IL PIANO BAR NELLE CARCERI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non conosco nessuno così odievole da meritare una serata in compagnia del piano bar.

Che sia in albergo, in crociera o al villaggio turistico, il piano bar corrisponde al peggiore dei luoghi in terra dove trovarsi senza averne colpa.

Bisognerebbe quindi subire il piano bar, avendone colpa.

Il piano bar dovrebbe essere una specie di punizione simile ai lavori forzati o alternativa al carcere.

Se solo si potesse prevedere il piano bar contro i condannati ai domiciliari, mi sentirei meglio e sarei ancor più incentivata a non commettere crimini: perché farei qualsiasi cosa pur di non essere costretta dallo stato a starmene davanti ad un tizio con la pianola.

Le basi musicali anni settanta e il karaoke con Acqua e Sale mi fai bere, io vorrei che fossero castighi imposti a quelli che hanno fatto bancarotta fraudolenta o che ne so.

E invece siamo stati governati da uno, che il karaoke lo imponeva ai poveracci in viaggio su una nave.

Il piano bar deve essere inflitto ai criminali, non ai poveracci che lavorano tutto l’anno, che pagano le tasse e che cercano di essere bravi genitori perché non è giusto che uno rientri tardi in albergo, dopo una lunga giornata di trasferta professionale e trovi, al bar della hall, un tizio col pizzetto che fa ballare le tedesche sbronze con I will survive.

Non è dignitoso che una brava ragazza venga umiliata, durante le sue uniche ferie, da un signore abbronzato, vestito di lino bianco che la costringe a leggere le parole di Bionde trecce, occhi azzurri e poi, mentre si colorano velocissime o, almeno, più veloci della sua povera gola di impiegata a progetto.

Il piano bar conferisce un improvviso, perfetto alone di tristezza a chi lo provoca e a chi lo subisce e tutto il luogo circostante si contamina, tanfando subito di moquette blue, di vodka del discount e di promiscuità sudata, di dopolavoro, di festa aziendale e di premiazione per il miglior fatturato.

Fatemi morire con l’orgoglio di non aver mai preso parte ad una serata nella morsa del sax o della pianola inflitta da un resident, in un residence.

Mi spiace per i bravi musicisti, costretti dalla vita a suonare le basi di Antonacci ma più rispettoso, nei confronti del loro amore per la musica, sarebbe il gesto di cercarsi un altro mestiere, alla svelta.

Anche umiliante e pesante.

Perché c’è molto poco di più pesante ed umiliante che ascoltare la propria, virtuosa voce, gridare Tutti insieme, Anima mia!

Proteggetevi dal piano bar.

Non permettete a nessuno di darvi un microfono in mano quando siete in costume da bagno o davanti ai vostri colleghi e ad un ragazzo con la camicia hawaiana e la collanina dorata che vi guarda eccitato, pronto a sostenere con voi un ritornello che non doveva neanche essere creato.

Si al piano bar nelle carceri.

No, alla violenza sulle pianole.

Si, alla violenza sugli eventuali eredi di Umberto Smaila.

 

 

6 pensieri su “IL PIANO BAR NELLE CARCERI

  1. Non dispiacerti per i bravi musicisti che fanno il piano-bar… stando a quanto mi han sempre detto, ritengo di potermi considerare uno di loro e posso assicurarti che, con buona pace di chi non ha saputo sottrarsi al “fascino” delle basi di Antonacci, anche questo lavoro non è avaro di soddisfazioni e chi se le merita, prima o poi, ne viene gratificato. In realtà, non mi pare, poi, che le nostre attività siano così diverse… entrambi regaliamo emozioni ed entrambi viviamo per quel breve o lungo applauso che, alla fine di ogni esibizione, verrà ad accrescere o ridimensionare la nostra autostima. Cerchiamo di non cadere vittime della nostra presunzione, esprimendo critiche spesso prive di basi e, quindi,sterili, La predisposizione alla critica può essere una brutta malattia… Kokoschka, a questo proposito, sosteneva che “… i critici sono come gli eunuchi: entrambi sanno perfettamente come si fa…” Noi vogliamo essere diversi, vero? Ciao!

  2. Neoliberismo & Piano Bar

    Il pianobar è un lavoro come un altro. È come fare il buttafuori, l’astronauta, il lavapiatti o il giardiniere, quindi ha la sua dignità, in quanto lavoro. Tuttavia, se è vero che i geometri e il benessere coalizzati (nei ’60/’70) hanno rovinato l’Italia da un punto di vista architettonico, è anche vero che il pianobar e il benessere hanno rovinato e quasi portato all’estinzione la musica dal vivo.

    Tra i pianobaristi trovi di tutto, sono davvero simpatici personaggi in cerca d’autore. Lavoratori dignitosi, ma musicisti venduti.
    Una maschera tipica di questo ammirevole carnevale dell’intrattenimento è il pianobarista medio, un personaggio amabile nella sua dabbenaggine e nel suo ottimismo, lievemente frustrato, dotato di ilare vittimismo armato congenito che impreca contro il destino cinico e baro, i gestori, i colleghi, le tasse, i complotti, i mancati pagamenti, gli ”amici” che disertano regolarmente le serate perché hanno di meglio da fare che subire lo scempio morale, fisico e spirituale di una pianola o di improbabili assoli di chitarre improbabili.

    Al pianobarista medio va riconosciuto l’impegno profuso, il coraggio, e il fatto che paghi scrupolosamente le tasse, a differenza di chi scrive, noto evasore, e il fatto che legittimi l’attività di musichiere godipipolo con tutte le iscrizioni possibili e immaginabili pur di mantenere a galla la presunta rispettabilità legale e morale del mestiere.

    Ovviamente non stiamo parlando di musica, che in questi ambienti paradossalmente è la grande assente, e neanche di ‘arte’, già che vista come pericolosa, snobistica e sovversiva, guardata da lontano con livore, sospetto, stupore e una buona dose di sana gelosia. Allora di cosa si tratta? Di sfinenti scalette farcite di cover indecorose che imprescindibilmente, devono essere suonate per compiacere il pubblico medio da apericena formato da hypster stagionati, ex-cantanti, ex-chitarristi nostalgici, coppie in crisi, cornuti/e, cellularidipendenti, cocainomani, solitari, parassiti, donnaioli e navi scuola di ogni età, ma anche brave persone normali che per errore di calcolo hanno l’atroce sventura di incappare nel pianobar.

  3. Il problema è: come liberare la musica dal vivo da questa cultura così deleteria, degradata e invasiva che ha rapallizzato le riviere dell’orbe terracqueo, diserbando il concetto stesso di musica come espressione di urgenza artistica?

    Il pianobarismo, dobbiamo prenderne atto, è una malattia virale dalla quale non c’è vaccino perché è radicato nella cultura italica e, in fondo, non fa altro che assecondare i desideri di un pubblico maleducato (musicalmente, ma non solo); quindi risponde lodevolmente ad una domanda di mercato legittima, che è quella di svagarsi, o meglio ancora ”di non pensare”. Svago e distrazione servono a questa società non solo per divertirsi, ma principalmente per non impazzire.
    Quindi, in quest’ottica, il pianobar svolge un importante ruolo sociale e psichiatrico, assimilabile a quello della discoteca.
    Dai alla gente quello che chiede, ‘panem et circenses’, un analgesico che ci impedisca di impazzire e che ci mantenga nello status di docili consumatori. E noi lo accettiamo passivamente, per accapparrarci una fetta di riflettore, un po’ di soldi, con uno spritz in mano al tramonto e stuzzichini, magari.

    Tuttavia, il pianobar, nonostante la presenza di attempate cantanti in disarmo a stemperare l’orrore della famigerata pianola, non può e non deve essere denominato ”musica dal vivo”. Questa dicitura dei gestori è una frode. Davvero ne abbiamo bisogno?

  4. Ammantare il mestiere con un’aura misteriosa da classe privilegiata tanto decantata da De Gregori è l’imperativo e, per non perdere la faccia completamente, da sedicenti Grandi Professionisti, animatori, valletti, “musicisti”, pianolisti, spinettari, jazzisti mancati, musichieri cabarettisti, karaokettari, si tentano goffamente delle cover più o meno d’autore, di spessore, oltre alla solita ignobile spazzatura d’obbligo, per non oltrepassare la soglia della vergogna, per la quale persino i sostenitori più irragionevoli si sentirebbero a disagio.

    Per sfuggire a questa piaga che fotografa perfettamente il degrado morale di questo paese, della cultura in generale, e musicale in particolare, e restituire almeno un po’ di spazio alla musica che conta, alle band emergenti, alle idee, occorrerebbe coraggio e una rivoluzione che dovrebbe partire dalle radio, dalla televisione e dalla rete. Ma un popolo invaso spiritualmente ”da immondizie musicali”, come cantava profeticamente Franco Battiato, ama tutto questo, perché fa parte del meccanismo nel quale tutti devono prendersi una fetta, ed è un ingranaggio del capitalismo neoliberista e finto democratico che genera utili movimentando ”merce”, distruggendo ambiente, arte, idee e futuro.

    E qui possiamo ampliare il discorso, senza restringerlo a questa minuzia. In fondo il tanto bistrattato pianobar, insieme a moltissimi altri elementi, è solo un piccolo tassello di un mondo in cui i bisogni del mercato e l’adorazione del profitto privato hanno la precedenza su tutto, dove niente è più importante di cosa si può vendere e a quanto.

  5. Ma il neoliberismo, come tutte le forme di capitalismo, non mira solo a controllare ciò che facciamo, ma anche ciò che proviamo nei confronti del capitalismo. Quando poi il sistema è saturo e produce, invece che benessere, una quantità di infelicità tale da non poter più contare sulla passività masse, questo sistema crolla. Qualcosa si spezza. Non vedo l’ora.

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