CONTRIBUENTI ANONIMI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ciao, sono Arianna ho 34 anni e sono qui per condividere con voi il mio problema di dipendenza.

Ho bisogno di liberarmi e parlarne con qualcuno, per questo sono qui.

Spero che gli incontri col gruppo possano aiutarmi così come altre testimonianze di persone ridotte in schiavitù dalla stessa mia sostanza.

Non bevo alcolici e non mi sono mai drogata.

Sono dipendente dalla pubblica amministrazione.

Erano cinque anni che ne stavo lontana e purtroppo ieri mattina ho avuto una ricaduta e mi sono dovuta affidare alle istituzioni statali.

Ho toccato il fondo, sono andata addirittura in tribunale.

Ho visto tutte quelle persone al bar davanti alle grandi scale di marmo con l’esame di stato in tasca e i loro cellulari pestiferi tra le mani.

M’è presa un’angoscia.

Cinque anni in cui ero riuscita a smettere, a fare a meno della pubblica amministrazione, a cavarmela da sola ma poi è arrivata lei, la cartella esattoriale.

E allora ci sono caduta di nuovo dentro con tutte le scarpe.

Non so come mai né quale sia il motivo scatenante che mi ha convinta a venire qui stasera e a parlarvene, forse la disperazione o la rabbia.

Stamattina infatti, da quando ho aperto gli occhi e sono scesa al piano di sotto per mettere su il tè mi sono ritrovata arrabbiata con me stessa per essere stata così ingenua a cadere di nuovo tra le mani degli uffici pubblici.

Come ho potuto cedere ad una poltiglia così approssimativa e ignava come la pubblica amministrazione?!

Come ho potuto credere che la legge sarebbe potuta essere davvero uguale per tutti?!

Non so se mi capite.

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Non so se potete riuscire a capire come mi sento, voi alcolisti o voi dei narcotici anonimi.

Forse solo voi dipendenti dal gioco d’azzardo potete immaginare in che guaio e in che dolore mi sono ficcata e ho ficcato la mia famiglia pagando un professionista per seguire la mia causa contro i signori delle cartelle esattoriali.

Me lo dicevano che il professionista ha le mani in pasta in tutto senza gusti personali.

Me lo dicevano che le cose sarebbero andate per le lunghe.

Che le cose sarebbero andate in prescrizione.

C’è chi se la cava con la disintossicazione, chi muore d’overdose, io qui rischio di morire di pignoramento.

Lo ammetto: sono dipendente dalla giustizia italiana, non riesco a smettere perché ho le marche da bollo che non mi mollano un attimo e vivo in un paese dove vincono sempre i cattivi.

E io non so accettare le cose che non posso cambiare.

Per questo oggi sono qui a parlarne con voi, perché voglio scegliere una volta per tutte e dire basta oggi stesso alla mia dipendenza!

Voglio uscirne con ogni mezzo: voglio uscire dai ricorsi, dalle ingiunzioni, dalle spese processuali, dalle imposte dirette e indirette e dalla tassa di successione.

Ammetto la mia impotenza di fronte al problema della pubblica amministrazione e chiedo a Dio di concedermi il coraggio per cambiarla, se posso. Col vostro aiuto, un po’ di forza e la gamba di una sedia in mano, riuscirò a smettere e a farli smettere e spezzerò questa catena che si tramanda nella mia famiglia.

Anche mio padre infatti era dipendente dalla pubblica amministrazione e ancora prima di lui, mia nonna.

Tutti schiavi del sistema giudiziario italiano, tutti col vizio della sottomissione all’ingiustizia burocratica, in famiglia.

Spezzerò questo noioso filo e aiuterò il futuro a ripristinare la verità nelle istituzioni, se necessario prenderò anche delle pastiglie.

Ha ragione la preghiera del nostro gruppo:

Solo per oggi non mi arrenderò e lascerò che nella mia vita si realizzi la volontà di ogni onesto cittadino e accetterò il dono della gamba della sedia e i risultati che otterrò imbracciandola.

Vi ringrazio per avermi permesso di condividere con voi questo dolore e confido in un pronto recupero.

Passo.

IL PATENTINO PER GENITORI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Ho un sogno ricorrente.

Sogno che arrivi il giorno in cui venga tolto il diritto democratico alla riproduzione.

Sogno che apra un ufficietto piccolo ma funzionale in ogni municipio d’Italia, in cui un team di esperti verifichi con test e perizie i soggetti in calore che presentino domanda ed eventualmente rilascino loro, con tutti i se e tutti i ma, un patentino col permesso a riprodursi.

Un permesso con scadenza e con l’obbligo di effettuare controlli continui per monitorare la supposta efficienza genitoriale e poterlo rinnovare.

Con questo iter, in Italia avremmo già una prima, grande scrematura fra la moltitudine che credo di poter essere genitore solo perché la natura glielo consente.

Gli uffici pubblici del mio paese hanno tempi più lunghi e noiosi della messa in scena dell’Antigone e la burocrazia è in grado di divorare cittadini, ancor prima che essi prendano il numeretto col proprio turno; conto molto su questo disservizio e penso che tanti desisterebbero e se ne tornerebbero a casa, imprecando contro la nazione ma almeno evitando di procreare.

Desisterebbero di certo tutti quelli con turni di lavoro che non consentono attese agli sportelli superiori alle tre ore, tipo quelle che sostenevo alla segreteria amministrativa della mia Università.

Tre ore sono un discreto spazio di tempo per cambiare idea e scegliere di non riprodursi!

Il problema più ostico sarebbero quello le irriducibili: le ragazze che vedono arrivare da lontano la vecchiaia e la solitudine e prendono queste circostanze come disgrazie.

Come se un figlio possa salvare dalla solitudine!

Non ci riescono novanta amiche a salvarti dalla solitudine, ci riesce uno che, ad un certo punto avrà il diritto di farsi una vita estranea alla tua?

Eppure le irriducibili vedono la vecchiaia e la solitudine non come opportunità di una saggezza ma come una piaga.

Come fossero i Visigoti che spuntano sul crinale della collina e si preparano ad uccidere e gridano il loro canto di morte prima di lanciarsi giù, con le asce librate in aria, contro la donna di quarant’anni.

Il problema più ostico per il team di psichiatri dell’ufficio per la consegna del patentino dei miei sogni sarebbero quelle donne che, insieme al loro devoto o casuale (od entrambe le cose) partner restano, ad oggi un pericolo concreto contro l’evoluzione di una società sana e felice.

La coda davanti all’ufficio per il diritto alla riproduzione non fermerebbe queste persone neanche se terminasse in Antartide!

Perché si tratta di persone che hanno perso il lume in virtù della possibilità di comprare vestitini, giochi col sonaglio, carrozzine, quaderni e merletti rosa o blu.

Non ci sono altre sfumature di pantone possibili.

Li riconoscerete così, questi soggetti che se esistesse il mio ufficietto dei sogni, non avrebbero i timbri necessari sul patentino.

Li riconoscerete dal delirio di rosa e blu.

Li riconoscerete dal tanfo del senso di un dovere che non esiste se non per ostentarlo, dalla puzza che rilascia la loro convinzione dettata non da amore cosciente ma dalla legge granitica che sia arrivato il momento di metter su famiglia e sti cazzi se poi la loro famiglia mette giù la società.

Non solo i miei sogni ma anche lo Stato dovrebbe responsabilizzarsi e proteggere i cittadini legiferando per contenere l’utilizzo libero ed inconsapevole del seme e di tutto ciò che provoca.

Ci vorrebbero test attitudinali, simulazioni, polsi girati, letture di libri obbligate ed esami continui per questi possessori di organi riproduttori incapaci di averne pieno possesso.

Pigri, bugiardi, ignavi, gente che vota Forza Nuova, quelli con l’ossessione della possessione del coniuge, quelli del tappeto sotto al quale tenere i propri inferni, i violenti di mano, di intelletto e di lingua riceverebbero un bel bollino rosso sangue e un microchip.

E guai se si riproducono in maniera illegale!

Certa gente non va persa di vista, figuriamoci se va fatta riprodurre.

Il team di esperti piglierebbe per il braccio tutti quelli che si servono dei ricatti morali, dei sensi si colpa e delle recriminazioni e li accompagnerebbe all’uscita e, con la forza del collo del piede spiegherebbe loro che queste cose non possono essere insegnate ad un bimbino perché altrimenti la società diventa luogo impervio.

Sogno un ufficio funzionale e snello dove se ti presenti e sei la mamma di Andreotti, magari qualche domanda te la fanno.

Se ti ascolti il reggaeton, mangi al fast-food e ti compri più scarpe che libri, te ne stai al riposo col tuo utero perché puoi fare solo danni al mondo.

Se lavori per pagarti l’abbonamento allo stadio e passar così tutte le domeniche proposte in terra, pensi di essere davvero in grado di creare geni interessanti?

Sogno esperti che rilascino il patentino solo a gente limpida, che fa del viaggio un abitudine e della verità uno stile di vita.

Sogno il patentino per genitori fresco di stampa e consegnato solo a chi non cambia umore come un camaleonte, a chi ascolta la bossa nova e non simpatizza per Bruno Vespa.

Sogno che l’istinto di maternità o paternità sia direttamente proporzionale al desiderio di ridere ed inversamente proporzionale alla frase “Ma tanto è tutto uno schifo”.

Sogno che lo Stato tolga il diritto di farsi chiamare “Mamma” senza meritocrazia, evitando catastrofi nucleari e che conceda il beneficio di esser detto “Papà”, come premio e non come risultato di entusiasmo distratto.

Nel mio sogno più ricorrente c’è un ufficietto che ci protegge tutti dalla potenziale mamma dei figli raccomandati in Rai, dal potenziale papà di futuri clienti abituali degli outlet, al sabato pomeriggio, dalla riproduzione disordinata che generi persone che non faranno sedere le signore sul tram, dal dna simile a quello di Provenzano, dalla procreazione di futuri lettori di Libero e di gente che dica “Lo hanno detto in tv”.

  1. Nel mio sogno l’ufficio per il rilascio del patentino per genitori ha orari di apertura improponibili.

Roba da supereroi.

Roba che neanche l’Inps. Poi voglio vedere…

 

IL CASSETTO CON DENTRO IL LICEO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Qualche giorno fa sono stata in un liceo per fare una lezione-spettacolo ai ragazzi delle ultime classi, prossimi alla maturità.

Alla fine di questa inedita esperienza che mi ha fatto bene come una rara medicina omeopatica, tornando a casa mi sono accorta di avere uno squarcio aperto tra la bocca dello stomaco e il diaframma: era il cassettino dei miei ricordi liceali.

Il periodo del liceo infatti è la zona temporale del mio passato che ricordo meglio, nonostante le sostanze ingerite in quell’epoca scapigliata.

Forse me la ricordo bene perché, seppure qualche bastardo inizi a chiamarmi “signora” dandomi del lei, è come se una parte di me si sia cristallizzata laggiù, tra i sedici e i diciotto anni, come se mi sia rimasto dentro un cassetto aperto, abile a mantenere le principali connotazioni caratteriali di quando avevo i brufoli per usarle sempre al momento sbagliato quando, in teoria dovrei comportarmi da femmina adulta, da signora, come dicono i bastardi.

Le medesime pulsioni di quando oscillavo tra la I e la II liceo classico si presentano ancora oggi attraverso: predilezione inconscia e costante per il piacere rispetto al dovere, predisposizione a non far nulla di ciò che sia obbligatorio o previsto dalla legge italiana, materna o civica, necessità di sonno oscillante tra le dieci e le quindici ore, dipendenza e amore incontrollato per la guida di un mezzo di trasporto (moto o auto) il cui carburante sia pagato da terzi, ingordigia nei confronti del guardaroba materno a disposizione, capacità professionale nell’assunzione di quantità ciclopiche di alcool, nonostante oggi la qualità abbia conquistato un deciso upgrade rispetto ai tempi in cui si rubava la vodka Keglevich nei supermercati, per bersela liscia e calda al giardinetto.

Dunque guidando il mio gippone verso casa, dopo aver visto tutte queste persone giovani costrette dallo Stato a scalpitare di vita dentro a pesanti aule, mi vergogno ma ho riflettuto su quanto ogni tanto abbia bisogno di tornare al loro stadio di spensieratezza pensierosa.

Perché è così quella fottuta età: dovresti vivere spensierato invece pensi industrialmente, senza sosta, qualsiasi cosa e il contrario della stessa pregando che arrivi qualcuno a dirti cosa è meglio pensare senza però importelo.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa quanto ogni tanto abbia bisogno di ascoltarmi ancora la musica di quando avevo sedici anni e di come vergognandomi, debba sentirmela in cuffia in modo che nessuno possa pigliarmi per il culo se metto Kylie Minogue, i Sex Pistols, i Foo Fighters o i Jane’s Addiction pur essendo ormai una signora.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa che forse dovrei smettere di indossare con orgoglio quel mio paio di jeans Subdued con le toppe dei Led Zeppelin cucite sul culo, tutti strappati, non da un designer newyorkese ma dalle secolari avventure vissute insieme a me.

Essere grandi mantenendo un cassetto da teenager può essere utile ma è un po’ anche una fregatura.

Da quando devo far finta di essere adulta non posso più entrare nelle profumerie a rubare smalti per contarli fuori con le amiche, sono obbligata a nascondere bene tutti i chili di timidezza e insicurezza che mi porto in tasca dalla nascita e non ricevo più quella confortante frase che mi piaceva e serviva tanto, quella del “ti capisco, sei in un età difficile, vedrai passerà”.

Non ho più giustificazioni.

Non posso più giustificarmi alle interrogazioni.

Sono una donna sola nel mondo adulto col mio cassetto aperto sull’adolescenza.

Eppure è al liceo che ho imparato le cose più importanti del saper vivere.

Ho imparato a simulare coliche renali da oscar per non essere interrogata e nel tempo ne ho fatto un mestiere retribuito.

Ho imparato a tonificare le chiappe stringendole quando la Facchiano faceva il giro della classe con gli occhi per capire chi interrogare in latino.

Al liceo ho imparato la bellezza di avere una madre che mantiene le promesse anche quando la promessa è di mandarti al suo liceo di suore mantellate serve di Maria, se sarai bocciata.

E, una volta bocciata, è lì che ho imparato che il liceo pubblico non era poi così male, se visto dalle sbarre di un collegio con la divisa bianca e blu e la ricreazione vigilata da Suor Giulia.

Se oggi scrivo per mestiere lo devo al liceo e alla capacità agonistica appresa lì, nella trascrizione delle versioni di Tucidide alla velocità della luce o almeno in settanta secondi di telefonata con la mia compagna di classe Cecilia.

A proposito di Cecilia, al liceo ho imparato che ci sarà sempre gente che col minimo sforzo raggiungerà il massimo dei voti mentre tu, con tutti i tuoi vortici di pensieri selvaggi, i cavalli alati, gli amori drammatici quasi mai corrisposti, i balli feroci, le emozioni che ti divorano e la musica nelle cuffie dalle tre di pomeriggio alle due del mattino, ti farai sempre un culo così per affrontare argomenti e doveri che non ti piacciono e non che non ci sarà mai verso di farti piacere.

E’ al liceo che ho imparato l’esistenza di alcuni gesti deficienti che possono tuttavia aiutarti ad accrescere la stima del pubblico che ti guarda, come accendere una sigaretta alle sette di mattina davanti a scuola o fare la pinna con l’SH nonostante la performance a lungo andare ti fotterà la forcella.

Così oggi guido verso casa dopo una mattinata con queste persone giovani che hanno riaperto il mio cassettino puberale facendomi realizzare che è il momento di chiuderlo, che certe cose non torneranno ed è meglio così.

Che ogni età ha la sua bellezza ma non tutte le età sono così belle come quella in cui ogni mattina incontri il bidello: l’eterno ragazzo che ti ricorda che si, è possibile portare l’orecchino fino a sessant’anni, che non c’è niente di male.

Che l’unico male tutt’al più è Kylie Minogue ma tanto se la senti in cuffia non lo saprà mai nessuno.

BRUTTA FIGLIA DI LIGURE

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Ho notato che la maggior parte delle persone quando si trova costretta a insultare qualcuno predilige insulti che si riferiscono a un familiare stretto, come la mamma o il cane.

Figlio di un cane, figlio di puttana e giù con le traduzioni in tutte le lingue del mondo che invece di prendersela col soggetto stronzo in questione, agiscono in maniera codarda contro l’albero genealogico.

Visto che mia mamma è una brava persona, almeno sotto il punto di vista della mercificazione del suo corpo, credo che la prossima volta che vi piacerà insultarmi sarà più appropriato andare direttamente contro il mio capofamiglia.

Mio padre è russo ma la sua famiglia venne un secolo fa in Italia. Quindi mio padre è più italiano di voi.

Il problema è che quando la famiglia di mio padre scelse l’Italia, elesse la Liguria.

Quindi sono figlia di un ligure ed è questo l’insulto che mi si addice di più, se vorrete infierire.

E ne andrò fiera perché i liguri e i sardi sono gli unici italiani (se così si può dire perché non sono propriamente tali), che rispettano in maniera coraggiosa e intransigente le loro caratteristiche e giammai si piegheranno all’omologazione.

Sono figlia di un ligure.

Non so se mi spiego.

Se siamo al ristorante, la mia vescica ligure mi obbliga sempre ad andare alla toilette in perfetta sincronia col “Prego signori, eccovi il conto!”.

E se quando torno non avete ancora pagato, prima di tutto siete vili e maliziosi e poi dividiamo alla romana perché comunque sono nata a Roma perciò non avete scampo né speranza che offra io.

Sono una figlia di ligure.

Risparmio sulla palestra perché faccio lezioni di prova tutto l’anno in tutte le palestre delle regioni vicine.

Vado al mercato della frutta e della verdura alle due meno un quarto, quando i contadini sono stanchi e la roba me la tirano direttamente nel bagagliaio.

Sono figlia di ligure.

Da grande voglio fare la svuota-cantine di palazzi d’epoca, la badante di vecchietti milionari terminali, una di quelli che va in spiaggia col metaldetector a fine stagione, la ragazza di un parlamentare.

Se rinasco voglio essere il materasso coi vostri risparmi.

Sono figlia di ligure, è più forte di me.

Se ti cade una moneta per terra la velocità della mia suola pronta a tapparla è direttamente proporzionale a quella del pendolo che avrò in mano per ipnotizzarti e farti credere che non ti è caduto un cazzo.

Sono figlia di un ligure, prendi tu i biglietti e poi ti ridò i soldi?

Sono figlia di un ligure e prima di uscire di casa chiederò sempre quanto prevedi che spenderemo. Se sforiamo paghi tu.

Sono figlia di un ligure, mi sposerei centocinquanta volte se ognuno portasse qualcosa e io potessi far credere che la bustina della lista di nozze mi servirà davvero per un viaggio o per il servizio buono.

Invece non me ne potrei mai separare, resterebbe sempre con me, saremmo sempre io e la mia bustina finchè morte non ci separi.

Perché sotto sotto sono una gran figlia di ligure.

E non ho mai comprato un libro in vita mia perché adoooro il book-sharing.

Mai ho lasciato impunita cassiera che abbia tentato di dirmi “Ti devo un centesimo, tesoro”.

“D’accordo, aspetto qui a lato?!”.

Sono una figlia di ligure: ecco l’insulto giusto per me, che mi gonfia il petto d’orgoglio e il portafogli dei soldi che risparmio con agonismo e tecnica.

Sono figlia di ligure e per me il tempo è danaro.

E il prezzo del tempo lo faccio io.

E il tempo di lettura di questo articolo è di circa sette minuti e quaranta.

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DE RUMORIBUS

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Se per caso un giorno, ci venisse voglia di sminuirci come esseri umani, di renderci ignobili di toccare le bassezze più nefande che l’essere umano sia in grado di toccare solo scavando…

E se per caso non esistessero più applicazioni sui cellulari a renderci poveretti in tal senso, come Candy Crush o i siti di appuntamenti nel proprio quartiere, ricordiamoci che avremo sempre a disposizione il più antico e popolare metodo avvilente per individui, che nessuno (purtroppo) potrà toglierci: il pettegolezzo.

Discorrere con terzi sulle faccende private di un soggetto non presente, rende da sempre l’animo umano molto piccolo e merdoso, contaminando la zona dove avviene la discussione con aria fetida come quella di certi uffici pubblici.

L’arte di parlar male degli altri non è per tutti!

Per capire se stiamo effettivamente facendo della malalingua il nostro stile di vita e del pettegolezzo il nostro biglietto da visita, dobbiamo porci una domanda semplice, schietta e sincera:

se il soggetto del mio monologo e dei presunti fatti accaduti che sto raccontando fosse presente e in ascolto in questo momento, trarrebbe beneficio da tutto ciò che sto dicendo?

Mi sorriderebbe compiaciuto?

La sua figura ne uscirebbe in maniera dignitosa a prescindere dalla sua colpevolezza ma soprattutto, resterebbe ancora disponibile a frequentarmi dopo la discussione o mi inviterebbe affarinculo?

Se a queste domande la risposta è sincera, capiremo che il soggetto della nostra discussione, non solo non sarebbe felice di ascoltarci, ma che siamo sulla strada giusta e che abbiamo ottenuto il nostro obiettivo: essere degli individui composti per il 50% da acqua e per il restante 50% da Poraccitudine.

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Se per caso un giorno, ci venisse voglia di eliminare dalla nostra vita il buon gusto e proclamare guerra al desiderio di elevazione dello nostro caro, vecchio, animo umano, ricordiamoci che basterà raccontare al farmacista segreti presunti sul vicino di casa, accanirsi contro il fidanzato che ci ha lasciati raccontando la sua presunta poca igiene personale al postino, organizzare riunioni di condominio interessandoci delle ultime novità familiari degli assenti e nel contempo, proclamarsi paladini della giustizia sociale, del buon gusto, del “E’ una vergogna!”.

Ci sono ottime probabilità che nessuno si accorga che siamo dei dementi perché il pettegolezzo è un virus che si trasmette per via orale, l’arte di parlar male è una malattia che ti possiede se la tolleri.

Il tavolino coi giornali di gossip e cronaca nera sarà in confronto a noi, una libreria specializzata in ricerche sui premi Nobel.

Il peggior collega che diffonde menzogne anche sulla vita privata delle macchine fotocopiatrici in ufficio sarà in confronto a noi, San Sebastiano.

La più odiosa delle comari represse appestate dal rancore verso il prossimo, diverrà al nostro confronto, più benevola di un libretto di meditazioni zen.

Saremo senza rivali, se il pettegolezzo contaminerà le nostre vene, i più meschini del pianeta!

O almeno del pianerottolo, del condominio, della via, di quel piccolo angolo della putrida sul quale regneremo fino alla fine dei nostri giorni.

http://www.corriere.it/salute/11_giugno_15/gossip-salutare-cervello-peccarisi_741794c0-91b5-11e0-9b49-77b721022eeb.shtml

IL BUGIARDINO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dio ci protegga dal foglietto illustrativo dei medicinali.

Dal bugiardino.

Che poi se si chiama così, non è certo per rassicurarci.

Il motivo di periglio per gli esseri umani però, non si trova dietro a questo suo nome popolare così ridicolo e ostile, quanto nel suo contenuto che in maniera esplicita, ci piglia per il culo da secoli.

Compri un medicinale per curarti e dentro trovi un piccolo pieghevole che ti mette in guardia dalle mille insidie del mondo e ti catapulta in faccia una quantità di ansie così concrete e precise che quasi quasi il medicinale diventa ai tuoi occhi un metodo efficace con cui morire male, in poco tempo e oltretutto a pagamento.

Andiamo per voci, come fanno loro:

La composizione del farmaco è una delle voci che, se non sai un cazzo di formule chimiche, ti fa rabbrividire.

Sapere poi che qualcuno che non conosci, che non hai mai visto in vita tua e che, al contrario di te conosce perfettamente le formule chimiche, sia titolare assoluto dell’autorizzazione all’immissione in commercio di una roba farmacologica, è inquietante come ritrovarti in autobus con cinquanta arabi con lo zainetto Invicta.

Poi, se non bastassero i sintomi della tua patologia, il bugiardino ignobile ti propone un centinaio di controindicazioni che se ti beccano non lasceranno traccia del tuo albero genealogico.

Raderanno al suolo la tua specie e lo faranno per colpa tua che volevi curarti e invece hai ammazzato la stirpe.

Poi: esiste una differenza tra contro-indicazioni e precauzioni d’uso?

Non sono forse entrambe un unico, grande invito a cagarsi sotto? Almeno una di esse non si poteva evitare e omettere ?!

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Non contento di averti fatto diventare verde vomito dal terrore più che dalla malattia, quello stronzo del bugiardino ti propone eventuali effetti drammatici in caso di interazione con altri farmaci o attraverso le avvertenze speciali che, in sostanza compongono un elegante puzzle delle ultime, extra-ordinarie possibilità di decesso in compagnia del tuo amico farmaco appena acquistato.

Le avvertenze speciali sono le patologie pirotecniche che puoi contrarre se sei uno dei dieci casi su cento ai quali, con l’assunzione della pastiglia in questione, può crescere la coda di carne tra le scapole, uscire la pipì fucsia come quella dei ballerini di Ibiza o si possono squagliare le dita dei piedi in una poltiglia purulenta come alle streghe sui roghi.

Le avvertenze sono dunque gli effetti speciali della medicina e il loro relativo presagio di morte.

Maledetto il bugiardino, il foglietto che ti rammenta che sei spacciato se ti pigli il farmaco e ci bevi sopra una birretta chiara o un caffè, se prendi la macchina per tornare a casa, se aspetti un bambino che quindi a causa della tua incuria nascerà ciclope o come Paolo Limiti.

Il bugiardino ti dice che ti verranno i brufoli nei polmoni se assumi il farmaco e poi fai attività sportiva, se sei celiaco, di Bari, se hai studiato filosofia o tuo papà è in pensione.

Il bugiardino lo sa che tu hai qualcosa che di certo non va e ti tiene d’occhio.

Ti avverte che se resti immobile, fermo dove sei, con le braccia alzate e impagliato come la testa di un orso, con la tua pastiglietta che ti tiene in ostaggio la trachea, non succederà (forse) niente di male.

Altrimenti sei pronto per i vermi.

Proseguiamo leggendo le voci del bugiardino: sovradosaggio, effetti indesiderati, scadenza (che sarà senza dubbio cancellata dagli agenti atmosferici coi numeri falsati e dunque morirai) e infine, ma non per ultimo per importanza, le norme di conservazione, senz’altro simili a quelle di un libro del 1200 a.C. scritto dall’ultimo proprietario del santo Graal.

Il foglietto illustrativo di un qualsiasi medicinale, se ti fermi a pensarci su un attimo, è un ottimo pretesto per farti desiderare di finirla lì, subito ed evitarti così tutte quelle probabili sofferenze eliminando i rischi elencati in modo perpetuo attraverso il decesso pro manu.

E visto che ce l’hai lì e ormai li hai comprati, perché non avvicinarsi alla morte con un bel cocktail di medicinali come fanno le rockstar?!

Adesso hai capito perché le leggende del rock si suicidano col mix medico?!

La rockstar, già di per sé paranoica, dopo aver letto il bugiardino e aver intuito che gli stessi effetti indesiderati colpiranno anche lei/lui, confermando il fatto che fisicamente è uguale a tutti gli altri comuni mortali del cazzo, sceglie di morire per mano chimica.

Alla rockstar e anche a te che scegli di farti fuori, il bugiardino gentile ricorda però di tenere il farmaco fuori dalla portata e dalla vista dei bambini.

Così ti piomba addosso anche il senso di colpa che se schiatti, i farmaci che non sei riuscito a ingerire resteranno lì, sul tavolo dove giocano i tuoi figli a “Uno”.

Allora ti sacrifichi e resti in vita, schiavo di un bugiardino di merda che ti sorride dallo scaffale col suo smile da farmaco senza obbligo di prescrizione mentre tu ora hai serio bisogno di averne una, di prescrizione.

Per questo raccontino ringrazio l’amico Stefano che mi ha indicato l’esistenza di un Contest, di una specie di concorso, dedicato alle diciture più del cazzo dei foglietti illustrativi di tutto il mondo:

http://www.mlaw.org/_pages/pastwinners.htm

 

IL GLIFOSATO CULTURALE

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

Cosa manda in putrefazione il cervello di un maggiorenne del nostro secolo?

Cosa debilita l’intelletto di un giovane medio appartenente a questa società?

Ci sono molte cose apparentemente futili che in realtà intossicano il sistema intellettivo di un povero ragazzo nato in questo sventurato secolo e le cose futili in apparenza, esattamente come i pesticidi usati in agricoltura, fanno apparire risultato e involucro ottimi mentre in realtà il contenuto è avvelenato e il sapore misero per non dire di merda.

Quali sono i diserbanti della nostra società giovane?

L’accessibilità a tutto, senz’altro.

Il gusto sfrenato di non doversi sforzare per ottenere un sacco di cazzatine e allo stesso tempo la difficoltà estrema a ottenere le cose importanti che fino a pochi anni fa erano diritti inviolabili e ora invece sono lussi per pochi, il lavoro retribuito o la casa, per fare un paio di esempi di quelli che dici “Oh Signore, è banale ma verissimo!”

C’è poi un altro pesticida giovanile ed è il business della comunicazione, intesa come involucro patinato che permette di vendere qualsiasi cosa, anche poco igienica o spregevole, come fosse l’ultima frontiera del trend.

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“Ti assumo come responsabile della comunicazione, mi occupo di comunicazione, facciamo comunicazione, studio comunicazione”

Cioè?! Che cazzo fai nella sostanza?!

Perché il cervello, anche il più basico, vuole sostanza.

Certa comunicazione manda in pappa il cervello perché il linguaggio e la scrittura si affinano con le scuole dell’obbligo, le relazioni sociali e la scrittura, mica col master da ventimila euro dove ti insegnano come ipnotizzare il cliente con frasi glamour.

Anche il pop è un gran bel pesticida: quel pop che passa prima dai giornali scandalistici e poi finisce in cuffia.

La Hit è un veleno come tutto ciò che viene scelto dalla massa, da tutti.

Ciò che viene scelto da tutti infatti, non sempre è democratico.

Anzi, spesso ciò che è scelto da tutti è tirannia.

Anche il selfie, a proposito di tirannie, fotte tutte le cose belle di cui siamo dotati in calotta cranica.

Rinunciamo oggi stesso all’autoscatto in ascensore.

La Chirurgia facciale: misericordia per i nostri connotati!

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Le riviste di gossip rilasciano una tossina letale per i nostri neuroni molto simile rilasciata dai comizi politici in tv pilotati da giornalisti faziosi.

Certo giornalismo è peggio del glifosato.

Gli stabilimenti balneari con i lettini in fila come in tangenziale.

Le discoteche dove sei costretto a ballare roba che ripete lo stesso ritornello per venti minuti, queste sono cose che mandano in merda il cervello.

Accadono sempre più attentati ma ogni giorno chi sopravvive ai terroristi con lo zainetto deve lottare contro un terrorismo più subdolo e frizzantino.

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La tassazione in Italia rispetto alla qualità dei servizi pubblici non è forse una specie di attentato alle buone intenzioni?

Ci sono un sacco di cose che possono mandare in puzza il sistema intellettivo di un giovane, oggi: quel gustino dolce dell’apatia che innescano per fargli credere che non si possa scegliere, che ci si debba adeguare, che si debba comprare.

Che il trasgressivo è figo ma il diverso è sfigato.

Resta sveglio, ragazzo, non comprare niente dai venditori abusivi di cultura sottosviluppata, proteggi la tua calotta cranica.

Resta sveglio, ragazzo.

Resta fluido.

Perché il tuo acume sveglio e protetto è più piacevole di una birretta fresca.

Certa intransigenza è sexy più di Kate Moss.

E certi NO ben detti meritano le medaglie dei partigiani.

JE SUIS LICIA

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

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Allora, stasera sono stata a cena nella mia osteria preferita.

Ho bevuto un buon rosato in buon compagnia di amici e mille zanzare.

Nella mia osteria preferita ci sono candeline dappertutto e i piatti del giorno sono sempre irresistibili.

La padrona è una ragazza con una risata che andrebbe brevettata e i suoi tavoli sono piccoli, accoglienti e pieni di fesserie di stoffa a forma di cuore che lei usa come sottobicchieri, sottopiatti, come sottotutto insomma.

Robina che può comprare solo una ragazza, di trapunta, cotone grezzo e lino bianco sporco.

Che poi amo il bianco sporco e non capisco perché non si possa indossare senza che la gente pensi che c’hai sudato dentro per settimane.

Il bianco sporco nel nostro emisfero funziona solo per le tovaglie, che idiozia.

Comunque la mia osteria preferita è piena di cosine che anche se sono fregnacce, a me rilassano tanto e quando mi siedo e guardo con quale cura sono state piazzate lì ad accogliere la clientela ridotta e naturalmente selezionata dai pochissimi tavoli a disposizione e dalle moltitudini di zanzare di merda, mi viene da dire che andrà tutto bene, che sono una ragazza fortunata e che il mare non è poi così lontano e che digerirò alla grande.

Mentre ce ne stiamo lì a gustarci il silenzio, senza nessun avviso entra Licia e cambia un bel po’ cose e impressioni.

Licia è una ragazza che si avvicina ai cento chili quindi per la società contemporanea è grassa eppure quei chili sono distribuiti senza dramma.

Solo che il dramma si consuma non appena Licia incrocia il mio sguardo e mi grida contro indemoniata “Maledetta bastarda, scusa, non ti spaventare!”, tutto di seguito, in un’unica formula velocissima, destabilizzante e condita da un paio di bracciate smaniose in aria.

Licia è vestita tutta di nero coi capelli rosso fuoco e gli occhi verde smeraldo vero.

Licia ha la sindrome di Tourette però non me ne rendo conto subito.

Devo prima passare attraverso molti stadi emozionali diversissimi tra loro: lo stupore di non realizzare bene cosa stia succedendo, la rabbia e l’indignazione di venire barbaramente insultata da una grassona sconosciuta (lì per lì ti viene da insultare per difesa), un imbarazzo borghese e infine l’emozione più dura da reprimere, il divertimento allo stato brado.

Il più spregevole e incontrollato guizzo che si presenta sotto forma di una grossa, gigantesca spinta che parte dalla bocca dello stomaco e si fracassa in gola facendomi capire che se non rido di qui a poco, morirò male.

Licia lo sa e quindi mi lancia uno sguardo per capire dove arriveranno le mie reazioni, se riuscirò a trattenermi o no le interessa poco, a lei preme avere la certezza di non avermi offesa.

E non mi offende affatto, anzi qui ci scappa che la offenda io col mio sghignazzo fradicio.

Inutile girarci intorno o fare etica spicciola: nel mio cuore alla ricerca perpetua di comicità cinica, ho sempre sognato di incontrare qualcuno affetto da questa sindrome, per poter fare un’analisi ravvicinata dell’unica malattia che un pochino, ammettiamolo, fa sorridere.

Nel mio caso, fa letteralmente mancare aria in gola dalle risate.

Se però vado oltre la mia testa di cazzo, mi rendo conto di come in un certo senso la Sindrome di Tourette sia oggi a proprio agio nella nostra epoca contemporanea fetida.

Rifletto che quasi la nostra umanità ha bisogno dei tourettisti, di quanto la Sindrome trovi finalmente un giusto posizionamento nel nostro mondo, se così si può dire nei confronti di una patologia.

Non esiste momento storico più perfetto di questo infatti, per liberarsi di tic nervosi in maniera sfrontata, soprattutto se essi sfidano (anche involontariamente ma lo fanno!) le leggi del buon costume sociale, della figura di merda da evitare a qualunque costo per risultare sempre sul pezzo, sempre fichissimi e inattaccabili a livello di stile e di rispettabilità, di ultima tendenza e di inavvicinabilità.

Quando Licia se ne va in giro e grida i suoi Figlidiputtana, i suoi pezzidimerda e i suoi bastardi, il suo disappunto anche se non reale e diluito da molti “Scusami!” , ti arriva dritto in faccia e ti prende a borsettate l’ego perché è un disappunto proclamato da una perfetta sconosciuta arrivata quasi come un oracolo, un segno dei numi celesti che vogliono dirti, attraverso un angelo, che il disadattato sei tu e sai perché e se non ci arrivi ti verrà in mente.

Licia, per quanto possa sembrare paradossale non se la prende mentre rido come una bestia perché lei lo sa che un po’ fa ridere e poi intanto, con questa scusa che ha una sindrome che fa sorridere, mi ha dato della testa di cazzo e questo è ciò che conta.

https://stilenaturale.com/sindrome-di-tourette/

IUDICES

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Se scrivo “Giudici”, a cosa pensate?

Perché questa è un’epoca spiacevole e temo non stiate pensando a Falcone e a Borsellino.

Sintonizzatevi sulle mie stesse frequenze per registrare cosa ne penso dei giudici dei talent show.

Degli chef che giudicano dei poverini ai fornelli.

Di tutta questa gente che arriva in tarda mattinata negli studi tv e si trova un tavolo in acciaio lucente con tutte le verdurine tagliate alla julienne da uno scenografo che sognava di fare cinema ma, poveraccio, anche lui deve pagare le bollette.

Se lo farete, se vi collegherete al mio cervello vi dirò tutto ma qui non posso esagerare perché non sono protetta da quelli giusti e la denuncia è sempre dietro l’angolo in un paese dove fingiamo di avere un umorismo frizzantino e invece no.

Immaginate cosa penso della mandria di signori vestiti in similpelle, con la gelatina anche sui denti che vengono pagati per starsene col culo sulle poltrone girevoli da supereroi, a spingere un bottone con ferocia per dare un voto a una creatura che possiede cinque volte il loro talento o che invece non ne possiede affatto ma è stata collocata last-minute dalla produzione tv, per mettersi a disposizione e farsi umiliare in diretta.

E pensare che era partita da Cetraro Marina col pullmann, dicendo a tutti di guardarla perché sarebbe stata alla televisione.

Uno ci prova ed è legittimo farlo.

Ci prova, pensando che possa essere il giusto trampolino di lancio ma poi, se riesce a connettersi col proprio animo, capisce subito di avere davanti a sé dei professionisti dello spettacolo e non dei docenti o Sai Baba o Batman.

Sintonizzatevi con la mia mente e scoprite cosa penso di queste superstar col cucchiaio d’argento, di bronzo e di platino che vengono prodotte in serie per fare più ospitate possibili e presenziare a tutte le degustazioni per mangiare gratis e scrivere libri di ricette che poi, quando provi a rifarle nel tuo cucinotto di merda ti mortificano.

Avvicinatevi alla mia anima: riuscite a sentire cosa ne penso di quei musi di plastica che gridano sguaiatamente al fenomeno e poi mandano la sigla?

Siamo in tanti ad essere insofferenti, a cercare un antidoto contro quelli pagati per giudicare senza avere competenze o che, ancor peggio avendone, amano usarle come fossero i vice di Gesù ma senza insegnare nulla gratis, moltiplicandosi in tutti gli angoli possibili dei media per raccattare cachets stellati più dei loro ristoranti.

Esisterebbero ingredienti in grado di arricchire le teste di chi guarda la tv anziché farci nascere dentro i bigattini, come si faceva nei bagni delle scuole per farle chiudere.

Perché la scelta cade sempre sulla peggior competizione a buon mercato?!

I talent show chiudono le nostre cervella indifese e tutto ciò che ci viene da considerare importante è fare i tuttologi in pubblico, ostentare di essere sommelier, esperti di musica classica, allevatori di animali preistorici per passione, cuochi di cucina giapponese di alta montagna, conoscitori di paesi sottomarini abitati da scrittori nudisti.

Purtroppo tutta questa sapienza non viene esibita per il gusto di diffonderla ma per il prurito di far tacere gli altri, facendoli sentire inadeguati e miseri

Il principale obiettivo diventa fare quelli che sanno più del gruppo e che importa che poi si sbaglino i congiuntivi?!

Se si ha talento bisogna andare nei posti a comandare, per diventare un opinion leader e scegliere per gli altri.

Cosa abbiamo fatto per meritarci questa punizione che è tutto fuorché divina?

Vi prego, connettiamo le nostre menti e salviamoci: off.

Giudice
giù·di·ce/
sostantivo maschile e femminile
La persona o l’ente cui sono riconosciute l’autorità e la competenza di emettere giudizi o decisioni definitive.
Lat. iudĭcem, comp. di ius ‘diritto2’ e del tema di dicĕre ‘dire’;
propr. “colui che dice il diritto”

CHI CI PROTEGGERA’?

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Sapete chi dobbiamo davvero temere?

Sapete di chi bisogna davvero avere paura?

Di quelli che progettano i centri commerciali.

Sono loro il vero pericolo pubblico, non i musulmani, non i rumeni!

Quelli che si mettono a tavolino e dicono “Cosa possiamo inventarci per far marcire il cliente nel nostro centro commerciale? Cosa possiamo progettare per fare in modo che un individuo muoia di vecchiaia cercando l’uscita o compri oltre i confini del comprabile?”

Questi strateghi dell’outlet riescono a fottere sonoramente anche i più intransigenti, quelli che ti lasciano in seconda fila e promettono “Guarda, entro ed esco! Mi serve solo il detersivo”.

Davanti a quelli che pianificano nuove aree destinate allo shopping dobbiamo rabbrividire.

Perché ci vogliono male.

Non possono volerci bene, persone che progettano un solo cesso per piano, se ciascun piano è di 7000 mq.

Non possono amarci quelli che costruiscono labirinti facendoci credere che siano negozi per farci passare là dentro il nostro sabato.

E’ inutile che mettano la musica in filodiffusione, i vasi con le stelle di Natale, le bilance per pesarsi, le giostre con la monetina, le hostess bone che vendono abbonamenti di qualsiasi cosa brutta.

E’ inutile che ci riempiano di buoni omaggio se l’obiettivo finale è quello di stordirci come vecchi orsi da circo.

E’ inutile che si fingano simpatici pagando omini travestiti dai nostri supereroi preferiti per distribuire foreste di volantini, è inutile che ci facciano mangiare tutto ciò che il nostro intestino peccaminoso desidera, se poi ci lasciano schiattare mentre cerchiamo il piano dove abbiamo lasciato la macchina.

Chi progetta i parcheggi multipiano dei centri commerciali, se non persone malvage?

Chi ci salverà?

Quale legge ci proteggerà stabilendo un massimo oltre al quale non si possano scavare piani-parcheggio altrimenti si arriva alla lava del centro della terra?

Conosciamo tutti la disperazione di non trovare, in mezzo a trentasei piani, quello con la nostra auto.

Piani che percorreremo trainando due carrelli della spesa stracolmi, sudando e pensando che stiamo davvero scendendo troppo, che prima o poi finiremo dal demonio, talmente si scende, inconsapevoli che dal demonio ci siamo appena stati, ai piani alti, alle casse dell’Ipermercato con nostro figlio trasfigurato dal pianto che ci implora di comprare tutto e il contrario di tutto.

Conosciamo tutti la disperazione di quando finalmente troviamo la nostra macchina ma capiamo di essere distanti nove chilometri dal punto dove si riconsegnano i carrelli.

Siamo dei principianti di merda ma c’è anche gente dispettosa pagata per predisporre tutto il necessario per non farci pensare, almeno in quelle svariate ore che trascorreremo nel loro immondo centro commerciale di merda

Sono pazzi quelli che progettano i centri commerciali.

E vogliono farci uccidere tra di noi.

Vogliono che ci scanniamo per liberare posti auto.

E ci scanneremo a causa della precedenza dei carrelli che non si capisce mai bene come funziona, per colpa del sorpasso involontario alle casse o per altri futili motivi che loro hanno acutamente progettato per attirarci nella gigantesca rete di saldi, di rateizzazioni, di “provalo per trenta giorni” e di “siamo aperti anche la domenica!”

C’è da aver paura.

Non fidatevi di chi progetta grandi centri commerciali ma soprattutto non parlate con chi nel week-end ci si trascina dentro, se non per offrirgli sostegno, gruppi di aiuto o assistenza sanitaria.

Tenetevi lontani e diffidate di chi vi porta nella mecca del multi-shopping o almeno ditegli che preferite aspettare fuori.

E non fatevi tentare dall’area delle poltrone massaggio mentre aspettate.

Sono fichissime.

 

IL PAESE DEI PALLONI CUCITI

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Lo so che non è bene accanirsi con categorie già prese duramente di mira da tutti e umiliate da secoli ma la mia è una disquisizione sociale che vuole aiutare fattivamente persone disagiate: perché nessuno aiuta certi tifosi?

Come mai la sanità pubblica non si occupa di loro, non offre un supporto, un sostegno, una possibilità, una speranza, che so, un sussidiario, una classe serale?!

Perché non è affatto decoroso che un paese civile consenta ai propri cittadini in età adulta, di girare in branco con sciarpette di cotone liso e bandierine gridando nell’aria canti infernali e di cattivo gusto grammaticale, cori che iniettano in chi ascolta e in chi canta un’immediata sferzata di adrenalina e voglia di fare a botte col primo che passa.

Anche io che vorrei la pace nel mondo, quando ascolto i ritornelli intonati col popoppopo’, subito ho voglia di sradicare un cartello stradale e spaccarlo contro il cofano di una macchina parcheggiata o in faccia al giornalaio.

Ma non voglio generalizzare, eh.

C’è anche chi va allo stadio per divertirsi, per non pensare.

Non c’è niente di male a non pensare.

C’è anche chi va allo stadio perché ama il calcio che è uno sport avvincente e poi si sa, lo sport va bene allo spirito, anche quando è intriso in soldi zozzi, dispensati da sponsor rognosi.

C’è chi porta i bambini allo stadio per condividere l’esperienza che sia emblema di lealtà, un gioco in cui chi si fa male, se lo fa davvero, mica per finta.

E poi è bello sognare che il proprio bimbetto un domani, guadagni milioni calciando un pallone.

C’è chi si stappa una bella birretta e non sente ragioni che facciano sollevare le sue chiappe dal divano, quando inizia la Champions.

Non c’è niente di male, la moglie che aspetti.

Che se poi si organizza con un piano b, che vada, che si diverta.

Che poi anche i tifosi sono ben organizzati: affittano pullman e investono duro in fantacalcio, tivvu’ e abbonamenti costosi perché si vive solo una volta e allora, perché vivere in altra maniera se la vita col calcio mi fa sentire in un gruppo di amici, in un clan invincibile, in una tribuna d’onore?

E poi sono soldi che fanno girare l’economia e l’economia ha bisogno di girare.

Non importa dove, basta che giri.

Lo so che non è bene accanirsi con categorie già prese duramente di mira e umiliate da tutti.

Ma ieri con un amico ci chiedevamo quanto lungo potesse essere l’elenco di belle cose che si potrebbero fare se quei tifosi mettessero in un’urna il costo del loro biglietto, dell’abbonamento allo stadio, del merchandising della propria squadra, della birretta chimica che comprano al baracchino.

E quest’urna, piena zeppa di soldi anziché andare in pasto a due signori indagati e ai grandi marchi che masticano il pianeta, partisse verso un paese straniero, lontano lontano, un posto dove vive gente che vorrebbe studiare ma non può perché cuce palloni.

Ci chiedevamo col mio amico, cosa potrebbe succedere, se davvero quell’urna arrivasse a destinazione.

Non siamo riusciti a quantificare i soldini dell’urna, né a definire bene cosa potrebbero farci gli abitanti del paese dei palloni cuciti.

Abbiamo però convenuto, forse in maniera del tutto affrettata e generalizzante (ma non è quello l’intento, che poi ognuno sa il suo), che senz’altro le persone del paese dei palloni cuciti quell’urna la userebbero meglio di certi tifosi.

http://www.indianet.nl/a020411.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2014/08/il-75-dei-palloni-di-cuoio-e-prodotto.html

http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1625

atania-news_1276188421_lavoro_minorile_2

RIP

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

A volte apri facebook o semplicemente ansa (che ormai ha lo stesso valore mediatico di facebook ) e vedi che è morto un artista.
Lo vedi su tutte le bacheche degli amici, su tutti i titoli e in tempo quasi reale.
A volte non è neanche morto per davvero.
E’ assurdo ma esiste anche questo: esistono scoop su presunte morti che leggi sui muri dei tuoi amici.
Notizie prese da fonti di dubbia credibilità tipo illercio.it oppure noncipossocredere.com, fonti che ti costringono a dubitare non solo della veridicità della notizia, ma anche delle facoltà mentali dei tuoi amici che si servono di queste fonti di informazione.
Poi arrivano le smentite oppure non arrivano e ti resta il dubbio fino a quando la vedi in tv quell’attrice morta e dici, ma non era morta?!
E’ una sensazione simpatica in cui prendi poco sul serio perfino la morte che, evidentemente risulta poco credibile.
A volte ho la sensazione che siano i giornali a fare secco quel musicista o quel soprano perchè la notizia arriva quasi in anticipo o immediatamente dopo l’ultimo respiro.
O forse la stampa paga qualche giovane laureato per fargli fare un turno di presidio davanti agli obitori delle grandi città ed avere l’anteprima assoluta quando esce o entra una salma importante.
In questi giorni le bacheche, ad esempio, sono state terreno fertile per messaggi di affetto e stima a Giorgio Faletti, artista italiano completo, eclettico, versatile e purtroppo morto.
Sulla sua carriera artistica troverete di tutto, soprattutto in questi giorni e Giorgio questa settimana, avrà ricevuto un numero galattico di click di like e di shares sul suo sito;
Una pioggia di consensi che forse non ha mai ricevuto in tutta la sua carriera.
Carriera quella dell’artista durante la quale, nella maggior parte dei casi, passi la vita povero, facendoti un sedere di una dimensione che solo gli artisti possono immaginare.
Gli artisti passano la loro vita lottando contro la sindrome delle due “o”: in bilico tra ovazione e oblio.
In numerosi casi l’ovazione e l’oblio non dipendono neanche dalla qualità della loro arte ma da una temperatura che non ha nulla di ragionevole e che il pubblico elargisce in maniera poco intelligente e legata alla quantità di pubblico che la elargisce.
Cantanti come Lady Gaga che diventano divinità nonostante facciano musica discutibile e vadano agli eventi vestiti con pezzi di carne bovina appena macellata.
Attori dimenticati solo perché fanno scelte mediatiche sbagliate, tipo dichiarare una malattia o una tendenza sessuale.
Artisti diffamati da luoghi comuni e pettegolezzi mediocri diffusi da minoranze mentali, come “Masini porta sfiga” .
Certo, forse Masini come esempio non vale perché  con la sua musica non si è proposto proprio come icona dell’ottimismo.
Comunque, anche se non lo ammetterà, l’artista tipo non vede l’ora di morire.
Solo morendo infatti, entra senza fatica nel grande libro dei miti e ci entra a prescindere da successi e insuccessi.
Gli artisti rimasti in vita mandano un messaggino su twitter con “Io lo conoscevo/quando muore un grande amico/indimenticabile collega”.
E twittano per il gusto morboso di cavalcare l’accelerazione mediatica innescata dal collega schiattato.
Il pubblico, dopo aver letto la twittata, pensa che alla fine non era così malaccio quell’artista e corre a comprarsi il libro o il dvd.
I dipendenti delle produzioni e delle edizioni fanno le notti per ristampare, editare, pubblicare numeri speciali, omaggi e requiem platinum.
E l’artista nel frattempo da lassù (perché gli artisti col culo che si fanno in vita, sono certa che vanno in paradiso) vorrebbe prendere a sassate pubblico e colleghi, ma in paradiso non si può.
Però l’artista desidera in gran segreto di lapidarli tutti: pubblico, manager, giornalisti e colleghi artisti che quando era in vita, avevano un giudizio sulla sua vita privata e la sua arte estremamente inflessibile e forse proprio a causa di questo giudizio è schiattato.

LA CATTIVA ABITUDINE ALLA FERROVIA ITALIANA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Certi impiegati che rientrano a casa al tramonto servendosi delle stazioni e delle locomotrici italiane, hanno intorno un’aurea eroica, una luce negli occhi che mi ricorda certi santini di San Sebastiano.

Le Grandi ma anche le piccole Stazioni rappresentano l’odierno supplizio di un poveretto che paga le tasse ma non sa come pretendere in cambio, servizi efficienti che gli spetterebbero.

Senza dubbio il treno è un mezzo di trasporto che viene subìto da tutte le etnie, in Italia ma, non so perché, l’etnia dell’impiegato italico mi provoca maggior tenerezza.

Sono tutti tra i quaranta e i cinquanta, grondano di sudore e di stanchezza mentre si arrampicano dentro a un vagone rovente o ghiacciato, a seconda della stagione.

I miei occhi ne hanno fotografati tanti nell’esatto momento in cui, dopo dodici ore di lavoro, la fila al bar per il panino a pranzo e i bimbi che li aspettano a casa col coltello tra i denti, ricevono la comunicazione dall’altoparlante che il treno è stato soppresso.

Quasi mai il maledetto altoparlante dice che fuori troveranno addetti preposti a somministrare informazioni rassicuranti o assistenza.

Quasi mai i diabolici megafoni dichiarano che gli sventurati potranno trovare sui monitor gli orari dei treni che sostituiscono la tratta morta o che semplicemente, se vorranno recarsi all’ufficio assistenza, rimborseranno a tutti il biglietto.

Il più delle volte, quella bestia di altoparlante dice solo che il treno è annullato e che ognuno deve cavarsela da solo, come meglio può.

E io me ne sto lì, seduta sulle piccole pedane delle passerelle che introducono i binari, a guardare la loro reazione facciale, così identica e identificabile nonostante la svariata moltitudine di pendolari: un tic che fa alzare loro un angolo della bocca in segno di disgusto e abbassare gli occhi in pesante, sonora dichiarazione di abbattimento.

Di abitudine a subìre la sventura pubblica.

E di abitudine si muore.

Quando la locomotrice entra in stazione, sia io che il dipendente martire, abbiamo il dejavù di aver già visto fotogrammi simili in quelle pellicole d’epoca girate all’epoca del vapore, dove tutti sventolavano i fazzoletti con le valigie di cartone e il fumo nero.

Al posto della nera locomotiva di ferro c’è un rottame verde pieno di cacche di uccelli, rovente come un elettrodomestico in tilt e in tragico ritardo.

Saliresti più volentieri su un carretto che entra in una miniera abbandonata, almeno ti lascia il brivido del Luna Park.

L’aria condizionata, su questi treni, cambia a seconda della carrozza passando da -26° a +45° e tu non hai scampo, devi adattarti come fece la tua razza, milioni di anni fa.

Il prezzo per un tragitto di quaranta minuti senza o con troppa aria condizionata, coi cessi serrati o da disinfestare e i sedili che trasudano sifilide, è di dieci euro, inclusa l’avaria consecutiva di due treni e il ritardo del mezzo sostitutivo.

Per me c’è una chance perché il treno è un’eccezione ma chi vi si lascia sodomizzare ogni giorno, come potrà difendersi?

I pendolari santi sono stanchi, sudati, col collo della camicia marrone e col capo che forse oggi li avrà redarguiti per un ritardo di cui sono vittime e non responsabili.

Ma la cosa peggiore è che questi agnelli al macello sono ormai abituati a questo non-servizio.

Quando l’altoparlante comunica che il treno è morto e si salvi chi può, loro non riescono a fare altro che non sia guardarsi a vicenda e dirsi “Eh, cosa vuole, siamo in Italia!”.

Così scendono stanchi come vitelli dopo un lungo viaggio che porta alla mattanza, in cerca di qualcuno che li aiuti o che canti insieme a loro lo struggente brano “Eh, siamo in Italia”, simile a quello che cantavano i raccoglitori di cotone qualche secolo fa.

Il mio di canto, s’intona coi Vaffanculo e vuole essere un canto epico che dia voce a tutti coloro che non ne hanno più manco un fiato perché l’hanno perso a causa della stanchezza secolare, del cartellino timbrato da anni, dei pochi soldi che non riusciranno a garantire la gita scolastica al figlio, della vita di provincia che li costringe da generazioni, ad affidarsi all’ingrato mezzo che non ha competitor sul quale un cittadino possa riversarsi speranzoso.

Peggio di noi, parlando almeno a livello di mezzi pubblici, miei devoti conterranei, forse restano solo alcune regioni della Cina, dell’Africa e dell’Europa dell’Est.

Peggio dei cessi di taluni treni regionali sui quali si viene duramente redarguiti perché non s’è timbrato il biglietto, dopo che si è cercata un’obliteratrice funzionante fino alla stazione successiva, peggio della sensazione che pervade la mia e la vostra persona quando si apre la porta del gabinetto ferroviario, non c’è nulla, a parte la morte sotto a quel medesimo treno.

Quando viaggio sulle affascinanti slitte di ferro che, a onore del merito, ci trastullano per tutta la penisola riuscendo a infilarsi tra le rocce liguri e le sabbie adriatiche, forse distraendomi col panorama, sono in grado di tenermi la pipì anche per dodici ore.

Forse dovrei informarmi se esiste un guinness a riguardo.

Oltre alla vescica contraggo anche i denti mentre penso ai miei cento euro che verranno evidentemente usati per pagare i cestini di Natale ai direttori e non per comprare nuovi gabinetti.

Di fronte a me c’è ancora l’impiegato stanco, salito finalmente su una carrozza sostitutiva e di fortuna.

Eccolo che prova a rilassarsi e si abbandona lentamente al sonno dei giusti, all’abbiocco scomposto che dimentica ogni dignità donando al dipendente affranto, pace apparente e i particolari sintomi della mestizia secolare che si merita: bocca aperta, mani lasciate libere di fare ciò che vogliono, borsa o zaino spalancati e disponibili ai ladri purché non creino problemi e occhi tremolanti che combattono contro il sonno eterno.

Il sonno che farebbe perdere al dipendente martire la stazione di casa, se non ci fosse ancora un altro altoparlante a silurare la carrozza con venti messaggi pubblicitari che proclamano quanto sia buono l’aperitivo italiano alla carrozza 6, che delizioso l’aperitivo alla carrozza 6 e che, qualora non avessi capito, alla carrozza 6 c’è l’aperitivo italiano, regalati l’aperitivo alla carrozza 6.

Se alla fine di un viaggio con l’alta velocità il nostro dipendente martire può trovarsi vicino alla dignità, sull’intercity o sul regionale non avrà né scampo né aperitivo.

Non ci sono taralli, non c’è costiera amalfitana né gelato, né tantomeno cannolo siciliano o camicetta di alta moda che basti a ridare dignità ad un paese dove uno paga e indietro riceve l’arrabbiatura del capostazione che dice alla folla in cerca di un treno sostitutivo, “Guardate, state chiedendo a quello sbagliato, io non so niente”.

I vini toscani, le fontane barocche e i musei vaticani non bastano a ripagare la pessima qualità di vita della giovane stagista che paga un abbonamento che non prevede garanzie come il suo posto di lavoro, che non eroga un filo di aria condizionata e un sedile con la tappezzeria pulita, non intrisa di acari dove la sua giovane gonna corta (perché così vuole il capo) possa esimersi da funghi della pelle o ancora peggio, dalla stessa malattia dell’impiegato martire: l’abitudine.

IN VIAGGIO DA SOLI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

 

Caspar David Friedrich,Il viandante sul mare di nebbia.Amo perdermi nelle città che non conosco.
E’ profondamente terapeutico.
Perdermi tra le strade, nei viali, su per le stradine, sola con la mia musica e i miei passi…
Amo muovermi dove la mia musica mi suggerisce e amo quando me lo suggerisce dentro una città che non conosco.
Non importa che sia una città fumosa o sotto la pioggia.
Antica e maestosa o piccola e di mare.
Anche se la collina pura, chiara anche di notte è la mia casa.
Anche se il bosco è il mio rifugio.
Anche se il bosco mi protegge, cura e ossigena, perdere la bussola dentro la città apre tutte le mie branchie.
Mi fa sentire che posso abbandonarmi in un flusso sconosciuto che ho a disposizione, un flusso che sgorga da un motore pulsante che disperde la sua energia come il sangue in circolo nelle sue vene.
Forse la magia della città in cui immergersi nasce dalla particolare alchimia che si crea tra la mia musica, la città e il viaggio.
Musica, città e modalità viaggio, si conoscono e passeggiano insieme per un giorno o poco più ma, per favore, sempre senza progetti e visite guidate.
Il viaggio purifica e stringe le viti dei miei ingranaggi.
Il viaggio apre tutte le scatole.
E anche se in viaggio, una buona compagnia è un regalo di Dio, viaggiare da sola mi mette in uno stato di grazia che rende tutto sacro e limpido.
In viaggio da sola mi lascio coccolare dalla preghiera e dal canto.
I pensieri sono puro intrattenimento fluido, smettono di inciampare tra di loro perché si fanno distrarre da tutte le meraviglie che Dio fa mangiare ai miei occhi,
di tutte le meraviglie che Dio, il più grande organizzatore di feste a sorpresa, dispone per me.
E di tutti gli odori che mi si appiccicano ai vestiti.
Se poi non scordo di portare con me un quaderno o un tovagliolo dove lasciare che la penna metta in ordine, in viaggio la mia creatività sorride.
C’è una cosa che rende il viaggio in solitudine un’esperienza preziosa: il silenzio.
Il silenzio è la parte che preferisco perché mi accompagna anche quando ho la musica nelle cuffie.
E’ un silenzio che sa dei vapori di eucalipto che mi facevano respirare da piccola quando avevo la febbre, dentro un asciugamano caldo in una sauna improvvisata nella pentola.
Così il silenzio che si crea quando viaggio sola mi scalda e scioglie nodi.
Così, nel silenzio libero spazio nella mente.
Come quando si fa il cambio di stagione, quando si scartano gli abiti vecchi o mai usati e l’essenziale è l’ obiettivo.
L’essenziale riconosciuto finalmente come obiettivo primo, primario, primitivo.
Il silenzio ristabilisce l’equilibrio delle priorità.
Illumina tutto quello che abbiamo in più, ciò che appesantisce il nostro bagaglio e ci da ordini, come una dittatura che ci viene iniettata quando nasciamo.
Il silenzio è una pulizia stagionale, il giorno in cui si aprono tutte le finestre della casa.
E’ la vasca pronta di un bagno alle essenze nella quale ti immergi dopo un lungo giorno di inverno.
Il silenzio mette in imbarazzo chi ha troppo da mostrare o qualcosa da nascondere.
Il silenzio è per chi non teme la verità.
E se è vero che la libertà ci rende liberi ( citazione piuttosto attendibile ) allora è vero anche che il silenzio in qualche modo collabora e partecipa a questa liberazione.
Una liberazione che diventa un concerto composto da tutti gli elementi di un’ orchestra che appaiono già quando iniziamo a progettare un viaggio da soli.