L’ORGANISTA MARZULLIANO

BRANDED PARODY CONTENT, LE FIGURINE, SINFONIE

Si sa che i musicisti, da sempre, sono fichissimi.

E’ un dato di fatto che sembra quasi far parte del nostro bagaglio genetico.

Fin dai tempi di Mozart ma anche prima, i musicisti hanno sempre fatto innamorare o, quantomeno, hanno un fascino che li salvaguarda dalla notte dei tempi.

Se nasci brutto, sei fottuto.

Se nasci brutto ma musicista comunque te la cavi, Dio è con te.

Se nasci brutto ma organista, la faccenda cambia.

Perché hai sempre Dio dalla tua parte ma nel senso che, a meno che tu non sia Ray Manzarek o Keith Emerson, suoni solo in parrocchia.

E sei fottuto.

Abbiate pazienza se lo dico in questo contesto ma nell’immaginario collettivo infatti, l’organista è un anziano coi sandali da missionario dei Passionisti ed i calzini di spugna che vi traboccano tra le stringhe e poi gli occhiali di Marzullo, la capigliatura di Marzullo, il piglio simpatico e scaltro di Marzullo ma senza il suo conto in banca.

Invece ancora, prepotentemente la Lacoste color carta da zucchero, da missionario.

In sintesi, l’organista maschio è un missionario marzulliano.

Se invece sei organista ma donna sei la copia sputata di Susanna Agnelli ma sempre senza il suo conto in banca.

In entrambi i casi, comunque parliamo di soggetti che fanno un mix di pena e timore ma non certo erotismo.

L’organista, nell’immaginario collettivo ha meno fascino di quello che suona il trombone e, quando ho ricevuto l’invito a questo festival ho subito pensato al personaggio dell’organista che, alla domenica suona in chiesa per i lupetti e durante la settima a trasporta bare o studia chimica.

In tutti questi casi (sia che trasporti bare, che sembri Marzullo o Susanna Agnelli o che, peggio mi sento, studi chimica) immagino un soggetto che difficilmente si possa calmare, fermare o disinnescare mentre sta suonando; non so perché.

Forse si tratta di una reminiscenza delle scuole dalle suore quando, durante le funzioni domenicali, l’organista era un laico posseduto dalle tastiere senza possibilità di domandare un pezzo a richiesta.

Quindi, per ricapitolare, organista: non solo sfigato ma rompicoglioni ai limiti del pericoloso.

Questo, non so se sia l’immaginario collettivo ma senza dubbio era il mio di immaginario.

Fino a quando, un giorno, non ho visto lui:

Ho visto questo ragazzo che mescola, dentro di me, tantissime sensazioni quasi quante i suoi stili.

Lo guardo e vedo contemporaneamente un folletto di Tolkien, un raver di Colonia strafatto di chetamina, uno stilista giapponese l’ossessione per la sperimentazione, un anemico, il cantante dei Vernice, un Righeira con lo stesso parrucchiere di Brachetti e molto altro ancora.

Eppure grazie a lui ho capito cosa significhi suonare sei tastiere per volta, con più di quattrocento registri usando nello istante mani e piedi ma soprattutto ho capito cosa significhi fare tutto ciò sentendosi fichissimi persino indossando gli stivaletti che userebbe Robin Hood se decidesse di entrare nella nuova formazione dei Sex Pistols.

L’organista, se concepito con le sembianze di questo mio nuovo punto di riferimento che è Carpenter, è una figura che ha tanto da insegnare a chi è sfigato senza possibilità di riscatto.

L’organista, visto così, ci insegna che c’è sempre una possibilità per far valere il proprio stile (anche quando improbabile) e la propria personalità attraverso la conquista del mondo mediante i propri talenti.

Un talento, quello degli organisti, indiscutibile altrimenti Carpenter sarebbe in gattabuia insieme a Marzullo che, visto il discorso sui talenti, risulta essere, a questo punto, davvero fuori contesto.

Fuori registro, come direste voi.

Ma non fuori tema, visto che parliamo di organi e lui sopravvive grazie agli organi di Stato.

 

Pezzo scritto con amore per il Festival Organistico dell’Isola di Salina:

UNDA MARIS

L’ATTIMO PRIMA DELLA PARTENZA

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Un pezzo scritto ed interpretato per il Festival Mosto 2018 sull’annoso tema “L’attimo prima della partenza”. 

L’attimo prima della partenza è l’ultima possibilità che Dio ti offre per formulare a te stesso un quesito fondamentale:

sto per viaggiare da solo?

Sono davvero così fortunato e baciato dal Signore da aver trovato il coraggio di partire, finalmente, per beneamati cazzacci miei?

Ascolta, amico: se stai per viaggiare da solo non potrà succederti nulla di male, nonostante la cronaca nera cerchi di dissuaderti, a riguardo.

Ma se accanto al sedile dove hai posato le tue chiappe turistiche vi è putacaso un compagno di viaggio, la tua sposa, tuo fratello o la comitiva dei coscritti, hai ottime ragioni per considerare il tuo viaggio gloriosamente fottuto.

Perché un buon compagno di viaggio è più raro di un ufficio pubblico funzionante in Italia, più pregevole di una canzone antecedente al periodo cupo di rap e di talents che stiamo vivendo, più prezioso del tesoro di Mussolini che riposa in fondo al lago di Como mentre sulla terra, impazza la sua ideologia.

Ci sono poche speranze che, nel corso della tua breve vita tu possa godere della compagnia di un amico che sappia davvero viaggiare, oltre esserti amico, impresa già ardua.

Nel caso dovessi incontrarlo, quel compagno di viaggio, tienitelo stretto, demonio ladro, perché il tuo viaggio sarà beatitudine: sarà un’esperienza più gratificante dell’acquisto di un’isola siciliana per 4,50 euro iva esclusa, sarà più rigenerante di una spa esclusiva per te e Sting che suona la chitarra nel bagno turco.

Ma, nel caso in cui il tuo compagno di viaggio sia una persona raccattata, conosciuta, sposata soltanto per non dovertela cavare in solitaria, sappi, amico del festival che l’attimo prima, durante e dopo la partenza sarà fatto di pianto, stridore di denti ma soprattutto di monumentali rotture di coglioni.

E di una litania senza fine che fa più o meno così:

Hai chiuso il gas?

Hai spento la luce?

Hai riempito il dispenser dell’acqua ai gatti?

Hai annaffiato le piante?

Hai inserito la segreteria telefonica?

Hai avvisato tua madre che non ci siamo fino al 3?

Hai preso i documenti, lo shampoo, le ciabatte, le mutande dei bambini, i biscotti che erano sul tavolo, il guinzaglio del cane, le camicie stirate, la maschera, l’ammoniaca, il cuscino per le emorroidi, le chiavi di casa, la macchinetta per l’aerosol, il sussidiario, il tablet, il caricatore del cellulare, dello spazzolino da denti, del powerbank, del computer, del rasoio, dello stereo, della pompa per il materassino, della piastra, del nostro matrimonio?

Hai chiesto al tuo capo se possiamo tornare il 3 anziché il 30?

Hai chiesto al tuo capo se è ancora sposato?

Hai chiesto a tua sorella se alla fine ha comprato la vaporiera ad energia solare?

Hai chiamato il bed and breakfast per avvisare che abbiamo il cane, la macchina grande, mia madre, l’unicorno giù gonfiato, la mononucleosi?

Hai detto le preghiere?

Hai postato la foto della partenza su instagram?

Hai prenotato in quel posto lì che mi piace?

Hai lasciato tua moglie?

Hai accorciato i capelli come va di moda ora?

Hai fatto finta di non vedere cosa stanno combinando con quel povero partito che fu il pd?

Hai staccato la spina alla nonna?

Hai detto ai vicini di chiamarci se vedono dei rumeni che passeggiano davanti casa?

Hai ancora voglia di viaggiare?

 

 

 

CIBO IMMAGINARIO

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Sempre più persone scelgono di rinunciare a comprare cibi che, fino a poco tempo fa, erano commestibili ed ora non lo sono più.

Così ho deciso: registrerò una nuova start-up: sono pronta a brevettare il cibo immaginario.

Dopo il grande successo dell’amico, anche il cibo immaginario consentirà di costruirci desideri su misura e permetterà a tutti quei fortunati consumatori che potranno permetterselo, di nutrire il proprio organismo semplicemente pensando di farlo, senza correre i rischi del povero popolo ignorante, costretto al consumo industriale.

Il nostro target potrà inoltre godere dell’invidiabile plus di servirsi di un prodotto davvero d’elité, innovativo ed effettivamente dimagrante, non come le polveri che vendono in quei negozi gestiti dai palestrati con gli occhi piccoli.

E neanche come certe diete contrarie al buonumore.

Il cibo immaginario potrà essere assimilato attraverso una semplice app che fornirà all’utente idee, suggestioni, still-life e videomapping e miraggi di piatti macrobiotici, frutta esotica introvabile, germogli di ogni genere, vini naturali o presunti tali, latte d’asina e junk-food libidinoso, per i palati che vorranno regalarsi tutto ciò che desiderano senza le incombenze intestinali e nutrizionali.

Tuttavia le porzioni immaginarie proposte saranno indiscutibilmente più abbondanti dei piatti proposti nei ristoranti stellati.

Tutto il cibo immaginario verrà proposto in un catalogo patinato ma sul web e i piatti scelti verranno confezionati in linee di packaging disegnate dai giovani designer, appena diplomati nelle migliori accademie di moda, per non farci scappare il loro fresco entusiasmo prima che si accorgano di che grande inculata è il mondo del lavoro creativo se non sei gay e viceversa.

Il cibo immaginario potrà essere scelto ed ingerito attraverso connessione wify o fibra, unica componente realmente assimilata dall’utente assieme alle radiazioni.

Nessun grasso saturo, nessun carboidrato, assenti proteine, conservanti di ogni genere, aspartame, antibiotici, solforosa, glutine, antiossidanti e vitamine per il solo, puro piacere di distaccarsi, una volta per tutte, dal fastidioso vincolo della fame e della digestione; per non parlare poi della masticazione e della evacuazione che, da sempre, impediscono al cittadino urban-chic contemporaneo di allontanarsi dalla spregevole massa per accostarsi alla nuova, potente generazione che non vuole avere più volgari necessità fisiologiche, se non quella di farsi il selfie.

Se, da un lato, la mia start-up di cibo immaginario consentirà di sfamarci in modo più sano e di evitare il cibo industriale, dall’altro dovrà perfezionarsi in quell’ambito, ancora, purtroppo inarrivabile, che riguarda la capacità di ridimensionare il proprio ego a prescindere dal proprio status sociale.

Infatti, il target di riferimento del mio cibo immaginario (marchio registrato, voglio subito un codice a barre!) è senza dubbio un target alto, colto e consapevole della necessità di scegliere il meglio per non avvelenarsi ma purtroppo affetto dalla patologia del secolo: il morbo del radical chic.

Una malattia che, per certi aspetti, ha svariate caratteristiche associabili al cibo immaginario: di fatto, l’individuo malato di radical chic, proprio come il mio cibo virtuale, immagina proiezioni di sé stesso inesistenti ed estremamente accattivanti pur rimanendo, nella maggior parte dei casi, un soggetto reale privo di concreta sostanza.

Un coglione, insomma, che si sazia di tendenze immaginarie.

 

LA CARTA E LA MICROCRIMINALITA’

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Breve trattato sull’importanza della carta e sulle analogie tra libro e carta igienica scritto ed interpretato al Salone del libro di Torino 2018, in occasione del talk “Come sarebbe il mondo senza la carta?”

Visto che, sin dai tempi del liceo, sono sempre stata lì lì, ai confini dell’ illegalità, se un giorno proibissero la carta, avrei finalmente un’altra, buonissima scusa, per abbandonarmi definitivamente alla clandestinità.

Così insospettabile, perbene e a modino, so che me la caverei ed avrei, oltretutto, una nobile scusa per nutrire quella parte di me che si delizia con un certo gusto per la microcriminalità, come la maggior parte di noi, del resto.

Allora, se un giorno vietassero l’uso della carta io, finalmente, comincerei a scrivere sui muri, come avrei sempre voluto fare a quindici anni.

Mi rifarei scrivendo la lista di tutti quelli che mi piacquero, verrebbe fuori una lista simile a certe lapidi per i caduti di guerra perché di gente me ne piacque, all’epoca, ma lo farei con scopo carbonaro e disinteressato (visto che oggi, a quarant’anni, quelli lì son quasi tutti grassi e pelati).

Se venisse proibita la carta, mi sentirei in diritto di incidere il mio pensiero sui cofani delle macchine parcheggiate male.

Scriverei i miei pensieri sulla fiancata del Cayenne che mi blocca per due ore, davanti ad un bar, in centro, a Roma ed i miei pensieri sarebbero: TACCI TUA.

Se la carta venisse vietata diventerei una brigantessa della scrittura abusiva, mi sentirei come all’epoca della censura che, per fortuna, non esiste più!

Pitterei col mio trattopen sovversivo tutti i gabinetti degli autogrill, scrivendo i numeri di cellulare delle mie amiche sceme dei Parioli e poi, peggio ancora, non resisterei all’impulso di imbrattare le scale dei monumenti con gli aforismi del Profeta e i pezzi delle canzoni dei Nirvana.

E poi me ne andrei di notte, col pennarellone indelebile, a scrivere sui vetri dei bancomat e sulle vetrine nei negozi e ancora con le bombolette spray sull’asfalto, davanti casa delle ex del mio fidanzato, e scriverei un sacco di sms col cellulare a tutta la rubrica, soprattutto quelli con le catene di Sant’Antonio e poi me ne starei lì, avvelenata, a pubblicare post imbecilli sui social, solo per ripicca, se proibissero la carta!

Vi rendete conto di quante cose spregevoli potrei fare se un giorno, vietassero la carta?!

Cose criminali e davvero offensive per l’intelletto.

Cose che nessuno si sognerebbe di fare, ora che, per fortuna, la carta è legale.

Quindi è meglio per tutti che la carta resti ancora in uso diffuso e libero, tra di noi, a mantenerci sani e lucidi.

Meglio per tutti e guai, se fosse il contrario.

LA MARATONA ROSA

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Cosa porta la gente ad unirsi solo quando si ammala?

Ma, soprattutto perché, dove c’è un gruppo di persone che si sta curando dal tumore c’è una maratona?

La maratona per la giusta causa è un evento che costringe moltissime persone all’umiliazione pubblica di povera gente che, nella propria vita, ha la sola colpa di non aver mai approcciato al massacrante sport della corsa, del jogging, e che quindi merita di prender parte ad un’iniziativa benefica.

E a quell’iniziativa sportiva, la povera gente vi partecipa, trascinata da quegli amici sopravvissuti al cancro ai quali è sopraggiunta quella prescia di doversi unire, associare, lottare insieme ma, soprattutto, correre con la pettorina.

Devi venire alla maratona, è importante. Tieni, questa è la maglietta da mettere

Ma è rosa”, dico io, all’amica invasata “io detesto il rosa”.

E lei si offende “Ma guarda che mica sei qui a far la sfilata, sei qui per un buona causa”.

Ma la buona causa vorrei farla io, giuridica, contro quelli che scelgono deliberatamente di imporre a così tante persone, tutte insieme, un colore così di merda come il rosa.

Il rosa-tumore al seno.

Un rosa inequivocabile.

Poi, quando l’hai messa vai lì, a quello stand, che ti danno la spilletta, il cappellino e la bandanina dell’evento”, questo dice l’amica che ha vinto il cancro e che, dunque, si sente in diritto di mascherarmi da perfetta disadattata.

Ma perché??!

Per fortuna, se è vero che mal comune, mezzo gaudio, non sono da sola.

No.

C’è gente in rosa dappertutto.

Sembra di essere a Riccione, in estate, quando i cittadini decidono che si debba scendere il più in basso possibile, organizzando la Notte Rosa.

Ma almeno sei a Riccione, lo sai che lì sono giù sciroccati di loro.

E poi è notte, non ti vede nessuno o, perlomeno, non ti vede nessuno sobrio e che non sia imbottito di rosa, anche lui, come te.

Qui invece siamo in pieno giorno, in centro città, vestiti da conigli froci, da statuine di ceramica appese sulle bomboniere delle prime comunioni di bambine sceme, in balìa di gente col delirio di onnipotenza per esser guarita da una malattia terribile e che, a causa di questa guarigione, oggi ci sequestra e ci costringe a correre col rischio di farci morire d’infarto a tutti, per giunta in rosa.

Perché la maratona è sempre organizzata a Maggio, di domenica, a mezzogiorno e non morirai di cancro ma c’è il rischio alto che ti scoppi il cuore.

Moriresti per una buona causa : vuoi mettere?

Si, voglio mettere.

Voglio mettere un’altra cazzo di maglietta.

Quando inizia la maratona ti accorgi davvero di chi hai accanto e capisci se il tuo vicino è uno che partecipa o che sta, come te, subendo la maratona.

La mia amica partecipa, ad esempio.

Ed è rosa anche in faccia, coi fiocchetti dipinti sulle guance col rossetto.

Sembra una di quelle signore matte che vivono in certi vicoli di Roma, truccate come Moira Orfei da quarant’anni senza però essersi mai struccate.

Si esibisce in una marcetta fiera, la mia amica, a petto in fuori come un gallo Moroseta (quelli pelosi, buffi ma mai quanto lei, col rossetto fragola in faccia).

Saluta tutti e distribuisce adesivi ai passanti, tirandoli fuori da un marsupio che io già vorrei far finta di non conoscere gli amici che usano il marsupio, figuriamoci quelli col marsupio, indovinate un po’ di che cazzo de colore?!

Alla mia destra c’è un poveraccio come me.

Dev’essere il fidanzato o il fratello di un’altra invasata in rosa fragola che lo monitora come un kapò.

Non si scolla dal suo fianco, la gendarme rosa mentre grida dentro al microfono di un giornalista che la intervista.

Grida duro, come un cerbero appena uscito da un dramma greco; grida che è importante partecipare e che, se si lotta insieme si vince ma il poveretto al suo fianco, la sua lotta la sta facendo da solo, come me: si lotta contro diverse tipologie di umiliazioni fisiche e sociali, inflitte da questa gente forsennata che ci obbliga a sudare tutti come Galeazzi durante la Champions e a sentire il nostro povero cuore che, assieme alla milza, piange le sue ultime lacrime.

La maratona esalta i malati e quelli che son guariti.

Ma stronca i sani, lo sapevate?

E poi c’è rosa che stronca tutto il resto.

tumorismo

Questo pezzo fa parte della scaletta di monologhi comici che compongono lo spettacolo Tumorismo: ridere dove non c’è niente da ridere, un progetto senza scopo di lucro dedicato al mondo dell’oncologia, scritto ed interpretato da Arianna Porcelli Safonov, Sarah Carla Frasca, Les Fleurs Esemble. 

UN MONDO SENZA CARTA, GIAMMAI.

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Breve trattato sull’importanza della carta e sulle analogie tra libro e carta igienica scritto ed interpretato al Salone del libro di Torino 2018, in occasione del talk “Come sarebbe il mondo senza la carta?”

CSD_6870

E’ così da sempre e in tutte le circostanze: ci accorgiamo di quanto ci serviva una cosa o una persona, nel preciso momento in cui non l’abbiamo più lì, a disposizione, sul comodino, nella dispensa o nel letto.

A proposito di mancanze, non posso immaginare il giorno in cui ci sveglieremo e, in casa, avremo solo tablet per scriverci e scrivere.

Spero che un foglietto di carta da pasticciare, resti sempre a disposizione, in tutti i luoghi, anche i più infami della terra.

Spero che non arrivi mai il giorno in cui smetteremo di comprare taccuini con disegni scemi in copertina oppure neri, in pelle, uguali, identici a quelli di altri sei milioni di persone che, ogni tanto, desiderano sentirsi Hemingway o Picasso.

Sono certa che prenderemmo provvedimenti se dovesse capitarci un giorno, l’improbabile sciagura di non poter avere più, tra le mani, l’oggetto Libro, col suo profumo inconfondibile di cosa antica appena sfornata, ma mi domando: cosa faremo il giorno in cui non ci troveremo più tra le mani, la carta igienica?

Perché un mondo senza carta vuol dire un mondo senza tutti i tipi di carta

Non ci sono mezze misure perché, quando si parla di carta, si parla di una storia d’amore tra l’uomo e questo materiale miracoloso; una storia d’amore che dura da millenni e l’amore, così come la sua mancanza, non ha mezze misure.

Si vince facile decretando che la carta da gabinetto è la tipologia di carta di cui si sentirebbe maggiormente la nostalgia ma non è proprio così.

Vengo in aiuto dei più tignosi che non vorranno ammettere che il risultato più umile dei trattamenti sul legno sia più usato e amato della Moleskine, pronunciando la parola magica: libro.

Il libro ha delle peculiarità sociali, a volte, più forti e affascinanti del suo stesso contenuto.

A differenza della carta igienica, quando hai in mano un libro sei fico.

La libreria e la biblioteca sono, da sempre, contesti incredibilmente sexy: non si sa per quale motivo, tra i libri ed i corridoi che li contengono, tutti sembriamo più interessanti (forse perché siamo, finalmente, obbligati al silenzio); sta di fatto che, anche solo per questo misterioso appeal di librerie e biblioteche, tantissimi italiani frequentano tali luoghi solo per rimorchiare o, quantomeno, per sembrare più cool.

Anche molti di noi, stamattina, sono qui al Salone per gli stessi motivi.

Al contrario, nel reparto carte igieniche, pochissimi di noi stazionano per più di trenta secondi perché non è certo una corsia dove si ha speranza di apparire affascinanti.

La nostra società non è sincera e al prossimo è sempre meglio far sapere che leggi moltissimo e che non hai un sedere.

Visto che, a quanto pare, questo pezzo sta diventando un trattato sulle differenze tra carta igienica e libro, sarà bene ricordare anche le moltissime analogie che questi due prodotti trasformati della carta, conservano intrinsecamente e non parlo solo di certe pubblicazioni, basti citare Fabio Volo, del quale qualcuna più grande di me, disse che gli alberi si vendicheranno. Ancora, basti pensare a Bruno Vespa, l’editoria politicamente faziosa, i libri di cucina delle reginette televisive, le biografie dei calciatori e dei cantanti o presunti tali, le pagine dei cabarettisti coi loro tormentoni e, infine, la povera carta costretta a contenere i pensieri di Barbara D’Urso, di Emilio Fede e di tutti quegli individui dei quali ci ha stupiti la scoperta che sapessero scrivere!

Le analogie con la Foxy non son solo queste banalità appena dette, che tuttavia, va notato, vendono ancora troppo per poter considerare il nostro, un paese sviluppato.

Vi sono anche punti in comune più alti, emozionali e correlati coi nostri costumi sociali più diffusi, a rendere libro e carta igienica due invenzioni straordinariamente complementari: vengono utilizzati insieme, come strumenti a supporto di piccole, grandi imprese quotidiane.

Nel rifugio del tuo bagno (se avrai il coraggio di abbandonare il tuo amico cellulare ad aspettarti fuori), vivrai l’esperienza in compagnia dell’uno per rilassarti e raggiungere lo scopo e dell’altra per alleviare le fatiche.

In compagnia di tanti libri hai pianto commosso ed emozionato, trovando ristoro in un rotolo di carta igienica che c’era anche in quei momenti di beata solitudine.

E che dire di quando, durante i compiti in classe, chiedevi alla professoressa di andare in bagno e, una volta chiuso nel tuo piccolo fortino, trovavi il libro di testo ad attenderti, posizionato accanto alla carta, come una mappa militare (la carta igienica però, la trovavi solo se la tua scuola era privata).

Se finissi in prigione (e ci sono ottime possibilità!) sarei disposta a scrivere i miei libri anche sulla carta igienica, tanta è la mia voglia di usufruire della libertà di espressione; come abbiamo visto, sarebbe meglio pulirsi il sedere con certi libri piuttosto che leggerli ma è inaccettabile l’idea che il materiale carta scompaia, in ogni sua forma, anche quando viene evidentemente umiliato da un editore, da un sedere o da una faccia di sedere.

Perché eliminare la carta, col pretesto di ridurre i rifiuti, con la presunzione che s’inquini meno pur avendo ancora, tra i coglioni e perfettamente legali, le bottiglie di plastica, sarebbe come toglierci l’utilizzo di un pezzo di cervello, di cuore e di sedere.

Ecco: se penso ad un mondo senza carta, penso alla stitichezza: fisica, mentale ed emotiva perché, come abbiamo appreso da questa piccola, forse mediocre riflessione, la carta ci consente di evacuare sotto tanti aspetti.

Ed evacuare ha il suo etimo in vacuus che in latino vuole dire libero.

Lasciamo gli alberi liberi di morire per noi, se sentiamo di essere buoni amministratori o di poterlo diventare.

Sentiamoci liberi di tornare a scrivere ancora su carta.

Sentiamoci liberi di far popò tra gli alberi, nei boschi che fanno respirare il pianeta e che, un giorno, diventeranno carta.

Così, perlomeno, ci sarà chiaro il motivo per cui talvolta siamo costretti a leggere certi libri o giornali di merda.

CSD_6743

TRISTE STORIA DEL PACCHETTO BASE

BRANDED PARODY CONTENT, FAVOLE DI MADAME PIPI'

Ho noleggiato una macchina online per le mie vacanze.

Ma non volevo fare del male a nessuno.

Anzi, ho pensato di far del bene: ho pensato che poi lì, non avrei dovuto far la fila, che avrei alleggerito l’impiegato e lui ne sarebbe stato felice.

Questo ho pensato.

Invece no.

Molto gentile, l’impiegato, eh; ma non felice.

Arrivo in agenzia col mio codice di prenotazione, consegno la mail stampata all’impiegato che, senza manco alzare gli occhi dal foglio, contrae il sorriso di benvenuto in una smorfia di disgusto.

Poi, rivolge su di me uno sguardo grave, severo, alla John Wayne quando qualcuno, nei suoi film, ha ormai i minuti contati.

Mi guarda come fa Ken Shiro prima di punire il gigante cattivo ma anche come un attore di soap-opera sudamericana, con la bocca serrata, gli occhi piccoli e il volto pieno di rughe da smorfia di dolore.

Mi guarda e mi ha dice: “Lei, signora, ha preso il pacchetto basic”.

Questa sentenza dell’impiegato contiene due sostantivi offensivi.

Da quel momento, cambia tutto.

L’impiegato non mi guarda più negli occhi, fugge il mio sguardo, mi dice “Abbia pazienza, se si accomoda un attimo, io, intanto, servo i signori che hanno la premium”.

Dice “hanno tutto incluso, faccio subito con loro e poi vediamo con lei…”, dice, senza finire la frase, come per dire “poi apriamo la sua pratica che puzza di merda di bambino che adesso, altrimenti, mi appesta l’agenzia”.

Io mi giro e guardo i signori che hanno la Premium: sono fichissimi.

Sembrano appena usciti da uno spot di gioielli, di deodoranti: la famiglia perfetta.

Lei coi leggings dorati e due metri di gambe, lui pare Top-gun ed i loro figli, i puttini sulle scatole dei pandori ed io sono brutta da morire, mi sento una blatta: ho il pacchetto basic.

Mi siedo sulla poltroncina con gli occhi bassi e, dopo qualche minuto, sento gridare l’impiegato “Lei, col Basic, signora, venga!”

Si girano tutti e a me sfugge un “Si, ma faccia piano”.

L’impiegato mi guarda con pena mentre inizia:

“Signora” (stronzo)

“Il pacchetto basic non include la copertura pneumatici, cristalli, cinture di sicurezza, sedili, battistrada, casello, semaforo, parcheggio, anche se gratuito, col basic paga anche quello.

Non ha la copertura anziani: non può caricare in auto vecchietti over80 perché, in caso di decesso per morte naturale, dovremmo farle pagare le pulizie straordinarie, gestite dalle pompe funebri del luogo del decesso.

Stesso vale per il trasporto bambini, borse frigo, merendine, scarpe con la suola da trekking e, oltraggio maximo: cani.

Col basic le preleverò un suo capello a campione che alleghiamo a deposito sulla pratica così, al suo ritorno, facciamo le analisi e con un laser ad infrarossi, se troviamo in auto un pelo che non è suo, il pelo viene inserito direttamente nella categoria “cani di grossa taglia” e c’è una penale di duemila euro e due notti di carcere.

L’auto del basic è una Uno Bianca intestata ai fratelli Savi, si…quelli della banda, ora gestiscono un’autocentro convenzionato.

Ovviamente, nel pacchetto basic non sono inclusi bollo e assicurazione, se ha bisogno della chiave del portabagagli, c’è un extra di 81,22 euro al giorno + iva”.

Ho come l’impressione che l’impiegato voglia ottimizzare i tempi dicendomi “Insomma, nel basic non è incluso un cazzo di niente” ma che non me lo dica per educazione perché, comunque, sono una signora.

Invece, ad un certo punto, contro ogni previsione, dice: “MA SE VUOLE…”e si interrompe.

Come faceva Gassman, nel punto più critico dello spettacolo, anche l’impiegato s’interrompe un attimo e poi dice “SE VUOLE PUO’ FARE L’UPGRADE”.

Ed io gli dico di si.

Non aspetto manco che finisca la frase perché sono stanca, umiliata e voglio uscire di qui con la dignità: voglio l’upgrade.

“E allora, firmi qui” mi dice, con gli occhi spiritati, mentre compare sul desk, lei: la lavagnetta.

La lavagnetta che non vedevo dall’asilo, con lo schermino liquido e la barretta con scritto FIRMARE QUI.

Ed io sento un coro da stadio che si diffonde per tutta la città: FIRMI QUI-FIRMI QUI-FIRMI QUI.

L’impiegato, ormai vestito da sacerdote, mi porge IL PENNINO.

Ora: passi l’umiliazione per il continuo Signora, passi la lavagnetta ma il pennino, cazzo, no dai.

E poi il contratto, penso, neanche mi fa leggere il contratto?!

L’impiegato mi legge nel pensiero e mi sgrida: “Non rovini tutto! Il contratto lo trova sul nostro sito!! Non sprechiamo carta, noi! Siamo un’azienda certificata!”

E io firmo perché comunque, a quel punto, l’impiegato mi fa anche un po’ paura.

Ho firmato.

Alzo gli occhi e vedo l’impiegato che sta avendo un Nirvana: senza una ruga, biondo, radioso: sembra un modello australiano di quindici anni.

Tutto il desk si illumina.

Arriva David Bowie con la divisa Europcar e mi dice “Signorina (con l’upgrade non son più signora, certo), venga, le mostro la sua vettura.

Col Premium ha il chilometraggio illimitato e potrà andare anche su Marte.

Io Life on Mars l’ho scritta pensando al pacchetto Premium, sa?”

Saluto l’impiegato, che mi benedice da lontano, col pennino.

Sono felice, parto.

Nel frattempo, a casa mia, stanno già pignorando i primi mobili.

E’ l’effetto della transazione del premium.

 

 

 

 

 

 

 

NON TUTTI I LADRI VENGONO PER NUOCERE

BRANDED PARODY CONTENT

Lo diceva Dario Fo ma è una legge applicabile in moltissimi contesti: il furto può essere una benedizione. Ecco il pezzo scritto per il centenario di Achille Castiglioni, in occasione della serata organizzata con la Fondazione Castiglioni, a Milano, durante il Salone del Design 2018, al quale siamo sopravvissuti.

***

L’etimologia del nome Achille, non è chiara.

Alcune fonti sostengono che il nome derivi dalla parola Akòs, dolore.

Altre dicono che venga da Làos, gente.

Che poi, nella maggior parte dei casi, le due cose sono collegate: la gente provoca un sacco di dolore.

Poi ci sono le fonti nutrizioniste, anche in campo etimologico, che sostengono la tesi secondo cui Achille vorrebbe significare nutrito senza latte, da kìlos, appunto, latte, con l’alfa privativo che, come al solito, contraddice qualsiasi cosa venga dopo di esso.

I greci erano un po’ così, ti facevano credere di essere dei tipi ottimisti: ti scrivevano un aggettivo perfetto, inconfondibile, positivo e poi, per dirti, mentre eri distratto, l’esatto contrario di questo, ci piazzavano davanti una piccola, minuscola ma potentissima A che dimostrasse il matematico contrario di ciò che era stato scritto.

E lo usiamo anche noi, eh, l’Alfa privativo.

Esempio: oggi sono una persona morale.

Domani potrei essere una persona a-morale.

Per servirci della matematica abbiamo rubato agli arabi e, per il lessico, abbiamo rubato tanto ai greci, noi, che facciamo quelli che hanno creato tutto ciò che c’è di figo, in giro e che, in quanto italiani, non vogliamo gli immigrati che contaminino la nostra razza pura.

Eppure il confine tra furto e contaminazione, l’operazione che arricchisce più di tutte, è un confine molto labile: l’arte, la cucina, l’agricoltura, l’architettura, l’ingegneria e tantissimi altri settori che cooperano alla fioritura dell’intelletto umano, hanno sempre rubato.

Rubato dalle altre culture, rubato una dall’altra.

Il design ha rubato più di Craxi ma, per fortuna, con risultati migliori per il nostro paese: il design ha rubato all’arte, alla filosofia, al cinema, alla meccanica, all’industria e ha lasciato che quest’ultima facesse altrettanto.

Achille Castiglioni è stato un ladro geniale perché ha rubato di qua e restituito di là: ha rubato ai dadaisti, alle lampade usate nelle fabbriche e sulle automobili ed ha restituito alle case, alle persone, al design industriale, l’ingrediente che mancava come l’acqua nel deserto: la gioia e la bellezza assemblata alle superfici di oggetti quotidiani, presenti da sempre ma nati già spenti e morti, nei posti di lavoro, negli appartamenti, negli studi tecnici.

Achille, ha dato a questi spazi e a quegli oggetti, qualcosa di simile alla linfa bianchiccia che fa brillare e respirare le piante.

Allora, anch’io, a mia volta, voglio rubare qualcosa ad Achille.

In realtà, ho preparato una lista di cose che voglio rubargli.

Prima di tutto, il desiderabilissimo Codice Bambino: la capacità di riattivare, attraverso le proprie opere e le proprie produzioni, la manine e lo stupore allegro del moccioso che siamo stati e, a partire da lì, ruberò anche tutto il senso di spensieratezza e le risate che riposano in pace, tra le pieghe nascoste del cervelletto del mio pubblico adulto per farlo tornare minorenne in età prescolare.

Poi ad Achille ruberò l’ironia che applicò al suo lavoro, in maniera così spontanea e unica, la predisposizione a non prendersi sul serio, a rendersi conto o a far credere al pubblico, che producesse lampadine e sgabelletti per cui c’era poco da fare i fighi perché è il pubblico che deve giudicare se un prodotto o un personaggio pubblico sia figo, non il contrario.

Voglio rubare ad Achille la disciplina, forse inconsapevole, della cosiddetta presa-a-bene, la tecnica di divertirsi mentre si lavora.

L’unico metodo professionale efficace: farsela prendere bene.

Mica ho finito, eh: a questo punto, riempio il sacco e a Castiglioni rubo anche la semplicità, intesa come ottimizzazione e pulizia ma anche intesa come cazzo di semplicità e punto.

Perché sono una femmina e ho tanto, tanto bisogno di semplicità.

Achille, abbi pazienza, se mi senti da lassù mentre organizzo la rapina ma tu, di semplicità e divertimento ne avevi da vendere quindi, adesso che sei morto e che i soldi non ti servono più, fattele rubare queste due cosine.

Divertimento e semplicità: il mix essenziale che ti ha permesso di creare oggetti senza tempo, liberi dalle fesserie delle mode di stagione, un mix per cui oggi vieni considerato talento, allo stato puro.

E poi, già che ci sono, visto che sono ancora viva e quindi i soldini mi vengono un filo utili, abbi pazienza, Achille, verrò anche a rubarti in casa.

E’ un furto in nome dell’arte, eh.

Ti rubo in casa, in Fondazione e al museo.

Ho sempre voluto lo sgabello Sella, per dondolare mentre scrivo, la poltrona Sanluca starebbe benissimo nel mio salottino di 2 mq.

E poi, già che ci sono, metto nel sacco nero anche la sedia allunaggio che fa tanto modernariato e poi l’abat-jour fatta col faro della macchina che fa tanto studio creativo!

Manca solo la borsetta di tua moglie, l’argenteria e abbiamo finito.

Achille, ti si potesse rubare anche l’anima, sai come si starebbe meglio all’università, al politecnico?

Hanno tolto la giacca elegante e si son messi il dolcevita nero ma non si sono inventati nient’altro che le file in segreteria.

Hanno eliminato il concetto di oggetto senza tempo per creare oggetti di cui ci si stanca dopo una settimana.

No, l’anima te la lascio, non te la frego quella, così puoi andare a tirare i piedi a sti stronzi.

Se serve una torcia, per trovarli nel buio della notte, dovresti riuscire ad organizzarti, anche da lassù.

EVOLUZIONE STILISTICA DEL GRAFICO

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Breve trattato pseudosociologico sull’evoluzione stilistica del Graphic-designer, proposto al GRAnde Festival 2018, a Castelfranco Veneto.

Non volendomi accanire sulle mansioni tecniche di un grafico e su quanto esse siano spesso discutibili, ho scelto di accanirmi sulla sua evoluzione stilistica; non quella riguardante i suoi lavori, bensì quella del suo proprio stile personale, del suo abbigliamento e del simpatico processo che accompagna la sua persona, sin dai tempi dello studio, non lasciandolo in pace, neanche quando e semmai, il suddetto grafico diventi una superstar.

Anzi.

Quando un ragazzo si iscrive ad un corso di grafica, inizia la propria metamorfosi: il giovane assume, non troppo lentamente, i connotati e le linee di un perfetto babbeo.

Del prototipo della sfiga.

Non sarà difficile riconoscere un giovane grafico ad una fermata della metro: basterà individuare il soggetto con più brufoli, nonostante abbia ampiamente superato i vent’anni e con maggior malinconia in volto.

Quel soggetto che, ostinato ed imperterrito, continui ad indossare abbigliamento simile a certo punk dismesso persino dai tossici o dalle vecchie groupies dei Ramones: quello, non potrete sbagliare, è il giovane studente di grafica.

Per fortuna o purtroppo, man mano che la carriera del giovane grafico prende piede, si avvierà un curioso processo di pulizia di tale disagio stilistico, attraverso il quale, il designer in questione entrerà, esattamente come certi pittori d’avanguardia, nel suo periodo nero.

E tutto in lui sarà nero.

Possiamo identificare il periodo nero di un grafico con il periodo della sua prima assunzione in un’agenzia e forse, la scelta di questo pantone, ha in sé qualcosa di profetico che sembra presagire la maledizione della carriera futura che lo attende.

Se tornaste alla fermata della metropolitana, non vi sarebbe più così facile, identificare il grafico, in mezzo alla gente, soprattutto se la fermata fosse a Milano durante la settimana del Salone o a Roma, fuori da uno dei tanti noviziati vaticani.

Infatti, tra un prete, un architetto ed un grafico in quella fase lì, la differenza è impercettibile, se non rivelata dai rispettivi conti in banca.

Il periodo nero è comunque uno dei momenti stilistici considerati, dai giovani grafici, più interessanti.

Man mano che il grafico acquisisce consapevolezza, capacità e autorevolezza nel proprio mestiere, il nero del suo abbigliamento si definisce meglio, assumendo toni, se possibile, ancor più scuri ma soprattutto si perfeziona la scelta dei capi e, budget permettendo, il total black inizia la sua implacabile marcia verso la griffe costosa nord-europea.

Dio solo sa perché il grafico scelga di acquistare una t-shirt nera firmata da un designer omosessuale a tremila euro anziché optare per una cazzo di maglietta nera dell’ Oviesse visto che, la differenza tra l’una e l’altra si trova solo tra le pieghe dei tormenti dell’anima di colui che la indosserà.

Una volta che il grafico riceve il miracolo di diventare un’eminenza, esso, proprio come un Dio, egli può tutto.

Si tratta di un vero e proprio miracolo inspiegabile poiché non si capisce in che modo, uno studio grafico riesca a meritare tale, assurdo successo, rispetto ad un altro studio analogo che lavori altrettanto bene ma consideriamo l’annosa motivazione del contatto giusto, come influente.

Nel momento in cui il grafico assume le sembianze di Dio, automaticamente perde la denominazione umiliante di grafico e acquisisce quella più congeniale di Art Director.

A quel punto gli viene conferito il leggendario paio di occhiali da vista, con la montatura strana e colorata.

Anche se ci vede benissimo, l’occhiale colorato segna il battesimo, l’iniziazione al gotha della grafica.

Dal momento in cui l’Art Director assume tutti i poteri e gli onori, qualsiasi fregnaccia esca dal suo studio verrà valutata alta gioielleria, arte pura.

Panchetti sorretti da gnomi, sedie in cristallo che causano ragadi dopo pochi secondi di seduta, tavoli con una sola gamba che bisogna usare, restando immobili per otto ore, in modo da mantenere gli oggetti in perfetto equilibrio.

Ma anche la progettazione premeditata di marchi osceni come quello di H&M o di Kraft insomma, qualsiasi porcheria grafica esca anche dalle fogne dell’agenzia del Guru Art sarà considerata compendio alla Bibbia e alla Costituzione (di un paese nord-europeo, però).

Inoltre, da quel momento inizierà il processo stilistico a ritroso e l’Art Director Guru potrà finalmente iniziarsi a vestirsi come più cazzo gli piaccia.

Da quel momento potranno riemergere in superficie, reminiscenze dal passato e il total-black potrà subire discutibili contaminazioni con gli antichi dettagli adoperati nel look di gioventù.

Lo vedrete quindi arrivare in agenzia vestito da rocker di seconda categoria o da lettore di fumetti manga; lo vedrete, per la prima volta, sicuro del suo stile invidiabile, anche mentre tutti scappano gridando.

Concludendo questo nostro accurato studio potremmo dire che, più aumenta il fatturato e la credibilità dell’Art guru, più quest’ultimo può permettersi di tornare ad essere ciò che è sempre stato: un pezzo disadattato, come tutti noi, d’altronde, nonostante il design.

 

 

 

 

IL VENTISEIESIMO GIORNO

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

“Il ventiseiesimo giorno” ovvero “L’Ansia è il mio strumento di lavoro” è un pezzo scritto e interpretato in occasione del Creative Morning di Roma.

Tema del mese: l’ansia.

Io sono assediata dall’ansia e, se non bastasse, non ho accesso all’ansia in maniera graduale; non ho gli stati d’animo intermedi, convenzionali: voglia di fare, stanchezza e poi, eventualmente, ansia.

Io no.

Io ho voglia di fare e poi, a distanza di pochi secondi, ho direttamente l’ansia, senza passare per la stanchezza.

La mia voglia di fare è una burrasca di idee, telefonate e centinaia di mail, inviate a qualsiasi ora e tutto intorno a questa bufera, quasi fosse un’isola, c’è un mare di ansia.

E questo “tutt’intorno” occupa una bella fetta di tempo.

Tempo che potrei usare per fare un sacco di altre cose più utili, come lavorare.

Non potendo disfarmene, ho deciso di lavorare a stretto contatto con lei.

Quando ho in programma uno spettacolo, generalmente vengo a saperlo quasi sempre con un mese di anticipo.

I primi venticinque giorni, io me ne frego.

Tutto di me se ne frega, del fatto che abbia uno spettacolo da preparare.

E’ una pulsione stranissima.

Nei venticinque giorni, su trenta, che ho a disposizione per preparare lo spettacolo, io ho una voglia di fare incredibile.

Una voglia di fare tutto, tranne che di preparare il mio spettacolo.

E subisco questa circostanza odiandomi, mentre mi tengo impegnata in mille e più stronzate inutili, pur di sedare la mia voglia di fare: pulisco casa da cima a fondo, come un’invasata, come se aspettassi gli assistenti sociali, in visita per togliermi la potestà, butto giù le librerie, le spolvero come fossi un archeologo e cambio posizione a libri ed oggetti.

Lavo, cucino, annaffio le piante.

La casa brilla e io m’insulto.

Mi dico “Cazzo fai, cretina! Molla la scopa e vai a preparare lo spettacolo, che sennò fai una figura di merda!”

Ma il mio corpo non risponde.

E’ come se fosse ipnotizzato.

Perché non sono ancora trascorsi i venticinque giorni.

Perché non è ancora venuto il giorno ventisei.

Poi arriva.

Arriva il ventiseiesimo giorno, improvvisamente e, insieme a lui, arriva anche l’ansia.

Mi dico “Guarda che cazzo hai combinato, mariuola merdosissima, ci risiamo! Con tutto il tempo che hai avuto e blablabla…” eppure, io continuo imperterrita a non preparare il cazzo di spettacolo e a tergiversare.

Giorno ventisette.

A tre giorni dallo spettacolo, di voglia di prendere in mano il fottuto copione dello spettacolo, non v’è traccia.

Continuo, in compenso, a maledirmi e gli anatemi si fanno sempre più diffusi e pesanti.

Giorno ventotto.

Quasi svengo dall’ansia e mi accascio sui mobili, chiedendomi quale altro rincoglionito, a due giorni dallo spettacolo, riuscirebbe a non aprire il copione per mettere il concime alle piante grasse di casa.

Giorno ventinove.

Ormai non c’è più speranza: è tardi.

Lo spettacolo sarà l’indomani, la figura di merda si avvicina prepotente.

Meglio non pensarci e uscire.

Meglio andare in gita, respirare, ventilare le idee, cambiare aria, mangiare in quella trattoria che mi piace tanto e così, il giorno prima dello spettacolo mi trovate in giro, a cazzeggiare per boschi con una zuffa di voci in testa che litigano e si alternano e dicono “Guarda che sentiero meraviglioso!” e subito dopo “Miserabile fancazzista, domani sarai punita”.

Così, rientro a casa un po’contrariata e poi arriva il giorno dello spettacolo.

Figuriamoci se ho il tempo di sfogliare il copione, nel giorno di viaggio: è tutta un’odissea di treni e valigie e ritardi e vaffanculi, la trafila per arrivare nella città dello spettacolo, da dove abito.

Quindi arrivo, mangio, dormo e faccio tutto ciò col sibilo dell’ansia in sottofondo che dice “Ssssssstronza”.

Arrivo nel retropalco, sono carina, col vestito buono, microfonata e magnata dall’ansia, visto che, per un mese intero, non ho aperto il copione dello spettacolo che dovrò fare di lì, a cinque minuti.

Così, ogni volta, salgo sul palco dicendomi sempre la stessa frase, la stessa frase che mi dicevo nel tragitto che andava dal banco alla lavagna: dico, “Bene, brutta stronza, adesso ce la dobbiamo cavare in qualche modo, non è vero?! Ma tu guarda se devi mettere a disagio perfino me, l’ansia! Adesso vediamo che t’inventi per salvarci da questa figura di merda. Vediamo che diamine gli dici a questi..”

Così saliamo sul palco, sempre sole, io e lei: me e una tripla, carpiata ansia in picchiata libera.

E ce la caviamo sempre.

Perché so che il problema non è l’ansia per lo spettacolo, ma il momento in cui bisognerà farselo pagare, lo spettacolo, tra novanta giorni.

E’ lì che deve venire l’ansia e glielo dico sempre a lei ma non capisce.

L’ansia non le capisce le ansie dell’Italia. E’ internazionale.

 

 

IL PECCATO ORIGINALE DELLE FAKE NEWS

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Riflettevo sulle fake news..

Chi ha inventato per primo l’arte di spacciare fregnacce non supportate da adeguato corredo di prove scientifiche?

Chi ha brevettato la cosiddetta stronzata pseudoscientifica per primo?

La pericolosa tendenza della bufala in rete è abbastanza recente ma in realtà, sono secoli che diciamo menzogne, con atteggiamento convintissimo.

Se c’è un genitore per ogni scienza, perché non dovrebbe essercene uno per la pseudoscienza?

Prima di insultare qualcuno, è mio costume insultare sempre me stessa, attraverso un accurato auto-esame, dando il giusto supporto e valore ai fatti, come dite voi, anche quando m’insulto e in questa specifica analisi critica, ho scoperto che chiunque sia stato l’inventore della prima fake new (orrendamente tradotta in italiano bufala, sempre per dare agli animali colpe che non hanno), ecco, chiunque sia stato il padre della divulgazione di fregnacce, proprio io sono stata a mio modo, fin da ragazza, una grande divulgatrice di fregnacce, di bufale.

L’origine di questa mia cattiva abitudine è il tempo della scuola.

Più precisamente le interrogazioni di matematica.

Tutti i miei più grandi traumi emotivi sono indubbiamente legati alle interrogazioni di matematica, fisica, chimica e tutte le materie scientifiche che ho dovuto subire negli anni duri della scolarizzazione.

Voi ricordate il volto della vostra prima insegnante di matematica?

Io me le ricordo tutte, con nomi e cognomi di quelle facciacce lì e sapete perché?

Perché quando incontri il volto del demonio, non te lo dimentichi più.

Come potrei dimenticare il volto di chi mi ha fatto sentire l’odore acre e pungente dell’imminente umiliazione, pronunciando il mio cognome per portarlo al patibolo, davanti a tutti i miei compagni?

PORCELLI, va bene 3?

Qual’è la differenza tra il patibolo e la lavagna?

Ed è proprio lì, alla lavagna, che ho valutato per la prima volta l’opzione delle fake news come un’ancora di salvezza.

Perché la matematica, oltre che ostile e maledetta, è una disciplina antica e primordiale e queste sono le condizioni ideali affinché ci si possa creare intorno un mistero o una cazzata.

Così, durante le interrogazioni iniziai a proporre nuovi teoremi inventati e a perorare la causa di nuove frazioni e radici quadrate che sostenevo mi dettassero gli alieni, di notte.

Era affascinante.

Ad ogni interrogazione ero così convinta da meritarmi una pioggia di oscar e i professori rimanevano quasi spaesati.

Tranne quello di fisica che, proprio come voi del Cicap, dopo avermi attentamente analizzato e appurato che lo stessi pigliando per il culo, mi mise 1 in pagella senza mai più interrogarmi.

Ma qualcuno sembrò davvero convincersi di avere davanti un giovane talento delle matematiche e mise in dubbio i suoi studi e questo avvenne perché io ero convinta come Razzi quando sostiene la sua amicizia fraterna con Kim.

E quando sei convinto fino all’ultima goccia di midollo e il tuo viso assume le sembianze di due natiche, è lì che puoi conquistare il mondo, fregando il prossimo.

E’ così che Trump ha vinto le elezioni.

Ed è questo il segreto delle fake news.

Di fatti, quando leggiamo una bufala, non è che scrivono “Non siamo sicuri ma l’esistenza del Dio Nettuno in Adriatico potrebbe essere un’eventualità che stiamo ancora analizzando”.

Scrivono “Avvistato Nettuno davanti alla spiaggia di Fano questa mattina. Era a cavallo di un materassino fucsia a forma di pellicano e si toglieva le alghe dai piedi. Lo si attende per questo pomeriggio allo stabilimento La Playa”.

E con questa stessa tecnica, anch’io sono colpevole di aver diffuso bufale alle interrogazioni di matematica.

E anche a mia madre, quando le dissi che in quel sacchettino non c’era marijuana ma erba gatta.

Oppure quando dissi al maresciallo del posto di blocco che mi avevano venduto un deodorante per auto al profumo di Amaretto di Saronno.

O ancora, quando dissi al mio fidanzato che in estate sarei partita con le orsoline per un ritiro femminile a Ibiza.

Insomma, se ci facciamo un esame di coscienza, ci renderemo conto che tutti i giorni utilizziamo le fake news per salvarci il sedere da qualcuno: dal terzo grado di nostro marito o di nostra moglie quando torniamo alle quattro del mattino tutti stropicciati, dalle domande scomode di nostro figlio di tre anni alla scoperta del pisello, da nostra madre che si autoinvita a pranzo tutti i weekend.

Ma soprattutto utilizziamo le fake news per salvarci da noi stessi.

Quante fake news ci siamo detti allo specchio?

Vedete, ci vorrebbe tanta misericordia.

Ci vorrebbe, si.

Ma se non ne hanno avuta con me i professori di matematica, perché dovremmo averne noi nei confronti di chi sostiene che esistano mostri marini nei laghi, medicine miracolose che vendono solo gli sciamani, fantasmi nelle case disabitate, multinazionali che fanno il bene del mondo, deputati che fanno il bene del paese, leghisti scolarizzati, fotomodelli intelligenti e altre stronzate del genere?!

Nessuna pietà per le pseudoscienze, dunque.

E neanche per i professori di matematica.

 

IL TURISTA DI RIVIERA E’ IL MALE

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE

Un pezzo dedicato a quei martiri degli albergatori che, pensando di amare il contatto con il prossimo, decisero un giorno di occuparsi di turismo, magari sulla Riviera Adriatica. Che il mestiere sia loro lieve.

***

Non dev’essere facile fare l’albergatore a Rimini.

Innanzitutto non è facile occuparsi di turismo anzi, non è facile occuparsi del turista.

Perché il turista è quella persona che normalmente, nella vita si occupa di altro e non fa il turista per tutta la vita, a meno che non vince quel famoso gratta e vinci del Turista per sempre ma nella maggior parte dei casi, la selezione naturale stermina tutti quelli che comprano il gratta e vinci e quelli che giocano alle slot.

E se non ci pensa la selezione naturale ci pensa il monopolio di Stato, ma questo è un altro discorso.

Per tutti gli altri casi, il turista è uno che è turista per due settimane all’anno e perciò, esattamente come per il Cavaliere nero di Proietti, anch’egli si sente in diritto di pretendere che non gli si rompa il cazzo.

Le ferie, in quelle due settimane in cui l’azienda lo libera, il turista le vuole perfette: vuole tutto e lo vuole subito e non deve chiedere mai come Axe.

E invece chiede, chiede eccome.

E se non gli dai tutto quello che chiede, tu, albergatore, sei finito.

Perché lui ti scrive la recensione.

Ci sono albergatori che preferirebbero gli venisse bruciata la macchina o picchiata la figlia, invece di dover subire la recensione.

Era bello negli anni ottanta, quando il turista incazzato infilava il foglietto col questionario sul gradimento nell’urna alla reception e se ne andava affanculo.

E’ finita quell’epoca lì: adesso il turista c’ha internet dalla sua parte e soprattutto, se tu non glielo dai l’internet, nella camera che ti affittato, lui è pronto a uscire anche durante un bombardamento, per attaccarsi alla rete del comune e scriverti la recensione, ancor prima di fare check-in, ancora prima di partire da casa.

Insomma, per riassumere: il turista è il male.

Ma come vi dicevo all’inizio, ho come il sospetto che il turista che soggiorna a Rimini, Riccione e comuni circostanti, sia il male al quadrato.

Se dovessi immaginarmi il turista di quelle parti, me lo immagino in due, pericolosi prototipi.

Vediamoli insieme:

bagno-54-animazione

Il primo prototipo: l’impiegato con la famiglia al seguito, incattivito lui e tutti i membri della famiglia.

Prenota due anni prima, sincerandosi di ogni minimo dettaglio: quanto è grande la camera dove soggiornerà, quanto dista la spiaggia più vicina in passi di bambino.

Chiede il pdf del menù del ristorante, la foto delle cameriere e la fedina penale del bagnino.

Vuole sapere quante persone ci saranno mentre lui sarà lì, in vacanza, pretende di avere il posto auto personale anche se il vostro albergo non ha il garage, lui vuole che lo costruiate per tempo, visto che prenota due anni prima.

E poi vuole avere il programma dell’animazione in spiaggia in anticipo per poter programmare l’intrattenimento, fino all’ultimo fottuto minuto, avere la moglie sulla prima fila di cyclette a hydrobike e il figlio vincitore di tutti i giochi-aperitivo.

Insomma, il primo prototipo di turista a Rimini me lo immagino rompicoglioni come Furio di Carlo Verdone e alienato come Alfano.

Il secondo prototipo del vostro turista, secondo me, è lo sfascione.

Come lo chiamate qui?! A Roma si dice sfascione, l’individuo che concepisce la vacanza come un’occasione di massacro fisico e cerebrale, di annullamento istantaneo di tutti i freni inibitori, di tutti i neuroni rimastigli e di tutte le regole base di buon costume, ai confini con l’illegalità.

Perché la legalità appartiene al suo posto di lavoro, tutto il resto è, appunto, sfascio.

Lo sfascione usa la camera soltanto per dormirci un paio di ore al mattino anzi, non solo la camera ma qualsiasi posto del vostro albergo lo accolga, nel momento in cui l’alcool non lo regge più in piedi.

Sopra alle piante grasse, sul divano nella hall, sopra al tavolo della colazione, a terra, davanti al banco del ricevimento.

Lo sfascione usa la vostra struttura come fosse il cesso del Cocoricò, il marciapiede di Ibiza, il prato del concerto di Vasco, la stazione di Riccione durante la notte Rosa.

 Per lui, la parola full-credit per lui vuol dire Attila, Trump e Kim, in un unico cognome: il suo.

Per lui, la parola pensione completa vuol dire Scateniamo l’inferno e non lasciamo manco le ceneri di questo posto, ragazzi!

E a questo proposito, domattina, nell albergo che ho prenotato stanotte, scopriranno quale prototipo di turista sia.

 

Dedicato con affetto a Orfeo.

 

NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

***

Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

https://www.afterfestival.it/

 

CANTICO DEL SUPERMERCATO

BRANDED PARODY CONTENT, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Laggiù,

donde la terribil zona industriale

s’avventa contro i confini delle regioni abitate,

conficcato nella terra come lama di spada

a contaminarne il cuor pulsante,

lì sorge il mostro dalle mille ruote di carrelli

che stridono al cielo implorando monetine

e dai mille volti maligni e sorridenti

che richiedono la carta fedeltà.

 

D’estate il ghiaccio aleggia pe’ i corridoi

a similar guisa delle lastre che Dante incontrò in Giudecca

o al girone infernale dei dipendenti Bo-Frost

di cui forse Dorè incise i volti sofferenti

in qualche tavola perduta Dio sa dove.

 

D’inverno schiatti come dentro a una fornace

e ti vorresti denudar perfin dell’epidermide

come fece San Bartolomeo molti anni addietro

e molto prima dell’invenzione

dell’orribile caverna chiamata mercatone.

 

Corsie plasmate in fòrmica, graniglia e compensato,

scaffali in ferro sordido e musica italiana

che sempre scongiurasti di subire in filodiffusione

e invece lì la trovi

a violentar le orecchie tue innocenti.

 

Cassiere come cerberi e Caronte è il direttore

Che traina scatolame col segway maligno.

Gli sconti mai combaciano

con ciò che batteranno

al ritmo spaventoso del marchingegno mai evoluto.

E’ lui, il calcolatore

In gergo detto cassa

a decretar la fine del tuo supplizio serale

con l’ultima, malvagia piaga del portafogli depredato.

 

Così io vedo moltitudini di fanciulle

trasfigurate dal peso sociale d’esser chiamate massaie.

Vedo impiegati che comprano per non pensare

e anziani lì, piegati su sé stessi a calcolare

per capire se coi pochi loro spiccioli arriveranno al pasto.

 

Così io vedo orrende

le multinazionali con fauci e falangi di sangue riempite,

tutte impegnate a differenziar segmenti

offrendo all’occhio inesperto mille marchi con dietro un solo volto

spacciando veleni e feci alimentari

come fossero nettare per angeli in cui riporre fede.

 

E poi vedo primizie

buttate al primo cenno del lor decadimento

e sento il grido di animali nati e morti in scatoletta

mentre il tuo bimbetto grasso sbraita e inneggia all’aspartame.

 

Vedo controlli sanitari che negano l’umano

in nome del sacro preconfezionato.

Vedo pietanze dure come ciabatte al sapor di gomma pneumatica

spacciate per delizie al povero vegano.

 

E se il Signor Buon Dio un giorno s’adirasse

con ancor più stizza apprenderebbe

che la Monsanto da tempo gli ruba le sembianze

fregiandosi di molti suoi poteri

regnando in cielo, in terra e comprandosi poderi.

 

E tu, o supermercato gli dai spago e sei schierato,

mi batto il petto e dico, non ce fossi mai entrato.

IL MENU’ DI UNA VOLTA

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Il menù di una volta, un pezzo dedicato agli artisti delle carte dei ristoranti che, ancor più dei giornalisti e di certe pubblicità, sono in grado di vendere il nulla presentandolo come fosse tutto e facendolo pagare talmente tanto che rischia davvero di essere il menù di una volta, intesa come prima e ultima.

I

Avete già visto qualcosa sulla carta?

Vorrei suggerirvi anche i piatti del giorno, se non vi spiace.

Le proposte che il nostro chef consiglia dalle cucine dal nostro gourmet bistrot.

Le sfiziosità del giorno, le delizie dell’oste, il fuori-menù degli angeli, i piatti del tantra.

Questa sera abbiamo:

increspature di timpano di tacchino portoricano destrutturate a bagno nel liquido amniotico di figlio di Riky Martin, servite su letto di erba gatta al vapore.

Oppure, per i tipi più esigenti, abbiamo:

rigurgito di pianta carnivora in pastella al profumo di rosa del deserto, servito con suggestione di seitan arrotolato nelle ceneri di Gheddafi.

 

II

Il nostro chef ovviamente, si prende anche cura dei palati vegani, per i quali ha immaginato delle proposte che fondano in perfetto equilibrio le energie dei chakra e lo spirito dei nostri padri.

Abbiamo: aria di zenzero sofisticata in vetro soffiato con bacche di goji dipinte a mano in guazzetto di saggio nativo di Calcutta morto in luna piena.

Altrimenti, qualcosa di più sostanzioso: libertà di topinambur all’agro pontino shakerato con pensiero di germogli di asparago selvaggio al metadone proposto in nido di alghe del mar morto con schizzo di mirtilli neri e avvolti in fogli di cabala autografati da Madonna.

 

III

Se non siete ancora pieni e vi avanza uno spazietto per il dolce, non perdetevi l’occasione unica di assaggiare le nostre proposte di oggi: latte di unicorno in riduzione di Kiss me Licia accompagnato da biscotti al dente di neonato ariano.

Oppure il nostro cavallo di battaglia: semifreddo di food blogger ridotto in polvere guarnito con scaglie della sua inutile tastiera del laptop e servito con granella di forfora di giudice di cooking show acquistata all’asta in lotti da dieci chili, ogni mese.

Arriva fresca.

 

IV

Sono cinquecentocinquanta euro, vini esclusi, serve la ricevuta?

GESTO CORAGGIOSO CULINARIO N°5

BRANDED PARODY CONTENT, MADAME GURME', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Devo trovare il coraggio.

Devo farmi forza.

E concentrare tutte le energie che mi restano e dire a tutti che io…io non ho mai visto un cooking show.

E la cucina fusion mi fa ridere.

Cioè, non è che mi fa ridere…è che non la conosco.

Non ditelo in giro, vi prego!

Ma io non sono d’accordo al germoglio di soia saltato con lo gnocco pugliese e uno spruzzo di salsa kosher.

Che bordello, preferisco qualcosa di più semplice, di più discreto.

La potenza di una buona pastasciutta, ecco.

Devo raccogliere le forze e dire al mondo che non ho mai letto i libri di Benedetta Parodi e sostengo non possano essere classificati come libri.

La prossima volta che mi siedo a cena con gli amici giuro che anziché guardare la carta dei vini con pollice e indice sotto il mento, lo dico che non m’intendo un cazzo di vini biodinamici.

Non si può continuare così.

Mi vergogno.

Mi vergogno tanto ma non si può continuare così e devo dirlo.

E’ una sfida che ho con me stessa, ormai.

Lo dirò a tutti che quella storia del foodporn, io non l’ho mai capita.

Perché scrivere foodporn su instagram?

Hai postato la foto di una zuppa, cosa c’è di porno?

Con l’occasione se mi girano, dirò anche che non ho mai visto Masterchef, d’accordo?

Ignoro chi abbia vinto X-Factor quest’anno e la trasmissione mi repelle.

Come mi ripugnano tutti quei signori superstar della forchetta, coi pantaloni di pelle e la pettinatura alla Morgan, strapagati per insultare i concorrenti che cucinano.

Ospitati alle degustazioni, alle feste, sui furgoni delle mozzarelle, nei maxischermi dei ristoranti, per dire la loro e pendere dalla loro lingua manco fossero i vice di Gesù, gli assistenti personali di Sai Baba.

C’è qualcosa di molto rischioso che devo trovare il coraggio di ammettere al pianeta.

Qualcosa per cui tutti al corso di martedì mi schiferanno: io di pasta madre non ne so un cazzo.

E se non riuscirò più a controllarmi dirò a tutti che la cucina macrobiotica mi risulta indigesta.

E a proposito di cucina, dovrò ammettere anche che si, è capitato anche quello.

E’ successo che sono andata al ristorante di quello stellato, lassù al ventesimo piano dell’hotel.

E forse è per questo che gli chef so stellati..

E, insomma ho avuto tanta ma tanta voglia di gridare “Scusate! Ho fame! Rivoglio i soldi, per cortesia.

Il mio stomaco non se ne fa nulla di questa aria di cuore di pollo con introspezione di timo e riduzione di avocado cubano.

HO FAME!

Non me ne faccio nulla della tua spuma di mandorla, zio!

Mi hai rubato 500 euro, damme da magnà!”

E’ mio diritto gridare che ho fame, sono il cliente!!!

E il cliente ha sempre ragione, anche di fronte al cuoco famoso.

O no?!

Visto che sono in vena devo confessarvi anche questo altrimenti mi viene un brutto mal di stomaco: non ho mai assaggiato il negroni sbagliato in vita mia.

Poi: non so cosa penserà la gente di me però è giusto che tutti sappiano che il sushi non è mi ha mai fatto impazzire.

Devo solo trovare il coraggio di dirlo.

Voglio essere libera di dire a tutti che una volta ho messo il like sulla pagina del Panino Giusto ma poi l’ho subito tolto per paura di ritorsioni dei miei amici che mangiano solo da Eataly, alla Pergola, al Gourmet Bistrot, alla mensa dei reali di Montecarlo.

Mi sento già sola come un cane al pensiero di doverlo fare ma devo trovare la forza di ammettere al mondo tutto che anche se non mangio zenzero, io sto benissimo.

E, a proposito di benessere, la centrifuga che Beyonce beve tutti i giorni, di barbabietola e cenere mi ha fatto star male con lo stomaco nonostante il suo potente potere detox.

Prenderò fiato e dirò che non mi è necessaria nessuna delle cose che dovrei apprezzare per forza.

Nessuna di quelle cose che “Ma non lo conosci?!”, “Ma dici sul serio? Davvero non lo hai mai assaggiato/non lo sai cucinare/mai sentito parlarne/non ci hai mai mangiato?”

NO!

Va bene?

Devo trovare la forza di ammettere che coi millecinquecento euro che risparmio al ristorante del super Chef, ci vivo due mesi da regina in Thailandia.

So gusti, no?

Devo trovare la forza di ammettere che mi piace cucinare ma la mia specialità è scongelare.

Lo farò, eccome se lo farò

 

ECCO COME MUORE UN GIOVANE DESIGNER

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Il secondo birbante pezzo dedicato al magico, intramontabile mondo del Salone del Mobile, del design, della bici pieghevole, del Signore, ti prego, prendili tutti.

Questo è un momento storico prezioso.

Il momento ideale, propizio e più giusto per prendersela con quei fanatici che fanno design.

Per accanirsi contro tutte quelle moltitudini che prendono lo studio con co-working, che comprano solo taccuini Moleskine, è il momento profetico per svergognare tutti quei miserabili che hanno comprato una bicicletta pieghevole.

Per fare questo, per offendere un genere senza far sentire offeso nessuno, abbiamo bisogno di un agnello sacrificale.

Quindi ci inventeremo un nome a caso.

Chiameremo la nostra vittima Dario Pirinfarina.

Dario Pirinfarina è il nostro agnello sacrificale.

Dario Pirinfarina è il soggetto di questa nostra invettiva al design.

Il giovane italiano che ha scelto spontaneamente di studiare disegno industriale.

Qualora ciò non bastasse, Dario ha scelto di studiarlo in un istituto pubblico, non so se mi spiego.

Ha scelto di affidarsi alla pubblica istruzione, al Politecnico dove i professori hanno fatto la guerra di secessione ma, una volta indossata la giacca con le toppe sui gomiti so tutti giovani, so tutti designer.

Dario: il ragazzo che ha convinto i genitori a farsi pagare lo IED.

Con tutti quei soldi, Dario ci avrebbe potuto viaggiare in tutto il mondo per vent’anni, ci avrebbe potuto comprare la casa al mare invece ha scelto di far ipotecare quella dov’è nato e di far ripetere ai suoi genitori il mantra “Mio figlio?! Va’ allo IED. Studia Light Design. Non so che cazzo faccia, in realtà ma prima di tutto l’istruzione. Solo il meglio per il mio ragazzo”.

I genitori di Dario non conoscono l’antica arte del calcio in culo e guadagnati da vivere ma questo fa parte di un’altra invettiva.

Dicevamo, Dario! Che s’è organizzato tutta la vita per risultare agli occhi degli altri un designer e in questo spiacevole contesto è avvenuto l’incontro con alcuni attrezzi propri del mestiere come la bicicletta pieghevole.

Dario con la bici pieghevole c’ha preso la scoliosi e due ernie iatali perché vive a Rho e caricarla sul treno non è facile perché pesa cinquanta chili, sti cazzi che è pieghevole.

Non bastava l’astigmatismo presosi con quei maledetti occhiali dalla montatura arancione che fan tanto design.

Non bastava il tappeto di brufoli sottocutanei che la barba da mormone che fa tanto design gli ha provocato, facendogli rivivere gli atroci supplizi della pubertà.

Non bastava l’infezione che il piercing sul terzo occhio che fa tanto design gli ha fatto venire, facendolo sembrare un personaggio cattivo di Dylan Dog.

Non bastava la camicia a scacchi fa tanto design ma che lo ha ridotto in società ad una figurazione speciale di Beverly Hills.

Non bastavano i timpani compromessi per sempre da quelle strafottute cuffie insonorizzate da controllore di volo che fanno tanto design ma fanno anche schiattare tanti giovani sotto ai frecciarossa.

Dario ha voluto strafare.

Dario ha voluto la bicicletta pieghevole.

E ora che pedala, sono certa che si sia pentito.

Ora che pedala su via Tortona, tutto sudato col suo zaino in ecopelle e i suoi pantaloni più aderenti delle tutine di Barbara Bouchet che fanno tanto ma proprio tanto, forse troppo design, coi palmi delle mani fradici, mentre noi siamo qui a infierire su di lui e a prenderlo a schiaffetti dietro alla nuca, sono certa che Dario Pirinfarina, al secolo designer, si è pentito.

Si è pentito ma ormai pedala verso il fuori-salone.

Perché Dario farà pure la fame coi suoi contrattini a progetto per il mobilificio veneto ma una cosa l’ha imparata: se tu vuoi essere designer, tu ragazzo non ci vai al Salone del Mobile.

Tu vai solo al fuori-salone, agli eventi collaterali, nelle gallerie satelliti, ai credits.

Con la bicicletta pieghevole.

E con questa certezza Dario Pirinfarina, il nostro agnello sacrificale pedala duro e cambia marcia anche se la bici pieghevole ne ha due di marce ma lui pedala duro.

Non sa che al prossimo semaforo passerà col rosso il giornalista di Interni con la sua bici pieghevole in carbonio e falcerà Dario e il suo orologio analogico.

E’ così: i professionisti in Italia, se riescono a salvarsi dai genitori, dalla pubblica istruzione e dall’iva, alla fine ci pensano i giornalisti a farli schiattare.

Ma questo fa parte di un’altra invettiva.

LITANIA AL DIO DESIGN

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti alla creazione di Fukuashi Teriamaki.

Non dirmi che non lo conosci?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ il famoso designer di Kyoto che progetta mobili invisibili: le chaises longues, le vetrine e i tavoli in cristallo che puoi mettere dove vuoi perché tanto le vedono solo i tuoi ospiti.

Sono illusioni ottiche.

Creazioni talmente impalpabili, impercettibili, aerodinamiche che i tuoi amici si divertiranno a passarci attraverso e tu non dovrai pulirle o fartele ipotecare.

Certe cose non hanno prezzo.

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti alla creatività di Butu Abimbalu.

Non dirmi che non lo conosci?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ quell’architetto kenyota leggendario che ha realizzato, tra le altre cose, un letto con materiali provenienti dalle fosse biologiche di Koh-Phangan, dove peraltro ci vanno sempre in vacanza un sacco di amici.

Magari in questo letto c’è la merda del mio amico Giacomo.

Ma dico, ti rendi conto il genio?!

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti al padiglione dedicato ai designer della scuola di Cacamashak.

Non dirmi che non sai chi sono?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ un collettivo di architetti danesi che si vestono solo di marrone, Total brown e tra di loro parlano esclusivamente in greco antico, quando lavorano.

Mi prostro davanti al loro genio.

Pensa che hanno progettato un set di cento pezzi unici di utensili da cucina interamente prodotti con la pelle dei bambini scomparsi nelle favelas.

Ma si! Quei bambini di cui nessuno parla, hai presente?!

Siccome è un peccato buttarli, questo collettivo recupera ciò che resta di loro e ci fa del gourmet-design.

Perché comunque, sono dei geni del recycling!

Mi inchino.

Dico anche una preghiera mentre sfoglio il catalogo di quest’anno!

E comunque la creazione che, secondo me, quest’anno al Salone sbancherà, quella che davvero merita una religione, è tutta italiana.

As usual.

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti a un progetto che si chiama Unbelievable Poorness ™

Non lo conosci?

Faccio finta di non aver sentito.

Unbelievable Poorness ™ è qualcosa di miracoloso, di universale ma anche di squisitamente italiano: è la prima casa pre-costruita in grado di produrre documenti falsi per i controlli del fisco.

Ma ti rendi conto il genio?!

Funziona in questo modo: la sua tecnologia avveniristica, unita a un design tutto italiano consente, attraverso un dispositivo satellitare, di captare il respiro e le intenzioni di commissari o controllori fiscali, IMU o Equitalia e settarsi in maniera del tutto autonoma per il processo di auto-difesa Safety from your government

Se la casa capta cartelle esattoriali a tuo nome, nel giro di pochissimi secondi calcola e stampa documenti falsi e vidimati che certificano che tu hai pagato e sei completamente in regola.

Te li archivia direttamente su un tavolo in plexi 70×40 che esce da un compartimento incastonato nel pavimento.

Ma non è mica finita, eh!

Genio italiano..

La Unbelievable Poorness ™ House è in grado di rilasciare ormoni intorno al suo perimetro tutto, che suggeriscono a chi passa, la certezza istantanea che tu sia ricco e stimato socialmente.

Ti rendi conto?!

Una roba da microrganismi che la gente fuori annusa e improvvisamente si convince che tu sia benestante!

E’ un effetto che però, esattamente come la documentazione falsa per l’esattoria, dura solo quarantotto ore.

Ma la stanno perfezionando e questo comunque, è un primo prototipo.

Inoltre la faccenda geniale è che tu, in queste quarantotto ore puoi spostare la casa.

Perciò è precostruita!

Ma ti rendi conto?!

Il genio italiano…

STRABEL

BRANDED PARODY CONTENT, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Spero non mi veda nessuno, nascosta perbene come sono tra la fila dei cassonetti della differenziata e il piccolo tunnel di plastica e acciaio dove dormono i carrelli, stretti alle loro catenelle dopo aver passato la notte all’addiaccio e pronti, che lo vogliano o meno, ad una nuova giornata di chilometri e urla di bambini, costretti a portar pesi al limite della sopportazione, riempiti di casse dell’acqua o disturbati solo per trasportare due confezioni di pelati e la borsetta.

Sono in macchina, col motore spento e il freddo che mi ha ghiacciato i denti e tutte le punte del corpo.

Ma ho gli occhi accesi come turbine e le vertebre eccitate dal preciso momento in cui ho deciso di agire e sono montata in macchina nel cuore della notte con la voglia feroce nella gola di farmi aprire da quei bastardi.

Ho guidato bruciando chilometri e tutta la discografia di Eric Clapton.

Ho pensato a quando Eric amò Lori Del Santo e che comunque l’amore ha mille sfaccettature e non lo si può chiudere dentro a ragioni sociali prestabilite o a contratti.

Ho messo gli abbaglianti mentre battevo l’asfalto delle strade provinciali isolate e ammorbidite dal peso del tempo, gli ho tolti quando qualche camionista solitario mi ha quasi accecata per ricordarmi di abbassarne la potenza.

Ho pensato che l’incontro tra due vetture di notte e provenienti da carreggiate opposte sia sempre preludio di un duello: uno dei due deve soccombere altrimenti è omicidio o quantomeno frontale che poi, in molti casi, è la stessa cosa.

La mia carne è tutta una vibrazione da otto ore e le insegne luminose della zona commerciale bagnano la notte come piccoli led da pesca, quando ne intravedi le striature dalla barca e loro son lì nel fondale, a boccheggiare sott’acqua per te.

La mia saliva compone il novanta per cento dei liquidi del mio corpo.

Non ho più sangue, ho solo saliva.

Il cuore mi pulsa nelle tempie mentre vedo le prime ombre avvicinarsi.

Vedo persone avvolte nel loro cappotti e il loro camice che spunta dall’estremità delle giacche.

Sento la puzza del gas di scarico delle loro auto mentre entrano nel piazzale uno per uno, lentamente, rassegnate.

Mi abbasso e divento piccola piccola dentro al sedile per non farmi vedere.

Sono stata l’unica macchina nel piazzale per ore e ora l’asfalto si riempie di meccanica colorata e di fumo.

Non voglio che mi vedano, non voglio che abbiano paura.

Ne avranno già abbastanza nelle loro case quando ci torneranno a fine turno e penseranno a ciò che aspetta loro l’indomani, uguale all’oggi che gli è scivolato dalle dita.

Ai bancali, alle file alle casse, ai clienti stronzi che non possono essere picchiati per legge.

Penseranno a tutte queste cose ma non a me.

Dai finestrini appannati vedo uomini e donne che si avvicinano alle serrande e accendono all’unisono la prima sigaretta del mattino.

Sono le cinque e mezza e se fumi a quest’ora, vuol dire che ti interessa poco vivere.

Sono le cinque mezza e arriva quello con le chiavi, nella sua Ford blu con tutti gli orsetti dei bimbi appesi con le ventose.

Figli che vedrà solo durante il week-end, quando avrà la forza di portarli al fast-food per stupirsi di quanto basti poco per farli felici, se adeguatamente storditi.

E anche io voglio stordirmi.

Quando, da sotto gli strati di lana e cotone dove mi ritrovo nascosta, sento il frastuono delle serrande che si alzano, l’euforia mi schizza nei muscoli e mi getto fuori dalle coperte.

Disinnesco le sicure anche se quella pericolosa sono io.

Scendo dalla macchina come ci si immagina possano le essere le discese dei poliziotti americani in borghese nei film d’azione americani.

Mi muovo come un’ anaconda quando decide di volare in superficie contro la sua preda e parte dalle profondità dei fiumi amazzonici con solo la morte in testa.

Corro come un crociato contro qualsiasi cosa araba, mi scaglio contro il cappotto del responsabile del supermarket, che ha ancora in mano le chiavi e il pezzo di lucchetto della serranda, quella chioccia di ottone da cinque chili che piomba subito sui di lui piedi, facendolo gridare di dolore e spavento, alle cinque del mattino, all’inizio di uno dei suoi mille turni d’apertura che lo separano dalla morte.

Vorrebbe girarsi per capire cos’è quella slavina che gli si è avvinghiata alla giacca ma ha troppi strati protettivi e non riesce a girare il collo.

Le sue urla di dolore non sono abbastanza efficaci da richiamare l’attenzione dei colleghi che sono nel retro dell’hangar a proteggere le borse ognuno dall’altro, negli armadietti con lucchetti più leggeri di quello che gli ho piantato io sul collo dei piedi.

Aspetto che si riprenda mentre con un fazzoletto tengo a bada la saliva.

Mi scuso sostenendo di non averlo visto e che sì, lo so che il supermarket è chiuso e che sono le sei del mattino ma io vengo da lontano e che se fosse così gentile da lasciarmi entrare e aprire una cassa per me, gliene sarei infinitamente grata.

Il poveraccio mi guarda atterrito, teme la rapina quindi lo precedo, rassicurandolo sul fatto che non voglia far male a nessuno mentre mi rendo conto che questa è la tipica frase del rapinatore a mano armata.

Gli dico di corsa che non voglio rubare nulla ma che sono qui per lo straordinario cioccolato col ripieno alla menta Strabel che vendono nel reparto equosolidale e che ho finito l’ultima dose proprio la scorsa notte.

E che ho bisogno di tutte le loro scorte e che se mi farà entrare per rifornirmi del cioccolato col ripieno alla menta Strabel che vendono nel reparto equosolidale e pagare tutto regolarmente, nessuno si farà male.

Ma che non mi chieda di aspettare fino alle otto perché succede un casino a lui e alla sua famiglia.