La notte che volai a bordo di un Sebach.

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Spesso ho vergogna di me ma non avrei mai pensato di vergognarmi di me stessa durante un sogno.

Anche laddove abbiamo il lasciapassare per disegnarci una vita migliore o peggiore ma comunque spettacolare, come avviene campo onirico, io non perdo occasione per svilire la mia persona ed immaginare cose che, se accadessero nella realtà non mi consentirebbero di uscire più di casa.

Ancora di più.

Nei miei sogni, spesso e volentieri appaio persino peggio di ciò che sono: chissà cosa voglia dire in campo neuropsichiatrico…

Fatto sta che, l’altra notte ho fatto uno di quei sogni vividi che paiono più veri della realtà e che ti accorgi non lo siano solo quando, all’ultimo visualizzi te stesso nell’atto di far pipì e allora ti svegli di colpo, poco prima di fartela addosso.

Normalmente mentre sogno c’è una parte di me iper-razionale che veglia sopra alle questioni oniriche e che visualizzo fisicamente in quasi tutti i sogni; appartata in un angolo, a braccia conserte, la parte lucida di me stessa ogni tanto interviene durante il sogno dicendo cose tipo: “Tanto sono solo cazzate”.

Eppure l’altra notte non c’era, nel solito angolo e forse, anche per questo ne ho approfittato per sognare una favola surrealista che, se dovessi nominare con un titolo sceglierei di usare “La notte che volai a bordo di un Sebach”.

Mi trovavo nei luoghi dolci della mia adolescenza, precisamente nei prati del centro residenziale fuori Roma dove si sono svolte tutte le mie avventure, tra i dodici e i diciotto anni.

Nel sogno avevo all’incirca sedici anni e correvo felice su un manto verde morbidissimo, in cima ad una delle tante, piccole colline accoccolate in quel fazzoletto di terra appartenuto molti anni prima agli Incisa, signori della zona a nord di Roma.

La vedessero adesso.

Nel sogno correvo felice con un discreto abito blu scuro in tulle, di alta sartoria; correvo mentre il cielo si riempiva di tempesta.

Era un tardo pomeriggio della prima decade di Luglio quando, all’epoca dei miei sedici anni, a Roma capitavano delle brevi tempeste quasi tropicali che ora invece sono all’ordine del giorno.

La mia corsa si fece più urgente quando iniziarono a cadere le prime gocce grandi come castagne ma per fortuna fredde.

Il mio vestito si gonfiava nell’aria, coi suoi mille veli e le minuscole stelle di strass che brillavano turgide e disseminate sull’ultimo strato di tulle, quando in cielo schioccavano i lampi.

Forse per via del vestito o di quell’attimo così particolare che precede i temporali forti, in cui non si riesce bene a definire che ora del giorno sia,  la scena mi sembrò bella come un servizio fotografico di alta moda.

Ad un certo punto, notai che in fondo alla piccola valle, il buio tempestoso veniva sfidato dai fari di una bellissima auto blu come il mio abito ma senza sirena sopra.

Era il biondissimo più ambito da tutte nel quartiere che giammai nella vita reale mi cagò.

Nel sogno però sembrava proprio guidare verso di me, guardandomi dai vetri scurissimi coi suoi occhi verdi come l’acqua dello Yucatan.

Così nel sogno iniziai a correre ancora più veloce e più bella, più leggera e splendente verso un gruppo di bagni chimici posizionati poco vicino al prato, in un cantiere di costruzione di una villetta.

Corsi leggiadra e m’infilai in un Sebach; ci misi un po’ a far entrare tutti gli strati della mia splendida gonna blu cobalto ma dopo pochi istanti riuscii a chiudere la porta di plastica rossa, lasciando un po’ di strascico a penzolare fuori mentre il cesso si sollevava da terra come una piccola astronave, stagliando il cielo plumbeo e ventoso.

Il mio tappeto volante chimico planò sui prati e sulle stradicciole bianche, temerario in mezzo alla tempesta mentre io ammiravo le distese verdissime direttamente dal buco dello scarico.

Dopo pochi metri a grande velocità, il cesso chimico iniziò a perdere velocità e si schiantò proprio sul cofano del mio amato.

Questo per dire che vi sono sogni che a volte è meglio non interpretare.

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