ROMA E L’EROISMO URBANO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Non che voglia scrivere qualcosa di definitivo sulla mia città.

Non che voglia scrivere qualcosa di definitivo, in generale.

Il fatto è che la scrittura aiuta a fare ordine nel caos cosmico delle cose anche sceme ma esistenziali.

La scrittura arriva come la colf di un albergo di lusso e sistema tutto attraverso gesti semplici ma confortanti e, nel caso della scrittura quei gesti sono sillabe.

Ed io ho bisogno di questa colf.

Esattamente come Roma.

Chi potrà far da colf alla mia città?

Chi potrà mettere ordine in uno scrigno di meraviglie così potenti lasciate in pasto ad una corruzione con esperienza pluriennale?

Chi potrà far ripartire un motore di lusso così ingolfato?

Non certo un sindaco.

Non certo un amministratore anche se si tratti di un cittadino con più coraggio di me, di chi lo ha votato e poi se n’è tornato a far l’aperitivo o di chi manco è andato a votare.

Infatti, nella lista di tanti mestieri pericolosi che mi armerei a fare, il sindaco non rientra manco in fondo all’ipotetico elenco.

Chi potrà far risorgere dalla profonda decadenza un mausoleo così importante per il mondo, così malato di ignavia?

A pensarci bene trovo solo una risposta a questa domanda: il cittadino.

D’altronde la radice etimologica di città e di cittadino sono identiche purtroppo.

Noi romani facciamo tanta simpatia quando parliamo ma sappiamo solo parlare.

Quando si ama non si può amare solo a parole perché prima o poi si viene scoperti: ci sono quelli che preferiscono non scatenare tempeste e tenersi una relazione superficiale e bugiarda e ci son quelli che buttano all’aria tutto, in nome della sincerità.

Noi romani amiamo Roma a parole da tantissimi anni, forse da sempre.

Basta girare un po’ per il mondo per avvertire quanto città ignobili siano amate dai propri cittadini e comprendere quanto Roma abbia sete di sentimenti così sani, profondi ed innati.

L’amore metropolitano è un gesto che non sempre dipende dalle condizioni in cui si viene messi; non essendo soltanto un posto di lavoro, chi si trova ad amare un luogo dovrebbe essere disposto a farlo in qualsiasi condizione ed a qualsiasi costo.

Amare una città come Roma significherebbe, in gesti pratici girare in bicicletta anche se non esistono piste ciclabili oppure in scooter senza superare, per assurdo, i cinquanta chilometri orari o parcheggiare sul marciapiede.

Amare Roma potrebbe essere perseverare in una raccolta differenziata partigiana, immotivata di fronte a tanto disservizio ma costante, rispettosa, libera dalla cantilena del “tanto mischiano tutto, poi”.

Amare Roma potrebbe voler dire denunciare le persone che cambiano giunta come fossero mutande e quelle che da sempre rubano appalti e posti ai vertici perché i romani le conoscono quelle persone ma preferiscono essere traditi che dichiarare i nomi dei traditori.

Preferiscono essere aiutati che difendere i diritti civili più inconsistenti.

Amare Roma potrebbe voler dire addirittura abbandonarla se non si è in grado di prenderla sul personale e restare a combattere perché chi vive a Roma dovrebbe combattere per lei ogni giorno.

E’ di cattivo gusto trovare un capro espiatorio senza individuare le proprie responsabilità, come indossare arancione e marrone insieme.

E’ inutile vantarsi di essere romani senza voler guardare negli occhi atterriti dei turisti che si azzardano ad avvicinarsi al centro turistico cadendo sotto i colpi della scarsa gentilezza, della sporcizia che non dovrebbe essere prodotta più che pulita da qualcuno che evidentemente non c’è, sotto la mannaia della merda spacciata per cibo italiano dalle osterie.

Picchiare gli esercenti che fanno uscire dalle cucine delle pizze che non mangeremmo neanche in carcere o chi parcheggia nel posto dedicato ai disabili sarebbero tra i principali doveri del cittadino romano.

Girare i polsi ai ragazzini che scrivono il proprio tag sulle statue sarebbe nostro compito, spostare di peso coloro che restano impalati sulla parte sinistra delle poche scale mobili funzionanti sarebbe un compito missionario che dobbiamo concedere al nostro senso civico così come lo sarebbe il gesto semplice non acquistare alcun tipo di bibita in plastica così come lo sarebbe pagare le strisce blu anziché pensare “tanto torno subito”.

Purtroppo Roma senza eroi è destinata a sprofondare, il che sarebbe peccato, nonostante la quantità di ministeri fetenti che amerei vedere cadere giù, a casa di Lucifero.

Roma ha bisogno di tante colf amorevoli ma non retribuite, in questo momento storico.

Si tratterebbe di un gesto eroico evidentemente ma il romano che si vanta di esser tale dovrebbe essere storicamente formato per intraprendere gesta eroiche altrimenti risulta come una di quelle mogli che si vantano di godere dei soldi dei propri consorti senza averne mai guadagnati in vita loro; altrimenti è come ascoltare quei poveretti che danno la colpa della propria maleducazione al sindaco anziché ai propri genitori.

Invece non è così, il romano custodisce il germe sacro dell’eroismo urbano.

Credo però che lo custodisca in un box auto sulla Nomentana e all’ora di punta è un casino arrivarci.

2 pensieri su “ROMA E L’EROISMO URBANO

  1. Ciao Arianna, scrivo anche qui il commento che ho fatto al tuo ultimo post su Facebook. Ci terrei ad entrare in comunicazione con te, i tuoi monologhi mi hanno fatto ridere, riflettere, sentire anche in compagnia.

    Sono un Geologo, spero che a parte quegli stronzi degli ingegneri, non ti stiano sulle palle tutti gli scienziati. 😊

    Quindi :

    È bello leggere queste righe, ogni tanto, raramente, trovo qualcosa che mi interessa, una persona nuova che la pensa come me. Miracolo.
    Ma allora perché siamo così lontani, tutti isolati di fronte alle speranze di scrittura e lettura sullo schermo del nostro smartphone? Cosa è successo che ha reso le nostre potenziali intenzioni tutte drammaticamente anestetizzate dalle iperconnesioni virtuali? Se le nostre speranze vengano abortite nel silicio e poi quando spengo lo schermo inizio a guardare tutto ciò che mi circonda realmente mentre passaggio per Roma, la mia città, inizia il dissidio. L’alienazione. Mi rifugio nella consapevolezza secolare dei marxisti. Oppure in un cinema di nicchia che propone ancora un film di Pasolini. Ma poi esco e vedo che l’unica relazione sociale è stata vedere un geco mangiarsi su una parete una zanzara che avevo schiacciato cinque minuti prima. Abbiamo iniziato ad amare gattine e cani più dei nostri simili. Ed è normale, certamente, come è normale iniziare a provare sentimenti nazifascisti verso i Mutanti della trap. A quest’ultimo imbuto neoprimitivo e disastro antropologico bisogna addirittura riconoscergli il gusto della aggragazione e che noi Sapiens in estinzione stiamo iniziando a perdere. Il problema è divenuto direi, ontologico. Che fare Arianna?

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