LA GENTE DOVREBBE STARSENE ALLA CASA (ode al viaggio)

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Da quando ho memoria il viaggio rappresenta per me un importante motore di benessere.

Purtroppo però quand’ero piccola non avevo lo stesso cinismo di adesso ed oggi non posso esimermi da una riflessione sulle abitudini dei viaggiatori che, ogni volta che ci penso, scaturisce sempre in un’unica, forse riduttiva soluzione: che la gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Che si stia in Costa Rica, di fronte ad un mare che trafigge gli occhi oppure ad Ostia, fra i cumuli di ciabatte abbandonate, si viene comunque assaliti ad intermittenza, ogni quattro minuti, da venditori ambulanti di qualsiasi cosa scema ed inutile possa essere venduta: dalle granite con gli sciroppi che erodono le arterie ai racchettoni che poi vengono dimenticati in macchina ed ogni volta, con la loro scomoda forma rompono i coglioni quando si carica la spesa, fino ad arrivare al reparto abbigliamento, coi parei fatti col petrolio intessuto o dello stesso materiale dei retini da pesca.

A parte la selezione che cambia di luogo in luogo, resta inalterata la ricetta: puttanate inutili vendute con insistenza in un luogo dove si è andati per riposare.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Così si salverebbe.

Che si stia in una baita segreta in cima alle Alpi francesi oppure alla pensione del centro termale per anziani sull’Adriatico, il costo della vita in viaggio è sempre schifosamente più alto di ciò che viene considerato il giusto e così, persino gli acquisti più futili e primari come una confezione di cerotti ti costa, in Costa Smeralda come all’alimentari di Tropea ad Agosto, esattamente quanto un servizio da tè di Limoge.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Così forse neanche si sbuccerebbe il ginocchio.

Ovunque, in ogni luogo considerato visitabile in quanto offra ossigeno a sufficienza per respirare, in nessun modo si potrà fare a meno di incontrare americani.

Gli americani quelli bruttissimi, non di New York che, si sa, non è America; intendo quelli che si sentono ancora geneticamente superiori e tale atteggiamento dei pensieri comporta, tra le altre cose, il fatto che non si vergognino di esibire ai quattro venti, il loro gustaccio di merda nel vestire.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Almeno gli americani li vedrebbe solo alla tivvù potendo pensare che siano fiction.

Per non far fallo agli italiani, sentiamoci tranquillizzati dal fatto che in viaggio, siamo ancora al primo posto nella classifica dei popoli migranti più disadattati.

Se da una parte, infatti, il germe italico si espande e si stanzia dappertutto come un’erbaccia e sarà complicato trovare un posto lontanissimo e remoto dove non si debba incontrare un connazionale che si sia accampato lì, vivendo ovviamente ai limiti della legalità, conosciuto da tutti i locali come l’Italiano, il resto si spiega da sé.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Tanto incontra ugualmente gli italiani ma almeno non spende.

Vi sono poi coloro che sembrano viaggiare con una sola speranza di vita: trovare un ristorante italiano e poi trovare sesso.

Infine, i peggiori, coloro che, viaggiando per il mondo d’un tratto sentano qualcuno parlare italiano e si arroghino il diritto di girarsi ed intervenire nella tua conversazione anticipando il tutto con un “Che sei italiano?!” e gridando, anche a grandissime distanze, frasi sciocche e ritornelli ripugnanti che nessuno per strada, in Italia si sognerebbe di recitare prendendo a braccetto uno sconosciuto.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Ma restando a casa finirebbe per essere punita con la presenza dei propri familiari e conoscenti allora preferisce viaggiare.

Forse per proteggersi, in qualche modo dalla propria casa e per proteggere anche gli affetti dal proprio brutto carattere.

Così la gente viaggia per accanirsi contro gli sconosciuti, sbronzandosi con loro e gridando “Sono un italiano, un italiano vero!” oppure ordinando una pizza salami-and-chips al Ristorante da Mario di Seoul.

34 e 1/2

COSE FASTIDIOSE

Per qualche motivo sconosciuto ho da poco scoperto di esser nata con la temperatura corporea oscillante tra i 34.5 ed i 35.8.

Per me, la febbre è a 36 e a 37 arrivano i deliri e le convulsioni ma capita di rado, purtroppo; non ci si dovrebbe augurare il male ed in effetti non lo sto facendo, visto che, in preda ai deliri influenzali smetto finalmente di pensare a velocità ossessiva a qualsiasi cazzataccia abiti il pianeta. Inoltre non è male potersi toccare, di tanto in tanto, le estremità del proprio corpo senza avere l’impressione di tastare un lastrone di marmo lasciato fuori da un cantiere sui Carpazi oppure di maneggiare un pesce appena pescato in Antartico, al mattino presto.

Ad ogni modo, a parte qualche rara occasione io vivo cagandomi serenamente addosso dal freddo in ogni istante o contesto della vita.

Dico sul serio: convivo bene con questa condizione a livello personale ma purtroppo devo avere a che fare con la gente: quando mi trovo in società, questa faccenda non smette di crearmi disagi.

Affinché tutti sappiano, il mondo è ancora pieno di patentiche blatte pronte ad associare e ridurre il problema della percezione del freddo solo ed esclusivamente all’esser nati femmine: non solo sei nata per partorire con dolore ma ti ritrovi anche mezzo emisfero compromesso a livello genetico che nel periodo in cui arriva l’inverno ti sarà ostile e tu sarai costretta ad emigrare pur di sopravvivere per poter poi partorire con dolore.

Conosco diverse donne abituate a nuotare in mare anche in inverno (me inclusa) ed anche dopo aver partorito (me esclusa) e conosco altrettanti uomini che temono l’arresto cardiaco se dal bidet dovesse uscire acqua tiepida.

Il punto è che io non mi sento gelare quando nuoto o se sono in movimento ma solo se resto ferma a non fare un cazzo in un luogo non adeguatamente riscaldato e questo fa di me una persona sana, almeno sotto questo aspetto.

Sotto quello che invece riguardi l’abbigliamento sono costretta a capitolare e ad ammettere che da Ottobre a Maggio vado in giro come una una mummia disadattata.

Viaggiando spesso per lavoro e ritrovandomi, nel giro di poche ore anche in posti con dieci gradi di differenza ( che, in un paese piccolo come il nostro non è affatto poco), non ho altra possibilità che vestirmi come una senza fissa dimora.

Assumo le sembianze di una matrioska, non solo per le enormi dimensioni che sperimento con le stratificazioni a cipolla di Breme ma anche col colore delle mie guance, gonfie come vene varicose di quel rosa rossetto di signora che viene dipinto sulle gote delle statuine russe che da sempre rompono i coglioni su tutti i mobili di casa mia, per ovvie ragioni familiari.

A dispetto di come molti maligni immagineranno, sotto a quei mille strati non c’è mai alcuna ripugnante canottiera della salute ma solo maglie termiche.

Maglie termiche come fossi alle pendici del Macchu Picchu con la fiamma olimpica da portar su.

Detesto le canottiere da camera coi fiocchetti, le bretelline e quella flanella che potrebbe farmi diventare il primo caso al mondo di decesso per prurito.

La maglia termica è nera, sobria, aderente quanto basta ma soprattutto conserva il calore del corpo, quando uno ce l’ha.

I tessuti tecnici sono chimici ma caldi ed in grado di resistere bene anche all’atomica. Meno bene al fuoco.

Il famoso, leggendario pile che tanto amo è uno dei tessuti che prende fuoco con più facilità.

Nel probabile caso che in inverno io incontri qualcuno che mi odi, seppur dovessi sopravvivere all’assideramento sono convinta che il modo più veloce di ammazzarmi sarebbe raggiungibile con un semplice accendino: vestita di maglie tecniche piglierei fuoco con un’unica, poderosa fiammata, come un capello tinto di signora.

L’assemblaggio di strati dai mille e più improbabili materiali e tessuti dovrebbero farmi sopravvivere durante i giorni di trasferta ed invece mi avvicinano a tutti i sintomi tipici della menopausa.

I problemi di circolazione che gli strati mi causano a lungo andare sono gli stessi che immagino affliggano i soprani e di fatti sono certa che sotto ai costumi in broccato siano  completamente nudi mentre io quando rientro in casa dopo una trasferta devo tagliarmi le vesti con le forbici da sarto per togliermi quel budello di stoffa.

Uno dei momenti in cui maledico la mia temperatura è quando uso la metropolitana.

Lì dentro non ho sempre modo né tempo di liberarmi di sei maglioni: dovrei tenermeli tutti sull’avambraccio perdendo l’equilibrio e poi, nella maggior parte dei casi non c’è mai abbastanza spazio per tenere l’avambraccio sporgente, in metropolitana quindi sopporto dodici fermate di metro vestita come lo Yeti, con la faccia che suda il sudabile e le ascelle ben sigillate per mantenere un po’ di dignità.

Quando trovo un sedile libero mi capita di addormentarmi nel tepore estremo del mio fagotto di lane e qualcosa dentro, nell’anima mi sveglia proprio nel momento in cui si stanno chiudendo le porte sulla fermata giusta; allora mi lancio come un sacco contro il marciapiede e resto lì, sdraiata ad aspettare la morte per asfissia che però non arriva mai.

Poi mi rialzo, esco in strada e batto i denti.

Vivo così da tempo.

La cosa peggiore è più che altro dover tornare a casa con le mie ascelle piombate che si schiaffeggiano dentro a quel brodo gelato che è divenuto il sudore a contatto con la strada fredda.

Se non bastasse, so che nel tragitto verso casa incontrerò senz’altro qualcuno che conosco, al quale magari dovrò dare la mano, togliendomi il guanto imbottito di lana caprina per offrirgli il mio arto mortifero e sentirmi dire che sono ghiacciata perché femmina.

Come se non si vedesse da sotto il cappotto, il piumino, i sei maglioni, la felpa e le due maglie infiammabili.

E se poi è uno di quelli che mi odiano?

IN-FITS

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Tra le mura di casa propria è sempre molto difficile difendersi poiché non sono infiniti gli spazi dove potersi nascondere o scappare quando le persone con cui viviamo escono dalle loro camere ed iniziano a girare per casa vestite di merda, coi loro pigiami di flanella e le tute di alcantara.

Chi sostiene di volerci bene non lo dimostra di certo nei fatti concreti, considerando la pena che può provocare la vista di certi indumenti da casa ma soprattutto degli abbinamenti che ci si augura siano sempre frutto del caso e non di una scelta studiata.

Per qualche misterioso motivo, gli uomini pensano che questa piaga riguardi solo le donne e si sentono immuni alla tragedia casalinga dei calzettoni dentro alle ciabattine o ai pantaloni cosparsi di animaletti, con le ginocchia lacerate di buchi; gli uomini immaginano ciò per via di quella bizzarra diceria secondo cui il maschio trasandato sia affascinante.

Eppure io, che di fascino vado sempre alla ricerca, non riesco proprio ad individuarlo in un pigiama di cotone beige con la patta sbrindellata, in un paio di calzettoni di spugna consunti o in una felpa verde fosforescente da attore orientale cattivo nei film con Bruce Lee.

Il fascino, questi indumenti, lo pigliano a bastonate in faccia anche se sei modello di professione.

Si dovrebbero rispettare i propri familiari evitando certi outfits che dovrebbero fare il verso a Lebowski.

Prima di aprire il cassetto delle tute ci si dovrebbe chiedere se sia bene averne uno, visto che all’interno riposano vestiti in grado di far cascare occhi e genitali di chi guarda, in terra.

Eppure, quando torniamo a casa non vediamo l’ora di trasformarci in qualcosa a metà strada tra un aiutante di Babbo Natale con problemi di droga e la versione di Mazinga all’uncinetto e se questa non è considerabile violenza casalinga, cos’altro potrebbe esserlo?

Forse è davvero arrivato il momento di coinvolgere l’esercito.

 

 

Dedicato a Barbara per avermi ispirato coi suoi outfits.

LA PEDALATA ASSISTITA

COSE FASTIDIOSE

Chi avrebbe mai detto che un giorno mi sarei ritrovata in sella ad una bicicletta elettrica?

Proprio io, così avvinghiata alle cose antiche e faticose, così pronta all’antiquariato.

Se l’avessi conosciuta prima, la bici con la pedalata assistita, oggi sarei senza dubbio un’altra persona.

Lì al noleggio non mi avevano dato molte indicazioni su come usarla ed io mi ero vergognata di ammettere al tipo grintosissimo del negozio, di non esser mai salita in vita mia su un attrezzo simile.

Il tizio mi ha solo detto che sarebbe costata ben trenta euro in più e che con le tre cariche di batteria, già pronte nel computer, avrei potuto visitare tutta la montagna in mezza giornata, arrivando dall’altro lato, a valle e tornando indietro.

Quella proposta mi era sembrata un’impresa da guinness ed avevo accettato lusingata, certa che il tizio mi avesse scambiata per un’atleta di Triatlhon che comunque fa piacere, sotto certi aspetti.

Sono salita in sella solo dopo aver portato la bicicletta a mano fino ad un piano adeguatamente piatto, che più piatto non si può e son partita non prima di aver srotolato tutte le rotelle delle marce manuali fino alla triste modalità 1.

Spero di non essermi sbagliata ma nessuno deve avermi vista mentre i pedali ruotavano a 180 km/h, imbizzarriti dalla morbidezza concessa loro dalle marce molli, sul piano liscio e scivoloso del viale centrale, con la gente perbene, per fortuna, in quel frangente assente.

Non per vantarmi ma me la son sempre cavata bene in bicicletta quindi, anche in questa circostanza dimostro di star sul pezzo e, nel giro di pochi minuti, inizio a capacitarmi che sul manubrio brillano per me un paio di piccoli schermi luminosi che aspettano solo i miei comandi.

Deduco, mentre piazzo le rotelle delle marce manuali su una più dignitosa modalità 4, che il piccolo schermo a sinistra comandi le famose batterie elogiate dal tizio del noleggio; riconosco il disegno di una piccola pila con all’interno tre tacche colorate ed accanto alla pila, il bottone con scritto “start”.

Persino io capisco e premo il bottone.

Immediatamente dopo il click s’innesta quello che sembra un piccolo motore ad elica, silenziosissimo ma altrettanto performante, talmente tanto che il giro dei pedali riprende velocità furiosa che però stavolta controllo con una nuova, sicura e professionale impennata di rotelle sulla modalità 7, la più tosta mai raggiunta nella mia comunque appassionante vita di ciclista dilettante ma romana.

Questa modalità è ora possibile solo grazie a questo miracoloso traguardo della tecnologia applicata alla mobilità che è la fottuta pedalata assistita.

La vostra affezionata plana letteralmente sulle piccole valli verso la montagna come un velociraptor, come avessi una turbina dietro al sellino, per non dire altro, che sospinge la mia entusiasta pedalata alleggerita.

Man mano che si avvicinano i tornanti, lo stupore aumenta: in salite dove con la mia bicicletta manuale di merda sarei già morta per arresto cardiaco, con questo ghepardo a due ruote mi sento invincibile e di fatti prendo velocità, sempre di più e sempre più in salita e voglio vincerla questa gara immaginaria contro il mio passato di ciclista dilettante.

Sono a settanta chilometri orari e se non decelero, il prossimo tornante stretto lo piglierò come fosse un rettilineo distruggendo me e la bici nella foresta.

Prontamente i miei riflessi spengono la modalità elettrica della bicicletta premendo “stop” sul famoso, piccolo schermo.

Anche stavolta i miei riflessi sbagliano.

Da garrula spaccona, con le lacrime che si tuffavano nell’aria dalla punta estrema dei miei occhi feroci di vento, mi ritrovo idiota, in pieno tornante, con una pendenza del 70% e tutte le marce manuali impostate su una severissima modalità 7.

Resto immobile sulla bici, impagliata, congelata, come una scultura di arte contemporanea pericolante, in mezzo all’asfalto.

Solo pochi secondi per rendersene conto ed i miei stronzi riflessi che hanno combinato questo disastro, danno finalmente l’ordine al resto del corpo di catapultarsi fuori dalla bici e così faccio, tenendo ben stretto per i manubri, l’attrezzo divenuto monolite.

Anche stavolta spero non passi qualcuno.

Mi toccherebbe fingere di aver avuto un problema tecnico alla catena e, a quel punto, con la sventura che mi segue, spunterebbe senz’altro dal nulla un ciclista esperto col quale farei la sonora figura di merda che mi merito.

Invece sono sola, con la mia bici portata a mano, paonazza di sudore ed indecisa sul da farsi.

Anche se non si dovrebbe, valuto l’opzione di srotolare nuovamente le marce manuali, ripristinando la volgare modalità 1 e facendolo senza salire sulla bicicletta per pedalare e scalare in modo corretto poiché, in quella circostanza, morirei: è certo.

In questo modo però, srotolando tutto lì, in mezzo alla strada, scioccherei le povere catene, forse in modo irreparabile e al ritorno subirei, non solo l’umiliazione di dover raccontare come ho scassato il cambio ma anche l’angheria suprema di dover ripagare il mezzo.

Mi tocca quindi soccombere e scendere di nuovo a valle, ritentando la partenza, come in un videogame, come a monopoli.

Discendo quindi in picchiata cattiva, pensando che riuscirò a valicare la montagna entro sera, fosse l’ultima impresa della mia povera vita che anche oggi mi insegna il valore della pazienza e della perseveranza.

Arrivando giù in picchiata come un calabrone, intravedo il tipo grintosissimo del noleggio, seduto fuori dal bar, proprio accanto alla chiesa che, insieme agli amici sta bevendosi una cosa durante l’orario di lavoro, proprio come si usa qui, da queste parti.

Appena mi vede, inizia a fischiare da lontano e m’invita a fermarmi.

– Sei già di ritorno – mi dice entusiasta – D’accordo la pedalata assistita ma non ho visto mica tanta gente valicare il passo, visitare le valli di là e rientrare; grande! Dove ti alleni, in genere?! –

– Ma no, pedalo solo ogni tanto – dico io, merda imperiale.

 

 

 

RADICAL SHIT

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dedicato ad E. che combatte la piaga radical chic con eccessiva ferocia non comprendendo che il benessere ostentato è molto più diffuso di quanto si pensi, tanto vale cercare di nasconderlo.

 

Stasera, al tramonto ho conosciuto un ragazzo.

Stava seduto tra i tavolini del delizioso bar a picco su scogli di friabile e nerissima pietra lavica dove ho stazionato tutte le sere di quest’ultima settimana, a partire dalle sette, non proprio sobria.

Il tizio era seduto assieme ad una coppia molto più grande di lui ma non erano i suoi genitori, si capiva: non gli somigliavano e avevano molto più confidenza con lui.

Per l’occasione, il giovane indossava i pantaloni che vanno di moda adesso, tra coloro che la moda la seguono con ostinazione, qualsiasi cosa essa faccia: si tratta di calzoni che lasciano nuda metà porzione del polpaccio e che offrono massima libertà d’espressione alla scarpa che, a questo punto viene scelta proprio per approfittare di quello spazio d’esibizione normalmente non concessole.

La scarpa scelta da questo giovane maschio è un mocassino in velluto marrone, con la punta molto più lunga dei suoi piedi ed i calzini apparentemente invisibili ma non vorrei risultare troppo attenta a questi dettagli perché è giusto rispettare prima di tutto la capacità intellettuale delle persone.

Che poi ci siano dei dettagli nel nostro modo di esprimerci con l’abbigliamento che vogliano dir qualcosa della persona che ne sceglie uno anziché un altro è indubbio ma non tutto, ecco.

Già che ci sono però devo ammettere che giudicare le persone dal loro modo di vestire è, nella maggior parte dei casi, pericoloso ma non per questo fallace.

Il fatto è che il ragazzo in questione pare interessarsi a me da subito ed io a lui ma per fini diametralmente opposti e non sempre riusciamo a percepire perbene le sensazioni di chi ci sta accanto perciò si creano tanti fraintendimenti.

Come quello di stasera in cui, mentre io guardo il suo taglio di capelli alla Pupo, i mocassini e tutto il resto sorridendo, lui vede solo che lo guardo e che sorrido sicché avanza con le sue avances offrendomi un bicchiere di vino toscano ignobile.

Continua a parlare, seduto affianco a me, approfittando del tempo che gli concedo in nome del fatto sacrosanto che non si possano giudicare le persone dal loro abbigliamento perché non sta bene, non si fa.

Specialmente se non si vuol soffrire.

Il ragazzo mi chiede, s’informa su cosa faccia, da dove venga: siamo in vacanza, in un territorio neutro e ciò sembra seccarlo.

Vuole catalogarmi ma ve l’ho detto, non si fa.

Siamo tutti diversi, le tribù sociali ormai son desuete eppure lui sembra cocciuto, ostinato a voler trovare la chiave per aprire il cofanetto che dovrebbe contenere le mie istruzioni per poterlo srotolare tra le sue mani.

E così, testardo e spavaldo, ad un certo punto mi guarda e mi fa: “Ma che sei radical, tu?!”

Improvvisamente fa buio su tutta la terra.

Mi ha preso in contropiede, non so cosa intenda, cosa voglia dire con questa domanda, con questo termine non italiano, parecchio diffuso eppure insignificante.

Sono spaventata e non avrei mai pensato di esserlo per mano di uno vestito da influencer.

Mi sento come se la polizia mi avesse appena fermata per accusarmi del possesso di una droga che io, non solo non possiedo ma neanche conosco.

Ma il ragazzo non capisce, non sembra accorgersi di niente, neanche della coltre scura che sta divorando chilometri di cielo, dopo questa sua domanda.

Non si accorge, il tizio, manco della gente che inizia ad alzarsi dai tavolini e a fuggire spaventata verso il porticciolo, dentro alle case.

Il ragazzo dai piedi di velluto se ne sta lì, ad aspettare la mia risposta mentre lo sperone di terra sul quale siamo rimasti io e lui, trema ed i suoi mocassini ormai penzolano nel vuoto eppure tutte queste circostanze lo interessano meno del responso alla sua domanda.

“Allora?! Sei radical?”, insiste mentre io mi sento come se tutto l’equilibrio del mondo dipendesse dalla mia risposta eppure non so rispondere perché non lo so.

Non so cosa sia un radical e non so se, nel caso io lo sia.

Non ho idea di cosa intenda questo figlio di puttana pettinato e generalizzatore mentre l’isola affonda nel mare, sempre di più, ogni volta che lui dice radical.

Sono smarrita, alzo lo sguardo e vedo un uomo sui cinquanta che mi guarda da un terrazzino che ormai si regge solo su due mozziconi di ferro: piange come un bambino e grida verso di me “Digli di si, brutta stronza! Non lo vedi come sei vestita?!” ed il ragazzo cavalca l’onda disperata del tizio, schernendomi, dicendomi “Ma si che lo sarai, coi libri che mi hai detto di aver letto e la collana che c’hai. Allora?!”

Ma io resto immobile, non voglio cedere.

Ho paura ma non voglio piegarmi sotto la suola Nero Giardini di questo pazzo catalogatore.

Sento freddo, scoppiano i vetri e cadono tetti dappertutto, dietro di noi il vulcano inizia a scaricare lapilli, detriti, fumo, gas e la gente rimasta attorno a noi si accascia, soffoca tra spaventosi rantoli mentre il ragazzo appena conosciuto è ancora lì, perfetto e pettinato a ripetermi “Insomma, sei radical o no?!”

Sto perdendo i sensi ma non cederò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BEVETE TANTA ACQUA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Finalmente c’ho la buona scusa.

C’ho la buona scusa per sfogarmi.

Fuori ci sono quaranta gradi, è mezzogiorno e sono nel traffico.

Il caldo, si sa, da alla testa.

Lo dicono i medici, lo dicono i giornali.

Bisogna bere tanto, non uscire nelle ore più calde della giornata, dicono al tg; ma il clima è cambiato, come abbiamo voluto noi con le nostre porcherie e quindi non ci sono più ore calde nella giornata ma giornate calde con un mucchio di ore.

Così finalmente c’ho la buona scusa.

Perché, si sa, il caldo da alla testa.

Ora scendo dalla macchina e me la prendo con il primo che capita, lo mando affanculo così, con la scusa del caldo.

Me ne andrò famelica di briga nei luoghi dove è più facile sollevar focolai di rissa: in fila al supermercato, al semaforo, alle poste, al giardinetto dei cani.

Me ne andrò con la fronte sudata a guardar male altre persone sudate come me, aspettando che mi guardino per poter dir loro “Ma cos’ha da guardare?!” e da lì sarà un attimo e si passerà alla colluttazione perché, si sa, il caldo da alla testa.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Ho tanto bisogno di sfogarmi, ho un sacco di beghe personali, di paturnie e di psicosi e ho atteso tutto l’inverno paziente ed ora finalmente è arrivato il meteo giusto, quello grazie al quale mi scagioneranno perché col caldo, si sa, la mente si annebbia.

Per questo sono uscita a mezzogiorno e non ho bevuto acqua.

Per questo ho i pantaloni lunghi e ho spento l’aria condizionata.

Per avere più attenuanti.

Per poter picchiare in santa pace le signore, il postino, il vicino di casa, la cassiera.

Mi aggiro felice ed ansimante per la città, alla ricerca degli sventurati concittadini che si muovono lenti, cercando di resistere, di restar pazienti bevendo Polase per sbrigare le proprie pratiche.

Sono i cittadini pazienti che cerco con voglia e che scoverò per estrapolare la loro parte animale, primitiva, cavernicola di cui c’è tanto bisogno.

Strapperò fili di perle e camicie Loro Piana per sfogare la mia tristezza.

Pesterò zatteroni e bambini con le pistolette ad acqua per liberarmi di un po’ di stress.

Lincerò impiegati pigri e condomini scomodi che avrei voluto malmenare da tempo ma era inverno e non ho potuto.

Ora si che c’ho la scusa buona.

Basta uscire nelle ore più calde e ce ne sono tantissime.

Nessuno mi scoprirà.

Nessuno saprà che sono in forma e molto lucida ma solo stanca ed annoiata dalla vita quotidiana e con voglia di dar due schiaffi.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Diranno che il caldo mi ha dato alla testa ma in realtà è la società civile che me l’ha sabotata ed io approfitterò del caldo per punirla.

 

 

foto Claudio Silighini

BIGLIETTO (E) PREGO

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Esiste una parola che viene giornalmente nominata da tutti come se niente fosse ma che ha tutti i sintomi della parolaccia!

Quando la sento nominare e capisco di doverci avere a che fare rimpiango di essere italiana e di aver pensato, anche solo per un attimo che il servizio che questa parolaccia abbraccia e giustifica potesse essere una buona soluzione per me, cittadina onesta col biglietto acquistato.

Vi è una parola che indica l’azienda che da sempre coopera allo sviluppo di tutti i peggiori sentimenti germinali ed insiti nell’animo umano, specialmente in quello del pendolare stressato già per la sua condizione, figuriamoci quando essa viene ulteriormente screditata da una parolaccia.

E’ una parola che ti fa pentire di esserti deciso ad andare a trovare quell’amica al mare o di aver scelto il meno affidabile dei mezzi per presentarti in orario a quel colloquio di lavoro che aspettavi da anni proprio come il mezzo che ti ci dovrebbe portare.

Non esiste sistema pubblico che mortifichi maggiormente il viaggiatore rendendolo vittima di un servizio acquistato con libera scelta e con meno libero mercato poiché non esiste ancora nessuno in grado di fare adeguata concorrenza a questo enorme, umiliante mostro parastatale; un servizio dal quale, subito dopo la vidimazione del biglietto, il viaggiatore resterà sequestrato, senza nessuno che gli venga in aiuto, nessuno che lo difenda, che gli suggerisca quanto non convenga salire a bordo se non si ha la certezza di arrivare, che potrà correre il rischio vicino alla garanzia di accumulare ottanta minuti di ritardo, il pronostico di contrarre malattie della pelle nei bagni non degni di esser chiamati tali, la minaccia di accettare condizioni di trasporto che non prevedano recupero della dignità del consumatore, in caso di disservizio.

Non è ancora nato chi dica al viaggiatore che forse, la soluzione migliore è restarsene in stazione, al bar, a godersi i vantaggi che derivano dall’assenza di un disservizio al quale non ci si può abituare.

Deve ancora arrivare il Salvatore del viaggiatore, è in ritardo.

Deve aver perso la coincidenza.

MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

AUTOCENSURA IGIENICA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

“Arianna, perché non scrivi mai di Salvini?!”

 

La nostra ossessione mediatica per Salvini ci ha puniti tutti.

Questo giornaliero buon proposito di far da cassa di risonanza sui social ai fatti spiacevoli di questo ragazzo ha fatto in modo che il suo volto replicato su milioni di bacheche divenisse un volto di cui, nostro malgrado, ci si affezionasse (un po’ come avvenne con il signor Berlusconi, se non sbaglio), ed ora eccoci qui.

Eppure, se è vero che si possa e si debba sempre apprendere da qualsiasi lezione, a livello sociale questa punizione ci consente una riflessione che potrebbe ancora risultare costruttiva.

Nel mio piccolo, ad esempio ho ricevuto moltissime richieste dal pubblico di questo tipo: “Perché non parli di Salvini? Parla di Salvini!”

Perché chiedere ad un autore comico di parlare di Salvini?

Forse perché si sente con prepotenza, la necessità di sdrammatizzare riguardo un argomento, di per sé drammatico?!

Da quando quel ragazzo è diventato ministro, tutti i comici si son lanciati in siparietti che lo disprezzassero come persona e come istituzione ed è piuttosto facile farlo poiché questo ragazzo è il soggetto perfetto per qualsiasi drammaturgia satirica (nel caso in cui ce ne fosse davvero, in Italia, di drammaturgia satirica).

A livello personale, il soggetto ha sempre mostrato di fare scelte bizzarre e di basso profilo che ben si prestano ad esser sceneggiate;

mi viene in mente, ad esempio, la sua copertina per un rotocalco di gossip, in cui si fece ritrarre a letto, vestito solo di una cravatta verde bosco oppure della sua attitudine a fidanzarsi con gente discutibile od ancora tante delle innumerevoli fregnacce raccontate da pubblicazioni che dovrebbero fallire, se Dio amasse davvero l’Italia.

A livello istituzionale ha incentivato tutte le peggiori pulsioni del cittadino italiano medio, spunto di partenza eccellente per qualsiasi scritto umoristico.

Meno per qualsiasi strategia politica volta a migliorare il paese.

A livello ideologico è riuscito a far leva sul ceto che manca di preparazione storiografica per proporre questa storia indigeribile che il vero problema in Italia sia l’immigrato e non l’italiano corrotto e contestualmente, col suo potere ed il nostro consenso, continua a sovvenzionare le carceri libiche e le torture contro esseri umani considerati di seconda categoria rispetto a noi.

Poi c’è la parte soubrette di Salvini (tipica del politico italiano a partire dagli anni novanta), coi suoi concorsi a premi, le sue brutte figure, sintomo della mancanza di educazione di cui soffre il paese tutto, non soltanto lui ed ecco che il personaggio comico c’è già.

Non v’è alcuna necessità di crearlo da nulla: Matteo Salvini è lì per i comici, pronto da scartare come una caramella e facile da raccontare.

E’ facile fare un siparietto con questo ragazzo.

Meno facile proporre un siparietto che schernisca il tessuto sociale, la tragicomica decadenza di costumi e della morale degli italiani che ha causato l’ascesa di questo ragazzo.

Complicato far ridere dandoci dei coglioni, ignoranti, pigri, razzisti, corrotti e con le felpe con la bandierina dell’Italia sul petto.

Molto difficile per un povero comico italiano di oggi riuscire a far sorridere con un tale reportage di merda sul nostro paese e perciò meglio accanirsi sul politico specifico e non sulla cittadinanza che aderisce ai suoi principi lontani dalle altezze culturali di un paese che si vanta di essere ancora ciò che fu secoli orsono.

Funziona così da sempre: ci piace sorridere delle persone che governano, non delle cazzate che facciamo come elettori.

Così, comici ed elettori continuano a fare cabaret di basso profilo ed il nostro futuro è l’unica tragedia presente in palinsesto.

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AVVENTO ELETTORALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Proprio come durante l’Avvento ci si prepara affinché tutto evochi e celebri il Natale, quindi ci si maschera da Babbi, si nascondono i regali negli armadi, si pensa a come cazzo fare per diventare più buoni di quanto già si sia, si comprano le lucine colorate e le candeline, ecco che anche il tempo precedente alle elezioni amministrative è un tempo ricco di piccoli rituali di preparazione che fanno brillare gli occhi agli addetti ai lavori.

E allora si asfaltano le strade, ci si ricomincia a salutare nel quartiere, si fa amicizia con gente improponibile, che non si sarebbe mai salutata, se non fosse che manca solo un nome per completare la lista elettorale.

Si organizzano un sacco di cose, appuntamenti sociali impensabili, concerti in piazza, sagre, corsi gratuiti ma soprattutto cene.

Poco prima delle elezioni si cena moltissimo e un po’ in tutti i modi possibili: formali e scomodi sopra alle sedie chiavarine in un bel palazzo antico oppure sotto ad un tendone davanti ad un tavolo di pizzette, poco importa perché si cena; si torna a casa e si può dire “io ho già cenato”.

Ci si mette la spilletta e si va alla cena elettorale perché si mangia gratis e tale proposta resta ancora, per l’italiano medio, in prima fila tra le priorità di vita.

Nel centro storico iniziano i rastrellamenti agli stand. IMG_4756

Se devi andare da un punto A ad un punto B e per farlo devi attraversare il centro, nel periodo che precede le elezioni dovrai contare quaranta minuti in più che ti serviranno per schivare la settantina di volontari che cercheranno di prelevarti dalla strada col fine ultimo di trascinare le tue spoglie al gazebo del loro partito e sequestrarti per poterti spiegare perché è ora di finirla.

Ti offriranno un bicchiere di succo ed una pizzetta perché sanno che sei italiano e mentre ti iniettano il nettare di ananas, con l’altra mano ti infileranno i santini del loro candidato nella tasca della giacca in modo che, quando riuscirai a divincolarti e sarà tardi per sbrigare la commissione, te ne tornerai verso casa pensando a che carini che son stati quelli del gazebo X che non ti hanno lasciato cartacce da buttare.

Poi, una volta a casa mentre appenderai la giacca penserai che il Fato ha voluto indicarti il nome di colui che dovrai votare poiché hai trovato il suo volantino elettorale miracolosamente accoccolato nella tua tasca.

Come un messaggio dei biscotti della fortuna cinesi.

Noterai con sollievo che non c’è la foto del candidato nel santino e che preferisci così perché costa caro stampare una foto a colori su carta e che il candidato, a quanto pare, sembra sia sensibile allo spreco del denaro pubblico, avendo rinunciato in maniera eroica a far stampare la sua faccia là sopra.

Non realizzerai che se vi fosse la foto sul bigliettino giammai lo voteresti perché il muso fortunatamente dice ancora molto.

Sti cazzi che mi asfalti la strada.

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.

PETIZIONE PER ABOLIRE LO SHUFFLE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

E’ ormai piuttosto facile comprendere come le tecnologie non ce l’abbiano fatta ad esser sempre nostre amiche.

Ad esempio, fra le peggiori ingiustizie che la società contemporanea si sia inflitta vi è senza dubbio la pratica dello Shuffle.

Questa funzionalità che consente la riproduzione causale di brani musicali contenuti all’interno di una playlist precostituita da noi o da qualcun altro è maledetta in quasi tutte le circostanze, è la principale causa di grandi imbarazzi ed è colpevole del collasso di innumerevoli situazioni potenzialmente positive.

Specialmente se in compagnia, una volta inserito lo shuffle sarà impossibile riuscirsi a rilassare: bisognerà restar vigili, in modo da essere più veloci della riproduzione casuale ed evitare che parta un pezzo che faccia della nostra occasione per essere stimati come dj, una disfatta totale.

Occorre avere un orecchio sopraffino per difendersi dallo shuffle ed una discreta erudizione musicale in modo da esser pronti, nel caso ci venga chiesto chi sia l’artista, a snocciolare una breve biografia e quattro cenni di discografia per ottenere subito gli stessi consensi di Red Ronnie ma soprattutto occorre esser pronti ad accorgersi già dalle primissime note che il pezzo in esecuzione vada immediatamente saltato, abbattutto a qualunque costo.

Evitare un brano che ci fa vergognare di noi stessi, di fronte al piccolo pubblico di amici o familiari è un gesto umano di grande tenerezza.

Infatti, anche quella discreta fascia di amatori che ricercano e sperimentano generi musicali di altissimo livello, se avrà il coraggio della sincerità dovrà ammettere di avere sotto al tappeto o dentro all’armadio un brano di merda che ama, in virtù di passati remoti ai quali quel brano è ancora piacevolmente legato.

Specialmente per le persone nate dagli anni settanta ai giorni nostri, esiste un palinsesto di musica ripugnante che ci ha svezzati e di cui non ci sarebbe modo di doverci vergognare perché resterebbe nelle segrete del nostro dispositivo, se non ci fosse lo Shuffle ad esporci alla pubblica umiliazione.

Certi complessi di finto rock italiano anni settanta che adattano famosi brani americani in un italiano che spaventa persino i fotoromanzi, le cantantesse pop degli anni ottanta che ci hanno fatto abbandonare le barbie, l’hard-core senza possibilità di speranza, certo punk scolastico oppure i più vicini neomelodici che addolorano le viscere profonde di alcuni di noi, sono solo alcuni esempi musicali che, se capitano in mezzo ad un shuffle privato ci fanno emozionare, piangere e sorridere ma se putacaso capitano in un contesto sociale goliardico ci assicurano carrettate di prese per il culo, facce atterrite e silenzi pieni di disagio.

Impossibile non citare anche le circostanze legate al contesto in cui ci troviamo quando sopraggiunge lo shuffle a violentarne ogni dettaglio: mentre siamo in giardino, al tramonto e credevamo di aver messo una playlist di flauti tibetani, senza alcun preavviso si presentano i Rammstein ed i passerotti crepano di infarto.

In procinto di baciare per la prima volta la persona che finalmente vorremmo accanto per sempre, dopo secoli di alienazione ed eremitaggio, ci affidiamo allo shuffle che sembra si stia comportando benino, proponendo i Cold-Play ma mentre le nostre labbra di uniscono arriva un vecchio brano di Patsy Kensit che pensavamo di aver nascosto nella playlist segreta “Liceo”.

La musica ci offre sempre il giusto sprint per fare sport e, mentre corriamo godiamo degli Arctic Monkeys ignari che il prossimo brano sia “Perché porto i capelli lunghi” di Gene Guglielmi, caricato da nostro padre non si sa quando né come.

Lo Shuffle non perdona ma soprattutto noi non lo perdoneremo mai.

ODE ALLA GIUNTA

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

E’ cambiata la Giunta.

Adesso si che si potrà fare quell’operazione finanziaria delicata, quel piano civico, quel festival, quella rivalutazione, quel progetto.

E’ cambiata la giunta.

Adesso si che il tempo migliorerà, mia madre non avrà più la sciatica, mio figlio troverà lavoro, Fiona Apple verrà finalmente a suonare in Italia.

E’ cambiata la Giunta.

Andrà tutto bene.

Adesso cambierà tutto in Rai, in Finmeccanica, in Trenitalia, da Zara, al parco di sgambamento cani.

Ovvio: è cambiata la Giunta.

Debelleranno la mononucleosi, daranno più finanziamenti, non ci sarà più il magna-magna.

Ora che in Giunta ho l’amico mio, quello che hai conosciuto ai campi da tennis, vedrai che l’appalto lo vinciamo.

Ora che è cambiata la Giunta vedrai che glielo facciamo avere il permesso disabili a tua suocera, il contratto in azienda a tuo cognato, la maglietta della Roma autografata a tuo nipote, il buono sconto al supermercato bio, da Decathlon, al museo.

E’ cambiata la Giunta: Santa Rita ci farà la grazia.

Ora che è cambiata la Giunta faranno finalmente questo benedetto decreto per abolire la meritocrazia, che non se ne può più di questo schifo.

Speriamo, guarda.

Speriamo che non si debba aspettare un’altra Giunta.

IL DIO SONNO CONTRO SHIVA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La meditazione è ormai ben radicata, in Occidente ma l’Occidente non è affatto ben radicato alla meditazione.

La maggior parte di noi, infatti, occupa la propria vita urbana con l’insana iscrizione a questa od a quell’altra pratica orientale non ammettendo però di non essere geneticamente portata a sostenere tutto questo fottuto e minaccioso equilibrio.

Yoga, pilates ed altre pratiche ancor meno vicine al caro vecchio sudore da palestra di merda di una volta, si presentano all’occidentale sotto la sgradevole forma di una sfida a non addormentarsi.

Con la bava agli angoli della bocca e gli occhi bianchi.

Una sfida a non terminare la giornata sdraiati sopra ad un tappetino come sul tavolo dell’obitorio, cuciti dentro ad una tutina che può farci morire di trombosi da un momento all’altro.

Siamo stressati fino alle vertebre, coi minuti contati ( se non bastasse già il conto alla rovescia della vita stessa) e la mente sempre in funzione come un’impastatrice di tortellini industriale però tra le mille imprese e peripezie giornaliere, non solo pretendiamo di essere belli, stilosi ed equilibrati ma vogliamo anche arrivare alle diciannove in punto alla classe zen e lasciar fuori da quelle maledette tutine da mimi slabbrati che siamo, tutti i pensieri e lo stress del nostro albero genealogico.

Ma se la tutina forse ne ha (e questo potrebbe salvarci) il relax invece non ce l’ha il bottone quindi noi dell’Occidente si paga e si attende che il maestro ci dica come raggiungerlo e se non ce lo fa raggiungere non siamo noi ma il maestro che è incapace perché noi, nel frattempo, ci siamo addormentati come delle merde quindi non potrebbe esser colpa nostra anche volendo, pensiamo.

Alcuni hanno ammesso la propria incapacità nei confronti del relax ma la maggior parte di noi lotta ogni sera durante “la pratica” per sopravvivere all’occhio pendulo e alla figura di merda coi compagni.

Esisterà senz’altro ed è di urgente esigenza, un’applicazione che registri l’appropinquarsi del dormiveglia e che ci desti attraverso piccole micro-scosse elettriche come si fa coi recinti al bestiame.

Per il momento però, continuiamo a subire, ad indignare milioni di maestri che nel mondo, vedono crollare, ogni sera, nella propria platea di discepoli, migliaia di manager, mamme, cuochi, architetti che confondono la posizione shavasana con l’adorato Dio sonno.

Converrebbe dunque ripristinare la modestia e accettare che il proprio corpo, in tale circostanza, si risvegli due ore dopo la fine della pratica quando discepoli imbarazzati e maestri stizziti saranno andati via e noi, nella semioscurità delle luci al neon di emergenza ci contrarremo dalla vergogna come dei bruchi schiacciati ma avremo la grande occasione di realizzare una delle nostre priorità: non conseguire per forza il nirvana ma il semplice, agognato ed idratante svenimento dell’impiegato contemporaneo.

 

 

Terroirista o Terrorista?

COSE FASTIDIOSE, MADAME GURME'

Ho individuato due modelli di vita perfetti per il vignaiolo.

Robin Hood e un frate.

Il primo, Robin Hood: un figo vestito di verde coi capelli al vento e l’arco sulle spalle ma soprattutto, fuorilegge.

Se si decide di fare vini naturali, la cantina dovrebbe essere a norma ok, ma che palle col pavimento in piastrella lavabile, le vasche disinfettate dalla versione rumena di Mastro Lindo e la sala degustazioni che sembra la boutique di Bulgari.

Perché avere l’azienda a norma se la norma non ci corrisponde?

Se la legge consente lieviti, enzimi, tannini, gomma arabica, Malgioglio e il black friday bisognerebbe star fuori dalla legge.

Anzi, bisognerebbe farsi da soli una legge più onesta e le tavolette di metabisolfito di sodio metterle nella vasca da bagno nelle case dei signori che quelle tavolette le hanno previste per legge.

I signori profumati che non amano il vino che puzza.

“Il vino naturale puzza.

Anche il formaggio puzza eppure davanti al Roquefort c’hai la salivazione a mille”.

I mocassini senza calze, le Nike da corsa, le All Star non fanno puzzare i piedi come fossero in putrefazione?

Eppure sono tra le scarpe più vendute al mondo.

Se la ASL continuerà a dire la sua finirà che per assaggiare davvero un buon vino bisognerà andarselo a cercare come la droga in stazione, nei centri sociali, ai giardinetti.

Bisognerà fare allo stesso modo, mettere i soldi nel pugno di un tizio poco raccomandabile, trasandato, con la barba sfatta, vestito un po’ come voi, insomma però già in tranquillo regime di illegalità.

Meglio spacciatori che grandi distributori!

Allora Robin Hood perché paghi ancora lo sceriffo di Nottingham che venga a darti la ricetta della buona annata e non provi a valutare la teoria che il minor intervento determini la massima qualità?

Lo diceva anche il vecchio Fukuoka: non far niente è il miglior metodo agricolo.

Perché non provare? A me piace non fare un cazzo.

Certo, avrei paura degli invidiosi, di quelli che si spaccano la schiena perché la terra bassa ma l’ha detto Fukuoka, se vuoi farti il culo, pigliatela con lui.

Se invece siete persone poco affini alla microcriminalità ho il modello di vita del vignaiolo perfetto per voi: il frate.

Il vignaiolo ha spesso la barba, anche il frate.

Il vignaiolo, in genere veste coi toni del marrone, anche il frate.

Il vignaiolo tiene il tappeto erboso in vigna bello incolto, anche il frate.

San Francesco fu il prototipo del perfetto vignaiolo: lasciava il confine dell’orto incolto, era un grande raccoglitore, viveva isolato, non amava il jet-set, usava la consociazione e, secondo me, coltivava anche canapa perché parlava con gli animali eppure i caprioli c’erano anche allora ma è impossibile che un vignaiolo parli coi caprioli.

Ho letto che alcuni vignaioli, in Spagna usano la musica in filodiffusione in vigna per tener lontani gli animali.

Anche in Italia abbiamo un sacco di musica di merda: perché non provare?

Ma la faccenda fondamentale è che San Francesco scelse di esser povero.

Se si decide di far vini davvero naturali si fa voto di povertà o, quantomeno si resta poveri a causa di tanti motivi: vuoi perché magari un anno non raccogli un acino, vuoi perché hai un ettaro visto che non puoi fare vini naturali se ne hai duemila ettari perché “il contadino deve poter vedere dalla finestra tutta quanta l’azienda altrimenti è un latifondista” dicono i saggi, vuoi perché un anno devi decidere se trattare o saltare una vendemmia.

Non voglio dire che il vignaiolo debba fare il raccoglitore di acini che cadono in terra solo se asciutti di rugiada ma che, per certi aspetti, il produttore artigianale dovrebbe far voto di purezza intellettuale e quindi di povertà perché in Italia non esiste un intellettuale puro ricco.

E neanche un contadino ricco.

E invece, cos’è che spinge parecchi vignaioli a non sporcarsi più le mani in vigna ma a cercare soldi e fama nei salotti perbene?

Cos’è che incentiva quello che dovrebbe essere un terroirista a diventare un terrorista e a passare tra i filari con gli atomizzatori nucleari?!

Il male, come sempre è nella parola commerciale: un processo che implichi il fatto che non appena si capisce che potrebbe esserci spazio per arricchirsi, in un determinato contesto le cose cambiano.

Ci si veste bene e si fanno le cose male.

La parola naturale richiama concetti troppo complicati per l’uomo contemporaneo dunque mi riesce difficile ammettere che aumentino i vignaioli selvaggi e contemporaneamente diminuiscano le vocazioni perché entrambe si chiamano le professioni: che tu sia vignaiolo o frate.

Chi prende i voti li prende perché vuole fortissimamente aderire ad un progetto, non certo perché gli convenga.

Non è più questa l’epoca.

Se professi non devi tradire.

Quando possiamo dire di aver tradito la persona che amiamo?

Dopo un bacio? Dopo aver risposto ad alcune di queste miserabili avances sui social oppure si tradisce solo nel momento in cui si spoglia il proprio amante?

E quando possiamo dirci naturali?

Quando andiamo a comprare prodotti sistemici di notte, vestiti di nero pur di salvare il raccolto? Quando mettiamo solo ottanta gr di solforosa in un rosso che tanto siam sotto al biologico?

Se fai vino naturale devi avere un debole per i perdenti.

Ma è bello.

Che poi, a differenza dei frati, i vignaioli possono non fare voto di castità e piacere al senso opposto anche quando sembrano dei frati o Robin Hood.

Certo, la calzamaglia verde magari no.

 

Questo è un pezzo scritto per i vignaioli del Festival NOT di Palermo che ha causato bagarra ma che conferma potentemente il mio amore per chi produce prodotti davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali.

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PURTROPPO IL COACH

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La dimostrazione di quanto l’istruzione al giorno d’oggi sia superflua è confermata dall’esistenza del coach.

Non c’è piccolo comune virtuoso che possa salvarsi e vantare, come fanno i comuni denuclearizzati, di non avere un coach all’interno del perimetro comunale.

Si tratta di un pericolo reale che ci riguarda tutti: a meno di cinque chilometri dal luogo in cui ci troviamo in questo momento, c’è un coach di sicuro.

Da qualche parte, là fuori c’è un trainer, un tutor, un esperto professionista nell’arte del vivere con successo che, anziché godere dei privilegi conseguenti al suo stato prestigioso, come, ad esempio del tempo libero che avrebbe per filosofare o semplicemente per godersi la propria superiorità, decide di mettersi al servizio degli altri, a pagamento.

Come fu bello il tempo in cui ci si poteva ancora arrangiare una vita fai-da-te, il tempo in cui si facevano cazzate che, tuttavia oggi si continuano a fare ma almeno un tempo le si poteva fare senza la consulenza del coach, senza un tutorial con un tizio somigliante ad un attore ma intelligente che ci dice cosa fare e come crederci mentre lo si fa.

Oggi sembra impossibile riuscire a sopravvivere senza le cinque pillole di verità del Guru, senza le tre C dell’amore, i quattro cardini dello stare in forma, i dieci comandamenti del bricolage, le sette bottiglie da stappare, le nove ricette da provare, le dodici bastonate da darsi per tonificare quel muscolo lì di cui non sapevamo l’esistenza ma si stava benone comunque.

Non bastasse già la sua versione base, il coach è diffuso nella più svariate versioni: c’è il coach sportivo, il tutor aziendale, quello universitario, c’è la fashion guru, il make-up master, l’archistar, c’è l’esperto di coppia, il tuo consulente d’impresa, l’amica dello shopping.

A malincuore, potremmo dire che c’è un coach che ci aspetta ad ogni angolo della vita.

Allora, organizziamoci per tempo, per quando arriveremo a quell’angolo della vita.

Organizziamoci ed aspettiamolo noi, il coach.

Anticipiamolo sul tempo e diciamogli che non c’è bisogno che inizi a parlare perché sappiamo già tutto.

Sappiamo già tutto di lui, di cosa abbia capito della vita sulle proprie spalle, sulla felicità, sul peso forma, sul trucco da star ed il rapporto perfetto, su come si faccia a raggiungere il Nirvana, sula giusta muscolatura addominale, l’aumento in busta paga, le magliette più trendy di questa stagione e, soprattutto, la stima in sé stessi.

Si, perché sappiamo bene che è proprio grazie alla stima in sé stesso che il coach ha raggiunto tutto, credendoci davvero, facendo squadra, team, clan ma anche pensando positivo, senza rimpianti, facendo i cinque esercizi tibetani ogni mattina, con coerenza, con soli dieci minuti al giorno, seguendo una dieta ricca di polifenoli, senza alcool e con uno yogurt a pranzo.

Diciamogli questo al coach in quell’angolo lì dove lo incontreremo: inondiamolo di massime, di aforismi e diciamogli che siamo venuti a saperlo senza il bisogno di vedere i suoi tutorial di merda o di partecipare ai suoi training perché sono almeno cinquant’anni che i suoi colleghi ci devastano i coglioni e ci fregano montagne di soldi con queste stesse stronzate.

Diciamogli quindi che, se davvero desidera farlo anche lui, i nostri soldi ed i nostri coglioni devastati se li dovrà davvero guadagnare ed anziché venderci i suoi miserabili dvd e le sue dispense sgrammaticate dovrà venire a vivere al nostro posto.

Diciamogli al coach che si trasferisca immediatamente a casa nostra e, se lo farà, manterremo le promesse e pagheremo perché ci sarà davvero stato utile: litigherà per noi con nostra madre, con l’amministratore di condominio, pagherà per noi le bollette insomma ci sostituirà in tutte le piccole, grandi beghe quotidiane.

Ma è altamente improbabile che il coach voglia farsi carico delle nostre problematiche e questo discorso dovrebbe bastare a farlo allontanare in pochi secondi dall’angolo in cui lo incontreremo.

Se però non fosse sufficiente avremo il permesso per dirgli di trovarsi un lavoro, che non si può mica fare un cazzo così, in maniera spregiudicata, che non c’ha mica più vent’anni e, a maggior ragione, se ha vent’anni, che cazzo di coaching vorrebbe fare?!

 

PICCOLO SEGRETO INDUSTRIALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho trovato, in fondo all’armadio, un cioccolatino industriale.

Appartiene alla mia vecchia vita, ora mangio solo cioccolato prodotto da piante italiane registrate all’anagrafe e stagionato per anni nelle culle delle cliniche pediatriche, in Svizzera.

Cosa devo farne?

Quale potrebbe essere la cosa migliore da fare?

Divorarlo e annegare nei sensi di colpa oppure raccoglierlo e riporlo tra i rifiuti non riciclabili, chiamare quelli che ritirano i rifiuti pericolosi, in modo che la sua materia organica temibile non contamini l’humus del mio orto?

Un’altra possibilità è quella che poi è la nostra missione, quella che spetta a noi, guerrieri della luce, nati in questa epoca post-industriale: buttare il cioccolatino chimico nella pattumiera lanciandogli contro mille maledizioni.

Mi avvicino quindi allo scaffale dell’armadio e allungo la mano verso il disgraziato fagottino avvolto nel malefico cellophane colorato.

Più mi avvicino e più salivo come un mastino napoletano di undici anni.

Cerco di darmi un tono.

Cerco di nascondere al mio ideale, la bocca piena di bava e lo stomaco che urla desideri immondi.

Piglio il cioccolatino, spingo col piede sul pedale del secchione e mi scaravento nella trachea il demoniaco, squisitissimo snack.

Non respiro per qualche minuto, ho un Nirvana.

Poi torno in me, mi sistemo, mi lavo i denti, esco di casa guardinga, controllo che nessuno mi abbia vista e scivolo fuori dal pianerottolo verso il mercato contadino.

LA PROFESSIONE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Analogie messianiche fra sacerdote ed agente immobiliare

E’ tempo che si scriva qualcosa di definitivo, non offensivo ma definitivo, sugli agenti immobiliari.

Nessuna professione è riuscita, negli anni, a causare una vera e propria metamorfosi seriale in chi, appunto, la professa.

Esistono lavori anonimi e persone che trattano il proprio lavoro come un metodo sterile per accumulare denaro da spendere nel tempo libero e poi esistono le professioni che inglobano la vita degli individui che riescono ad appassionarsi alle proprie mansioni retribuite.

Nessuna professione si professa, a parte il prete e l’agente immobiliare.

E, in effetti, questi due mestieri bizzarri e divertenti contengono svariate analogie: sacerdote ed agente immobiliare hanno un’uniforme, una divisa che consente l’immediata identificazione del loro ruolo, in società.

Il sacerdote cambia divisa in base ai paramenti previsti dalla liturgia, l’agente immobiliare modifica semplicemente i tessuti, in base alla stagione, mantenendo però invariata la propria, inconfondibile livrea: mocassino con la punta a bara o con nappine in cuoio, pantalone pinocchietto di Oviesse o gessato elegante (evidente ossimoro), camicia o polo dai colori improbabili ove il termine improbabile serve a sostituire terminologie meno eleganti.

La camicia ha il bottom-down o lo stemma di evidente contraffazione ma non riesce a nascondere sotto i propri polsini, duri e friabili come il cartongesso, il gigantesco, monumentale orologio Fossil in acciaio cromato, in grado di aggiungere otto chili in più al peso dell agente immobiliare che lo indossa.

Il total- look implode con l’immancabile catenina bagnata d’oro al collo, un abbronzatura posticcia acquistata in uno dei tanti negozi che offrono il servizio “Julio Iglesias in sole quattro sedute” e gelatina a dozzine, a cementificare la capigliatura.

Come vedete, siamo partiti dal sacerdote e velocemente arrivati ad una creatura che ha bisogno della benedizione del sacerdote.

L’agente immobiliare si sforza di utilizzare tutti i poteri esoterici in suo possesso, contratti durante il periodo di formazione in agenzia, per vendervi una casa e, in un certo senso, anche il sacerdote ha questa aspirazione volendovi vendere la casa del proprio Padre attraverso una specie di contratto, a metà strada tra la nuda proprietà e la multiproprietà.

Durante il loro orario di lavoro, sia sacerdote che agente immobiliare non parlano italiano corrente: il primo esibisce latinismi difficili da comprendere oppure tematiche evanescenti che possono esser facilmente confuse con le saghe di Tolkien; il secondo si lancia in una vertiginosa selezione di termini desueti che giammai vengono utilizzati nei colloqui contemporanei come locazione, terra-cielo (usato anche dal sacerdote), disimpegno e, persino proprietà, parola pericolosa, sacrilega, ai limiti della scomunica, se pronunciata in Italia, di questi tempi.

Agente immobiliare e prete raccontano la loro verità condendola con frizzanti elucubrazioni personali volte a vendere il proprio prodotto a qualunque costo, non perché siano degli impostori ma perché il loro mestiere rappresenta anche la loro missione, la loro unica fede, l’uno alla Parrocchia di San Giovanni, l’altro davanti all’immobile da ristrutturare del geometra Scappelli, con la spilletta di Progetto Casa, al petto.

Mi domando, con non poco timore, cosa potrebbe succedere nel caso in cui il parroco di San Giovanni si trovasse a dover contattare l’agente di Progetto Casa per vendere uno dei numerosi immobili a sua disposizione: ne nascerebbe una nuova religione? Nascerebbe l’ennesima agenzia immobiliare dedicata ai beni vaticani oppure un centro di accoglienza e sostegno a persone con pesanti problematiche nell’uso dei congiuntivi come gli agenti immobiliari, a volte sono.

L’unica speranza, nel caso, è che il parroco sia ben fornito di acqua santa, per far fronte all’immensa camicia di merda che si troverà davanti.

 

 

CIBO IMMAGINARIO

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Sempre più persone scelgono di rinunciare a comprare cibi che, fino a poco tempo fa, erano commestibili ed ora non lo sono più.

Così ho deciso: registrerò una nuova start-up: sono pronta a brevettare il cibo immaginario.

Dopo il grande successo dell’amico, anche il cibo immaginario consentirà di costruirci desideri su misura e permetterà a tutti quei fortunati consumatori che potranno permetterselo, di nutrire il proprio organismo semplicemente pensando di farlo, senza correre i rischi del povero popolo ignorante, costretto al consumo industriale.

Il nostro target potrà inoltre godere dell’invidiabile plus di servirsi di un prodotto davvero d’elité, innovativo ed effettivamente dimagrante, non come le polveri che vendono in quei negozi gestiti dai palestrati con gli occhi piccoli.

E neanche come certe diete contrarie al buonumore.

Il cibo immaginario potrà essere assimilato attraverso una semplice app che fornirà all’utente idee, suggestioni, still-life e videomapping e miraggi di piatti macrobiotici, frutta esotica introvabile, germogli di ogni genere, vini naturali o presunti tali, latte d’asina e junk-food libidinoso, per i palati che vorranno regalarsi tutto ciò che desiderano senza le incombenze intestinali e nutrizionali.

Tuttavia le porzioni immaginarie proposte saranno indiscutibilmente più abbondanti dei piatti proposti nei ristoranti stellati.

Tutto il cibo immaginario verrà proposto in un catalogo patinato ma sul web e i piatti scelti verranno confezionati in linee di packaging disegnate dai giovani designer, appena diplomati nelle migliori accademie di moda, per non farci scappare il loro fresco entusiasmo prima che si accorgano di che grande inculata è il mondo del lavoro creativo se non sei gay e viceversa.

Il cibo immaginario potrà essere scelto ed ingerito attraverso connessione wify o fibra, unica componente realmente assimilata dall’utente assieme alle radiazioni.

Nessun grasso saturo, nessun carboidrato, assenti proteine, conservanti di ogni genere, aspartame, antibiotici, solforosa, glutine, antiossidanti e vitamine per il solo, puro piacere di distaccarsi, una volta per tutte, dal fastidioso vincolo della fame e della digestione; per non parlare poi della masticazione e della evacuazione che, da sempre, impediscono al cittadino urban-chic contemporaneo di allontanarsi dalla spregevole massa per accostarsi alla nuova, potente generazione che non vuole avere più volgari necessità fisiologiche, se non quella di farsi il selfie.

Se, da un lato, la mia start-up di cibo immaginario consentirà di sfamarci in modo più sano e di evitare il cibo industriale, dall’altro dovrà perfezionarsi in quell’ambito, ancora, purtroppo inarrivabile, che riguarda la capacità di ridimensionare il proprio ego a prescindere dal proprio status sociale.

Infatti, il target di riferimento del mio cibo immaginario (marchio registrato, voglio subito un codice a barre!) è senza dubbio un target alto, colto e consapevole della necessità di scegliere il meglio per non avvelenarsi ma purtroppo affetto dalla patologia del secolo: il morbo del radical chic.

Una malattia che, per certi aspetti, ha svariate caratteristiche associabili al cibo immaginario: di fatto, l’individuo malato di radical chic, proprio come il mio cibo virtuale, immagina proiezioni di sé stesso inesistenti ed estremamente accattivanti pur rimanendo, nella maggior parte dei casi, un soggetto reale privo di concreta sostanza.

Un coglione, insomma, che si sazia di tendenze immaginarie.

 

GREEN VIRUS

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Occorre essere più green nella vita, non credete?

Personalmente sento la pressione della società.

Sento la società che mi spinge la schiena.

Sento le voci e mi dicono che devo essere più green.

Sento di non esserlo ancora abbastanza.

Sono verde d’invidia, di rabbia ed in banca ma non sono adeguatamente green di status.

Più uno pensa di essere arrivato a sfiorare le altezze della biodinamica, più ti rimettono subito al tuo posto, ti fanno restar umile perché non fai il risveglio muscolare, i sette tibetani, perché non essicchi le verdure, non cuoci al vapore, non bevi vino macerato, non fai il corso di permacultura, i bagni di Gong, la meditazione anfrant.

Essere green, oggi, è un’esigenza che non si può disattendere perché ci sono troppe cose in ballo: il pianeta, il nostro futuro, il nostro respiro, i nostri figli, la comunicazione, la moda ed i soldi.

Anche i soldi son verdi, infatti.

Ecco perché se sei green, vendi.

Lo stile green è uno stile che puoi ancora costruirti perbene e, se vuoi far business, ti conviene buttartici subito con dedizione, nella costruzione del tuo status green, perché è un’operazione delicata quanto fruttuosa, sotto tanti aspetti.

Io, nel green cerco di starci dentro fino alle orecchie, mi devi credere.

Mangio solo biologico certificato, compro solo detersivo sfuso, ricarico le pile della mia torcia con un micro-pannello solare, faccio tessere le mie mutande in cotone idrofilo dalle signore del paese, bevo estratto di germogli e leggo saggi di maestri orientali perché tutto di me, dalla testa ai piedi, sia fottutamente green.

Ho comprato un’azienda agricola perché mi danno il premio di insediamento e allora io, m’insedio volentieri, a quel punto.

Non ho mai fatto agricoltura ma qualcuno da piazzare in azienda, in stalla, in caseificio mentre io sono all’aperitivo o su twitter lo troverò, figurati: adesso che poi va di moda il uufing.

Mi sono iscritta a settecento associazioni: uniti per il verde, campagna vicina, pastori riuniti, viticultori divergenti, apicultori esauriti, trattoristi italiani, trattoristi italiani senza patente, unione erba medica, vivi il biologico, muori tassato.

Ho messo a mio marito la giacca di flanella con le toppe sui gomiti che fa tanto intellettuale green.

Ho comprato il vestito a fiori, l’auto elettrica, i bidoni personalizzati per la raccolta differenziata, il disco folk, le certificazioni, l’attrezzatura a norma, i locali con altezze da chiesa gotica, le forchette biodegradabili; ho comprato amici, fornitori ed i servizi sanitari nazionali, ho neutralizzato i parassiti ed i vicini di casa quando erano entità diverse e quando univano le due mansioni.

Sono andata a tutte le degustazioni mandate dal Signore in terra: sono andata ai dibattiti su come uscire dalla crisi e ai corsi su come fare rete con le altre aziende, su come incentivare i raccolti, su dove comprare i pesticidi di notte e a quelli su come ottimizzare l’aspetto green di ogni fottuta cosa che mi circonda grazie al packaging, alla comunicazione, alla rete, al partito.

Sono andata alle fiere di tutto il mondo, le fiere sul green, le fiere allestite in quei giganti di cemento fuori città, riscaldati da centrali atomiche, piene di parcheggi non sorvegliati ma tutto il resto si che è sorvegliato.

Ho fatto tutto questo e molto altro ancora, per meritarmi i fondi europei.

Ho preso i fondi europei.

Ho comprato una mietitrebbiatrice.

Mi fa paura solo accenderla ma ora posso dire di essere green.

Forse sono un’invasata del green ma sono invasata a norma.

Posso fare qualsiasi cosa.

Sono il Dio Green: sono meglio del re Lucertola, sono appena meno di Gesù ma ancora molto sotto alla Bayer-Monsanto.

Migliorerò.