Ecologia Umana

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Un estratto del monologo “Ecologia Umana” scritto per il Festival delle Idee, Mestre, 2021

“Not Enough Brains to Survive” di Thomas Lerooy

L’equivoco è la chiave di qualsiasi testo comico.

Tanto si viene comunque fraintesi per qualsiasi cosa, tanto vale fingere che la cosa sia divertente.

Fingere di aver capito il contrario di ciò che si è ascoltato oppure prendere un dettaglio di ciò che si è ascoltato e stravolgerlo a proprio favore non fa solo sorridere: approfittarsi di un equivoco, fingersi scemi o quantomeno sostenere fino all’ultimo, fino a quando ci è possibile, di esserlo, apre porte a carriere ed amicizie (che poi, in Italia, le due cose sono interdipendenti: se non hai amici non fai carriera e se non fai carriera non hai amici).

Fingere di aver compreso altro rispetto a ciò che è stato detto preserva i rapporti coniugali: fraintendere è alla base della sopravvivenza in questo contesto sociale così sofisticato.

Fraintendere conviene ma ripeto, in ambito satirico, il fraintendimento è sempre stato una vera panacea, l’antidoto per risolvere situazioni spiacevoli, la chiave per comprendere un concetto troppo chiaro, troppo cruento per poter esser digerito.  

Quante volte, in Italia, quando esisteva la satira, abbiamo compreso fatti storici e personaggi politici ascoltando le parola di un comico che si fingeva sciocco per poter dire la verità senza essere linciato?

Adesso invece la verità sembra essere così alla portata di tutti che io non mi fido neanche più dei comici, figuriamoci della verità.

Son cambiati i tempi.

Adesso l’equivoco e il fraintendimento sono diventati strumenti di demagogia.

Sono diventati come Bruno Vespa.

L’equivoco è il protagonista, lo spunto per affrontare questo aspetto malvagio insito del fraintendimento.

E qual’è il tema più frainteso (ma purtroppo senza alcun fine comico) del momento?

E’ il tema più caldo che ci sia, il tema che sta surriscaldando pianeta e tastiere: la sostenibilità!

Il punto focale della discussione accesissima sul nostro impatto ambientale è stato vergognosamente frainteso.

Noi non siamo tanti sulla terra.

Noi semplicemente facciamo schifo alla terra.

Anzi, facciamo schifo sulla terra.

Non è l’incremento delle nascite che dovrebbe preoccuparci (anche se un po’ dovrebbe, visto che facciamo bambini che poi ci possiedono come divinità pagane).

La dimensione sempre più ingombrante del nostro ego è più pericolosa delle emissioni di Co2.

La superficie occupata dal nostro ego abnorme supera quella degli oceani, di fatti la gente ci nuota dentro al proprio ego e spesso ci affoga oppure, ancor più spesso, ci affoga i propri simili.

Il nostro ego ha un impatto mostruoso sull’ambiente e sugli altri.

La maggior parte degli ego fortunatamente si può distruggere con relazioni sbagliate ma l’ingombro iniziale è sempre più che massiccio.

Sono certa che in un minuto di tempo, così senza preavviso riuscireste a stilare, in questo momento, la top-ten della gente che conoscete munita di ego ciclopico.

Ecco la mia:

10. Amadeus. Ormai conduce anche il traffico

9. Chiara Ferragni. Si presenta ai festival dedicati ai settori più bizzarri pur non avendo alcuna competenza comprovata in quei settori, in nessun settore. Perché ci vai al festival allora?

8. Mia nipote Elena. Quando facciamo i pranzi in famiglia, non abbiamo modo di dire la nostra ma dobbiamo restare muti ad osservarla mentre fa la ruota. Quattro ore di ruote di merda.

7. Il mio cane che non mi consente di toccare nessun’altra creatura che abbia pelo, neanche me stessa.

6. Maria de Filippi. Colpevole purtroppo non solo di egocentrismo.

5. I maestri di yoga sui social. Non ne posso più. Ovunque c’è un pelato vestito da Hare Krishna che pensa al mio benessere.

4. Francesco Totti. Speravo fosse andato in pensione e invece mi insegue al supermercato con le sue palline di detersivo.

3. Burioni e i virologi. Muniti di un ego più sfrontato delle attrici romane quando vanno alle feste per lavorare.

2. Tutto ciò che proviene dagli Stati Uniti D’America.

1. Mia madre che mi telefona ogni giorno per dirmi cose tipo “Con tutti i soldi che abbiamo speso per farti studiare, che vergogna!”, “Ma non ce la fai a trovarti uno straccio di uomo?”, “ Io sono stata inviata direttamente da Dio, se hai qualche problema con me, lamentati con lui”, “A frequentare i teatri finirai drogata”.

Magari. La droga rende sostenibili un sacco di cose.

Il nostro ego ci vuole pettinati, col lavoro bello, la macchina costosa, la cultura cinematografica ineccepibile, i social pieni di seguaci ma più cerchiamo di stare appresso a tutte le sue richieste come degli stagisti retribuiti col buono pasto, più diventiamo brutte persone.

Ora: diventare brutte persone per sé stessi, poco male, conosco un sacco di persone che si stanno antipatiche e non si frequenterebbero.

Diventare brutte persone per gli altri però non è bello perché gli altri hanno già un sacco di problemi e oramai non hanno voglia di farsi rovesciare addosso la lettiera dei cazzi nostri, come si faceva una volta.

Ma c’è una soluzione.

Avete mai sentito parlare di ecologia umana? Potrebbe essere un nuovo movimento sostenibile per davvero.

L’ecologia umana: la capacità di una persona di riuscire a farsi sopportare dai propri simili.

La possibilità di renderci conto di quanto siamo difficilmente smaltibili dagli altri può migliorarci all’istante.

Non si tratta soltanto di non disturbare la quiete pubblica, di non diventare quelle persone orrende che parlano al telefono come fossero rimasti soli al mondo, che mettono la musica del momento, tipo “Labbra rosse/coca cola” e, come se ciò non bastasse, la mettono a tutto volume in spiaggia.

Non si tratta solo di non essere come quelle persone orrende che giocano a racchettoni sul bagnasciuga rompendo le tempie alla gente che prende il sole, insomma, non si tratta di non diventare come diventiamo tutti in vacanza.  

L’ecologia umana è qualcosa di più intellettualmente alto ma anche di estremamente pratico: è quell’atteggiamento per cui prima di cercare uno stile di vita sostenibile, comprare la cascina e le caprette tibetane, ti fermi a riflettere e ti chiedi “Ma io, invece, sono sostenibile? Gli altri riescono a sostenermi? Oppure quando mi vedono arrivare fanno gli occhi bianchi e consumano combustibili acidi nello stomaco?”

Come possiamo fare per ridurre questo incredibile impatto che abbiamo sull’ambiente?

Semplice, con l’ecologia umana.

Isolando, lavando e differenziando il nostro carattere insostenibile e diventando davvero delle persone ad impatto zero perché stare sulle palle alla gente inquina molto più di quanto si pensi.

Anziché fare i summit con Draghi che stringe la mano a Greta pur sapendo che la stretta di mano sia proibita, facciamo un processo a tutto ciò che diventando insostenibile nella società:

La burocrazia italiana è sostenibile?

La digitalizzazione per un anziano che, poveraccio deve procurarsi uno SPID altrimenti per lo Stato è morto, è sostenibile?

La quantità di persone che guadagnano migliaia di euro raccontando la propria routine di bellezza sui social, è sostenibile?

Le femmine di tutti mammiferi svezzano il proprio cucciolo scacciandolo a morsi.

Le femmine italiane, umane ormai partoriscono solo in acqua e preferiscono elettrificare il cordone ombelicale e mantenere sotto sequestro il proprio cucciolo fino ai sessant’anni, a meno che non chiudano l’affare con qualche femmina più giovane che possa proseguire il sequestro ehm…sposarlo.

Le madri italiane sono sostenibili?

In questo momento, in Italia 1 padre separato su 2 vive in stato di totale povertà.

Nel 94% dei casi di separazione giudiziale, alle madri vengono affidati figli, casa coniugale ed assegno di mantenimento.

Si parla di privilegio maschile intendendo la prevalenza dei maschi nei ruoli di responsabilità aziendale ed è verissimo e conclamato. Me too!! Me too!

Nessuno però sembra parlare di prevalenza di suicidi fra i maschi (3 volte maggiore, rispetto alle donne, secondo la Onlus Samaritans), nessuno parla di prevalenza di morti maschili in occupazioni pericolose, nella carpenteria pesante, ad esempio, occupazione dove noi donne ci defiliamo con grande stile. Le gallerie in autostrada fatele voi, noi solo prime ministre!

Tutto ciò è sostenibile?

L’uso continuo, compulsivo, malato di parole come “PAZZESCO” e “QUESTO”: è sostenibile?

Sostenibilità.

Una parola più violentata di resilienza, di ordinanza, di vaccino.

sostenere ha un etimologia importante: viene da sustinere ed è composto da sub (sotto) + tenere (tenere).

Tenere sotto.

Effettivamente, in questo tempo siamo sotto ad un sacco di cose.

Siamo sottotono, sotto in banca, sotto schiaffo ma soprattutto, come si dice dalle mie parti: siamo sotto a un treno.

Impariamo dunque l’arte di restare al di sotto: è difficilissimo in un mondo che vuole vivere al di sopra delle proprie possibilità e si sovrastima ed è proprio questo lo stile che inquina.

Ridimensioniamoci perché è davvero il gesto più sostenibile che si possa fare.

Il pianeta ci ringrazierà.

E pure chi ci dorme accanto.

Sul perché il mignolo del piede sia sopravvissuto all’evoluzione.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Rispetto alle nostre depressioni, agli sbalzi d’umore e alle preoccupazioni, rispetto alle tante cose importanti che occupano spazio nella nostra vita rubandole tempo ed energia, rispetto a tutte queste cose, come deve sentirsi il nostro mignolo del piede?

Questo esserino nato spiaccicato ci ricorda quanto siamo fortunati.

Così insulso, apparentemente inutile eppure esposto, così vocato e predisposto al dolore: perché non si è estinto?

Perché un bel giorno, a scelta fra le migliaia che l’evoluzione ha messo a disposizione, non ha fatto il gesto coraggioso di cadere?

Mi pare che si tratti della stessa problematica che ha la coda.

La nostra coda, presente? Rimasta intrappolata in mezzo alle natiche, in quell’incipit di sedere che impiega pochissimi secondi a sudare, la coda è nella stessa, imbarazzante categoria del mignolo: quella delle reminiscenze anatomiche di cui ci vergogniamo.

A questa categoria appartengono anche gli orifizi, così selvaggi ed ostinati di fronte all’igiene che però non hanno un’anima, come il mignolo e coda.

Mi piace immaginare cosa potrebbero pensare e dirsi coda e  mignolo, nei nostri momenti di distrazione: “Che ci facciamo qui?”, direbbe la coda, “Io a puzzare di sedere senza averne colpa, come i dadi da brodo; e in più, non posso muovermi da migliaia di anni, sono incastonata come una gemma senza poter essere venduta a qualcuno che mi faccia brillare. E tu? Ti sei visto, si? Sembri fatto col didò color carne, sembra che ti abbiano manganellato alla nascita, sei più rattrappito di Cuccia, dai fastidio nelle scarpe e resti sempre appiccicato alle altre dita che però sono belle e affusolate ma soprattutto impegnate a fare un sacco di cose mentre tu non sei utile a nulla. Non dici niente? E’ questa la vita che vuoi?!”

E il mignolo risponderebbe: “Con franchezza, non ho mai avuto voglia di fare grandi cose e forse è per questo che mi sono rimpicciolito negli anni; però di una cosa mi sento grato alla vita: quando vedo uno spigolo del letto so che il mio destino è lì.

So che farò sentire, anche solo per pochi secondi, a quel figlio di puttana, il potentissimo peso che si nasconde nelle piccole cose.

E mentre si contorce e quasi sviene dal dolore, io il male quasi non lo sento, tanto godo nel venir finalmente considerato ed è per questo che quando vedo un letto, miro sempre lì.”

CHE ANNO DI MERDA

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Tutti a parlar male del 2020.

Sono molto dispiaciuta: è comunque un anno vissuto e merita di essere rispettato.

Quindi, per andare contro corrente mi sono appuntata sul mio taccuino ad anelli, dodici bei momenti vissuti in questo 2020, in modo da dimostrare che, se uno si volesse fermare un secondo a riflettere, si renderebbe conto che la massa sviluppa spesso visioni e comportamenti esagerati.

Gennaio: ho aperto il nuovo anno buttandomi in mare, in pieno inverno, assieme a centinaia di anziani liguri, sperimentando il cosiddetto “cimento”, una consuetudine per cui, il primo giorno dell’anno ci si ritrova tutti in spiaggia, in costume, flaccidi d’inverno e, al suono di un volgare fischietto da arbitro, ci si lancia in acqua verso una grossa boa allestita a largo, a cui son state legate alla buona, diverse bottiglie di prosecco di infima qualità, posto che ne esista di buona.

Si starnazza nell’acqua a due gradi e si finge di esser felici perché tutti guardano.

Febbraio: sono andata in Messico, da sola, per quindici, indimenticabili giorni.

Poco prima di partire sono stata investita da cinquemila paranoie di altrettanti amici e parenti che evidentemente stavano rosicando: secondo loro, mi avrebbero drogata, stuprata e poi mi avrebbero mozzato la testa, questo era il programma.

Avrei speso tanto, mangiato male, incontrato rettili letali e sarebbe anche scoppiata una pandemia.

Per fortuna non è successo quasi nulla di tutto ciò anche se, effettivamente non ho mangiato benissimo.

Marzo: ho avuto la fortuna di trascorrere il lockdown al mare, nella mia piccola casa in Liguria, da sola, con grandi quantità di alcool ed un tempo realmente merdoso che non metteva voglia di far niente di festaiolo che tanto sarebbe stato proibito.

Aprile: per sfuggire alla noia ho instituito delle dirette su Instagram, connettendomi dal cesso di casa mia, non avendo altre zone rispettabili a disposizione.

Ho dato a questo ciclo di dirette l’infelice titolo di Saturday Night Fever.

Maggio: rientrata al mio domicilio, abbiamo trovato un cucciolo di capriolo femmina, orfana e denutrita e l’abbiamo curata, prima di affidarla ad un centro specializzato. Noa, così è stata chiamata, è qualcosa che si avvicina al concetto di amore cosmico e si è perfettamente adattata a convivere con cane e gatti. L’unico problema è che ha iniziato a grandinare per casa, immense piogge di dure palline nere. L’amore vuole sacrificio ma a noi sarebbe dispiaciuto farne e quindi l’abbiamo graziata e l’abbiamo portata nel centro specializzato.

Giugno: ho girato l’Italia in un momento in cui tutti lo sconsigliavano, per registrare un programma tv, con un team di produzione composto da quindici persone sotto ai 40 anni, simpaticissimi.

Erano anni che non stavo così a contatto coi giovani.

Abbiamo dormito in posti dove non dormirei neanche dovendo scontare lavori socialmente utili, ci siamo svegliati alle 5:30 del mattino ed abbiamo finito di lavorare, a volte molto tardi per andare a dormire tutti sporchi e sudati.

E’ stato bellissimo rivedere il risultato ed accorgersi che alla tv si vede solo il 4% di ciò che accade davvero.

Luglio: mi sono riposata. Ho avuto solo tre date del tour ed era parecchio che non avevo un Luglio così libero, un mese in cui normalmente avrei avuto almeno venti tappe del tour! La felicità di non lavorare è stata senz’altro sintomo di grande incoscienza ma mi sentivo davvero al settimo cielo!

Mica immaginavo che il mio settore professionale sarebbe stato raso al suolo, di lì a poco.

Agosto: non paga del riposo, sono andata anche in vacanza.

Sono arrivata sull’Etna con la mia mountain-bike e ho fatto uno splendido tour di due giorni in fuori strada.

A fine tour mi sono ritrovata con gli stessi polpacci che immagino abbia Al Cogan, le narici nere di fuliggine come i camini di Mary Poppins e le natiche paralizzate perché i famosi pantaloncini imbottiti dei ciclisti non sono solo ridicoli ma anche roba che può letteralmente salvarti il culo.

Settembre: ho iniziato a scrivere il manoscritto di quello che dovrebbe essere uno dei prossimi libri. Parla di viaggi. Praticamente è un libro di fantascienza.

Ottobre: ho fatto la Via del Sale. Si tratta di un sentiero escursionistico dell’Appennino settentrionale che parte dalla provincia di Pavia ed arriva fino al mare, in Liguria ma io non ci sono mai arrivata perché nessuno mi aveva detto che le scarpe da trekking bisogna comprarle di un numero in più del proprio e comunque vanno usate un bel po’ prima di affrontare ottanta chilometri a piedi.

Così sono scesa dal famoso Monte Antola, scalza e con le lacrime agli occhi e mi son ripromessa di bruciare più combustibili fossili e affanculo Greta e il trekking.

Novembre: per il mio compleanno mi sono ubriacata con uno dei miei vini preferiti, il Terza Via di De Bartoli. Basterebbe ciò, invece l’ho fatto al mare, in compagnia dei miei amici ottantenni liguri, quelli del Cimento, che sono ancora tutti vivi e questo per me è il miglior tampone che si possa fare.

Dicembre: ha nevicato come non nevicava da anni e ho riscoperto le gioie infinite del bob.

L’ultima volta lo avevo usato a nove anni e mi si erano rotte le maniglie gialle, quelle con cui si frena: mi erano rimaste in mano entrambe e mi ero schiantata a tutta velocità contro il muro del retro dell’albergo e mia madre mia aveva anche picchiata quasi a morte, come usava fare ogni volta che le facevo prendere un brutto spavento. In questo Dicembre, invece, a quasi quarant’anni, non ho mai avuto problemi e sono andata giù in picchiata come un falco e mia madre non ha potuto far nulla perché abitiamo in regioni diverse.

Quindi, in fondo, questo è stato un bell’anno.

NATALE ONESTO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Caro Babbo Natale,

visto che quest’anno non potrai muoverti perché gli anziani sono categoria a rischio, vorrei cogliere l’occasione per chiederti finalmente un dono immateriale.

Da sempre, a Natale vengo sopraffatta dall’avidità ma siccome il bollitore da cinquecento cavalli che ho chiesto l’anno scorso si è già scassato, stavolta voglio tentare con doni emozionali.

Perciò mi piacerebbe tanto ricevere in dono un incantesimo o un miracolo per cui io possa svegliarmi il giorno di Natale e trovare, fra i miei colleghi ed i miei amici almeno tre persone in grado di avere il coraggio di dire chiaramente se qualcosa o qualcuno faccia loro cacare, di fronte al muso del diretto interessato, fossi anch’io.

Mi piacerebbe tantissimo, Babbo del mio cuore. 

Sarebbero belli gli amici, visti in questa nuova veste: coraggiosi ed immuni da quella strana patologia, tipica della nostra epoca che impedisce alle persone di lasciare un feedback negativo dal vivo o al diretto interessato anziché scriverlo su qualche portale o dirlo a terzi, in gran segreto, specificando “Mi raccomando, lo sai solo tu”.

Quando si poteva andare in giro, sentivo solo “Tutto squisito, ottimo lavoro”, “Non è il mio genere ma lo trovo bello”, “Ti trovo in forma”, “Sei dimagrito”, “Ti seguo”, “Parli bene l’inglese”.

Vorrei amici liberi dal virus “Siamo stati benissimo”.

Tutto qui.

Mi piacerebbe, la notte della Vigilia trovarmi in rubrica qualcuno senza il vizio delle recensioni usate come ghigliottine contro i ristoranti bazzicati, mi piacerebbe pranzare il giorno di Natale con qualcuno che mi faccia ascoltare cose tipo, “Ma sul serio vuole vendermi questo pane come fatto da voi, col lievito madre?”, “Sinceramente, non siamo stati bene: i camerieri non sono preparati, le materie prime sembrano comprate al supermercato ed i vostri vini non sono potabili ma rispettiamo il vostro lavoro e addio per sempre”.

Mi rendo conto che sia un regalo che abbia del miracoloso perché non è così banale ammettere che non possa esser tutto sempre perfetto e che non sia possibile star sempre benissimo altrimenti non saremmo tutti così annoiati, perché si vede che siamo annoiati anche se saltelliamo su noi stessi come degli esaltati, di fronte a qualsiasi esperienza.

Allora, questo Natale desidero levarmi di dosso questo entusiasmo finto, da yogi con la villa, da guru del trend e rimediare, se non ti è troppo d’affanno, tra qualche vecchio contatto fra i miei, senza andare a cercarlo chissà dove, qualcuno che non si vergogni di dire cose gagliarde tipo, “Non siamo stati bene manco per un cazzo, in casa vostra c’è puzza di muffa, di piedi, di gatti in lettiera, tuo marito è un pederasta, lo sanno tutti,  il tuo nuovo disco è comparabile alla carta da sedere solo che quella non graffia mentre il tuo vinile, si. Di fatti, sappiamo che lo hai pubblicato grazie a giuste amicizie”.

E ancora, Babbo, amerei sentir dire dagli amici che ti chiedo in dono, cose belle come, “Non sei in grado di approcciarti al sesso, tenta coi videogiochi, cucini come Caronte, ti trovo male, affranto, stanco, invecchiato, più povero del solito. Stasera, quando rientrerai a casa, non dimenticarti di bruciare questo vestito che ti dona come la rogna. Non credo che torneremo a trovarvi, ci avete fatto due coglioni così con la steineriana dei vostri figli: è stata una serata veramente del cazzo, ora capisco perché non vi abbiamo mai frequentati.”.

Vorrei sentire spesso frasi del genere che brillano di vera luce propria.

Certo non vorrei che le dicessero a me ma se deve andar così, se è giusto che accada, sarò pronta.

Vorrei soltanto questo dono, caro Babbo: vorrei un Natale di onestà degenerata.

Spero non costi troppo.

IL BUFFET SPIEGATO A MIO FIGLIO

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Molte cose ancora non sai, figlio mio.

Ora mi chiedi, ad esempio cosa renda davvero speciale un italiano ultimamente, visto che sembrano passati gli anni classici, splendenti.

Ora ti domandi, figlio mio quali siano i marchi incandescenti che rendano inconfondibile la gente italica.

Se il mio dovere è quello di risponderti, ti confiderò senza indugio, mio amatissimo che ciò che rende un italiano perfettamente riconoscibile tra la folla è il suo approccio davanti ad un buffet.

E’ così, figlio amato.

Ti chiederai cosa avvenga nel corpo di un italiano dinanzi ad un buffet, tu rispondi che accade qualcosa di fisiologicamente incredibile quando un italiano si trova di fronte ad un tavolo imbandito con mille pietanze e vini e che tutto l’incredibile è riconducibile ad un’unica potentissima parola chiave: gratis.

Rispondi così, figlio mio e non sbaglierai.

Nel corpo di un qualsiasi italiano anche non necessariamente ligure, quando si concretizza la gioiosa eventualità di mangiar senza pagare avvengono delle alchimie e delle reazioni biologiche che preparano l’individuo italico a sopportare qualsiasi prova sia a livello fisico che psicologico.

Presto lo scoprirai con la tua pelle, ragazzo.

L’italiano di fronte ad un buffet offertogli tira fuori le pulsioni dei cani di Pavlov, aumenta la salivazione al solo suono delle posate che vengono sistemate in piccoli gruppi sul tavolo dai camerieri del catering e questo è un processo spontaneo che investe la persona tua conterranea a prescindere dalla sua classe sociale.

Le cosiddette autorità, personalità e tutti coloro che preferiscono esser chiamati per qualcosa che termini con -tà non sono esenti come potresti pensare anzi, faticano molto più delle classi medio-basse, visto il disperato e continuo tentativo di dissimulare il loro interesse nei confronti di faccende ignobili come il cibo.

Ma non temere, figlio mio perché vi è giustizia di classe, almeno di fronte al cibo gratuito e davanti al buffet persino i reali si sporcano le dita.

Ricorda, figlio mio che se davvero vorrai distinguerti per virtù è proprio davanti ai tavoli del buffet che potrai dimostrarlo, non prendendo parte alle odiose file di bestie bipedi che si accalcano nel preciso momento in cui vengono posizionate le teglie degli antipasti ed i piatti caldi.

Sono attese quelle, figlio mio, in cui vedrai la tua gente annebbiata, accecata dalla possibilità di mangiar lì risparmiando altrove e dunque dimentica del decoro.

Vedrai qualcuno prendere il piatto vuoto dalla pila e tenerselo stretto e schiacciato sul petto come farebbe un frate con la sua Bibbia.

Tu non emulare, resta saldo.

Distinguiti.

La brama sarà talmente tanta e la fila così lunga che potrai vedere gente col piatto schiacciato contro il petto in reception, fuori per strada, a due isolati di distanza dal ricevimento.

Ciò avverrà perché costoro pensano che accaparrandosi un piatto vi sia certezza di mangiare e quando si spera fortemente in qualcosa, il contrario non lo si contempla.

Ma tale speranza, in Italia si nutre solo per questioni del cazzo come il cibo, ti dico.

Tenteranno di superare più persone possibili facendo finta di non aver visto la fila oppure adducendo scuse su ipotetici impegni per il bene della società che dovranno affrontare dopo aver velocemente finalizzato uno spuntino ma tu non creder loro, figlio mio e cedi il passo ai loro stomaci poiché non ci si può spiegare né capire con le cloache.

Così al buffet li vedrai usare persino le mani perché, arrivato finalmente davanti alla pietanza dopo quaranta minuti di fila, l’italiano si sente potente, finito non perché, ripeto figlio mio, Gratis è sinonimo di Dio.

Il concetto di gratuito supera quello di Altezze dei cieli, un matrimonio felice, uno stipendio cospicuo ed un mese di aspettativa in Giamaica.

La parola gratis, figlio mio, risveglia i morti, fa sorridere i malinconici, fa breccia nel cuore di chi deve far favori o concedere il proprio tempo all’azienda per cui lavora senza esserne consapevole.

Il cibo gratuito ipnotizza, figlio mio.

Soprattutto se nasci qui, in questo paese straordinario di certo ma non quanto la lasagna, il risotto al Castelmagno, i cornetti salati ripieni e la caponata.

Se poi ci si prefigura anche la possibilità di scroccare tutto ciò, un senso di benessere colpirà le persone italiche che difficilmente proveranno altrove e so che un giorno, figlio mio anche tu proverai quella sensazione.

Ti prego, sii forte.

Datte un contegno.

 

RADICAL SHIT

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dedicato ad E. che combatte la piaga radical chic con eccessiva ferocia non comprendendo che il benessere ostentato è molto più diffuso di quanto si pensi, tanto vale cercare di nasconderlo.

 

Stasera, al tramonto ho conosciuto un ragazzo.

Stava seduto tra i tavolini del delizioso bar a picco su scogli di friabile e nerissima pietra lavica dove ho stazionato tutte le sere di quest’ultima settimana, a partire dalle sette, non proprio sobria.

Il tizio era seduto assieme ad una coppia molto più grande di lui ma non erano i suoi genitori, si capiva: non gli somigliavano e avevano molto più confidenza con lui.

Per l’occasione, il giovane indossava i pantaloni che vanno di moda adesso, tra coloro che la moda la seguono con ostinazione, qualsiasi cosa essa faccia: si tratta di calzoni che lasciano nuda metà porzione del polpaccio e che offrono massima libertà d’espressione alla scarpa che, a questo punto viene scelta proprio per approfittare di quello spazio d’esibizione normalmente non concessole.

La scarpa scelta da questo giovane maschio è un mocassino in velluto marrone, con la punta molto più lunga dei suoi piedi ed i calzini apparentemente invisibili ma non vorrei risultare troppo attenta a questi dettagli perché è giusto rispettare prima di tutto la capacità intellettuale delle persone.

Che poi ci siano dei dettagli nel nostro modo di esprimerci con l’abbigliamento che vogliano dir qualcosa della persona che ne sceglie uno anziché un altro è indubbio ma non tutto, ecco.

Già che ci sono però devo ammettere che giudicare le persone dal loro modo di vestire è, nella maggior parte dei casi, pericoloso ma non per questo fallace.

Il fatto è che il ragazzo in questione pare interessarsi a me da subito ed io a lui ma per fini diametralmente opposti e non sempre riusciamo a percepire perbene le sensazioni di chi ci sta accanto perciò si creano tanti fraintendimenti.

Come quello di stasera in cui, mentre io guardo il suo taglio di capelli alla Pupo, i mocassini e tutto il resto sorridendo, lui vede solo che lo guardo e che sorrido sicché avanza con le sue avances offrendomi un bicchiere di vino toscano ignobile.

Continua a parlare, seduto affianco a me, approfittando del tempo che gli concedo in nome del fatto sacrosanto che non si possano giudicare le persone dal loro abbigliamento perché non sta bene, non si fa.

Specialmente se non si vuol soffrire.

Il ragazzo mi chiede, s’informa su cosa faccia, da dove venga: siamo in vacanza, in un territorio neutro e ciò sembra seccarlo.

Vuole catalogarmi ma ve l’ho detto, non si fa.

Siamo tutti diversi, le tribù sociali ormai son desuete eppure lui sembra cocciuto, ostinato a voler trovare la chiave per aprire il cofanetto che dovrebbe contenere le mie istruzioni per poterlo srotolare tra le sue mani.

E così, testardo e spavaldo, ad un certo punto mi guarda e mi fa: “Ma che sei radical, tu?!”

Improvvisamente fa buio su tutta la terra.

Mi ha preso in contropiede, non so cosa intenda, cosa voglia dire con questa domanda, con questo termine non italiano, parecchio diffuso eppure insignificante.

Sono spaventata e non avrei mai pensato di esserlo per mano di uno vestito da influencer.

Mi sento come se la polizia mi avesse appena fermata per accusarmi del possesso di una droga che io, non solo non possiedo ma neanche conosco.

Ma il ragazzo non capisce, non sembra accorgersi di niente, neanche della coltre scura che sta divorando chilometri di cielo, dopo questa sua domanda.

Non si accorge, il tizio, manco della gente che inizia ad alzarsi dai tavolini e a fuggire spaventata verso il porticciolo, dentro alle case.

Il ragazzo dai piedi di velluto se ne sta lì, ad aspettare la mia risposta mentre lo sperone di terra sul quale siamo rimasti io e lui, trema ed i suoi mocassini ormai penzolano nel vuoto eppure tutte queste circostanze lo interessano meno del responso alla sua domanda.

“Allora?! Sei radical?”, insiste mentre io mi sento come se tutto l’equilibrio del mondo dipendesse dalla mia risposta eppure non so rispondere perché non lo so.

Non so cosa sia un radical e non so se, nel caso io lo sia.

Non ho idea di cosa intenda questo figlio di puttana pettinato e generalizzatore mentre l’isola affonda nel mare, sempre di più, ogni volta che lui dice radical.

Sono smarrita, alzo lo sguardo e vedo un uomo sui cinquanta che mi guarda da un terrazzino che ormai si regge solo su due mozziconi di ferro: piange come un bambino e grida verso di me “Digli di si, brutta stronza! Non lo vedi come sei vestita?!” ed il ragazzo cavalca l’onda disperata del tizio, schernendomi, dicendomi “Ma si che lo sarai, coi libri che mi hai detto di aver letto e la collana che c’hai. Allora?!”

Ma io resto immobile, non voglio cedere.

Ho paura ma non voglio piegarmi sotto la suola Nero Giardini di questo pazzo catalogatore.

Sento freddo, scoppiano i vetri e cadono tetti dappertutto, dietro di noi il vulcano inizia a scaricare lapilli, detriti, fumo, gas e la gente rimasta attorno a noi si accascia, soffoca tra spaventosi rantoli mentre il ragazzo appena conosciuto è ancora lì, perfetto e pettinato a ripetermi “Insomma, sei radical o no?!”

Sto perdendo i sensi ma non cederò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ODE ALLA GIUNTA

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

E’ cambiata la Giunta.

Adesso si che si potrà fare quell’operazione finanziaria delicata, quel piano civico, quel festival, quella rivalutazione, quel progetto.

E’ cambiata la giunta.

Adesso si che il tempo migliorerà, mia madre non avrà più la sciatica, mio figlio troverà lavoro, Fiona Apple verrà finalmente a suonare in Italia.

E’ cambiata la Giunta.

Andrà tutto bene.

Adesso cambierà tutto in Rai, in Finmeccanica, in Trenitalia, da Zara, al parco di sgambamento cani.

Ovvio: è cambiata la Giunta.

Debelleranno la mononucleosi, daranno più finanziamenti, non ci sarà più il magna-magna.

Ora che in Giunta ho l’amico mio, quello che hai conosciuto ai campi da tennis, vedrai che l’appalto lo vinciamo.

Ora che è cambiata la Giunta vedrai che glielo facciamo avere il permesso disabili a tua suocera, il contratto in azienda a tuo cognato, la maglietta della Roma autografata a tuo nipote, il buono sconto al supermercato bio, da Decathlon, al museo.

E’ cambiata la Giunta: Santa Rita ci farà la grazia.

Ora che è cambiata la Giunta faranno finalmente questo benedetto decreto per abolire la meritocrazia, che non se ne può più di questo schifo.

Speriamo, guarda.

Speriamo che non si debba aspettare un’altra Giunta.

GIORNATA NAZIONALE SENZA FISCO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Se esiste il giorno degli innamorati, quello dei lavoratori, il giorno dedicato alla libertà, al Natale, la festa dei nonni e quella del gatto, perché non può esistere la festa dal fisco?

Il fisco è sempre esagerato e l’esagerazione nuoce.

E così anche il fisco.

Il fisco fa male alla tua voglia di costruire sogni pur essendo residente in Italia, fa male al tuo buonumore, specialmente quando passeggi per la tua città e vedi che il denaro che ti hanno tolto non viene utilizzato per il di lei benessere e, di conseguenza, neanche per il tuo di benessere che perde colpi, ogni anno che passa.

Il fisco ti segue sempre ma mai per portarti buone notizie.

Il fisco non ha un nome ed un cognome contro il quale potersi accanire e ti fa passare la voglia di lavorare quando ti accorgi che tu lavori e lui non fa un cazzo ma dividete la busta paga.

Il fisco è quella cosa che ti fa capire che sei diventato grande e che son finiti i diritti ed, ancor peggio, sono iniziati i cazzi amari, a meno che tu non faccia finta di non essere grande e ti faccia mantenere dai tuoi poveri vecchi e, a quel punto lì, due fischi ti meriteresti.

Ci vorrebbe il fisco contro il fisco.

Per tutti gli altri, ci vorrebbe la giornata nazionale senza fisco.

Qualora non ci fosse posto in calendario, a me andrebbe bene anche togliere qualche festa per liberare un posto, che ne so, il Ferragosto, il Primo Maggio, che tanto c’è un sacco di gente che lavora lo stesso e chiamarla festa dei lavoratori è una presa per i fondelli.

Che ci mettessero la giornata senza fisco così, perlomeno uno lavora ma guadagna il giusto lavorato.

Il giorno senza fisco: un giorno in cui tutti, finalmente, si potrebbe gioire insieme dell’antico rito sacro dell’incasso, senza subire il brigantaggio delle sigle incomprensibili.

Il giorno senza fisco, vi prego! Oppure, il giorno senza Iva che aspettiamo dal primo giorno di messa in onda di Ok, il prezzo è giusto!

Un giorno in cui tutti, legalmente, non pagano le imposte con il solo motivo di esser più felici.

E allora, giù con le feste che davvero servono all’umanità contemporanea: il 12 Gennaio, la giornata mondiale senza suoneria del cellulare, il 22 Novembre, la festa nazionale del pigiama, durante la quale tutti possono uscire di casa e sbrigare tutte le proprie professioni, indossando l’amata veste da camera in flanella.

Il 14 Luglio, il giorno della ripercussione: una festa speciale dedicata agli elettori che hanno il diritto di cercare, scovare nelle segrete dei ministeri e percuotere con piccole armi artigianali, i politici votati che non hanno mantenuto il proprio programma elettorale, il 29 Ottobre, la festa della spesa gratuita al supermercato, il 26 Gennaio, la festa della parolaccia libera contro sconosciuti a fini terapeutici ed infine, il 30 Dicembre, forse la festa che preferirei, il giorno del calcio in culo a quelli che domandano “Che fai a Capodanno?”.

 

TRISTE STORIA DEL PACCHETTO BASE

BRANDED PARODY CONTENT, FAVOLE DI MADAME PIPI'

Ho noleggiato una macchina online per le mie vacanze.

Ma non volevo fare del male a nessuno.

Anzi, ho pensato di far del bene: ho pensato che poi lì, non avrei dovuto far la fila, che avrei alleggerito l’impiegato e lui ne sarebbe stato felice.

Questo ho pensato.

Invece no.

Molto gentile, l’impiegato, eh; ma non felice.

Arrivo in agenzia col mio codice di prenotazione, consegno la mail stampata all’impiegato che, senza manco alzare gli occhi dal foglio, contrae il sorriso di benvenuto in una smorfia di disgusto.

Poi, rivolge su di me uno sguardo grave, severo, alla John Wayne quando qualcuno, nei suoi film, ha ormai i minuti contati.

Mi guarda come fa Ken Shiro prima di punire il gigante cattivo ma anche come un attore di soap-opera sudamericana, con la bocca serrata, gli occhi piccoli e il volto pieno di rughe da smorfia di dolore.

Mi guarda e mi ha dice: “Lei, signora, ha preso il pacchetto basic”.

Questa sentenza dell’impiegato contiene due sostantivi offensivi.

Da quel momento, cambia tutto.

L’impiegato non mi guarda più negli occhi, fugge il mio sguardo, mi dice “Abbia pazienza, se si accomoda un attimo, io, intanto, servo i signori che hanno la premium”.

Dice “hanno tutto incluso, faccio subito con loro e poi vediamo con lei…”, dice, senza finire la frase, come per dire “poi apriamo la sua pratica che puzza di merda di bambino che adesso, altrimenti, mi appesta l’agenzia”.

Io mi giro e guardo i signori che hanno la Premium: sono fichissimi.

Sembrano appena usciti da uno spot di gioielli, di deodoranti: la famiglia perfetta.

Lei coi leggings dorati e due metri di gambe, lui pare Top-gun ed i loro figli, i puttini sulle scatole dei pandori ed io sono brutta da morire, mi sento una blatta: ho il pacchetto basic.

Mi siedo sulla poltroncina con gli occhi bassi e, dopo qualche minuto, sento gridare l’impiegato “Lei, col Basic, signora, venga!”

Si girano tutti e a me sfugge un “Si, ma faccia piano”.

L’impiegato mi guarda con pena mentre inizia:

“Signora” (stronzo)

“Il pacchetto basic non include la copertura pneumatici, cristalli, cinture di sicurezza, sedili, battistrada, casello, semaforo, parcheggio, anche se gratuito, col basic paga anche quello.

Non ha la copertura anziani: non può caricare in auto vecchietti over80 perché, in caso di decesso per morte naturale, dovremmo farle pagare le pulizie straordinarie, gestite dalle pompe funebri del luogo del decesso.

Stesso vale per il trasporto bambini, borse frigo, merendine, scarpe con la suola da trekking e, oltraggio maximo: cani.

Col basic le preleverò un suo capello a campione che alleghiamo a deposito sulla pratica così, al suo ritorno, facciamo le analisi e con un laser ad infrarossi, se troviamo in auto un pelo che non è suo, il pelo viene inserito direttamente nella categoria “cani di grossa taglia” e c’è una penale di duemila euro e due notti di carcere.

L’auto del basic è una Uno Bianca intestata ai fratelli Savi, si…quelli della banda, ora gestiscono un’autocentro convenzionato.

Ovviamente, nel pacchetto basic non sono inclusi bollo e assicurazione, se ha bisogno della chiave del portabagagli, c’è un extra di 81,22 euro al giorno + iva”.

Ho come l’impressione che l’impiegato voglia ottimizzare i tempi dicendomi “Insomma, nel basic non è incluso un cazzo di niente” ma che non me lo dica per educazione perché, comunque, sono una signora.

Invece, ad un certo punto, contro ogni previsione, dice: “MA SE VUOLE…”e si interrompe.

Come faceva Gassman, nel punto più critico dello spettacolo, anche l’impiegato s’interrompe un attimo e poi dice “SE VUOLE PUO’ FARE L’UPGRADE”.

Ed io gli dico di si.

Non aspetto manco che finisca la frase perché sono stanca, umiliata e voglio uscire di qui con la dignità: voglio l’upgrade.

“E allora, firmi qui” mi dice, con gli occhi spiritati, mentre compare sul desk, lei: la lavagnetta.

La lavagnetta che non vedevo dall’asilo, con lo schermino liquido e la barretta con scritto FIRMARE QUI.

Ed io sento un coro da stadio che si diffonde per tutta la città: FIRMI QUI-FIRMI QUI-FIRMI QUI.

L’impiegato, ormai vestito da sacerdote, mi porge IL PENNINO.

Ora: passi l’umiliazione per il continuo Signora, passi la lavagnetta ma il pennino, cazzo, no dai.

E poi il contratto, penso, neanche mi fa leggere il contratto?!

L’impiegato mi legge nel pensiero e mi sgrida: “Non rovini tutto! Il contratto lo trova sul nostro sito!! Non sprechiamo carta, noi! Siamo un’azienda certificata!”

E io firmo perché comunque, a quel punto, l’impiegato mi fa anche un po’ paura.

Ho firmato.

Alzo gli occhi e vedo l’impiegato che sta avendo un Nirvana: senza una ruga, biondo, radioso: sembra un modello australiano di quindici anni.

Tutto il desk si illumina.

Arriva David Bowie con la divisa Europcar e mi dice “Signorina (con l’upgrade non son più signora, certo), venga, le mostro la sua vettura.

Col Premium ha il chilometraggio illimitato e potrà andare anche su Marte.

Io Life on Mars l’ho scritta pensando al pacchetto Premium, sa?”

Saluto l’impiegato, che mi benedice da lontano, col pennino.

Sono felice, parto.

Nel frattempo, a casa mia, stanno già pignorando i primi mobili.

E’ l’effetto della transazione del premium.

 

 

 

 

 

 

 

OPINIONISMO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Signora buongiorno, la chiamo dalla redazione del programma “Stretti e Costretti”, contenta?!

Signora, siamo la tv, non so se mi spiego.

Ci ha attesi per anni e finalmente eccoci qui.

Sa benissimo che non capita tutti i giorni di essere contattati dalla tv nazionale, vero?

No, è che non la sento adeguatamente stupita quindi l’avviso subito: si stupisca appena possibile perché il nostro direttore di rete ci tiene e quando non c’è stupore da parte dei fortunatissimi ospiti che contattiamo, ci fa andare altrove a cercare, capisce?

Dove non c’è gratitudine e reverenza ci dicono di non indugiare e riagganciare.

Ad ogni modo la chiamo perché amici di amici ci hanno fatto il suo nome.

Sa, noi della tv, del cinema e della politica lavoriamo come i poliziotti: su segnalazione.

Insomma, abbiamo avuto la segnalazione che lei sia il tipo giusto per noi.

Non sto nella pelle, devo dirglielo: lei sarà la nostra nuova opinionista.

Come sarebbe a dire che non sa cosa sia un’opinionista?!

L’opinionista ha un ruolo fondamentale, oggi: è l’influencer del pubblico, del nostro target, della plebe comune, capisce?!

Lei sarà con noi per tutte le puntate, avrà una sua poltrona in pelle bianca laccata, verrà truccata, pettinata e sarà in diretta con noi a dire tutto quello che vuole.

Si, si: niente censure, potrà parlare di tutto quello che vuole.

Tranne che di politica perché non è un programma di politica.

Evitiamo anche di parlare di problematiche sociali perché intristiamo il pubblico e non si parla di pessima programmazione perché non vorrà mica parlar male della rete che la ospita?!

Per il resto il nostro programma ha un sacco di argomenti interessanti: amori estivi dei famosi, anziane sole e povere che raccontano le loro ricette, servizi golosissimi sui must have della stagione.

Qui, ampio spazio di opinione, strizzando un po’ l’occhio a quelli che sono i nostri partner commerciali.

E poi ci sono gli ospiti di puntata che racconteranno le loro storie, ovviamente storie sono inventate perché comunque, ciccia, questa è la televisione.

E comunque gli ospiti sono gente vera, eh.

Si, l’ho chiamata ciccia perché comunque questa è la televisione.

Dunque l’opinionista non ha un vero e proprio cachet perché noi abbiamo una convinzione etica: pensiamo che le opinioni non debbano essere pagate e contiamo su un ritorno mediatico incredibile e poi tantissima gente normale sogna di fare opinionismo quindi perché pagarvi?

In Italia i sogni ve li facciamo pagare, semmai.

Come non vuol venire? Vaffanculo a chi, a me? Come osa?

Non lavorerà mai più, lo dirò al mio direttore di rete.

Il nostro claim è: siamo in pochi a comandare, gliela faremo pagare.

Passi una buona giornata e si ricordi che ha perso un’occasione.

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GIANTAXI E LE LUCI DELLA NOTTE – Racconto

FAVOLE DI MADAME PIPI'

A Milano, che si meriterebbe di non essere in Italia.

 

ONE

– Sei ancora lì? Rimani dove sei, scusa sono sotto botta, arrivo da te in cinque min. J

Gian, di mestiere sfreccia nella notte.

Sta venendo a prendermi agli studi, per riportarmi a casa, dopo il mio consueto turno di diretta tv settimanale.

Presento un programma che, da quasi tre anni, mi vuole bella e felice per sette ore a settimana quasi consecutive.

Fresca e smagliante come non sono mai stata nella vita reale. Eppure.

Alle tre del mattino, quando regalo la mia frizzante Buonanotte! ai telespettatori, non appena le luci del palcoscenico si spengono, ecco che magicamente mi trasformo in un impiastro abominevole, a metà strada tra un pagliaccio assassino e una prostituta di Cesano.

Cado a pezzi senza che il processo possa essere fermato: ho i pori del viso completamente occlusi da quintali di cipria a buon mercato e i piedi lessi e straripanti dentro i sandali della ribalta: dalla prima nota della sigla di chiusura lanciata, smetto di essere un soggetto in grado di parlare, di ricordarmi dove abito e come mi chiamo, figuriamoci quanto sia in grado di guidare.

Aver conosciuto Gian ha illuminato le mie notti più buie, perché da oggi ci pensa lui.

La rubrica telefonica di Gian è piena zeppa di contatti di modelle, veline e attricette che manco Lele Mora prima del servizio sociale da Don Mazzi. Ci porta tutte a casa ( ciascuna nella sua) a noi dello show-biz che non possiamo e forse non potremo mai, permetterci un autista privato.

Parla uno slang milanese bizzarro, una lingua che possono a malapena interpretare solo Umberto Smaila e Jerry Cala’ anche perché, a guardarlo bene, Gian è vestito esattamente come loro.

Non saprei dire quanto sia alto perché l’ho sempre visto seduto, ma so perfettamente come lo troverò vestito.

I tassisti infatti, non hanno un’uniforme ma Gian si.

Ne ha una sua, col quale è convinto di essere spregiudicato, sexy, al top, come direbbe lui: jeans slabbrato e la camicia nera di H&M ( quella che concede solo qualche mese di uso prima di lasciare due chiazze bianche salmastre sotto le ascelle) che, sbottonata fino al capezzolo aprirà le porte sensoriali agli audaci che sapranno sbirciare con discrezione e ammirare la rara tipica mollezza pallida che hanno certi ragazzi quasi rossi, come Gian.

Quelli non esattamente arancioni, per intenderci, ma con tutti i sintomi di questa strana razza umana: texture della pelle lattiginosa, corporatura molle e precaria, pioggia di lentiggini, totale assenza di peli, sguardo furbo, a volte cattivo, lo stesso che inquietò Verga.

E per inquietare uno con un cognome così…

Comunque Gian non è cattivo per niente, è solo spregiudicato e perennemente sovraeccitato.

Ha iniziato la sua losca carriera di taxi-driver con un regolare turno serale fuori dalle discoteche milanesi.

In pochi mesi però, è riuscito a mettere insieme un portfolio di clienti boni che lo chiamano per servizi extra e così è diventato il reuccio del trasporto in nero, col sedile sporco di glitter.

Gian esegue piccole commissioni nelle zone malfamate per conto di ballerini di musical, lavori loschi fuori città per le starlet delle televendite, trasporto in massa di fotomodelle di ritorno da coma etilici e da oggi, anche il mio ritorno a casa, che di losco ha molto poco, a parte la mia faccia.

Gian riesce a portare a compimento le sue missioni senza servirsi di quello che per lo Stato dovrebbe essere il miglior collega di lavoro degli addetti al trasporto pubblico su autovettura: il tassametro.

Tiene acceso l’affarino ufficiale solo per pochi clienti, quelli di brutta presenza che hanno la disgraziata di idea di fermarlo per strada o quelli che riescono ad usufruire di lui attraverso il collegamento spesso difettoso, col centralino;

per il resto conduce liscio e sobrio la dissoluta professione non fiscalizzata nel sottobosco metropolitano, senza che nessuno abbia mai avuto voglia, coraggio o capacità logiche di chiedergli spiegazioni legali a riguardo.

Per l’abbondante porzione di notte in cui il controllo della legge italiana cigola, Gian sfreccia col suo SUV bianco, un veicolo che i più chiamerebbero taxi mentre in realtà è più preciso ammettere che si tratti di una vera e propria micro-limousine, piena di adesivi con numeri di telefono assolutamente fittizi appiccicati alla carrozzeria esterna, e il buio fumoso di certi lounge bar rumeni, che avvolge quella interna.

Il nostro eroe cocchiere corre col finestrino abbassato e ha in serbo per i passeggeri la migliore musica delle peggiori discoteche di Ibiza, che diffonde con un sistema audio potente come quello del Privilege di Ibiza, ma rattrappito in un abitacolo con quattro posti a sedere di pubblico utilizzo, sempre occupati da minorenni georgiane, manager con slip leopardati sotto il completo Brioni e qualche volta, senza che ne abbia tali meriti, anche da me.

Il suo smartphone è sempre lì, appoggiato sulla patta, a illuminargli il mento facendolo sembrare un nano del Signore degli Anelli che, non si sa per quale motivo, un giorno si è messo in testa di imparare gli itinerari delle principali arterie stradali tra Milano e Casalpusterlengo e mollare così Mordor , per sempre.

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TWO

A me, un po’ per gioco, un po’ per rabbia, interessa sempre vagliare le mille possibilità di fregare lo Stato offerte dal mercato, quindi ho deciso di fidarmi a occhi chiusi della mia collega Tamara, quando quella notte di Luglio mi ha assicurato che a fine diretta sarebbe venuto a prendermi il suo driver Gian.

Ha usato proprio quella parola lì, quella magic word che è “driver”, una parola che lascia intendere professionalità e competenza, perché alle due di notte non ho proprio voglia di essere buttata in un fosso coi lividi e addosso solo i miei sandali sudaticci. Magari in un altro orario se ne può discutere, ma a quella stramaledetta ora non ho voglia di negoziare.

Sono stanca in modo feroce.

Ma se come alternativa mi si profila la chiamata di un taxi ufficiale, che mi farà aspettare dai quindici ai venti minuti fuori dagli studi, coi sandali che già sudano, beh preferisco affidarmi agli amici degli amici, anzi, ai driver dei colleghi.

Ora sono qui fuori dagli studi televisivi che attendo Gian da più di trenta minuti.

Uno sconosciuto senza manco un numero verde col quale prendersela, mi costringe a sostare sotto un cartello segnaletico di rimozione forzata, a Lambrate, sino alle tre del mattino.

Senza avere idea di chi sia, già sento di detestarlo.

Come detesto le mitragliate di messaggi su whatsapp che mi manda per dirmi a quanti millesimi di minuto si trova anziché posare il cazzo di telefono sul sedile del passeggero e guidare come un puma, visto che lo sto aspettando in mezzo alla strada con trucco e vestito di scena, se così si può definire una striscia di tessuto nero elastico, tra vita e seno.

“Arrivo in quattro min.”

“Girando per Piazzale Lugano, semaforo caxxo!”

Perché molta gente perde la dignità quando si trova a dover scrivere messaggi con lo smartphone?!

Perché sostituire le consonanti di una parolaccia con X?

Perché abusare di faccette e di punti esclamativi e creare un mondo che non esiste ancora più ridicolo, se possibile, di quello reale?

“Ci sono, Tatina, sono dietro l’angolo!”

Tatina chiamaci tutte le donnacce del tuo albero genealogico, imbecille. MUOVITI.

Sento il fischio delle gomme, che lasciano traccia sull’asfalto della curva a gomito appena dietro gli studi.

Arriva Gian, col suo suv tirato a lucido per la notte.

Mi ha mandato talmente tanti whatsapp sulla sua posizione, sempre più vicina alla mia, che sento quasi un brivido di adrenalina, nel vederlo finalmente di fronte a me, in carne e lamiera.

Arriva a 80km/h in una strada privata che quasi penseresti pedonale, percorrendola per la prima volta.

Ma Gian se ne frega. E non solo dei limiti di velocità.

Inizia una frenata graduale, evitando di sgommarmi in faccia,

forse e per un attimo è tornato in sé, e si è reso conto che non siamo a Miami e lui non è Puff Daddy.

Forse se n’è reso conto guardandomi e realizzando che, non solo non sono Beyonce, ma se stanotte Beyonce mi incontrasse per strada farei spavento a lei e al suo bodyguard, talmente sono sfatta.

Nonostante il timore che gli leggo in faccia senza equivoci, Gian apre le sicure, io entro nel suo mondo e sfrecciamo nella notte dell’illegalità.

THREE

Una volta a bordo, potresti essere davvero ovunque.

Gian non guida, nuota. Un po’ per la pioggia milanese, così velenosa e rassicurante, che si attacca ai vetri e sfuma le luci.

I semafori, i fari e le infinite colonne di lampioni della tangenziale però, sono resi ancora più fluidi da una velocità prepotente con la quale Gian si fa largo, lanciandomi ogni tanto un’occhiata dallo specchietto retrovisore, per vedere se reggo la tensione.

Quella di Gian è una velocità aggressiva che mi fa rizzare i peli sulle braccia più dell’umidità, oltre a darmi la chiara sensazione che questa notte sarà interminabile ma, qualora vi fosse un termine, questo potrebbe collocarsi tranquillamente in un commissariato.

Mentre rantolo sui sedili posteriori Gian mi somministra una quantità di informazioni che già normalmente, nelle ore diurne, non sarei in grado di assorbire, figuriamoci alle tre del mattino, agghindata come Moira Orfei dopo la sbronza per il suo sessantesimo compleanno.

Riesco a percepire una sola dichiarazione: non viaggerò sola.

Per ottimizzare i guadagni della notte più rischiosa, il sabato, Gian organizza un vero e proprio piano di produzione coi vari pick-up in giro per Milano.

Questo è l’orario di punta. L’ora in cui i modelli escono dalle discoteche, ridotti come i Ramones a fine serata.

Non lo conosco abbastanza eppure, mentre mi chiede nel suo dialetto alla Umberto Smaila se mi secca che carichiamo altre persone “tutte di ottima presenza, eh zia!” , sento nel mio cuore che è la fine.

Sento che io e Gian stanotte, caricheremo individui sbronzi quanti più possibile, quanti il suv bianco possa contenerne, anche piegati in quattro, per poterli mettere uno sull’altro, al limite anche esanimi e nudi, per lasciarli davanti al loro portone di casa, come sono abituati col Giantaxi.

Perché Gian sarà un po’ ritardatario, imbottito di dopobarba e anti-depressivi ma è assolutamente affidabile: ti carica e ti porta a destinazione in qualunque stato tu ti faccia trovare nel punto di raccolta, purchè tu ti sia ricordato da lucido, di dirgli dove portarti.

Basta un bigliettino in tasca col tuo indirizzo di casa, se sei un cliente fisso, o una telefonata nel pomeriggio prima di immergerti nella notte più tetra della tua esistenza, e sta sicuro che Gian ci sarà e ti riporterà a casa illibato.

Il primo pit-stop è davanti ad una discoteca in pieno centro, di queste con sette piani e altrettante proposte musicali.

Tutto il palazzo è fasciato con lastre di luci a led fucsia.

Sono accecata e atterrita dalla possibilità che a quest’ora della notte, esista gente che ha ancora voglia di camminare sui tacchi e ballare con le mani in alto, come sento dire al Dj dalle finestre aperte del primo piano.

La frase successiva che sento, mentre i miei occhi bruciano di luci e stanchezza è:

“Andiamo dentro a recuperarli che ci mettiamo meno, Ciccia. Sennò stanotte la passiamo cristando!” , mi dice Gian.

Cristando?

Insomma andiamo dentro e cristiamo.

Pare che questo verbo significhi sopportare talmente tanti soprusi e angherie da avvicinare il soggetto che le subisce al martirio di Cristo, senza però conferirgli similare dignità.

Capisco perfettamente questa medesima sensazione di sacrificio estremo e perdita del decoro umano, entrando in questa discoteca che è la rappresentazione precisa dell’inferno, solo coi dannati vestiti Calvin Klein e Kokka che affollano il bancone del bar sbavando, ringhiando e gridando “Negroni” o “Vodka Tonic”, pozioni che prima o dopo, causeranno loro blocchi intestinali e altre pene dell’inferno.

I piani della Disco con le varie sale, si affacciano nella hall con mille balaustre dorate, creando un effetto vortice proprio come quello dei gironi danteschi e la musica, se dovessi immaginarmi l’inferno beh, sarebbe esattamente quella proposta in questo posto, in cui i peccatori stasera vengono puniti a suon di Lady Gaga e di Bachata ecuadoriana.

Le cubiste frustano i dannati, con le frange dei vestiti e le loro cosce slabbrate dai troppi anni di ore piccole sui tacchi e ogni piano ha un uomo nero della sicurezza che vigila, come nei peggiori incubi di ogni bambino.

Gian si muove come Caronte, gridando ingiurie e spostando i dannati come fossero alghe mentre io lo seguo con la borsa stretta stretta contro il petto e lo sguardo atterrito da certe danze inconsapevoli che vedo mio malgrado.

Ad un certo punto Gian grida proprio come griderebbe Belzebù per arringare i suoi diavoli alla massima esaltazione, solo che lui grida “YURI! PORCA BESTIA, ANDIAMO!”.

Yuri sembra non essersi accorto della vita in generale, figuriamoci delle urla di un nano rosso, in quella selva oscura.

Sta ballando attaccato alla balaustra del privè, come fosse un adolescente effeminato, alla sua quotidiana classe di danza classica.

Effettivamente Yuri è un adolescente effemminato ma al posto del tutù è fasciato in un paio di fuseaux (sono un’integralista del fuseaux, lo chiamerò sempre così. Non mi avranno mai quelli stronzi che lo chiamano leggings) in lattice nero e in una maglietta di un fucsia accecante, che dovrebbe essere proibito dalla legge.

Ma siamo all’inferno, quindi Yuri può mettersi quello che vuole, anche perchè sta nel privè dell’inferno, che alla fine è un po’ come la Giudecca.

Gian lo conosce anche il Demonio quindi non subiamo neanche dieci secondi di domande e controlli all’ingresso del privè, perché due omoni neri ci aprono direttamente il cordolo facendo un cenno a Gian, dentro ai loro occhiali scuri che chissà che cazzo se li mettono a fare gli occhiali scuri in un posto più buio di una miniera, ma tant’è.

Yuri si è preso di sicuro qualcosa per ballare senza dover avere altre necessità.

Ha ingerito, fumato o masticato qualcosa che gli ha tolto qualsiasi tipo di bisogno fisiologico: non deve andare in bagno, bere o mangiare né tantomeno crollare dentro ai divani di velluto, dopo la sua sessione di danza classica tecnologica.

Me lo spiega Gian dicendo “Zia, lo Yuri non dice una cazzo di parola dalle undici di sera alle due di pomeriggio del giorno dopo, lui balla e basta. Lui dove lo metti sta tipo in trance, però ti segue eh, se devi andare in qualche posto e ce lo devi portare lui sa che deve seguirti, però ti segue mentre continua a ballare, è tipo autistico, si piglia qualcosa di davvero bomba. Ma a me mi dà retta, eh.”.

Quando gli siamo vicini, per me Yuri è già leggenda.

Indossa anche lui gli occhiali scuri, solo con una montatura tigrata, e ha un’aria professionale e concentrata su ogni singolo passo di danza tecnologica, come fosse in un video dei Daft Punk visto però da una persona con dei problemi cognitivi che le rallentano i riflessi. Yuri si dinoccola a rallentatore, simulando spaccate sulle balaustre e muovendo lingua e braccia a serpentina, ammiccando il nulla, visto che è solo, non c’è nessuno che gli balla intorno, perché “Nel privè non si balla, nel privè”, mi spiega Gian “si fa i fighi e basta, si guarda giù cosa fa la massa di gente di merda, si beve, si fa i fighi, ecco. Capito?”.

Solo Yuri può ballare, perché il suo ballo è da fighi, pare.

Non c’è bisogno di trascinarlo via dal girone del privè, Yuri sa che se riconosce Gian nella folla, è venuto il momento di andare via e deve seguirlo.

Così si stacca dalla sbarra sopra la quale ha portato a termine la sua notte di solveggi e inizia a seguire Gian, facendo del piccolo stretching sul posto.

Non ha una giacca, un borsello, un cellulare, Yuri è venuto in canottiera e fuseaux da casa, forse correndo come Mark Renton, in piena punta di chissà cosa.

Gian mi fa un cenno e grida ancora come un demonio, in mezzo alla folla di dannati, che ci dobbiamo togliere dai coglioni.

Siamo fuori.

Respiro.

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Siamo fuori e mi rendo conto di quanto sia fragile Yuri, fuori dal suo contesto: magro, sudato e pallidissimo, ancora con gli occhiali scuri attaccati alla pelle appiccicosa, silenzioso, indifeso.

Meno male che c’è Giantaxi che lo porta a casa, altrimenti Yuri verrebbe picchiato e derubato perfino da una classe di signore di punto e cucito.

Fuori, appoggiate al cofano del taxi di Gian, piazzato in mezzo alla strada con le doppie frecce che lo illuminano come fosse un pacco regalo di questi degli allestimenti nei centri commerciali a Natale, ci sono due ragazzine col trucco sfatto e i tacchi in mano.

Sono quelle modelle minorenni moldave, che vedi a Milano in qualunque stagione dell’anno, con la minigonna senza calze, anche quando a Gennaio ci sono le maniglie dei negozi ghiacciate.

Maledette loro, giovani e con il gelo nel dna che le farebbe sopravvivere anche nei cassoni di un obitorio.

Loro non ci andrebbero in discoteca, se ne starebbero a casa a guardare Sex and the city e a mangiare patatine con le amiche.

Eppure ci vanno perché vengono pagate dai PR per starsene lì tra amiche, a bersi un drink e fare la famosa bella presenza.

Sulla carta dovrebbe funzionare così: qualcuno le vede e sparge la voce tra i maschi che in quella discoteca ci sono le modelle.

Allora tutti i maschi vanno lì, pagano il biglietto intero, bevono l’imbevibile e cercano di rimorchiarle.

Solo che nessuna di loro sa parlare italiano.

Mai una modella moldava minorenne riuscirà a imparare l’italiano.

Non si sa per quale motivo.

Parleranno inglese, al massimo sorrideranno ma in italiano non scuci loro neanche un “Buongiorno” dopo sei mesi.

E di certo i maschi che frequentano quella discoteca infernale e bevono quei drink sacrileghi, oltre al milanese, parlano il Nulla più desolante.

Però le modelle moldave minorenni, qualora pensino, questa sera penserebbero senz’altro “Meno male che c’è Giantaxi che ci porta a casa e non quell’imbecille di Gallarate con la gelatina anche nel culo”.

Siamo tutti. Si va.

FOUR

Non so se ci si possa ubriacare di riflesso, semplicemente respirando gli aliti di gente ubriaca in ambienti ridotti ma non mi sento molto bene, tutta compressa dentro a questo abitacolo che sa di vodka chimica, con la faccia contro il finestrino e le cosce appiccicate a quelle sudate e bianche delle moldave.

Se poi il tanfo di alcool si mescola a quello acuto della centrifuga di schifezze lisergiche ingerite da Yuri, credo che gli effluvi che stanotte scivolano per l’abitacolo del taxi di Gian siano pericolosi per la salute quanto gli scarichi di una raffineria calabrese.

Yuri poi non sembra essere tra i viventi.

Gian lo ha appoggiato sul sedile posteriore come un cappotto che ti togli prima di guidare altrimenti si sgualcisce e lui è rimasto lì, come un invertebrato, con gli occhiali da sole ancora indosso a proteggere i suoi occhietti bianchi e collosi.

Ad ogni curva, il suo corpo senza gravita’ viene sbattuto contro le moldave che lo rilanciano come se giocassero a palla avvelenata contro il vetro del finestrino, dove il suo naso si schianta e si appiccica come una ventosa diventando cianotico e freddissimo e regalando agli automobilisti, nonostante gli oscuranti, una visione spettrale.

Come se stessimo trasportando un cadavere senza sacco nero.

Gian vola nella notte.

Non lo ferma nessuno e se sei con lui andrà tutto bene.

Anzi andrà tutto “ da famiglia reale, ciccia!”, dice lui.

Yuri abita a Niguarda, un quartiere che se non avessi la certezza di trovarmi a Milano potrei tranquillamente scambiarlo per qualche periferia di San Paulo di quelle che ti fanno capire quanto sia preziosa e fragile la vita, soprattutto se hai una borsetta appresso.

Yuri non viene barbaramente scaricato sul pianerottolo, come farei io prendendolo per un braccio; vedo Giantaxi infatti, scendere dall’auto, aprire professionale lo sportello posteriore, chinarsi e caricarsi in braccio i resti esanimi dell’acrobata di Niguarda per poi volgersi al portoncino e iniziare una difficoltosa arrampicata dei tre scalini che portano all’uscio rognoso dove vive il poveretto.

Sull’ultimo scalino sento Giantaxi inveire contro la vita e le creature della notte.

Non capisco bene cosa dica nel suo dialetto che capisce solo Umberto Smaila ma sono certa che sta prendendosela col mondo mentre porta avanti il suo lavoro fino all’ultimo e con dignita’, mentre compie il suo giornaliero “servizio completo”.

Arrivato in cima alle scale Gian appoggia il ballerino moribondo contro l’angolo del portoncino annerito dalle pisciate dei cani e citofona.

Sono le cinque del mattino e Gian citofona senza sosta, come fosse un postino.

Dopo qualche minuto di attesa, mentre le moldave si fanno un selfie al volante del Giantaxi e ridono nella loro lingua, si sentono i tonfi pesanti di chi scende le scale incazzato.

Apre il portoncino un’immensa massa di adipe sudamericano senza sesso definito.

Che sia lo/a fidanzato/a di Yuri?

Il sesso è incerto ma non la sua età, minimo sessanta anni, nonostante il grasso iperbolico tenti di deviare le mie analisi.

E’ un essere appartenuto per tanti anni alla notte, forse una Drag-Queen o un mercante di perversioni da strada.

Lo intuisco da come inveisce contro la notte insieme a Giantaxi, con fare esperto: si lamenta di quanto la notte ormai faccia schifo, di quanto non ci siano piu’ i locali leggendari della movida milanesa.

Poi guarda Yuri e scuote la testa.

Paga Giantaxi quel che deve pagare e mentre il nostro protettore risale in auto e la moldava scivola sul sedile davanti continuando a selfarsi, la/o vedo che piglia Yuri per un braccio e inizia a gridargli contro come fossimo in pieno giorno “Alzati Ediota, vamos! Otra volta con esta puta istoria. ALZATI PUTO AMOR!”.

Lo scuote, si arrabbia, diventa rosso/a in viso e inizia a prendere a calci nello stomaco con le sue gambotte flaccide il secco Yuri che non reagisce.

Gli sfila gli occhiali, li disintegra dentro al suo pugno, poi chiude la porta e lo lascia li, esanime contro il muro, appena sotto i citofoni, stretto nei suoi fuseaux e senza un grammo di forza in corpo.

Ho paura.

E anche le moldave hanno smesso di farsi le foto e sono lì che guardano Yuri e guardano Giantaxi per avere risposte.

“Sempre così eh, ognuno ama come può, bellezzine secche”, dice lui mentre inchioda e fissa lo specchietto retrovisore.

Portami a casa, maledetto driver.

Ho paura e sono stanca.

La porta viene riaperta con rabbia e riemerge la creatura di lardo portoricano che piglia Yuri per un polso e se lo trascina dentro il buio della tromba delle scale.

Addio Yuri, portami a casa Gian.

E lui annuisce guardando la porta richiudersi e parte sgommando.

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FIVE

Giantaxi vola nella notte più acida, vola dentro alla notte che, sembra piombare tra le strade di Milano solo per lui e per il suo lavoro che accarezza da anni l’illegalità.

Vola Giantaxi, coi suoi boccoli sudati e rossicci fuori dal finestrino e gli ACDC diffusi a volume da esaurimento nervoso; guida sentendosi solo anche quando il suo taxi è strapieno di gente.

Brian Johnson gracchia con le sue corde vocali ruvide “Don’t stop me”, e io guardo il mio driver preferito e mi nasce in testa, e non so perché non ci abbia pensato prima, la certezza dell’ incredibile somiglianza col frontman di questa band leggendaria.

Invecchiando, le distanze delle similitudini tra loro si accorceranno sempre più e mentre voliamo su Milano, io Giantaxi me lo immagino col kilt e la scoppola e immaginarmelo così, è forse la cosa più piacevole che mi sia capitata stanotte.

Questa notte in cui Giantaxi e io planiamo insieme a due moldave con le gambe più lunghe della mia giornata di lavoro, questa notte che sta morendo e che io mi ritrovo, senza averlo scelto, a vivere in macchina con gente che sa di glitter e cocaina.

Le moldave dormono un sonno etilico rilassato, sono abituate.

Una riposa appoggiata sulle gambe dell’amica, l’altra con la testa china sul collo, che domani si sveglierà sentendo i trenta sempre più vicini.

E poi ci sono io, che coi miei trenta e più, spero di riuscirmi ad addormentare a casa mia, sana e salva, senza nessuna moldava sul divano, senza nessun Yuri sul tappetino di casa, massacrato di calci dal fidanzato e senza nessun agente di polizia all’uscio di casa che mi chiede come conosco il tassista illegale più famoso della città.

Le due moldave condividono una di quelle famose case milanesi per modelli: appartamenti identici a quelli per studenti, loculi angusti, sovrappopolati e sovrapagati, con l’unica differenza che le case per modelli si trovano in zone trendy e sulle pareti delle stanze hanno i composit, quindi sono più fighe di quelle per studenti e vengono ancora più sovraprezzate.

Nella via del fashion flat non si cammina, tanto è intasata dalla gente che ha ancora voglia di ridere, baciarsi, vomitare, alcolizzarsi e ricominciare il giro.

Giantaxi chiude gli specchietti mentre procede a passo d’uomo e ogni tanto abbassa i finestrini per inveire o chiedere in inglese, se si sono accorti che lui sta guidando una macchina.

Mi giro verso le moldave e le vedo di nuovo sveglie e in pieno selfie, che salutano i baristi dal finestrino abbassato e ammiccano i loro colleghi modelli sudati e marci dalla serata.

Mi chiedo perché molta gente che lavora col proprio aspetto riduca lo sviluppo dell’intelletto, forse pensando che un peso mentale importante possa compromettere la carriera nei casting.

Forse le moldave pensano di essere arrivate a qualche festival.

Forse credono che tra poco Giantaxi aprirà loro le portiere dell’auto e srotolerà il red carpet e loro potranno sgambettarci sopra coi loro leggings e i loro boots, regalati da qualche stilista pallido, coi capelli bruciati dall’ammoniaca.

Invece Giantaxi le portiere le apre, si, ma dice “Basta, qui non si va più avanti, fuori dalle balle ladies, vado di retro e voi proseguite a piedi, che rassodate i glutei!”.

Non credo che le moldave sappiano cosa sono i glutei anche perché, guardandole mentre scendono dall’auto, scopro che ne sono completamente sprovviste, che hanno quei tipici sederi talmente piatti che la parte dei jeans dedicata alla naturale fisionomia pensata da Dio, rimane penzolante come uno zaino vuoto, di quelli peruviani, di lana morbida e colorata.

Non appena le loro cavigliette sono tra le pozzanghere e io sospiro pensando che sia finalmente finita, due tizi vestiti esattamente come il resto della folla, come dei rapper appena usciti dalla copertina di Esquire, si piantano davanti al nostro cofano, sbattendo le mani contro la carrozzeria e, mentre sento Giantaxi dire “Oh cazzo”, loro già gli hanno aperto la portiera e gli stanno spiaccicando la faccia rossa e umidiccia sul cofano.

E’ un attimo, io vorrei scendere ma non riesco a lasciare lì quel maledetto cagnaccio di strada che sembra aver scelto il mestiere di mettersi nei guai.

Credo di aver capito da come lo sbatacchiano contro il cofano, che Giantaxi deve aver sbagliato zona o orario di servizio illegale e che i due tizi travestiti da rapper sono in realtà colleghi con regolare licenza, in pausa dal lavoro ma non dalla voglia di attaccare briga.

Intorno alla nostra auto si crea un piccolo circolo di pubblico non pagante che non osa intervenire ma si gode la scena, succhiando nervosamente vodka-tonic dalle cannucce nere.

Detesto quelli che non si lasciano prendere dal sangue, quando ribolle nella testa e vorrebbe riportare l’essere umano ad una condizione di selvatica battaglia: questi stronzi se ne stanno lì, mentre i due rapper pestano di botte Giantaxi, con le loro gambette atrofizzate nei pantaloni stretti-stretti a sigaretta, coi loro baffetti lisci e freschi di barbiere, inabili a qualsiasi tipo di reazione che esca dai cliches del ragazzo trendy.

Nessuno si indigna, tutti guardano la scena con lo sguardo da eroi ma solo quando reputeranno che è il momento giusto di esserlo.

Mentre sto scendendo dall’auto di Giantaxi, che continua a prendersele in silenzio, tutto davanti a noi, viene illuminato dai fari di un’auto che procede lenta tra la folla.

L’auto si ferma esattamente di fronte al ring, chiudendoci definitivamente ogni via di fuga.

Pensavo fosse una volante, invece è un altro taxi: le forze dell’ordine hanno la peculiarità di non arrivare mai quando c’è davvero bisogno e di esserci sempre quando il loro intervento è inutile e fastidioso, penso stringendomi la borsa addosso e preparando la fuga, sempre che le mie gambe, paralizzate sul sedile dalla tensione, me la consentano.

Dal taxi scende una ragazza bionda, minuta e con una piccola coda spettinata.

Ha gli occhi azzurri ed è completamente vestita di jeans, dalla testa ai piedi, sembra uscita da uno di quei telefilms anni 90, alla Bayside School ma, al posto del diario ha un tubo di ferro sottobraccio, un pezzo dell’asse del motore di chissà quale auto, che brandisce in maniera determinata e poco elegante.

Si avvicina e con una forza impossibile da prevedere, si lancia contro uno dei rapper e lo legna duro fino a farlo piangere, fino a quando quello non si china per proteggersi la faccia e la testa, fino a quando non ti fa tenerezza che quasi ti dimentichi che, fino a pochi minuti prima, stava massacrando un povero giovane rosso slabbrato.

La piccoletta allontana i due rapper a colpi di rabbia inespressa da secoli e il pubblico maschile, si rifugia in un imbarazzante silenzio sgomento, poi prende Giantaxi per un lembo della camicia, lo trascina in auto e chiude le sicure.

Siamo dentro.

Giantaxi è di nuovo al volante della sua auto esanime e la biondina gli è accanto, sul sedile del passeggero, che sbava ancora di rabbia.

Non si è accorta che ci sono anch’io, immobile come sono sul sedile posteriore, ipnotizzata da tanto cinema americano.

Come se non bastasse, la biondina tira a sé quel che resta di Giantaxi e gli stampa un bacio muscoloso sulle labbra violacee,

poi si gira di scatto e mi guarda dentro alle pupille.

Mi entra dentro agli occhi come il fuoco e dice “Fuori di qui, prendi la mia auto e seguimi”; io neanche rispondo, piglio le chiavi che mi lancia praticamente in faccia e, come ipnotizzata, mi ritrovo già coi piedi dentro alle pozzanghere delle moldave.

L’auto di Giantaxi si accende, ingrana una retromarcia potente e inizia a svicolare tra la gente, incurante di colpirla o schiacciarla.

Una retro da Fast and Furious che si allontana dal circo di pugni e baci appena vissuto.

E io davanti a loro, assurdamente al volante di un’auto mai vista, coi fari piantati contro il loro parabrezza, pronta a seguirli ovunque, perché le femmine, quando c’è di mezzo una storia d’amore, diventano incredibilmente collaborative, anche nell’illegalità.

La nostra notte non è finita Giantaxi: sfrecciamo nel crimine e baciatevi ancora, vi prego.

 

Arianna Porcelli Safonov

 

 

 

 

 

LA MALEDIZIONE DELLA PASSWORD PERDUTA

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dismesso il nostro entusiasmo sull’utilità che ne consegue dopo averla inserita, ci toccherà ammettere che non usciremo vivi dall’era della password.

Non riusciremo a sopravvivere ad essa.

Perché siamo in tanti a non ricordare neanche ciò che abbiamo mangiato ieri a cena, dunque come potremo arrivare a ricordare gli oltre settanta codici che aprono la nostra vita?

Esistono persone che, come me, memorizzano a fatica l’indirizzo di casa dei genitori o la ricetta del tiramisù: come possiamo pensare di farcela a restare allegri nonostante l’onda di password che sventra la nostra corteccia cerebrale?

Entro in macchina e devo digitare il codice per sbloccare l’antifurto.

Prendo il cellulare e per inviare un sms con scritto “Tardo 10 min” devo ricordarmi sei cifre e premere sullo schermo le mie impronte digitali.

Se posiziono male il pollice nell’apposito spazio sul touch screen, devo subito dichiarare al dispositivo il nome di mio nonno paterno e la città di nascita del mio cane.

Se il dispositivo sostiene che mi stia sbagliando, si blocca tutta la mia vita telematica.

E’ questa vita?

E’ questa sul serio, l’epoca di maggior agio mai sopraggiunta per l’essere umano?!

Entro in casa e devo inserire nove cifre per disinserire la chiamata automatica alla polizia.

Accendo il computer e lui, anche se sono le sette del mattino e non ho ancora preso il caffè, m’investe con cinquemila domande sulla mia vita privata o ciò che resta di lei, visto che è tutto schedato, archiviato, regalato a google, concesso a facebook, donato al sito di Don Guanella.

Tutto fuorché le mie fottute password, che mantengo salvate, al sicuro in un bel foglio word nel mio computer e in nessun altro fottuto posto cartaceo.

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Così mi lascio umiliare dalla macchina e rantolo come un bagarozzo cappottato mentre lo schermo mi domanda quale sia il mio gruppo musicale preferito, in modo da poter liberare il muro di pixel che nasconde i miei preziosi documenti.

Ma l’umiliazione durerà poco, pezzo di merda di computer, perché io, il mio gruppo musicale preferito ce l’ho stampato in testa e sono i Jane’s Addiction, hai capito?!

Sono i Jane’s Addiction e subito digito il nome del gruppo, pigiando sui tasti come un vecchio archivista con gli occhiali di vetro.

Soddisfatta, attendo.

La risposta non è corretta.

Insisto.

Cazzo, lo saprò qual è il mio gruppo preferito!

E’ il mio, mica quello del tabaccaio o del vicino di casa.

E’ il mio leggendario, indimenticabile, gruppo preferito.

E la schermata dovrà piegarsi a questa verità.

E invece no.

Il computer dice che lo sa lui quale sia la mia band del cuore e che non è affatto quella che penso e che ho digitato.

Sono abbattuta come la nave di una delle mie flotte di carta quando giocavo per non seguire le lezioni.

Affondata.

Vorrei chiedere al mio computer conferma di come mi chiamo in realtà, vorrei chiedergli chi sono i miei veri genitori, se sono stata adottata e cosa avrei dovuto studiare, se mi sposerò e quale crema viso mi si addice.

Invece torno in me e decido di uscire.

Voglio prendere un po’ d’aria e dimenticare tutti questi codici che governano i miei pensieri, le mie azioni e, a quanto pare, anche i miei gruppi musicali.

Metto le scarpe, mi avvio alla porta e mi fermo con le dita sulla maniglia perché lo schermo del citofono mi chiede il pin salva-anziani per uscire.

Mavvaffanculo, me ne resto a casa e preparo qualcosa di buono.

Cercherò di rilassarmi, berrò un buon bicchiere di vino e non sia mai che tornino alla memoria anche certe ostili numerazioni.

Entro in cucina.

Sono brava coi piani B.

Apro il frigo o almeno, cerco di aprirlo, visto che l’elettrodomestico ha il blocco ciccioni e pretende un codice a quattro cifre per fare l’Apriti Sesamo!

Non c’è problema.

Deve morire chi ha inventato la password ma non c’è problema.

Non mi farò certo sottomettere dalle tecnologie.

Ci scaldiamo una fetta di pane ai cereali e siamo tutti felici, sani e salvi, senza bisogno di aprire quel frigo di merda col pin.

La preparazione della bruschetta però, presuppone che io ricordi la password per accendere il tostapane, il codice salvabimbi che io medesima ho installato al cassetto dei coltelli della nuova cucina, nonché le sei cifre del nuovo tagliere design ultima generazione, che servono a tenerlo fermo sul mobile senza l’aiuto della mano.

O sono io che non ricordo un cazzo oppure sono sotto sequestro dalla Password.

Per la rabbia, mi si gonfiano le vene sulla fronte.

Corro per casa a controllare qualsiasi cosa e scopro che non c’è niente a non essere protetto da almeno un codice pin, puk, pac.

La somministrazione dell’acqua del cesso è gestita da una password, la finestra del terrazzo si apre solo se ricordo il codice salvacani, la luce in camera dal letto si accende soltanto dietro consegna del codice segreto anti-sveglia notturna che ho inserito quando ho comprato il materasso su amazon, in quei bei tempi andati in cui ricordavo il nickname e la password per accedere al mio account.

Il mio buonumore si attiva solo se ho inserito il codice smile sulla sveglia altrimenti ho la certezza automatica che questa sarà una giornata di merda.

La digestione del mio gatto parte felice solo se è corretto il pin del dispenser di croccantini, sennò il blocco renale è assicurato e poi sai che casino recuperare il puc per sbloccare i reni?!

Se volete che termini questo racconto inquietante in cui narro come la password possieda la mia e la vostra persona in maniera violenta, dovete digitare ora il nome di quello che sarebbe stato il vostro compagno dell’asilo preferito, se non ci fosse stato l’effettivo compagno preferito ufficiale, poi dovete immettere il peso del vostro esofago quando avevate dieci anni e digitare l’improperio preferito dal sindaco di Dubrovnik, quando è a casa con la moglie.

Altrimenti fate un semplice log-out e tornate alla pietra e al baratto.

Dicono stia anche tornando di moda, il baratto.

Per la pietra, purtroppo, bisognerà aspettare.

NO BUDGET: UNA STORIA TRISTE

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI'

“Ciao Mamma,

si, si, ho fatto il colloquio.

E’ andata alla grande.

Mi hanno presa sicuro ma dovrebbero darmi conferma definitiva la prossima settimana.

Guarda, hanno detto cose incredibili sul mio cv.

Sono al settimo cielo!

Hanno detto che sono la figura professionale che aspettavano e che il mio background darà all’azienda un plus miracoloso.

Spunti innovativi.

Mark-up irripetibili.

Idee inimmaginabili.

Sguardi sul futuro.

Finestre sul successo.

Il direttore creativo mi ha detto che aspettava una risorsa come me da una vita e che, se lo dice lui, che da vent’anni dirige una delle agenzie di comunicazione più importanti del mondo, posso esserne fiera, ecco.

Anzi, ha detto “proud”, Ma’…che in inglese vuol dire coraggioso, fiero.

Come?!

No, no, l’azienda è italiana.

Lo ha detto in inglese perché oggi le aziende fighe usano le parole inglesi per certe cose.

Sono più efficaci.

Più accattivanti.

Più cool, dicono.

Si, cool.

No, non è una parolaccia, vuol dire figo.

Va beh Ma’, poi quando ci vediamo te lo spiego.

Che dici?! Ma va’ no, ma quale stipendio?!

Per il primo anno non prendo nulla ma è prassi.

Si, quando stai su un progetto nuovo, fidati è sempre così.

Non puoi capire mamma, dammi retta.

E’ una puntata zero, un progetto low-budget, un’idea unconventional nella quale non sono stati fissati dei budget, almeno per quest’anno.

Ma quale rimborso spese, Ma’.

Ma dove vivi?!

Ma ti pare che gli chiedo un rimborso?

Cioè: se mi pigliano sono dentro a un team internazionale che lavora su’ un progetto fighissimo e io chiedo dei soldi?

Sono io che dovrei pagare per lavorare con loro, Ma’.

Tu non hai idea: c’è la file di gente che vorrebbe essere al mio posto.

C’è il mondo che pagherebbe per riuscire ad entrare in quella agenzia!

Fidati che, guarda se mi permetti, senza offesa eh, ci capisco un po’ di più sul mondo del lavoro oggi, non credi?!

E allora…

Dai, ora ti saluto che sennò mi innervosisco.

Si, si.

Saluta Papà, eh! Dagli un bacio.

Ah mamma, aspetta!!

Ricordati di mandarmi i soldi dell’affitto, eh.

Che il 5 è tra una settimana, mi raccomando”.

SFOGO DI UNA MADRE

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

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Mi sono svegliata questa mattina con una voglia incredibile di mandarvi tutti a ramengo.

Sono stanca di tutto il lavoro che mi date, di tutte le lavatrici che devo fare ogni giorno per voi, delle ore passate in cucina per darvi da mangiare roba che schiferete.

Stanca di riordinare le vostre cose che abbandonate per casa, le palle e gli altri giocattolini di merda che devo sempre rimettere a posto io senza la vostra minima riconoscenza.

Ma che ho fatto di male per meritarmi voi?

Perché quel giorno non sono andata a passeggio?

Siete dei lavativi, perdigiorno, egoisti che non siete altro, ecco.

Mi sono svegliata stamattina e ho capito che sono stanca marcia di sacrificarmi per voi.

Coi vostri orari di merda che se ne fregano di una stronza che lavora tutto il giorno e di notte vuole dormire.

Invece no, mi svegliate come fossi una serva.

Questa casa non è mica un albergo, sapete?!

Parassiti: senza di me non sopravvivreste mezza giornata!

Ah, ma vi sistemo io, cari miei.

Da oggi le cose cambiano.

Mi sono svegliata stamattina e ho capito io come aggiustarvi a voi, teste calde.

Da oggi ognuno lava le sue cose, che cazzo.

Ognuno rimette a posto quello che usa o, quanto è vero Dio, vi sbatto fuori di casa e al diavolo.

Soprattutto tu, Leopoldo, che la fai puntualmente fuori dalla lettiera.

Da oggi le cose cambieranno, gatti di merda.

FURESTA: UNA STORIA VERA.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

“Ahhh l’amore!!”, stai pensando questo Ettore, vero?

Te lo leggo negli occhi, stai pensando all’amore, amico mio!

Mentre lucidi gli specchietti retrovisori della tua Honda Civic fresca di autolavaggio tu stai pensando proprio a questo.

Oddio, ma ti vedi?! Guardati: quarantadue anni, un buon lavoro e un principio di rincoglionimento che ti percorre la spina dorsale, i pensieri, la pancia e “la furesta”, come la chiami tu.

Danzi tra le macchine come fossi Pamela Anderson al car-wash show in qualche postaccio del Kentucky.

Che roba amico mio, come ti sei ridotto.

Insomma, sono felice per te ma guardati!

Dio santo, stai ballando intorno alla tua Civic con la pelle di daino in mano e sospiri guardando gli altri automobilisti anche se in realtà non li vedi neanche perché gli occhi ce l’hai da un’altra parte, amico mio.

Ce l’hai piantati ancora sulle foto-profilo della tua Bella, specialmente le ultime, quelle che hai visto ieri sera mentre eri al lavoro e sbirciavi felice come un ragazzino quando torna a scuola dopo il Natale e sta in classe a fantasticare sul parco giochi che lo aspetta a casa.

Ettore tu sei innamorato fracico.

“Viva l’amore! Ahhh, che sensazioni primitive, che sconvolgimento chimico, che dolce disordine che ti fa camminare storto ed essere buono con tutti”, mi rispondi.

Ettore c’hai l’amore dappertutto: hai scelto la tua sposa, sei andato.

Ma la cosa più bella, la cosa più Rock, come dici tu è che proprio ora, mentre stai controllando che ogni angolo della tua Civic sia più lucido del cesso di un magnate russo, l’amore corrisposto.

Non è così cazzo?! E’ quando tu guardi nelle pupille di chi ti piace e intravedi feeling.

E’ proprio così!

“L’ho capito subito, poi mi ha invitato lei al campeggio e ho pensato che Dio c’è sul serio”, mi dici.

Ettore, non è che sei al settimo cielo.

Puoi tranquillamente pisciare sulla nuca a quelli al settimo cielo, dal tuo loft al nono!

E poi sei all’antica come l’amore, amico mio.

Hai aspettato e dopo ben otto mesi di corteggiamento pudico e contenuto hai raggiunto l’obiettivo: una proposta.

La tua bella ti ha chiesto di andare in vacanza al campeggio!

Che strano, penso io.

Uno di norma prima si fa un concerto insieme, poi un week-end e poi si spara una settimana intera.

Così tutto insieme ti arriva una doccia di ghiaccioli alla fragola in testa!

“Ahhh, l’amore, cazzo!”, mi rispondi tu mentre il campeggio di Polignano a Mare che hai prenotato ti sembra meglio di uno Spa Resort a Honolulu.

“L’amore spreme ogni contrazione, ti libera la mente dalle sciocchezze, alleggerisce il peso corporeo di grammi e grammi.

L’amore drena, ti purifica, ti fa essere migliore.”

E’ proprio così come dici, Ettore caro.

Occhio che ti squilla il telefono!

L’amore è l’ultima particella di Dio ancora visibile sul pianeta terra che ti cancella qualsiasi bruttura dalla testa e ti fa diventare un principe anche se stai lavando la tua macchina per attaccarci dietro una roulotte e partire alla gitana, alla ruspante.

Ma che ti frega, c’hai l’amore Ettore.

Ma chi ti ferma?!

Nessuno.

Manco il fatto che la tua bella abbia avuto un bambino da un altro.

E allora?

Ormai è così: separarsi non è più un problema e poi se lei è una mamma, tanto meglio, è già sul pezzo con la storia della riproduzione e non te ne chiederà certo un’altra, di puzzola.

E qualora la volessi tu non ci sono problemi, Ettore!

E’ già programmata per produrne all’industriale.

Così domani partite e c’hai le mutande che cantano le melodie degli angeli e il meteo che ti assiste: cinque giorni di sole e due pioggia, ideali “Per fare furesta”, come dici tu.

Questo penso mentre tu dici “Si” al telefono.

Era lei?!

Che ha detto?! Dimmi, raccontami tutto che io sono femmina e queste cose le capisco!

Ti ha chiesto se può portare suo figlio?!

Ah.

Ma si, hai ragione! Ma che ti frega, giocherete insieme.

E poi c’è l’amore, Ettore, hai ricevuto?!

C’è l’amore, porco mondo!

Chi vi ferma?!

Farai i castelli di sabbia, scarterai gelati e merendine, gli farai un po’ da papà a tempo determinato e chissà che non ti si sveglia l’istinto, canaglia!

E poi alle nove i bimbi vanno a letto e allora… “Furesta!”.

Che? Chiama ancora?!

Eh, rispondi, rispondi pure.

Che ha detto?! Ti ha chiesto se paghi tu?

Va beh, ma è ovvio!

Non deve neanche chiederlo.

Mi raccomando Ettore, fai il gentleman eh.

Anche se lei insiste, guarda che noi insistiamo per mettervi alla prova, tu sii intransigente, neanche un caffè!

Ti si scioglierà sulle ciabatte.

Ahh, l’amore! L’amore Ettore è così, ti trasfigura.

Guarda che pelle che hai!

Sembri levigato dal Canova, c’hai i capelli lucidi come un levriero afgano appena uscito dalla toilette.

Ancora con ‘sto telefono?

E’ lei?! Ancora?! Beh ma allora è alle fiale.

E’ cotta sulla pietra.

Considerati già a cena dai suoi nonni a Natale.

Che voleva?

Dimmelo Ettore che io sono femmina, c’ho intuito per queste cose.

Se può venire anche sua madre?!

Oh.

Oh beh, forse è un po’ esagerato.

“Vuole mettermi alla prova, vuole vedere quanto ci tengo!”, mi dici convinto.

Eh si, hai ragione, senz’altro è così.

Tu non cedere al maschilismo e sii gentile, che ti frega.

Magari porta la nonna per fare un po’ di baby-sitting alla creatura così vi unite sugli scogli.

E poi se lei è splendida come dici, sarà caruccia anche la suocera, no?!

Dai, dai, bravo! Fai bene a prenderla così.

Già vi vedo a giocare a burraco insieme.

Conoscerai figlio e suocera in una botta sola, fico dai!

“Unico, direi”, mi rispondi, che ti trema quasi la voce.

Ahh l’amore, Ettore.

L’amore fa miracoli.

“Ne ha già fatti, lo vedi?”, mi rispondi tu con le guance rosa porcellino, “sto per fare una settimana di campeggio dentro a una roulotte condividendo quattro metri quadri e un solo cesso di plastica con lei, sua madre e suo figlio, hai voglia a miracoli! Sono felice, pieno, completo, mi sento un uomo”.

Hai ragione, amico mio, hai ragione!

Ahhh, Dio benedica l’amore e pure il campeggio.

Ma chi ti scrive, mica lei?!

Non ci posso credere.

Dio ti ama, amico mio. E anche lei.

E che dice ora?! cosa dice, dimmi!!

Che sono una femmina, c’ho intuito, ti do la soluzione come la settimana enigmistica senza manco aspettare il prossimo numero.

Suo fratello?

Perché anche suo fratello?!

No, dai.

Le hai detto che non c’è posto?

“Ma un lettino in più c’è, se si toglie il tavolo. Dice che è tanto che non lo vede, che vive ancora a Bari e che è a due passi”, mi rispondi, “poi se possiamo passare a prenderlo già che siamo giù ed eventualmente riportarlo”.

E io credo, sinceramente amico mio che ti stiano pigliando per il culo con la scusa dell’amore e delle farfalle nelle mutande.

Con tutta ‘sta gente te la scordi la furesta, da retta a me.

Ma tu già non mi degni di uno sguardo, amico mio.

Tu fai come vuoi perché sei scimunito dall’amore.

Ti vedo: c’hai l’occhio vitreo come gli squali mentre ti volti e dici che così ti offendo.

Viva l’amore, Ettore.

Che sensazioni primitive, che sconvolgimento chimico, che dolce disordine che ti fa camminare storto ed essere buono con tutti.

Che dramma sarà raccogliere le tue ceneri al ritorno.

Servirà una paletta di quelle per le stalle.

Saluti alla signora.

***

 Per gentile ispirazione del mio amico Ettore. Tratto da una storia vera.

IL PAESE DEI PALLONI CUCITI

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Lo so che non è bene accanirsi con categorie già prese duramente di mira da tutti e umiliate da secoli ma la mia è una disquisizione sociale che vuole aiutare fattivamente persone disagiate: perché nessuno aiuta certi tifosi?

Come mai la sanità pubblica non si occupa di loro, non offre un supporto, un sostegno, una possibilità, una speranza, che so, un sussidiario, una classe serale?!

Perché non è affatto decoroso che un paese civile consenta ai propri cittadini in età adulta, di girare in branco con sciarpette di cotone liso e bandierine gridando nell’aria canti infernali e di cattivo gusto grammaticale, cori che iniettano in chi ascolta e in chi canta un’immediata sferzata di adrenalina e voglia di fare a botte col primo che passa.

Anche io che vorrei la pace nel mondo, quando ascolto i ritornelli intonati col popoppopo’, subito ho voglia di sradicare un cartello stradale e spaccarlo contro il cofano di una macchina parcheggiata o in faccia al giornalaio.

Ma non voglio generalizzare, eh.

C’è anche chi va allo stadio per divertirsi, per non pensare.

Non c’è niente di male a non pensare.

C’è anche chi va allo stadio perché ama il calcio che è uno sport avvincente e poi si sa, lo sport va bene allo spirito, anche quando è intriso in soldi zozzi, dispensati da sponsor rognosi.

C’è chi porta i bambini allo stadio per condividere l’esperienza che sia emblema di lealtà, un gioco in cui chi si fa male, se lo fa davvero, mica per finta.

E poi è bello sognare che il proprio bimbetto un domani, guadagni milioni calciando un pallone.

C’è chi si stappa una bella birretta e non sente ragioni che facciano sollevare le sue chiappe dal divano, quando inizia la Champions.

Non c’è niente di male, la moglie che aspetti.

Che se poi si organizza con un piano b, che vada, che si diverta.

Che poi anche i tifosi sono ben organizzati: affittano pullman e investono duro in fantacalcio, tivvu’ e abbonamenti costosi perché si vive solo una volta e allora, perché vivere in altra maniera se la vita col calcio mi fa sentire in un gruppo di amici, in un clan invincibile, in una tribuna d’onore?

E poi sono soldi che fanno girare l’economia e l’economia ha bisogno di girare.

Non importa dove, basta che giri.

Lo so che non è bene accanirsi con categorie già prese duramente di mira e umiliate da tutti.

Ma ieri con un amico ci chiedevamo quanto lungo potesse essere l’elenco di belle cose che si potrebbero fare se quei tifosi mettessero in un’urna il costo del loro biglietto, dell’abbonamento allo stadio, del merchandising della propria squadra, della birretta chimica che comprano al baracchino.

E quest’urna, piena zeppa di soldi anziché andare in pasto a due signori indagati e ai grandi marchi che masticano il pianeta, partisse verso un paese straniero, lontano lontano, un posto dove vive gente che vorrebbe studiare ma non può perché cuce palloni.

Ci chiedevamo col mio amico, cosa potrebbe succedere, se davvero quell’urna arrivasse a destinazione.

Non siamo riusciti a quantificare i soldini dell’urna, né a definire bene cosa potrebbero farci gli abitanti del paese dei palloni cuciti.

Abbiamo però convenuto, forse in maniera del tutto affrettata e generalizzante (ma non è quello l’intento, che poi ognuno sa il suo), che senz’altro le persone del paese dei palloni cuciti quell’urna la userebbero meglio di certi tifosi.

http://www.indianet.nl/a020411.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2014/08/il-75-dei-palloni-di-cuoio-e-prodotto.html

http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1625

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IL GIORNO IN CUI I GIOCATTOLI MORIRONO

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI'

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Non dovrebbe arrivare mai quel giorno eppure in certe famiglie in cui la nostalgia non è un sentimento apprezzato o tenuto in vita con affetto, arriva il giorno in cui il genitore vuole disfarsi di tutti gli oggetti che i figli hanno abbandonato negli anni dentro agli armadi e nelle soffitte della casa padronale.

In effetti dev’essere fastidioso sapere che, quando i tuoi figli prenderanno il volo verso l’indipendenza, sia che la trovino in Costarica o in un monolocale a Cesano Boscone, lasceranno per casa molti oggetti pronti a rompere i coglioni alla tua ritrovata opportunità di arredare gli spazi liberati dalla loro (supposta) autonomia.

Racchette da tennis, ballerine numero ventinove, libri di algebra, diari segreti che non hanno più necessità di restare segreti ma soprattutto cataste e quintali di giocattoli accumulati in svariati Natali e moltiplicati per due o tre, a seconda di quanto vi sarete incautamente riprodotti, senza tralasciare quelli dei compleanni, a causa dei quali avrete negli armadi, facendo due conti elementari, almeno sessanta (nel caso in cui abbiate due figli di trentenni) ondate di gadget e altre cagate regalate e magari appena guardate e poi abbandonate in soffitta, in cameretta, in cantina, in giardino dai vostri adorabili cuccioli benestanti o pieni di nonni.

La vita, per chi resta sul territorio abbandonato da uno o più giovani diventati adulti è un inferno sicuro.

Mia madre però, come in tanti altri casi, sceglie di dire No.

Il suo NO è un inno all’assolutismo materno, una monarchia intransigente quella materna che da secoli governa il mondo senza essere legiferata o contenuta.

In questo caso e con non poco rammarico, devo ammettere però che mia madre ha tutto il diritto di rifiutarsi a fare di casa sua il magazzino delle stronzate di plastica dei figli.

Così un giorno, per l’ennesima volta dal 1982, si allea con mio padre e insieme decidono che i giocattoli accumulati negli anni da me e dai miei fratelli appartengono in un unico blocco alla sottoscritta soltanto perché sono la più piccola e dunque ho automaticamente ereditato tutto dai più grandi, senza esclusioni.

E’ un’ingiustizia che tanti figli minori comprenderanno.

Tuo fratello cresce, ti molla la sua bicicletta usata e quella diventa automaticamente tua nel bene e nel male.

E il male è qui, oggi pomeriggio, il giorno in cui mia madre e mio padre hanno condannato a morte tutti i giocattoli e spetta a me, dopo averli tanto amati, giustiziarli.

Esiste qualcosa di più dilaniante?

Mi presento a casa dei miei il giorno stabilito con una tuta di ciniglia marrone, la coda di cavallo e gli scarponi da trekking.

Mia madre dice severa a mio padre di consegnarmi le chiavi della cantina dove i giochi di me piccina riposano indisturbati da anni, catalogati dentro a scatole datate almeno un decennio a.I. (avanti Ikea).

Mio padre esegue e mi porge una chiave anonima penzolante da un laccetto rosso di quelli che ti regalano alle maratone.

Quando apro la vecchia porta di ferro li sento sussurrare tra di loro: hanno capito subito.

Perché i giocattoli, dopo aver convissuto con almeno tre generazioni di bimbetti riconoscono subito le bugie e la brezza frizzantina che le precede.

Sono certa che sentano che c’è qualcosa che non va ma credo non arrivino a pensare che moriranno per mano mia, la stessa manina che vent’anni fa li faceva cavalcare il cielo e solcare i prati.

La stessa voce che prometteva loro amore eterno.

Ma l’amore cambia.

E’ un software che si aggiorna anche se non vuoi.

Non esiste cristallizzazione, l’amore è un animale in continua evoluzione, non puoi sfuggire.

Anche per questo i miei giocattoli oggi muoiono: hanno creduto che per loro non sarei mai cambiata, che sarei rimasta fedele a me stessa per sempre invece sono cresciuta e ho cambiato casa, una casa piccola dove non posso portarli con me.

Mi avrebbero uccisa loro se fossi rimasta com’ero quindi oggi devo sacrificarli tutti.

Gli scatoloni esplodono sotto i tagli del mio coltellino svizzero: saltano in aria le Barbie coi loro vestiti da sposa, le Cherry merry muffins, i Polly pockets, i giochi del Sega Master system

Si risvegliano i pupazzi rappresi da mille lavaggi in lavatrice e gli eserciti dei playmobil gridano al ritorno in battaglia, alla trincea che io e mio fratello alzavamo da cameretta a cameretta, sfidandoci con navi giganti fatte di blocchi di legno colorato, portaerei che fluttuavano sul pavimento.

Ma oggi è disfatta.

Oggi è imboscata, tradimento e morte feroce dentro a enormi sacchi neri dell’immondizia e scatoloni destinati a una Caritas che di playmobil non se ne fa molto visto che la lotta è per il pasto caldo.

Oggi è il giorno in cui Barbie muore col suo sorriso al rossetto rosa fragola e il flauto che suonavo alle medie si spezza contro le mie ginocchia rabbiose mentre gli grido che mi ha sempre fatto cagare suonarlo.

Muore la scatola dei Lego, coi piccoli moduli che sembrano non accorgersi di niente invece, se potessero, si assemblerebbero in una gigantesca mitragliatrice e mi trivellerebbero col piombo.

Sola in cantina con i miei giocattoli, grido e uccido tutti e me la prendo con loro per le aspettative disilluse e i sogni di bambina infranti e metto nel bagagliaio anche tu Berto, peluche gigantesco dentro al quale mi sono accoccolata fino ai dodici anni a piangere o sospirare per il compagno di banco che mi snobbava.

Mi dispiace e grido con le lacrime agli occhi che devo farlo e apprezzassero almeno il fatto che lo faccia io, che li ho amati tutti e tanto perché potrebbe farlo la signora delle pulizie senza neanche sentire il loro dolore o il giardiniere, buttandoli sopra il pick-up insieme alle siepi potate oppure l’operaio che viene domani a spostare i mobili.

Quando finisco la strage sono sudata, sporca, piena di ragnatele e sangue invisibile di giocattolo.

Che il sangue invisibile è quello peggiore.

Il campo di battaglia è un garage ordinato: gli scatoloni aperti sono piegati e pronti per la differenziata, i sacchi neri chiusi e senza alcun movimento all’interno e il taglierino chiuso dentro al marsupio degli attrezzi di mio padre.

Dentro al mio cuore però, stamattina sono morte cinquemila bambine.

Carico tutto in auto e parto.

Guido veloce verso l’isola ecologica, scarico tutto, sistemo nei cassonetti giusti e risalgo in macchina salutando i signori rognosi che lavorano lì.

Un’operazione quella dello scarico, portata a termine in venti minuti col pilota automatico inserito.

La mia auto è davanti al cancello chiuso dell’isola ecologica e la radio manda un pezzo di Florence and the Machine.

Sono libera, finalmente grande e senza tutto quel carico infantile che mi ha perseguitata per tutti questi anni.

Andiamo via, Berto.

Ti porterò lontano dalla terra che ci ha fatti nascere e poi ci ha portato il conto.

E Berto, sul sedile del passeggero non dice niente ma si capisce che erano anni che aspettava questo momento.

BENITO E IL GUSTO PER LE ESEQUIE.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

The Launch Of Frank To's Latest Exhibition "The Human Condition"

La provincia alla lunga ti stronca.

Ti cambia, ti ridimensiona, ti costringe a dare importanza a piccole cose inquietanti senza che tu quasi te ne accorga.

Benito è un ragazzo normale ma se lo conosci, quando lo incontri ti gratti.

E anche se non lo conosci ma ci parli per cinque minuti, alla fine ti gratti lo stesso.

E’ un ragazzo con qualche anno in più di quaranta e ha un gusto tutto suo per le esequie.

Mentre quelli della sua età amano le macchine sportive e le ragazze rumene, Benito ama i funerali ma soprattutto la sensazione che prova quando viene a sapere chi è morto.

Ama talmente tanto quel momento di consapevolezza che una qualsiasi vita altrui sia terminata, che nutre nel cuore il desiderio antico e inammissibile di sapere chi è morto ancor prima che succeda, per essere il primo a dirlo a tutti.

Per poter chiamare amici, parenti e conoscenti con quel tono di voce lì, quel tono che hai quando devi fare una comunicazione sconcertante in modalità urbi et orbi.

C’è chi si appassiona al calcio, chi ai giochi di carte, alle corse dei cavalli o ai vini francesi: Benito ama la necrologia locale.

In provincia se nasci sano, poi crescendo le cose possono cambiare e Benito fin da piccolo, è un appassionato di messe in suffragio, di saluti ai parenti e di visite a vecchietti agonizzanti che, quando lo vedono arrivare al capezzale, con le loro ultime forze si toccano, i poverini.

Lo temono più della estrema unzione perché mentre il prete non si espone, Benito sotto sotto vuol vederli schiattare in diretta per mantenere in vita il suo hobby macabro: quello degli eventi sociali legati al decesso.

Benito è un virtuoso dei funerali, sa tutto di tempistiche sulla vestizione di un cadavere e mantiene aggiornata la programmazione settimanale dei rosari organizzati a casa delle vedove di tutta la provincia, con particolare attenzione a quelli con la salma ancora presente e visitabile.

Benito è amico e confidente di tutte le perpetue della diocesi e in paese non c’è morto che non abbia ricevuto i suoi onori.

Se per caso capita che lui non venga a conoscenza di una dipartita per primo, ecco che si agita e diventa malmostoso, quasi violento.

Il perché questo ragazzo voglia sapere chi è schiattato prima che vengano stampati i manifesti con l’avviso nella cornicetta, nessuno lo sa; il fatto certo è che se non gli arriva l’anteprima, se non riesce ad arrivare prima delle onoranze funebri, è meglio non averci a che fare con Benito.

Il suo sabato sera è alla veglia funebre del postino, se ne sbatte della discoteca, a lui piace stare lì, accanto alla salma coi gomiti appoggiati alle palle di mogano della testiera del letto, a guardare in silenzio.

Non c’è nessuna preghiera visibile sulle labbra di questo ragazzo coi blue jeans a vita alta e la camicia a quadri col bassotto in alto a sinistra.

Benito è sempre incuriosito, a proprio agio e immobile come il nuovo estinto che ha davanti.

L’estinto non sempre è caro, a volte infatti Benito non sa bene il nome del morto, in che frazione viveva, a chi era marito.

Ma non importa perché lui si accontenta dell’evento, gli basta l’esequia in sé per alimentare la sua pura, profonda passione per tutto ciò che accade intorno a un cadavere.

Nessuno ha il coraggio di dire a Benito che alla sua età dovrebbe avere interessi più gentili perché nessuno sotto sotto vuole che Benito smetta di occupare la prima fila dei parterre funebri togliendo così molti dall’imbarazzo.

Come spesso avviene in provincia, ma anche in città, i disadattati o i presunti tali, rassicurano coi loro gesti bizzarri, tanti individui apparentemente normali.

Benito occupa i posti che nessuno vuole occupare e se ne resta al cimitero fino a quando l’ultimo granello di terra non ha ricoperto l’angolino di mogano della bara rimasto all’aria.

Benito manco ci va, dopo al ristorante perché è già sazio di marmi e pianti altrui.

E’ l’ambasciatore della morte, in paese, il virtuoso delle corone di fiori come nessun hippie riesce ad essere.

Benito è amico delle cremazioni e nutre inconscia invidia per i becchini ma soprattutto più della musica pop, Benito ama il suono dell’anima del morto che si stacca dal corpo.

Tutti hanno paura di lui ma egli non si prende la soddisfazione di accorgersene.

E resta nel suo silenzio eterno a far paura a tutti.

Con quel nome di battesimo, per di più.

 

 

LA LEGGENDA DEI CAVI US-B

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Avevo aperto tutti i cassetti di casa e preso tutti i miei cavi usb.

Li avevo tirati tutti fuori, un giorno.

Ero stanca di tutti quei chilometri di cavi e una di quelle mattine libere in cui ti prende che vuoi cambiare il mondo iniziando da casa tua, li avevo snodati, lucidati, lisciati e allungati sul pavimento di casa.

Ero uscita in giardino a furia di metterli per terra, uno dopo l’altro.

Li avevo messi tutti in fila ma non finivano più e loro lo sapevano.

Continuavo a stenderli, sudando.

Pensavo di aver steso l’ultimo, mi giravo e vedevo che avevo ancora una matassa di fili bianchi aggrovigliati come serpenti mitologici.

Si contorcevano, chiedevano di essere usati una buona volta, m’imploravano di non lasciarli soli, di dar loro un senso.

Si chiedevano, i miei fili usb, perché fossero lì in così tanti, tutti uguali, da secoli e perché li avessi comprati a tonnellate, facendoli sentire così sostituibili e intercambiabili.

Mi chiedevano perché ero stata così infedele con loro.

Qualcuno si ribellava e provava a mordermi con la sua uscita metallica e tagliente, che sbucava come una testa di Medusa dalla matassa.

Io sudavo e scioglievo freneticamente i nodi, davo loro spiegazioni aleatorie, mentre dentro mi battevo il petto, insultandomi per aver comprato così tanti cavi usb nella mia vita, senza tener mai conto della loro dignità.

Avevano ragione.

Si faceva notte e non avevo ancora finito.

Sentivo le loro vocine orientali, mentre procedevo nel buio a dare una direzione al grande sentiero di cavi che non avevano mai avuto uso.

Non sapevo dove sarei arrivata e lottavo per non avere paura.

In mezzo al mare scurissimo e in mezzo ai campi di lavanda, a picco sulle rocce e poi rasente gli argini sabbiosi dei fiumi, stendevo i miei cavi nati e mai vissuti.

Sentivo di nuovo le vocine orientali: qualcuno di loro faceva hara-kiri e subito dovevo correre lì, a sostituire il cavo deceduto con un altro immacolato, triste e liberato dalla sua fettuccia di cellophane, dopo anni di mummificazione.

Prendevo il cavo defunto e lo mettevo nel sacchetto insieme agli altri fili morti, da portare a smaltire nel grande negozio di media, dove c’è il cimitero delle tecnologie dimenticate.

La notte arrivava e io mi accorgevo di essere arrivata a Boston.

Avevo freddo, ripiegata com’ero, in quel verde ordinato che costeggia l’enorme fontana del Public Garden, ma sentivo che finalmente avevo dato a ciascuno dei cavi una utilità.

Finalmente li avevo collegati a qualcosa.

Li avevo collegati ai continenti.

Erano felici, tutti tesi uno con l’altro, con le loro piccole uscite trasparenti che si penetravano a vicenda.

Mi guardavano come se aspettassero quel giorno da secoli.

Capivo che mi guardavano perché sentivo i loro occhietti orientali addosso.

Quel giorno scoprivo il motivo per cui i cavi si chiamano US-B.

Us Boston, evidentemente.

Quel giorno capivo che i cinesi avevano conquistato il mondo ancora una volta.

 

 

GIANTAXI E LE LUCI DELLA NOTTE, Racconto

FAVOLE DI MADAME PIPI'

I

– Sei ancora lì? Rimani dove sei, scusa sono sotto botta, arrivo da te in cinque min. ☺ –

Gian, di mestiere sfreccia nella notte e mentre lo fa invia sms.

Sta venendo a prendermi agli studi, per riportarmi a casa dopo il mio consueto turno di diretta tv settimanale.

Presento un programma che da due anni mi vuole bella e felice per sette ore a settimana; fresca e smagliante come non sono mai stata nella vita reale. Eppure.

Alle tre del mattino, quando regalo la mia frizzante Buonanotte! ai telespettatori, non appena le luci dello studio si spengono, ecco che magicamente la mia persona si trasforma in un impiastro abominevole, a metà strada tra il pagliaccio di un brutto film dell’orrore e una prostituta di Cesano.

Cado a pezzi senza che il processo possa essere fermato: ho i pori del viso completamente occlusi da quintali di cipria a buon mercato e i piedi lessi e straripanti dentro ai sandali della ribalta: dalla prima nota della sigla di chiusura io sottoscritta smetto di essere un soggetto in grado di parlare, di ricordarmi dove abito e come mai sono capitata lì, in quel tugurio alle periferie di Milano.

Figuriamoci quanto sia in grado di guidare.

Aver conosciuto Giantaxi ha illuminato le mie notti più buie perché da oggi ci pensa lui.

La rubrica telefonica di Giantaxi è piena zeppa di contatti di modelle, veline e attricette che manco Lele Mora prima del servizio sociale al mercato.

Gian ci porta tutte a casa (non la sua) a noi dello show-biz che non possiamo e forse non potremo mai, permetterci un autista privato.

Parla uno slang milanese bizzarro, una lingua che possono a malapena interpretare quelli come Umberto Smaila e Jerry Cala’ anche perché a guardarlo bene, Gian è vestito esattamente come loro.

Non saprei dire quanto sia alto perché l’ho sempre visto seduto ma so perfettamente come lo troverò vestito.

Infatti i tassisti non hanno un’uniforme ma Gian si.

Ne ha una sua con cui è convinto di essere spregiudicato, sexy, al top, come direbbe lui: jeans slabbrato e la camicia nera di H&M che dopo solo qualche mese di utilizzo e una dozzina scarsa di lavaggi, lascia due chiazze bianche salmastre sotto le ascelle che non andranno mai via manco con l’uranio, qualora tua mamma lo usasse.

Una camicia quella di Gian che, sbottonata fino al capezzolo aprirà le porte sensoriali agli audaci che sapranno sbirciare con discrezione e ammirare la rara tipica mollezza pallida che hanno certi ragazzi quasi rossi come lui.

Quelli per intenderci, non esattamente arancioni ma con tutti i sintomi di quella strana razza umana: texture della pelle lattiginosa, corporatura morbida e precaria, pioggia di lentiggini, totale assenza di peli, sguardo furbo e a volte cattivo, lo stesso che inquietò Verga.

E per inquietare uno con un cognome così…

Comunque Gian non è cattivo per niente, è solo spregiudicato e perennemente sovraeccitato.

Ha iniziato la sua losca carriera di taxi-driver con un regolare turno serale vicino a una discoteca milanese.

In pochi mesi però, è riuscito a mettere insieme un portfolio di clienti che lo chiamano per servizi extra e così è diventato il reuccio del trasporto in nero, col sedile sporco di glitters.

Gian esegue piccole commissioni nelle zone malfamate per conto di ballerini di musical, servizi loschi fuori città per le starlets delle televendite, trasporto in massa di fotomodelle di ritorno da coma etilici e da qualche settimana effettua anche il mio ritorno a casa, che di losco ha molto poco, faccia della sottoscritta a parte.

Gian riesce a portare a compimento le sue missioni in maniera piuttosto remunerativa e senza servirsi di quello che per lo Stato dovrebbe essere il miglior collega di lavoro degli addetti al trasporto pubblico su autovettura: il tassametro.

Il nostro amico tiene acceso l’affarino ufficiale solo per i pochi, odiati clienti ufficiali: quelli di brutta presenza che hanno la disgraziata idea di fermarlo per strada o quelli che riescono a usufruire di lui attraverso il collegamento difettoso col regolare centralino; ma per il resto, Giantaxi conduce liscio e sobrio la sua dissoluta professione non fiscalizzata nel sottobosco metropolitano, senza che nessuno abbia mai voglia, coraggio o capacità logiche di chiedergli spiegazioni legali a riguardo.

Così, per l’abbondante porzione di notte in cui il controllo della legge italiana cigola, Gian sfreccia col suo SUV bianco, un veicolo che i più chiamerebbero taxi mentre in realtà è più preciso ammettere che si tratti di una specie di micro-limousine, piena di adesivi con numeri di telefono assolutamente fittizi appiccicati alla carrozzeria esterna, e il buio fumoso di certi lounge bar bulgari che avvolge quella interna.

Il nostro eroe cocchiere corre col finestrino abbassato e ha in serbo per i passeggeri la migliore musica delle peggiori discoteche di Ibiza, che diffonde con un sistema audio potente come quello del Privilege di Ibiza rattrappito in un abitacolo con quattro posti a sedere di pubblico utilizzo, sempre occupati da minorenni georgiane, manager con slip leopardati sotto il completo Brioni e qualche volta, senza che abbia particolari meriti, anche da me.

Il suo smartphone è sempre lì, appoggiato sulla patta a illuminargli il mento facendolo sembrare un nano del Signore degli Anelli che si è messo in testa di imparare gli itinerari delle principali arterie stradali tra Milano e Casalpusterlengo e mollare Mordor per sempre.

A me, un po’ per giuoco, un po’ per rabbia, interessa sempre vagliare le mille possibilità di fregare lo Stato offerte dal mercato quindi ho deciso di fidarmi a occhi chiusi della mia collega Tamara quando quella notte di Luglio mi ha assicurato che a fine diretta sarebbe venuto a prendermi il suo driver, Gian.

Ha usato proprio quella parola lì, quella magic word che è “driver”, un’anglofonia che lascia intendere professionalità e competenza perché alle due di notte c’è bisogno di questo e io voglio viaggiare in modalità safety e non ho molta voglia di essere buttata in un fosso coi lividi e addosso solo i miei sandali sudaticci. Magari in un altro orario se ne può discutere, ma a quella stramaledetta ora non ho voglia di negoziare, sono stanca in modo feroce e quand’è così divento cattiva più dei rossi.

Ma se come alternativa mi si profila la chiamata di un taxi ufficiale che mi farà aspettare dai quindici ai venti minuti fuori dagli studi col rischio del fosso, preferisco affidarmi agli amici degli amici anzi, ai driver dei colleghi.

Ora però sono qui, fuori dagli studi televisivi che attendo Gian da più di trenta minuti.

Uno pseudo sconosciuto senza manco un numero verde col quale prendersela, mi costringe a sostare alle tre di notte, sotto un cartello segnaletico di rimozione forzata a Lambrate.

Dopo poche settimane di collaborazione sento già di detestarlo quasi quanto detesto le mitragliate di messaggi su whatsapp con le faccine che mi sta mandando per dirmi a quanti millesimi di minuto si trova anziché posare il cazzo di telefono sul sedile del passeggero e guidare come un puma, visto che lo sto aspettando in mezzo alla strada come un ballerino cubano con trucco e vestito di scena, se così si può definire una striscia di tessuto nero elastico che mi strizza da otto ore tra vita e seno.

– Arrivo in quattro min ☺☺☺-

– Girando per Piazzale Lugano, semaforo caxxo! –

Perché molta gente perde la dignità quando si trova a dover scrivere messaggi con lo smartphone?

Perché sostituire le consonanti di una parolaccia con X?

Perché abusare di faccette e di punti esclamativi e creare un mondo che non esiste ancora più ridicolo se possibile, di quello reale?

– Ci sono, Tatina, sono dietro l’angolo! ☺☺☺☺☺-

– Tatina chiamaci tutte le donnacce del tuo albero genealogico, imbecille. MUOVITI.-

Questo vorrei scrivergli ma desisto.

E poi sento il fischio delle gomme che lasciano traccia sull’asfalto della curva a gomito appena dietro gli studi.

Ecco Gian, col suo Suv tirato a lucido per la notte.

Mi ha mandato talmente tanti whatsapp sulla sua posizione sempre più vicina alla mia, che sento quasi un brivido di adrenalina, nel vederlo finalmente di fronte a me, in carne e lamiera.

Arriva a 80km/h in una strada privata che quasi penseresti pedonale e con la musica a un volume che più che fottersene dell’orario notturno, lo sberleffa.

Perché Gian se ne frega e non solo dei limiti di velocità.

Comunque quando mi vede inizia una frenata graduale evitando di sgommarmi in faccia; forse per un attimo è tornato in sé e si è reso conto che non siamo a Miami e lui non è Puff Daddy.

Forse se n’è reso conto guardandomi che, non solo non sono Beyonce ma se stanotte Beyonce mi incontrasse per strada farei spavento a lei e al suo bodyguard, talmente sono sfatta.

Nonostante il timore che gli leggo in faccia senza equivoci, Gian apre la sicura centralizzata delle porte e io m’infilo ed entro nel suo mondo, inconsapevole che tra poco sfrecceremo insieme nella notte che ricorderò per sempre come esemplare in quanto a illegalità.

II

Gian non guida, nuota. Un po’ per la pioggia milanese, così velenosa e rassicurante che si attacca ai vetri e sfuma le luci, un po’ per quello stile fluido e rilassato che hanno quelli che al volante vogliono fare

Così, anche i semafori, i fari e le infinite colonne di lampioni della tangenziale sono diluiti non solo dall’acqua sporca della pioggia ma anche dalla velocità prepotente con la quale Gian si fa largo, lanciandomi ogni tanto un’occhiata dallo specchietto retrovisore per vedere se reggo la tensione.

Quella di Gian è una velocità aggressiva che mi fa rizzare i peli sulle braccia più dell’umidità, oltre a darmi la chiara sensazione che questa notte sarà interminabile ma, qualora vi fosse un termine, questo potrebbe collocarsi tranquillamente in un commissariato.

Mentre rantolo sui sedili posteriori Gian mi somministra una quantità di informazioni che già normalmente, nelle ore diurne, non sarei in grado di assorbire, figuriamoci alle tre del mattino, agghindata come Moira Orfei dopo una brutta sbronza.

Riesco a percepire una sola notizia importante: non viaggerò sola.

Per ottimizzare i guadagni della notte più rischiosa, quella del sabato, Gian organizza un vero e proprio piano trasporto di massa, coi vari pick-up in giro per Milano.

Questo è l’orario di punta: l’ora in cui i modelli escono dalle discoteche, ridotti come i Ramone, quella in cui i direttori generali vogliono schiaffare le modelle che non servono più, quelle che non respirano più dall’alcool e dalla bamba in qualche posto al sicuro, lontano da casa loro, lontano dal divano di casa.

Forse perché non lo conosco ancora bene, forse perché di notte ci insegnano a non fidarci di nessuno, mentre Gian mi chiede nel suo dialetto alla Umberto Smaila se mi secca che carichiamo altre persone “tutte di ottima presenza, eh zia!” , sento nel mio cuore che è la fine.

Sento che io e Gian stanotte, caricheremo individui disdicevoli quanti più possibile, quanti il suv bianco possa contenerne, anche piegati in quattro, per poterli mettere uno sull’altro, al limite anche esanimi e nudi, per lasciarli davanti al loro portone di casa, come sono abituati con Giantaxi.

Perché Gian sarà un po’ ritardatario, imbottito di dopobarba e anti-depressivi ma è assolutamente affidabile: ti carica e ti porta a destinazione in qualunque stato tu ti faccia trovare nel punto di raccolta purchè tu ti sia ricordato da lucido, di dirgli dove portarti.

Basta un bigliettino in tasca col tuo indirizzo di casa, se sei un cliente fisso, o una telefonata nel pomeriggio prima di immergerti nella notte più tetra della tua esistenza, e sta sicuro che Gian ci sarà e ti riporterà a casa illibato.

Una volta a bordo del suv bianco di Giantaxi, potresti essere davvero ovunque, invece sei solo a Milano ma è normale: a Milano hai spesso la sensazione che potresti trovarti ovunque e invece sei soltanto lì.

Il primo pit-stop è davanti a una discoteca in pieno centro, di queste con sette piani e altrettante proposte musicali.

Tutto il palazzo è fasciato con lastre di luci a led fucsia.

Sono accecata e atterrita dalla possibilità che esista gente che a quest’ora della notte abbia ancora voglia di camminare sui tacchi e ballare con le mani in alto, come sento dire al Dj dalle finestre spalancate del primo piano.

La frase successiva che sento, mentre i miei occhi bruciano di luci e stanchezza è di Gian, “Andiamo dentro a recuperarli che ci mettiamo meno, Ciccia. Sennò stanotte la passiamo cristando!” , mi dice.

Cristando?

Insomma andiamo dentro.

Pare che questo verbo significhi sopportare talmente tanti soprusi e angherie da avvicinare il soggetto che le subisce al martirio di Cristo senza però conferirgli similare dignità.

Capisco perfettamente questa sensazione di sacrificio estremo e perdita del decoro umano, entrando in questa discoteca che è la rappresentazione precisa dell’inferno, solo coi dannati vestiti come concorrenti dei talent-show in tivvù.

Vedo che affollano il bancone del bar sbavando e ringhiando “Negroni” o “Vodka Tonic” e forse, anche grazie a questa roba un giorno proveranno davvero le pene dell’inferno.

I piani della Disco con le varie sale, si affacciano nella hall con mille balaustre dorate, creando un effetto vortice proprio come quello dei gironi danteschi e la musica, se dovessi immaginarmi l’inferno beh, sarebbe esattamente quella proposta in questo posto di merda, nel quale i peccatori stasera vengono puniti a suon di Lady Gaga e di bachata ecuadoriana.

Le cubiste frustano i dannati, con le frange dei loro vestiti e le cosce slabbrate dai troppi anni di ore piccole sui tacchi e ogni piano, anzi floor, ha un uomo nero della sicurezza che vigila davanti alle porte di emergenza come nei peggiori incubi di ogni bambino.

Gian si muove come Caronte, gridando ingiurie e spostando i dannati a forza di spinte come fossero alghe mentre io lo seguo con la borsa stretta stretta contro il petto e lo sguardo atterrito da certe danze inconsapevoli che intravedo nel buio.

Ad un certo punto Gian grida proprio come griderebbe Belzebù per arringare i suoi diavoli solo che grida “YURI! PORCA BESTIA, ANDIAMO!”.

Yuri sembra non essersi accorto della vita in generale, figuriamoci delle urla di un nano rosso, in questa selva oscura.

Sta ballando attaccato alla balaustra del privè come fosse un adolescente effeminato alla sua quotidiana classe di danza classica.

Ed effettivamente Yuri è un adolescente effemminato ma al posto del tutù è fasciato in un paio di fuseaux in lattice nero (sono un’integralista dei fuseaux e li chiamerò sempre così. Non mi avranno mai quelli stronzi che li chiamano leggings) e in una maglietta di un fucsia accecante, che dovrebbe essere proibito dalla legge.

Ma siamo all’inferno quindi Yuri può mettersi quello che vuole, anche perchè sta nel privè che alla fine è un po’ come la Giudecca.

Giantaxi lo conosce anche il Demonio quindi non subiamo neanche dieci secondi di domande e controlli all’ingresso del privè perché due omoni neri sanno che Yuri rastrella le anime dei dannati e così ci aprono il cordolo facendo un cenno a Gian da dentro i loro occhiali scuri che chissà che cazzo se li mettono a fare gli occhiali scuri in un posto più buio di una miniera, ma tant’è.

Yuri si è preso di sicuro qualcosa per ballare senza dover avere altre necessità.

Ha ingerito, fumato o masticato qualcosa che gli ha tolto qualsiasi tipo di bisogno fisiologico: non deve andare in bagno, bere o mangiare né tantomeno crollare dentro ai divani di velluto dopo la sua sessione di danza classica tecnologica.

Me lo spiega Gian dicendo “Zia, lo Yuri non dice una cazzo di parola dalle undici di sera alle due di pomeriggio del giorno dopo, lui balla e basta. Lui dove lo metti sta tipo in trance, però ti segue eh, se devi andare in qualche posto e ce lo devi portare lui sa che deve seguirti, però ti segue mentre continua a ballare, è tipo autistico, si piglia qualcosa di davvero bomba ma a me mi dà retta, lo sa che gli salvo il culo”.

Quando gli siamo vicini, per me Yuri è già leggenda: anche lui ha gli occhiali scuri, solo con una montatura tigrata, e ha un’aria professionale e concentrata su ogni singolo passo di danza tecnologica, come fosse in un video dei Daft Punk rielaborato però da una persona con dei problemi cognitivi che rallentano i riflessi e ammorbidiscono le ossa rendendola quasi un rettile.

Yuri si dinoccola a moviola, simulando spaccate sulle balaustre e muovendo lingua e braccia a serpentina, ammiccando il nulla, visto che è solo e non c’è nessuno che gli balla intorno perché “Nel privè non si balla”, mi spiega Gian “nel privè si fa i fighi e basta. Si guarda giù dalla tromba delle scale cosa fa il resto della massa, la gente di merda, insomma. Nel privè si beve, si fa i fighi, ecco. Hai capito?.

Solo Yuri può ballare, perché il suo ballo è da fighi, pare. Hai capito?”.

Non c’è bisogno di trascinarlo via dal girone del privè, Yuri sa che se riconosce Gian nella folla, è venuto il momento di andare via e deve seguirlo.

Così si stacca dalla sbarra sopra la quale ha portato a termine la sua notte di solveggi e inizia a seguire Gian, facendo del microscopico stretching sul posto.

Non ha una giacca, un borsello, un cellulare, Yuri è venuto in canottiera e fuseaux da casa, forse correndo come Mark Renton, in piena punta di chissà cosa.

Gian mi fa un cenno e grida ancora come un demonio, in mezzo alla folla di dannati, che ci dobbiamo togliere dai coglioni.

Siamo fuori.

Respiro.

Solo ora mi rendo conto di quanto sia fragile Yuri, fuori dal suo contesto: magro, sudato e pallidissimo, ancora con gli occhiali scuri attaccati alla pelle bianca e appiccicosa, silenzioso e indifeso.

Meno male che c’è Giantaxi che lo porta a casa, altrimenti Yuri verrebbe picchiato e derubato perfino da una classe di signore di punto e cucito.

Appoggiate al cofano del taxi di Gian, piazzato in mezzo alla strada con le doppie frecce che lo illuminano come fosse un pacco regalo di questi degli allestimenti nei centri commerciali a Natale, ci sono due ragazzine col trucco sfatto e i tacchi in mano.

Sono quelle modelle minorenni che vedi a Milano in qualunque stagione dell’anno e non capisci come facciano a sopravvivere perché non parlano nessuna lingua oltre alla loro, un russo adolescenziale.

Se stanno lì con la minigonna senza calze, anche quando a Gennaio ci sono le maniglie dei negozi ghiacciate.

Maledette loro, giovani e con il gelo nel dna che le farebbe sopravvivere anche nei cassoni di un obitorio.

Loro non ci andrebbero in discoteca, se ne starebbero a casa a guardare Sex in the city e a mangiare patatine con le amiche.

Eppure ci vanno perché vengono pagate dai PR per starsene lì a bersi un drink e fare la famosa bella presenza.

Sulla carta dovrebbe funzionare così: qualcuno le vede e sparge la voce tra i maschi che in quella discoteca ci sono le modelle.

Allora tutti i maschi vanno lì, pagano il biglietto intero, bevono l’imbevibile e cercano di rimorchiarle.

Solo che nessuna di loro sa parlare italiano nè inglese né niente.

Mai una modella bielorussa minorenne riuscirà a imparare l’italiano.

Non si sa per quale motivo.

Parleranno inglese, al massimo sorrideranno ma in italiano non scuci loro neanche un “Buongiorno” dopo sei mesi.

E di certo i maschi che frequentano quella discoteca infernale e bevono quei drink sacrileghi, oltre al milanese, parlano il Nulla più desolante.

Però le modelle bielorusse minorenni so a cosa stanno pensando nella loro lingua.

Lo so forse perché è la stessa dei miei avi: “Meno male che c’è Giantaxi che ci porta a casa e non quell’imbecille della Brianza con la gelatina anche nel culo”.

Siamo tutti. Si va.

III

Non so se ci si possa ubriacare di riflesso semplicemente respirando gli aliti di gente ubriaca in ambienti ridotti ma non mi sento molto bene, tutta compressa dentro a questo abitacolo che sa di vodka chimica, con la faccia contro il finestrino e le cosce appiccicate a quelle sudate e bianche delle bielorusse.

Se poi poteste sentire oltra al tanfo di alcool, quello acuto e amaro della centrifuga di schifezze lisergiche ingerite da Yuri, credo che converreste con me che gli aromi dell’abitacolo di questo taxi siano pericolosi per la salute più degli scarichi di una raffineria.

Gian ha appoggiato Yuri, che non sembra essere tra i viventi, sul sedile posteriore come un cappotto che ti togli prima di guidare altrimenti si sgualcisce e lui è rimasto lì come un invertebrato, con gli occhiali da sole ancora indosso a proteggere i suoi occhietti bianchi e collosi.

Ad ogni curva, il suo corpo senza gravita’ viene sbattuto contro le bielorusse che lo rilanciano come se giocassero a palla avvelenata contro il vetro del finestrino, dove il suo naso si schianta e si appiccica come una ventosa diventando cianotico e freddissimo e regalando agli automobilisti, nonostante gli oscuranti, la visione spettrale di ciò che avviene all’interno dell’abitacolo: come se stessimo trasportando un cadavere senza sacco nero.

Gian intanto vola nella notte.

Non lo ferma nessuno e se sei con lui andrà tutto bene anzi, andrà tutto “ da famiglia reale, ciccia!”, come dice lui.

Yuri abita a Niguarda, un quartiere che se non avessi la certezza di trovarmi a Milano (ancora per quella vecchia storia che Milano somiglia a molte città ma poi ti accorgi che hai solo lei), potrei tranquillamente scambiarlo per qualche periferia di San Paulo di quelle che ti fanno capire quanto sia preziosa e fragile la vita, soprattutto se hai una borsetta appresso.

Arriviamo davanti a un complesso di quattro palazzoni rancidi e Giantaxi sgomma e si ferma.

Scende dall’auto, apre professionale lo sportello posteriore, si china sul sedile e si carica in braccio i resti esanimi dell’acrobata di Niguarda per poi volgersi al portoncino e iniziare una difficoltosa arrampicata dei tre scalini che portano all’uscio rognoso dove vive il poveretto.

Sull’ultimo scalino sento Giantaxi inveire contro la vita e le creature delle notte.

Non capisco bene cosa dica nel suo dialetto che capisce solo Umberto Smaila ma sono certa che sta prendendosela col mondo mentre porta avanti il suo lavoro illegale fino all’ultimo e con dignità, mentre compie il suo giornaliero “servizio completo”.

Arrivato in cima alle scale Gian appoggia il ballerino moribondo contro l’angolo del portoncino annerito dalle pisciate dei cani e citofona.

Sono le cinque del mattino e Gian citofona senza sosta, come fosse un postino.

Dopo qualche minuto di attesa, mentre le bielorusse si fanno un selfie al volante del Giantaxi e ridono nella loro lingua, si sentono i tonfi pesanti di chi scende le scale incazzato.

Apre il portoncino un’immensa massa di adipe sudamericano senza sesso definito.

Che sia lo/a fidanzato/a di Yuri?

Avrà minimo sessanta anni nonostante il grasso iperbolico tenti di deviare le mie analisi.

E’ un essere appartenuto per tanti anni alla notte, forse una Drag-Queen o un mercante di perversioni da strada, lo intuisco da come inveisce contro la notte insieme a Giantaxi, con fare esperto: si lamenta di quanto la notte ormai faccia schifo, di quanto non ci siano piu’ i locali leggendari della movida milanesa.

Poi guarda Yuri e scuote la testa.

Paga Giantaxi quel che deve pagare e mentre il nostro protettore risale in auto e la bielorussa scivola sul sedile davanti continuando a selfarsi, la/o vedo che piglia Yuri per un braccio e inizia a gridargli contro come fossimo in pieno giorno “Alzati Ediota, vamos! Otra volta con esta puta istoria. ALZATI PUTO AMOR!”.

Lo scuote, si arrabbia, diventa rosso/a in viso e inizia a prendere a calci nello stomaco con le sue gambotte flaccide il secco Yuri che non reagisce.

Gli sfila gli occhiali, li disintegra dentro al suo pugno, poi chiude la porta e lo lascia li, esanime contro il muro, appena sotto i citofoni, stretto nei suoi fuseaux e senza un grammo di forza in corpo.

Ho paura.

E anche le bielorusse hanno smesso di farsi le foto e sono lì che guardano Yuri e poi Giantaxi per avere risposte.

“Sempre così eh, ognuno ama come può, bellezzine secche”, dice lui mentre sistema il sedile e fissa lo specchietto retrovisore.

Portami a casa, maledetto driver.

Ho paura e sono stanca.

La porta viene riaperta con rabbia e riemerge la creatura di lardo portoricano che piglia Yuri per un polso e se lo trascina dentro il buio della tromba delle scale.

Addio Yuri portami a casa Gian.

E lui annuisce guardando la porta richiudersi e parte sgommando.

IV

Giantaxi vola dentro alla notte che, sembra piombare tra le strade di Milano solo per lui e per il suo lavoro che accarezza da anni la criminalità.

Vola Giantaxi, coi suoi boccoli sudati e rossicci fuori dal finestrino e gli ACDC diffusi a volume da esaurimento nervoso; guida sentendosi solo anche quando il suo taxi è strapieno di gente.

Brian Johnson gracchia “Don’t stop me” e io guardo il mio driver preferito e mi nasce in testa, e non so perché non ci abbia pensato prima, la certezza dell’ incredibile somiglianza col frontman di questa band leggendaria.

Invecchiando, le distanze delle similitudini tra loro si accorceranno sempre più e mentre voliamo su Milano, io Giantaxi me lo immagino col kilt e la scoppola e immaginarmelo così, è forse la cosa più piacevole che mi sia capitata stanotte.

Questa notte in cui Giantaxi e io planiamo insieme a due bielorusse con le gambe più lunghe della mia giornata di lavoro, questa notte che sta morendo e che io mi ritrovo senza averlo scelto, a vivere in macchina con gente che sa di paillettes e cocaina.

Le modelle dormono un sonno etilico rilassato, sono abituate: una riposa appoggiata sulle gambe dell’amica, l’altra con la testa china sul collo, che domani si sveglierà sentendo i trenta sempre più vicini.

E poi ci sono io, che coi miei trent’anni già c’ho fatto i conti e ormai sono sveglia come una civetta e anelo solo a un obiettivo: riuscirmi ad addormentare a casa mia, sana e salva, senza nessuna bielorussa sul divano, senza nessun Yuri sul tappetino di casa, massacrato di calci dal fidanzato e senza nessun agente di polizia all’uscio di casa che mi chiede se conosco il tassista illegale più famoso della città.

Le ragazze condividono una di quelle famose case milanesi per modelli: appartamenti identici a quelli per studenti, loculi angusti, sovrappopolati con l’unica differenza che le case per modelli si trovano in zone trendy e sulle pareti delle stanze hanno i composit, quindi sono più fighe di quelle per gli studenti sfigati e vengono affittate ad un canone ancora più alto, se possibile.

Nella via del fashion flat non si cammina, tanto è intasata dalla gente che ha ancora voglia di ridere, baciarsi, vomitare, alcolizzarsi e ricominciare il giro.

Giantaxi chiude gli specchietti mentre procede a passo d’uomo e ogni tanto abbassa i finestrini per inveire o chiedere in inglese se si sono accorti che lui sta guidando una macchina, cazzo.

Mi giro verso le bielorusse e le vedo di nuovo sveglie e in pieno selfie, che salutano i baristi dal finestrino abbassato e ammiccano i colleghi fashion seduti ai tavolini, sudati e marci dalla serata.

Mi chiedo perché molta gente che lavora col proprio aspetto debba ridurre lo sviluppo dell’intelletto così miseramente: forse pensano che un peso mentale importante possa compromettere la carriera nei casting.

E forse le bielorusse pensano di essere arrivate a qualche festival.

Forse credono che tra poco Gian aprirà loro le portiere del taxi, srotolerà il red carpet e loro potranno sgambettarci sopra coi loro leggings o fuseaux e i loro boots, regalati da qualche stilista vestito di pelle, coi capelli bruciati dall’ammoniaca.

Invece Giantaxi le portiere le apre si, ma dice “Basta, qui non si va più avanti, fuori dalle balle ladies, vado di retro e voi proseguite a piedi, che rassodate i glutei sovietici, forza!”.

Non credo che le ragazzine sappiano cosa sono i glutei anche perché ne sono completamente sprovviste.

Hanno quei tipici sederi talmente piatti che la parte dei jeans dedicata alla naturale fisionomia pensata da Dio, rimane penzolante dietro come uno zaino vuoto, di quelli peruviani in lana morbida e colorata.

Comunque perfino Giantaxi a quest’ ora se ne fotte dei loro sederi, anche perché immagino abbia ancora diversi servizi malavitosi da portare a termine, così rientra in macchina ma, non appena le cavigliette sovietiche sono tra le pozzanghere e io sospiro pensando che sia finalmente finita, due tizi vestiti esattamente come il resto della folla, come dei rapper appena usciti dalla copertina di Esquire, si piantano davanti al nostro cofano, sbattendo i pugni contro la carrozzeria.

Mentre sento Giantaxi dire “Oh cazzo”, i tipi gli hanno già aperto la portiera e lo hanno trascinato fuori per spiaccicargli la faccia rossa e umidiccia sul cofano.

Succede tutto in un attimo, vorrei scendere perché mi spiace lasciare lì quel maledetto cagnaccio di strada che sembra aver scelto il mestiere di mettersi nei guai, a farsele dare senza pietà.

Non mi piacciono le storie senza pietà.

Credo di aver capito da come lo sbatacchiano contro il cofano, che il nostro amico abbia sbagliato zona o orario di servizio illegale e che i due tizi travestiti da rapper siano in realtà colleghi con regolare licenza, in pausa dal lavoro ma non dalla voglia di attaccare briga e punire dove la legge non riesce ad arrivare.

Intorno alla nostra auto si crea un piccolo pubblico non pagante in circolo che non osa intervenire ma si gode la scena, succhiando nervosamente robaccia dalle cannucce nere dei loro bicchieri.

Detesto quelli che non si lasciano prendere dal sangue quando ribolle nella testa e vorrebbe riportare l’essere umano ad una buona condizione di selvatica battaglia.

La gente è stronza e se ne resta lì mentre i due rapper pestano di botte Giantaxi.

La gente stronza con le gambette atrofizzate nei pantaloni stretti-stretti a sigaretta e i baffetti lisci e freschi di barbiere, la gente inabile a qualsiasi tipo di reazione che esca dai cliches.

Nessuno si indigna, tutti guardano la scena, alcuni balbettano “Basta!” con lo sguardo da eroi ma pare che vogliano intervenire solo quando reputeranno che è il momento giusto di fare gli eroi, quando cioè sarà tutto finito e ci sarà da raccontare la faccenda alle guardie.

La gente è matta in due modi: quello spettacolare, pieno di colpi di scena e salti carpiati che spaventano le folle, sconvolgono le classi politiche e quello silenzioso, compito, assopito dall’ordinarietà, incapace di reazione.

Sono follie che provengono dallo stesso ceppo, dal grado di educazione ricevuta in famiglia, un grado ossessivo oppure completamente assente.

Mentre sto scendendo dall’auto di Giantaxi, che continua a prendersele in silenzio ormai esamine, tutto davanti a noi viene illuminato dai fari di un’auto che procede lenta tra la folla.

L’auto si ferma esattamente di fronte al ring chiudendoci definitivamente ogni via di fuga.

A quel punto il mio istinto decide di farmi rientrare in auto.

Chiudo le portiere e spero sia una volante, alla quale potrò spiegare che io stasera avevo solo chiesto un fottuto taxi e guarda qui che inferno è successo.

Che poi è la verità ma io non so perché, non mi sento affatto pulita. Purtroppo o per fortuna non è una volante ma un altro taxi; le forze dell’ordine hanno la peculiarità di non arrivare mai quando c’è davvero bisogno e di esserci sempre quando il loro intervento è inutile se non fastidioso, penso stringendomi la borsa addosso e preparando la fuga, sempre che le mie gambe me la consentano, paralizzate dalla tensione dentro allo stramaledetto Suv di Gian.

Dal taxi scende una ragazza bionda, minuta e con una piccola coda spettinata.

Ha gli occhi azzurri ed è completamente vestita di jeans, dalla testa ai piedi, sembra uscita da uno di quei telefilm anni 90, alla Bayside School ma al posto del diario ha un tubo di ferro sottobraccio, un pezzo dell’asse del motore di chissà quale auto, che brandisce in maniera determinata e poco elegante.

Si avvicina e con una forza impossibile da prevedere, si lancia contro uno dei rapper e lo legna duro fino a farlo piangere, fino a quando quello non si china per proteggersi la faccia e la testa, fino a quando non comincia a farti tenerezza che quasi ti dimentichi il dramma che pochi minuti prima stava massacrando un giovane rosso slabbrato.

La piccoletta bionda allontana i due rapper a colpi di rabbia inespressa da secoli come un dobermann e il pubblico maschile si rifugia in un imbarazzante silenzio sgomento.

“Tutti a guardare eh, figli di puttana?!” dice alla platea e zittisce quel brusìo senza senso che si diffonde quando accade qualcosa di inedito che sveglia perfino gli animi più rattrappiti.

Poi prende per un lembo della camicia Giantaxi o ciò che resta di lui, lo trascina in auto e chiude le sicure.

Siamo dentro.

Giantaxi è di nuovo al volante della sua auto esanime e la biondina gli è accanto, sul sedile del passeggero, che sbava ancora di rabbia.

Non si è accorta che ci sono anch’io, immobile come sono sul sedile posteriore, ipnotizzata da tanto cinema americano e dalla paura, col respiro che ha fermato ogni effetto sonoro.

Come se non bastasse, la biondina tira a sé quel che resta di Giantaxi e gli stampa un bacio muscoloso sulle labbra violacee,

poi si gira di scatto e mi guarda dentro alle pupille.

Mi entra dentro agli occhi come il fuoco e dice “Fuori di qui, prendi la mia auto e seguimi, stronzetta” e io neanche rispondo o rimando l’insulto al mittente perché questa biondina alla fine mi piace.

Quindi piglio le chiavi che mi lancia, anche perchè altrimenti mi arriverebbero dritte in faccia e mi ritrovo, quasi senza accorgermene già coi piedi dentro alle stesse pozzanghere delle bielorusse.

L’auto di Giantaxi si accende, ingrana una retromarcia potente e inizia a svicolare tra la gente, incurante di colpirla o schiacciarla.

Una retro da Fast and Furious che si allontana dal circo di pugni e baci appena vissuto.

E io davanti a loro con una timida prima, assurdamente al volante di un’auto mai vista e coi fari piantati contro il loro parabrezza, pronta a seguirli ovunque perché le femmine, quando c’è di mezzo una storia d’amore diventano incredibilmente collaborative, anche nell’illegalità e nella più ampia follia.

La nostra notte non è finita Giantaxi: sfrecceremo in questa pozzanghera lombarda e presto saremo fuori Milano, lontano da tutta questa gente che guarda e non fa niente, che approfitta della criminalità fino a quando i suoi servizi fanno comodo e restano sepolti nei sotterranei.

Ho capito che tu e la tua bella non siete matti ma cercate di ammaestrare la disperazione con qualche piccolo tranello teso al fisco per non crepare; se questa è follia siamo tutti, chi più chi meno, matti.

Voi siete solo romantici anche se imbevuti nello squallore urbano, siete i Bonnie e Clyde della tangenziale, matti in apparenza perché costretti a lavorare con loro, i vostri clienti, i veri mentecatti.

Costretti a fare i criminali perché lo Stato non vi tutela e neanche i colleghi, a quanto pare.

E io penso, mentre guido e vi seguo che non ce la farei.

Non riuscirei a vivere come voi, sempre sull’orlo dell’illegalità conclamata, caricando e scaricando gente destinata a morire male, sperando che non arrivino retate organizzate dai colleghi più che dalla finanza.

Ma ora non pensiamoci e usciamo da Milano, andiamo a fare colazione a Camogli e baciatevi ancora, vi prego.