L’APPETITO DELLE PLATEE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Mi sono esibita dinanzi a grandi platee.

Di gente che aspettava, in fila, per acquistare arancini e panelle.

Come si fa a competere col banco del fritto, se te lo piazzano di fronte al palco?

Se non fosse stato per il contratto firmato, sarei scesa anch’io perché comunque, a certe cose fritte come si fa a resistere?

Invece, a causa di queste carte stracce fiscali, son dovuta star lì coi miei monologhi, coi miei soliloqui.

Lo dicono anche i poeti ed i cantanti famosi: si sta soli, anche in mezzo a tanta gente.

Io però sono stata in mezzo a tanta gente che puzzava di fritto, facendomi salivare come un cane di Pavlov.

Vi son state sere durante le quali, seppur amplificata come fossi allo stadio, non sono riuscita ad impormi su certi giovani padri che si gridavano, appunto, roba da stadio, da un lato all’altro della piazza.

Io: “Il complesso rapporto fra i miei genitori mi causa ancora diversi scompensi e fobie”.

Loro: ”Hai capito che vi abbiamo sfondato?!”

Cosa avreste fatto al mio posto?

Come avreste reagito, nel caso vi foste trovati per contratto, a gridare per poter lavorare, cose tipo, “Silenzio, signori, per favore!”, cosa avreste fatto per tutelarvi?

Verrebbe voglia di tirare cose, ad un certo punto.

Sedie, bottigliette d’acqua piene di sassi, lattine di Coca contro il banco delle arancine (o degli arancini, fanculo a chi litiga per queste puttanate mentre il Governo gli mangia la vita!).

Verrebbe voglia di tirar cose pesanti contro il pubblico che aspetta, in fila, alla cassa ma non per comprare il biglietto dello spettacolo che invece viene censurato dai succhi gastrici.

In queste circostanze, verrebbe voglia di scendere dal palco e andarsene alla casa o di piangere o di inveire contro la giunta che ha organizzato un evento, senza essersi prima preoccupata di scolarizzare i cittadini o quantomeno di spostare un po’ più avanti il banco di panelle (o panelli, fanculo a chi litiga per queste puttanate mentre il Governo gli mangia la vita!).

Non essendo legale tirar cose, a me venne l’idea di aggiungere ai monologhi, le parolacce.

Non ci avevo mai pensato prima di quella notte, quando provai a gridare al microfono, “E comunque mi fate schifo tutti al cazzo”.

Si creò subito, un miracoloso silenzio e tutti iniziarono ad ascoltare attenti, anche i più improbabili spettatori.

Dev’essere che le parolacce siano la naturale evoluzione delle formule magiche per gli incantesimi.

Da quel giorno ho deciso di aggiungerle a tutti i monologhi ma se non dovesse più bastare, da quella sera ho capito che dovrò rendermi disponibile anche a sodomizzare la gente, con quei fottuti arancini (o arancine, fanculo a chi litiga per queste puttanate mentre il Governo gli mangia la vita!), perché comunque, ci tengo ad essere ascoltata mentre sto lavorando e non voglio che l’appetito rovini la cattiva digestione che voglio provocare coi miei monologhi.

Un pensiero su “L’APPETITO DELLE PLATEE

  1. Ricordo una festa dell’unità in cui cercavo di far la mia parte ne “Il bagno” di Majacovskij, mentre a duecento metri una band spingeva un liscio con cantante vaporosa bionda superamplificata a mille megatoni ed una folla transumante passava guardando, soffermandosi e proseguendo, masticando hotdog e patatine fritte. Indimenticabile Pobedonosikov

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