SERPENTI

BESTIARIO DI VIAGGIO, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Voglio bene a tutti gli animali però i serpenti non devono rompermi i coglioni.

Vorrei che esistessero due mondi, solo per costringere i serpenti a starsene in quello dove non vivo io; vivrebbero bene, non mancherebbe loro nulla, avrebbero gli insetti da mangiare e tutto il resto.

Vivrebbero bene, assieme alla gente stronza che continua a dirmi: “Guarda che non devi avere paura perché loro hanno più paura di te”.

Ebbene, ci vivessero loro con le bisce.

Bisogna essere davvero ridotti male per non comprendere che non è che abbia paura dei serpenti per l’eventualità che possano mordermi perché sarei già morta di crepacuore, molto prima del morso, nel caso!

Il problema è la vista: capite?

La vista del loro corpo sinuoso, viscido, terribile.

Non posso vederli, neanche se sono in macchina.

Quando capita, dopo averne evitato uno, in modo attento ed apparentemente impassibile, inizio a frenare, fermo la macchina ad un paio di chilometri dal fattaccio ed inizio ad urlare con le lacrime agli occhi, come una posseduta.

Per fortuna, credo che nessuno mi abbia mai visto ma, nel caso, adesso sa perché ed è già una consolazione.

Più che una continua privazione, la mia vita è un perenne tentativo di convivere con questa fobia e sconfiggerla entro i quaranta.

Nel frattempo, mentre capisco come fare, da Maggio a Settembre non entro in un bosco nemmeno attraverso un libro o un documentario; i luoghi dove so che vivono bisce d’acqua semplicemente non li frequento e ciò mi costa molto studio poiché bisogna che mi documenti su quali siano tali luoghi e quindi devo aprire libri o cercare in rete, con il rischio che vi siano delle fotografie ed io, ripeto, se vedo una biscia muoio.

Non importa se sia stata fotografata da qualcuno.

Debbo ammettere che la Liguria mi abbia aiutata moltissimo, in tal senso.

I miei avi vengono da lì, da entrambi i fronti: la parte materna per origine, quella paterna per rifugio politico quindi sono molto legata ad essa e convinta che non abbia eguali; d’altro canto, la terra ligure è anche un posto con una discreta percentuale di serpenti, visto il clima mite, l’acqua e le pietre onnipresenti.

Vivendo lì gran parte del mio tempo libero, ho provato a curare la fobia dei maledetti serpenti di merda (che, ripeto, non voglio morti ma in un altro cosmo), attraverso i suoi bellissimi sentieri che ho percorso senza successo alcuno.

Ogni giorno affronto i sentieri con Mila, sperando che faccia da apripista, che li veda lei per prima e li scacci, come i cani nati per stanare sanno fare.

Ma non ha funziona perché Mila se ne frega d’altronde, di serpente non ne ha mai visto mezzo, nella sua vita, ad oggi.

Ciò che il mio cane vede è solo la sua padrona che grida come una mentecatta, in mezzo al nulla dei boschi.

Qualche giorno fa decido di scendere verso il mare passando attraverso il bellissimo tronco del sentiero che porta da Levanto a Framura, per la consueta passeggiata con Mila.

Il sentiero passa sia per i piccoli borghi che per il fitto bosco che si aggrappa al Salto della Lepre, il piccolo passo che divide Bonassola da Framura.

Appena iniziato il tragitto sembrava andasse tutto bene, dentro alla mia tuta strech nera da Eva Kant e la musica nelle cuffiette al massimo, in modo da eliminare completamente il problema dei fruscii nell’erba, in modo che orecchio non senta e cuore non scoppi.

Arrivata affianco al ruscello, dove la strada si restringe, guardo sbadatamente al bordo destro del sentiero, verso il bosco e c’è una sostanza tubolare lucida ed annodato su sé stessa che si muove.

Grido senza censura.

Grido come se mi stessero squartando con delle forchette da campeggio.

Tutt’ intorno vi sono moltissime case ed anche se i liguri amano star per conto loro (ed anche per questo li apprezzo moltissimo), immagino che nelle loro cucine e nei loro giardini si siano chiesti chi sia caduto nella gola del ruscello.

Mentre grido per tirare fuori le mie viscere terrorizzate e liberarmi, Mila mi guarda, con la testa girata da un lato, come a dire “Cosa devo fare? Ce l’hai con me? Ho fatto qualcosa di male o sei tu il male?”.

Da una piccola porta in legno, in mezzo ai muretti a secco, si affaccia un signore sugli ottant’anni, con una borsina di stoffa sottobraccio.

Lui, il mio grido non l’ha manco sentito e non fa caso neanche al fatto che stia saltando su un piede solo davanti a casa sua.

Deve andarsi a comprare la focaccia, mica ha tempo per me; io però lo imploro di non passare per di lì perché “C’è un serpente! Capisce?! Non passi! Non si può passare”.

Mentre lui, senza manco guardarmi, mi risponde “Guardi che ce l’ho nell’orto il serpente, sarà quello lì, mi mangia tutte le mosche” e fa per andarsene ma io ho bisogno di un abbraccio e così, inabile a controllarmi, gli tolgo la borsina da sotto il braccio e glielo piglio quell’arto lì, implorandolo con lo sguardo di non lasciarmi ma lui mi si scrolla di dosso perché c’è il Coronavirus e la storia delle distanze sociali e lui è anziano e vive in cima ad una collina, non la vuole una squilibrata potenzialmente asintomatica, attaccata al suo gomito.

Si divincola e mi sgrida “Basta! Non fanno niente, sono bisce! Hanno più paura di lei!”

Ed io penso, “Anche tu, maledetto”.

Dopo essersi liberato, il poveraccio prende un ramo e mi guarda, “Cosa fa, scende o resta qui?” ed io deglutisco ma sento che il tipo, anche se scorbutico è stato mandato dal Signore quindi chiamo la Mila che, nel frattempo ha mutato l’espressione di sospetto in un’ atteggiamento di pena profonda e ci mettiamo a seguire Nonno coraggio.

Lo seguo come farebbe un ragazzino davanti ad un mastino napoletano di cento chili incazzato nero, spingendogli la schiena affinché si sbrighi a passare, fino a quando i miei arti inferiori non decidono di bloccarsi completamente, poco prima del punto incriminato.

Il vecchio capisce e col bastone inizia a smuovere la terra ed io sento che Dio mi sta già scrostando l’anima dal corpo e sudo freddo e puzzo di ormoni, quelli della paura, non so neanche come si chiamino.

La terra e le foglie cadono sui mocassini del signore ed insieme alla poltiglia del bosco esce anche qualche piccolo rifiuto, un guanto di quelli da giardinaggio, la plastica di una merendina ed un piccolo pezzo di tubo grigio, staccato da qualche pompa per innaffiare.

Il tubo non è lì da tanto perché non ha ancora lo strato di polvere e fango ma, anzi è bello lucido.

Guardo il tubo ed alzo lo sguardo.

Il vecchio ha gli occhi piantati dentro ai miei e la bocca storta dal disgusto.

Non dice niente.

Butta il bastone per terra, si gira e scende giù per il sentiero.

Io mi siedo su uno scalino ed aspetto il tramonto per risalire a casa, con coraggio, lungo il sentiero.

 

Per chi volesse approfondire circa le fobie da sentiero boschivo:

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/06/i-rettili-della-paura-dal-medioevo-ai.html

SEQUESTRO OLISTICO

BESTIARIO DI VIAGGIO

I

Ci tenevo tanto a fare qualche giorno nella giungla, prima di ripartire.

Così ho prenotato in questo posto coi profili social che farebbero sognare anche i morti coi loro scorci curatissimi da qualche interior- designer newyorkese, con le campane tibetane, i tappetini, gente tonica che si contorce in pose miracolose, incenso e drink pieni di antiossidanti.

I social del posto promettono anche silenzio o tuttalpiù il rumore dell’acqua che entra ed esce dai piccoli tubi di bambù per poi immergersi nelle varie fontanelle e piscine zen dove anche io potrò immergermi per soli duecento euro a notte.

Il canto degli uccelli notturni non lo inserirei fra le promesse del posto perché chi non si è mai trovato nella circostanza di dover dormire nella giungla, condizione piuttosto diffusa, potrebbe non prendere come un lusso miracoloso la proposta serale dei mille animali rauchi che affollano la notte tropicale con furia, come a presagio di morte.

A me piace, però.

Ciò che amo meno è il reggaeton che proviene dalle vie lontane del paese e che la giungla non riesce a filtrare lasciando trapelare le tipiche percussioni elettroniche di quel genere musicale che anticipa la fine del mondo e che mi tanto mi ricorda quando, in casa dei miei si rovesciava il ripiano delle pentole ma c’è a chi piace.

Che poi è un po’ il problema dell’umanità, questo fatto che ci sia sempre una fascia di pubblico con evidenti gusti di merda da dover rispettare.

Il posto in questione si trova ad Ovest rispetto alla Riviera Maya, lì dove un tempo si celebrava la terra e si compivano rituali con sacrifici umani nei cenotes oggi sorgono piccole capanne chic, disseminate per un bel pezzo di giungla e frequentate da gente tatuata e vestita di bianco.

La stessa gente che va al Burning Man da quando ha saputo che ci si debba andare, la gente che si vergogna di dire che campa delle rendite di qualcun altro e quindi s’inventa professioni al limite dell’hobby che terminano tutti con – consultant.

Le capanne, per chi avesse voglia di fare un’esperienza mistica di qualche giorno sono ovviamente bianche e molto semplici, almeno in apparenza poiché all’interno c’è realmente tutto il necessario per sopravvivere a Miami, ad un diciassettesimo piano: bollitore, vasca idromassaggio, due amache lunghe e sottili in macramè, nel caso in cui i due matrimoniali King-size annoiassero e trentadue libretti con tutti i servizi offerti dalla struttura, durante i giorni di penosa permanenza.

All’esterno, il polmone verde, quello spazio che più che giungla sembra un giardino zen tirato a lucido da monaci giapponesi ed effettivamente c’è chi mantiene tutta quella patinatura in piedi ma è gente maya molto sudata.

La gente del posto, privata delle sue terre tanto tempo fa dal colonialismo subisce ancora lo schiaffo da parte dei ricchi, come fosse consuetudine, lavorando in tutti i campi più umili per i nuovi coloni, gli imprenditori grassi del paese confinante, quello che costruisce i muri e poi li scavalca per andare al Resort.

Tra i lunghissimi alberi sottili che infittiscono il bosco dovrebbero esserci anche le famose liane dell’ayahuasca che non credo possano mancare, purtroppo però non le so riconoscere.

Le leccherà qualcun altro.

Le tre piscine invece si che le so riconoscere: hanno acqua verde, limpidissima e rafferma, senza un filo di onda per non scandalizzare i chackra degli ospiti, già messi a dura prova dal 5G presente in ogni spazio ed anfratto per consentire di postare foto con gli hashtag giusti.

Arrivo alla reception e mille campanelli di ceramica attaccati alle tende si mettono a suonare, come se mille porte d’ingresso di ristoranti cinesi venissero aperte in simultanea.

Mi accolgono due ragazze francesi vestite dello stesso colore dei mattoni; non sarei mai riuscita a riconoscerle così mimetizzate, se non fosse stato per i loro rossetti.

Non bastasse il camouflage, le due segretarie, che però qui si chiamano “experience-assistant”, non parlano ma bisbigliano, forse per non spezzare la magia della giungla, per non disturbare le buone vibrazioni col loro lavoro pratico così volgare ma io avrei bisogno di qualche informazione e dentro di me so già che finirà male.

Faccio il check-in per intuizione, leggendo il labiale delle due ragazze che paiono schifate della mia aurea urbana, appena arrivata a contaminare il loro bosco sacro.

Una delle bisbigliatrici si offre di accompagnarmi alla mia capanna guidandomi attraverso la giungla: forse pensa che tra le piscine, il bar macrobiotico e la boutique potrei trovarmi in situazioni di pericolo ma l’unico vero rischio è che porti via metà della ghiaia dai sentieri con le ruote del mio trolley.

Nei tre minuti di cammino verso la mia capanna riesco ad accumulare una piccola montagna sabbiosa con cui si potrebbe spianare un parcheggio e la mia valigia vi è ingolfata dentro.

La giovane francese non si lascia scomporre dal mio cattivo gusto e con una piccola radio chiama subito Nacho il quale, quasi come se vivesse appostato sugli alberi intorno al sentiero si materializza al nostro cospetto ed issa la mia valigia sulla schiena sorridendo come se fosse un’inconveniente di cui godere.

La mia capanna è, come già detto, capanna solo esternamente: gli interni sembrano appena allestiti da un team di produzione di still-life per chissà che magazine di architettura.

Ho una vasca ed una doccia ma l’idea di sostituire uno di questi due sanitari con un fottuto bidet non è venuta a nessuno, come al solito.

Il pavimento è rivestito con delle maioliche verde bottiglia con striature di arancio tropicale tirate a lucido e la capanna affaccia direttamente su una delle tre piscine miracolose che però scoprirò essere il ritrovo preferito di una comitiva di cinquantenni di Miami col vizio del Mezcal, a partire dalle undici e trenta del mattino sino a che non arrivi l’oblio della notte a portarsele via.

Durante la prima notte in capanna faccio esperienza e scopro che le signore sono dure a morire e che resistono duro, forse grazie alle organic-bowls che ti preparano qui come unico companatico disponibile.

Per tenermi occupata durante la notte e non subire e basta le urla primitive delle ragazze del Mezcal che si uniscono a quelle degli uccelli notturni, prendo a cuore un’operazione importante, a nome di tutti gli scrittori del mondo: spostare la scrivania dal muro della capanna e piazzarla in mezzo alla grande stanza, fronte finestra.

Quando una scrivania viene fissata contro il muro, da qualche parte nel mondo, uno scrittore di romanzi muore.

Come si fa a non pensare che ci sia ancora qualcuno voglioso di scrivere in un contesto del genere?

E come si può pensare che debba trovarsi in mezzo alla giungla a scrivere contro un muro color senape?

La scrivania pesa un quintale ed impiego due notti e mezza mattinata con Nacho per spostarla senza sfregiare le maioliche.

Spero sia ancora lì, orgogliosa, fronte-giungla, piazzata contro l’enorme finestra, grande quanto una parete, a gridare silenziosamente a tutti quanto sia sciocco obbligare qualcuno a scrivere contro una parete soprattutto se vi è anche attaccato ad altezza nuca, un braccio di metallo che regge il televisore al plasma pronto a ferire lo scrittore, già abbastanza umiliato dalla vita e dagli editori.

La mattina in cui riusciamo finalmente a sistemare il mio mobile preferito, le signore del Mezcal partono ed io inizio finalmente a scrivere questo resoconto col solo canto degli uccelli mortiferi.

A proposito di presagi di morte, val la pena menzionare il ristorante e le sue organic-bowls.

Ogni mio spostamento di piacere come di lavoro è sempre stato legato alla scoperta di un posto dove si mangi e si beva bene.

Se ho delle trasferte di lavoro organizzate da qualcun altro, chiedo sempre di lasciar fuori dai piani qualsiasi tipo di programmazione dei pasti, in modo da poter cercare io, il posto giusto dove infilarmi per tre ore ed uscire più contenta di prima anche se a rischio blocco intestinale.

Chi sa riconoscere e trasformare le materie prime commestibili è una specie di eroe per me: più degli scrittori che riescono a concentrarsi contro un muro.

Di norma, i ristoranti dove la proposta è fatta al 90% da un buon piano di comunicazione, mi fanno cacare a prescindere.

Non mi fido di quelli che fanno troppa comunicazione.

Il ristorante di questo luogo troppo zen per i miei nervi è uno di quei posti dove pensano che ci si possa saziare col marketing: al primo appuntamento con la proposta della cucina di giungla ho un mancamento quando arrivano le prime portate.

La moda degli schizzi di cibo è arrivata anche qui.

Dove sono gli dei Maya della morte quando servono?!

Frutta e verdura sono, ad uno sguardo appena esperto, visibilmente state tolte dai imballaggi, nel retro del bellissimo patio in legno del ristorante ed assemblate tra di loro in modo da dare al piatto un aspetto fotografabile.

Ma il piatto oltre che fotografabile dovrebbe anche essere commestibile: è così assurdo?!

Ancora non saziata dagli schizzi ordino delle microscopiche polpettine di alghe che arrivano con sopra delle pesanti guarnizioni cremose color nero di seppia che fanno sembrare il piatto un preparato di funghi allucinogeni lasciati al sole a squagliarsi.

Dulcis in fundo, i dessert “senza niente” fatti con farine ricavate da foglie indigene che andrebbe anche bene se avessero un sapore alternativo alle bacche di vaniglia, onnipresenti come pidocchi nella testa dei bambini delle elementari quando arriva la stagione.

Scopro che tengono talmente tanto alla salute degli ospiti che non servono alcolici ma solo Mezcal e capisco le signore di Miami rimpiangendo di averne desiderato la morte in piscina; così preparo il mio fegato a subire il colpo più pesante degli ultimi anni: quello di sopperire alla grande quantità di vino che consumo con un paio di bicchieri di questo distillato che, se aggiunto alle alte temperature messicane e alla mia proverbiale bassa pressione basteranno a mandarmi in un’altra dimensione nel giro di pochi minuti.

A differenza delle signore di Miami però, la mia personale sbronza da Mezcal si presta meglio al luogo perché è un tipo di ubriacatura silenziosa e tristissima, di quelle che vuoi morire, anche se hai il vestito di lino bianco e gli anelli di ottone forgiati dal curandero delle montagne.

Per fortuna, al mattino servono una bevanda chiamata in un modo diverso, a seconda di quanto sia figo il posto dove la preparano; qui si chiama Latte Magico ed è fatto con quintali di curcuma che ti colorano i denti da eroinomane, cannella e latte di avena caldissimo: va bevuto entro le sette e mezza del mattino perché altrimenti ti si squagliano gli organi interni ma pare sia un elisir di lunga vita.

Lunga e zen.

Dove sono gli dei Maya della morte quando servono?

 

II

A volte basta un solo pasto in un ristorante per convincerti che non dovrai dare altre chances a quel fottuto posto quindi una mattina decido di fuggire dal Retreat per trascinarmi in centro, in modo da racimolare qualche burrito con dentro del companatico serio prima di morire, specialmente continuando a bere Mezcal con quei ritmi.

Così, verso l’ora di pranzo, quando in giro ci sono poche Experience-assistant che possano vedermi, denunciarmi e riportarmi al detestabile bistrot crudista me ne fuggo in paese e mi rifugio dentro ad un supermarket ben fatto ma gestito da una francese simpatica come una malattia venerea sconosciuta.

La francese si fregia del primato di essere arrivata qui tanti anni fa prima del turismo di massa ed ha in sé quella stessa prosopopea che appartiene a tantissime persone che scelgono di trasferirsi in un luogo tropicale, ancor poco frequentato da stranieri e che, quando finalmente arriva l’esplosione turistica, pur basando la propria sussistenza sullo sfruttamento di quegli stessi turisti, iniziano ad odiare quei poveretti e a considerarli tutti, in blocco, dei coglioni.

Forse esiste ancora una qualche forma di reminiscenza in certi popoli, tipo francesi o spagnoli, di quei tempi andati in cui radevano al suolo intere civiltà per appropriarsi dei loro territori e poter dire che c’erano arrivati loro per primi, che l’avevano scoperte loro quelle terre ma oggi bisognerebbe darsi una calmata e capire che sia giusto smetterla con questa farsa del “L’ho scoperto prima io questo paese, coglione!”

Vado dalla francese perché ha una selezione di prodotti davvero ben fatta e mi ostino a parlarle in spagnolo nonostante lei si rivolga a me esclusivamente in inglese poiché sono bianca e dunque forestiera, miserabile ed immeritevole di parlare la lingua del posto; non importa che lo sia anche lei perché lei c’è arrivata prima, in questo posto.

Lei è qui da vent’anni e prima era una meraviglia, chiaro?!

Quando mi comunica il totale che dovrò pagare per due fregnacce in croce, mentre una giovanissima messicana mette i prodotti dentro alle buste perché lei ha le unghie con la french (ovviamente) a me viene l’istinto di saltare sul bancone e prenderle il collo tra le mani gridando “Ma quanto la paghi questa roba qui, tu?! Eh, bastarda?!”, ma non lo faccio perché poi si terrebbe la spesa ed è l’unico posto utile e vicino al Retreat dove devo tornare velocemente perché alle 15 ho prenotato un trattamento craneo-sacrale e sono certa che una rissa al supermarket non aiuterebbe i miei chakra e non arriverei con la linfa equilibrata, etc.

Me ne torno così al jungle-resort con le mie borsette di stoffa strapiene di cibo che andrà a sostituire il menù Detox che inoculerei volentieri nel deretano dello chef, prima del termine della vacanza.

Tutto questo astio non aiuta ma anzi va in contrasto con l’intento zen del soggiorno, devo stare calma.

Con la scorta di sopravvivenza mi sento più tranquilla e posso affrontare la mia personale lotta per raggiungere la calma che promettono questi signori saggi, la giusta respirazione, l’assenza di ansia e le altre cose bellissime e sconosciute alla mia personalità.

Alle 14:50, come da accordi con l’Experience-assistant di turno, mi piazzo davanti alla capannina dei massaggi ed attendo l’operatore che dovrà farmi il trattamento.

Alle 15:10 arrivo furente alla reception perché alla capannina non si è presentato un cazzo di nessuno ed io non ho tempo da perdere perché alle 18 ho la lezione di Yoga con Matzel, la mia prima lezione di yoga sul posto, gratuita per diritto, visto che ogni ospite ne ha una gratuita da sfruttare e non voglio certo perderla.

La francese mi bisbiglia che l’operatrice sta arrivando, di attendere ancora un pochino, di avere pazienzina e tante altre piccole cosine.

Dopo quindici minuti ad essiccare sulla panchina di fronte alla reception arriva un taxi a tutta velocità e vomita giù una donnina grande e larga come una lenticchia, un essere della foresta tutto sudato che ansima come una foca e implora pietà alla francese, non accorgendosi che io son lì, sulla panchina a scongiurare che non sia lei, l’operatrice perché essere toccata da uno sconosciuto sudato dovendolo anche non mi è mai piaciuto.

La signora lenticchia si presenta come Maria ed osa dirmi di seguirla che mi accompagna alla capanna dei trattamenti quando io, quel sentiero lì l’ho consumato nell’attesa e glielo dico subito e lei ride e si scusa ed io ho già mal di testa da tutte quelle scuse e penso solo al suo sudore.

Entriamo nella capanna che è freschissima e rigenerante ma io penso ancora al sudore di Maria che le si sta asciugando sulla pelle e non mi sento a mio agio.

La capanna è in legno scuro e muratura bianca, ha tante finestre quante sono le pareti e un lungo davanzale che corre lungo tutto il suo perimetro rotondo, sopra al quale vivono delle orchidee bianche e viola; al soffitto sono appesi vari campanelli e altri aggeggi fatti con piccole pietre in vetro attaccate ai fili che quando si scontrano tra di loro emettono suonini zen mentre io penso alle chiazze gialle e salate che Maria avrà sulla schiena, sulla sua uniforme bianca praticamente da buttare.

Maria dice che mi attenderà fuori e che intanto io posso prepararmi e mi indica una bustina con dentro delle mutande usa e getta ed un asciugamano.

Una volta uscita Maria, apro la bustina e scopro che anche in questa occasione, le mutande usa e getta sono di una gigantesca taglia unica, praticamente una tenda per doccia in plastica e rete di cotone che non riesco ad indossare senza sembrare una mummia quindi le piego e le appoggio affianco ad un’orchidea che guarda la scena schifata.

Quando Maria rientra io faccio finta di avere gli occhi chiusi, come sempre, in questi casi invece sono vigile ed attentissima a tutti i suoi movimenti perché non dimentichiamoci che è una sconosciuta messicana, senza dubbio ancora affaticata ed innervosita dal ritardo ed io non ho idea di come possa reagire.

Purtroppo però Maria gioca sporco ed inizia a nebulizzarmi ad altezza fronte uno spray aromatico all’olio dell’albero del tè che mi acceca completamente e mi costringe a serrare gli occhi per non morire di congiuntivite durante il trattamento.

Quando Maria inizia a massaggiarmi il cuoio capelluto si presentano idealmente al mio cospetto, le due Arianne in profondo dissenso reciproco: c’è la parte di me che si vorrebbe rilassare che comincia a sussurrarmi in testa: “Bello, eh? Te lo sei meritato. Goditi questo trattamento, respira ed ascolta il tuo corpo mentre la tua testa viene curata da questa mistica della giungla” e poi c’è la parte di me scettica che sibila contemporaneamente: “Beh, per duecento euro forse si sarebbe potuto anelare a qualcosa in più di una signora strappata a qualche bar malfamato che ti gratta la cute. Questo non è un trattamento cranio-sacrale e lo sai. Queste sono delle unghie che ti graffiano cute e cuoio capelluto e con tutti i capelli che c’hai ti sembra anche bello ma, cara mia: duecento, fottuti sacchi”.

Durante la prima mezz’ora è un continuo fare a botte con le due voci che si schiaffeggiano dentro alla mia testa massaggiata da Maria che senza dubbio starà ancora pensando a quanto le costerà caro il suo ritardo di oggi e a quanto sono maledetti i francesi che hanno colonizzato la sua giungla, non bastassero gli yankees.

All’improvviso, proprio quando sembro avvicinarmi a qualcosa di simile al rilassamento, nella giungla si rompe un urlo di gruppo terribile.

Il grido di massa si diffonde nel bosco ed io salto sul lettino con gli occhi vitrei, in attesa di capire se bisognerà scappare dalle finestrelle della capanna o rifugiarsi dentro agli armadietti degli asciugamani per salvarsi dai cannibali.

Maria sorride e mi invita a restare sdraiata; dice che “Stanno praticando l’Arpertizma”, o qualcosa del genere.

In effetti le urla che continuano ad interrompere il bel silenzio del primo pomeriggio nella giungla, sono ben calibrati, pur essendo terribili e sembrano piuttosto frutto di un allenamento meccanico anziché la reazione conseguente ad una mazzata sui genitali.

Maria mi spiega molto seria che si tratta di un’antichissima meditazione maya che viene praticata da un gruppo di adepti raccolti intorno ad una capanna sudatoria e guidati da un maestro, in modo che il grido non si disperda ma purifichi animi ed ambiente circostante ed io cerco in Maria, uno sguardo di intesa che possa metterci d’accordo sul fatto che si, sarà certamente una pratica utilissima ma fa anche un po’ ridere, a pensare che un gruppo di stronzi si metta a gridare come animali decollati, in mezzo alla giungla, per di più proprio accanto alla capanna dove una poveretta sta cercando di farsi fare un massaggio rilassante al cranio.

Invece Maria è serissima; forse finge per rendersi credibile agli occhi di una cliente oppure semplicemente ha smesso di considerare l’opportunità di prendere per il culo i turisti perché è cosa vecchia, che non porta frutto, visto che continuano a tornare nella giungla, pagando profumatamente per gridare e mangiare bacche.

Ma io vorrei dirglielo a Maria.

Vorrei dirle “Io son come te: ti capisco, Maria. Questi sono degli esauriti, altro che Arpertizma o come cazzo si chiama. Andiamoci a bere una birra in paese, torniamo alle cose semplici e smettila di grattarmi la testa.”

 

III

Il tramonto nella Giungla arriva presto e l’ora d’oro concede ai raggi del sole di infilarsi fra le liane leggere e fra i tronchi snelli ed ossuti che affollano la zolla di terra ancora concessa alla vegetazione dalla mostruosa febbre edilizia che impera nella zona della Riviera Maya.

Scendendo da Cancun verso il sud della Penisola, laddove lo Yucatan incontra il Quintana Roo, la piccola autostrada somiglia alla galleria a cielo aperto di un centro commerciale dove, anziché negozi e tex-mex, scorre un’interminabile sfilza di Resort con certi ingressi davvero inopportuni per il luogo, lussuriosi e presuntuosi come scenografie di Jurassik Park mollate in mezzo alla strada oppure come porte di accesso a regge reali, con leoni rampanti in pietra, gabbiotti da cui spuntano agenti messicani in uniformi che imitano quelle poliziesche e monumentali archi in granito che si stagliano nel cielo dei Caraibi, per onorare i minivan con gli americani più spregevoli in circolazione che arrivano dalle loro città opulente per replicare in spiaggia uno stile di vita che sfascia ecosistema e buon senso.

Non è che non sopporti gli americani, anzi.

Apprezzo quegli americani che combattono, ogni giorno per somigliare a sé stessi e che riescono a migliorare il pensiero critico mondiale con il loro innato, genetico ed immenso dono della perseveranza nella fede che chiunque possa crearsi il mondo professionale che ha sempre sognato.

Qualcosa che noi italiani facciamo fatica anche solo ad immaginare.

Ma, a parte quelli provenienti dalle zone fortemente contaminate dall’immigrazione, gli statunitensi che usufruiscono di questi giganteschi mostri sui litorali colonizzati dal dollaro chiamati Resort, sono ben lontani dall’ideale gradevole che intendo: più simili alle pop-star puzzolenti di vaniglia, questa gentaglia arriva con la Samsonite piena di creme glitterate, di top leopardati e camicie a righe colorate o coi pappagalli garruli e si piazza sul bagnasciuga per un paio di settimane, senza interessarsi minimamente alle zone limitrofe visitabili, al massimo infilandosi nel pullmino con l’aria condizionata a tutto gas (solo gli americani possono sopravvivere a certa aria condizionata, così come al consumo animalesco di ghiaccio nelle bibite), per farsi portare all’outlet o nei poveri cenotes, un tempo luoghi magici e sacri, oggi mere postazioni per selfie.

Nella maggior parte dei casi, questi germi anglofoni se ne stanno, come già detto, sui loro lettoni di velluto in spiaggia e l’unico movimento che fanno è quello del braccio alzato per chiamare il servo locale, munito di radiolina e di cappellino con la visiera color sabbia, per farsi portare un Margarita oppure ordinare un massaggio, con molta probabilità migliore di quello che ho appena sostenuto al fottuto Retreat mistico dove sto soggiornando, mio malgrado.

Andrà meglio con la lezione di Yoga.

Anche perché, a differenza della grattata alla cute appena subìta , la lezione di Yoga sarà gratuita!

Alle 17:58 mi faccio trovare al centro della giungla pettinata, davanti al grande padiglione preposto per le lezioni, come consigliato sulla lavagna, alla reception.

In realtà, sulla lavagna consigliavano di arrivare dieci minuti prima dell’orario di inizio ma io sono romana e non ce la faccio proprio. Anzi, mi sento in grande imbarazzo ad arrivare con così tanto anticipo e a starmene lì, col cellulare in mano seduta sugli scalini anziché piombare all’appuntamento con qualche minuto di ritardo ma più entusiasta, ansimante e pronta a tuffarmi nel pieno dell’attività già iniziata.

Non sopporto quelli del Nord che, quando ci si accorda per un appuntamento, facciamo conto alle dodici, osano telefonare alle undici e cinquanta solo per dirti “Ciao, io sono qui”.

Alle undici e cinquanta, una qualsiasi persona sana che abbia un appuntamento a mezzogiorno sarà, con molta probabilità, occupata in attività delicate, come la ricerca di un parcheggio, il pagamento di quello stesso parcheggio alla macchinetta che non sai mai come cazzo funzioni oppure, come nel mio caso, ancora sull’uscio della porta di casa o ancora, tornando indietro per recuperare il cellulare dimenticato sul tavolo all’ingresso oppure le chiavi di casa o la sciarpa perché c’è un po’ d’aria o ancora l’anello di ottone, complemento imprescindibile per l’appuntamento.

Ricevere, in quel frangente, una telefonata in cui mi si mette inevitabilmente ansia e prescia senza motivo, visto che l’appuntamento (che, a questo punto non vorrei mai aver preso) è a mezzogiorno e non alle undici e cinquanta è segno di grande maleducazione e va punito almeno con un ritardo.

Nel caso della lezione di yoga però, mi rendo conto che sarà meglio arrivare un pochino prima perché mostrare ansia in tale circostanza fa brutto, mi guarderebbero tutti male e mi terrebbero a debita distanza per evitare che la mia aurea sporca d’inquietudine contamini i loro chakra.

Insomma, arrivo davanti al padiglione in legno che è davvero incantevole e, distratta dalla struttura progettata da chissà quale architetto danese, calvo e crudista, incespico dentro al cumulo di ciabatte abbandonate fuori dalla porta d’ingresso: sono tantissime, sembra il cimitero di guerra americano ad Anzio solo che, al posto di piccole croci bianche ci sono migliaia di flip-flop sformate dai piedi degli yogi.

Non è che sia proprio a digiuno dalla pratica dello Yoga, comunque.

Il fatto è che riesco ad appassionarmi ad un’attività sportiva solo quando è concepita come tale e magari si respira anche un po’ di competizione mentre a Yoga si respira e basta; inoltre, alla fine della classe, quando sei bello sudato e vorresti gustarti il particolare piacere che si ricava dall’aver faticato dentro a tessuti tecnici, sei invece obbligato a distenderti a terra tutto sudato e a meditare, rilassando il tuo corpo che invece vorrebbe sprigionare le endorfine ricavate dall’allenamento.

Ad ogni modo, lo sport mi piace e poi, ripeto, è gratis e in un posto del genere la parola gratuità è una gemma preziosa nascosta nel tunnel più profondo della miniera.

La nostra insegnante è una messicana bianca, alta un metro e quarantotto ma con un’evidente potenza sovrannaturale, tutta rappresa nel piccolo corpo e che è possibile percepire anche a molti metri di distanza, quelli a cui mi tengo io, con la reverenza ed il timore che ho sempre avuto nei confronti dei maestri, a prescindere dalla mia preparazione.

A differenza di tutte le altre occasioni sportive o sociali, qui nessuno chiacchiera prima della lezione, anzi: siamo tutti scalzi e silenziosi e se c’è qualcuno che si fa scappare un saluto, una battuta o due parole, tutti gli altri si girano e lo guardano male mentre sistemano il proprio tappetino in cerchio; sorridono ma sono severi e sembrano voler dire, senza parlare che quel “Ciao” sussurrato è cosa grave perché non si può, si rovina tutto, si sbilanciano gli equilibri.

La lezione inizia senza preavviso.

La maestra si volta di scatto dalla postazione dell’impianto stereo su cui era ricurva e, dopo aver alzato a bomba il volume della musica tibetana, manco fossimo a spinning, si piazza in mezzo al cerchio di tappetini ed incrocia le gambe e tutti gli altri capiscono quindi mi adeguo anch’io.

La lezione dura due ore e mezza, senza possibilità di fuga né di retrocessione: se ti sei piazzato col tuo tappetino in prima fila e non nei vortici delle retrovie, peggio per te, son cazzi tuoi.

A differenza della maggior parte delle altre discipline, qui la maestra fa lezione con noi, non s’interrompe mai, se non in quelle poche, umilianti occasioni in cui si mette a girare per i tappetini, per “sistemare le posizioni” dei mediocri come me, senza che nessuno di noi possa lamentarsi mentre lei gira il nostro busto e gli arti in senso contrario a quello naturale.

Affianco a me ho, da un lato un italiano sui sessanta, bravissimo e che cerco di copiare durante tutta la lezione, sbagliando il senso della postura e ritrovandomici sempre faccia-a-faccia quando tutti si voltano dalla parte giusta e, dall’altro lato c’è un americano, pallido come se avesse contratto la malaria, il classico tipo desideroso di attaccare bottone persino in una condizione così off-limits.

Ogni volta che siamo in piena posizione, che so, dell’arciere oppure impegnati in un ponte o in qualche altra mossa che ci gonfia la faccia di sangue, per lo sforzo, lui è l’unico talmente stupido da avere il coraggio di commentare ad alta voce e, se non bastasse, continua a ripetermi “Don’t follow me!”, quando io ho compreso fin da subito di che razza di capra si tratti e non ho alcuna intenzione di prenderlo come esempio eppure lui, gridando queste cose, offre al resto della classe l’impressione che io lo voglia copiare e così risultiamo una coppia di perfetti imbecilli, venuti alla classe solo perché gratuita, che poi è un po’ così ma, brutto stronzo, lasciami almeno la possibilità di dissimulare, data la circostanza chic ed i miei abiti così azzeccati, in cotone e lino purissimi, scelti appositamente per dar l’impressione di avercelo nel sangue, lo yoga.

Ma niente, certi americani sono da squartare, come già detto ma questo non è un pensiero puro, da yogi e sto disturbando l’energia della classe.

Purtroppo la maestra, com’era prevedibile, passa anche affianco al mio tappetino per sistemarmi la posizione: le mie gambe sono divaricate e fin qui tutto bene, il busto è inarcato verso la gamba sinistra e la mia mano tocca il piede non senza fatica ma anche con orgoglio visto che, ancora dopo vent’anni campo di rendita grazie alla ginnastica ritmica e riesco ad arrivare alla caviglia, con le dite.

Eppure non mi accorgo che il busto non sia, per la maledetta nana abbastanza perpendicolare alla gamba sinistra, non formi la linea retta di cui sta parlando, sussurrando in inglese e in spagnolo, con una tecnica simultanea che manco ai congressi medici internazionali; così la maestra bassa ma poderosa, senza preavviso mi sblocca il braccio destro tirandomelo il più possibile verso il soffitto, facendomi somigliare ad una specie di squadra umana usata per spiegare la geometria ai bambini, sui libri delle elementari.

In risposta a questa provocazione, la mia gamba sinistra inizia a tremare come una saldatrice dei primi del Novecento, riaccesa dopo un secolo di fermo.

La mia faccia diventa dello stesso colore di una grossa vena varicosa e la maestra ha pure la presunzione di dirmi “Respira! Se non respiri non è Yoga ma ginnastica”.

Ebbene, cos’hai contro la ginnastica, brutta stronza zen?!

Noi tutti siamo cresciuti con la ginnastica, prima che arrivassero, negli anni Novanta, i tuoi progenitori di Miami, coi pantaloni dal cavallo calato, reduci dal viaggio in India a dirci che esisteva anche lo Yoga ma non per questo la ginnastica deve retrocedere ad uno sport per gente che morirà prematuramente rispetto a voi.

Questo penso mentre respiro di brutto per sopravvivere, sperando che coi suoi superpoteri, la maestra non riesca a leggermi nel pensiero ed è incredibile ma funziona!

Più respiro e maggiore è la mia capacità di rendere i miei muscoli un filino più elastici e la sensazione è meravigliosa e la maestra, incapace di leggermi nella mente mi sorride benevola e prosegue verso il tappetino dell’americano tisico ma non ci si avvicina nemmeno, tanto il tizio rantola sul suo affare di gomma, in modo indecoroso.

Gli lancia un’occhiata schifata e prosegue verso alcune femmine molto più performanti ed il poveraccio ci rimane male.

Rivolto verso di me, lo vedo che aspettava una raddrizzata e che, alla fine, oggi era venuto qui per imparare, con tanta buona volontà, privandosi persino della birra in spiaggia, al tramonto ma la maestra prosegue cattiva mentre io, non so per quale strano riflesso inconscio, lo guardo dritto negli occhi e gli ringhio crudele, facendomi sentire da tutta la classe: “Follow me”.

Ecco finalmente, l’ho rimediata anche nello Yoga, la competizione che cercavo ed ora, mentre vibro nell’aria come un lampione a Trieste, la scarico su di te, brutto incapace malarico.

Voi americani siete il male della terra: seguimi che ti porto all’inferno. Ohm.

 

IV

Dopo la disavventura nella giungla mi sono ripromessa di fermarmi, durante le ultime tappe di viaggio, solo in posti veri e realmente capaci di comunicarmi genuinità anziché sperimentazioni di piani marketing per miliardari cocainomani, con tutto il rispetto per lo yoga ed i miliardari.

Non che disprezzi del tutto i miliardari cocainomani, anzi.

Il settore mi diverte parecchio.

Si tratta di una categoria diffusa in tutto l’Occidente che si diffonde, come tutti i gruppi che basano la propria sussistenza sul background personale anziché su costumi etnologici, con equa spartizione tra le grandi città ed i più bei posti naturali dove però, per un motivo o per l’altro, il costo della vita è insostenibile per la gente normale o autoctona.

Quest’ultima, quando arrivano i miliardari cocainomani ha soltanto due possibilità a disposizione: estinguersi come, in sostanza sta succedendo ad esempio, ad Ibiza o a Bali oppure prostrarsi alla legge triste (e qui si torna all’etnologia), secondo cui debba esistere una mostruosa distanza sociale fra una categoria e l’altra di persone; tale distanza, gli indiani la chiamano “casta” ma esiste un po’ in tutto il mondo, anche nei contesti meno prevedibili.

In Messico e, più in generale in tutti i paesi che hanno subito violente colonizzazioni, tale, demotivante processo è molto evidente ma sotto certi aspetti riesce a far sorridere il fatto che, in luogo dei coloni o dei grandi imprenditori senza scrupoli di una volta, oggi vi siano sub-cinquantenni che campano grazie ad immobili gestiti in affitto da terzi, nelle loro città di provenienza oppure contando su rendite provenienti da eredità o da genitori scriteriati che permettono a questi pseudo-giovani di tirare avanti nelle località più belle del pianeta e di tirare indietro, nel naso, cocaina di prima qualità che manca invece nelle loro città.

A Tulum mi è parso che esista tutto ciò, con l’aggravante bizzarro ma simpatico che i miliardari in questione facciano yoga e di giorno sembrino appena usciti da una purificazione karmica in chissà quale ashram che li fa apparire tutti come le giuste guide mistiche che servirebbero nella vita, se soltanto la vita terminasse alle undici di sera e non si potessero incontrare dopo quell’ora, con la mascella slogata dalla droga, in qualche festa techno sulla spiaggia.

Mantengo quindi la promessa e parto l’indomani verso il Nord della penisola, per visitare le piramidi e conoscere veri messicani, prima di ripartire.

Nei giorni successivi però mi rendo conto che senza le danze dei miliardari cocainomani non mi diverto e che, in realtà è difficile, in così pochi giorni riuscire ad introdursi nella vita sociale del posto perché turisti e locali sono tenuti e si tengono a debita, reciproca distanza.

Dall’Italia, poco prima di mettermi in viaggio da sola mi avevano dipinto il popolo messicano come un’etnia di tagliatori di testa specializzati, indipendentemente dalla regione o dall’estrazione sociale.

Alcuni avevano inorridito immaginandomi al volante di un’auto a noleggio però mi avevano anche intimato di non prendere per nessuna ragione al mondo, i pullman pubblici perché erano i mezzi preferiti dai rapinatori che, in un modo o nell’altro finivano per tagliare teste, non riuscendo a contenere la voglia di esibire le specialità del luogo.

Una volta in Messico poi, ci avevano pensato i nuovi coloni a far mantenere le distanze tra me e la popolazione locale; i messicani, come già detto lavorano negli alberghi, nei bar, nei ristoranti sulle spiagge e, a parte prendere l’ordine di ciò che vuoi e comunicarlo alla cucina con una radiolina, non riesci in nessun modo a farci amicizia.

Tutti questi ingredienti, assieme al poco tempo di viaggio hanno reso complicata la conoscenza di gente del posto per poter tornare a casa con il contatto di qualcuno che potesse ospitarmi al prossimo viaggio; in compenso però ho conosciuto Sylvia, una miliardaria cocainomane.

Quando s’incontra una persona che viaggia da sola, di rado ci si chiede perché stia viaggiando da sola perché l’entusiasmo di conoscere è la scintilla che ti spinge a viaggiare e quindi non sempre è possibile riflettere.

Personalmente non ho scelto di viaggiare da sola ma ci sono ritrovata, essendo tra quei professionisti che hanno tempo libero per farlo, solo in momenti dell’anno molto del cazzo, in cui la maggior parte delle persone lavora; ho fatto quindi di necessità, virtù.

Sylvia invece fa parte della categoria già menzionata che può scegliere di viaggiare come e quando crede perché nessun impegno la reclama a casa e, qualora vi fosse impegno urgente può delegare oppure rientrare, firmare una carta e ripartire.

Questa giovane donna francese, mia coetanea, imprenditrice come dice lei e molto arrabbiata con la vita ha mutilato gli ultimi giorni del mio viaggio e mi ha fatto desiderare la mia patria che, comunque è sempre un bel sentimento.

Sylvia mi abborda letteralmente durante una visita guidata ad un tempio Maya, in notturna.

Non è mio costume prenotare visite guidate ma a quelle in notturna non so resistere; tanti amici a Tulum mi avevano avvisato, avevano cercato di farmi desistere dall’idea di prenotare ma io, cocciuta come una capra valdostana (che si ostina a dar credito ad un luogo non lambito dal mare), avevo prenotato, giusto la sera della lezione di Yoga.

Arrivata sul posto, dopo circa un paio di ore di viaggio senza traccia di tagliatori di teste, ho parcheggiato la mia macchina nel piazzale dove i cartelli dicevano di parcheggiarla, non senza notare che fosse l’unica autovettura in un oceano di giganteschi bus.

Ho percorso un viale di terreno battuto, illuminato solo da qualche fiaccola lungo il sentiero; l’ho percorso sentendomi addosso le mille voci degli amici italiani che prevedevano la mia brutta fine descrivendo il modo in cui il mio cranio sarebbe rotolato tra le rovine.

Invece, contro ogni previsione, riesco ad arrivare all’ingresso dell’area archeologica dove mi attende la prima e forse unica, vera rovina: l’atrio costruito coi soldi dell’Unesco per ospitare la biglietteria ed il piccolo negozio di souvenir sembra un’astronave che attende di partire portandosi via centinaia di migliaia fra turisti e guide stremate dai ritmi dell’alta stagione.

Tutto ciò che mi circonda è la dimostrazione di quanto, a volte sia doveroso fermare il turismo e di come i soldi incassati grazie ad esso possano essere più che deleteri.

Il marmo bianco si staglia altissimo nella notte ed i piccoli laser blu che leggono il biglietto elettronico si accendono ad intermittenza, proprio come immagino farebbe l’Enterprise, se dovesse caricarci un giorno, tutti col nostro biglietto acquistato online.

Sylvia mi ha già visto nella folla e ha frainteso la mia smorfia atterrita con un sentimento di smarrimento che, in effetti c’è ma non nel senso che intende lei; tuttavia mi si avvicina e con occhi di lince mi chiede, in inglese “Stai viaggiando da sola, anche tu?!”

Non si dovrebbe rispondere a domande così invasive, ce lo insegnano sin da bambini, questo penso mentre rispondo “Si, di dove sei? Io italiana, sono in viaggio da Tulum verso il Nord e non mi aspettavo questo delirio”.

Sylvia mi chiede dove dormo e quasi si mette ad urlare dalla gioia quando scopre che soggiorno nel suo stesso paese e che sono arrivata in auto e non con uno di quei pullman di merda come lei.

A distanza di tempo rifletto su come possa una miliardaria cocainomane viaggiare su un pullman turistico di merda ma penso sia legato al fatto che molti della sua categoria amano mimetizzarsi fra i poveri.

Durante la visita cerco di perdere le tracce di Sylvia, non perché mi stia già sul cazzo ma semplicemente perché voglio cercarmi di godere la passeggiata in notturna, lontano dai grandi gruppi vacanze.

Voglio gustarmi lo splendore di quelle rovine, le pietre monolitiche, le incisioni, le scalinate, gli altari di una città che un tempo fu leggendaria, potentissima e che oggi si ritrova a doversi mostrare cadente, circondata da prati, recintata da reti metalliche e calpestata da migliaia di stronzi che non hanno mai aperto un libro di storia ma vogliono solo farsi fotografare lì, per poter dire agli amici di esserci stati.

Durante il percorso sento gli occhi di Sylvia costantemente addosso, non mi perde di vista, sono il suo passaggio in macchina, la sua nuova compagna di viaggio e tanto fa che, non solo la riaccompagno in albergo ma ci scambiamo i numeri di telefono, contente di prometterci un nuovo appuntamento, ancora più a Nord, vicino a Cancun, prima di ripartire.

E così avviene.

Il mercoledì successivo, alle diciotto in punto ci diamo appuntamento, in tempo per l’aperitivo all’isola di Holbox.

Holbox è una specie di paradiso per persone innamorate che abbiano la giusta congiuntura astrale di ritrovarsi lì, col proprio soggetto amato e poi, essendo un paradiso, ci sono anche i miliardari cocainomani.

Tuttavia è un luogo suggestivo, riservato, intriso di natura lasciata libera di riappropriarsi dei propri spazi e di viverli in modo quasi indisturbato, a parte i coglioni che non leggono i cartelli che invitano a non avvicinarsi ai fenicotteri e che puntualmente, quando ne atterra uno, si tuffano in mare, con le loro bandane ed i loro bastoni per farsi la foto.

D’altronde c’è chi lo fa coi coccodrilli, perché non dovrebbero farlo coi fenicotteri?!

Oltre ai pennuti tornati di gran moda grazie ai materassini, Holbox è composta da capanne, piccoli bar dove bere qualunque cosa buonissima e da un mare che nessun catalogo di vacanze riuscirà mai a riprodurre in maniera fedele.

L’isola di Holbox dista quattro ore di auto ed una quindicina di minuti di battello dalla terraferma.

Ci arrivo col sorriso sulle labbra fisso perché la lunga strada che termina col piccolo porto di Chiquilà è costellata di pueblitos finalmente veri e pieni di bimbetti che si lanciano verso l’auto in arrivo per vendere agrumi sbucciati e sale da usare alla prossima tequila; poi ci sono centinaia di chilometri da percorrere su una lunga retta perfetta di asfalto che si bagna, da entrambi i lati sulle praterie selvagge dove pascolano vacche felici, anche se a tempo determinato.

Mi accorgo di essere arrivata vicino al porto di Ciquilà perché, non solo i bimbetti ma anche la gente adulta, si butta sui cofani delle macchine che passano per vendere un parcheggio nel proprio terreno, al costo di circa cinque euro al giorno ed io, giovane, bianca e ricca, mi sento uno speciale mix tra una schifosa colona ed una benefattrice mandata da Gesù per un popolo che spenderà quei cinque euro, molto meglio di come avrei potuto fare io.

Sylvia mi aspetta sull’isola, è arrivata lì da qualche giorno, col solito pullman e ha ancora la testa attaccata al collo ma forse è solo questione di tempo.

Faccio check-in nel piccolo albergo dove soggiornerò ad un prezzo europeo e mi danno la camera vista locale notturno dove scoprirò che la notte si pesta duro fino alle quattro e dormire è una sfida ad altissima probabilità di perdita, anche per una agonista come me, in grado di addormentarsi in piedi, in mezzo al mercato di Marrakech mentre mi lanciano serpenti.

Alle diciotto in punto mi presento nel piccolo, delizioso bar ritagliato dentro ad un pezzetto di vegetazione risistemato con cura ed con il solo utilizzo del legno locale.

Entro, mi siedo al bancone ed ordino qualcosa da bere perché non mi piace l’usanza di aspettare nei posti per poi entrare insieme, come usano le donne, davanti agli ingressi.

Il tempo perso ad aspettare l’amica fuori dai locali è un tempo che nessuno ci restituirà, donne!

Per cui entro e contemplo dal bancone la bellezza di non avere nient’altro da fare, se non la contemplazione di cose belle, appunto.

Sylvia entra nel locale e si dirige verso di me col suo pareo e la fronte lucida; si siede e mi dice secca, “Non mi hai aspettata”.

Non mi dice, che so, “Potevi aspettarmi” o “Perché non mi hai aspettata?”.

Mi dice qualcosa di più simile ad una minaccia ed io, anziché intimorirmi come normalmente accadrebbe, m’infastidisco perché il viaggio mi è costato parecchio e vorrei godermelo senza rimproveri e, se ne avessi voluti durante il soggiorno, avrei viaggiato con la mia professoressa di greco quindi le chiedo di ordinare il cocktail che preferisce, che offrirò io per il disturbo, sperando di incenerirla con la buona educazione.

Per tutta risposta, la gigantesca stronza ordina il suo drink ed inizia una peregrinazione al bagno che non lascia scampo ad equivoci: sarebbe bellissimo produrre un documentario sul valzer dei cocainomani quando cominciano il loro andirivieni verso i cessi.

Si tratta realmente di una specie di danza in cui essi, ignari del nostro sguardo, alludono a qualsiasi scusa misera per andarsi a fare la riga in bagno, di nascosto dove il “di nascosto” è solo apparente poiché non siamo scemi tutti e del tutto.

Durante una festa in casa è ancora più spassoso perché i cocainomani sono un gruppo compatto, che lascia le dosi agli altri appizzandole nei pertugi degli armadietti o in cima alle mensole ma soprattutto perché non ci si riesce a spiegare il motivo che li costringa ad andarsi a nascondere in bagno, trattandosi di una festa privata: forse hanno bisogno del brivido dell’illegalità o temono che qualcuno domandi loro un po’ di roba ma nel caso di Sylvia, la danza è più delicata, senza dubbio nervosa ma con un’evoluzione che ha una punta drammaturgica notevole.

Ogni volta che torna dal bagno, la mia compagna di viaggio è sempre più trasfigurata, sempre più slogata in viso e vuole sapere tutto di me ma non mi lascia il tempo per rispondere e continua a ripetere “Dimmi un po’…perché io invece penso che sia assurdo che….”

Sylvia è da sola.

Sola mentre volteggia in mezzo ai camerieri verso il bagno, sola in bagno mentre tira fuori la dose dal suo marsupietto batik, sola mentre torna dal bagno cercando di darsi un tono, sola in viaggio e probabilmente sola nella vita ma senza ombra di dubbio, Sylvia ora è sola al bancone perché io, terminato il mio drink mi levo dal cazzo e torno in albergo a sentire la disco-music dalle tapparelle, sola anch’io ma molto contenta di ripartire domani, alla scoperta di luoghi incontaminati ove i miliardari si siano finalmente estinti o siano diventati polvere da sniffare poiché così dicono i Profeti che accadrà un giorno.

Più o meno, insomma.

 

 

 

La notte che volai a bordo di un Sebach.

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Spesso ho vergogna di me ma non avrei mai pensato di vergognarmi di me stessa durante un sogno.

Anche laddove abbiamo il lasciapassare per disegnarci una vita migliore o peggiore ma comunque spettacolare, come avviene campo onirico, io non perdo occasione per svilire la mia persona ed immaginare cose che, se accadessero nella realtà non mi consentirebbero di uscire più di casa.

Ancora di più.

Nei miei sogni, spesso e volentieri appaio persino peggio di ciò che sono: chissà cosa voglia dire in campo neuropsichiatrico…

Fatto sta che, l’altra notte ho fatto uno di quei sogni vividi che paiono più veri della realtà e che ti accorgi non lo siano solo quando, all’ultimo visualizzi te stesso nell’atto di far pipì e allora ti svegli di colpo, poco prima di fartela addosso.

Normalmente mentre sogno c’è una parte di me iper-razionale che veglia sopra alle questioni oniriche e che visualizzo fisicamente in quasi tutti i sogni; appartata in un angolo, a braccia conserte, la parte lucida di me stessa ogni tanto interviene durante il sogno dicendo cose tipo: “Tanto sono solo cazzate”.

Eppure l’altra notte non c’era, nel solito angolo e forse, anche per questo ne ho approfittato per sognare una favola surrealista che, se dovessi nominare con un titolo sceglierei di usare “La notte che volai a bordo di un Sebach”.

Mi trovavo nei luoghi dolci della mia adolescenza, precisamente nei prati del centro residenziale fuori Roma dove si sono svolte tutte le mie avventure, tra i dodici e i diciotto anni.

Nel sogno avevo all’incirca sedici anni e correvo felice su un manto verde morbidissimo, in cima ad una delle tante, piccole colline accoccolate in quel fazzoletto di terra appartenuto molti anni prima agli Incisa, signori della zona a nord di Roma.

La vedessero adesso.

Nel sogno correvo felice con un discreto abito blu scuro in tulle, di alta sartoria; correvo mentre il cielo si riempiva di tempesta.

Era un tardo pomeriggio della prima decade di Luglio quando, all’epoca dei miei sedici anni, a Roma capitavano delle brevi tempeste quasi tropicali che ora invece sono all’ordine del giorno.

La mia corsa si fece più urgente quando iniziarono a cadere le prime gocce grandi come castagne ma per fortuna fredde.

Il mio vestito si gonfiava nell’aria, coi suoi mille veli e le minuscole stelle di strass che brillavano turgide e disseminate sull’ultimo strato di tulle, quando in cielo schioccavano i lampi.

Forse per via del vestito o di quell’attimo così particolare che precede i temporali forti, in cui non si riesce bene a definire che ora del giorno sia,  la scena mi sembrò bella come un servizio fotografico di alta moda.

Ad un certo punto, notai che in fondo alla piccola valle, il buio tempestoso veniva sfidato dai fari di una bellissima auto blu come il mio abito ma senza sirena sopra.

Era il biondissimo più ambito da tutte nel quartiere che giammai nella vita reale mi cagò.

Nel sogno però sembrava proprio guidare verso di me, guardandomi dai vetri scurissimi coi suoi occhi verdi come l’acqua dello Yucatan.

Così nel sogno iniziai a correre ancora più veloce e più bella, più leggera e splendente verso un gruppo di bagni chimici posizionati poco vicino al prato, in un cantiere di costruzione di una villetta.

Corsi leggiadra e m’infilai in un Sebach; ci misi un po’ a far entrare tutti gli strati della mia splendida gonna blu cobalto ma dopo pochi istanti riuscii a chiudere la porta di plastica rossa, lasciando un po’ di strascico a penzolare fuori mentre il cesso si sollevava da terra come una piccola astronave, stagliando il cielo plumbeo e ventoso.

Il mio tappeto volante chimico planò sui prati e sulle stradicciole bianche, temerario in mezzo alla tempesta mentre io ammiravo le distese verdissime direttamente dal buco dello scarico.

Dopo pochi metri a grande velocità, il cesso chimico iniziò a perdere velocità e si schiantò proprio sul cofano del mio amato.

Questo per dire che vi sono sogni che a volte è meglio non interpretare.

LA GENTE DOVREBBE STARSENE ALLA CASA (ode al viaggio)

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Da quando ho memoria il viaggio rappresenta per me un importante motore di benessere.

Purtroppo però quand’ero piccola non avevo lo stesso cinismo di adesso ed oggi non posso esimermi da una riflessione sulle abitudini dei viaggiatori che, ogni volta che ci penso, scaturisce sempre in un’unica, forse riduttiva soluzione: che la gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Che si stia in Costa Rica, di fronte ad un mare che trafigge gli occhi oppure ad Ostia, fra i cumuli di ciabatte abbandonate, si viene comunque assaliti ad intermittenza, ogni quattro minuti, da venditori ambulanti di qualsiasi cosa scema ed inutile possa essere venduta: dalle granite con gli sciroppi che erodono le arterie ai racchettoni che poi vengono dimenticati in macchina ed ogni volta, con la loro scomoda forma rompono i coglioni quando si carica la spesa, fino ad arrivare al reparto abbigliamento, coi parei fatti col petrolio intessuto o dello stesso materiale dei retini da pesca.

A parte la selezione che cambia di luogo in luogo, resta inalterata la ricetta: puttanate inutili vendute con insistenza in un luogo dove si è andati per riposare.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Così si salverebbe.

Che si stia in una baita segreta in cima alle Alpi francesi oppure alla pensione del centro termale per anziani sull’Adriatico, il costo della vita in viaggio è sempre schifosamente più alto di ciò che viene considerato il giusto e così, persino gli acquisti più futili e primari come una confezione di cerotti ti costa, in Costa Smeralda come all’alimentari di Tropea ad Agosto, esattamente quanto un servizio da tè di Limoge.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Così forse neanche si sbuccerebbe il ginocchio.

Ovunque, in ogni luogo considerato visitabile in quanto offra ossigeno a sufficienza per respirare, in nessun modo si potrà fare a meno di incontrare americani.

Gli americani quelli bruttissimi, non di New York che, si sa, non è America; intendo quelli che si sentono ancora geneticamente superiori e tale atteggiamento dei pensieri comporta, tra le altre cose, il fatto che non si vergognino di esibire ai quattro venti, il loro gustaccio di merda nel vestire.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Almeno gli americani li vedrebbe solo alla tivvù potendo pensare che siano fiction.

Per non far fallo agli italiani, sentiamoci tranquillizzati dal fatto che in viaggio, siamo ancora al primo posto nella classifica dei popoli migranti più disadattati.

Se da una parte, infatti, il germe italico si espande e si stanzia dappertutto come un’erbaccia e sarà complicato trovare un posto lontanissimo e remoto dove non si debba incontrare un connazionale che si sia accampato lì, vivendo ovviamente ai limiti della legalità, conosciuto da tutti i locali come l’Italiano, il resto si spiega da sé.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Tanto incontra ugualmente gli italiani ma almeno non spende.

Vi sono poi coloro che sembrano viaggiare con una sola speranza di vita: trovare un ristorante italiano e poi trovare sesso.

Infine, i peggiori, coloro che, viaggiando per il mondo d’un tratto sentano qualcuno parlare italiano e si arroghino il diritto di girarsi ed intervenire nella tua conversazione anticipando il tutto con un “Che sei italiano?!” e gridando, anche a grandissime distanze, frasi sciocche e ritornelli ripugnanti che nessuno per strada, in Italia si sognerebbe di recitare prendendo a braccetto uno sconosciuto.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Ma restando a casa finirebbe per essere punita con la presenza dei propri familiari e conoscenti allora preferisce viaggiare.

Forse per proteggersi, in qualche modo dalla propria casa e per proteggere anche gli affetti dal proprio brutto carattere.

Così la gente viaggia per accanirsi contro gli sconosciuti, sbronzandosi con loro e gridando “Sono un italiano, un italiano vero!” oppure ordinando una pizza salami-and-chips al Ristorante da Mario di Seoul.

AI MIEI TEMPI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Scritto e dedicato ai ragazzi del Liceo Artistico Garrone di Barletta, in occasione della loro Notte Bianca dedicata all’ambiente.

A me da giovane non mi fregava un cazzo dell’ambiente.

Non andava di moda pensare all’ambiente, a quei tempi.

Non c’era ancora questa cultura di oggi, così attenta al pianeta in cui ci ritroviamo a vivere, alla natura che esiste da molto tempo prima che arrivassimo noi a volerla domare.

A quindici anni io, come tutti i miei coetanei eravamo dei veri animali anzi peggio, visto che gli animali non hanno mai dato fastidio al pianeta, fino a quando non siamo arrivati noi ad allevarli.

Quando ero giovane come voi mica c’era tutta questa consapevolezza.

Andavamo a scuola ciascuno col proprio motorino, pensate che merde.

Ognuno con la sua marmitta Proma oppure tutti dentro a quegli autobus arancioni coi sedili unti e le scritte coi pennarelli neri con la punta grossa, i “Tag”, quegli sgorbi incomprensibili che si fanno anche sui muri con le bombolette spray, quelle scritte che qualche volta provi a decifrare, per capire cosa ci sia scritto di così importante da dare a uno il permesso di scrivere su un muro pubblico e poi, quando finalmente le hai decifrate e leggi “CANENEGRO”, “SCACCOMATTO”, “CRUSH”, quasi quasi ti penti di averle decifrate, di esserti messo lì a tradurre quei geroglifici per cerebrolesi e t’incazzi per aver perso l’occasione di trovarti lì, nella notte in cui qualche coglione stava togliendo il tappo al pennarello o ad una bomboletta per scrivere fregnacce di questo tipo su una superficie anche un po’ tua.

Ai miei tempi, a scuola ci si andava da veri incoscienti, mica come adesso: ci si andava con la cartella di poliuretano espanso dell’Invicta, tutti vestiti come rapper disadattati, tutti vestiti di marche che contribuivano ad ammazzarlo, il povero pianeta: Nike, Adidas, H&M e tutti quei marchi che producevano la roba a metà della metà del prezzo a cui noi la pagavamo, facendola cucire da bambini delle elementari anche per 20 ore al giorno per poi dar loro 4 euro di stipendio.

Oggi siete molto più coscienziosi di noi: sapete che comprare certa roba è complicità criminale.

Ai miei tempi le scuole si scaldavano ancora col gas, mica coi pannelli solari ed i libri erano fatti ancora tutti di carta!

Però non c’era mai la carta igienica nei bagni: era forse uno dei primi segni di una timida consapevolezza ambientale però la merenda era ancora una merendina confezionata a migliaia di chilometri di distanza da industrie colpevoli di deforestazioni, impoverimento del suolo, surriscaldamento globale ed avvelenamento di tutte le diete mondiali.

Mica come adesso che potete prepararvi le cose genuine a casa e portarvele a scuola senza che vi piglino per il culo.

Ai miei tempi mangiavano Findus, Nestlé, Algida, Kellogg’s, Kinder, Chipster.

Ai miei tempi bevevamo la Coca Cola.

Era normale, non sapevamo.

Non c’era l’usanza di raccogliere informazioni su chi prendesse i nostri soldi dandoci in cambio veleno.

A noi non ci fregava niente.

A noi bastava ritrovarci il sabato al centro commerciale, altro che manifestazioni.

Non eravamo come voi perciò grazie di esserci, ragazzi!

 

 

34 e 1/2

COSE FASTIDIOSE

Per qualche motivo sconosciuto ho da poco scoperto di esser nata con la temperatura corporea oscillante tra i 34.5 ed i 35.8.

Per me, la febbre è a 36 e a 37 arrivano i deliri e le convulsioni ma capita di rado, purtroppo; non ci si dovrebbe augurare il male ed in effetti non lo sto facendo, visto che, in preda ai deliri influenzali smetto finalmente di pensare a velocità ossessiva a qualsiasi cazzataccia abiti il pianeta. Inoltre non è male potersi toccare, di tanto in tanto, le estremità del proprio corpo senza avere l’impressione di tastare un lastrone di marmo lasciato fuori da un cantiere sui Carpazi oppure di maneggiare un pesce appena pescato in Antartico, al mattino presto.

Ad ogni modo, a parte qualche rara occasione io vivo cagandomi serenamente addosso dal freddo in ogni istante o contesto della vita.

Dico sul serio: convivo bene con questa condizione a livello personale ma purtroppo devo avere a che fare con la gente: quando mi trovo in società, questa faccenda non smette di crearmi disagi.

Affinché tutti sappiano, il mondo è ancora pieno di patentiche blatte pronte ad associare e ridurre il problema della percezione del freddo solo ed esclusivamente all’esser nati femmine: non solo sei nata per partorire con dolore ma ti ritrovi anche mezzo emisfero compromesso a livello genetico che nel periodo in cui arriva l’inverno ti sarà ostile e tu sarai costretta ad emigrare pur di sopravvivere per poter poi partorire con dolore.

Conosco diverse donne abituate a nuotare in mare anche in inverno (me inclusa) ed anche dopo aver partorito (me esclusa) e conosco altrettanti uomini che temono l’arresto cardiaco se dal bidet dovesse uscire acqua tiepida.

Il punto è che io non mi sento gelare quando nuoto o se sono in movimento ma solo se resto ferma a non fare un cazzo in un luogo non adeguatamente riscaldato e questo fa di me una persona sana, almeno sotto questo aspetto.

Sotto quello che invece riguardi l’abbigliamento sono costretta a capitolare e ad ammettere che da Ottobre a Maggio vado in giro come una una mummia disadattata.

Viaggiando spesso per lavoro e ritrovandomi, nel giro di poche ore anche in posti con dieci gradi di differenza ( che, in un paese piccolo come il nostro non è affatto poco), non ho altra possibilità che vestirmi come una senza fissa dimora.

Assumo le sembianze di una matrioska, non solo per le enormi dimensioni che sperimento con le stratificazioni a cipolla di Breme ma anche col colore delle mie guance, gonfie come vene varicose di quel rosa rossetto di signora che viene dipinto sulle gote delle statuine russe che da sempre rompono i coglioni su tutti i mobili di casa mia, per ovvie ragioni familiari.

A dispetto di come molti maligni immagineranno, sotto a quei mille strati non c’è mai alcuna ripugnante canottiera della salute ma solo maglie termiche.

Maglie termiche come fossi alle pendici del Macchu Picchu con la fiamma olimpica da portar su.

Detesto le canottiere da camera coi fiocchetti, le bretelline e quella flanella che potrebbe farmi diventare il primo caso al mondo di decesso per prurito.

La maglia termica è nera, sobria, aderente quanto basta ma soprattutto conserva il calore del corpo, quando uno ce l’ha.

I tessuti tecnici sono chimici ma caldi ed in grado di resistere bene anche all’atomica. Meno bene al fuoco.

Il famoso, leggendario pile che tanto amo è uno dei tessuti che prende fuoco con più facilità.

Nel probabile caso che in inverno io incontri qualcuno che mi odi, seppur dovessi sopravvivere all’assideramento sono convinta che il modo più veloce di ammazzarmi sarebbe raggiungibile con un semplice accendino: vestita di maglie tecniche piglierei fuoco con un’unica, poderosa fiammata, come un capello tinto di signora.

L’assemblaggio di strati dai mille e più improbabili materiali e tessuti dovrebbero farmi sopravvivere durante i giorni di trasferta ed invece mi avvicinano a tutti i sintomi tipici della menopausa.

I problemi di circolazione che gli strati mi causano a lungo andare sono gli stessi che immagino affliggano i soprani e di fatti sono certa che sotto ai costumi in broccato siano  completamente nudi mentre io quando rientro in casa dopo una trasferta devo tagliarmi le vesti con le forbici da sarto per togliermi quel budello di stoffa.

Uno dei momenti in cui maledico la mia temperatura è quando uso la metropolitana.

Lì dentro non ho sempre modo né tempo di liberarmi di sei maglioni: dovrei tenermeli tutti sull’avambraccio perdendo l’equilibrio e poi, nella maggior parte dei casi non c’è mai abbastanza spazio per tenere l’avambraccio sporgente, in metropolitana quindi sopporto dodici fermate di metro vestita come lo Yeti, con la faccia che suda il sudabile e le ascelle ben sigillate per mantenere un po’ di dignità.

Quando trovo un sedile libero mi capita di addormentarmi nel tepore estremo del mio fagotto di lane e qualcosa dentro, nell’anima mi sveglia proprio nel momento in cui si stanno chiudendo le porte sulla fermata giusta; allora mi lancio come un sacco contro il marciapiede e resto lì, sdraiata ad aspettare la morte per asfissia che però non arriva mai.

Poi mi rialzo, esco in strada e batto i denti.

Vivo così da tempo.

La cosa peggiore è più che altro dover tornare a casa con le mie ascelle piombate che si schiaffeggiano dentro a quel brodo gelato che è divenuto il sudore a contatto con la strada fredda.

Se non bastasse, so che nel tragitto verso casa incontrerò senz’altro qualcuno che conosco, al quale magari dovrò dare la mano, togliendomi il guanto imbottito di lana caprina per offrirgli il mio arto mortifero e sentirmi dire che sono ghiacciata perché femmina.

Come se non si vedesse da sotto il cappotto, il piumino, i sei maglioni, la felpa e le due maglie infiammabili.

E se poi è uno di quelli che mi odiano?

LA TESTATA

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Banale anticipare che non c’è da fidarsi di chi legge certi giornali.

Resta ancora molto diffusa peraltro la consuetudine di esibire il quotidiano che si legge; il giornale viene ancora esibito in maniera molesta: portato sottobraccio, lasciato fuori, a sporgere dalle tasche esterne di borse e valigie.

Quando parliamo di quotidiani, il riferimento riguarda quelli considerati diffusori di informazioni utili, non certo oggetti superflui come il Corriere dello sport o Libero, vero e proprio impoveritore cerebrale tra i più potenti.

Tutti i quotidiani però sono potenti.

La potenza e la conseguente responsabilità dei quotidiani non si risiede tanto nella grafica o nella cartastraccia che li compone ma nelle dita della categoria più impunita del nostro secolo, i giornalisti che, personalmente picchierei in moltitudini con la scopa.

Il giornalista ha spesso maggior responsabilità di un capo di Stato e dovrebbe rispettare prima di tutto sé stesso e poi il lettore, servendosi dei voti monastici che fa alla propria professione, come la ricerca della perfetta verità nella cronaca dei fatti ed il disgusto massimo nei confronti della faziosità.

Il fatto che uno scandalo buttato in prima pagina solletichi o meno gli angoli meschini del lettore non dovrebbe essere oggetto di interesse da parte del giornalista poichè egli dovrebbe già esser fin troppo impegnato a cercare di arricchire con qualsiasi metodo il bagaglio culturale del suo pubblico fornendogli armi per combattere, insieme a lui, la rozzezza che ci sovrasta e la corruzione.

Anche per evitare tutti questi bellissimi intenti, esiste il giornalista che si occupa di gossip e di altra bassa attualità.

Un professionista laureato che abbia conseguito con sforzo il patentino e che scelga deliberatamente e quindi in modo criminale di depauperare intellettualmente il fruitore è un soggetto al quale il patentino andrebbe masticato fino alla polvere così come andrebbero distrutte tutte le squallide storie da lui scritte, storie che, la gente di buon senso, dopo averle lette avverte ancora come un danno ed insieme a quella consapevolezza, la gente è ancora in grado di sentire nell’anima, una voce sotterranea che sembra dire “Ma che cazzo me ne frega di questa roba?!”

Il giornalista malvagio invece mantiene il lettore, così ed in altri meschini modi, precisamente sotto sequestro, privandolo poco a poco del discernimento personale ed ipnotizzandolo fidelizzandone la pigrizia e l’ignavia mentre, nel frattempo occupa il tempo in telefonate e negoziazioni per procacciarsi gli accrediti.

L’accredito vizia il giornalista e ne giustica l’operato.

Se il giornalista non ricevesse accredito si sentirebbe meno potente e forse scriverebbe finalmente la verità, purificato e confinato dentro alla sua professione liberata da favori e marchette.

Difendiamo i giornalisti dall’accredito e le edicole da certe testate.

Le testate diamole noi contro le porte a vetri di certe redazioni; forse finiremo in ospedale con codice rosso ma avremo difeso la libertà di lettura contro certa libertà di stampa e soprattutto finiremo sul giornale che comunque non è male, piace sempre.

Facciamo in modo che la testata meriti.

IN-FITS

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Tra le mura di casa propria è sempre molto difficile difendersi poiché non sono infiniti gli spazi dove potersi nascondere o scappare quando le persone con cui viviamo escono dalle loro camere ed iniziano a girare per casa vestite di merda, coi loro pigiami di flanella e le tute di alcantara.

Chi sostiene di volerci bene non lo dimostra di certo nei fatti concreti, considerando la pena che può provocare la vista di certi indumenti da casa ma soprattutto degli abbinamenti che ci si augura siano sempre frutto del caso e non di una scelta studiata.

Per qualche misterioso motivo, gli uomini pensano che questa piaga riguardi solo le donne e si sentono immuni alla tragedia casalinga dei calzettoni dentro alle ciabattine o ai pantaloni cosparsi di animaletti, con le ginocchia lacerate di buchi; gli uomini immaginano ciò per via di quella bizzarra diceria secondo cui il maschio trasandato sia affascinante.

Eppure io, che di fascino vado sempre alla ricerca, non riesco proprio ad individuarlo in un pigiama di cotone beige con la patta sbrindellata, in un paio di calzettoni di spugna consunti o in una felpa verde fosforescente da attore orientale cattivo nei film con Bruce Lee.

Il fascino, questi indumenti, lo pigliano a bastonate in faccia anche se sei modello di professione.

Si dovrebbero rispettare i propri familiari evitando certi outfits che dovrebbero fare il verso a Lebowski.

Prima di aprire il cassetto delle tute ci si dovrebbe chiedere se sia bene averne uno, visto che all’interno riposano vestiti in grado di far cascare occhi e genitali di chi guarda, in terra.

Eppure, quando torniamo a casa non vediamo l’ora di trasformarci in qualcosa a metà strada tra un aiutante di Babbo Natale con problemi di droga e la versione di Mazinga all’uncinetto e se questa non è considerabile violenza casalinga, cos’altro potrebbe esserlo?

Forse è davvero arrivato il momento di coinvolgere l’esercito.

 

 

Dedicato a Barbara per avermi ispirato coi suoi outfits.

ROMA E L’EROISMO URBANO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Non che voglia scrivere qualcosa di definitivo sulla mia città.

Non che voglia scrivere qualcosa di definitivo, in generale.

Il fatto è che la scrittura aiuta a fare ordine nel caos cosmico delle cose anche sceme ma esistenziali.

La scrittura arriva come la colf di un albergo di lusso e sistema tutto attraverso gesti semplici ma confortanti e, nel caso della scrittura quei gesti sono sillabe.

Ed io ho bisogno di questa colf.

Esattamente come Roma.

Chi potrà far da colf alla mia città?

Chi potrà mettere ordine in uno scrigno di meraviglie così potenti lasciate in pasto ad una corruzione con esperienza pluriennale?

Chi potrà far ripartire un motore di lusso così ingolfato?

Non certo un sindaco.

Non certo un amministratore anche se si tratti di un cittadino con più coraggio di me, di chi lo ha votato e poi se n’è tornato a far l’aperitivo o di chi manco è andato a votare.

Infatti, nella lista di tanti mestieri pericolosi che mi armerei a fare, il sindaco non rientra manco in fondo all’ipotetico elenco.

Chi potrà far risorgere dalla profonda decadenza un mausoleo così importante per il mondo, così malato di ignavia?

A pensarci bene trovo solo una risposta a questa domanda: il cittadino.

D’altronde la radice etimologica di città e di cittadino sono identiche purtroppo.

Noi romani facciamo tanta simpatia quando parliamo ma sappiamo solo parlare.

Quando si ama non si può amare solo a parole perché prima o poi si viene scoperti: ci sono quelli che preferiscono non scatenare tempeste e tenersi una relazione superficiale e bugiarda e ci son quelli che buttano all’aria tutto, in nome della sincerità.

Noi romani amiamo Roma a parole da tantissimi anni, forse da sempre.

Basta girare un po’ per il mondo per avvertire quanto città ignobili siano amate dai propri cittadini e comprendere quanto Roma abbia sete di sentimenti così sani, profondi ed innati.

L’amore metropolitano è un gesto che non sempre dipende dalle condizioni in cui si viene messi; non essendo soltanto un posto di lavoro, chi si trova ad amare un luogo dovrebbe essere disposto a farlo in qualsiasi condizione ed a qualsiasi costo.

Amare una città come Roma significherebbe, in gesti pratici girare in bicicletta anche se non esistono piste ciclabili oppure in scooter senza superare, per assurdo, i cinquanta chilometri orari o parcheggiare sul marciapiede.

Amare Roma potrebbe essere perseverare in una raccolta differenziata partigiana, immotivata di fronte a tanto disservizio ma costante, rispettosa, libera dalla cantilena del “tanto mischiano tutto, poi”.

Amare Roma potrebbe voler dire denunciare le persone che cambiano giunta come fossero mutande e quelle che da sempre rubano appalti e posti ai vertici perché i romani le conoscono quelle persone ma preferiscono essere traditi che dichiarare i nomi dei traditori.

Preferiscono essere aiutati che difendere i diritti civili più inconsistenti.

Amare Roma potrebbe voler dire addirittura abbandonarla se non si è in grado di prenderla sul personale e restare a combattere perché chi vive a Roma dovrebbe combattere per lei ogni giorno.

E’ di cattivo gusto trovare un capro espiatorio senza individuare le proprie responsabilità, come indossare arancione e marrone insieme.

E’ inutile vantarsi di essere romani senza voler guardare negli occhi atterriti dei turisti che si azzardano ad avvicinarsi al centro turistico cadendo sotto i colpi della scarsa gentilezza, della sporcizia che non dovrebbe essere prodotta più che pulita da qualcuno che evidentemente non c’è, sotto la mannaia della merda spacciata per cibo italiano dalle osterie.

Picchiare gli esercenti che fanno uscire dalle cucine delle pizze che non mangeremmo neanche in carcere o chi parcheggia nel posto dedicato ai disabili sarebbero tra i principali doveri del cittadino romano.

Girare i polsi ai ragazzini che scrivono il proprio tag sulle statue sarebbe nostro compito, spostare di peso coloro che restano impalati sulla parte sinistra delle poche scale mobili funzionanti sarebbe un compito missionario che dobbiamo concedere al nostro senso civico così come lo sarebbe il gesto semplice non acquistare alcun tipo di bibita in plastica così come lo sarebbe pagare le strisce blu anziché pensare “tanto torno subito”.

Purtroppo Roma senza eroi è destinata a sprofondare, il che sarebbe peccato, nonostante la quantità di ministeri fetenti che amerei vedere cadere giù, a casa di Lucifero.

Roma ha bisogno di tante colf amorevoli ma non retribuite, in questo momento storico.

Si tratterebbe di un gesto eroico evidentemente ma il romano che si vanta di esser tale dovrebbe essere storicamente formato per intraprendere gesta eroiche altrimenti risulta come una di quelle mogli che si vantano di godere dei soldi dei propri consorti senza averne mai guadagnati in vita loro; altrimenti è come ascoltare quei poveretti che danno la colpa della propria maleducazione al sindaco anziché ai propri genitori.

Invece non è così, il romano custodisce il germe sacro dell’eroismo urbano.

Credo però che lo custodisca in un box auto sulla Nomentana e all’ora di punta è un casino arrivarci.

LA PEDALATA ASSISTITA

COSE FASTIDIOSE

Chi avrebbe mai detto che un giorno mi sarei ritrovata in sella ad una bicicletta elettrica?

Proprio io, così avvinghiata alle cose antiche e faticose, così pronta all’antiquariato.

Se l’avessi conosciuta prima, la bici con la pedalata assistita, oggi sarei senza dubbio un’altra persona.

Lì al noleggio non mi avevano dato molte indicazioni su come usarla ed io mi ero vergognata di ammettere al tipo grintosissimo del negozio, di non esser mai salita in vita mia su un attrezzo simile.

Il tizio mi ha solo detto che sarebbe costata ben trenta euro in più e che con le tre cariche di batteria, già pronte nel computer, avrei potuto visitare tutta la montagna in mezza giornata, arrivando dall’altro lato, a valle e tornando indietro.

Quella proposta mi era sembrata un’impresa da guinness ed avevo accettato lusingata, certa che il tizio mi avesse scambiata per un’atleta di Triatlhon che comunque fa piacere, sotto certi aspetti.

Sono salita in sella solo dopo aver portato la bicicletta a mano fino ad un piano adeguatamente piatto, che più piatto non si può e son partita non prima di aver srotolato tutte le rotelle delle marce manuali fino alla triste modalità 1.

Spero di non essermi sbagliata ma nessuno deve avermi vista mentre i pedali ruotavano a 180 km/h, imbizzarriti dalla morbidezza concessa loro dalle marce molli, sul piano liscio e scivoloso del viale centrale, con la gente perbene, per fortuna, in quel frangente assente.

Non per vantarmi ma me la son sempre cavata bene in bicicletta quindi, anche in questa circostanza dimostro di star sul pezzo e, nel giro di pochi minuti, inizio a capacitarmi che sul manubrio brillano per me un paio di piccoli schermi luminosi che aspettano solo i miei comandi.

Deduco, mentre piazzo le rotelle delle marce manuali su una più dignitosa modalità 4, che il piccolo schermo a sinistra comandi le famose batterie elogiate dal tizio del noleggio; riconosco il disegno di una piccola pila con all’interno tre tacche colorate ed accanto alla pila, il bottone con scritto “start”.

Persino io capisco e premo il bottone.

Immediatamente dopo il click s’innesta quello che sembra un piccolo motore ad elica, silenziosissimo ma altrettanto performante, talmente tanto che il giro dei pedali riprende velocità furiosa che però stavolta controllo con una nuova, sicura e professionale impennata di rotelle sulla modalità 7, la più tosta mai raggiunta nella mia comunque appassionante vita di ciclista dilettante ma romana.

Questa modalità è ora possibile solo grazie a questo miracoloso traguardo della tecnologia applicata alla mobilità che è la fottuta pedalata assistita.

La vostra affezionata plana letteralmente sulle piccole valli verso la montagna come un velociraptor, come avessi una turbina dietro al sellino, per non dire altro, che sospinge la mia entusiasta pedalata alleggerita.

Man mano che si avvicinano i tornanti, lo stupore aumenta: in salite dove con la mia bicicletta manuale di merda sarei già morta per arresto cardiaco, con questo ghepardo a due ruote mi sento invincibile e di fatti prendo velocità, sempre di più e sempre più in salita e voglio vincerla questa gara immaginaria contro il mio passato di ciclista dilettante.

Sono a settanta chilometri orari e se non decelero, il prossimo tornante stretto lo piglierò come fosse un rettilineo distruggendo me e la bici nella foresta.

Prontamente i miei riflessi spengono la modalità elettrica della bicicletta premendo “stop” sul famoso, piccolo schermo.

Anche stavolta i miei riflessi sbagliano.

Da garrula spaccona, con le lacrime che si tuffavano nell’aria dalla punta estrema dei miei occhi feroci di vento, mi ritrovo idiota, in pieno tornante, con una pendenza del 70% e tutte le marce manuali impostate su una severissima modalità 7.

Resto immobile sulla bici, impagliata, congelata, come una scultura di arte contemporanea pericolante, in mezzo all’asfalto.

Solo pochi secondi per rendersene conto ed i miei stronzi riflessi che hanno combinato questo disastro, danno finalmente l’ordine al resto del corpo di catapultarsi fuori dalla bici e così faccio, tenendo ben stretto per i manubri, l’attrezzo divenuto monolite.

Anche stavolta spero non passi qualcuno.

Mi toccherebbe fingere di aver avuto un problema tecnico alla catena e, a quel punto, con la sventura che mi segue, spunterebbe senz’altro dal nulla un ciclista esperto col quale farei la sonora figura di merda che mi merito.

Invece sono sola, con la mia bici portata a mano, paonazza di sudore ed indecisa sul da farsi.

Anche se non si dovrebbe, valuto l’opzione di srotolare nuovamente le marce manuali, ripristinando la volgare modalità 1 e facendolo senza salire sulla bicicletta per pedalare e scalare in modo corretto poiché, in quella circostanza, morirei: è certo.

In questo modo però, srotolando tutto lì, in mezzo alla strada, scioccherei le povere catene, forse in modo irreparabile e al ritorno subirei, non solo l’umiliazione di dover raccontare come ho scassato il cambio ma anche l’angheria suprema di dover ripagare il mezzo.

Mi tocca quindi soccombere e scendere di nuovo a valle, ritentando la partenza, come in un videogame, come a monopoli.

Discendo quindi in picchiata cattiva, pensando che riuscirò a valicare la montagna entro sera, fosse l’ultima impresa della mia povera vita che anche oggi mi insegna il valore della pazienza e della perseveranza.

Arrivando giù in picchiata come un calabrone, intravedo il tipo grintosissimo del noleggio, seduto fuori dal bar, proprio accanto alla chiesa che, insieme agli amici sta bevendosi una cosa durante l’orario di lavoro, proprio come si usa qui, da queste parti.

Appena mi vede, inizia a fischiare da lontano e m’invita a fermarmi.

– Sei già di ritorno – mi dice entusiasta – D’accordo la pedalata assistita ma non ho visto mica tanta gente valicare il passo, visitare le valli di là e rientrare; grande! Dove ti alleni, in genere?! –

– Ma no, pedalo solo ogni tanto – dico io, merda imperiale.

 

 

 

La mia Sicilia ovvero è già pagata.

SINFONIE

Pur essendo una maniaca compulsiva dell’ordine e dell’efficienza, pur essendomi abbandonata tra le forti braccia della Lombardia per riuscire a trovare uno straccio di servizio pubblico garantito dignitosamente e della gente in macchina che freni in prossimità delle strisce pedonali dovrò ammettere prima o poi che non vi è posto nel mio cuore per nessun’altra regione poiché il posto è già tutto preso dalla Sicilia.

Ma non sopporto di dover capitolare dentro a status symbol consumati e dentro cui tantissima gente banale si trova d’accordo ma quant’è bella la Sicilia?!

Che rabbia che esistano tantissime persone che l’abbiano scoperta.

La Sicilia non dovrebbe essere per tutti; dovrebbe esser tenuta nascosta come si fa con quelle feste a Brooklyn in cui entri solo se sai il codice a sei cifre da inserire al portone.

Così dovrebbe essere.

Basterebbe quantomeno una dogana severa, delle leggi impietose che non facciano entrare più di venti persone a stagione oppure che si entri solo attraverso conoscenze, come si usa nei club per ricchi anziani.

Una cosa tipo che solo un siciliano può farti il visto per entrare in Sicilia e se ti riveli un coglione, quel siciliano che ti ha fatto entrare viene punito dalla legge.

Invece niente: anche e soprattutto in Sicilia c’è questa maledetta faccenda dell’ospitalità.

Durante i miei soggiorni sull’Isola ho sempre notato che le leggi convenzionali sono ben altre rispetto al sacro protezionismo che vorrei.

“Signorina, mi spiace ma è già pagato”.

“Oggi è nostra ospite, va bene?!” con un va bene che non lascia intendere possibilità di replica.

“Che fa, non me l’assaggia questo pochino di spaghetti con le alici e mezza pagnottella fritta e grattugiata dentro?! Che vuol dire è mezzogiorno?! Che c’entrano i quaranta gradi? Perché non c’ha appetito, che le manca?!”

Ma non capite? Io temo che il cibo finisca se si continua ad offrirlo a tutti e a farlo conoscere agli americani; io ho paura che la Sicilia venga consumata dai tedeschi rosa maialino ma agguerriti.

Temo che prima o poi, tutti sappiano quanto son belle le Madonie, che fermento culturale ci sia nelle vie della Kalsa, quanto sia bona la granita a Noto e che razza di natura ci sia a Ginostra.

Ho paura che tutto ciò venga finito dagli altri turisti come al Black friday.

Venga divorato dai francesi, dai veneti ma soprattutto dai milanesi che si comprano la casina bianca, il dammuso nero, la villetta marrone, l’appartamento affrescato.

Ho paura che mettano nei loro giardini le statuine di Buddha, che tolgano gli stucchi dai salotti e ci mettano il divano in ecopelle, che dentro al dammuso pretendano l’acqua corrente inesauribile e che leghino la bici davanti alla casina bianca perché non si fidano.

Ho paura che si portino da casa l’occorrente per fare il loro irrinunciabile spritz di merda al tramonto, ho paura insomma che i milanesi lamentandosi di quelli del sud che vengono a rubare il lavoro al nord vengano a rubare al sud la bellezza!

Uno splendore che non riuscirebbero a ricostruire nel loro ambiente neanche se restassero due settimane chiusi in un negozio cinese a comprare l’occorrente perché “Sai, dai cinesi trovo tutto!” e poi son bravi a fare persino i parchi acquatici al coperto, con le onde, figuriamoci se non riescono a rifare la spiaggia di San Vito.

Che paura.

Ma più che dei cinesi, io per la Sicilia temo quelli di Via Tortona.

Quanto bisogno c’è di difendere quest’isola incredibile, gloriosa?!

Smettete di farvi la guerra tra di voi per chi faccia meglio la caponata, siciliani, e difendete la vostra isola, smettendo oggi stesso di essere così gentili ed ospitali!

Provate anche voi a fare i famosi scontrini da capogiro che fanno a Roma, quelli da cinquecento euro per due fritti misti e vedrete che il turismo vi lascerà in pace, prima o poi!

Chiudete i porti e aiutateli a casa loro.

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IL BUFFET SPIEGATO A MIO FIGLIO

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Molte cose ancora non sai, figlio mio.

Ora mi chiedi, ad esempio cosa renda davvero speciale un italiano ultimamente, visto che sembrano passati gli anni classici, splendenti.

Ora ti domandi, figlio mio quali siano i marchi incandescenti che rendano inconfondibile la gente italica.

Se il mio dovere è quello di risponderti, ti confiderò senza indugio, mio amatissimo che ciò che rende un italiano perfettamente riconoscibile tra la folla è il suo approccio davanti ad un buffet.

E’ così, figlio amato.

Ti chiederai cosa avvenga nel corpo di un italiano dinanzi ad un buffet, tu rispondi che accade qualcosa di fisiologicamente incredibile quando un italiano si trova di fronte ad un tavolo imbandito con mille pietanze e vini e che tutto l’incredibile è riconducibile ad un’unica potentissima parola chiave: gratis.

Rispondi così, figlio mio e non sbaglierai.

Nel corpo di un qualsiasi italiano anche non necessariamente ligure, quando si concretizza la gioiosa eventualità di mangiar senza pagare avvengono delle alchimie e delle reazioni biologiche che preparano l’individuo italico a sopportare qualsiasi prova sia a livello fisico che psicologico.

Presto lo scoprirai con la tua pelle, ragazzo.

L’italiano di fronte ad un buffet offertogli tira fuori le pulsioni dei cani di Pavlov, aumenta la salivazione al solo suono delle posate che vengono sistemate in piccoli gruppi sul tavolo dai camerieri del catering e questo è un processo spontaneo che investe la persona tua conterranea a prescindere dalla sua classe sociale.

Le cosiddette autorità, personalità e tutti coloro che preferiscono esser chiamati per qualcosa che termini con -tà non sono esenti come potresti pensare anzi, faticano molto più delle classi medio-basse, visto il disperato e continuo tentativo di dissimulare il loro interesse nei confronti di faccende ignobili come il cibo.

Ma non temere, figlio mio perché vi è giustizia di classe, almeno di fronte al cibo gratuito e davanti al buffet persino i reali si sporcano le dita.

Ricorda, figlio mio che se davvero vorrai distinguerti per virtù è proprio davanti ai tavoli del buffet che potrai dimostrarlo, non prendendo parte alle odiose file di bestie bipedi che si accalcano nel preciso momento in cui vengono posizionate le teglie degli antipasti ed i piatti caldi.

Sono attese quelle, figlio mio, in cui vedrai la tua gente annebbiata, accecata dalla possibilità di mangiar lì risparmiando altrove e dunque dimentica del decoro.

Vedrai qualcuno prendere il piatto vuoto dalla pila e tenerselo stretto e schiacciato sul petto come farebbe un frate con la sua Bibbia.

Tu non emulare, resta saldo.

Distinguiti.

La brama sarà talmente tanta e la fila così lunga che potrai vedere gente col piatto schiacciato contro il petto in reception, fuori per strada, a due isolati di distanza dal ricevimento.

Ciò avverrà perché costoro pensano che accaparrandosi un piatto vi sia certezza di mangiare e quando si spera fortemente in qualcosa, il contrario non lo si contempla.

Ma tale speranza, in Italia si nutre solo per questioni del cazzo come il cibo, ti dico.

Tenteranno di superare più persone possibili facendo finta di non aver visto la fila oppure adducendo scuse su ipotetici impegni per il bene della società che dovranno affrontare dopo aver velocemente finalizzato uno spuntino ma tu non creder loro, figlio mio e cedi il passo ai loro stomaci poiché non ci si può spiegare né capire con le cloache.

Così al buffet li vedrai usare persino le mani perché, arrivato finalmente davanti alla pietanza dopo quaranta minuti di fila, l’italiano si sente potente, finito non perché, ripeto figlio mio, Gratis è sinonimo di Dio.

Il concetto di gratuito supera quello di Altezze dei cieli, un matrimonio felice, uno stipendio cospicuo ed un mese di aspettativa in Giamaica.

La parola gratis, figlio mio, risveglia i morti, fa sorridere i malinconici, fa breccia nel cuore di chi deve far favori o concedere il proprio tempo all’azienda per cui lavora senza esserne consapevole.

Il cibo gratuito ipnotizza, figlio mio.

Soprattutto se nasci qui, in questo paese straordinario di certo ma non quanto la lasagna, il risotto al Castelmagno, i cornetti salati ripieni e la caponata.

Se poi ci si prefigura anche la possibilità di scroccare tutto ciò, un senso di benessere colpirà le persone italiche che difficilmente proveranno altrove e so che un giorno, figlio mio anche tu proverai quella sensazione.

Ti prego, sii forte.

Datte un contegno.

 

RADICAL SHIT

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dedicato ad E. che combatte la piaga radical chic con eccessiva ferocia non comprendendo che il benessere ostentato è molto più diffuso di quanto si pensi, tanto vale cercare di nasconderlo.

 

Stasera, al tramonto ho conosciuto un ragazzo.

Stava seduto tra i tavolini del delizioso bar a picco su scogli di friabile e nerissima pietra lavica dove ho stazionato tutte le sere di quest’ultima settimana, a partire dalle sette, non proprio sobria.

Il tizio era seduto assieme ad una coppia molto più grande di lui ma non erano i suoi genitori, si capiva: non gli somigliavano e avevano molto più confidenza con lui.

Per l’occasione, il giovane indossava i pantaloni che vanno di moda adesso, tra coloro che la moda la seguono con ostinazione, qualsiasi cosa essa faccia: si tratta di calzoni che lasciano nuda metà porzione del polpaccio e che offrono massima libertà d’espressione alla scarpa che, a questo punto viene scelta proprio per approfittare di quello spazio d’esibizione normalmente non concessole.

La scarpa scelta da questo giovane maschio è un mocassino in velluto marrone, con la punta molto più lunga dei suoi piedi ed i calzini apparentemente invisibili ma non vorrei risultare troppo attenta a questi dettagli perché è giusto rispettare prima di tutto la capacità intellettuale delle persone.

Che poi ci siano dei dettagli nel nostro modo di esprimerci con l’abbigliamento che vogliano dir qualcosa della persona che ne sceglie uno anziché un altro è indubbio ma non tutto, ecco.

Già che ci sono però devo ammettere che giudicare le persone dal loro modo di vestire è, nella maggior parte dei casi, pericoloso ma non per questo fallace.

Il fatto è che il ragazzo in questione pare interessarsi a me da subito ed io a lui ma per fini diametralmente opposti e non sempre riusciamo a percepire perbene le sensazioni di chi ci sta accanto perciò si creano tanti fraintendimenti.

Come quello di stasera in cui, mentre io guardo il suo taglio di capelli alla Pupo, i mocassini e tutto il resto sorridendo, lui vede solo che lo guardo e che sorrido sicché avanza con le sue avances offrendomi un bicchiere di vino toscano ignobile.

Continua a parlare, seduto affianco a me, approfittando del tempo che gli concedo in nome del fatto sacrosanto che non si possano giudicare le persone dal loro abbigliamento perché non sta bene, non si fa.

Specialmente se non si vuol soffrire.

Il ragazzo mi chiede, s’informa su cosa faccia, da dove venga: siamo in vacanza, in un territorio neutro e ciò sembra seccarlo.

Vuole catalogarmi ma ve l’ho detto, non si fa.

Siamo tutti diversi, le tribù sociali ormai son desuete eppure lui sembra cocciuto, ostinato a voler trovare la chiave per aprire il cofanetto che dovrebbe contenere le mie istruzioni per poterlo srotolare tra le sue mani.

E così, testardo e spavaldo, ad un certo punto mi guarda e mi fa: “Ma che sei radical, tu?!”

Improvvisamente fa buio su tutta la terra.

Mi ha preso in contropiede, non so cosa intenda, cosa voglia dire con questa domanda, con questo termine non italiano, parecchio diffuso eppure insignificante.

Sono spaventata e non avrei mai pensato di esserlo per mano di uno vestito da influencer.

Mi sento come se la polizia mi avesse appena fermata per accusarmi del possesso di una droga che io, non solo non possiedo ma neanche conosco.

Ma il ragazzo non capisce, non sembra accorgersi di niente, neanche della coltre scura che sta divorando chilometri di cielo, dopo questa sua domanda.

Non si accorge, il tizio, manco della gente che inizia ad alzarsi dai tavolini e a fuggire spaventata verso il porticciolo, dentro alle case.

Il ragazzo dai piedi di velluto se ne sta lì, ad aspettare la mia risposta mentre lo sperone di terra sul quale siamo rimasti io e lui, trema ed i suoi mocassini ormai penzolano nel vuoto eppure tutte queste circostanze lo interessano meno del responso alla sua domanda.

“Allora?! Sei radical?”, insiste mentre io mi sento come se tutto l’equilibrio del mondo dipendesse dalla mia risposta eppure non so rispondere perché non lo so.

Non so cosa sia un radical e non so se, nel caso io lo sia.

Non ho idea di cosa intenda questo figlio di puttana pettinato e generalizzatore mentre l’isola affonda nel mare, sempre di più, ogni volta che lui dice radical.

Sono smarrita, alzo lo sguardo e vedo un uomo sui cinquanta che mi guarda da un terrazzino che ormai si regge solo su due mozziconi di ferro: piange come un bambino e grida verso di me “Digli di si, brutta stronza! Non lo vedi come sei vestita?!” ed il ragazzo cavalca l’onda disperata del tizio, schernendomi, dicendomi “Ma si che lo sarai, coi libri che mi hai detto di aver letto e la collana che c’hai. Allora?!”

Ma io resto immobile, non voglio cedere.

Ho paura ma non voglio piegarmi sotto la suola Nero Giardini di questo pazzo catalogatore.

Sento freddo, scoppiano i vetri e cadono tetti dappertutto, dietro di noi il vulcano inizia a scaricare lapilli, detriti, fumo, gas e la gente rimasta attorno a noi si accascia, soffoca tra spaventosi rantoli mentre il ragazzo appena conosciuto è ancora lì, perfetto e pettinato a ripetermi “Insomma, sei radical o no?!”

Sto perdendo i sensi ma non cederò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BEVETE TANTA ACQUA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Finalmente c’ho la buona scusa.

C’ho la buona scusa per sfogarmi.

Fuori ci sono quaranta gradi, è mezzogiorno e sono nel traffico.

Il caldo, si sa, da alla testa.

Lo dicono i medici, lo dicono i giornali.

Bisogna bere tanto, non uscire nelle ore più calde della giornata, dicono al tg; ma il clima è cambiato, come abbiamo voluto noi con le nostre porcherie e quindi non ci sono più ore calde nella giornata ma giornate calde con un mucchio di ore.

Così finalmente c’ho la buona scusa.

Perché, si sa, il caldo da alla testa.

Ora scendo dalla macchina e me la prendo con il primo che capita, lo mando affanculo così, con la scusa del caldo.

Me ne andrò famelica di briga nei luoghi dove è più facile sollevar focolai di rissa: in fila al supermercato, al semaforo, alle poste, al giardinetto dei cani.

Me ne andrò con la fronte sudata a guardar male altre persone sudate come me, aspettando che mi guardino per poter dir loro “Ma cos’ha da guardare?!” e da lì sarà un attimo e si passerà alla colluttazione perché, si sa, il caldo da alla testa.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Ho tanto bisogno di sfogarmi, ho un sacco di beghe personali, di paturnie e di psicosi e ho atteso tutto l’inverno paziente ed ora finalmente è arrivato il meteo giusto, quello grazie al quale mi scagioneranno perché col caldo, si sa, la mente si annebbia.

Per questo sono uscita a mezzogiorno e non ho bevuto acqua.

Per questo ho i pantaloni lunghi e ho spento l’aria condizionata.

Per avere più attenuanti.

Per poter picchiare in santa pace le signore, il postino, il vicino di casa, la cassiera.

Mi aggiro felice ed ansimante per la città, alla ricerca degli sventurati concittadini che si muovono lenti, cercando di resistere, di restar pazienti bevendo Polase per sbrigare le proprie pratiche.

Sono i cittadini pazienti che cerco con voglia e che scoverò per estrapolare la loro parte animale, primitiva, cavernicola di cui c’è tanto bisogno.

Strapperò fili di perle e camicie Loro Piana per sfogare la mia tristezza.

Pesterò zatteroni e bambini con le pistolette ad acqua per liberarmi di un po’ di stress.

Lincerò impiegati pigri e condomini scomodi che avrei voluto malmenare da tempo ma era inverno e non ho potuto.

Ora si che c’ho la scusa buona.

Basta uscire nelle ore più calde e ce ne sono tantissime.

Nessuno mi scoprirà.

Nessuno saprà che sono in forma e molto lucida ma solo stanca ed annoiata dalla vita quotidiana e con voglia di dar due schiaffi.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Diranno che il caldo mi ha dato alla testa ma in realtà è la società civile che me l’ha sabotata ed io approfitterò del caldo per punirla.

 

 

foto Claudio Silighini

QUANTE VITE HA UN CORRIERE?

SINFONIE

L’ossessione per la pratica dell’acquisto pazzo e forsennato online ha comportato parecchi cambiamenti nella nostra vita ma uno, in particolare mi sembra molto divertente: l’eliminazione definitiva della distanza tra trasportatore e cliente finale.

Un tempo delegato prevalentemente alle consegne negli uffici ove si rapportava con gente metodica e retribuita per ricevere i suoi colli, oggi il corriere è obbligato a depurarsi attraverso il fuoco sacro e terribile dell’incontro col privato cazzone che ha ordinato porcherie su Amazon.

Il privato maledetto ha mille scuse per mettere alla prova anche la pazienza del corriere più duro e puro.

Il privato non ha il citofono, abita al quinto piano senza ascensore, sta lavando il bambino, è in pigiama, ha l’acqua aperta, il nonno disabile, l’ernia e mille altri espedienti che costringeranno il corriere a scendere dal mezzo, lasciandolo in settima fila, acceso per non morire asfissiato al rientro e carico di altre sessanta consegne da fare entro la successiva mezz’ora.

Nel nostro immaginario, il corriere resterà sempre Renato Pozzetto nella straordinaria interpretazione in Grandi Magazzini eppure oggi il corriere che affronta l’Italia dei privati col vizio dell’acquisto compulsivo non è italiano ma sudamericano.

Perché certi lavori gli italiani non li vogliono fare neanche quando dovrebbero farli anziché aver l’ambizione di voler governare il paese.

L’individuo sudamericano ha per indole, come chi governa il paese, un filo di indolenza, è vero, ma anche immensa resistenza alle prove più faticose che la vita gli propone e poi guida come se il furgone l’avesse rubato dunque è perfetto per questo tipo di professione che, al giorno d’oggi è pura impresa eroica.

Eppure, di fronte all’epopea di una giornata di consegne, persino il corriere sudamericano barcolla, suda e non comprende perché il cliente privato non sia collaborativo oppure lo sia troppo e pretenda di salire sul furgone, in mezzo ai pacchi per scovare personalmente il suo e lamentarsi di come sia stato posizionato malamente e di quanto sia fragile il contenuto e di come si lamenterà con chi di dovere.

Anche in questo preciso momento, da qualche parte c’è un corriere sudamericano che inveisce a las putas che hanno concepito l’albero genealogico che ha generato te, cliente privato.

Anche in questo preciso momento, da qualche parte, nella tua città c’è un tizio che si strapperebbe la pelle dal caldo che sta montando un Ducato e sta sbranando la strada verso di te, schiacciando qualsiasi cosa incespichi sul suo tragitto mentre con la mano destra imbraccia il piccolo computer per gestire le consegne, con la mano sinistra masturba il proprio cellulare per rispondere ai suoi centomila parenti e con la rotula direziona il volante della sua bestia gommata verso il tuo loft.

Questa mattina sii gentile col corriere.

Scendi sul pianerottolo, abbraccialo anche se è tutto sudato e scusati. Scusati perché lui sa benissimo che dentro a quel pacco che gli ha fatto attraversare la città intera c’è, senza ombra di dubbio, una puttanata inutile che serve solo a lenire la tua solitudine.

BIGLIETTO (E) PREGO

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Esiste una parola che viene giornalmente nominata da tutti come se niente fosse ma che ha tutti i sintomi della parolaccia!

Quando la sento nominare e capisco di doverci avere a che fare rimpiango di essere italiana e di aver pensato, anche solo per un attimo che il servizio che questa parolaccia abbraccia e giustifica potesse essere una buona soluzione per me, cittadina onesta col biglietto acquistato.

Vi è una parola che indica l’azienda che da sempre coopera allo sviluppo di tutti i peggiori sentimenti germinali ed insiti nell’animo umano, specialmente in quello del pendolare stressato già per la sua condizione, figuriamoci quando essa viene ulteriormente screditata da una parolaccia.

E’ una parola che ti fa pentire di esserti deciso ad andare a trovare quell’amica al mare o di aver scelto il meno affidabile dei mezzi per presentarti in orario a quel colloquio di lavoro che aspettavi da anni proprio come il mezzo che ti ci dovrebbe portare.

Non esiste sistema pubblico che mortifichi maggiormente il viaggiatore rendendolo vittima di un servizio acquistato con libera scelta e con meno libero mercato poiché non esiste ancora nessuno in grado di fare adeguata concorrenza a questo enorme, umiliante mostro parastatale; un servizio dal quale, subito dopo la vidimazione del biglietto, il viaggiatore resterà sequestrato, senza nessuno che gli venga in aiuto, nessuno che lo difenda, che gli suggerisca quanto non convenga salire a bordo se non si ha la certezza di arrivare, che potrà correre il rischio vicino alla garanzia di accumulare ottanta minuti di ritardo, il pronostico di contrarre malattie della pelle nei bagni non degni di esser chiamati tali, la minaccia di accettare condizioni di trasporto che non prevedano recupero della dignità del consumatore, in caso di disservizio.

Non è ancora nato chi dica al viaggiatore che forse, la soluzione migliore è restarsene in stazione, al bar, a godersi i vantaggi che derivano dall’assenza di un disservizio al quale non ci si può abituare.

Deve ancora arrivare il Salvatore del viaggiatore, è in ritardo.

Deve aver perso la coincidenza.

MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

AUTOCENSURA IGIENICA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

“Arianna, perché non scrivi mai di Salvini?!”

 

La nostra ossessione mediatica per Salvini ci ha puniti tutti.

Questo giornaliero buon proposito di far da cassa di risonanza sui social ai fatti spiacevoli di questo ragazzo ha fatto in modo che il suo volto replicato su milioni di bacheche divenisse un volto di cui, nostro malgrado, ci si affezionasse (un po’ come avvenne con il signor Berlusconi, se non sbaglio), ed ora eccoci qui.

Eppure, se è vero che si possa e si debba sempre apprendere da qualsiasi lezione, a livello sociale questa punizione ci consente una riflessione che potrebbe ancora risultare costruttiva.

Nel mio piccolo, ad esempio ho ricevuto moltissime richieste dal pubblico di questo tipo: “Perché non parli di Salvini? Parla di Salvini!”

Perché chiedere ad un autore comico di parlare di Salvini?

Forse perché si sente con prepotenza, la necessità di sdrammatizzare riguardo un argomento, di per sé drammatico?!

Da quando quel ragazzo è diventato ministro, tutti i comici si son lanciati in siparietti che lo disprezzassero come persona e come istituzione ed è piuttosto facile farlo poiché questo ragazzo è il soggetto perfetto per qualsiasi drammaturgia satirica (nel caso in cui ce ne fosse davvero, in Italia, di drammaturgia satirica).

A livello personale, il soggetto ha sempre mostrato di fare scelte bizzarre e di basso profilo che ben si prestano ad esser sceneggiate;

mi viene in mente, ad esempio, la sua copertina per un rotocalco di gossip, in cui si fece ritrarre a letto, vestito solo di una cravatta verde bosco oppure della sua attitudine a fidanzarsi con gente discutibile od ancora tante delle innumerevoli fregnacce raccontate da pubblicazioni che dovrebbero fallire, se Dio amasse davvero l’Italia.

A livello istituzionale ha incentivato tutte le peggiori pulsioni del cittadino italiano medio, spunto di partenza eccellente per qualsiasi scritto umoristico.

Meno per qualsiasi strategia politica volta a migliorare il paese.

A livello ideologico è riuscito a far leva sul ceto che manca di preparazione storiografica per proporre questa storia indigeribile che il vero problema in Italia sia l’immigrato e non l’italiano corrotto e contestualmente, col suo potere ed il nostro consenso, continua a sovvenzionare le carceri libiche e le torture contro esseri umani considerati di seconda categoria rispetto a noi.

Poi c’è la parte soubrette di Salvini (tipica del politico italiano a partire dagli anni novanta), coi suoi concorsi a premi, le sue brutte figure, sintomo della mancanza di educazione di cui soffre il paese tutto, non soltanto lui ed ecco che il personaggio comico c’è già.

Non v’è alcuna necessità di crearlo da nulla: Matteo Salvini è lì per i comici, pronto da scartare come una caramella e facile da raccontare.

E’ facile fare un siparietto con questo ragazzo.

Meno facile proporre un siparietto che schernisca il tessuto sociale, la tragicomica decadenza di costumi e della morale degli italiani che ha causato l’ascesa di questo ragazzo.

Complicato far ridere dandoci dei coglioni, ignoranti, pigri, razzisti, corrotti e con le felpe con la bandierina dell’Italia sul petto.

Molto difficile per un povero comico italiano di oggi riuscire a far sorridere con un tale reportage di merda sul nostro paese e perciò meglio accanirsi sul politico specifico e non sulla cittadinanza che aderisce ai suoi principi lontani dalle altezze culturali di un paese che si vanta di essere ancora ciò che fu secoli orsono.

Funziona così da sempre: ci piace sorridere delle persone che governano, non delle cazzate che facciamo come elettori.

Così, comici ed elettori continuano a fare cabaret di basso profilo ed il nostro futuro è l’unica tragedia presente in palinsesto.

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AVVENTO ELETTORALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Proprio come durante l’Avvento ci si prepara affinché tutto evochi e celebri il Natale, quindi ci si maschera da Babbi, si nascondono i regali negli armadi, si pensa a come cazzo fare per diventare più buoni di quanto già si sia, si comprano le lucine colorate e le candeline, ecco che anche il tempo precedente alle elezioni amministrative è un tempo ricco di piccoli rituali di preparazione che fanno brillare gli occhi agli addetti ai lavori.

E allora si asfaltano le strade, ci si ricomincia a salutare nel quartiere, si fa amicizia con gente improponibile, che non si sarebbe mai salutata, se non fosse che manca solo un nome per completare la lista elettorale.

Si organizzano un sacco di cose, appuntamenti sociali impensabili, concerti in piazza, sagre, corsi gratuiti ma soprattutto cene.

Poco prima delle elezioni si cena moltissimo e un po’ in tutti i modi possibili: formali e scomodi sopra alle sedie chiavarine in un bel palazzo antico oppure sotto ad un tendone davanti ad un tavolo di pizzette, poco importa perché si cena; si torna a casa e si può dire “io ho già cenato”.

Ci si mette la spilletta e si va alla cena elettorale perché si mangia gratis e tale proposta resta ancora, per l’italiano medio, in prima fila tra le priorità di vita.

Nel centro storico iniziano i rastrellamenti agli stand. IMG_4756

Se devi andare da un punto A ad un punto B e per farlo devi attraversare il centro, nel periodo che precede le elezioni dovrai contare quaranta minuti in più che ti serviranno per schivare la settantina di volontari che cercheranno di prelevarti dalla strada col fine ultimo di trascinare le tue spoglie al gazebo del loro partito e sequestrarti per poterti spiegare perché è ora di finirla.

Ti offriranno un bicchiere di succo ed una pizzetta perché sanno che sei italiano e mentre ti iniettano il nettare di ananas, con l’altra mano ti infileranno i santini del loro candidato nella tasca della giacca in modo che, quando riuscirai a divincolarti e sarà tardi per sbrigare la commissione, te ne tornerai verso casa pensando a che carini che son stati quelli del gazebo X che non ti hanno lasciato cartacce da buttare.

Poi, una volta a casa mentre appenderai la giacca penserai che il Fato ha voluto indicarti il nome di colui che dovrai votare poiché hai trovato il suo volantino elettorale miracolosamente accoccolato nella tua tasca.

Come un messaggio dei biscotti della fortuna cinesi.

Noterai con sollievo che non c’è la foto del candidato nel santino e che preferisci così perché costa caro stampare una foto a colori su carta e che il candidato, a quanto pare, sembra sia sensibile allo spreco del denaro pubblico, avendo rinunciato in maniera eroica a far stampare la sua faccia là sopra.

Non realizzerai che se vi fosse la foto sul bigliettino giammai lo voteresti perché il muso fortunatamente dice ancora molto.

Sti cazzi che mi asfalti la strada.