COSE CHE HO IMPARATO DURANTE IL LOCKDOWN

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE
Claudio Silighini

Non tutti possiedono case vivibili.

Esiste gente che soffre per non poter andare dall’estetista.

Esiste gente che soffre per non poter andare a lavorare.

I tedeschi governano l’Europa.

La governano perché coi loro camper sono sempre stati in grado di andarsi a ficcare in posti sconosciuti anche agli abitanti di quei posti.

Si ficcano ovunque, come un virus. Perciò governano.

I virologi hanno un ego se possibile più importante degli attori.

Non è vero che in Italia la prostituzione è illegale, esistono i giornalisti.

La mia professione è un bene di lusso: non necessaria e molto costosa da professare. Quindi potete lasciare un’offerta all’uscita.

Il vaccino è l’unica cosa obbligatoria che gli italiani amano fare.

Il vaccino sembra facoltativo ma non è vero: è obbligatorio se vuoi essere accettato dalla società come avere le Stan Smith.

C’è gente che pensa che i Maneskin siano rockers solo perché fanno le linguacce nelle foto e suonano strumenti.

Se non sei gay sei retrogrado.

C’è gente che riesce a gestire il poliamore senza prendere goccine per i nervi.

Le goccine per i nervi.

Giletti fa dell’ottima tv: dove andremo a finire?

Come essere umano sono in grado di sopportare tanto ma non il ritorno di Orietta Berti.

Se non fai una diretta sui social ti cancellano dall’anagrafe e smetti di esistere.

Il corriere che mi consegna è un medico senza frontiere.

Una società in pigiama può esistere.

Andare a letto alle undici è meraviglioso.

Andare a letto da soli, alla lunga rompe un po’ il cazzo.

C’è gente che fa jogging con la mascherina pensando di morire anziana.

La gente è un potenziale nemico.

Ma questo lo sapevo da un pezzo.

Però il fatto che ora lo dica lo Stato, quasi me la fa piacere.

L’APPETITO DELLE PLATEE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Mi sono esibita dinanzi a grandi platee.

Di gente che aspettava, in fila, per acquistare arancini e panelle.

Come si fa a competere col banco del fritto, se te lo piazzano di fronte al palco?

Se non fosse stato per il contratto firmato, sarei scesa anch’io perché comunque, a certe cose fritte come si fa a resistere?

Invece, a causa di queste carte stracce fiscali, son dovuta star lì coi miei monologhi, coi miei soliloqui.

Lo dicono anche i poeti ed i cantanti famosi: si sta soli, anche in mezzo a tanta gente.

Io però sono stata in mezzo a tanta gente che puzzava di fritto, facendomi salivare come un cane di Pavlov.

Vi son state sere durante le quali, seppur amplificata come fossi allo stadio, non sono riuscita ad impormi su certi giovani padri che si gridavano, appunto, roba da stadio, da un lato all’altro della piazza.

Io: “Il complesso rapporto fra i miei genitori mi causa ancora diversi scompensi e fobie”.

Loro: ”Hai capito che vi abbiamo sfondato?!”

Cosa avreste fatto al mio posto?

Come avreste reagito, nel caso vi foste trovati per contratto, a gridare per poter lavorare, cose tipo, “Silenzio, signori, per favore!”, cosa avreste fatto per tutelarvi?

Verrebbe voglia di tirare cose, ad un certo punto.

Sedie, bottigliette d’acqua piene di sassi, lattine di Coca contro il banco delle arancine (o degli arancini, fanculo a chi litiga per queste puttanate mentre il Governo gli mangia la vita!).

Verrebbe voglia di tirar cose pesanti contro il pubblico che aspetta, in fila, alla cassa ma non per comprare il biglietto dello spettacolo che invece viene censurato dai succhi gastrici.

In queste circostanze, verrebbe voglia di scendere dal palco e andarsene alla casa o di piangere o di inveire contro la giunta che ha organizzato un evento, senza essersi prima preoccupata di scolarizzare i cittadini o quantomeno di spostare un po’ più avanti il banco di panelle (o panelli, fanculo a chi litiga per queste puttanate mentre il Governo gli mangia la vita!).

Non essendo legale tirar cose, a me venne l’idea di aggiungere ai monologhi, le parolacce.

Non ci avevo mai pensato prima di quella notte, quando provai a gridare al microfono, “E comunque mi fate schifo tutti al cazzo”.

Si creò subito, un miracoloso silenzio e tutti iniziarono ad ascoltare attenti, anche i più improbabili spettatori.

Dev’essere che le parolacce siano la naturale evoluzione delle formule magiche per gli incantesimi.

Da quel giorno ho deciso di aggiungerle a tutti i monologhi ma se non dovesse più bastare, da quella sera ho capito che dovrò rendermi disponibile anche a sodomizzare la gente, con quei fottuti arancini (o arancine, fanculo a chi litiga per queste puttanate mentre il Governo gli mangia la vita!), perché comunque, ci tengo ad essere ascoltata mentre sto lavorando e non voglio che l’appetito rovini la cattiva digestione che voglio provocare coi miei monologhi.

IL SALUTO CICLISTA

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Più o meno da un anno mi sono avvicinata al mondo del ciclismo.

Mi trovo quindi a dover a che fare, mio malgrado coi ciclisti, diciamo dilettanti, anche se personalmente non amo questo termine, mi sa di sinonimo di pippa mentre io me la cavo.

Possiedo una bella mountain bike elettrica della Bianchi, alla quale sono affezionata come fosse la sorella che non ho; se dovessi beccare in flagrante qualcuno in procinto di rubarmela, sarei capace di ferirlo a morte, non a mani nude ma col mio bullock di ultima generazione e di trenta chili che porto sempre con me, nello zainetto.

Con la mia bici vado prevalentemente nei boschi ma per le operazioni urbane mi capita di bazzicare la strada ed è lì che incontro gli altri ciclisti che, nonostante disprezzino quelli col motore, conservano comunque quel bizzarro codice comportamentale che li obbliga a salutarti.

Sia che stiano penando su una salita con la pendenza di una parete, sia che stiano scendendo in picchiata, con la pelle del viso che gli penzola come le code dei cappelli scandinavi, dai loro pori esce una specie di ciao fraterno che  significa cose oscene tipo “ Anche tu, eh?”, “Bello, vero?!”, “Siamo una squadra fortissimi, nevvero?!”, “Ciao socia!” .

A me il coraggio non mi manca ma c’è qualcosa che mi inibisce dal gridar loro, “Mi scusi ma chi è lei?”, direttamente dal manubrio.

Se li incontro faccio di tutto per non incrociare il loro sguardo perché non voglio avere amici vestiti in quel modo.

Mi vergognerei a fermarmi in qualche trattoria emiliana per entrarvi assieme a gente vestita con ripugnanti colori fluo, le tutine imbottite sul sedere, il logo del concessionario su quel sedere imbottito, i caschetti lucidi, le bandane sotto ai caschetti e gli occhiali da calabrone, no.

Chi vi conosce? Io no.

Tuttavia, la voglia di sbirciare verso di loro per vedere che modello abbiano vince sempre su tutto e quindi cerco di studiare il loro mezzo, mentre sono in velocità,  senza muovere collo e testa, spostando solo lo sguardo che penso protetto dagli occhiali da calabrone ma loro hanno il sesto senso del ciclista e mi gridano ciao.

Mi tirano il loro saluto come fosse un sasso, la pietra torna-indietro di Fantaghirò che mi si piazza sul manubrio e mi dice “Sei una di loro, capito?! Sei una ciclista!”

No.

Io non sono una di loro.

Non mangio barrette energetiche, pneumatiche, non mi vesto come Yuri Chechi, non ho le borracce infilate nella schiena e soprattutto non sono in grado di riparare la bici coi famosi coltellini tutto in uno.

Dentro a quegli attrezzi riposa il mio sangue.

Porto la bici in officina gridando, “Mi aiuti! Ho bucato!” ed il tizio mi ricorda stizzito che ogni tanto, le ruote bisognerebbe gonfiarle.

Non sono come loro.

Ho anche il cestino.

Quando ho comprato la mia potentissima MTB e ho chiesto il cestino, il ragazzo del negozio mi ha accompagnata fuori e ha abbassato la serranda.

Ho dovuto aspettare fuori più di un’ora, prima che capisse che da lì non me ne sarei mai andata senza cestino.

Così me lo ha messo.

Non in vimini ma me lo ha messo.

Sono andata a fare il giro dell’Etna col cestino e nei boschi, uno dei ganci si è infilato nella ruota posteriore e ho visto la morte in faccia.

Era lei, sull’Etna, con la falce, il mantello e tutto.

Mentre cadevo di faccia contro la radice di un pino, l’ho sentita gridare “Morirai da ciclista!”.

E invece no.

Sono ancora qui e pretendo di sapere se ci siamo già incontrati da qualche parte perché altrimenti, cazzo salutate?

NON BASTASSE IL RESTO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Abbiate pietà di noi.

Possiamo sopravvivere quasi a tutto ma in questo tempo di grande prova non infliggeteci anche Sanremo.

Non fate in modo che là fuori dicano che siamo fatti di questo, che quello è l’unico modo che abbiamo di far spettacolo.

Tirateci siringhe con soluzione fisiologica, rovesciateci olio bollente dal terrazzo, quando parcheggiamo la macchina sotto casa, impazienti di accoccolarci sul divano, parlate male di noi ai nostri partner, rubateci l’account, dateci cibo velenoso per farci diventare il fegato grosso come una cassaforte e morire come gli americani, seccateci i capelli con le polveri sottili, diminuite il limite di velocità sulle provinciali ma non fate Sanremo.

Non fate che si dica che la musica dal vivo sia tutta lì, non fate credere che ci si vesta tutti come quelli lì, non dateci Sanremo.

Non vedete come siamo stanchi?

Non vedete che ci prendiamo le gocce per l’ansia, che respiriamo male, che spendiamo troppo, che compriamo dolci, videogiochi, libri sul gruppo sanguigno che non leggeremo mai?

Non vedete che non riusciamo più ad arrivare alle undici di sera con le palpebre, che non sappiamo più ballare, abbracciare, non vedete com’è debole la nostra psiche?

Davvero volete finirci così?

Davvero la fine del popolo italiano sarà questa?

Ve lo chiediamo per il bene di tutti, non fate Sanremo.

Piangeranno tutti i teatri d’Italia e, se funzionano davvero le vibrazioni negative come dicono gli yogi, cosa pensate che succederà all’Ariston e ai figuranti parenti, pagati per fare il pubblico?

Prendete a scarpate i nostri bambini, rigateci la moto, metteteci in lista d’attesa per sei mesi per fare un’ecografia, misurateci la febbre con le vostre pistole, mandate in onda qualche fiction italiana ma, vi preghiamo, non fate Sanremo.

Quest’anno non riusciremmo a sopportarlo, il nostro sistema immunitario non si riprenderebbe più.

Fatevi un esame di coscienza, non potete spremerci così, non riusciremmo a sopravvivere restando buoni, diventeremmo brutte persone: davvero volete questo?

No, siamo certi che non lo volete, ci tenete alla nostra salute, non è vero?

E allora come fate a pensare di organizzare Sanremo?

ANCHE DI NOTTE SONO UNA BRUTTA PERSONA

COSE FASTIDIOSE

Perché le idee migliori mi vengono sempre mentre sto dormendo?

Prima riuscivo a farne a meno ma ora che invecchio e divento tignosa, mi sveglio, nel cuore della notte per appuntare cose assurde su un taccuino giallo che tengo sul comodino.

Il giallo è il colore che mi fa più schifo tra tutti e l’ho scelto apposta, sperando che, svegliandomi e vedendolo mi passi la voglia di alzarmi alle tre per prendere appunti ma niente.

Accendo la luce e scrivo come scriverebbe un ubriaco, coi caratteri tutti storti dal sonno ma soprattutto scrivo cose che l’ubriaco oltre che scriverle, direbbe anche, tipo ”il sedere del bidello dell’asilo di mia nipote sembra un cestino di castagne sgusciate”, poi mi riaddormento.

Mi riaddormento pensando che “è solo uno spunto, poi domani elaboro e sviluppo meglio quest’idea pazzesca” e magari l’idea è pazzesca per davvero ma il giorno dopo non ricordo puntualmente un cazzo e mi metto lì, a rompermi la testa per diverse ore, cercando di ricordarmi che cosa di divertente abbia potuto vederci in questa puttanata delle castagne al posto del culo ma niente.

Se non bastasse la delusione di non ricordarmi l’idea geniale, ciò che leggo è anche occasione di sgomento e vergogna: cosa potrei mai aver visto di comico dentro a quel bidello? Solo perché fa il bidello?

Davvero sono diventata così classista anzi, davvero sono sempre stata così classista senza accorgermene?

Perché si sa, i sogni riflettono l’inconscio e dunque magari sono classista da sempre ma l’inconscio ha deciso di venir fuori soltanto ora e di mostrarsi allo scoperto mentre prima si comportava come tutti perché se non sei un bidello parli male del bidello anzi, peggio, ridi di una sua caratteristica fisica, del suo sedere.

Da ciò ho dedotto che, non solo non può trovarsi nulla di buono dentro ad un taccuino color diarrea ma che, anche di notte sono una brutta persona.

L’URINA COME PARAMETRO DI COERENZA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non posso credere di essere rimasta sola.

Non posso credere che a questo mondo non esista nessun altro che faccia pipì in piscina.

Neanche un goccino, per dire.

Manco più un ragazzino che non abbia voglia di uscire dall’acqua per andare in bagno e che si lasci rapire da quel brivido proibito, vissuto in solitaria.

Niente, è tutto così socialmente rispettoso che non mi sento più rappresentata da questa epoca.

Inoltre il liquido colorato non esiste, lo sanno tutti.

Tutti temono il liquido colorato eppure sanno che sia leggenda.

Sarebbe così facile.

Non è possibile che siano tutti così civili.

Non si direbbe.

C’è poi molta ipocrisia.

Al mare, ad esempio è prassi pisciare in acqua.

Il mare è pieno di urina.

L’acqua copre il 71 per cento della superficie della Terra, di cui il 97,5 per cento è salata ed occupa un volume enorme: un miliardo e mezzo di meravigliosi chilometri cubi che, se riuscissimo a filtrare per separarli dalle molecole di urina sarebbero ancora più invitanti ma anche molti, molti di meno.

Eppure facciamo finta di essere educati, perbene, gente che entra dentro ai bacini d’acqua quasi in punta di piedi, con la cuffia e la crema ipoallergenica.

Ma se piglio a campione questo aspetto mi tocca realizzare, ancora una volta, che la percentuale di gente bugiarda, ipocrita o semplicemente noiosa superi quella dell’acqua salata (mescolata all’urina) presente sul pianeta Terra e che questa percentuale sia composta da una categoria omogenea e ben compatta che pensa allo stesso modo: che, ad esempio non esistano bambini brutti o antipatici, come se i bambini non fossero persone identificabili anche con questi attributi, mi spiego?

Quella categoria di persone che pensa che non esistano mamme cattive, come se le mamme non fossero persone identificabili anche con questi attributi.

La categoria di gente da sbugiardare, composta da persone che giurano di non aver mai introdotto falangi nel naso, neanche in un attimo di distrazione, durante un lungo viaggio in auto; gente che giurerebbe anche di fronte alla minaccia di esaminare sotto al sedile dell’auto con una torcia, gente che negherebbe anche dopo aver trovato sotto a quel sedile, la stessa struttura conformativa delle Grotte di Castellana.

Persone che giurano sui propri familiari di non aver mai guardato i programmi della De Filippi che però ha indici di ascolto impressionanti ed allora chi ne guarda, Gesù? Dimmelo affinché possa sbugiardare.

Persone che fingono di fare la raccolta differenziata quando hanno ospiti in casa e poi fanno il giro del quartiere, di notte, cercando di infilare il sacco nero nel bidoncino al parco.

Persone che si professano vegane e poi vanno al McDrive col passamontagna e la macchina della madre, a comprarsi il cheeseburger.

La categoria di persone che dichiarano di amare il proprio coniuge mentre si tengono stretto in tasca il proprio cellulare.

E poi ci sono io che spero sempre di incontrare questa gente quando vado in piscina. 

IL CODICE STRADALE CONTRO GARIBALDI

BESTIARIO DI VIAGGIO, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Anche a causa delle mie origini liguri amo comprare cose usate, non con l’intento di risparmiare ma per la bramosia di pagarle meno.

Da quando ho ricordi, spreco una buona fetta di vita nei mercatini dell’usato, appresso ad oggettistica inutile, ad abiti che non metterò mai o che, ancor peggio indosserò per mettere alla prova il mio menefreghismo, tipo le giacche in lamé con le spalline anni ottanta alla Jem o qualsiasi indumento abbia paillettes oppure appresso a mobili orientali rosicchiati ma costosi perché considerati antichi proprio grazie ai buchi fatti dai morsi dei ratti.

Convinta di spender meno e pensando che il carburante non sia un costo effettivo, sono sempre pronta a macinare chilometri per trovarmi davanti ad un ferro vecchio da contrattare con qualcuno che ha sempre capacità di fregare il prossimo più grandi delle mie.

Così oggi mi sono messa in macchina e ho percorso seicento chilometri per andare a ritirare una vecchia poltrona da ufficio a soli cinquanta euro ad Alessandria.

Ho passato diverse settimane rovistando sui negozi online specializzati in poltrone ma ho trovato solo troni da venditori di prostituzione d’alto bordo oppure sedili simili a quelli da rally ma pieni di pulsantiere per la gente che si sfascia di videogames; a quel punto mi sono rivolta al contenitore di tutti i miei piaceri: il mercatino dell’usato online, quel bellissimo luogo virtuale dove la gente pubblica foto di oggetti che non usa più e li vende a prezzi vantaggiosi rispetto ai negozi normali e persino a quei luoghi offensivi che sono gli outlet, dove vengono vendute le felpe coi loghi di due stagioni prima.

La poltrona per la quale ho consumato tutti quei chilometri non aveva ovviamente nulla di speciale, a parte lo schienale completamente screpolato ed il fatto che sia stata messa in vendita ad Alessandria offrendomi così l’occasione di conoscere certa, ostile provincia piemontese.

Non che il Piemonte sia tutto ostile ma qualsiasi romano si trovi al volante in Piemonte troverà, per forza di cose, pura malevolenza, sia negli occhi degli automobilisti che in un codice stradale da dover improvvisamente rispettare, forse per la prima volta nella vita.

La poltrona è stata usata dalla direttrice di un grande negozio multimarca di abbigliamento per poi essere stata rimpiazzata ed abbandonata nell’androne dell’ufficio amministrativo, in mezzo agli scatoloni con la merce fallata.

A farne guardia c’è il portiere che risponde anche ai messaggi che si possono inviare sull’annuncio ed è lui che mi ha detto “Gliela metto da parte”.

Per una persona ansiosa, poche cose riescono ad essere fastidiose come il sentirsi dire da qualcuno “glielo metto da parte”.

Viene subito angoscia a realizzare che ci sia un oggetto che mi sta aspettando, che è mio per priorità ma non del tutto perché può sempre succedere qualcosa, un imprevisto, che so, qualcuno che se lo porti via prima di me, in maniera clandestina, mentre questo sia ancora in attesa di me.

Per quanto riguarda questa poltrona però non c’è proprio nulla da temere: è talmente consunta che non se la incula nessuno da settimane ma questo fatto che me l’abbiano messa da parte preme sul mio cuore col suo peso, tipico dell’impegno che incombe.

Attraversare Alessandria ti dà la possibilità di sentirti fortunato solo per il fatto di non doverci vivere.

Tale sensazione non si prova solo ad Alessandria ma in parecchie zone del mondo: esistono luoghi dove ti ritrovi felice nel realizzare semplicemente che sei solo di passaggio: non si tratta di posti squisitamente brutti ma anche squallidi, troppo freddi, troppo caldi, mal costruiti, con leggi troppo restrittive, dove si mangia di merda o comandano ancora gli uomini.

Alessandria, come tutte le città civili gode della collaborazione degli abitanti nel controllo del rispetto del codice stradale.

Qui non esiste quella morbida noncuranza del Sud nei confronti di chi è al volante e neanche quell’affettuoso feeling che si crea fra chi ha parcheggiato in terza fila e chi assiste dalla sedia di un bar, a quel tentativo eroico di trovar posto nella kasbah.

Ad Alessandria, questa mattina ci passo solo per affari, per portarmi via la poltrona del capo e tornarmene a casa quindi mi basterà trovare un angolo dove appoggiarmi con l’auto, cinque minuti.

Entro nel centro storico tutta contenta che ci sia il permesso di poterlo fare e percorro le piccole vie lastricate del centro, popolate da gente che raccatta la cacca dei cani col sacchettino fucsia ed il filo di perle al collo.

L’ufficio che conserva la mia poltrona è in una via a senso unico, costellata di bar che hanno pagato il suolo pubblico per avere la piazzola all’aperto coi tavolini.

Il bar proprio accanto al portone di mio interesse è pieno di gente, tutta con la mascherina chirurgica appoggiata sotto al mento, tutta distante ma vicina, tutta del posto.

Di fronte al bar, due signore coi loro fili di perle stanno entrando dentro ad un portone ma quando mi vedono passare, si fermano.

Di fronte a loro, proprio affianco al bar e davanti all’androne dov’è conservata la mia poltrona, c’è un signore con un povero cane a guinzaglio, di Alessandria anche lui e che sembra sedato.

Si ferma anche lui e mi guarda sbigottito.

Il patio esterno del bar occupa metà della carreggiata e non è colpa mia se sulla via non esistono parcheggi.

C’è poi il peso specifico della poltrona che non è proprio un oggetto soffice da caricarsi sulla schiena.

Queste ed altre motivazioni mi scagionano da subito ma io manco ci penso a queste cose perché già sto accostando, con le doppie frecce, proprio di fronte al bar, bloccando il passaggio sulla via alle altre auto ma sarà solo per cinque minuti.

Tutti mi guardano, non capiscono cosa stia facendo, non vogliono crederci.

Ho ancora il motore acceso, la cintura inserita e la radio accesa ma loro mi sono già addosso.

Le signore coi fili di perle smettono di girare la chiave nella toppa del loro portone e si avvicinano al finestrino del passeggero come dei morti viventi, pronti a mangiarmi l’intestino, soltanto con le ballerine e la borsa Furla.

Anche il tizio col cane si avvicina, appiccica il naso al mio finestrino ed inizia a parlare ma non capisco cosa dica perché c’è il vetro fra di noi e per fortuna anche la musica alta e la mascherina che lui muove insieme alla mandibola, inabile a capire che non possa sentire un cazzo di ciò che mi sta dicendo.

Dal bar, intanto alcuni anziani si alzano dalle sedie ed iniziano a gridarmi appresso, sono circondata.

Resto sette minuti in macchina sperando che la folla inferocita si dilegui ma niente.

Tutte le attività della via sono congelate dal momento in cui ho accostato in zona sosta vietata.

Bussano sui finestrini e gridano cose tipo “Qui non può stare, signora”.

E’ terribile.

Terribile anche non poter dir loro “Fatevi i cazzacci vostri”.

Quando il linciaggio è alle porte esce il portiere dall’ufficio; è un uomo basso, con naso dalle narici enormi ed un braccialetto d’oro al polso: è senz’altro del Sud, sono salva!

Mi saluta facendomi capire con gli occhi che devo rimanere calma, dopodiché blocca la porta scorrevole con un faldone e trascina fuori la poltrona facendo vibrare le rotelle sul lastricato piemontese, ostile anche lui.

Quando il portiere è abbastanza vicino e so di non dover più temere, do uno strattone alla portiera ed esco dalla macchina, spostando i passanti ancora attaccati alla carrozzeria e facendomi largo fra la gente, sino alla poltrona.

L’uomo misericordioso mi fa accomodare sulla poltrona, in mezzo alla strada, come se nulla fosse e mi dice, con forte accento campano, “La provi, stia tranquilla, la provi bene”.

Ed io mi siedo e faccio anche qualche metro di lastricato con le rotelle, sfidando l’ira dei civilizzati che sussurrano che stiamo scherzando, che è una vergogna, che è roba da matti.

Il portiere mi aiuta a testare lo schienale, la poltrona mi pare un buon affare ma non perché sia in buono stato bensì perché la faccenda sta prendendo l’odore della conquista epica.

Mentre la bolgia infernale ci enuncia il codice della strada, noi carichiamo la poltrona in macchina e ci scambiamo due parole veloci sul perché siamo lì.

Chiudiamo il portabagagli e ci salutiamo in fretta ma di cuore, divisi dalla sommossa civica.

Rientro in macchina, abbasso le sicure e riaccendo la musica.

I maledetti passanti son lì che si stracciano le vesti mentre inserisco la retromarcia e mi allontano, interpretando il codice della strada, con Dio dalla mia parte che non fa arrivare nessuno dall’imbocco della via, con Dio che mi consente di sfuggire a quegli ausiliari per un giorno che digrignano i denti.

Li vedo sempre più piccoli che si sbracciano e si danno conforto reciproco, li vedo mentre diventano minuscoli punti sconvolti ed atterriti dal grande caos.

Una volta salva, in autostrada penso a Garibaldi.

Penso alla sua tenacia, ai suoi obiettivi, alla sua impresa leggendaria che però non tenne conto delle enormi differenze fra popoli che non erano pronti ad unirsi, differenze che oggi paghiamo ad un prezzo molto più alto del parchimetro.

SERPENTI

BESTIARIO DI VIAGGIO, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Voglio bene a tutti gli animali però i serpenti non devono rompermi i coglioni.

Vorrei che esistessero due mondi, solo per costringere i serpenti a starsene in quello dove non vivo io; vivrebbero bene, non mancherebbe loro nulla, avrebbero gli insetti da mangiare e tutto il resto.

Vivrebbero bene, assieme alla gente stronza che continua a dirmi: “Guarda che non devi avere paura perché loro hanno più paura di te”.

Ebbene, ci vivessero loro con le bisce.

Bisogna essere davvero ridotti male per non comprendere che non è che abbia paura dei serpenti per l’eventualità che possano mordermi perché sarei già morta di crepacuore, molto prima del morso, nel caso!

Il problema è la vista: capite?

La vista del loro corpo sinuoso, viscido, terribile.

Non posso vederli, neanche se sono in macchina.

Quando capita, dopo averne evitato uno, in modo attento ed apparentemente impassibile, inizio a frenare, fermo la macchina ad un paio di chilometri dal fattaccio ed inizio ad urlare con le lacrime agli occhi, come una posseduta.

Per fortuna, credo che nessuno mi abbia mai visto ma, nel caso, adesso sa perché ed è già una consolazione.

Più che una continua privazione, la mia vita è un perenne tentativo di convivere con questa fobia e sconfiggerla entro i quaranta.

Nel frattempo, mentre capisco come fare, da Maggio a Settembre non entro in un bosco nemmeno attraverso un libro o un documentario; i luoghi dove so che vivono bisce d’acqua semplicemente non li frequento e ciò mi costa molto studio poiché bisogna che mi documenti su quali siano tali luoghi e quindi devo aprire libri o cercare in rete, con il rischio che vi siano delle fotografie ed io, ripeto, se vedo una biscia muoio.

Non importa se sia stata fotografata da qualcuno.

Debbo ammettere che la Liguria mi abbia aiutata moltissimo, in tal senso.

I miei avi vengono da lì, da entrambi i fronti: la parte materna per origine, quella paterna per rifugio politico quindi sono molto legata ad essa e convinta che non abbia eguali; d’altro canto, la terra ligure è anche un posto con una discreta percentuale di serpenti, visto il clima mite, l’acqua e le pietre onnipresenti.

Vivendo lì gran parte del mio tempo libero, ho provato a curare la fobia dei maledetti serpenti di merda (che, ripeto, non voglio morti ma in un altro cosmo), attraverso i suoi bellissimi sentieri che ho percorso senza successo alcuno.

Ogni giorno affronto i sentieri con Mila, sperando che faccia da apripista, che li veda lei per prima e li scacci, come i cani nati per stanare sanno fare.

Ma non ha funziona perché Mila se ne frega d’altronde, di serpente non ne ha mai visto mezzo, nella sua vita, ad oggi.

Ciò che il mio cane vede è solo la sua padrona che grida come una mentecatta, in mezzo al nulla dei boschi.

Qualche giorno fa decido di scendere verso il mare passando attraverso il bellissimo tronco del sentiero che porta da Levanto a Framura, per la consueta passeggiata con Mila.

Il sentiero passa sia per i piccoli borghi che per il fitto bosco che si aggrappa al Salto della Lepre, il piccolo passo che divide Bonassola da Framura.

Appena iniziato il tragitto sembrava andasse tutto bene, dentro alla mia tuta strech nera da Eva Kant e la musica nelle cuffiette al massimo, in modo da eliminare completamente il problema dei fruscii nell’erba, in modo che orecchio non senta e cuore non scoppi.

Arrivata affianco al ruscello, dove la strada si restringe, guardo sbadatamente al bordo destro del sentiero, verso il bosco e c’è una sostanza tubolare lucida ed annodato su sé stessa che si muove.

Grido senza censura.

Grido come se mi stessero squartando con delle forchette da campeggio.

Tutt’ intorno vi sono moltissime case ed anche se i liguri amano star per conto loro (ed anche per questo li apprezzo moltissimo), immagino che nelle loro cucine e nei loro giardini si siano chiesti chi sia caduto nella gola del ruscello.

Mentre grido per tirare fuori le mie viscere terrorizzate e liberarmi, Mila mi guarda, con la testa girata da un lato, come a dire “Cosa devo fare? Ce l’hai con me? Ho fatto qualcosa di male o sei tu il male?”.

Da una piccola porta in legno, in mezzo ai muretti a secco, si affaccia un signore sugli ottant’anni, con una borsina di stoffa sottobraccio.

Lui, il mio grido non l’ha manco sentito e non fa caso neanche al fatto che stia saltando su un piede solo davanti a casa sua.

Deve andarsi a comprare la focaccia, mica ha tempo per me; io però lo imploro di non passare per di lì perché “C’è un serpente! Capisce?! Non passi! Non si può passare”.

Mentre lui, senza manco guardarmi, mi risponde “Guardi che ce l’ho nell’orto il serpente, sarà quello lì, mi mangia tutte le mosche” e fa per andarsene ma io ho bisogno di un abbraccio e così, inabile a controllarmi, gli tolgo la borsina da sotto il braccio e glielo piglio quell’arto lì, implorandolo con lo sguardo di non lasciarmi ma lui mi si scrolla di dosso perché c’è il Coronavirus e la storia delle distanze sociali e lui è anziano e vive in cima ad una collina, non la vuole una squilibrata potenzialmente asintomatica, attaccata al suo gomito.

Si divincola e mi sgrida “Basta! Non fanno niente, sono bisce! Hanno più paura di lei!”

Ed io penso, “Anche tu, maledetto”.

Dopo essersi liberato, il poveraccio prende un ramo e mi guarda, “Cosa fa, scende o resta qui?” ed io deglutisco ma sento che il tipo, anche se scorbutico è stato mandato dal Signore quindi chiamo la Mila che, nel frattempo ha mutato l’espressione di sospetto in un’ atteggiamento di pena profonda e ci mettiamo a seguire Nonno coraggio.

Lo seguo come farebbe un ragazzino davanti ad un mastino napoletano di cento chili incazzato nero, spingendogli la schiena affinché si sbrighi a passare, fino a quando i miei arti inferiori non decidono di bloccarsi completamente, poco prima del punto incriminato.

Il vecchio capisce e col bastone inizia a smuovere la terra ed io sento che Dio mi sta già scrostando l’anima dal corpo e sudo freddo e puzzo di ormoni, quelli della paura, non so neanche come si chiamino.

La terra e le foglie cadono sui mocassini del signore ed insieme alla poltiglia del bosco esce anche qualche piccolo rifiuto, un guanto di quelli da giardinaggio, la plastica di una merendina ed un piccolo pezzo di tubo grigio, staccato da qualche pompa per innaffiare.

Il tubo non è lì da tanto perché non ha ancora lo strato di polvere e fango ma, anzi è bello lucido.

Guardo il tubo ed alzo lo sguardo.

Il vecchio ha gli occhi piantati dentro ai miei e la bocca storta dal disgusto.

Non dice niente.

Butta il bastone per terra, si gira e scende giù per il sentiero.

Io mi siedo su uno scalino ed aspetto il tramonto per risalire a casa, con coraggio, lungo il sentiero.

 

Per chi volesse approfondire circa le fobie da sentiero boschivo:

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/06/i-rettili-della-paura-dal-medioevo-ai.html

LA GENTE DOVREBBE STARSENE ALLA CASA (ode al viaggio)

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Da quando ho memoria il viaggio rappresenta per me un importante motore di benessere.

Purtroppo però quand’ero piccola non avevo lo stesso cinismo di adesso ed oggi non posso esimermi da una riflessione sulle abitudini dei viaggiatori che, ogni volta che ci penso, scaturisce sempre in un’unica, forse riduttiva soluzione: che la gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Che si stia in Costa Rica, di fronte ad un mare che trafigge gli occhi oppure ad Ostia, fra i cumuli di ciabatte abbandonate, si viene comunque assaliti ad intermittenza, ogni quattro minuti, da venditori ambulanti di qualsiasi cosa scema ed inutile possa essere venduta: dalle granite con gli sciroppi che erodono le arterie ai racchettoni che poi vengono dimenticati in macchina ed ogni volta, con la loro scomoda forma rompono i coglioni quando si carica la spesa, fino ad arrivare al reparto abbigliamento, coi parei fatti col petrolio intessuto o dello stesso materiale dei retini da pesca.

A parte la selezione che cambia di luogo in luogo, resta inalterata la ricetta: puttanate inutili vendute con insistenza in un luogo dove si è andati per riposare.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Così si salverebbe.

Che si stia in una baita segreta in cima alle Alpi francesi oppure alla pensione del centro termale per anziani sull’Adriatico, il costo della vita in viaggio è sempre schifosamente più alto di ciò che viene considerato il giusto e così, persino gli acquisti più futili e primari come una confezione di cerotti ti costa, in Costa Smeralda come all’alimentari di Tropea ad Agosto, esattamente quanto un servizio da tè di Limoge.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Così forse neanche si sbuccerebbe il ginocchio.

Ovunque, in ogni luogo considerato visitabile in quanto offra ossigeno a sufficienza per respirare, in nessun modo si potrà fare a meno di incontrare americani.

Gli americani quelli bruttissimi, non di New York che, si sa, non è America; intendo quelli che si sentono ancora geneticamente superiori e tale atteggiamento dei pensieri comporta, tra le altre cose, il fatto che non si vergognino di esibire ai quattro venti, il loro gustaccio di merda nel vestire.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Almeno gli americani li vedrebbe solo alla tivvù potendo pensare che siano fiction.

Per non far fallo agli italiani, sentiamoci tranquillizzati dal fatto che in viaggio, siamo ancora al primo posto nella classifica dei popoli migranti più disadattati.

Se da una parte, infatti, il germe italico si espande e si stanzia dappertutto come un’erbaccia e sarà complicato trovare un posto lontanissimo e remoto dove non si debba incontrare un connazionale che si sia accampato lì, vivendo ovviamente ai limiti della legalità, conosciuto da tutti i locali come l’Italiano, il resto si spiega da sé.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Tanto incontra ugualmente gli italiani ma almeno non spende.

Vi sono poi coloro che sembrano viaggiare con una sola speranza di vita: trovare un ristorante italiano e poi trovare sesso.

Infine, i peggiori, coloro che, viaggiando per il mondo d’un tratto sentano qualcuno parlare italiano e si arroghino il diritto di girarsi ed intervenire nella tua conversazione anticipando il tutto con un “Che sei italiano?!” e gridando, anche a grandissime distanze, frasi sciocche e ritornelli ripugnanti che nessuno per strada, in Italia si sognerebbe di recitare prendendo a braccetto uno sconosciuto.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Ma restando a casa finirebbe per essere punita con la presenza dei propri familiari e conoscenti allora preferisce viaggiare.

Forse per proteggersi, in qualche modo dalla propria casa e per proteggere anche gli affetti dal proprio brutto carattere.

Così la gente viaggia per accanirsi contro gli sconosciuti, sbronzandosi con loro e gridando “Sono un italiano, un italiano vero!” oppure ordinando una pizza salami-and-chips al Ristorante da Mario di Seoul.

34 e 1/2

COSE FASTIDIOSE

Per qualche motivo sconosciuto ho da poco scoperto di esser nata con la temperatura corporea oscillante tra i 34.5 ed i 35.8.

Per me, la febbre è a 36 e a 37 arrivano i deliri e le convulsioni ma capita di rado, purtroppo; non ci si dovrebbe augurare il male ed in effetti non lo sto facendo, visto che, in preda ai deliri influenzali smetto finalmente di pensare a velocità ossessiva a qualsiasi cazzataccia abiti il pianeta. Inoltre non è male potersi toccare, di tanto in tanto, le estremità del proprio corpo senza avere l’impressione di tastare un lastrone di marmo lasciato fuori da un cantiere sui Carpazi oppure di maneggiare un pesce appena pescato in Antartico, al mattino presto.

Ad ogni modo, a parte qualche rara occasione io vivo cagandomi serenamente addosso dal freddo in ogni istante o contesto della vita.

Dico sul serio: convivo bene con questa condizione a livello personale ma purtroppo devo avere a che fare con la gente: quando mi trovo in società, questa faccenda non smette di crearmi disagi.

Affinché tutti sappiano, il mondo è ancora pieno di patentiche blatte pronte ad associare e ridurre il problema della percezione del freddo solo ed esclusivamente all’esser nati femmine: non solo sei nata per partorire con dolore ma ti ritrovi anche mezzo emisfero compromesso a livello genetico che nel periodo in cui arriva l’inverno ti sarà ostile e tu sarai costretta ad emigrare pur di sopravvivere per poter poi partorire con dolore.

Conosco diverse donne abituate a nuotare in mare anche in inverno (me inclusa) ed anche dopo aver partorito (me esclusa) e conosco altrettanti uomini che temono l’arresto cardiaco se dal bidet dovesse uscire acqua tiepida.

Il punto è che io non mi sento gelare quando nuoto o se sono in movimento ma solo se resto ferma a non fare un cazzo in un luogo non adeguatamente riscaldato e questo fa di me una persona sana, almeno sotto questo aspetto.

Sotto quello che invece riguardi l’abbigliamento sono costretta a capitolare e ad ammettere che da Ottobre a Maggio vado in giro come una una mummia disadattata.

Viaggiando spesso per lavoro e ritrovandomi, nel giro di poche ore anche in posti con dieci gradi di differenza ( che, in un paese piccolo come il nostro non è affatto poco), non ho altra possibilità che vestirmi come una senza fissa dimora.

Assumo le sembianze di una matrioska, non solo per le enormi dimensioni che sperimento con le stratificazioni a cipolla di Breme ma anche col colore delle mie guance, gonfie come vene varicose di quel rosa rossetto di signora che viene dipinto sulle gote delle statuine russe che da sempre rompono i coglioni su tutti i mobili di casa mia, per ovvie ragioni familiari.

A dispetto di come molti maligni immagineranno, sotto a quei mille strati non c’è mai alcuna ripugnante canottiera della salute ma solo maglie termiche.

Maglie termiche come fossi alle pendici del Macchu Picchu con la fiamma olimpica da portar su.

Detesto le canottiere da camera coi fiocchetti, le bretelline e quella flanella che potrebbe farmi diventare il primo caso al mondo di decesso per prurito.

La maglia termica è nera, sobria, aderente quanto basta ma soprattutto conserva il calore del corpo, quando uno ce l’ha.

I tessuti tecnici sono chimici ma caldi ed in grado di resistere bene anche all’atomica. Meno bene al fuoco.

Il famoso, leggendario pile che tanto amo è uno dei tessuti che prende fuoco con più facilità.

Nel probabile caso che in inverno io incontri qualcuno che mi odi, seppur dovessi sopravvivere all’assideramento sono convinta che il modo più veloce di ammazzarmi sarebbe raggiungibile con un semplice accendino: vestita di maglie tecniche piglierei fuoco con un’unica, poderosa fiammata, come un capello tinto di signora.

L’assemblaggio di strati dai mille e più improbabili materiali e tessuti dovrebbero farmi sopravvivere durante i giorni di trasferta ed invece mi avvicinano a tutti i sintomi tipici della menopausa.

I problemi di circolazione che gli strati mi causano a lungo andare sono gli stessi che immagino affliggano i soprani e di fatti sono certa che sotto ai costumi in broccato siano  completamente nudi mentre io quando rientro in casa dopo una trasferta devo tagliarmi le vesti con le forbici da sarto per togliermi quel budello di stoffa.

Uno dei momenti in cui maledico la mia temperatura è quando uso la metropolitana.

Lì dentro non ho sempre modo né tempo di liberarmi di sei maglioni: dovrei tenermeli tutti sull’avambraccio perdendo l’equilibrio e poi, nella maggior parte dei casi non c’è mai abbastanza spazio per tenere l’avambraccio sporgente, in metropolitana quindi sopporto dodici fermate di metro vestita come lo Yeti, con la faccia che suda il sudabile e le ascelle ben sigillate per mantenere un po’ di dignità.

Quando trovo un sedile libero mi capita di addormentarmi nel tepore estremo del mio fagotto di lane e qualcosa dentro, nell’anima mi sveglia proprio nel momento in cui si stanno chiudendo le porte sulla fermata giusta; allora mi lancio come un sacco contro il marciapiede e resto lì, sdraiata ad aspettare la morte per asfissia che però non arriva mai.

Poi mi rialzo, esco in strada e batto i denti.

Vivo così da tempo.

La cosa peggiore è più che altro dover tornare a casa con le mie ascelle piombate che si schiaffeggiano dentro a quel brodo gelato che è divenuto il sudore a contatto con la strada fredda.

Se non bastasse, so che nel tragitto verso casa incontrerò senz’altro qualcuno che conosco, al quale magari dovrò dare la mano, togliendomi il guanto imbottito di lana caprina per offrirgli il mio arto mortifero e sentirmi dire che sono ghiacciata perché femmina.

Come se non si vedesse da sotto il cappotto, il piumino, i sei maglioni, la felpa e le due maglie infiammabili.

E se poi è uno di quelli che mi odiano?

IN-FITS

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Tra le mura di casa propria è sempre molto difficile difendersi poiché non sono infiniti gli spazi dove potersi nascondere o scappare quando le persone con cui viviamo escono dalle loro camere ed iniziano a girare per casa vestite di merda, coi loro pigiami di flanella e le tute di alcantara.

Chi sostiene di volerci bene non lo dimostra di certo nei fatti concreti, considerando la pena che può provocare la vista di certi indumenti da casa ma soprattutto degli abbinamenti che ci si augura siano sempre frutto del caso e non di una scelta studiata.

Per qualche misterioso motivo, gli uomini pensano che questa piaga riguardi solo le donne e si sentono immuni alla tragedia casalinga dei calzettoni dentro alle ciabattine o ai pantaloni cosparsi di animaletti, con le ginocchia lacerate di buchi; gli uomini immaginano ciò per via di quella bizzarra diceria secondo cui il maschio trasandato sia affascinante.

Eppure io, che di fascino vado sempre alla ricerca, non riesco proprio ad individuarlo in un pigiama di cotone beige con la patta sbrindellata, in un paio di calzettoni di spugna consunti o in una felpa verde fosforescente da attore orientale cattivo nei film con Bruce Lee.

Il fascino, questi indumenti, lo pigliano a bastonate in faccia anche se sei modello di professione.

Si dovrebbero rispettare i propri familiari evitando certi outfits che dovrebbero fare il verso a Lebowski.

Prima di aprire il cassetto delle tute ci si dovrebbe chiedere se sia bene averne uno, visto che all’interno riposano vestiti in grado di far cascare occhi e genitali di chi guarda, in terra.

Eppure, quando torniamo a casa non vediamo l’ora di trasformarci in qualcosa a metà strada tra un aiutante di Babbo Natale con problemi di droga e la versione di Mazinga all’uncinetto e se questa non è considerabile violenza casalinga, cos’altro potrebbe esserlo?

Forse è davvero arrivato il momento di coinvolgere l’esercito.

 

 

Dedicato a Barbara per avermi ispirato coi suoi outfits.

LA PEDALATA ASSISTITA

COSE FASTIDIOSE

Chi avrebbe mai detto che un giorno mi sarei ritrovata in sella ad una bicicletta elettrica?

Proprio io, così avvinghiata alle cose antiche e faticose, così pronta all’antiquariato.

Se l’avessi conosciuta prima, la bici con la pedalata assistita, oggi sarei senza dubbio un’altra persona.

Lì al noleggio non mi avevano dato molte indicazioni su come usarla ed io mi ero vergognata di ammettere al tipo grintosissimo del negozio, di non esser mai salita in vita mia su un attrezzo simile.

Il tizio mi ha solo detto che sarebbe costata ben trenta euro in più e che con le tre cariche di batteria, già pronte nel computer, avrei potuto visitare tutta la montagna in mezza giornata, arrivando dall’altro lato, a valle e tornando indietro.

Quella proposta mi era sembrata un’impresa da guinness ed avevo accettato lusingata, certa che il tizio mi avesse scambiata per un’atleta di Triatlhon che comunque fa piacere, sotto certi aspetti.

Sono salita in sella solo dopo aver portato la bicicletta a mano fino ad un piano adeguatamente piatto, che più piatto non si può e son partita non prima di aver srotolato tutte le rotelle delle marce manuali fino alla triste modalità 1.

Spero di non essermi sbagliata ma nessuno deve avermi vista mentre i pedali ruotavano a 180 km/h, imbizzarriti dalla morbidezza concessa loro dalle marce molli, sul piano liscio e scivoloso del viale centrale, con la gente perbene, per fortuna, in quel frangente assente.

Non per vantarmi ma me la son sempre cavata bene in bicicletta quindi, anche in questa circostanza dimostro di star sul pezzo e, nel giro di pochi minuti, inizio a capacitarmi che sul manubrio brillano per me un paio di piccoli schermi luminosi che aspettano solo i miei comandi.

Deduco, mentre piazzo le rotelle delle marce manuali su una più dignitosa modalità 4, che il piccolo schermo a sinistra comandi le famose batterie elogiate dal tizio del noleggio; riconosco il disegno di una piccola pila con all’interno tre tacche colorate ed accanto alla pila, il bottone con scritto “start”.

Persino io capisco e premo il bottone.

Immediatamente dopo il click s’innesta quello che sembra un piccolo motore ad elica, silenziosissimo ma altrettanto performante, talmente tanto che il giro dei pedali riprende velocità furiosa che però stavolta controllo con una nuova, sicura e professionale impennata di rotelle sulla modalità 7, la più tosta mai raggiunta nella mia comunque appassionante vita di ciclista dilettante ma romana.

Questa modalità è ora possibile solo grazie a questo miracoloso traguardo della tecnologia applicata alla mobilità che è la fottuta pedalata assistita.

La vostra affezionata plana letteralmente sulle piccole valli verso la montagna come un velociraptor, come avessi una turbina dietro al sellino, per non dire altro, che sospinge la mia entusiasta pedalata alleggerita.

Man mano che si avvicinano i tornanti, lo stupore aumenta: in salite dove con la mia bicicletta manuale di merda sarei già morta per arresto cardiaco, con questo ghepardo a due ruote mi sento invincibile e di fatti prendo velocità, sempre di più e sempre più in salita e voglio vincerla questa gara immaginaria contro il mio passato di ciclista dilettante.

Sono a settanta chilometri orari e se non decelero, il prossimo tornante stretto lo piglierò come fosse un rettilineo distruggendo me e la bici nella foresta.

Prontamente i miei riflessi spengono la modalità elettrica della bicicletta premendo “stop” sul famoso, piccolo schermo.

Anche stavolta i miei riflessi sbagliano.

Da garrula spaccona, con le lacrime che si tuffavano nell’aria dalla punta estrema dei miei occhi feroci di vento, mi ritrovo idiota, in pieno tornante, con una pendenza del 70% e tutte le marce manuali impostate su una severissima modalità 7.

Resto immobile sulla bici, impagliata, congelata, come una scultura di arte contemporanea pericolante, in mezzo all’asfalto.

Solo pochi secondi per rendersene conto ed i miei stronzi riflessi che hanno combinato questo disastro, danno finalmente l’ordine al resto del corpo di catapultarsi fuori dalla bici e così faccio, tenendo ben stretto per i manubri, l’attrezzo divenuto monolite.

Anche stavolta spero non passi qualcuno.

Mi toccherebbe fingere di aver avuto un problema tecnico alla catena e, a quel punto, con la sventura che mi segue, spunterebbe senz’altro dal nulla un ciclista esperto col quale farei la sonora figura di merda che mi merito.

Invece sono sola, con la mia bici portata a mano, paonazza di sudore ed indecisa sul da farsi.

Anche se non si dovrebbe, valuto l’opzione di srotolare nuovamente le marce manuali, ripristinando la volgare modalità 1 e facendolo senza salire sulla bicicletta per pedalare e scalare in modo corretto poiché, in quella circostanza, morirei: è certo.

In questo modo però, srotolando tutto lì, in mezzo alla strada, scioccherei le povere catene, forse in modo irreparabile e al ritorno subirei, non solo l’umiliazione di dover raccontare come ho scassato il cambio ma anche l’angheria suprema di dover ripagare il mezzo.

Mi tocca quindi soccombere e scendere di nuovo a valle, ritentando la partenza, come in un videogame, come a monopoli.

Discendo quindi in picchiata cattiva, pensando che riuscirò a valicare la montagna entro sera, fosse l’ultima impresa della mia povera vita che anche oggi mi insegna il valore della pazienza e della perseveranza.

Arrivando giù in picchiata come un calabrone, intravedo il tipo grintosissimo del noleggio, seduto fuori dal bar, proprio accanto alla chiesa che, insieme agli amici sta bevendosi una cosa durante l’orario di lavoro, proprio come si usa qui, da queste parti.

Appena mi vede, inizia a fischiare da lontano e m’invita a fermarmi.

– Sei già di ritorno – mi dice entusiasta – D’accordo la pedalata assistita ma non ho visto mica tanta gente valicare il passo, visitare le valli di là e rientrare; grande! Dove ti alleni, in genere?! –

– Ma no, pedalo solo ogni tanto – dico io, merda imperiale.

 

 

 

RADICAL SHIT

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dedicato ad E. che combatte la piaga radical chic con eccessiva ferocia non comprendendo che il benessere ostentato è molto più diffuso di quanto si pensi, tanto vale cercare di nasconderlo.

 

Stasera, al tramonto ho conosciuto un ragazzo.

Stava seduto tra i tavolini del delizioso bar a picco su scogli di friabile e nerissima pietra lavica dove ho stazionato tutte le sere di quest’ultima settimana, a partire dalle sette, non proprio sobria.

Il tizio era seduto assieme ad una coppia molto più grande di lui ma non erano i suoi genitori, si capiva: non gli somigliavano e avevano molto più confidenza con lui.

Per l’occasione, il giovane indossava i pantaloni che vanno di moda adesso, tra coloro che la moda la seguono con ostinazione, qualsiasi cosa essa faccia: si tratta di calzoni che lasciano nuda metà porzione del polpaccio e che offrono massima libertà d’espressione alla scarpa che, a questo punto viene scelta proprio per approfittare di quello spazio d’esibizione normalmente non concessole.

La scarpa scelta da questo giovane maschio è un mocassino in velluto marrone, con la punta molto più lunga dei suoi piedi ed i calzini apparentemente invisibili ma non vorrei risultare troppo attenta a questi dettagli perché è giusto rispettare prima di tutto la capacità intellettuale delle persone.

Che poi ci siano dei dettagli nel nostro modo di esprimerci con l’abbigliamento che vogliano dir qualcosa della persona che ne sceglie uno anziché un altro è indubbio ma non tutto, ecco.

Già che ci sono però devo ammettere che giudicare le persone dal loro modo di vestire è, nella maggior parte dei casi, pericoloso ma non per questo fallace.

Il fatto è che il ragazzo in questione pare interessarsi a me da subito ed io a lui ma per fini diametralmente opposti e non sempre riusciamo a percepire perbene le sensazioni di chi ci sta accanto perciò si creano tanti fraintendimenti.

Come quello di stasera in cui, mentre io guardo il suo taglio di capelli alla Pupo, i mocassini e tutto il resto sorridendo, lui vede solo che lo guardo e che sorrido sicché avanza con le sue avances offrendomi un bicchiere di vino toscano ignobile.

Continua a parlare, seduto affianco a me, approfittando del tempo che gli concedo in nome del fatto sacrosanto che non si possano giudicare le persone dal loro abbigliamento perché non sta bene, non si fa.

Specialmente se non si vuol soffrire.

Il ragazzo mi chiede, s’informa su cosa faccia, da dove venga: siamo in vacanza, in un territorio neutro e ciò sembra seccarlo.

Vuole catalogarmi ma ve l’ho detto, non si fa.

Siamo tutti diversi, le tribù sociali ormai son desuete eppure lui sembra cocciuto, ostinato a voler trovare la chiave per aprire il cofanetto che dovrebbe contenere le mie istruzioni per poterlo srotolare tra le sue mani.

E così, testardo e spavaldo, ad un certo punto mi guarda e mi fa: “Ma che sei radical, tu?!”

Improvvisamente fa buio su tutta la terra.

Mi ha preso in contropiede, non so cosa intenda, cosa voglia dire con questa domanda, con questo termine non italiano, parecchio diffuso eppure insignificante.

Sono spaventata e non avrei mai pensato di esserlo per mano di uno vestito da influencer.

Mi sento come se la polizia mi avesse appena fermata per accusarmi del possesso di una droga che io, non solo non possiedo ma neanche conosco.

Ma il ragazzo non capisce, non sembra accorgersi di niente, neanche della coltre scura che sta divorando chilometri di cielo, dopo questa sua domanda.

Non si accorge, il tizio, manco della gente che inizia ad alzarsi dai tavolini e a fuggire spaventata verso il porticciolo, dentro alle case.

Il ragazzo dai piedi di velluto se ne sta lì, ad aspettare la mia risposta mentre lo sperone di terra sul quale siamo rimasti io e lui, trema ed i suoi mocassini ormai penzolano nel vuoto eppure tutte queste circostanze lo interessano meno del responso alla sua domanda.

“Allora?! Sei radical?”, insiste mentre io mi sento come se tutto l’equilibrio del mondo dipendesse dalla mia risposta eppure non so rispondere perché non lo so.

Non so cosa sia un radical e non so se, nel caso io lo sia.

Non ho idea di cosa intenda questo figlio di puttana pettinato e generalizzatore mentre l’isola affonda nel mare, sempre di più, ogni volta che lui dice radical.

Sono smarrita, alzo lo sguardo e vedo un uomo sui cinquanta che mi guarda da un terrazzino che ormai si regge solo su due mozziconi di ferro: piange come un bambino e grida verso di me “Digli di si, brutta stronza! Non lo vedi come sei vestita?!” ed il ragazzo cavalca l’onda disperata del tizio, schernendomi, dicendomi “Ma si che lo sarai, coi libri che mi hai detto di aver letto e la collana che c’hai. Allora?!”

Ma io resto immobile, non voglio cedere.

Ho paura ma non voglio piegarmi sotto la suola Nero Giardini di questo pazzo catalogatore.

Sento freddo, scoppiano i vetri e cadono tetti dappertutto, dietro di noi il vulcano inizia a scaricare lapilli, detriti, fumo, gas e la gente rimasta attorno a noi si accascia, soffoca tra spaventosi rantoli mentre il ragazzo appena conosciuto è ancora lì, perfetto e pettinato a ripetermi “Insomma, sei radical o no?!”

Sto perdendo i sensi ma non cederò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BEVETE TANTA ACQUA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Finalmente c’ho la buona scusa.

C’ho la buona scusa per sfogarmi.

Fuori ci sono quaranta gradi, è mezzogiorno e sono nel traffico.

Il caldo, si sa, da alla testa.

Lo dicono i medici, lo dicono i giornali.

Bisogna bere tanto, non uscire nelle ore più calde della giornata, dicono al tg; ma il clima è cambiato, come abbiamo voluto noi con le nostre porcherie e quindi non ci sono più ore calde nella giornata ma giornate calde con un mucchio di ore.

Così finalmente c’ho la buona scusa.

Perché, si sa, il caldo da alla testa.

Ora scendo dalla macchina e me la prendo con il primo che capita, lo mando affanculo così, con la scusa del caldo.

Me ne andrò famelica di briga nei luoghi dove è più facile sollevar focolai di rissa: in fila al supermercato, al semaforo, alle poste, al giardinetto dei cani.

Me ne andrò con la fronte sudata a guardar male altre persone sudate come me, aspettando che mi guardino per poter dir loro “Ma cos’ha da guardare?!” e da lì sarà un attimo e si passerà alla colluttazione perché, si sa, il caldo da alla testa.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Ho tanto bisogno di sfogarmi, ho un sacco di beghe personali, di paturnie e di psicosi e ho atteso tutto l’inverno paziente ed ora finalmente è arrivato il meteo giusto, quello grazie al quale mi scagioneranno perché col caldo, si sa, la mente si annebbia.

Per questo sono uscita a mezzogiorno e non ho bevuto acqua.

Per questo ho i pantaloni lunghi e ho spento l’aria condizionata.

Per avere più attenuanti.

Per poter picchiare in santa pace le signore, il postino, il vicino di casa, la cassiera.

Mi aggiro felice ed ansimante per la città, alla ricerca degli sventurati concittadini che si muovono lenti, cercando di resistere, di restar pazienti bevendo Polase per sbrigare le proprie pratiche.

Sono i cittadini pazienti che cerco con voglia e che scoverò per estrapolare la loro parte animale, primitiva, cavernicola di cui c’è tanto bisogno.

Strapperò fili di perle e camicie Loro Piana per sfogare la mia tristezza.

Pesterò zatteroni e bambini con le pistolette ad acqua per liberarmi di un po’ di stress.

Lincerò impiegati pigri e condomini scomodi che avrei voluto malmenare da tempo ma era inverno e non ho potuto.

Ora si che c’ho la scusa buona.

Basta uscire nelle ore più calde e ce ne sono tantissime.

Nessuno mi scoprirà.

Nessuno saprà che sono in forma e molto lucida ma solo stanca ed annoiata dalla vita quotidiana e con voglia di dar due schiaffi.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Diranno che il caldo mi ha dato alla testa ma in realtà è la società civile che me l’ha sabotata ed io approfitterò del caldo per punirla.

 

 

foto Claudio Silighini

BIGLIETTO (E) PREGO

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Esiste una parola che viene giornalmente nominata da tutti come se niente fosse ma che ha tutti i sintomi della parolaccia!

Quando la sento nominare e capisco di doverci avere a che fare rimpiango di essere italiana e di aver pensato, anche solo per un attimo che il servizio che questa parolaccia abbraccia e giustifica potesse essere una buona soluzione per me, cittadina onesta col biglietto acquistato.

Vi è una parola che indica l’azienda che da sempre coopera allo sviluppo di tutti i peggiori sentimenti germinali ed insiti nell’animo umano, specialmente in quello del pendolare stressato già per la sua condizione, figuriamoci quando essa viene ulteriormente screditata da una parolaccia.

E’ una parola che ti fa pentire di esserti deciso ad andare a trovare quell’amica al mare o di aver scelto il meno affidabile dei mezzi per presentarti in orario a quel colloquio di lavoro che aspettavi da anni proprio come il mezzo che ti ci dovrebbe portare.

Non esiste sistema pubblico che mortifichi maggiormente il viaggiatore rendendolo vittima di un servizio acquistato con libera scelta e con meno libero mercato poiché non esiste ancora nessuno in grado di fare adeguata concorrenza a questo enorme, umiliante mostro parastatale; un servizio dal quale, subito dopo la vidimazione del biglietto, il viaggiatore resterà sequestrato, senza nessuno che gli venga in aiuto, nessuno che lo difenda, che gli suggerisca quanto non convenga salire a bordo se non si ha la certezza di arrivare, che potrà correre il rischio vicino alla garanzia di accumulare ottanta minuti di ritardo, il pronostico di contrarre malattie della pelle nei bagni non degni di esser chiamati tali, la minaccia di accettare condizioni di trasporto che non prevedano recupero della dignità del consumatore, in caso di disservizio.

Non è ancora nato chi dica al viaggiatore che forse, la soluzione migliore è restarsene in stazione, al bar, a godersi i vantaggi che derivano dall’assenza di un disservizio al quale non ci si può abituare.

Deve ancora arrivare il Salvatore del viaggiatore, è in ritardo.

Deve aver perso la coincidenza.

MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

AUTOCENSURA IGIENICA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

“Arianna, perché non scrivi mai di Salvini?!”

 

La nostra ossessione mediatica per Salvini ci ha puniti tutti.

Questo giornaliero buon proposito di far da cassa di risonanza sui social ai fatti spiacevoli di questo ragazzo ha fatto in modo che il suo volto replicato su milioni di bacheche divenisse un volto di cui, nostro malgrado, ci si affezionasse (un po’ come avvenne con il signor Berlusconi, se non sbaglio), ed ora eccoci qui.

Eppure, se è vero che si possa e si debba sempre apprendere da qualsiasi lezione, a livello sociale questa punizione ci consente una riflessione che potrebbe ancora risultare costruttiva.

Nel mio piccolo, ad esempio ho ricevuto moltissime richieste dal pubblico di questo tipo: “Perché non parli di Salvini? Parla di Salvini!”

Perché chiedere ad un autore comico di parlare di Salvini?

Forse perché si sente con prepotenza, la necessità di sdrammatizzare riguardo un argomento, di per sé drammatico?!

Da quando quel ragazzo è diventato ministro, tutti i comici si son lanciati in siparietti che lo disprezzassero come persona e come istituzione ed è piuttosto facile farlo poiché questo ragazzo è il soggetto perfetto per qualsiasi drammaturgia satirica (nel caso in cui ce ne fosse davvero, in Italia, di drammaturgia satirica).

A livello personale, il soggetto ha sempre mostrato di fare scelte bizzarre e di basso profilo che ben si prestano ad esser sceneggiate;

mi viene in mente, ad esempio, la sua copertina per un rotocalco di gossip, in cui si fece ritrarre a letto, vestito solo di una cravatta verde bosco oppure della sua attitudine a fidanzarsi con gente discutibile od ancora tante delle innumerevoli fregnacce raccontate da pubblicazioni che dovrebbero fallire, se Dio amasse davvero l’Italia.

A livello istituzionale ha incentivato tutte le peggiori pulsioni del cittadino italiano medio, spunto di partenza eccellente per qualsiasi scritto umoristico.

Meno per qualsiasi strategia politica volta a migliorare il paese.

A livello ideologico è riuscito a far leva sul ceto che manca di preparazione storiografica per proporre questa storia indigeribile che il vero problema in Italia sia l’immigrato e non l’italiano corrotto e contestualmente, col suo potere ed il nostro consenso, continua a sovvenzionare le carceri libiche e le torture contro esseri umani considerati di seconda categoria rispetto a noi.

Poi c’è la parte soubrette di Salvini (tipica del politico italiano a partire dagli anni novanta), coi suoi concorsi a premi, le sue brutte figure, sintomo della mancanza di educazione di cui soffre il paese tutto, non soltanto lui ed ecco che il personaggio comico c’è già.

Non v’è alcuna necessità di crearlo da nulla: Matteo Salvini è lì per i comici, pronto da scartare come una caramella e facile da raccontare.

E’ facile fare un siparietto con questo ragazzo.

Meno facile proporre un siparietto che schernisca il tessuto sociale, la tragicomica decadenza di costumi e della morale degli italiani che ha causato l’ascesa di questo ragazzo.

Complicato far ridere dandoci dei coglioni, ignoranti, pigri, razzisti, corrotti e con le felpe con la bandierina dell’Italia sul petto.

Molto difficile per un povero comico italiano di oggi riuscire a far sorridere con un tale reportage di merda sul nostro paese e perciò meglio accanirsi sul politico specifico e non sulla cittadinanza che aderisce ai suoi principi lontani dalle altezze culturali di un paese che si vanta di essere ancora ciò che fu secoli orsono.

Funziona così da sempre: ci piace sorridere delle persone che governano, non delle cazzate che facciamo come elettori.

Così, comici ed elettori continuano a fare cabaret di basso profilo ed il nostro futuro è l’unica tragedia presente in palinsesto.

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AVVENTO ELETTORALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Proprio come durante l’Avvento ci si prepara affinché tutto evochi e celebri il Natale, quindi ci si maschera da Babbi, si nascondono i regali negli armadi, si pensa a come cazzo fare per diventare più buoni di quanto già si sia, si comprano le lucine colorate e le candeline, ecco che anche il tempo precedente alle elezioni amministrative è un tempo ricco di piccoli rituali di preparazione che fanno brillare gli occhi agli addetti ai lavori.

E allora si asfaltano le strade, ci si ricomincia a salutare nel quartiere, si fa amicizia con gente improponibile, che non si sarebbe mai salutata, se non fosse che manca solo un nome per completare la lista elettorale.

Si organizzano un sacco di cose, appuntamenti sociali impensabili, concerti in piazza, sagre, corsi gratuiti ma soprattutto cene.

Poco prima delle elezioni si cena moltissimo e un po’ in tutti i modi possibili: formali e scomodi sopra alle sedie chiavarine in un bel palazzo antico oppure sotto ad un tendone davanti ad un tavolo di pizzette, poco importa perché si cena; si torna a casa e si può dire “io ho già cenato”.

Ci si mette la spilletta e si va alla cena elettorale perché si mangia gratis e tale proposta resta ancora, per l’italiano medio, in prima fila tra le priorità di vita.

Nel centro storico iniziano i rastrellamenti agli stand. IMG_4756

Se devi andare da un punto A ad un punto B e per farlo devi attraversare il centro, nel periodo che precede le elezioni dovrai contare quaranta minuti in più che ti serviranno per schivare la settantina di volontari che cercheranno di prelevarti dalla strada col fine ultimo di trascinare le tue spoglie al gazebo del loro partito e sequestrarti per poterti spiegare perché è ora di finirla.

Ti offriranno un bicchiere di succo ed una pizzetta perché sanno che sei italiano e mentre ti iniettano il nettare di ananas, con l’altra mano ti infileranno i santini del loro candidato nella tasca della giacca in modo che, quando riuscirai a divincolarti e sarà tardi per sbrigare la commissione, te ne tornerai verso casa pensando a che carini che son stati quelli del gazebo X che non ti hanno lasciato cartacce da buttare.

Poi, una volta a casa mentre appenderai la giacca penserai che il Fato ha voluto indicarti il nome di colui che dovrai votare poiché hai trovato il suo volantino elettorale miracolosamente accoccolato nella tua tasca.

Come un messaggio dei biscotti della fortuna cinesi.

Noterai con sollievo che non c’è la foto del candidato nel santino e che preferisci così perché costa caro stampare una foto a colori su carta e che il candidato, a quanto pare, sembra sia sensibile allo spreco del denaro pubblico, avendo rinunciato in maniera eroica a far stampare la sua faccia là sopra.

Non realizzerai che se vi fosse la foto sul bigliettino giammai lo voteresti perché il muso fortunatamente dice ancora molto.

Sti cazzi che mi asfalti la strada.

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.

PETIZIONE PER ABOLIRE LO SHUFFLE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

E’ ormai piuttosto facile comprendere come le tecnologie non ce l’abbiano fatta ad esser sempre nostre amiche.

Ad esempio, fra le peggiori ingiustizie che la società contemporanea si sia inflitta vi è senza dubbio la pratica dello Shuffle.

Questa funzionalità che consente la riproduzione causale di brani musicali contenuti all’interno di una playlist precostituita da noi o da qualcun altro è maledetta in quasi tutte le circostanze, è la principale causa di grandi imbarazzi ed è colpevole del collasso di innumerevoli situazioni potenzialmente positive.

Specialmente se in compagnia, una volta inserito lo shuffle sarà impossibile riuscirsi a rilassare: bisognerà restar vigili, in modo da essere più veloci della riproduzione casuale ed evitare che parta un pezzo che faccia della nostra occasione per essere stimati come dj, una disfatta totale.

Occorre avere un orecchio sopraffino per difendersi dallo shuffle ed una discreta erudizione musicale in modo da esser pronti, nel caso ci venga chiesto chi sia l’artista, a snocciolare una breve biografia e quattro cenni di discografia per ottenere subito gli stessi consensi di Red Ronnie ma soprattutto occorre esser pronti ad accorgersi già dalle primissime note che il pezzo in esecuzione vada immediatamente saltato, abbattutto a qualunque costo.

Evitare un brano che ci fa vergognare di noi stessi, di fronte al piccolo pubblico di amici o familiari è un gesto umano di grande tenerezza.

Infatti, anche quella discreta fascia di amatori che ricercano e sperimentano generi musicali di altissimo livello, se avrà il coraggio della sincerità dovrà ammettere di avere sotto al tappeto o dentro all’armadio un brano di merda che ama, in virtù di passati remoti ai quali quel brano è ancora piacevolmente legato.

Specialmente per le persone nate dagli anni settanta ai giorni nostri, esiste un palinsesto di musica ripugnante che ci ha svezzati e di cui non ci sarebbe modo di doverci vergognare perché resterebbe nelle segrete del nostro dispositivo, se non ci fosse lo Shuffle ad esporci alla pubblica umiliazione.

Certi complessi di finto rock italiano anni settanta che adattano famosi brani americani in un italiano che spaventa persino i fotoromanzi, le cantantesse pop degli anni ottanta che ci hanno fatto abbandonare le barbie, l’hard-core senza possibilità di speranza, certo punk scolastico oppure i più vicini neomelodici che addolorano le viscere profonde di alcuni di noi, sono solo alcuni esempi musicali che, se capitano in mezzo ad un shuffle privato ci fanno emozionare, piangere e sorridere ma se putacaso capitano in un contesto sociale goliardico ci assicurano carrettate di prese per il culo, facce atterrite e silenzi pieni di disagio.

Impossibile non citare anche le circostanze legate al contesto in cui ci troviamo quando sopraggiunge lo shuffle a violentarne ogni dettaglio: mentre siamo in giardino, al tramonto e credevamo di aver messo una playlist di flauti tibetani, senza alcun preavviso si presentano i Rammstein ed i passerotti crepano di infarto.

In procinto di baciare per la prima volta la persona che finalmente vorremmo accanto per sempre, dopo secoli di alienazione ed eremitaggio, ci affidiamo allo shuffle che sembra si stia comportando benino, proponendo i Cold-Play ma mentre le nostre labbra di uniscono arriva un vecchio brano di Patsy Kensit che pensavamo di aver nascosto nella playlist segreta “Liceo”.

La musica ci offre sempre il giusto sprint per fare sport e, mentre corriamo godiamo degli Arctic Monkeys ignari che il prossimo brano sia “Perché porto i capelli lunghi” di Gene Guglielmi, caricato da nostro padre non si sa quando né come.

Lo Shuffle non perdona ma soprattutto noi non lo perdoneremo mai.