttosto facile comprendere come le tecnologie non ce l’abbiano fatta ad esser sempre nostre amiche.

Ad esempio, fra le peggiori ingiustizie che la società contemporanea si sia inflitta vi è senza dubbio la pratica dello Shuffle.

Questa funzionalità che consente la riproduzione causale di brani musicali contenuti all’interno di una playlist precostituita da noi o da qualcun altro è maledetta in quasi tutte le circostanze, è la principale causa di grandi imbarazzi ed è colpevole del collasso di innumerevoli situazioni potenzialmente positive.

Specialmente se in compagnia, una volta inserito lo shuffle sarà impossibile riuscirsi a rilassare: bisognerà restar vigili, in modo da essere più veloci della riproduzione casuale ed evitare che parta un pezzo che faccia della nostra occasione per essere stimati come dj, una disfatta totale.

Occorre avere un orecchio sopraffino per difendersi dallo shuffle ed una discreta erudizione musicale in modo da esser pronti, nel caso ci venga chiesto chi sia l’artista, a snocciolare una breve biografia e quattro cenni di discografia per ottenere subito gli stessi consensi di Red Ronnie ma soprattutto occorre esser pronti ad accorgersi già dalle primissime note che il pezzo in esecuzione vada immediatamente saltato, abbattutto a qualunque costo.

Evitare un brano che ci fa vergognare di noi stessi, di fronte al piccolo pubblico di amici o familiari è un gesto umano di grande tenerezza.

Infatti, anche quella discreta fascia di amatori che ricercano e sperimentano generi musicali di altissimo livello, se avrà il coraggio della sincerità dovrà ammettere di avere sotto al tappeto o dentro all’armadio un brano di merda che ama, in virtù di passati remoti ai quali quel brano è ancora piacevolmente legato.

Specialmente per le persone nate dagli anni settanta ai giorni nostri, esiste un palinsesto di musica ripugnante che ci ha svezzati e di cui non ci sarebbe modo di doverci vergognare perché resterebbe nelle segrete del nostro dispositivo, se non ci fosse lo Shuffle ad esporci alla pubblica umiliazione.

Certi complessi di finto rock italiano anni settanta che adattano famosi brani americani in un italiano che spaventa persino i fotoromanzi, le cantantesse pop degli anni ottanta che ci hanno fatto abbandonare le barbie, l’hard-core senza possibilità di speranza, certo punk scolastico oppure i più vicini neomelodici che addolorano le viscere profonde di alcuni di noi, sono solo alcuni esempi musicali che, se capitano in mezzo ad un shuffle privato ci fanno emozionare, piangere e sorridere ma se putacaso capitano in un contesto sociale goliardico ci assicurano carrettate di prese per il culo, facce atterrite e silenzi pieni di disagio.

Impossibile non citare anche le circostanze legate al contesto in cui ci troviamo quando sopraggiunge lo shuffle a violentarne ogni dettaglio: mentre siamo in giardino, al tramonto e credevamo di aver messo una playlist di flauti tibetani, senza alcun preavviso si presentano i Rammstein ed i passerotti crepano di infarto.

In procinto di baciare per la prima volta la persona che finalmente vorremmo accanto per sempre, dopo secoli di alienazione ed eremitaggio, ci affidiamo allo shuffle che sembra si stia comportando benino, proponendo i Cold-Play ma mentre le nostre labbra di uniscono arriva un vecchio brano di Patsy Kensit che pensavamo di aver nascosto nella playlist segreta “Liceo”.

La musica ci offre sempre il giusto sprint per fare sport e, mentre corriamo godiamo degli Arctic Monkeys ignari che il prossimo brano sia “Perché porto i capelli lunghi” di Gene Guglielmi, caricato da nostro padre non si sa quando né come.

Lo Shuffle non perdona ma soprattutto noi non lo perdoneremo mai.

ODE ALLA GIUNTA

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

E’ cambiata la Giunta.

Adesso si che si potrà fare quell’operazione finanziaria delicata, quel piano civico, quel festival, quella rivalutazione, quel progetto.

E’ cambiata la giunta.

Adesso si che il tempo migliorerà, mia madre non avrà più la sciatica, mio figlio troverà lavoro, Fiona Apple verrà finalmente a suonare in Italia.

E’ cambiata la Giunta.

Andrà tutto bene.

Adesso cambierà tutto in Rai, in Finmeccanica, in Trenitalia, da Zara, al parco di sgambamento cani.

Ovvio: è cambiata la Giunta.

Debelleranno la mononucleosi, daranno più finanziamenti, non ci sarà più il magna-magna.

Ora che in Giunta ho l’amico mio, quello che hai conosciuto ai campi da tennis, vedrai che l’appalto lo vinciamo.

Ora che è cambiata la Giunta vedrai che glielo facciamo avere il permesso disabili a tua suocera, il contratto in azienda a tuo cognato, la maglietta della Roma autografata a tuo nipote, il buono sconto al supermercato bio, da Decathlon, al museo.

E’ cambiata la Giunta: Santa Rita ci farà la grazia.

Ora che è cambiata la Giunta faranno finalmente questo benedetto decreto per abolire la meritocrazia, che non se ne può più di questo schifo.

Speriamo, guarda.

Speriamo che non si debba aspettare un’altra Giunta.

IL DIO SONNO CONTRO SHIVA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La meditazione è ormai ben radicata, in Occidente ma l’Occidente non è affatto ben radicato alla meditazione.

La maggior parte di noi, infatti, occupa la propria vita urbana con l’insana iscrizione a questa od a quell’altra pratica orientale non ammettendo però di non essere geneticamente portata a sostenere tutto questo fottuto e minaccioso equilibrio.

Yoga, pilates ed altre pratiche ancor meno vicine al caro vecchio sudore da palestra di merda di una volta, si presentano all’occidentale sotto la sgradevole forma di una sfida a non addormentarsi.

Con la bava agli angoli della bocca e gli occhi bianchi.

Una sfida a non terminare la giornata sdraiati sopra ad un tappetino come sul tavolo dell’obitorio, cuciti dentro ad una tutina che può farci morire di trombosi da un momento all’altro.

Siamo stressati fino alle vertebre, coi minuti contati ( se non bastasse già il conto alla rovescia della vita stessa) e la mente sempre in funzione come un’impastatrice di tortellini industriale però tra le mille imprese e peripezie giornaliere, non solo pretendiamo di essere belli, stilosi ed equilibrati ma vogliamo anche arrivare alle diciannove in punto alla classe zen e lasciar fuori da quelle maledette tutine da mimi slabbrati che siamo, tutti i pensieri e lo stress del nostro albero genealogico.

Ma se la tutina forse ne ha (e questo potrebbe salvarci) il relax invece non ce l’ha il bottone quindi noi dell’Occidente si paga e si attende che il maestro ci dica come raggiungerlo e se non ce lo fa raggiungere non siamo noi ma il maestro che è incapace perché noi, nel frattempo, ci siamo addormentati come delle merde quindi non potrebbe esser colpa nostra anche volendo, pensiamo.

Alcuni hanno ammesso la propria incapacità nei confronti del relax ma la maggior parte di noi lotta ogni sera durante “la pratica” per sopravvivere all’occhio pendulo e alla figura di merda coi compagni.

Esisterà senz’altro ed è di urgente esigenza, un’applicazione che registri l’appropinquarsi del dormiveglia e che ci desti attraverso piccole micro-scosse elettriche come si fa coi recinti al bestiame.

Per il momento però, continuiamo a subire, ad indignare milioni di maestri che nel mondo, vedono crollare, ogni sera, nella propria platea di discepoli, migliaia di manager, mamme, cuochi, architetti che confondono la posizione shavasana con l’adorato Dio sonno.

Converrebbe dunque ripristinare la modestia e accettare che il proprio corpo, in tale circostanza, si risvegli due ore dopo la fine della pratica quando discepoli imbarazzati e maestri stizziti saranno andati via e noi, nella semioscurità delle luci al neon di emergenza ci contrarremo dalla vergogna come dei bruchi schiacciati ma avremo la grande occasione di realizzare una delle nostre priorità: non conseguire per forza il nirvana ma il semplice, agognato ed idratante svenimento dell’impiegato contemporaneo.

 

 

Terroirista o Terrorista?

COSE FASTIDIOSE, MADAME GURME'

Ho individuato due modelli di vita perfetti per il vignaiolo.

Robin Hood e un frate.

Il primo, Robin Hood: un figo vestito di verde coi capelli al vento e l’arco sulle spalle ma soprattutto, fuorilegge.

Se si decide di fare vini naturali, la cantina dovrebbe essere a norma ok, ma che palle col pavimento in piastrella lavabile, le vasche disinfettate dalla versione rumena di Mastro Lindo e la sala degustazioni che sembra la boutique di Bulgari.

Perché avere l’azienda a norma se la norma non ci corrisponde?

Se la legge consente lieviti, enzimi, tannini, gomma arabica, Malgioglio e il black friday bisognerebbe star fuori dalla legge.

Anzi, bisognerebbe farsi da soli una legge più onesta e le tavolette di metabisolfito di sodio metterle nella vasca da bagno nelle case dei signori che quelle tavolette le hanno previste per legge.

I signori profumati che non amano il vino che puzza.

“Il vino naturale puzza.

Anche il formaggio puzza eppure davanti al Roquefort c’hai la salivazione a mille”.

I mocassini senza calze, le Nike da corsa, le All Star non fanno puzzare i piedi come fossero in putrefazione?

Eppure sono tra le scarpe più vendute al mondo.

Se la ASL continuerà a dire la sua finirà che per assaggiare davvero un buon vino bisognerà andarselo a cercare come la droga in stazione, nei centri sociali, ai giardinetti.

Bisognerà fare allo stesso modo, mettere i soldi nel pugno di un tizio poco raccomandabile, trasandato, con la barba sfatta, vestito un po’ come voi, insomma però già in tranquillo regime di illegalità.

Meglio spacciatori che grandi distributori!

Allora Robin Hood perché paghi ancora lo sceriffo di Nottingham che venga a darti la ricetta della buona annata e non provi a valutare la teoria che il minor intervento determini la massima qualità?

Lo diceva anche il vecchio Fukuoka: non far niente è il miglior metodo agricolo.

Perché non provare? A me piace non fare un cazzo.

Certo, avrei paura degli invidiosi, di quelli che si spaccano la schiena perché la terra bassa ma l’ha detto Fukuoka, se vuoi farti il culo, pigliatela con lui.

Se invece siete persone poco affini alla microcriminalità ho il modello di vita del vignaiolo perfetto per voi: il frate.

Il vignaiolo ha spesso la barba, anche il frate.

Il vignaiolo, in genere veste coi toni del marrone, anche il frate.

Il vignaiolo tiene il tappeto erboso in vigna bello incolto, anche il frate.

San Francesco fu il prototipo del perfetto vignaiolo: lasciava il confine dell’orto incolto, era un grande raccoglitore, viveva isolato, non amava il jet-set, usava la consociazione e, secondo me, coltivava anche canapa perché parlava con gli animali eppure i caprioli c’erano anche allora ma è impossibile che un vignaiolo parli coi caprioli.

Ho letto che alcuni vignaioli, in Spagna usano la musica in filodiffusione in vigna per tener lontani gli animali.

Anche in Italia abbiamo un sacco di musica di merda: perché non provare?

Ma la faccenda fondamentale è che San Francesco scelse di esser povero.

Se si decide di far vini davvero naturali si fa voto di povertà o, quantomeno si resta poveri a causa di tanti motivi: vuoi perché magari un anno non raccogli un acino, vuoi perché hai un ettaro visto che non puoi fare vini naturali se ne hai duemila ettari perché “il contadino deve poter vedere dalla finestra tutta quanta l’azienda altrimenti è un latifondista” dicono i saggi, vuoi perché un anno devi decidere se trattare o saltare una vendemmia.

Non voglio dire che il vignaiolo debba fare il raccoglitore di acini che cadono in terra solo se asciutti di rugiada ma che, per certi aspetti, il produttore artigianale dovrebbe far voto di purezza intellettuale e quindi di povertà perché in Italia non esiste un intellettuale puro ricco.

E neanche un contadino ricco.

E invece, cos’è che spinge parecchi vignaioli a non sporcarsi più le mani in vigna ma a cercare soldi e fama nei salotti perbene?

Cos’è che incentiva quello che dovrebbe essere un terroirista a diventare un terrorista e a passare tra i filari con gli atomizzatori nucleari?!

Il male, come sempre è nella parola commerciale: un processo che implichi il fatto che non appena si capisce che potrebbe esserci spazio per arricchirsi, in un determinato contesto le cose cambiano.

Ci si veste bene e si fanno le cose male.

La parola naturale richiama concetti troppo complicati per l’uomo contemporaneo dunque mi riesce difficile ammettere che aumentino i vignaioli selvaggi e contemporaneamente diminuiscano le vocazioni perché entrambe si chiamano le professioni: che tu sia vignaiolo o frate.

Chi prende i voti li prende perché vuole fortissimamente aderire ad un progetto, non certo perché gli convenga.

Non è più questa l’epoca.

Se professi non devi tradire.

Quando possiamo dire di aver tradito la persona che amiamo?

Dopo un bacio? Dopo aver risposto ad alcune di queste miserabili avances sui social oppure si tradisce solo nel momento in cui si spoglia il proprio amante?

E quando possiamo dirci naturali?

Quando andiamo a comprare prodotti sistemici di notte, vestiti di nero pur di salvare il raccolto? Quando mettiamo solo ottanta gr di solforosa in un rosso che tanto siam sotto al biologico?

Se fai vino naturale devi avere un debole per i perdenti.

Ma è bello.

Che poi, a differenza dei frati, i vignaioli possono non fare voto di castità e piacere al senso opposto anche quando sembrano dei frati o Robin Hood.

Certo, la calzamaglia verde magari no.

 

Questo è un pezzo scritto per i vignaioli del Festival NOT di Palermo che ha causato bagarra ma che conferma potentemente il mio amore per chi produce prodotti davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali.

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PURTROPPO IL COACH

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La dimostrazione di quanto l’istruzione al giorno d’oggi sia superflua è confermata dall’esistenza del coach.

Non c’è piccolo comune virtuoso che possa salvarsi e vantare, come fanno i comuni denuclearizzati, di non avere un coach all’interno del perimetro comunale.

Si tratta di un pericolo reale che ci riguarda tutti: a meno di cinque chilometri dal luogo in cui ci troviamo in questo momento, c’è un coach di sicuro.

Da qualche parte, là fuori c’è un trainer, un tutor, un esperto professionista nell’arte del vivere con successo che, anziché godere dei privilegi conseguenti al suo stato prestigioso, come, ad esempio del tempo libero che avrebbe per filosofare o semplicemente per godersi la propria superiorità, decide di mettersi al servizio degli altri, a pagamento.

Come fu bello il tempo in cui ci si poteva ancora arrangiare una vita fai-da-te, il tempo in cui si facevano cazzate che, tuttavia oggi si continuano a fare ma almeno un tempo le si poteva fare senza la consulenza del coach, senza un tutorial con un tizio somigliante ad un attore ma intelligente che ci dice cosa fare e come crederci mentre lo si fa.

Oggi sembra impossibile riuscire a sopravvivere senza le cinque pillole di verità del Guru, senza le tre C dell’amore, i quattro cardini dello stare in forma, i dieci comandamenti del bricolage, le sette bottiglie da stappare, le nove ricette da provare, le dodici bastonate da darsi per tonificare quel muscolo lì di cui non sapevamo l’esistenza ma si stava benone comunque.

Non bastasse già la sua versione base, il coach è diffuso nella più svariate versioni: c’è il coach sportivo, il tutor aziendale, quello universitario, c’è la fashion guru, il make-up master, l’archistar, c’è l’esperto di coppia, il tuo consulente d’impresa, l’amica dello shopping.

A malincuore, potremmo dire che c’è un coach che ci aspetta ad ogni angolo della vita.

Allora, organizziamoci per tempo, per quando arriveremo a quell’angolo della vita.

Organizziamoci ed aspettiamolo noi, il coach.

Anticipiamolo sul tempo e diciamogli che non c’è bisogno che inizi a parlare perché sappiamo già tutto.

Sappiamo già tutto di lui, di cosa abbia capito della vita sulle proprie spalle, sulla felicità, sul peso forma, sul trucco da star ed il rapporto perfetto, su come si faccia a raggiungere il Nirvana, sula giusta muscolatura addominale, l’aumento in busta paga, le magliette più trendy di questa stagione e, soprattutto, la stima in sé stessi.

Si, perché sappiamo bene che è proprio grazie alla stima in sé stesso che il coach ha raggiunto tutto, credendoci davvero, facendo squadra, team, clan ma anche pensando positivo, senza rimpianti, facendo i cinque esercizi tibetani ogni mattina, con coerenza, con soli dieci minuti al giorno, seguendo una dieta ricca di polifenoli, senza alcool e con uno yogurt a pranzo.

Diciamogli questo al coach in quell’angolo lì dove lo incontreremo: inondiamolo di massime, di aforismi e diciamogli che siamo venuti a saperlo senza il bisogno di vedere i suoi tutorial di merda o di partecipare ai suoi training perché sono almeno cinquant’anni che i suoi colleghi ci devastano i coglioni e ci fregano montagne di soldi con queste stesse stronzate.

Diciamogli quindi che, se davvero desidera farlo anche lui, i nostri soldi ed i nostri coglioni devastati se li dovrà davvero guadagnare ed anziché venderci i suoi miserabili dvd e le sue dispense sgrammaticate dovrà venire a vivere al nostro posto.

Diciamogli al coach che si trasferisca immediatamente a casa nostra e, se lo farà, manterremo le promesse e pagheremo perché ci sarà davvero stato utile: litigherà per noi con nostra madre, con l’amministratore di condominio, pagherà per noi le bollette insomma ci sostituirà in tutte le piccole, grandi beghe quotidiane.

Ma è altamente improbabile che il coach voglia farsi carico delle nostre problematiche e questo discorso dovrebbe bastare a farlo allontanare in pochi secondi dall’angolo in cui lo incontreremo.

Se però non fosse sufficiente avremo il permesso per dirgli di trovarsi un lavoro, che non si può mica fare un cazzo così, in maniera spregiudicata, che non c’ha mica più vent’anni e, a maggior ragione, se ha vent’anni, che cazzo di coaching vorrebbe fare?!

 

PICCOLO SEGRETO INDUSTRIALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho trovato, in fondo all’armadio, un cioccolatino industriale.

Appartiene alla mia vecchia vita, ora mangio solo cioccolato prodotto da piante italiane registrate all’anagrafe e stagionato per anni nelle culle delle cliniche pediatriche, in Svizzera.

Cosa devo farne?

Quale potrebbe essere la cosa migliore da fare?

Divorarlo e annegare nei sensi di colpa oppure raccoglierlo e riporlo tra i rifiuti non riciclabili, chiamare quelli che ritirano i rifiuti pericolosi, in modo che la sua materia organica temibile non contamini l’humus del mio orto?

Un’altra possibilità è quella che poi è la nostra missione, quella che spetta a noi, guerrieri della luce, nati in questa epoca post-industriale: buttare il cioccolatino chimico nella pattumiera lanciandogli contro mille maledizioni.

Mi avvicino quindi allo scaffale dell’armadio e allungo la mano verso il disgraziato fagottino avvolto nel malefico cellophane colorato.

Più mi avvicino e più salivo come un mastino napoletano di undici anni.

Cerco di darmi un tono.

Cerco di nascondere al mio ideale, la bocca piena di bava e lo stomaco che urla desideri immondi.

Piglio il cioccolatino, spingo col piede sul pedale del secchione e mi scaravento nella trachea il demoniaco, squisitissimo snack.

Non respiro per qualche minuto, ho un Nirvana.

Poi torno in me, mi sistemo, mi lavo i denti, esco di casa guardinga, controllo che nessuno mi abbia vista e scivolo fuori dal pianerottolo verso il mercato contadino.

L’ORGANISTA MARZULLIANO

BRANDED PARODY CONTENT, LE FIGURINE, SINFONIE

Si sa che i musicisti, da sempre, sono fichissimi.

E’ un dato di fatto che sembra quasi far parte del nostro bagaglio genetico.

Fin dai tempi di Mozart ma anche prima, i musicisti hanno sempre fatto innamorare o, quantomeno, hanno un fascino che li salvaguarda dalla notte dei tempi.

Se nasci brutto, sei fottuto.

Se nasci brutto ma musicista comunque te la cavi, Dio è con te.

Se nasci brutto ma organista, la faccenda cambia.

Perché hai sempre Dio dalla tua parte ma nel senso che, a meno che tu non sia Ray Manzarek o Keith Emerson, suoni solo in parrocchia.

E sei fottuto.

Abbiate pazienza se lo dico in questo contesto ma nell’immaginario collettivo infatti, l’organista è un anziano coi sandali da missionario dei Passionisti ed i calzini di spugna che vi traboccano tra le stringhe e poi gli occhiali di Marzullo, la capigliatura di Marzullo, il piglio simpatico e scaltro di Marzullo ma senza il suo conto in banca.

Invece ancora, prepotentemente la Lacoste color carta da zucchero, da missionario.

In sintesi, l’organista maschio è un missionario marzulliano.

Se invece sei organista ma donna sei la copia sputata di Susanna Agnelli ma sempre senza il suo conto in banca.

In entrambi i casi, comunque parliamo di soggetti che fanno un mix di pena e timore ma non certo erotismo.

L’organista, nell’immaginario collettivo ha meno fascino di quello che suona il trombone e, quando ho ricevuto l’invito a questo festival ho subito pensato al personaggio dell’organista che, alla domenica suona in chiesa per i lupetti e durante la settima a trasporta bare o studia chimica.

In tutti questi casi (sia che trasporti bare, che sembri Marzullo o Susanna Agnelli o che, peggio mi sento, studi chimica) immagino un soggetto che difficilmente si possa calmare, fermare o disinnescare mentre sta suonando; non so perché.

Forse si tratta di una reminiscenza delle scuole dalle suore quando, durante le funzioni domenicali, l’organista era un laico posseduto dalle tastiere senza possibilità di domandare un pezzo a richiesta.

Quindi, per ricapitolare, organista: non solo sfigato ma rompicoglioni ai limiti del pericoloso.

Questo, non so se sia l’immaginario collettivo ma senza dubbio era il mio di immaginario.

Fino a quando, un giorno, non ho visto lui:

Ho visto questo ragazzo che mescola, dentro di me, tantissime sensazioni quasi quante i suoi stili.

Lo guardo e vedo contemporaneamente un folletto di Tolkien, un raver di Colonia strafatto di chetamina, uno stilista giapponese l’ossessione per la sperimentazione, un anemico, il cantante dei Vernice, un Righeira con lo stesso parrucchiere di Brachetti e molto altro ancora.

Eppure grazie a lui ho capito cosa significhi suonare sei tastiere per volta, con più di quattrocento registri usando nello istante mani e piedi ma soprattutto ho capito cosa significhi fare tutto ciò sentendosi fichissimi persino indossando gli stivaletti che userebbe Robin Hood se decidesse di entrare nella nuova formazione dei Sex Pistols.

L’organista, se concepito con le sembianze di questo mio nuovo punto di riferimento che è Carpenter, è una figura che ha tanto da insegnare a chi è sfigato senza possibilità di riscatto.

L’organista, visto così, ci insegna che c’è sempre una possibilità per far valere il proprio stile (anche quando improbabile) e la propria personalità attraverso la conquista del mondo mediante i propri talenti.

Un talento, quello degli organisti, indiscutibile altrimenti Carpenter sarebbe in gattabuia insieme a Marzullo che, visto il discorso sui talenti, risulta essere, a questo punto, davvero fuori contesto.

Fuori registro, come direste voi.

Ma non fuori tema, visto che parliamo di organi e lui sopravvive grazie agli organi di Stato.

 

Pezzo scritto con amore per il Festival Organistico dell’Isola di Salina:

UNDA MARIS