GREEN VIRUS

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Occorre essere più green nella vita, non credete?

Personalmente sento la pressione della società.

Sento la società che mi spinge la schiena.

Sento le voci e mi dicono che devo essere più green.

Sento di non esserlo ancora abbastanza.

Sono verde d’invidia, di rabbia ed in banca ma non sono adeguatamente green di status.

Più uno pensa di essere arrivato a sfiorare le altezze della biodinamica, più ti rimettono subito al tuo posto, ti fanno restar umile perché non fai il risveglio muscolare, i sette tibetani, perché non essicchi le verdure, non cuoci al vapore, non bevi vino macerato, non fai il corso di permacultura, i bagni di Gong, la meditazione anfrant.

Essere green, oggi, è un’esigenza che non si può disattendere perché ci sono troppe cose in ballo: il pianeta, il nostro futuro, il nostro respiro, i nostri figli, la comunicazione, la moda ed i soldi.

Anche i soldi son verdi, infatti.

Ecco perché se sei green, vendi.

Lo stile green è uno stile che puoi ancora costruirti perbene e, se vuoi far business, ti conviene buttartici subito con dedizione, nella costruzione del tuo status green, perché è un’operazione delicata quanto fruttuosa, sotto tanti aspetti.

Io, nel green cerco di starci dentro fino alle orecchie, mi devi credere.

Mangio solo biologico certificato, compro solo detersivo sfuso, ricarico le pile della mia torcia con un micro-pannello solare, faccio tessere le mie mutande in cotone idrofilo dalle signore del paese, bevo estratto di germogli e leggo saggi di maestri orientali perché tutto di me, dalla testa ai piedi, sia fottutamente green.

Ho comprato un’azienda agricola perché mi danno il premio di insediamento e allora io, m’insedio volentieri, a quel punto.

Non ho mai fatto agricoltura ma qualcuno da piazzare in azienda, in stalla, in caseificio mentre io sono all’aperitivo o su twitter lo troverò, figurati: adesso che poi va di moda il uufing.

Mi sono iscritta a settecento associazioni: uniti per il verde, campagna vicina, pastori riuniti, viticultori divergenti, apicultori esauriti, trattoristi italiani, trattoristi italiani senza patente, unione erba medica, vivi il biologico, muori tassato.

Ho messo a mio marito la giacca di flanella con le toppe sui gomiti che fa tanto intellettuale green.

Ho comprato il vestito a fiori, l’auto elettrica, i bidoni personalizzati per la raccolta differenziata, il disco folk, le certificazioni, l’attrezzatura a norma, i locali con altezze da chiesa gotica, le forchette biodegradabili; ho comprato amici, fornitori ed i servizi sanitari nazionali, ho neutralizzato i parassiti ed i vicini di casa quando erano entità diverse e quando univano le due mansioni.

Sono andata a tutte le degustazioni mandate dal Signore in terra: sono andata ai dibattiti su come uscire dalla crisi e ai corsi su come fare rete con le altre aziende, su come incentivare i raccolti, su dove comprare i pesticidi di notte e a quelli su come ottimizzare l’aspetto green di ogni fottuta cosa che mi circonda grazie al packaging, alla comunicazione, alla rete, al partito.

Sono andata alle fiere di tutto il mondo, le fiere sul green, le fiere allestite in quei giganti di cemento fuori città, riscaldati da centrali atomiche, piene di parcheggi non sorvegliati ma tutto il resto si che è sorvegliato.

Ho fatto tutto questo e molto altro ancora, per meritarmi i fondi europei.

Ho preso i fondi europei.

Ho comprato una mietitrebbiatrice.

Mi fa paura solo accenderla ma ora posso dire di essere green.

Forse sono un’invasata del green ma sono invasata a norma.

Posso fare qualsiasi cosa.

Sono il Dio Green: sono meglio del re Lucertola, sono appena meno di Gesù ma ancora molto sotto alla Bayer-Monsanto.

Migliorerò.

 

 

 

 

 

 

AI CADUTI SULLE STRISCE PEDONALI

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Il pedone è, nella catena alimentare della mia città, l’ultimo, disprezzabile anello.

Se sei in motorino puoi schivarlo prendendo la mira, come fosse un bersaglio mobile che, per una volta, decidi di graziare.

Se sei in auto è il fastidioso fuori-programma che ti fa consumare i dischi dei freni ed i pneumatici.

Perché i pedoni non fanno il salto di qualità di usare la macchina o non se ne restano a casa, anziché intralciare il traffico?

Perché a Roma esistono ancora, in certe zone, strisce pedonali visibili sull’asfalto?

Facciamogli paura a questi maledetti fannulloni che hanno il tempo di passeggiare, facciamo finta di non vederli.

Facciamoli sentire soli.

Sfioriamo le loro membra molli coi nostri specchietti lucenti.

Fissiamo i loro occhi di cerbiatti impauriti, da dietro i nostri parabrezza infuocati.

Schiacciamo i di loro cani profumati di toletta, facciamo cadere a terra le loro buste della spesa con la potenza del vento provocato dalla nostra velocità.

Che si vergognino e se ne restino alla fermata dell’autobus ad attenderlo sino alla morte naturale oppure al bar o dove vogliano ma non in mezzo alla strada, disorientati come ciechi in un labirinto, incapaci di avanzare o retrocedere oppure spavaldi nel loro inadeguato, anacronistico senso civico del cazzo, consapevoli di un ipotetico diritto di precedenza che è, con evidenza, morto e sepolto da secoli.

E’ la strada che comanda e la strada, a Roma, è dura, come la vita a cui ti costringe questa città: c’è il traffico che ti divora, la ricerca del parcheggio che ti strema più di una spedizione sul K2, le file negli uffici pubblici senza la macchinetta del numeretto, c’è il lavoro che passa per amicizie, l’immondizia che si mangia sempre più terra ed i gabbiani sempre più grossi.

La vita a Roma è già tanto dura ed arrabbiata per poter aver pietà dei pedoni: abbattiamoli.

E’ la selezione naturale.

Ci hanno tolto il diritto di essere sovrappensiero.

Ci hanno derubati della concentrazione da Gran Turismo che si accende insieme ai nostri motori.

Ci hanno spaventati, sgridati, hanno inveito contro le nostre famiglie e, in certi casi, si sono persino accaniti contro i cofani delle nostre auto per far valere i loro diritti: cosa aspettiamo a neutralizzarli?

Cancelliamo le ultime strisce pedonali ancora visibili sul manto stradale e riprendiamoci la città.

Non lasciamola in mano a questi depravati perdigiorno, ripetiamo insieme e diciamo “levate dar cazzo, ‘mbecille”.

Sprofondiamo nella più depravata inciviltà ma sprofondiamoci con lo scooterone, che se fa prima.

 

UN MONDO SENZA CARTA, GIAMMAI.

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Breve trattato sull’importanza della carta e sulle analogie tra libro e carta igienica scritto ed interpretato al Salone del libro di Torino 2018, in occasione del talk “Come sarebbe il mondo senza la carta?”

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E’ così da sempre e in tutte le circostanze: ci accorgiamo di quanto ci serviva una cosa o una persona, nel preciso momento in cui non l’abbiamo più lì, a disposizione, sul comodino, nella dispensa o nel letto.

A proposito di mancanze, non posso immaginare il giorno in cui ci sveglieremo e, in casa, avremo solo tablet per scriverci e scrivere.

Spero che un foglietto di carta da pasticciare, resti sempre a disposizione, in tutti i luoghi, anche i più infami della terra.

Spero che non arrivi mai il giorno in cui smetteremo di comprare taccuini con disegni scemi in copertina oppure neri, in pelle, uguali, identici a quelli di altri sei milioni di persone che, ogni tanto, desiderano sentirsi Hemingway o Picasso.

Sono certa che prenderemmo provvedimenti se dovesse capitarci un giorno, l’improbabile sciagura di non poter avere più, tra le mani, l’oggetto Libro, col suo profumo inconfondibile di cosa antica appena sfornata, ma mi domando: cosa faremo il giorno in cui non ci troveremo più tra le mani, la carta igienica?

Perché un mondo senza carta vuol dire un mondo senza tutti i tipi di carta

Non ci sono mezze misure perché, quando si parla di carta, si parla di una storia d’amore tra l’uomo e questo materiale miracoloso; una storia d’amore che dura da millenni e l’amore, così come la sua mancanza, non ha mezze misure.

Si vince facile decretando che la carta da gabinetto è la tipologia di carta di cui si sentirebbe maggiormente la nostalgia ma non è proprio così.

Vengo in aiuto dei più tignosi che non vorranno ammettere che il risultato più umile dei trattamenti sul legno sia più usato e amato della Moleskine, pronunciando la parola magica: libro.

Il libro ha delle peculiarità sociali, a volte, più forti e affascinanti del suo stesso contenuto.

A differenza della carta igienica, quando hai in mano un libro sei fico.

La libreria e la biblioteca sono, da sempre, contesti incredibilmente sexy: non si sa per quale motivo, tra i libri ed i corridoi che li contengono, tutti sembriamo più interessanti (forse perché siamo, finalmente, obbligati al silenzio); sta di fatto che, anche solo per questo misterioso appeal di librerie e biblioteche, tantissimi italiani frequentano tali luoghi solo per rimorchiare o, quantomeno, per sembrare più cool.

Anche molti di noi, stamattina, sono qui al Salone per gli stessi motivi.

Al contrario, nel reparto carte igieniche, pochissimi di noi stazionano per più di trenta secondi perché non è certo una corsia dove si ha speranza di apparire affascinanti.

La nostra società non è sincera e al prossimo è sempre meglio far sapere che leggi moltissimo e che non hai un sedere.

Visto che, a quanto pare, questo pezzo sta diventando un trattato sulle differenze tra carta igienica e libro, sarà bene ricordare anche le moltissime analogie che questi due prodotti trasformati della carta, conservano intrinsecamente e non parlo solo di certe pubblicazioni, basti citare Fabio Volo, del quale qualcuna più grande di me, disse che gli alberi si vendicheranno. Ancora, basti pensare a Bruno Vespa, l’editoria politicamente faziosa, i libri di cucina delle reginette televisive, le biografie dei calciatori e dei cantanti o presunti tali, le pagine dei cabarettisti coi loro tormentoni e, infine, la povera carta costretta a contenere i pensieri di Barbara D’Urso, di Emilio Fede e di tutti quegli individui dei quali ci ha stupiti la scoperta che sapessero scrivere!

Le analogie con la Foxy non son solo queste banalità appena dette, che tuttavia, va notato, vendono ancora troppo per poter considerare il nostro, un paese sviluppato.

Vi sono anche punti in comune più alti, emozionali e correlati coi nostri costumi sociali più diffusi, a rendere libro e carta igienica due invenzioni straordinariamente complementari: vengono utilizzati insieme, come strumenti a supporto di piccole, grandi imprese quotidiane.

Nel rifugio del tuo bagno (se avrai il coraggio di abbandonare il tuo amico cellulare ad aspettarti fuori), vivrai l’esperienza in compagnia dell’uno per rilassarti e raggiungere lo scopo e dell’altra per alleviare le fatiche.

In compagnia di tanti libri hai pianto commosso ed emozionato, trovando ristoro in un rotolo di carta igienica che c’era anche in quei momenti di beata solitudine.

E che dire di quando, durante i compiti in classe, chiedevi alla professoressa di andare in bagno e, una volta chiuso nel tuo piccolo fortino, trovavi il libro di testo ad attenderti, posizionato accanto alla carta, come una mappa militare (la carta igienica però, la trovavi solo se la tua scuola era privata).

Se finissi in prigione (e ci sono ottime possibilità!) sarei disposta a scrivere i miei libri anche sulla carta igienica, tanta è la mia voglia di usufruire della libertà di espressione; come abbiamo visto, sarebbe meglio pulirsi il sedere con certi libri piuttosto che leggerli ma è inaccettabile l’idea che il materiale carta scompaia, in ogni sua forma, anche quando viene evidentemente umiliato da un editore, da un sedere o da una faccia di sedere.

Perché eliminare la carta, col pretesto di ridurre i rifiuti, con la presunzione che s’inquini meno pur avendo ancora, tra i coglioni e perfettamente legali, le bottiglie di plastica, sarebbe come toglierci l’utilizzo di un pezzo di cervello, di cuore e di sedere.

Ecco: se penso ad un mondo senza carta, penso alla stitichezza: fisica, mentale ed emotiva perché, come abbiamo appreso da questa piccola, forse mediocre riflessione, la carta ci consente di evacuare sotto tanti aspetti.

Ed evacuare ha il suo etimo in vacuus che in latino vuole dire libero.

Lasciamo gli alberi liberi di morire per noi, se sentiamo di essere buoni amministratori o di poterlo diventare.

Sentiamoci liberi di tornare a scrivere ancora su carta.

Sentiamoci liberi di far popò tra gli alberi, nei boschi che fanno respirare il pianeta e che, un giorno, diventeranno carta.

Così, perlomeno, ci sarà chiaro il motivo per cui talvolta siamo costretti a leggere certi libri o giornali di merda.

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IL CHIOSCO CI VUOLE MORTI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho paura che arrivi l’estate.

Ci fu un tempo in cui non vedevo l’ora di percepire, prima di tutti, le prime particelle di quell’inconfondibile, leggerissimo aroma che si diffonde nell’aria, a preludio della primavera e che ci droga un po’ tutti.

Adesso, tremo all’idea di dover sostenere un’altra bella stagione, proprio come Bruno Martino.

Perché, a partire dai primi di Maggio, so che dovrò trovar la forza di affrontare, ancora una volta, i posti all’aperto e le relative persone che li frequentano.

Non c’è pace concessa a nessuna fascia d’età: quando inizia il bel tempo, tutti vogliono bere all’aperto.

I più giovani arrivano al chiosco in massa, con la moto cinquanta di cilindrata, un attrezzo, il cui motore è evidentemente stato progettato da un sordo o da un criminale o da un criminale sordo che cospira a favore dell’inquinamento acustico come arma di distruzione di massa.

Perché la moto cinquanta uccide.

Ma mai quanto la selezione musicale scelta dal sedicenne abbiente, chiuso nella sua macchinina cinquanta di cilindrata anch’essa, che arriva al chiosco e dimostra la sua potenza attraverso la mitragliata di decibel con la quale si stordisce di Rihanna, coi finestrini abbassati e sfrontatissimi.

Da giovani, come avrete intuito da questa brevissima indagine sociale, è la cilindrata cinquanta che allena a diventare coglioni.

Ma il chiosco con le prime birrette estive è democraticamente assaltato anche da coglioni già maturi e ben formati.

Dai trenta ai quarant’anni arrivano al chiosco anche in bici, con più umiltà, almeno apparente: se sono riusciti a passare da casa per cambiarsi, uomini e donne adottano all’aperitivo primaverile, una divisa convenzionale che sembra negoziata in seduta urbi et orbi e invece no perché, pur essendo vestiti tutti uguali, essi stronzi non si sono mai incontrati per mettersi d’accordo.

La divisa è costituita da maglietta polo e jeans per i giovani maschi e da vestitino a fiori per le giovani donne, indossato anche se la temperatura mette a rischio polmonite ed emorroidi, in un’unica soluzione.

Non importa, è primavera.

Non c’è contesto dove la società riesca a mettersi tanto magistralmente d’accordo come quello dell’abito in tale fottuto, inutile ritrovo di tramonto.

Infatti, se i giovani professionisti non sono riusciti a fare un pit-stop a casa e arrivano direttamente dalla sede del lavoro che li sequestra fino a tardi, il povero chiosco e gli astanti saranno circondati da un esercito di portatori di bare, rigorosamente in total-black perché l’accordo universale regge nonostante tutto, nonostante il lavoro e la tavolozza di colori tutta.

Se fai un lavoro considerato serio, tu e il nero siete una cosa sola: una cosa nera.

Come il lavoro.

Arrivano al chiosco anche i cinquantenni che, ormai quasi tutti separati oppure, a maggior ragione, con famiglia, farebbero qualsiasi cosa pur di non rientrare a casa.

Si farebbero pestare ai semafori piuttosto che tornare a casa ad un orario decente.

Se sono single, il rumore della chiave nella toppa di casa loro rappresenta la prima nota di un vecchio pezzo musicale chiamato “La mia depressione ed io facciamo finta di non conoscerci”, perciò tergiversano e sono gli ultimi ad abbandonare il chiosco, ubriachi lerci e con la cabriolet che, purtroppo non è cinquanta di cilindrata.

Persino gli anziani si regalano l’esperienza alienante del chiosco all’aperto, nonostante l’evidente sofferenza che il contesto provoca loro: perché le persone sopra i settant’anni non ce la fanno più a mentire e glielo leggi in faccia che il limone nella bottiglia di birretta è una cazzata perché rovina il gusto, che il reggaeton o la bossa nova diffusi nell’aria, già satura di traffico e sigarette è la colonna sonora ideale per desiderare di compiere un reato.

Glielo leggi in faccia, agli anziani, che un fisico normale non può tollerare quotidianamente pizzette, triangolini di panini farciti, avanzati dalla mattina, salatini, olive e patatine perché si muore per molto meno.

Eppure gli anziani che dovrebbero temere più di tutti la morte, escono e vanno al chiosco come tutti.

Perché l’aperitivo fuori ti fa sentire vivo, guardato e sociale.

Qualora non bastassero gli altri, innumerevoli difetti, l’aperitivo fuori ha anche questo.

Rinunciamo oggi stesso all’aperitivo al chiosco, quest’anno.

Non facciamoci chiudere le arterie da quelle birre prodotte in odore di mafia.

Non compriamo un cazzo di nulla a nostro figlio, che abbia due o quattro ruote, almeno fino a quando non abbia l’età per permettersi una cilindrata dignitosa.

EVOLUZIONE STILISTICA DEL GRAFICO

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Breve trattato pseudosociologico sull’evoluzione stilistica del Graphic-designer, proposto al GRAnde Festival 2018, a Castelfranco Veneto.

Non volendomi accanire sulle mansioni tecniche di un grafico e su quanto esse siano spesso discutibili, ho scelto di accanirmi sulla sua evoluzione stilistica; non quella riguardante i suoi lavori, bensì quella del suo proprio stile personale, del suo abbigliamento e del simpatico processo che accompagna la sua persona, sin dai tempi dello studio, non lasciandolo in pace, neanche quando e semmai, il suddetto grafico diventi una superstar.

Anzi.

Quando un ragazzo si iscrive ad un corso di grafica, inizia la propria metamorfosi: il giovane assume, non troppo lentamente, i connotati e le linee di un perfetto babbeo.

Del prototipo della sfiga.

Non sarà difficile riconoscere un giovane grafico ad una fermata della metro: basterà individuare il soggetto con più brufoli, nonostante abbia ampiamente superato i vent’anni e con maggior malinconia in volto.

Quel soggetto che, ostinato ed imperterrito, continui ad indossare abbigliamento simile a certo punk dismesso persino dai tossici o dalle vecchie groupies dei Ramones: quello, non potrete sbagliare, è il giovane studente di grafica.

Per fortuna o purtroppo, man mano che la carriera del giovane grafico prende piede, si avvierà un curioso processo di pulizia di tale disagio stilistico, attraverso il quale, il designer in questione entrerà, esattamente come certi pittori d’avanguardia, nel suo periodo nero.

E tutto in lui sarà nero.

Possiamo identificare il periodo nero di un grafico con il periodo della sua prima assunzione in un’agenzia e forse, la scelta di questo pantone, ha in sé qualcosa di profetico che sembra presagire la maledizione della carriera futura che lo attende.

Se tornaste alla fermata della metropolitana, non vi sarebbe più così facile, identificare il grafico, in mezzo alla gente, soprattutto se la fermata fosse a Milano durante la settimana del Salone o a Roma, fuori da uno dei tanti noviziati vaticani.

Infatti, tra un prete, un architetto ed un grafico in quella fase lì, la differenza è impercettibile, se non rivelata dai rispettivi conti in banca.

Il periodo nero è comunque uno dei momenti stilistici considerati, dai giovani grafici, più interessanti.

Man mano che il grafico acquisisce consapevolezza, capacità e autorevolezza nel proprio mestiere, il nero del suo abbigliamento si definisce meglio, assumendo toni, se possibile, ancor più scuri ma soprattutto si perfeziona la scelta dei capi e, budget permettendo, il total black inizia la sua implacabile marcia verso la griffe costosa nord-europea.

Dio solo sa perché il grafico scelga di acquistare una t-shirt nera firmata da un designer omosessuale a tremila euro anziché optare per una cazzo di maglietta nera dell’ Oviesse visto che, la differenza tra l’una e l’altra si trova solo tra le pieghe dei tormenti dell’anima di colui che la indosserà.

Una volta che il grafico riceve il miracolo di diventare un’eminenza, esso, proprio come un Dio, egli può tutto.

Si tratta di un vero e proprio miracolo inspiegabile poiché non si capisce in che modo, uno studio grafico riesca a meritare tale, assurdo successo, rispetto ad un altro studio analogo che lavori altrettanto bene ma consideriamo l’annosa motivazione del contatto giusto, come influente.

Nel momento in cui il grafico assume le sembianze di Dio, automaticamente perde la denominazione umiliante di grafico e acquisisce quella più congeniale di Art Director.

A quel punto gli viene conferito il leggendario paio di occhiali da vista, con la montatura strana e colorata.

Anche se ci vede benissimo, l’occhiale colorato segna il battesimo, l’iniziazione al gotha della grafica.

Dal momento in cui l’Art Director assume tutti i poteri e gli onori, qualsiasi fregnaccia esca dal suo studio verrà valutata alta gioielleria, arte pura.

Panchetti sorretti da gnomi, sedie in cristallo che causano ragadi dopo pochi secondi di seduta, tavoli con una sola gamba che bisogna usare, restando immobili per otto ore, in modo da mantenere gli oggetti in perfetto equilibrio.

Ma anche la progettazione premeditata di marchi osceni come quello di H&M o di Kraft insomma, qualsiasi porcheria grafica esca anche dalle fogne dell’agenzia del Guru Art sarà considerata compendio alla Bibbia e alla Costituzione (di un paese nord-europeo, però).

Inoltre, da quel momento inizierà il processo stilistico a ritroso e l’Art Director Guru potrà finalmente iniziarsi a vestirsi come più cazzo gli piaccia.

Da quel momento potranno riemergere in superficie, reminiscenze dal passato e il total-black potrà subire discutibili contaminazioni con gli antichi dettagli adoperati nel look di gioventù.

Lo vedrete quindi arrivare in agenzia vestito da rocker di seconda categoria o da lettore di fumetti manga; lo vedrete, per la prima volta, sicuro del suo stile invidiabile, anche mentre tutti scappano gridando.

Concludendo questo nostro accurato studio potremmo dire che, più aumenta il fatturato e la credibilità dell’Art guru, più quest’ultimo può permettersi di tornare ad essere ciò che è sempre stato: un pezzo disadattato, come tutti noi, d’altronde, nonostante il design.

 

 

 

 

IL MANTENUTO E’ UN CRIMINALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra i tanti crimini efferati, compiuti, ogni giorno, contro l’umanità intera, ve n’è uno, forse di minor gravità, ma comunque sottovalutato e fastidioso come l’incauta scelta di sedersi sopra ad un cactus.

E’ il crimine che compie, tutti i giorni, il mantenuto.

Il mantenuto causa rancore alla popolazione dei lavoratori, nuoce ai genitori che ne sostengono le mille, stronze, velleità ed è certo che, una volta genitore, a sua volta, crescerà figli marci e perdigiorno.

Il mantenuto puzza di bene lusso non sudato, di fatica altrui non onorata, di abitudine a soggiornare sul pianeta senza apporre il minimo sforzo per la propria sussistenza anzi, consumando Co2 come una pianta grassa, senza però restituire ossigeno.

Dal punto di vista etimologico, non v’è scampo: mantenere vuol dire tenere la mano: ma la mano si tiene ai bambini o agli anziani, non alle mogli bionde o ai figli venticinquenni!

Il mantenuto cresce col concetto di open-bar perpetuo e dovuto, con la filosofia all you can eat nello stomaco e con la frase del “poi passa papà/mio marito/mia moglie/la mamma”, sempre pronta, in quella gola che andrebbe sigillata a suon di mazzate, non credete?

Il mantenuto, che Dio lo punisca, non conosce l’arte della negoziazione con un capo che ti sfascia i coglioni, avanza pretese impossibili o, semplicemente, richiede servizi entro tempi limitati, altrimenti non paga perché, il mantenuto non ha mai avuto necessità di lavorare e questa sua mancanza, non è un lusso ma un approccio alla vita che lo rende flaccido e maleodorante come la popò di un bulldog francese.

La pena da prevedere per il mantenuto:

Il sacro esercizio del bucio di culo per terzi, dietro retribuzione.

Il mantenuto non conosce il gusto amaro del mancato pagamento ma attende il pagamento che gli appare come un diritto, comodamente a casa o peggio, dal parrucchiere, alla spa, all’università, in giro per il mondo, al parco pubblico o al centro commerciale.

Perché non decidere di punire, una volta per tutte, il mantenuto, secondo legge?!

Perché non punire questi succiacapre, lasciandoli un mese senza sovvenzione esterna?

Un mese sotto osservazione, chiedendo loro, semplicemente di mantenersi da sé.

Da quel mese di osservazione potrebbero scaturire miracoli!

Alcuni si convertirebbero alla più sana creazione di un’autonomia, rivelando talenti eccellenti, allargando il proprio campo di visuale su cose e persone, attraverso il sacro esercizio del bucio di culo per terzi, dietro retribuzione.

Da quel mese di osservazione si potrebbero trarre utili conclusioni in campo d’indagine sociale, sulla bellezza della selezione naturale che non perdona i pigri e coloro che si approfittano del lavoro altrui.

Dopo quel mese di osservazione si potrebbe punire senza possibilità di rinvio, questa abitudine che stupra il pil di un paese, l’assetto sociale ed economico del pianeta, il concetto di utilità di un individuo per la creazione, messo pesantemente in dubbio dalla personaccia di merda che è, il mantenuto.

Il mantenuto va punito e le sue mani vanno messe subito al lavoro, prima che il virus si diffonda senza limiti e il nostro salvadanaio venga preso d’assalto.

Perché, prima o poi, capiterà.

Se avete un mantenuto in casa, in famiglia, se il germe si è insinuato nella testa di vostro figlio o di vostro marito, sentitevi liberi di perseguire con ogni metodo, questo oltraggio nei confronti della natura umana, tutta.

E che vi piglino i cinque minuti perché saranno minuti santi e benedetti, quelli in cui, tutto ciò che avete comperato, negli anni, al mantenuto, venga sparato fuori dal terrazzino o dal garage di casa vostra, sotto gli occhi della personaccia che vi ha chiesto di pensare a lei, senza che le fossero mai mancati gli arti per poter cooperare alla propria, ignobile, sussistenza.

 

 

 

 

IL BIDET COME GESTO DI EMANCIPAZIONE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Questo pezzo (un pò bacchettone, populista e ciellino) sarebbe dovuto andare in onda su Raidue, nella puntata di Nemo – Nessuno Escluso, del 9 Marzo 2018 ma è stato giudicato troppo duro dalla redazione.
Il tema, per il quale ero stata invitata a dire la mia in studio, era:
“il turismo sessuale femminile, la donna non più come oggetto sessuale ma come individuo in grado di amplificare il proprio piacere, la vendita porta-a-porta di sex-toys”.

Per onorare la libertà di espressione e il lavoro di scrittura svolto, mi piace proporvelo comunque, all’interno del mio repertorio, sperando che l’Ariannina vostra riesca, un giorno, a dire la propria dura opinione anche in tv. 

***

Ci sono due argomenti che un autore comico dovrebbe smettere di trattare, una volta per tutte: la politica e il sesso.

E i motivi sono mille: prima di tutto, sono tematiche più che inflazionate e il rischio più ovvio è quello di cadere nella banalità più completa: vuoi far ridere? Parla di sesso o di politica.

Basta così, no?

Poi c’è il rischio di far brutte figure perché, se non conosci un argomento e ne parli, il pericolo della figura di merda è alle porte e conoscete la legge del “più ne parli e meno te ne intendi” ?!

Si può essere incompetenti tanto nel sesso quanto in politica: di fatti ,sia i comici che i politici mettono tristezza quando parlano di sesso, perché si tratta di due categorie indiscutibilmente poco avvenenti, e mettono ancora più tristezza quando parlano di ideologie, visto che i loro libri di storia marciscono in cantina.

Ma c’è un rischio ancora più pericoloso che può correre l’autore comico e riguarda la sua igiene personale.

Parlare di sesso e di politica è comodo, facile, può farci diventare ricchi e divertenti ma anche sporchi e cattivi.

Ed è per questo che, nel mio piccolo, ho sempre cercato di non non occuparmi né di sesso, né politica: per questioni igieniche.

Allora stasera vi parlerò di igiene personale.

Seguitemi.

L’igiene personale è un sostantivo femminile, singolare.

Anche per questo non possiamo pretendere che gli uomini si lavino più delle donne.

L’igiene personale è al primo posto, nella scala delle nostre priorità contemporanee.

Ma non possiamo sottrarci dall’ammettere un concetto fondamentale, spesso dimenticato: l’igiene personale non riguarda solo il corpo.

L’igiene personale riguarda anche il nostro povero intelletto.

Lo dicevano anche i latini no?! Mens sana in corpore sana.

I latini non è che si lavassero così, alla professionale, però il concetto di salute credo sia  associabile all’igiene.

Quindi sarebbe splendido se riuscissimo a mantenerci persone davvero utili al pianeta e non credo che l’utilità sia mandare l’assegno a casa di un ventenne gambiano.

Siamo persone utili se facciamo il bidet al nostro cervello, ogni tanto.

Manteniamoci persone degne di vivere, considerando tutte le problematiche che affliggono il genere maschile e femminile come fossero problematiche che affliggono l’umanità tutta, non le donne o gli uomini.

Se le donne investono soldi nel business della prostituzione in Africa, il problema non è l’emancipazione della sessualità femminile ma l’involuzione della sessualità femminile.

Se le donne investono soldi nel business della prostituzione contro le popolazioni africane, perché di questo si parla, il problema è la cattiva igiene personale della scatola cranica di tutta la società ricca.

Perché tra una signora che compra un volo per il Gambia e si fidanza a suo modo, con un ragazzo di 25 anni e un uomo che si ferma sulla via Tiberina, appena fuori Roma, per caricare in auto una ragazza eritrea, non vedo differenza se non quella in cui, come al solito, la donna spende più dell’uomo, per il proprio benessere. 

Procacciarsi prostituzione causa cattiva igiene intellettuale, non emancipazione, a meno che, chi si prostituisce, non lo faccia per vero gusto e per passione nei confronti del proprio lavoro.

Ma nella maggior parte dei casi, i ventenni africani, non credo siano felici di scartare una caramellona olandese di settanta anni e il gusto per la prostituzione oggi occupa ambienti ben più rinomati delle spiagge dove, fino a pochi anni fa, c’era solo miseria.

Diamo quindi una sciacquettata al nostro intelletto per capire che le conquiste di genere non si fanno coi soldi e non si fanno incentivando lo sfruttamento della prostituzione.

Meglio usare i sex-toys, piuttosto.

Questi prodotti però, nella maggior parte dei casi, vengono disgraziatamente prodotti in plastica, foraggiando la famosa isola di merda artificiale che fluttua nel Pacifico ma soprattutto, vengono prodotti in Cina.

Se andiamo avanti a dare tutti i nostri soldi ai cinesi, lo sapete che prima o poi ci mangeranno, vero?!

E poi, forse vi sembrerò bigotta, una di CL, un mormone, un yiddish però, nei confronti dei sex-toys venduti su appuntamento, io ho delle riserve.

Ma non sono riserve dovute al prodotto imbarazzante o al fatto che sia prodotto dai cinesi.

Le mie riserve sono nei confronti dei venditori porta-a-porta.

Ho lo stesso atteggiamento democratico, verso tutti i venditori porta-a-porta: quando suonano, fingo che la casa sia disabitata oppure, se beccano la giornata NO, mi affaccio dalla finestra e tiro contro di loro tutte le piante grasse, a disposizione.

A prescindere da cosa vendano.

Folletti, creme di bellezza o prodotti cinesi che dovrebbero sedare l’animale ho dentro.

L’animale che ho dentro lo sedo tirandoti i miei cactus, se mi citofoni alle due del pomeriggio, maledetto.

Non ho pietà coi venditori porta-a-porta.

Con tutti i porta-a-porta, tranne con quelli che davvero servono.

Tranne con quelli che davvero contribuiscono all’igiene personale del pianeta: i rappresentanti di enciclopedie.

Mi mancate, venditori di enciclopedie, dove siete?

Sarete sempre i benvenuti, a casa mia.

Vi indico anche da chi andare, dopo di me, eventualmente.

Tornate presto, non lasciateci soli con questa miseria umana che sembra aver raggiunto persino le donne.

Tornate a salvarci coi vostri fascicoli, miglioreremo il mondo, tornando a godere con le voci della Treccani.

Più enciclopedie e bidet per tutti !

 

IL PIANO BAR NELLE CARCERI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non conosco nessuno così odievole da meritare una serata in compagnia del piano bar.

Che sia in albergo, in crociera o al villaggio turistico, il piano bar corrisponde al peggiore dei luoghi in terra dove trovarsi senza averne colpa.

Bisognerebbe quindi subire il piano bar, avendone colpa.

Il piano bar dovrebbe essere una specie di punizione simile ai lavori forzati o alternativa al carcere.

Se solo si potesse prevedere il piano bar contro i condannati ai domiciliari, mi sentirei meglio e sarei ancor più incentivata a non commettere crimini: perché farei qualsiasi cosa pur di non essere costretta dallo stato a starmene davanti ad un tizio con la pianola.

Le basi musicali anni settanta e il karaoke con Acqua e Sale mi fai bere, io vorrei che fossero castighi imposti a quelli che hanno fatto bancarotta fraudolenta o che ne so.

E invece siamo stati governati da uno, che il karaoke lo imponeva ai poveracci in viaggio su una nave.

Il piano bar deve essere inflitto ai criminali, non ai poveracci che lavorano tutto l’anno, che pagano le tasse e che cercano di essere bravi genitori perché non è giusto che uno rientri tardi in albergo, dopo una lunga giornata di trasferta professionale e trovi, al bar della hall, un tizio col pizzetto che fa ballare le tedesche sbronze con I will survive.

Non è dignitoso che una brava ragazza venga umiliata, durante le sue uniche ferie, da un signore abbronzato, vestito di lino bianco che la costringe a leggere le parole di Bionde trecce, occhi azzurri e poi, mentre si colorano velocissime o, almeno, più veloci della sua povera gola di impiegata a progetto.

Il piano bar conferisce un improvviso, perfetto alone di tristezza a chi lo provoca e a chi lo subisce e tutto il luogo circostante si contamina, tanfando subito di moquette blue, di vodka del discount e di promiscuità sudata, di dopolavoro, di festa aziendale e di premiazione per il miglior fatturato.

Fatemi morire con l’orgoglio di non aver mai preso parte ad una serata nella morsa del sax o della pianola inflitta da un resident, in un residence.

Mi spiace per i bravi musicisti, costretti dalla vita a suonare le basi di Antonacci ma più rispettoso, nei confronti del loro amore per la musica, sarebbe il gesto di cercarsi un altro mestiere, alla svelta.

Anche umiliante e pesante.

Perché c’è molto poco di più pesante ed umiliante che ascoltare la propria, virtuosa voce, gridare Tutti insieme, Anima mia!

Proteggetevi dal piano bar.

Non permettete a nessuno di darvi un microfono in mano quando siete in costume da bagno o davanti ai vostri colleghi e ad un ragazzo con la camicia hawaiana e la collanina dorata che vi guarda eccitato, pronto a sostenere con voi un ritornello che non doveva neanche essere creato.

Si al piano bar nelle carceri.

No, alla violenza sulle pianole.

Si, alla violenza sugli eventuali eredi di Umberto Smaila.

 

 

CONCERTO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non andrò più ai concerti.

Che ci vado a fare?! A perder tempo e soldi.

Non comprerò più il biglietto di un concerto, risparmio e mi sento meglio.

Il concerto poi, me lo vedo in dvd, in rete, me lo immagino nella mia triste cameretta ma almeno, non me lo vedrò mai più dagli schermi degli stronzi che passano l’ora del concerto a fare video, con le loro braccettine anchilosate, a formicolare nell’aria sorreggendo lo smartphone.

Poi ai concerti mi devasto i timpani e l’umore.

I timpani, perché il volume proposto dagli impianti audio dei concerti, dovrebbe essere illegale ma non si può dire, perché ai concerti, se ti allontani dalle casse urlando, sei uno sfigato.

Ai concerti, quando capiti sotto le casse, devi fare si con la testa e socchiudere gli occhi.

Ai concerti comprometto anche il mio buonumore perché passo il tempo a guardarmi intorno, nel buio, cercando di individuare i potenziali responsabili di un attentato.

Che c’è di male?! Me l’ha insegnato il tg.

Se sono troppo vicina al il furgoncino dei panini, avrò l’ansia per tutto il concerto perché in quei furgoncini lì, spesso, ci lavorano gli arabi e allora, tu capisci, chi me lo fa fare?! Me ne sto a casa.

Non ci vado ai concerti; tanto, sempre più gente si vergogna di ballare.

La gente figa non balla ma agita il suo drink tra le mani e saltella sul posto, fingendosi annoiata e con la reattività di un dispenser di morfina.

Ormai pare che ballare costi fatica: non bisogna spettinarsi, scuotersi troppo in mosse scomposte, perché fa brutto.

Bisogna sempre far si con la testa e socchiudere gli occhi, così non vedi un cazzo e capiti sotto alle casse, ma sai già come comportarti.

Si vergogna a ballare, la gente.

Non si vergogna di indossare i mocassini lucidi con sotto i fantasmini ma ballare, Dio, che vergogna!

Non andrò più ai concerti.

Mi deprime fare la fila, con la faccia schiacciata sulle giacche di pelle di sconosciuti e mi secca incrociare le facce di quelli che ti guardano come per dire “Ehh, forte sto gruppo, eh?!”, cercando approvazione ed eventualmente ripescandoti poi tra la folla, per abbracciarti quando fanno il pezzo lento.

Non andrò più ai concerti, per cercare l’accendino nelle tasche per venti minuti, finché non finisce il pezzo in cui bisogna tirarlo fuori e, anche trovandolo,  finirei a rosolarmi il pollice o a rompermi le ossa, a furia di tenere premuto il fottuto bottone automatico.

Non ci vado più ai concerti, per ritrovarmi a scivolare sulle bottiglie delle birre e a cadere di nuca sul liquame che fa da tappeto, ai pavimenti dei palazzetti o, peggio, per finire in tribuna d’onore coi calciatori e i loro figli con la gelatina sui capelli.

Si fottessero i concerti e le file riservati a quelli che hanno acquistato online, che si trovano dall’altra parte del foyer ma te lo dicono solo quando arrivi alla fine della fila degli accrediti stampa; e ti dicono che dovrai rifare la fila ma intanto il concerto inizia e i bagarini si fanno sempre più insistenti, e quando sei quasi arrivato al vetro del botteghino, loro, i bagarini, il biglietto te lo mettono nelle tasche e iniziano a gridarti prezzi da capogiro sul collo, per cui tu, ad un certo punto, sei obbligato a dare ascolto ad un disperato che ti sta vendendo il biglietto al costo di stampa perché è competitivo, cazzo, ma sei pur sempre davanti all’impiegata del concerto e non è carino e neanche legale mettersi a contrattare il biglietto lì, davanti al botteghino, allora ti scosti dalla fila e perdi la priorità acquisita per metterti a contrattare con un tizio che ha la faccia da ricercato per avere un biglietto pur di non dover rifare la fila, per pigliarti il tuo di biglietto e perderti metà concerto.

Allora acquisti. Acquisti un biglietto che ti farà stringere il culo all’ingresso, allo strappo, quando i ragazzi della sicurezza ti riconosceranno, perché ti hanno visto laggiù, a fare il bazar col bagarino e allora giù, di umiliazione pubblica, per poi riuscire ad entrare ed accorgerti che sono già tutti dentro, accalcati sottopalco e che da quaggiù non si vede una mazza ma non c’è un buco libero più vicino.

Cioè, in realtà ci sarebbe, ma è vicino alle casse.

IL PENSIERINO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

C’è una legge che mi sta sempre più stretta.

Non so chi l’abbia istituita, quale Repubblica abbia potuto concepire una legge così invadente e presuntuosa.

Un comma che costringe tutti i cittadini, indipendentemente dal loro reddito e dai loro orientamenti, ad affrontare la settimana del regalo di Natale.

Tutti, in massa e in condizione di grave disagio stradale devono, per legge, uscire per recarsi in luoghi di approvvigionamento di pensierini.

Il decreto del Pensierino.

Mi sento male all’idea che qualcuno possa farmi un pensierino.

Meno, all’idea che qualcuno possa farCi un pensierino, ma questa è un’altra storia.

Però, l’idea che uno debba uscire di casa il ventidue di Dicembre, con un freddo bastardo e parcheggiare l’auto in terza fila, per immergersi in un fiume in piena di persone, lucine e babbi natali che si arrampicano persino sulle pareti dei palazzi, l’idea che uno a cui voglio bene debba sottoporsi all’esperienza dequalificante di entrare in un temporary shop di candele e saponette profumate per comprarmi un pensierino, se permettete, mi mortifica.

Se poi alla mortificazione aggiungo l’angoscia di dover fare anch’io dei penserini alle persone, rabbrividisco.

Mi debilita anche l’idea che tantissime attività commerciali possano reggere la loro sussistenza sul business dei pensierini.

Sulle sciarpe, sui calzettoni di lana con le renne, sui cesti coi pandori e gli spumanti, sui libri di Fabio Volo, sullo smartbox!

Lo Smartbox: è già quasi nella categoria dei pensieroni, mi rendo conto.

Lo smartbox è impegnativo.

Ma anche invadente, coercitivo deludente.

Tu, col tuo fottuto smartbox, non mi stai regalando un week-end.

Mi stai obbligando ad andare tre giorni fuori col mio fidanzato, col quale magari va male da anni ma non c’avevo voglia di dirtelo.

Mi obblighi ad andare in un posto che potrò scegliere solo tra opzioni limitate e preselezionate da un tizio che non conosco e non conosce me.

Mi obblighi a telefonare in quel posto, che ho selezionato dalla preselezione, e a sentirmi trattare come una mentecatta del cazzo perché sono quella con lo smartbox.

Se non bastasse, al mio ritorno dovrò telefonarti per renderti conto sul mio soggiorno al minuto e ringraziarti della figata cosmica che il weekend è stato e prometterti di ricambiare presto, con un altro smartbox per te!

E tutta questa sofferenza per colpa di un fottuto pensierino che tu hai avuto per me.

Non pensare, la prossima volta.

 

IL MONDO DEL LAVORO E LA TEORIA DEL GaC

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Le persone che arrivano nella nostra vita per introdurci al mondo del lavoro, sia dal punto di vista pseudofilosofico che concretamente, non sempre si rivelano maestri illuminati, ambasciatori di un incontro miracoloso deciso dal fato o da Dio per arricchire la nostra vita professionale e la storia dell’umanità.

Il più delle volte infatti, le persone che desiderano insegnarci come funzioni il mondo del lavoro, propongono teoremi e aforismi che provocano nell’interlocutore, in maniera del tutto naturale e piuttosto brutale, risposte come Grazie al Cazzo.

Sono persone di età variabile: non è detto che si tratti sempre del cavaliere del lavoro novantenne, convinto che in cinquant’anni il mondo non si sia mosso di un centimetro e, qualora si fosse mosso, la direzione è senz’altro sbagliata, visto che si stava meglio ai suoi tempi.

Grazie al Cazzo.

Non si può però escludere che si tratti di persone giovani (o presunte tali) che, forti della loro professione ambiziosa raggiunta e consolidata, si convincano di poter iscrivere coattamente i nostri nomi al loro corso di vita lavorativa per dementi o disoccupati, che per loro è la stessa cosa.

Le materie trattate dallo stage dei giovani professionisti vincenti propone però contenuti che richiamano la medesima reazione avuta col cavaliere del lavoro.

“Vuoi la mia?! Per crescere in questo mestiere ci vuole ambizione”.

Grazie al Cazzo

“Ascolta me, se davvero vuoi fare questo lavoro mettiti in testa che non esistono orari”.

Grazie al Cazzo

“Se vuoi fare questo mestiere, qualche compromesso lo devi fare”. Grazie al Cazzo

“Farsi vedere sempre impegnati ma disponibili e propositivi”. Grazie al Cazzo

E si prosegue così, a frantumarsi il setto nasale contro il muro della banalità più cupa affinché nessuno si renda mai colpevole del reato di aver avvisato il neofita o la matricola circa le cose che davvero contano nella vita professionale.

Perché non esiste un addetto alle risorse umane che si preoccupi di avvisare il neo-assunto o lo stagista di come funzioni la storia quotidiana in azienda?! Quali gusti personali abbia il direttore, come proceda la sua vita privata e quindi capire se avanzare richieste oppure no, dove andare a mangiare in pausa pranzo senza rimanere avvelenati, se si possa usare o no il cesso del quinto piano, quello che pochi conoscono e quindi si può andare a far la cacca senza incursioni imbarazzanti dei colleghi, quali siano piccoli segreti che ognuno dei colleghi ha e propone al resto della collettività in maniera più o meno ingombrante, durante il giorno.

Queste le informazioni che i nuovi vorrebbero sapere.

Ci vorrebbe un opuscolo aziendale con informazioni dettagliate sulla vita emotiva in azienda, ci vorrebbero i cookies fatti sui dipendenti di quel marchio lì, per far capire molto a chi vuole inviare un cv, a quel marchio lì.

Ci vorrebbero professionisti meno presuntuosi e più aperti all’ingresso di nuove risorse, ci vorrebbero le recensioni online dei vecchi dipendenti e poi ci vorrebbero colleghi più solidali e il benessere delle persone come priorità oltre ai ricavi.

Grazie al Cazzo.

 

DIAGNOSI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Come si chiama la malattia che prende quelli che comprano le Superga con la doppia suola?

Che malattia è quella che hanno i vegetariani che mangiano pesce?

Com’è che si chiama quel virus che attacca le persone quando si trattengono più di due secondi su Canale 5?

Che malattia hanno quelli che rubano gli accendini?

E quella degli attori famosi quando arrivano a fare le pubblicità delle merendine?

Da cosa precisamente sono affetti quei tipi che si fanno tatuare un bacio col rossetto sul collo?

Come si trasmette il virus di quelli che chiedono di parlare con un responsabile quando non la carta di credito gli rifiuta la transazione?

E’ contagiosa la malattia di quelli che suonano dopo un quarto di secondo che il semaforo è diventato verde? Si passa?

Come si chiama la malattia di quelli che ascoltano la partita chiusi in macchina, in un parcheggio?

Che malattia è quella che affligge le persone che inviano più di quattro emoticon in un sms?

Di cosa sono ammalate le persone che votano il meno peggio?

IL TURISTA DI RIVIERA E’ IL MALE

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE

Un pezzo dedicato a quei martiri degli albergatori che, pensando di amare il contatto con il prossimo, decisero un giorno di occuparsi di turismo, magari sulla Riviera Adriatica. Che il mestiere sia loro lieve.

***

Non dev’essere facile fare l’albergatore a Rimini.

Innanzitutto non è facile occuparsi di turismo anzi, non è facile occuparsi del turista.

Perché il turista è quella persona che normalmente, nella vita si occupa di altro e non fa il turista per tutta la vita, a meno che non vince quel famoso gratta e vinci del Turista per sempre ma nella maggior parte dei casi, la selezione naturale stermina tutti quelli che comprano il gratta e vinci e quelli che giocano alle slot.

E se non ci pensa la selezione naturale ci pensa il monopolio di Stato, ma questo è un altro discorso.

Per tutti gli altri casi, il turista è uno che è turista per due settimane all’anno e perciò, esattamente come per il Cavaliere nero di Proietti, anch’egli si sente in diritto di pretendere che non gli si rompa il cazzo.

Le ferie, in quelle due settimane in cui l’azienda lo libera, il turista le vuole perfette: vuole tutto e lo vuole subito e non deve chiedere mai come Axe.

E invece chiede, chiede eccome.

E se non gli dai tutto quello che chiede, tu, albergatore, sei finito.

Perché lui ti scrive la recensione.

Ci sono albergatori che preferirebbero gli venisse bruciata la macchina o picchiata la figlia, invece di dover subire la recensione.

Era bello negli anni ottanta, quando il turista incazzato infilava il foglietto col questionario sul gradimento nell’urna alla reception e se ne andava affanculo.

E’ finita quell’epoca lì: adesso il turista c’ha internet dalla sua parte e soprattutto, se tu non glielo dai l’internet, nella camera che ti affittato, lui è pronto a uscire anche durante un bombardamento, per attaccarsi alla rete del comune e scriverti la recensione, ancor prima di fare check-in, ancora prima di partire da casa.

Insomma, per riassumere: il turista è il male.

Ma come vi dicevo all’inizio, ho come il sospetto che il turista che soggiorna a Rimini, Riccione e comuni circostanti, sia il male al quadrato.

Se dovessi immaginarmi il turista di quelle parti, me lo immagino in due, pericolosi prototipi.

Vediamoli insieme:

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Il primo prototipo: l’impiegato con la famiglia al seguito, incattivito lui e tutti i membri della famiglia.

Prenota due anni prima, sincerandosi di ogni minimo dettaglio: quanto è grande la camera dove soggiornerà, quanto dista la spiaggia più vicina in passi di bambino.

Chiede il pdf del menù del ristorante, la foto delle cameriere e la fedina penale del bagnino.

Vuole sapere quante persone ci saranno mentre lui sarà lì, in vacanza, pretende di avere il posto auto personale anche se il vostro albergo non ha il garage, lui vuole che lo costruiate per tempo, visto che prenota due anni prima.

E poi vuole avere il programma dell’animazione in spiaggia in anticipo per poter programmare l’intrattenimento, fino all’ultimo fottuto minuto, avere la moglie sulla prima fila di cyclette a hydrobike e il figlio vincitore di tutti i giochi-aperitivo.

Insomma, il primo prototipo di turista a Rimini me lo immagino rompicoglioni come Furio di Carlo Verdone e alienato come Alfano.

Il secondo prototipo del vostro turista, secondo me, è lo sfascione.

Come lo chiamate qui?! A Roma si dice sfascione, l’individuo che concepisce la vacanza come un’occasione di massacro fisico e cerebrale, di annullamento istantaneo di tutti i freni inibitori, di tutti i neuroni rimastigli e di tutte le regole base di buon costume, ai confini con l’illegalità.

Perché la legalità appartiene al suo posto di lavoro, tutto il resto è, appunto, sfascio.

Lo sfascione usa la camera soltanto per dormirci un paio di ore al mattino anzi, non solo la camera ma qualsiasi posto del vostro albergo lo accolga, nel momento in cui l’alcool non lo regge più in piedi.

Sopra alle piante grasse, sul divano nella hall, sopra al tavolo della colazione, a terra, davanti al banco del ricevimento.

Lo sfascione usa la vostra struttura come fosse il cesso del Cocoricò, il marciapiede di Ibiza, il prato del concerto di Vasco, la stazione di Riccione durante la notte Rosa.

 Per lui, la parola full-credit per lui vuol dire Attila, Trump e Kim, in un unico cognome: il suo.

Per lui, la parola pensione completa vuol dire Scateniamo l’inferno e non lasciamo manco le ceneri di questo posto, ragazzi!

E a questo proposito, domattina, nell albergo che ho prenotato stanotte, scopriranno quale prototipo di turista sia.

 

Dedicato con affetto a Orfeo.

 

CANTICO ALLA CACCIA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Abitare in campagna è forse la scelta migliore che io abbia mai fatto in vita mia.

In effetti è l’unica scelta buona che io abbia fatto, in mezzo a tante scelte di merda e perciò la migliore.

Inutile dirvi che salto di qualità incredibile abbia fatto la mia vita, da quando vivo su queste colline selvagge!

Così, anche stamattina mi sveglio e, dopo una rapida colazione, sono pronta per portare il mio cane nei boschi!

Allora prendo il giubbotto anti-proiettile, il fischietto, il casco integrale e lo scudo.

Metto al mio cane la pettorina giallo fosforescente, il collarino con la campana di ottone e un paio di lampadine a intermittenza che si accendono quando un sensore percepisce il dialetto bergamasco, nel raggio di duemila metri.

E’ iniziata la caccia, mica si può uscire così, in maniera avventata, come quelle che si fanno violentare nei parchi pubblici.

Andiamo nel bosco, io e il mio cane, con la speranza di portarci a casa qualche fungo, nascosto sotto alle cartucce di plastica, che i cacciatori, normalmente anziani non vedono cadere in terra, così come non vedono neanche i funghi, così come non vedono neanche le belle altezze intellettuali che l’essere umano sarebbe in grado di toccare, se solo volesse.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Usciamo di casa e io passeggio con lei nel bosco, fischiando come un arbitro della Champions oppure usando direttamente la tromba di SOS delle navi quando affondano, per far sentire ai cacciatori che io e il mio cane vorremmo passeggiare senza il timore di morire dissanguate su queste colline belle e selvagge, per mano di un coglione che non fa visite alla vista, da secoli.

Infatti, non mi rassicurano le notizie di cronaca, che dicono che spesso si sparino tra di loro; perché se sparano ad un vecchio amico, perché non dovrebbero sparare a me, che sto scrivendo un pezzo contro di loro?

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Esco di casa col mio cane, rientro a casa col mio cane e altri quattro cani sperduti, coi collarini fatti con le funi delle barche o con le fettucce colorate, che i cacciatori mettono loro per non perderli, ma forse alcune fettucce non hanno la garanzia.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Li incontreremo vestiti di verde, coi loro fucili a centocinquanta metri dal portoncino della nostra casetta.

Cordiali nonostante mettano i loro nove cani (non perduti) in una gabbietta che sarebbe per un bassotto.

Gentili nonostante sparino a piccoli animali che vengono acquistati in cattività coi soldi della Regione e rilasciati per i loro unici, due giorni di libertà.

Educati nonostante finanzino un mercato già florido, come quello delle armi, che poi è il fiore all’occhiello del Made in Italy in tutto il mondo, se solo lo sapessero.

Li incontreremo nei boschi, dove anziché investire il loro tempo libero in volontariato o attivismo politico, anziché caricare il fucile a sterco di pecora e andare sotto Montecitorio, anziché utilizzare i soldi della pensione per portare in vacanza le mogli, li troveremo ad accanirsi contro gli uccelli, forse invidiosi del loro nome, della loro libertà e della loro innocenza.

Li troveremo accucciati nelle casine di legno a sparare in sessanta a un cinghiale al quale per tutta l’estate hanno dato cibo, mettendo i dispenser nei boschi, e io che pensavo lo avessero adottato…

Li troveremo lì, nel bosco, a cambiare la nazione sparando alle lepri, immaginandole nemiche mentre i nemici veri riducono loro la pensione a poche centinaia di euro.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Basterà aver pazienza tre mesi e aspettare che ripongano di nuovo la propria virilità sul divano di casa, allo stadio, al bar o in quel posto lì, sperduto chissà su quale collina dove hanno lasciato dignità e pietà chiuse anch’esse nel fodero.

LA NUOVA MONETA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho scoperto che in giro c’è una nuova moneta.

Una nuova valuta, fresca fresca di conio*.

E’ internazionale anche se, ho scoperto che è utilizzata prevalentemente in Italia.

Un altro primato da aggiungere ai tantissimi del nostro amato Made in Italy.

Procacciarsi questa moneta è semplicissimo e mi dicono che equivalga, pari pari, a tutte le altre monete in circolazione.

Anzi, c’è chi sostiene che valga molto di più!

Una nuova moneta!

Non ditemi che non la conoscete?

Si chiama Visibilità.

Pare sia un metodo di pagamento all’avanguardia e che ormai la usano tutti, più di paypal!

Allora, voglio iniziare anch’io ad usarla ma, non vi nego che devo ancora capire bene come funzioni.

Si, perchè, qualche giorno fa sono andata al supermercato e non vi dico con che gioia ho caricato ben due carrelli della spesa!

Li ho riempiti di tutte le delizie gastronomiche possibili e non mi sembrava vero!

Mi sono quasi ammazzata, trasportando i due carrelli carichi come quelli di una miniera!

Ebbene, arrivo alla cassa e resto a guardare incantata tutte le meraviglie che scorrono sul tapis roulant del supermercato.

Poi, quando arriva il momento di fare la spesa, io faccio la figa e dico che non pago nè in contanti nè con la carta: dico che pago in visibilità.

La cassiera, che forse è un pò ignorante e non sa come va il mondo, mi manda affanculo.

Mi dice di togliermi di mezzo perchè, dice, se non viene la polizia a riempirmi di manganellate, senz’altro lo farà il suo collega, quando saprà di dover rimettere al loro posto, tutte le cose che ho pensato di comprare.

Immaginatevi il mio imbarazzo.

Sono confusa.

Spiegatemi voi come si usa ‘sta visibilità perché c’è un sacco di gente che vuole pagarmi così, ma allora perchè io non posso farci la spesa al supermercato?

Dico, se questa moneta è così utile perchè non posso pagarci la parcella al commercialista e perchè il dentista mi ha riso in faccia quando hli ho detto che lo avrei pagato in visibilità e che avrei parlato del suo studio a tutti i miei amici?!

Mi avevano detto che è un metodo di retribuzione versatile e leggero, che porta fortuna e un sacco di clienti nel proprio mestiere: allora, perchè non posso pagare il pieno di gasolio al gippone, dal benzinaio?

Sento come un brivido dietro la schiena.

Ho una fitta alle tempie.

Non ditemi che stanno cercando di incularci, con questa storia della visibilità.

*Che poi, la parola coño in spagnolo è una brutta parola, dovevamo capirlo subito, vista l’assonanza con conio.

 

LA SINDROME DA PRODOTTO SPECIFICO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Le generazioni del Pianeta Terra hanno mai avuto modo di fermarsi a pensare all’inutilità assoluta che ha in sé il concetto di prodotto specifico?

Ecco dei pratici esercizi per uscire dalla patologia del Prodotto Specifico compulsivo:

Se piglio il detergente intimo e mi ci lavo le ascelle, succede qualcosa di male alle mie ascelle?

 Se compro un balsamo per capelli sfibrati e ho i capelli grassi, impiegherò tanto tempo ad accorgermi che il balsamo che ho acquistato è più o meno identico a qualsiasi altro balsamo del cazzo?

 Se sono indecisa tra il diesel e il blue-excellence-eco diesel che il distributore mi propone al doppio del prezzo, come specifico per migliori prestazioni su strada della mia utilitaria, permetterò al distributore di pigliarmi per il culo?

 Se non sono vegano e mangio un hamburger alla soia, starò male?

 Se metto la crema solare in un giorno di pioggia mi viene la tubercolosi?

Se avete risposto SI ad almeno due di queste domande siete malati di Prodotto Specifico.

Il mangime per cani, guai a darlo al gattino. Morirà senz’altro giovane.

Il giocattolo per bimbi da 0 a 6 anni, crea disagi al fratellino di 7 se gli capita tra le mani, lo sapevi?

Non ti vergogni a comprare una confezione di lamette rosa al supermercato, se quelle da uomo sono finite?

Fai male; perché i tuoi peli sono diversi da quelli di tua moglie.

Allora perché non vengono prodotte creme famose specifiche per negri o cinesi?

Abbiamo pelli diverse, in fondo e non solo sensibili o a tendenza acneica.

Abbiamo pelli diverse, la faccenda dell’idratazione non è da sottovalutare.

Perché qualcuno non si muove una buona volta ad inventare il bagnoschiuma specifico per i punkabbestia che si vestono di pelle anche in estate?

Perché nessuno si sbriga ad inventare la macchina per fare i pop-corn specifica per adulti che non vogliono sentirsi stronzi ad usare quella colorata dei figli?

Se esiste il dentifricio per denti sensibili, allora perché non fare il trasporto pubblico per gente pulita o le sale cinema per quelli che non vogliono commentare ogni cazzo di scena?

Se esistono le escursioni per sole donne perché non mettere sul mercato anche le spazzole specifiche per calvi ostinati che tengono il riporto non volendo far mai i conti con la propria calvizie?

Una spazzola che li rassicuri una buona volta, cotonando i quattro peli che hanno in testa dicendo loro delle piccole frasi motivazionali, dalla cassa di un micro-altoparlante incorporato.

Se esiste un prodotto specifico per qualsiasi tipologia di persona, perché non esiste un prodotto specifico che ci salvi da queste monumentali stronzate?

 

INVOLUZIONE FOTOGRAFICA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nei primi anni dell’Ottocento il ceramista inglese Thomas Wedgwood sperimentò l’utilizzo del nitrato d’argento, prima rivestendone l’interno di recipienti, poi immergendovi dei fogli di carta o di cuoio ed esponendoli alla luce dopo avervi deposto degli oggetti all’interno.

Si accorse che dove la luce colpiva il foglio, la sostanza si anneriva mentre rimaneva chiara nelle zone coperte dagli oggetti:

Wedgwood aveva scoperto una specie di primordiale tecnica fotografica.

Wedgwood è il bisnonno della fotografia.

Ma per fortuna è morto.

Perché certe cose, a volte è meglio non vederle.

Meglio morire piuttosto.

Così Wedgwood si evita il mal di fegato dall’incazzatura di vedere un’arte così pregiata come la fotografia, dequalificata nelle nostre mani sceme.

Da morti non ci si può incazzare quindi abbiamo risparmiato un paio di crampi e di bile tracimata a Wedgwood e a tanti altri maestri che non possono vederci mentre ci facciamo il selfie in bagno e poi li cancelliamo per rifarlo e poi ancora e ancora fin quando non facciamo indigestione della nostra faccia, che poveretta non vorrebbe appartenerci perché si vergogna.

Non nei miei incubi ma nella peggiore delle realtà, vedo donne rispettabili fermarmi per strada e chiedermi di scattare loro mitragliate di foto che poi smisteranno comodamente a casa, in pallet da centoventi click dai quali dovranno selezionare con non poche difficoltà La Foto da pubblicare sul social: quella con la classica espressione da calendario del gommista, quella col chiuaua in braccio, quella col fidanzato che bacia la guancia oppure quella col monumento dentro al quale tengono il tacco conficcato.

Poi si finalizza il santino con qualche filtro che patina la pelle che vorrebbe tanto restare umana ma non può permetterselo perché siamo in rete.

Infine le donne rispettabili scriveranno nella piccola leggenda della foto, qualora fosse necessaria didascalia, frasi o parole che toglieranno loro dignità in maniera imperitura come #SICAMBIA #NEWLOOK #PICOFTHEDAY #MESOFATTALAFRANGIA #SONOUNAPOVERETTAIUTATEMI

Non nei miei incubi ma nella peggiore delle realtà, vedo amici cari avvocati, giornalisti e medici farsi gli autoscatti in hotel, a petto nudo con la schiuma da barba in faccia, anche se hanno il rasoio in valigia, incuranti di avere nell’inquadratura il gabinetto con la tavoletta alzata, alle spalle.

Incuranti di come il loro attestato di laurea s’irrigidisca al muro del loro ufficio, all’idea che il Dottore certe cose non se le tenga per sé ma le utilizzi per proporsi sulle app di appuntamenti, accanto a un testo pubblicitario simile a quello che si scrive per vendere lo scooter.

Man Ray questi professionisti li avrebbe presi a calci nel culo e poi si sarebbe pulito la punta dei mocassini sull’erba.

Newton avrebbe preso le sue amiche dipendenti dall’autoscatto e avrebbe fatto passare loro alcuni, indimenticabili e bruttissimi minuti.

Perché passi la nuova pettinatura, il vestito del matrimonio, l’anello di fidanzamento, passi la città d’arte, il cagnolino e passino perfino le parole inquietanti associate alla foto col cancelletto.

Ma quella faccia da cazzo, no.

Quelle labbra che riproducono il buco di un sedere, quelli sguardi dal basso che manco John Wayne, quelle pose plastiche in contesti discutibili possiamo anche accettarli come fotografie di un’epoca in decadenza, come la nostra.

Ma quelle facce, no.

Quelle facce bisogna punirle.

Sono facce colpevoli.

Facce che, invece di mettersi con l’occhio dietro all’obiettivo a danzare con la creatività, l’occhio se lo truccano con le polverine colorate, disegnandosi saette in faccia per commemorare David Bowie ma David Bowie non vorrebbe essere commemorato da quelle facce. 

Perché dietro a una faccia c’è sempre una persona e certe facce non sono belle.

Facce che si truccano e si fotografano per commemorare le vittime di un attentato, per dichiarare che partecipano alla giornata mondiale dell’orgoglio gay o a quella della lotta contro l’HIV o ancora a quella contro il cancro, come se la ricerca contro il cancro se ne facesse qualcosa della loro faccia da cazzo fotografata sul facebook.

Come se i gay, i francesi morti e i siriani avessero bisogno della foto del profilo di uno stronzo qualsiasi che lotta dal divano di casa sua, a gambe accavallate con le dita in posa da vittoria e il cancelletto dietro i suoi discorsi.

Ci mettono la faccia nel vero e triste senso della parola.

Ci mettono la loro faccia truccata per stare coi palestinesi, col presidente dell’Ecuador, coi terremotati.

Stanno con gli indiani d’America, con le donne, coi cubani e coi bambini maltrattati e dimostrano il loro coinvolgimento attivo attraverso l’incredibile apporto che danno a questa rivoluzione: un selfie in bikini a Formentera con un je suis scritto accanto.

Je suis Charlie, je suis London, je suis Ilva, Je suis Syria, je suis poraccio.

Je suis Man Ray e ti rompo le ginocchia.

Ti piglio lo smartphone e te lo mastico fin quando non ne resta un pezzo sano.

Esci dal cesso e vatti a fare la tua rivoluzione, che la fotografia è nata per supportare l’evoluzione dell’umanità non la tua involuzione.

DOVE CONDUCONO LE RICERCHE?

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Da una ricerca portata avanti da un’equipe di scienziati nutrizionisti dell’università di Melbourne pare accertato che i consumatori di alga spirulina alla fine crepino come gli altri.

Uno studio sui minorenni americani ha dimostrato che i polli del Kentucky Fried Chicken possono continuare a vivere dentro all’apparato digerente del consumatore fino a sedici mesi.

Un team di filosofi nordeuropei sostiene che molti fitofarmaci creati dalle grandi case farmaceutiche siano nocivi per l’agricoltura e per chi consuma i prodotti derivati da essi.

Ma chi se li incula i filosofi nordeuropei?

Tutta italiana, invece, la ricerca dei nostri cervelli ancora non fuggiti all’estero che conferma l’assoluto legame tra il Negroni sbagliato e il 70% delle gravidanze inattese.

A questo proposito una ricerca dell’università di Honk Kong del dipartimento nutrizione e sviluppo sta portando avanti un programma per confermare la tesi secondo cui esista una connessione diretta tra riso e fertilità altrimenti non se spiega come facciano i cinesi.

Da una ricerca condotta dagli scienziati dell’università di Boston risulta che di Coca Cola, si può morire nonostante le splendide pubblicità natalizie.

Uno studio di medici dietologi genovesi ha messo a punto un sistema innovativo di eliminazione di grassi e tossine basato sulla teoria quantistica del vaffanculo.

Lo studio alimentare di un reparto di scienziati croati ha dimostrato finalmente che lo zenzero fa schifo al cazzo e che se non fosse di moda, la gente lo farebbe marcire sugli scaffali.

Non tutte le ricerche condotte vengono ascoltate, non tutte le ricerche condotte sono affidabili, non tutte le ricerche meritano di essere condotte.

Le ricerche che meritano di essere condotte, spesso vengono condotte dalle persone sbagliate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DI CHE TI OCCUPI TU?

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Di che ti occupi tu?!

Io mi occupo di design, di visual merchandising, di personal shopping.

Io sono un buyer, un copy, un art, un human resourcer, un digital enterpriser e tu? Di che ti occupi tu?

Dai, coraggio!

Non essere timido.

Fammi sentire l’odore del tuo mestiere umile di merda.

Fammi sentire l’aria di poraccitudine che ti avvolge.

Non ti vergognare con me, eh!

Se fai l’impiegato poi, mica è colpa tua.

Se lavori in un negozio mica c’è niente di male.

Puoi dirmelo, eh.

Guarda che io sono un tipo smart, open, sono multi-tasking, cool hunter, son videomaker.

No, non sono solo regista: il videomaker è uno che fa operatore, regista, montatore e attore, tutto insieme contemporaneamente, al prezzo di un attore di teatro, per le grandi televisioni, le grandi aziende.

Mi faccio sfruttare dici?

Forse ma posso dire che faccio cinema, capisci?!

Posso dire che faccio fotografia, sceneggiatura, acting, tv production.

Non sempre mi pagano ma ho il grande plus rispetto a te, di poter dire che faccio entertainment, mica la guardia giurata, la commessa, l’operaio, il low-profile.

Insomma, di che ti occupi tu?

Io sono light-designer, sono stylist, sono mainstream che non vuol dì un cazzo ma tanto tu, che ne sai?

Che ne sai tu di business e di creativity?!

Di che ti occupi tu, insomma?!

Dimmelo, dai! Non vergognarti.

Non lo dico a nessuno se c’hai la busta paga e timbri il cartellino, dai.

Fammi sentire il tanfo della tua scrivania Ikea, dai.

Non lo dico a nessuno, ti dico.

Stai tranquillo, saperlo serve solo al mio ego titanico, al mio state of mind.

Che mi frega poi a me che vivo nel loft, faccio chi-cong, compro da whole-food e mi vesto Galliano?!

Che mi frega realmente di te, che tanto io faccio crowdfunding, mi alleno alla Virgin e ascolto electro-punk jumping?!

Di che ti occupi tu, porca malora?!

Dimmelo, cazzo.

Fammi sentire le vibrazioni della tua pessima normalità.

Dai!

Come?! Mio padre?!

Mio padre lavora in banca, poveretto.

Andrà in pensione quando potrà.

La vita è così, le vecchie generazioni, hai presente?!

In banca, si.

Altrimenti come potrebbe permettersi il luxury di una figlia stylish che fa design, frequenta vinery e conosce il jet-set?!

Ma cambiamo discorso.

Di che ti occupi tu?