IL CODICE STRADALE CONTRO GARIBALDI

BESTIARIO DI VIAGGIO, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Anche a causa delle mie origini liguri amo comprare cose usate, non con l’intento di risparmiare ma per la bramosia di pagarle meno.

Da quando ho ricordi, spreco una buona fetta di vita nei mercatini dell’usato, appresso ad oggettistica inutile, ad abiti che non metterò mai o che, ancor peggio indosserò per mettere alla prova il mio menefreghismo, tipo le giacche in lamé con le spalline anni ottanta alla Jem o qualsiasi indumento abbia paillettes oppure appresso a mobili orientali rosicchiati ma costosi perché considerati antichi proprio grazie ai buchi fatti dai morsi dei ratti.

Convinta di spender meno e pensando che il carburante non sia un costo effettivo, sono sempre pronta a macinare chilometri per trovarmi davanti ad un ferro vecchio da contrattare con qualcuno che ha sempre capacità di fregare il prossimo più grandi delle mie.

Così oggi mi sono messa in macchina e ho percorso seicento chilometri per andare a ritirare una vecchia poltrona da ufficio a soli cinquanta euro ad Alessandria.

Ho passato diverse settimane rovistando sui negozi online specializzati in poltrone ma ho trovato solo troni da venditori di prostituzione d’alto bordo oppure sedili simili a quelli da rally ma pieni di pulsantiere per la gente che si sfascia di videogames; a quel punto mi sono rivolta al contenitore di tutti i miei piaceri: il mercatino dell’usato online, quel bellissimo luogo virtuale dove la gente pubblica foto di oggetti che non usa più e li vende a prezzi vantaggiosi rispetto ai negozi normali e persino a quei luoghi offensivi che sono gli outlet, dove vengono vendute le felpe coi loghi di due stagioni prima.

La poltrona per la quale ho consumato tutti quei chilometri non aveva ovviamente nulla di speciale, a parte lo schienale completamente screpolato ed il fatto che sia stata messa in vendita ad Alessandria offrendomi così l’occasione di conoscere certa, ostile provincia piemontese.

Non che il Piemonte sia tutto ostile ma qualsiasi romano si trovi al volante in Piemonte troverà, per forza di cose, pura malevolenza, sia negli occhi degli automobilisti che in un codice stradale da dover improvvisamente rispettare, forse per la prima volta nella vita.

La poltrona è stata usata dalla direttrice di un grande negozio multimarca di abbigliamento per poi essere stata rimpiazzata ed abbandonata nell’androne dell’ufficio amministrativo, in mezzo agli scatoloni con la merce fallata.

A farne guardia c’è il portiere che risponde anche ai messaggi che si possono inviare sull’annuncio ed è lui che mi ha detto “Gliela metto da parte”.

Per una persona ansiosa, poche cose riescono ad essere fastidiose come il sentirsi dire da qualcuno “glielo metto da parte”.

Viene subito angoscia a realizzare che ci sia un oggetto che mi sta aspettando, che è mio per priorità ma non del tutto perché può sempre succedere qualcosa, un imprevisto, che so, qualcuno che se lo porti via prima di me, in maniera clandestina, mentre questo sia ancora in attesa di me.

Per quanto riguarda questa poltrona però non c’è proprio nulla da temere: è talmente consunta che non se la incula nessuno da settimane ma questo fatto che me l’abbiano messa da parte preme sul mio cuore col suo peso, tipico dell’impegno che incombe.

Attraversare Alessandria ti dà la possibilità di sentirti fortunato solo per il fatto di non doverci vivere.

Tale sensazione non si prova solo ad Alessandria ma in parecchie zone del mondo: esistono luoghi dove ti ritrovi felice nel realizzare semplicemente che sei solo di passaggio: non si tratta di posti squisitamente brutti ma anche squallidi, troppo freddi, troppo caldi, mal costruiti, con leggi troppo restrittive, dove si mangia di merda o comandano ancora gli uomini.

Alessandria, come tutte le città civili gode della collaborazione degli abitanti nel controllo del rispetto del codice stradale.

Qui non esiste quella morbida noncuranza del Sud nei confronti di chi è al volante e neanche quell’affettuoso feeling che si crea fra chi ha parcheggiato in terza fila e chi assiste dalla sedia di un bar, a quel tentativo eroico di trovar posto nella kasbah.

Ad Alessandria, questa mattina ci passo solo per affari, per portarmi via la poltrona del capo e tornarmene a casa quindi mi basterà trovare un angolo dove appoggiarmi con l’auto, cinque minuti.

Entro nel centro storico tutta contenta che ci sia il permesso di poterlo fare e percorro le piccole vie lastricate del centro, popolate da gente che raccatta la cacca dei cani col sacchettino fucsia ed il filo di perle al collo.

L’ufficio che conserva la mia poltrona è in una via a senso unico, costellata di bar che hanno pagato il suolo pubblico per avere la piazzola all’aperto coi tavolini.

Il bar proprio accanto al portone di mio interesse è pieno di gente, tutta con la mascherina chirurgica appoggiata sotto al mento, tutta distante ma vicina, tutta del posto.

Di fronte al bar, due signore coi loro fili di perle stanno entrando dentro ad un portone ma quando mi vedono passare, si fermano.

Di fronte a loro, proprio affianco al bar e davanti all’androne dov’è conservata la mia poltrona, c’è un signore con un povero cane a guinzaglio, di Alessandria anche lui e che sembra sedato.

Si ferma anche lui e mi guarda sbigottito.

Il patio esterno del bar occupa metà della carreggiata e non è colpa mia se sulla via non esistono parcheggi.

C’è poi il peso specifico della poltrona che non è proprio un oggetto soffice da caricarsi sulla schiena.

Queste ed altre motivazioni mi scagionano da subito ma io manco ci penso a queste cose perché già sto accostando, con le doppie frecce, proprio di fronte al bar, bloccando il passaggio sulla via alle altre auto ma sarà solo per cinque minuti.

Tutti mi guardano, non capiscono cosa stia facendo, non vogliono crederci.

Ho ancora il motore acceso, la cintura inserita e la radio accesa ma loro mi sono già addosso.

Le signore coi fili di perle smettono di girare la chiave nella toppa del loro portone e si avvicinano al finestrino del passeggero come dei morti viventi, pronti a mangiarmi l’intestino, soltanto con le ballerine e la borsa Furla.

Anche il tizio col cane si avvicina, appiccica il naso al mio finestrino ed inizia a parlare ma non capisco cosa dica perché c’è il vetro fra di noi e per fortuna anche la musica alta e la mascherina che lui muove insieme alla mandibola, inabile a capire che non possa sentire un cazzo di ciò che mi sta dicendo.

Dal bar, intanto alcuni anziani si alzano dalle sedie ed iniziano a gridarmi appresso, sono circondata.

Resto sette minuti in macchina sperando che la folla inferocita si dilegui ma niente.

Tutte le attività della via sono congelate dal momento in cui ho accostato in zona sosta vietata.

Bussano sui finestrini e gridano cose tipo “Qui non può stare, signora”.

E’ terribile.

Terribile anche non poter dir loro “Fatevi i cazzacci vostri”.

Quando il linciaggio è alle porte esce il portiere dall’ufficio; è un uomo basso, con naso dalle narici enormi ed un braccialetto d’oro al polso: è senz’altro del Sud, sono salva!

Mi saluta facendomi capire con gli occhi che devo rimanere calma, dopodiché blocca la porta scorrevole con un faldone e trascina fuori la poltrona facendo vibrare le rotelle sul lastricato piemontese, ostile anche lui.

Quando il portiere è abbastanza vicino e so di non dover più temere, do uno strattone alla portiera ed esco dalla macchina, spostando i passanti ancora attaccati alla carrozzeria e facendomi largo fra la gente, sino alla poltrona.

L’uomo misericordioso mi fa accomodare sulla poltrona, in mezzo alla strada, come se nulla fosse e mi dice, con forte accento campano, “La provi, stia tranquilla, la provi bene”.

Ed io mi siedo e faccio anche qualche metro di lastricato con le rotelle, sfidando l’ira dei civilizzati che sussurrano che stiamo scherzando, che è una vergogna, che è roba da matti.

Il portiere mi aiuta a testare lo schienale, la poltrona mi pare un buon affare ma non perché sia in buono stato bensì perché la faccenda sta prendendo l’odore della conquista epica.

Mentre la bolgia infernale ci enuncia il codice della strada, noi carichiamo la poltrona in macchina e ci scambiamo due parole veloci sul perché siamo lì.

Chiudiamo il portabagagli e ci salutiamo in fretta ma di cuore, divisi dalla sommossa civica.

Rientro in macchina, abbasso le sicure e riaccendo la musica.

I maledetti passanti son lì che si stracciano le vesti mentre inserisco la retromarcia e mi allontano, interpretando il codice della strada, con Dio dalla mia parte che non fa arrivare nessuno dall’imbocco della via, con Dio che mi consente di sfuggire a quegli ausiliari per un giorno che digrignano i denti.

Li vedo sempre più piccoli che si sbracciano e si danno conforto reciproco, li vedo mentre diventano minuscoli punti sconvolti ed atterriti dal grande caos.

Una volta salva, in autostrada penso a Garibaldi.

Penso alla sua tenacia, ai suoi obiettivi, alla sua impresa leggendaria che però non tenne conto delle enormi differenze fra popoli che non erano pronti ad unirsi, differenze che oggi paghiamo ad un prezzo molto più alto del parchimetro.

SERPENTI

BESTIARIO DI VIAGGIO, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Voglio bene a tutti gli animali però i serpenti non devono rompermi i coglioni.

Vorrei che esistessero due mondi, solo per costringere i serpenti a starsene in quello dove non vivo io; vivrebbero bene, non mancherebbe loro nulla, avrebbero gli insetti da mangiare e tutto il resto.

Vivrebbero bene, assieme alla gente stronza che continua a dirmi: “Guarda che non devi avere paura perché loro hanno più paura di te”.

Ebbene, ci vivessero loro con le bisce.

Bisogna essere davvero ridotti male per non comprendere che non è che abbia paura dei serpenti per l’eventualità che possano mordermi perché sarei già morta di crepacuore, molto prima del morso, nel caso!

Il problema è la vista: capite?

La vista del loro corpo sinuoso, viscido, terribile.

Non posso vederli, neanche se sono in macchina.

Quando capita, dopo averne evitato uno, in modo attento ed apparentemente impassibile, inizio a frenare, fermo la macchina ad un paio di chilometri dal fattaccio ed inizio ad urlare con le lacrime agli occhi, come una posseduta.

Per fortuna, credo che nessuno mi abbia mai visto ma, nel caso, adesso sa perché ed è già una consolazione.

Più che una continua privazione, la mia vita è un perenne tentativo di convivere con questa fobia e sconfiggerla entro i quaranta.

Nel frattempo, mentre capisco come fare, da Maggio a Settembre non entro in un bosco nemmeno attraverso un libro o un documentario; i luoghi dove so che vivono bisce d’acqua semplicemente non li frequento e ciò mi costa molto studio poiché bisogna che mi documenti su quali siano tali luoghi e quindi devo aprire libri o cercare in rete, con il rischio che vi siano delle fotografie ed io, ripeto, se vedo una biscia muoio.

Non importa se sia stata fotografata da qualcuno.

Debbo ammettere che la Liguria mi abbia aiutata moltissimo, in tal senso.

I miei avi vengono da lì, da entrambi i fronti: la parte materna per origine, quella paterna per rifugio politico quindi sono molto legata ad essa e convinta che non abbia eguali; d’altro canto, la terra ligure è anche un posto con una discreta percentuale di serpenti, visto il clima mite, l’acqua e le pietre onnipresenti.

Vivendo lì gran parte del mio tempo libero, ho provato a curare la fobia dei maledetti serpenti di merda (che, ripeto, non voglio morti ma in un altro cosmo), attraverso i suoi bellissimi sentieri che ho percorso senza successo alcuno.

Ogni giorno affronto i sentieri con Mila, sperando che faccia da apripista, che li veda lei per prima e li scacci, come i cani nati per stanare sanno fare.

Ma non ha funziona perché Mila se ne frega d’altronde, di serpente non ne ha mai visto mezzo, nella sua vita, ad oggi.

Ciò che il mio cane vede è solo la sua padrona che grida come una mentecatta, in mezzo al nulla dei boschi.

Qualche giorno fa decido di scendere verso il mare passando attraverso il bellissimo tronco del sentiero che porta da Levanto a Framura, per la consueta passeggiata con Mila.

Il sentiero passa sia per i piccoli borghi che per il fitto bosco che si aggrappa al Salto della Lepre, il piccolo passo che divide Bonassola da Framura.

Appena iniziato il tragitto sembrava andasse tutto bene, dentro alla mia tuta strech nera da Eva Kant e la musica nelle cuffiette al massimo, in modo da eliminare completamente il problema dei fruscii nell’erba, in modo che orecchio non senta e cuore non scoppi.

Arrivata affianco al ruscello, dove la strada si restringe, guardo sbadatamente al bordo destro del sentiero, verso il bosco e c’è una sostanza tubolare lucida ed annodato su sé stessa che si muove.

Grido senza censura.

Grido come se mi stessero squartando con delle forchette da campeggio.

Tutt’ intorno vi sono moltissime case ed anche se i liguri amano star per conto loro (ed anche per questo li apprezzo moltissimo), immagino che nelle loro cucine e nei loro giardini si siano chiesti chi sia caduto nella gola del ruscello.

Mentre grido per tirare fuori le mie viscere terrorizzate e liberarmi, Mila mi guarda, con la testa girata da un lato, come a dire “Cosa devo fare? Ce l’hai con me? Ho fatto qualcosa di male o sei tu il male?”.

Da una piccola porta in legno, in mezzo ai muretti a secco, si affaccia un signore sugli ottant’anni, con una borsina di stoffa sottobraccio.

Lui, il mio grido non l’ha manco sentito e non fa caso neanche al fatto che stia saltando su un piede solo davanti a casa sua.

Deve andarsi a comprare la focaccia, mica ha tempo per me; io però lo imploro di non passare per di lì perché “C’è un serpente! Capisce?! Non passi! Non si può passare”.

Mentre lui, senza manco guardarmi, mi risponde “Guardi che ce l’ho nell’orto il serpente, sarà quello lì, mi mangia tutte le mosche” e fa per andarsene ma io ho bisogno di un abbraccio e così, inabile a controllarmi, gli tolgo la borsina da sotto il braccio e glielo piglio quell’arto lì, implorandolo con lo sguardo di non lasciarmi ma lui mi si scrolla di dosso perché c’è il Coronavirus e la storia delle distanze sociali e lui è anziano e vive in cima ad una collina, non la vuole una squilibrata potenzialmente asintomatica, attaccata al suo gomito.

Si divincola e mi sgrida “Basta! Non fanno niente, sono bisce! Hanno più paura di lei!”

Ed io penso, “Anche tu, maledetto”.

Dopo essersi liberato, il poveraccio prende un ramo e mi guarda, “Cosa fa, scende o resta qui?” ed io deglutisco ma sento che il tipo, anche se scorbutico è stato mandato dal Signore quindi chiamo la Mila che, nel frattempo ha mutato l’espressione di sospetto in un’ atteggiamento di pena profonda e ci mettiamo a seguire Nonno coraggio.

Lo seguo come farebbe un ragazzino davanti ad un mastino napoletano di cento chili incazzato nero, spingendogli la schiena affinché si sbrighi a passare, fino a quando i miei arti inferiori non decidono di bloccarsi completamente, poco prima del punto incriminato.

Il vecchio capisce e col bastone inizia a smuovere la terra ed io sento che Dio mi sta già scrostando l’anima dal corpo e sudo freddo e puzzo di ormoni, quelli della paura, non so neanche come si chiamino.

La terra e le foglie cadono sui mocassini del signore ed insieme alla poltiglia del bosco esce anche qualche piccolo rifiuto, un guanto di quelli da giardinaggio, la plastica di una merendina ed un piccolo pezzo di tubo grigio, staccato da qualche pompa per innaffiare.

Il tubo non è lì da tanto perché non ha ancora lo strato di polvere e fango ma, anzi è bello lucido.

Guardo il tubo ed alzo lo sguardo.

Il vecchio ha gli occhi piantati dentro ai miei e la bocca storta dal disgusto.

Non dice niente.

Butta il bastone per terra, si gira e scende giù per il sentiero.

Io mi siedo su uno scalino ed aspetto il tramonto per risalire a casa, con coraggio, lungo il sentiero.

 

Per chi volesse approfondire circa le fobie da sentiero boschivo:

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/06/i-rettili-della-paura-dal-medioevo-ai.html

SEQUESTRO OLISTICO

BESTIARIO DI VIAGGIO

I

Ci tenevo tanto a fare qualche giorno nella giungla, prima di ripartire.

Così ho prenotato in questo posto coi profili social che farebbero sognare anche i morti coi loro scorci curatissimi da qualche interior- designer newyorkese, con le campane tibetane, i tappetini, gente tonica che si contorce in pose miracolose, incenso e drink pieni di antiossidanti.

I social del posto promettono anche silenzio o tuttalpiù il rumore dell’acqua che entra ed esce dai piccoli tubi di bambù per poi immergersi nelle varie fontanelle e piscine zen dove anche io potrò immergermi per soli duecento euro a notte.

Il canto degli uccelli notturni non lo inserirei fra le promesse del posto perché chi non si è mai trovato nella circostanza di dover dormire nella giungla, condizione piuttosto diffusa, potrebbe non prendere come un lusso miracoloso la proposta serale dei mille animali rauchi che affollano la notte tropicale con furia, come a presagio di morte.

A me piace, però.

Ciò che amo meno è il reggaeton che proviene dalle vie lontane del paese e che la giungla non riesce a filtrare lasciando trapelare le tipiche percussioni elettroniche di quel genere musicale che anticipa la fine del mondo e che mi tanto mi ricorda quando, in casa dei miei si rovesciava il ripiano delle pentole ma c’è a chi piace.

Che poi è un po’ il problema dell’umanità, questo fatto che ci sia sempre una fascia di pubblico con evidenti gusti di merda da dover rispettare.

Il posto in questione si trova ad Ovest rispetto alla Riviera Maya, lì dove un tempo si celebrava la terra e si compivano rituali con sacrifici umani nei cenotes oggi sorgono piccole capanne chic, disseminate per un bel pezzo di giungla e frequentate da gente tatuata e vestita di bianco.

La stessa gente che va al Burning Man da quando ha saputo che ci si debba andare, la gente che si vergogna di dire che campa delle rendite di qualcun altro e quindi s’inventa professioni al limite dell’hobby che terminano tutti con – consultant.

Le capanne, per chi avesse voglia di fare un’esperienza mistica di qualche giorno sono ovviamente bianche e molto semplici, almeno in apparenza poiché all’interno c’è realmente tutto il necessario per sopravvivere a Miami, ad un diciassettesimo piano: bollitore, vasca idromassaggio, due amache lunghe e sottili in macramè, nel caso in cui i due matrimoniali King-size annoiassero e trentadue libretti con tutti i servizi offerti dalla struttura, durante i giorni di penosa permanenza.

All’esterno, il polmone verde, quello spazio che più che giungla sembra un giardino zen tirato a lucido da monaci giapponesi ed effettivamente c’è chi mantiene tutta quella patinatura in piedi ma è gente maya molto sudata.

La gente del posto, privata delle sue terre tanto tempo fa dal colonialismo subisce ancora lo schiaffo da parte dei ricchi, come fosse consuetudine, lavorando in tutti i campi più umili per i nuovi coloni, gli imprenditori grassi del paese confinante, quello che costruisce i muri e poi li scavalca per andare al Resort.

Tra i lunghissimi alberi sottili che infittiscono il bosco dovrebbero esserci anche le famose liane dell’ayahuasca che non credo possano mancare, purtroppo però non le so riconoscere.

Le leccherà qualcun altro.

Le tre piscine invece si che le so riconoscere: hanno acqua verde, limpidissima e rafferma, senza un filo di onda per non scandalizzare i chackra degli ospiti, già messi a dura prova dal 5G presente in ogni spazio ed anfratto per consentire di postare foto con gli hashtag giusti.

Arrivo alla reception e mille campanelli di ceramica attaccati alle tende si mettono a suonare, come se mille porte d’ingresso di ristoranti cinesi venissero aperte in simultanea.

Mi accolgono due ragazze francesi vestite dello stesso colore dei mattoni; non sarei mai riuscita a riconoscerle così mimetizzate, se non fosse stato per i loro rossetti.

Non bastasse il camouflage, le due segretarie, che però qui si chiamano “experience-assistant”, non parlano ma bisbigliano, forse per non spezzare la magia della giungla, per non disturbare le buone vibrazioni col loro lavoro pratico così volgare ma io avrei bisogno di qualche informazione e dentro di me so già che finirà male.

Faccio il check-in per intuizione, leggendo il labiale delle due ragazze che paiono schifate della mia aurea urbana, appena arrivata a contaminare il loro bosco sacro.

Una delle bisbigliatrici si offre di accompagnarmi alla mia capanna guidandomi attraverso la giungla: forse pensa che tra le piscine, il bar macrobiotico e la boutique potrei trovarmi in situazioni di pericolo ma l’unico vero rischio è che porti via metà della ghiaia dai sentieri con le ruote del mio trolley.

Nei tre minuti di cammino verso la mia capanna riesco ad accumulare una piccola montagna sabbiosa con cui si potrebbe spianare un parcheggio e la mia valigia vi è ingolfata dentro.

La giovane francese non si lascia scomporre dal mio cattivo gusto e con una piccola radio chiama subito Nacho il quale, quasi come se vivesse appostato sugli alberi intorno al sentiero si materializza al nostro cospetto ed issa la mia valigia sulla schiena sorridendo come se fosse un’inconveniente di cui godere.

La mia capanna è, come già detto, capanna solo esternamente: gli interni sembrano appena allestiti da un team di produzione di still-life per chissà che magazine di architettura.

Ho una vasca ed una doccia ma l’idea di sostituire uno di questi due sanitari con un fottuto bidet non è venuta a nessuno, come al solito.

Il pavimento è rivestito con delle maioliche verde bottiglia con striature di arancio tropicale tirate a lucido e la capanna affaccia direttamente su una delle tre piscine miracolose che però scoprirò essere il ritrovo preferito di una comitiva di cinquantenni di Miami col vizio del Mezcal, a partire dalle undici e trenta del mattino sino a che non arrivi l’oblio della notte a portarsele via.

Durante la prima notte in capanna faccio esperienza e scopro che le signore sono dure a morire e che resistono duro, forse grazie alle organic-bowls che ti preparano qui come unico companatico disponibile.

Per tenermi occupata durante la notte e non subire e basta le urla primitive delle ragazze del Mezcal che si uniscono a quelle degli uccelli notturni, prendo a cuore un’operazione importante, a nome di tutti gli scrittori del mondo: spostare la scrivania dal muro della capanna e piazzarla in mezzo alla grande stanza, fronte finestra.

Quando una scrivania viene fissata contro il muro, da qualche parte nel mondo, uno scrittore di romanzi muore.

Come si fa a non pensare che ci sia ancora qualcuno voglioso di scrivere in un contesto del genere?

E come si può pensare che debba trovarsi in mezzo alla giungla a scrivere contro un muro color senape?

La scrivania pesa un quintale ed impiego due notti e mezza mattinata con Nacho per spostarla senza sfregiare le maioliche.

Spero sia ancora lì, orgogliosa, fronte-giungla, piazzata contro l’enorme finestra, grande quanto una parete, a gridare silenziosamente a tutti quanto sia sciocco obbligare qualcuno a scrivere contro una parete soprattutto se vi è anche attaccato ad altezza nuca, un braccio di metallo che regge il televisore al plasma pronto a ferire lo scrittore, già abbastanza umiliato dalla vita e dagli editori.

La mattina in cui riusciamo finalmente a sistemare il mio mobile preferito, le signore del Mezcal partono ed io inizio finalmente a scrivere questo resoconto col solo canto degli uccelli mortiferi.

A proposito di presagi di morte, val la pena menzionare il ristorante e le sue organic-bowls.

Ogni mio spostamento di piacere come di lavoro è sempre stato legato alla scoperta di un posto dove si mangi e si beva bene.

Se ho delle trasferte di lavoro organizzate da qualcun altro, chiedo sempre di lasciar fuori dai piani qualsiasi tipo di programmazione dei pasti, in modo da poter cercare io, il posto giusto dove infilarmi per tre ore ed uscire più contenta di prima anche se a rischio blocco intestinale.

Chi sa riconoscere e trasformare le materie prime commestibili è una specie di eroe per me: più degli scrittori che riescono a concentrarsi contro un muro.

Di norma, i ristoranti dove la proposta è fatta al 90% da un buon piano di comunicazione, mi fanno cacare a prescindere.

Non mi fido di quelli che fanno troppa comunicazione.

Il ristorante di questo luogo troppo zen per i miei nervi è uno di quei posti dove pensano che ci si possa saziare col marketing: al primo appuntamento con la proposta della cucina di giungla ho un mancamento quando arrivano le prime portate.

La moda degli schizzi di cibo è arrivata anche qui.

Dove sono gli dei Maya della morte quando servono?!

Frutta e verdura sono, ad uno sguardo appena esperto, visibilmente state tolte dai imballaggi, nel retro del bellissimo patio in legno del ristorante ed assemblate tra di loro in modo da dare al piatto un aspetto fotografabile.

Ma il piatto oltre che fotografabile dovrebbe anche essere commestibile: è così assurdo?!

Ancora non saziata dagli schizzi ordino delle microscopiche polpettine di alghe che arrivano con sopra delle pesanti guarnizioni cremose color nero di seppia che fanno sembrare il piatto un preparato di funghi allucinogeni lasciati al sole a squagliarsi.

Dulcis in fundo, i dessert “senza niente” fatti con farine ricavate da foglie indigene che andrebbe anche bene se avessero un sapore alternativo alle bacche di vaniglia, onnipresenti come pidocchi nella testa dei bambini delle elementari quando arriva la stagione.

Scopro che tengono talmente tanto alla salute degli ospiti che non servono alcolici ma solo Mezcal e capisco le signore di Miami rimpiangendo di averne desiderato la morte in piscina; così preparo il mio fegato a subire il colpo più pesante degli ultimi anni: quello di sopperire alla grande quantità di vino che consumo con un paio di bicchieri di questo distillato che, se aggiunto alle alte temperature messicane e alla mia proverbiale bassa pressione basteranno a mandarmi in un’altra dimensione nel giro di pochi minuti.

A differenza delle signore di Miami però, la mia personale sbronza da Mezcal si presta meglio al luogo perché è un tipo di ubriacatura silenziosa e tristissima, di quelle che vuoi morire, anche se hai il vestito di lino bianco e gli anelli di ottone forgiati dal curandero delle montagne.

Per fortuna, al mattino servono una bevanda chiamata in un modo diverso, a seconda di quanto sia figo il posto dove la preparano; qui si chiama Latte Magico ed è fatto con quintali di curcuma che ti colorano i denti da eroinomane, cannella e latte di avena caldissimo: va bevuto entro le sette e mezza del mattino perché altrimenti ti si squagliano gli organi interni ma pare sia un elisir di lunga vita.

Lunga e zen.

Dove sono gli dei Maya della morte quando servono?

 

II

A volte basta un solo pasto in un ristorante per convincerti che non dovrai dare altre chances a quel fottuto posto quindi una mattina decido di fuggire dal Retreat per trascinarmi in centro, in modo da racimolare qualche burrito con dentro del companatico serio prima di morire, specialmente continuando a bere Mezcal con quei ritmi.

Così, verso l’ora di pranzo, quando in giro ci sono poche Experience-assistant che possano vedermi, denunciarmi e riportarmi al detestabile bistrot crudista me ne fuggo in paese e mi rifugio dentro ad un supermarket ben fatto ma gestito da una francese simpatica come una malattia venerea sconosciuta.

La francese si fregia del primato di essere arrivata qui tanti anni fa prima del turismo di massa ed ha in sé quella stessa prosopopea che appartiene a tantissime persone che scelgono di trasferirsi in un luogo tropicale, ancor poco frequentato da stranieri e che, quando finalmente arriva l’esplosione turistica, pur basando la propria sussistenza sullo sfruttamento di quegli stessi turisti, iniziano ad odiare quei poveretti e a considerarli tutti, in blocco, dei coglioni.

Forse esiste ancora una qualche forma di reminiscenza in certi popoli, tipo francesi o spagnoli, di quei tempi andati in cui radevano al suolo intere civiltà per appropriarsi dei loro territori e poter dire che c’erano arrivati loro per primi, che l’avevano scoperte loro quelle terre ma oggi bisognerebbe darsi una calmata e capire che sia giusto smetterla con questa farsa del “L’ho scoperto prima io questo paese, coglione!”

Vado dalla francese perché ha una selezione di prodotti davvero ben fatta e mi ostino a parlarle in spagnolo nonostante lei si rivolga a me esclusivamente in inglese poiché sono bianca e dunque forestiera, miserabile ed immeritevole di parlare la lingua del posto; non importa che lo sia anche lei perché lei c’è arrivata prima, in questo posto.

Lei è qui da vent’anni e prima era una meraviglia, chiaro?!

Quando mi comunica il totale che dovrò pagare per due fregnacce in croce, mentre una giovanissima messicana mette i prodotti dentro alle buste perché lei ha le unghie con la french (ovviamente) a me viene l’istinto di saltare sul bancone e prenderle il collo tra le mani gridando “Ma quanto la paghi questa roba qui, tu?! Eh, bastarda?!”, ma non lo faccio perché poi si terrebbe la spesa ed è l’unico posto utile e vicino al Retreat dove devo tornare velocemente perché alle 15 ho prenotato un trattamento craneo-sacrale e sono certa che una rissa al supermarket non aiuterebbe i miei chakra e non arriverei con la linfa equilibrata, etc.

Me ne torno così al jungle-resort con le mie borsette di stoffa strapiene di cibo che andrà a sostituire il menù Detox che inoculerei volentieri nel deretano dello chef, prima del termine della vacanza.

Tutto questo astio non aiuta ma anzi va in contrasto con l’intento zen del soggiorno, devo stare calma.

Con la scorta di sopravvivenza mi sento più tranquilla e posso affrontare la mia personale lotta per raggiungere la calma che promettono questi signori saggi, la giusta respirazione, l’assenza di ansia e le altre cose bellissime e sconosciute alla mia personalità.

Alle 14:50, come da accordi con l’Experience-assistant di turno, mi piazzo davanti alla capannina dei massaggi ed attendo l’operatore che dovrà farmi il trattamento.

Alle 15:10 arrivo furente alla reception perché alla capannina non si è presentato un cazzo di nessuno ed io non ho tempo da perdere perché alle 18 ho la lezione di Yoga con Matzel, la mia prima lezione di yoga sul posto, gratuita per diritto, visto che ogni ospite ne ha una gratuita da sfruttare e non voglio certo perderla.

La francese mi bisbiglia che l’operatrice sta arrivando, di attendere ancora un pochino, di avere pazienzina e tante altre piccole cosine.

Dopo quindici minuti ad essiccare sulla panchina di fronte alla reception arriva un taxi a tutta velocità e vomita giù una donnina grande e larga come una lenticchia, un essere della foresta tutto sudato che ansima come una foca e implora pietà alla francese, non accorgendosi che io son lì, sulla panchina a scongiurare che non sia lei, l’operatrice perché essere toccata da uno sconosciuto sudato dovendolo anche non mi è mai piaciuto.

La signora lenticchia si presenta come Maria ed osa dirmi di seguirla che mi accompagna alla capanna dei trattamenti quando io, quel sentiero lì l’ho consumato nell’attesa e glielo dico subito e lei ride e si scusa ed io ho già mal di testa da tutte quelle scuse e penso solo al suo sudore.

Entriamo nella capanna che è freschissima e rigenerante ma io penso ancora al sudore di Maria che le si sta asciugando sulla pelle e non mi sento a mio agio.

La capanna è in legno scuro e muratura bianca, ha tante finestre quante sono le pareti e un lungo davanzale che corre lungo tutto il suo perimetro rotondo, sopra al quale vivono delle orchidee bianche e viola; al soffitto sono appesi vari campanelli e altri aggeggi fatti con piccole pietre in vetro attaccate ai fili che quando si scontrano tra di loro emettono suonini zen mentre io penso alle chiazze gialle e salate che Maria avrà sulla schiena, sulla sua uniforme bianca praticamente da buttare.

Maria dice che mi attenderà fuori e che intanto io posso prepararmi e mi indica una bustina con dentro delle mutande usa e getta ed un asciugamano.

Una volta uscita Maria, apro la bustina e scopro che anche in questa occasione, le mutande usa e getta sono di una gigantesca taglia unica, praticamente una tenda per doccia in plastica e rete di cotone che non riesco ad indossare senza sembrare una mummia quindi le piego e le appoggio affianco ad un’orchidea che guarda la scena schifata.

Quando Maria rientra io faccio finta di avere gli occhi chiusi, come sempre, in questi casi invece sono vigile ed attentissima a tutti i suoi movimenti perché non dimentichiamoci che è una sconosciuta messicana, senza dubbio ancora affaticata ed innervosita dal ritardo ed io non ho idea di come possa reagire.

Purtroppo però Maria gioca sporco ed inizia a nebulizzarmi ad altezza fronte uno spray aromatico all’olio dell’albero del tè che mi acceca completamente e mi costringe a serrare gli occhi per non morire di congiuntivite durante il trattamento.

Quando Maria inizia a massaggiarmi il cuoio capelluto si presentano idealmente al mio cospetto, le due Arianne in profondo dissenso reciproco: c’è la parte di me che si vorrebbe rilassare che comincia a sussurrarmi in testa: “Bello, eh? Te lo sei meritato. Goditi questo trattamento, respira ed ascolta il tuo corpo mentre la tua testa viene curata da questa mistica della giungla” e poi c’è la parte di me scettica che sibila contemporaneamente: “Beh, per duecento euro forse si sarebbe potuto anelare a qualcosa in più di una signora strappata a qualche bar malfamato che ti gratta la cute. Questo non è un trattamento cranio-sacrale e lo sai. Queste sono delle unghie che ti graffiano cute e cuoio capelluto e con tutti i capelli che c’hai ti sembra anche bello ma, cara mia: duecento, fottuti sacchi”.

Durante la prima mezz’ora è un continuo fare a botte con le due voci che si schiaffeggiano dentro alla mia testa massaggiata da Maria che senza dubbio starà ancora pensando a quanto le costerà caro il suo ritardo di oggi e a quanto sono maledetti i francesi che hanno colonizzato la sua giungla, non bastassero gli yankees.

All’improvviso, proprio quando sembro avvicinarmi a qualcosa di simile al rilassamento, nella giungla si rompe un urlo di gruppo terribile.

Il grido di massa si diffonde nel bosco ed io salto sul lettino con gli occhi vitrei, in attesa di capire se bisognerà scappare dalle finestrelle della capanna o rifugiarsi dentro agli armadietti degli asciugamani per salvarsi dai cannibali.

Maria sorride e mi invita a restare sdraiata; dice che “Stanno praticando l’Arpertizma”, o qualcosa del genere.

In effetti le urla che continuano ad interrompere il bel silenzio del primo pomeriggio nella giungla, sono ben calibrati, pur essendo terribili e sembrano piuttosto frutto di un allenamento meccanico anziché la reazione conseguente ad una mazzata sui genitali.

Maria mi spiega molto seria che si tratta di un’antichissima meditazione maya che viene praticata da un gruppo di adepti raccolti intorno ad una capanna sudatoria e guidati da un maestro, in modo che il grido non si disperda ma purifichi animi ed ambiente circostante ed io cerco in Maria, uno sguardo di intesa che possa metterci d’accordo sul fatto che si, sarà certamente una pratica utilissima ma fa anche un po’ ridere, a pensare che un gruppo di stronzi si metta a gridare come animali decollati, in mezzo alla giungla, per di più proprio accanto alla capanna dove una poveretta sta cercando di farsi fare un massaggio rilassante al cranio.

Invece Maria è serissima; forse finge per rendersi credibile agli occhi di una cliente oppure semplicemente ha smesso di considerare l’opportunità di prendere per il culo i turisti perché è cosa vecchia, che non porta frutto, visto che continuano a tornare nella giungla, pagando profumatamente per gridare e mangiare bacche.

Ma io vorrei dirglielo a Maria.

Vorrei dirle “Io son come te: ti capisco, Maria. Questi sono degli esauriti, altro che Arpertizma o come cazzo si chiama. Andiamoci a bere una birra in paese, torniamo alle cose semplici e smettila di grattarmi la testa.”

 

III

Il tramonto nella Giungla arriva presto e l’ora d’oro concede ai raggi del sole di infilarsi fra le liane leggere e fra i tronchi snelli ed ossuti che affollano la zolla di terra ancora concessa alla vegetazione dalla mostruosa febbre edilizia che impera nella zona della Riviera Maya.

Scendendo da Cancun verso il sud della Penisola, laddove lo Yucatan incontra il Quintana Roo, la piccola autostrada somiglia alla galleria a cielo aperto di un centro commerciale dove, anziché negozi e tex-mex, scorre un’interminabile sfilza di Resort con certi ingressi davvero inopportuni per il luogo, lussuriosi e presuntuosi come scenografie di Jurassik Park mollate in mezzo alla strada oppure come porte di accesso a regge reali, con leoni rampanti in pietra, gabbiotti da cui spuntano agenti messicani in uniformi che imitano quelle poliziesche e monumentali archi in granito che si stagliano nel cielo dei Caraibi, per onorare i minivan con gli americani più spregevoli in circolazione che arrivano dalle loro città opulente per replicare in spiaggia uno stile di vita che sfascia ecosistema e buon senso.

Non è che non sopporti gli americani, anzi.

Apprezzo quegli americani che combattono, ogni giorno per somigliare a sé stessi e che riescono a migliorare il pensiero critico mondiale con il loro innato, genetico ed immenso dono della perseveranza nella fede che chiunque possa crearsi il mondo professionale che ha sempre sognato.

Qualcosa che noi italiani facciamo fatica anche solo ad immaginare.

Ma, a parte quelli provenienti dalle zone fortemente contaminate dall’immigrazione, gli statunitensi che usufruiscono di questi giganteschi mostri sui litorali colonizzati dal dollaro chiamati Resort, sono ben lontani dall’ideale gradevole che intendo: più simili alle pop-star puzzolenti di vaniglia, questa gentaglia arriva con la Samsonite piena di creme glitterate, di top leopardati e camicie a righe colorate o coi pappagalli garruli e si piazza sul bagnasciuga per un paio di settimane, senza interessarsi minimamente alle zone limitrofe visitabili, al massimo infilandosi nel pullmino con l’aria condizionata a tutto gas (solo gli americani possono sopravvivere a certa aria condizionata, così come al consumo animalesco di ghiaccio nelle bibite), per farsi portare all’outlet o nei poveri cenotes, un tempo luoghi magici e sacri, oggi mere postazioni per selfie.

Nella maggior parte dei casi, questi germi anglofoni se ne stanno, come già detto, sui loro lettoni di velluto in spiaggia e l’unico movimento che fanno è quello del braccio alzato per chiamare il servo locale, munito di radiolina e di cappellino con la visiera color sabbia, per farsi portare un Margarita oppure ordinare un massaggio, con molta probabilità migliore di quello che ho appena sostenuto al fottuto Retreat mistico dove sto soggiornando, mio malgrado.

Andrà meglio con la lezione di Yoga.

Anche perché, a differenza della grattata alla cute appena subìta , la lezione di Yoga sarà gratuita!

Alle 17:58 mi faccio trovare al centro della giungla pettinata, davanti al grande padiglione preposto per le lezioni, come consigliato sulla lavagna, alla reception.

In realtà, sulla lavagna consigliavano di arrivare dieci minuti prima dell’orario di inizio ma io sono romana e non ce la faccio proprio. Anzi, mi sento in grande imbarazzo ad arrivare con così tanto anticipo e a starmene lì, col cellulare in mano seduta sugli scalini anziché piombare all’appuntamento con qualche minuto di ritardo ma più entusiasta, ansimante e pronta a tuffarmi nel pieno dell’attività già iniziata.

Non sopporto quelli del Nord che, quando ci si accorda per un appuntamento, facciamo conto alle dodici, osano telefonare alle undici e cinquanta solo per dirti “Ciao, io sono qui”.

Alle undici e cinquanta, una qualsiasi persona sana che abbia un appuntamento a mezzogiorno sarà, con molta probabilità, occupata in attività delicate, come la ricerca di un parcheggio, il pagamento di quello stesso parcheggio alla macchinetta che non sai mai come cazzo funzioni oppure, come nel mio caso, ancora sull’uscio della porta di casa o ancora, tornando indietro per recuperare il cellulare dimenticato sul tavolo all’ingresso oppure le chiavi di casa o la sciarpa perché c’è un po’ d’aria o ancora l’anello di ottone, complemento imprescindibile per l’appuntamento.

Ricevere, in quel frangente, una telefonata in cui mi si mette inevitabilmente ansia e prescia senza motivo, visto che l’appuntamento (che, a questo punto non vorrei mai aver preso) è a mezzogiorno e non alle undici e cinquanta è segno di grande maleducazione e va punito almeno con un ritardo.

Nel caso della lezione di yoga però, mi rendo conto che sarà meglio arrivare un pochino prima perché mostrare ansia in tale circostanza fa brutto, mi guarderebbero tutti male e mi terrebbero a debita distanza per evitare che la mia aurea sporca d’inquietudine contamini i loro chakra.

Insomma, arrivo davanti al padiglione in legno che è davvero incantevole e, distratta dalla struttura progettata da chissà quale architetto danese, calvo e crudista, incespico dentro al cumulo di ciabatte abbandonate fuori dalla porta d’ingresso: sono tantissime, sembra il cimitero di guerra americano ad Anzio solo che, al posto di piccole croci bianche ci sono migliaia di flip-flop sformate dai piedi degli yogi.

Non è che sia proprio a digiuno dalla pratica dello Yoga, comunque.

Il fatto è che riesco ad appassionarmi ad un’attività sportiva solo quando è concepita come tale e magari si respira anche un po’ di competizione mentre a Yoga si respira e basta; inoltre, alla fine della classe, quando sei bello sudato e vorresti gustarti il particolare piacere che si ricava dall’aver faticato dentro a tessuti tecnici, sei invece obbligato a distenderti a terra tutto sudato e a meditare, rilassando il tuo corpo che invece vorrebbe sprigionare le endorfine ricavate dall’allenamento.

Ad ogni modo, lo sport mi piace e poi, ripeto, è gratis e in un posto del genere la parola gratuità è una gemma preziosa nascosta nel tunnel più profondo della miniera.

La nostra insegnante è una messicana bianca, alta un metro e quarantotto ma con un’evidente potenza sovrannaturale, tutta rappresa nel piccolo corpo e che è possibile percepire anche a molti metri di distanza, quelli a cui mi tengo io, con la reverenza ed il timore che ho sempre avuto nei confronti dei maestri, a prescindere dalla mia preparazione.

A differenza di tutte le altre occasioni sportive o sociali, qui nessuno chiacchiera prima della lezione, anzi: siamo tutti scalzi e silenziosi e se c’è qualcuno che si fa scappare un saluto, una battuta o due parole, tutti gli altri si girano e lo guardano male mentre sistemano il proprio tappetino in cerchio; sorridono ma sono severi e sembrano voler dire, senza parlare che quel “Ciao” sussurrato è cosa grave perché non si può, si rovina tutto, si sbilanciano gli equilibri.

La lezione inizia senza preavviso.

La maestra si volta di scatto dalla postazione dell’impianto stereo su cui era ricurva e, dopo aver alzato a bomba il volume della musica tibetana, manco fossimo a spinning, si piazza in mezzo al cerchio di tappetini ed incrocia le gambe e tutti gli altri capiscono quindi mi adeguo anch’io.

La lezione dura due ore e mezza, senza possibilità di fuga né di retrocessione: se ti sei piazzato col tuo tappetino in prima fila e non nei vortici delle retrovie, peggio per te, son cazzi tuoi.

A differenza della maggior parte delle altre discipline, qui la maestra fa lezione con noi, non s’interrompe mai, se non in quelle poche, umilianti occasioni in cui si mette a girare per i tappetini, per “sistemare le posizioni” dei mediocri come me, senza che nessuno di noi possa lamentarsi mentre lei gira il nostro busto e gli arti in senso contrario a quello naturale.

Affianco a me ho, da un lato un italiano sui sessanta, bravissimo e che cerco di copiare durante tutta la lezione, sbagliando il senso della postura e ritrovandomici sempre faccia-a-faccia quando tutti si voltano dalla parte giusta e, dall’altro lato c’è un americano, pallido come se avesse contratto la malaria, il classico tipo desideroso di attaccare bottone persino in una condizione così off-limits.

Ogni volta che siamo in piena posizione, che so, dell’arciere oppure impegnati in un ponte o in qualche altra mossa che ci gonfia la faccia di sangue, per lo sforzo, lui è l’unico talmente stupido da avere il coraggio di commentare ad alta voce e, se non bastasse, continua a ripetermi “Don’t follow me!”, quando io ho compreso fin da subito di che razza di capra si tratti e non ho alcuna intenzione di prenderlo come esempio eppure lui, gridando queste cose, offre al resto della classe l’impressione che io lo voglia copiare e così risultiamo una coppia di perfetti imbecilli, venuti alla classe solo perché gratuita, che poi è un po’ così ma, brutto stronzo, lasciami almeno la possibilità di dissimulare, data la circostanza chic ed i miei abiti così azzeccati, in cotone e lino purissimi, scelti appositamente per dar l’impressione di avercelo nel sangue, lo yoga.

Ma niente, certi americani sono da squartare, come già detto ma questo non è un pensiero puro, da yogi e sto disturbando l’energia della classe.

Purtroppo la maestra, com’era prevedibile, passa anche affianco al mio tappetino per sistemarmi la posizione: le mie gambe sono divaricate e fin qui tutto bene, il busto è inarcato verso la gamba sinistra e la mia mano tocca il piede non senza fatica ma anche con orgoglio visto che, ancora dopo vent’anni campo di rendita grazie alla ginnastica ritmica e riesco ad arrivare alla caviglia, con le dite.

Eppure non mi accorgo che il busto non sia, per la maledetta nana abbastanza perpendicolare alla gamba sinistra, non formi la linea retta di cui sta parlando, sussurrando in inglese e in spagnolo, con una tecnica simultanea che manco ai congressi medici internazionali; così la maestra bassa ma poderosa, senza preavviso mi sblocca il braccio destro tirandomelo il più possibile verso il soffitto, facendomi somigliare ad una specie di squadra umana usata per spiegare la geometria ai bambini, sui libri delle elementari.

In risposta a questa provocazione, la mia gamba sinistra inizia a tremare come una saldatrice dei primi del Novecento, riaccesa dopo un secolo di fermo.

La mia faccia diventa dello stesso colore di una grossa vena varicosa e la maestra ha pure la presunzione di dirmi “Respira! Se non respiri non è Yoga ma ginnastica”.

Ebbene, cos’hai contro la ginnastica, brutta stronza zen?!

Noi tutti siamo cresciuti con la ginnastica, prima che arrivassero, negli anni Novanta, i tuoi progenitori di Miami, coi pantaloni dal cavallo calato, reduci dal viaggio in India a dirci che esisteva anche lo Yoga ma non per questo la ginnastica deve retrocedere ad uno sport per gente che morirà prematuramente rispetto a voi.

Questo penso mentre respiro di brutto per sopravvivere, sperando che coi suoi superpoteri, la maestra non riesca a leggermi nel pensiero ed è incredibile ma funziona!

Più respiro e maggiore è la mia capacità di rendere i miei muscoli un filino più elastici e la sensazione è meravigliosa e la maestra, incapace di leggermi nella mente mi sorride benevola e prosegue verso il tappetino dell’americano tisico ma non ci si avvicina nemmeno, tanto il tizio rantola sul suo affare di gomma, in modo indecoroso.

Gli lancia un’occhiata schifata e prosegue verso alcune femmine molto più performanti ed il poveraccio ci rimane male.

Rivolto verso di me, lo vedo che aspettava una raddrizzata e che, alla fine, oggi era venuto qui per imparare, con tanta buona volontà, privandosi persino della birra in spiaggia, al tramonto ma la maestra prosegue cattiva mentre io, non so per quale strano riflesso inconscio, lo guardo dritto negli occhi e gli ringhio crudele, facendomi sentire da tutta la classe: “Follow me”.

Ecco finalmente, l’ho rimediata anche nello Yoga, la competizione che cercavo ed ora, mentre vibro nell’aria come un lampione a Trieste, la scarico su di te, brutto incapace malarico.

Voi americani siete il male della terra: seguimi che ti porto all’inferno. Ohm.

 

IV

Dopo la disavventura nella giungla mi sono ripromessa di fermarmi, durante le ultime tappe di viaggio, solo in posti veri e realmente capaci di comunicarmi genuinità anziché sperimentazioni di piani marketing per miliardari cocainomani, con tutto il rispetto per lo yoga ed i miliardari.

Non che disprezzi del tutto i miliardari cocainomani, anzi.

Il settore mi diverte parecchio.

Si tratta di una categoria diffusa in tutto l’Occidente che si diffonde, come tutti i gruppi che basano la propria sussistenza sul background personale anziché su costumi etnologici, con equa spartizione tra le grandi città ed i più bei posti naturali dove però, per un motivo o per l’altro, il costo della vita è insostenibile per la gente normale o autoctona.

Quest’ultima, quando arrivano i miliardari cocainomani ha soltanto due possibilità a disposizione: estinguersi come, in sostanza sta succedendo ad esempio, ad Ibiza o a Bali oppure prostrarsi alla legge triste (e qui si torna all’etnologia), secondo cui debba esistere una mostruosa distanza sociale fra una categoria e l’altra di persone; tale distanza, gli indiani la chiamano “casta” ma esiste un po’ in tutto il mondo, anche nei contesti meno prevedibili.

In Messico e, più in generale in tutti i paesi che hanno subito violente colonizzazioni, tale, demotivante processo è molto evidente ma sotto certi aspetti riesce a far sorridere il fatto che, in luogo dei coloni o dei grandi imprenditori senza scrupoli di una volta, oggi vi siano sub-cinquantenni che campano grazie ad immobili gestiti in affitto da terzi, nelle loro città di provenienza oppure contando su rendite provenienti da eredità o da genitori scriteriati che permettono a questi pseudo-giovani di tirare avanti nelle località più belle del pianeta e di tirare indietro, nel naso, cocaina di prima qualità che manca invece nelle loro città.

A Tulum mi è parso che esista tutto ciò, con l’aggravante bizzarro ma simpatico che i miliardari in questione facciano yoga e di giorno sembrino appena usciti da una purificazione karmica in chissà quale ashram che li fa apparire tutti come le giuste guide mistiche che servirebbero nella vita, se soltanto la vita terminasse alle undici di sera e non si potessero incontrare dopo quell’ora, con la mascella slogata dalla droga, in qualche festa techno sulla spiaggia.

Mantengo quindi la promessa e parto l’indomani verso il Nord della penisola, per visitare le piramidi e conoscere veri messicani, prima di ripartire.

Nei giorni successivi però mi rendo conto che senza le danze dei miliardari cocainomani non mi diverto e che, in realtà è difficile, in così pochi giorni riuscire ad introdursi nella vita sociale del posto perché turisti e locali sono tenuti e si tengono a debita, reciproca distanza.

Dall’Italia, poco prima di mettermi in viaggio da sola mi avevano dipinto il popolo messicano come un’etnia di tagliatori di testa specializzati, indipendentemente dalla regione o dall’estrazione sociale.

Alcuni avevano inorridito immaginandomi al volante di un’auto a noleggio però mi avevano anche intimato di non prendere per nessuna ragione al mondo, i pullman pubblici perché erano i mezzi preferiti dai rapinatori che, in un modo o nell’altro finivano per tagliare teste, non riuscendo a contenere la voglia di esibire le specialità del luogo.

Una volta in Messico poi, ci avevano pensato i nuovi coloni a far mantenere le distanze tra me e la popolazione locale; i messicani, come già detto lavorano negli alberghi, nei bar, nei ristoranti sulle spiagge e, a parte prendere l’ordine di ciò che vuoi e comunicarlo alla cucina con una radiolina, non riesci in nessun modo a farci amicizia.

Tutti questi ingredienti, assieme al poco tempo di viaggio hanno reso complicata la conoscenza di gente del posto per poter tornare a casa con il contatto di qualcuno che potesse ospitarmi al prossimo viaggio; in compenso però ho conosciuto Sylvia, una miliardaria cocainomane.

Quando s’incontra una persona che viaggia da sola, di rado ci si chiede perché stia viaggiando da sola perché l’entusiasmo di conoscere è la scintilla che ti spinge a viaggiare e quindi non sempre è possibile riflettere.

Personalmente non ho scelto di viaggiare da sola ma ci sono ritrovata, essendo tra quei professionisti che hanno tempo libero per farlo, solo in momenti dell’anno molto del cazzo, in cui la maggior parte delle persone lavora; ho fatto quindi di necessità, virtù.

Sylvia invece fa parte della categoria già menzionata che può scegliere di viaggiare come e quando crede perché nessun impegno la reclama a casa e, qualora vi fosse impegno urgente può delegare oppure rientrare, firmare una carta e ripartire.

Questa giovane donna francese, mia coetanea, imprenditrice come dice lei e molto arrabbiata con la vita ha mutilato gli ultimi giorni del mio viaggio e mi ha fatto desiderare la mia patria che, comunque è sempre un bel sentimento.

Sylvia mi abborda letteralmente durante una visita guidata ad un tempio Maya, in notturna.

Non è mio costume prenotare visite guidate ma a quelle in notturna non so resistere; tanti amici a Tulum mi avevano avvisato, avevano cercato di farmi desistere dall’idea di prenotare ma io, cocciuta come una capra valdostana (che si ostina a dar credito ad un luogo non lambito dal mare), avevo prenotato, giusto la sera della lezione di Yoga.

Arrivata sul posto, dopo circa un paio di ore di viaggio senza traccia di tagliatori di teste, ho parcheggiato la mia macchina nel piazzale dove i cartelli dicevano di parcheggiarla, non senza notare che fosse l’unica autovettura in un oceano di giganteschi bus.

Ho percorso un viale di terreno battuto, illuminato solo da qualche fiaccola lungo il sentiero; l’ho percorso sentendomi addosso le mille voci degli amici italiani che prevedevano la mia brutta fine descrivendo il modo in cui il mio cranio sarebbe rotolato tra le rovine.

Invece, contro ogni previsione, riesco ad arrivare all’ingresso dell’area archeologica dove mi attende la prima e forse unica, vera rovina: l’atrio costruito coi soldi dell’Unesco per ospitare la biglietteria ed il piccolo negozio di souvenir sembra un’astronave che attende di partire portandosi via centinaia di migliaia fra turisti e guide stremate dai ritmi dell’alta stagione.

Tutto ciò che mi circonda è la dimostrazione di quanto, a volte sia doveroso fermare il turismo e di come i soldi incassati grazie ad esso possano essere più che deleteri.

Il marmo bianco si staglia altissimo nella notte ed i piccoli laser blu che leggono il biglietto elettronico si accendono ad intermittenza, proprio come immagino farebbe l’Enterprise, se dovesse caricarci un giorno, tutti col nostro biglietto acquistato online.

Sylvia mi ha già visto nella folla e ha frainteso la mia smorfia atterrita con un sentimento di smarrimento che, in effetti c’è ma non nel senso che intende lei; tuttavia mi si avvicina e con occhi di lince mi chiede, in inglese “Stai viaggiando da sola, anche tu?!”

Non si dovrebbe rispondere a domande così invasive, ce lo insegnano sin da bambini, questo penso mentre rispondo “Si, di dove sei? Io italiana, sono in viaggio da Tulum verso il Nord e non mi aspettavo questo delirio”.

Sylvia mi chiede dove dormo e quasi si mette ad urlare dalla gioia quando scopre che soggiorno nel suo stesso paese e che sono arrivata in auto e non con uno di quei pullman di merda come lei.

A distanza di tempo rifletto su come possa una miliardaria cocainomane viaggiare su un pullman turistico di merda ma penso sia legato al fatto che molti della sua categoria amano mimetizzarsi fra i poveri.

Durante la visita cerco di perdere le tracce di Sylvia, non perché mi stia già sul cazzo ma semplicemente perché voglio cercarmi di godere la passeggiata in notturna, lontano dai grandi gruppi vacanze.

Voglio gustarmi lo splendore di quelle rovine, le pietre monolitiche, le incisioni, le scalinate, gli altari di una città che un tempo fu leggendaria, potentissima e che oggi si ritrova a doversi mostrare cadente, circondata da prati, recintata da reti metalliche e calpestata da migliaia di stronzi che non hanno mai aperto un libro di storia ma vogliono solo farsi fotografare lì, per poter dire agli amici di esserci stati.

Durante il percorso sento gli occhi di Sylvia costantemente addosso, non mi perde di vista, sono il suo passaggio in macchina, la sua nuova compagna di viaggio e tanto fa che, non solo la riaccompagno in albergo ma ci scambiamo i numeri di telefono, contente di prometterci un nuovo appuntamento, ancora più a Nord, vicino a Cancun, prima di ripartire.

E così avviene.

Il mercoledì successivo, alle diciotto in punto ci diamo appuntamento, in tempo per l’aperitivo all’isola di Holbox.

Holbox è una specie di paradiso per persone innamorate che abbiano la giusta congiuntura astrale di ritrovarsi lì, col proprio soggetto amato e poi, essendo un paradiso, ci sono anche i miliardari cocainomani.

Tuttavia è un luogo suggestivo, riservato, intriso di natura lasciata libera di riappropriarsi dei propri spazi e di viverli in modo quasi indisturbato, a parte i coglioni che non leggono i cartelli che invitano a non avvicinarsi ai fenicotteri e che puntualmente, quando ne atterra uno, si tuffano in mare, con le loro bandane ed i loro bastoni per farsi la foto.

D’altronde c’è chi lo fa coi coccodrilli, perché non dovrebbero farlo coi fenicotteri?!

Oltre ai pennuti tornati di gran moda grazie ai materassini, Holbox è composta da capanne, piccoli bar dove bere qualunque cosa buonissima e da un mare che nessun catalogo di vacanze riuscirà mai a riprodurre in maniera fedele.

L’isola di Holbox dista quattro ore di auto ed una quindicina di minuti di battello dalla terraferma.

Ci arrivo col sorriso sulle labbra fisso perché la lunga strada che termina col piccolo porto di Chiquilà è costellata di pueblitos finalmente veri e pieni di bimbetti che si lanciano verso l’auto in arrivo per vendere agrumi sbucciati e sale da usare alla prossima tequila; poi ci sono centinaia di chilometri da percorrere su una lunga retta perfetta di asfalto che si bagna, da entrambi i lati sulle praterie selvagge dove pascolano vacche felici, anche se a tempo determinato.

Mi accorgo di essere arrivata vicino al porto di Ciquilà perché, non solo i bimbetti ma anche la gente adulta, si butta sui cofani delle macchine che passano per vendere un parcheggio nel proprio terreno, al costo di circa cinque euro al giorno ed io, giovane, bianca e ricca, mi sento uno speciale mix tra una schifosa colona ed una benefattrice mandata da Gesù per un popolo che spenderà quei cinque euro, molto meglio di come avrei potuto fare io.

Sylvia mi aspetta sull’isola, è arrivata lì da qualche giorno, col solito pullman e ha ancora la testa attaccata al collo ma forse è solo questione di tempo.

Faccio check-in nel piccolo albergo dove soggiornerò ad un prezzo europeo e mi danno la camera vista locale notturno dove scoprirò che la notte si pesta duro fino alle quattro e dormire è una sfida ad altissima probabilità di perdita, anche per una agonista come me, in grado di addormentarsi in piedi, in mezzo al mercato di Marrakech mentre mi lanciano serpenti.

Alle diciotto in punto mi presento nel piccolo, delizioso bar ritagliato dentro ad un pezzetto di vegetazione risistemato con cura ed con il solo utilizzo del legno locale.

Entro, mi siedo al bancone ed ordino qualcosa da bere perché non mi piace l’usanza di aspettare nei posti per poi entrare insieme, come usano le donne, davanti agli ingressi.

Il tempo perso ad aspettare l’amica fuori dai locali è un tempo che nessuno ci restituirà, donne!

Per cui entro e contemplo dal bancone la bellezza di non avere nient’altro da fare, se non la contemplazione di cose belle, appunto.

Sylvia entra nel locale e si dirige verso di me col suo pareo e la fronte lucida; si siede e mi dice secca, “Non mi hai aspettata”.

Non mi dice, che so, “Potevi aspettarmi” o “Perché non mi hai aspettata?”.

Mi dice qualcosa di più simile ad una minaccia ed io, anziché intimorirmi come normalmente accadrebbe, m’infastidisco perché il viaggio mi è costato parecchio e vorrei godermelo senza rimproveri e, se ne avessi voluti durante il soggiorno, avrei viaggiato con la mia professoressa di greco quindi le chiedo di ordinare il cocktail che preferisce, che offrirò io per il disturbo, sperando di incenerirla con la buona educazione.

Per tutta risposta, la gigantesca stronza ordina il suo drink ed inizia una peregrinazione al bagno che non lascia scampo ad equivoci: sarebbe bellissimo produrre un documentario sul valzer dei cocainomani quando cominciano il loro andirivieni verso i cessi.

Si tratta realmente di una specie di danza in cui essi, ignari del nostro sguardo, alludono a qualsiasi scusa misera per andarsi a fare la riga in bagno, di nascosto dove il “di nascosto” è solo apparente poiché non siamo scemi tutti e del tutto.

Durante una festa in casa è ancora più spassoso perché i cocainomani sono un gruppo compatto, che lascia le dosi agli altri appizzandole nei pertugi degli armadietti o in cima alle mensole ma soprattutto perché non ci si riesce a spiegare il motivo che li costringa ad andarsi a nascondere in bagno, trattandosi di una festa privata: forse hanno bisogno del brivido dell’illegalità o temono che qualcuno domandi loro un po’ di roba ma nel caso di Sylvia, la danza è più delicata, senza dubbio nervosa ma con un’evoluzione che ha una punta drammaturgica notevole.

Ogni volta che torna dal bagno, la mia compagna di viaggio è sempre più trasfigurata, sempre più slogata in viso e vuole sapere tutto di me ma non mi lascia il tempo per rispondere e continua a ripetere “Dimmi un po’…perché io invece penso che sia assurdo che….”

Sylvia è da sola.

Sola mentre volteggia in mezzo ai camerieri verso il bagno, sola in bagno mentre tira fuori la dose dal suo marsupietto batik, sola mentre torna dal bagno cercando di darsi un tono, sola in viaggio e probabilmente sola nella vita ma senza ombra di dubbio, Sylvia ora è sola al bancone perché io, terminato il mio drink mi levo dal cazzo e torno in albergo a sentire la disco-music dalle tapparelle, sola anch’io ma molto contenta di ripartire domani, alla scoperta di luoghi incontaminati ove i miliardari si siano finalmente estinti o siano diventati polvere da sniffare poiché così dicono i Profeti che accadrà un giorno.

Più o meno, insomma.