STORIE DI MATTI / Il Fatto Quotidiano

STORIE DI MATTI

Racconto inedito pubblicato per il Fatto Quotidiano del 18 Luglio 2017

Almeno una volta a settimana in auto con i miei genitori, si era costretti a passare davanti al Santa Maria della Pietà, l’ospedale psichiatrico di Roma che all’epoca nessuno si vergognava a chiamare manicomio.

Per andare in centro, quella strada lì evitava di morire giovani nel traffico della Cassia quindi mio padre imboccava la Trionfale (che già all’epoca di trionfale non aveva più un tubo), e iniziava a lanciarci occhiate sfuggenti dallo specchietto retrovisore, come fanno gli agenti segreti nei film con le colonne sonore che sostengono le stesse, miserabili sceneggiature uguali da vent’anni.

E anche la mia famiglia, se non da venti, almeno da dieci anni, batteva il suo Ciak sempre in prossimità dello stesso incrocio.

Di giorno ma soprattutto di notte, dentro all’abitacolo s’innescava, proprio in quel punto e in maniera del tutto innaturale, un silenzio attento, concentrato, da chiappe strette, se dovessi descriverlo a un amico.

Qualunque fosse l’argomento nel quale si era tutti coinvolti o eccitati, quando la macchina entrava nell’area rossa del manicomio, ci si serrava la bocca e si guardava con la coda dell’occhio fuori dal finestrino cercando quale fosse il motivo in grado di zittire una famiglia in pochi secondi.

Il raggio dell’area rossa in cui ci si congelava era stato identificato dall’inconscio bizzarro di mia madre e nessuno, a parte lei, sapeva precisamente dove iniziasse e finisse, anche perché non c’erano dogane o cartelli segnaletici che sancissero il piccolo comune immaginario molto, molto pericoloso.

Ciò che si sapeva è che dentro a quel perimetro, il plot restava lo stesso: uno dei genitori prendeva coraggio e si girava, approfittando del semaforo rosso e appoggiando il gomito sul sedile accanto, fedele alla sceneggiatura da seguire.

Poi ci guardava dritto nelle pupille e diceva “mettete le sicure”.

Noi bimbetti si ubbidiva e si metteva tutti, in sincronia, la sicura. La faccenda, il più delle volte, finiva lì.

Poi però il tempo bastardo consentì a me e ai miei fratelli di crescere e sviluppare rudimenti di senso critico.

Sia maledetto quel momento in cui si diventa coscienti.

Sia maledetto quel momento in cui si innescò nei nostri cervelli, la voglia di domandare perché davanti a quel preciso incrocio, bisognasse sempre inserire la cazzo di sicura.

Sono l’ultima di tre fratelli quindi, al mio turno di perizia inquisitoria, la risposta aveva già fatto pratica e arrivò fresca a perfetta: “Perché ci sono i matti”.

Chi somministrò la risposta però, non tenne conto di quanto io, da bambina fossi già profondamente cacacazzi.

“E allora?”, chiesi come lanciando un sasso.

A casa mia infatti, i figli hanno meno diritti delle blatte dunque immaginare che dei minori s’arrischiassero a contestare risposte con altre domande era una prospettiva utopica.

Ma anche produrre un terzo figlio femmina era abbastanza irreale, prima che piombassi nelle ecografie così, anche per questo e con ancor più presunzione, pretendevo una risposta.

Eppure non è dei miei traumi familiari che voglio parlare.

Voglio parlare dei traumi familiari, punto.

Perché la famiglia è un luogo bellissimo ma se ne potrebbe fare a meno.

Essa può divenire un rifugio rassicurante come una tana di murene se non la si considera per ciò che è, ossia un salotto con persone che si vogliono bene a Natale, ma la si percepisce in base a ciò che la società perbene vi ha costruito intorno.

La famiglia ma anche il posto di lavoro, la location del matrimonio, l’autostrada o il centro commerciale sono alcuni dei contesti più adatti alla proliferazione della nuova follia.

Perché di società ci si può ammalare.

Dentro a quella macchina in cui si aveva paura delle antiche patologie psichiatriche, mi proposero una risposta di quelle che le dittature fanno scrivere ai loro intellettuali per accontentare i popoli.

Mi dissero che i matti uscivano in orari misteriosi per dar fastidio alle auto delle persone perbene.

Così, guardando fuori dal vetro ermetico e lucido di notte, promisi ai matti che li avrei vendicati.

Mi dissi che sarei andata alla ricerca dei veri soggetti pericolosi, di quella nuova inquisizione travestita da società rispettabile e che li avrei scovati uno per uno, i veri pazzi.

Avrei riscattato gli internati scrivendo cartelle cliniche universali e contemporanee di quei pazienti che non vogliono farsi diagnosticare nulla e che a casa hanno un sacco di tappeti Bukara dove nascondere orrori e insicurezze.

Quei professionisti, dottori, madri di famiglia e account che siamo noi, sempre rasenti sul filo della psicopatia condominiale.

Promisi questo agli angeli del manicomio.

Poi zitta zitta disinserii la sicura, per essere pronta a scivolare giù dall’auto, in caso di pericolo, in caso l’inquisizione mi avesse scoperta.

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