IL VENTISEIESIMO GIORNO

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

“Il ventiseiesimo giorno” ovvero “L’Ansia è il mio strumento di lavoro” è un pezzo scritto e interpretato in occasione del Creative Morning di Roma.

Tema del mese: l’ansia.

Io sono assediata dall’ansia e, se non bastasse, non ho accesso all’ansia in maniera graduale; non ho gli stati d’animo intermedi, convenzionali: voglia di fare, stanchezza e poi, eventualmente, ansia.

Io no.

Io ho voglia di fare e poi, a distanza di pochi secondi, ho direttamente l’ansia, senza passare per la stanchezza.

La mia voglia di fare è una burrasca di idee, telefonate e centinaia di mail, inviate a qualsiasi ora e tutto intorno a questa bufera, quasi fosse un’isola, c’è un mare di ansia.

E questo “tutt’intorno” occupa una bella fetta di tempo.

Tempo che potrei usare per fare un sacco di altre cose più utili, come lavorare.

Non potendo disfarmene, ho deciso di lavorare a stretto contatto con lei.

Quando ho in programma uno spettacolo, generalmente vengo a saperlo quasi sempre con un mese di anticipo.

I primi venticinque giorni, io me ne frego.

Tutto di me se ne frega, del fatto che abbia uno spettacolo da preparare.

E’ una pulsione stranissima.

Nei venticinque giorni, su trenta, che ho a disposizione per preparare lo spettacolo, io ho una voglia di fare incredibile.

Una voglia di fare tutto, tranne che di preparare il mio spettacolo.

E subisco questa circostanza odiandomi, mentre mi tengo impegnata in mille e più stronzate inutili, pur di sedare la mia voglia di fare: pulisco casa da cima a fondo, come un’invasata, come se aspettassi gli assistenti sociali, in visita per togliermi la potestà, butto giù le librerie, le spolvero come fossi un archeologo e cambio posizione a libri ed oggetti.

Lavo, cucino, annaffio le piante.

La casa brilla e io m’insulto.

Mi dico “Cazzo fai, cretina! Molla la scopa e vai a preparare lo spettacolo, che sennò fai una figura di merda!”

Ma il mio corpo non risponde.

E’ come se fosse ipnotizzato.

Perché non sono ancora trascorsi i venticinque giorni.

Perché non è ancora venuto il giorno ventisei.

Poi arriva.

Arriva il ventiseiesimo giorno, improvvisamente e, insieme a lui, arriva anche l’ansia.

Mi dico “Guarda che cazzo hai combinato, mariuola merdosissima, ci risiamo! Con tutto il tempo che hai avuto e blablabla…” eppure, io continuo imperterrita a non preparare il cazzo di spettacolo e a tergiversare.

Giorno ventisette.

A tre giorni dallo spettacolo, di voglia di prendere in mano il fottuto copione dello spettacolo, non v’è traccia.

Continuo, in compenso, a maledirmi e gli anatemi si fanno sempre più diffusi e pesanti.

Giorno ventotto.

Quasi svengo dall’ansia e mi accascio sui mobili, chiedendomi quale altro rincoglionito, a due giorni dallo spettacolo, riuscirebbe a non aprire il copione per mettere il concime alle piante grasse di casa.

Giorno ventinove.

Ormai non c’è più speranza: è tardi.

Lo spettacolo sarà l’indomani, la figura di merda si avvicina prepotente.

Meglio non pensarci e uscire.

Meglio andare in gita, respirare, ventilare le idee, cambiare aria, mangiare in quella trattoria che mi piace tanto e così, il giorno prima dello spettacolo mi trovate in giro, a cazzeggiare per boschi con una zuffa di voci in testa che litigano e si alternano e dicono “Guarda che sentiero meraviglioso!” e subito dopo “Miserabile fancazzista, domani sarai punita”.

Così, rientro a casa un po’contrariata e poi arriva il giorno dello spettacolo.

Figuriamoci se ho il tempo di sfogliare il copione, nel giorno di viaggio: è tutta un’odissea di treni e valigie e ritardi e vaffanculi, la trafila per arrivare nella città dello spettacolo, da dove abito.

Quindi arrivo, mangio, dormo e faccio tutto ciò col sibilo dell’ansia in sottofondo che dice “Ssssssstronza”.

Arrivo nel retropalco, sono carina, col vestito buono, microfonata e magnata dall’ansia, visto che, per un mese intero, non ho aperto il copione dello spettacolo che dovrò fare di lì, a cinque minuti.

Così, ogni volta, salgo sul palco dicendomi sempre la stessa frase, la stessa frase che mi dicevo nel tragitto che andava dal banco alla lavagna: dico, “Bene, brutta stronza, adesso ce la dobbiamo cavare in qualche modo, non è vero?! Ma tu guarda se devi mettere a disagio perfino me, l’ansia! Adesso vediamo che t’inventi per salvarci da questa figura di merda. Vediamo che diamine gli dici a questi..”

Così saliamo sul palco, sempre sole, io e lei: me e una tripla, carpiata ansia in picchiata libera.

E ce la caviamo sempre.

Perché so che il problema non è l’ansia per lo spettacolo, ma il momento in cui bisognerà farselo pagare, lo spettacolo, tra novanta giorni.

E’ lì che deve venire l’ansia e glielo dico sempre a lei ma non capisce.

L’ansia non le capisce le ansie dell’Italia. E’ internazionale.

 

 

4 pensieri su “IL VENTISEIESIMO GIORNO

  1. L’ansia: inequivocabile e imprescindibile compagna di questi tempi. Si sá, ed è dimostrato anche dall’incremento esponenziale della vendita e dell’uso di ansiolitici.
    È perché siamo sistematicamente in ritardo o perché non facciamo mai oggi quello che potremmo fare domani? Perché aspettiamo l’ultimo minuto per occuparci di quella cosa, come lo spettacolo, o perché tutto è diventato prioritario e affoghiamo senza soluzione di continuità nel torbido?
    – Ah! Com’era?…. Ah si! Fermate il mondo voglio scendere.

    Arianna, mi piace leggerti come ascoltarti. Vai avanti così. Sei grande!!! Ti aspetto a Torino. Ci tengo.
    Ciao

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...