Terroirista o Terrorista?

COSE FASTIDIOSE, MADAME GURME'

Ho individuato due modelli di vita perfetti per il vignaiolo.

Robin Hood e un frate.

Il primo, Robin Hood: un figo vestito di verde coi capelli al vento e l’arco sulle spalle ma soprattutto, fuorilegge.

Se si decide di fare vini naturali, la cantina dovrebbe essere a norma ok, ma che palle col pavimento in piastrella lavabile, le vasche disinfettate dalla versione rumena di Mastro Lindo e la sala degustazioni che sembra la boutique di Bulgari.

Perché avere l’azienda a norma se la norma non ci corrisponde?

Se la legge consente lieviti, enzimi, tannini, gomma arabica, Malgioglio e il black friday bisognerebbe star fuori dalla legge.

Anzi, bisognerebbe farsi da soli una legge più onesta e le tavolette di metabisolfito di sodio metterle nella vasca da bagno nelle case dei signori che quelle tavolette le hanno previste per legge.

I signori profumati che non amano il vino che puzza.

“Il vino naturale puzza.

Anche il formaggio puzza eppure davanti al Roquefort c’hai la salivazione a mille”.

I mocassini senza calze, le Nike da corsa, le All Star non fanno puzzare i piedi come fossero in putrefazione?

Eppure sono tra le scarpe più vendute al mondo.

Se la ASL continuerà a dire la sua finirà che per assaggiare davvero un buon vino bisognerà andarselo a cercare come la droga in stazione, nei centri sociali, ai giardinetti.

Bisognerà fare allo stesso modo, mettere i soldi nel pugno di un tizio poco raccomandabile, trasandato, con la barba sfatta, vestito un po’ come voi, insomma però già in tranquillo regime di illegalità.

Meglio spacciatori che grandi distributori!

Allora Robin Hood perché paghi ancora lo sceriffo di Nottingham che venga a darti la ricetta della buona annata e non provi a valutare la teoria che il minor intervento determini la massima qualità?

Lo diceva anche il vecchio Fukuoka: non far niente è il miglior metodo agricolo.

Perché non provare? A me piace non fare un cazzo.

Certo, avrei paura degli invidiosi, di quelli che si spaccano la schiena perché la terra bassa ma l’ha detto Fukuoka, se vuoi farti il culo, pigliatela con lui.

Se invece siete persone poco affini alla microcriminalità ho il modello di vita del vignaiolo perfetto per voi: il frate.

Il vignaiolo ha spesso la barba, anche il frate.

Il vignaiolo, in genere veste coi toni del marrone, anche il frate.

Il vignaiolo tiene il tappeto erboso in vigna bello incolto, anche il frate.

San Francesco fu il prototipo del perfetto vignaiolo: lasciava il confine dell’orto incolto, era un grande raccoglitore, viveva isolato, non amava il jet-set, usava la consociazione e, secondo me, coltivava anche canapa perché parlava con gli animali eppure i caprioli c’erano anche allora ma è impossibile che un vignaiolo parli coi caprioli.

Ho letto che alcuni vignaioli, in Spagna usano la musica in filodiffusione in vigna per tener lontani gli animali.

Anche in Italia abbiamo un sacco di musica di merda: perché non provare?

Ma la faccenda fondamentale è che San Francesco scelse di esser povero.

Se si decide di far vini davvero naturali si fa voto di povertà o, quantomeno si resta poveri a causa di tanti motivi: vuoi perché magari un anno non raccogli un acino, vuoi perché hai un ettaro visto che non puoi fare vini naturali se ne hai duemila ettari perché “il contadino deve poter vedere dalla finestra tutta quanta l’azienda altrimenti è un latifondista” dicono i saggi, vuoi perché un anno devi decidere se trattare o saltare una vendemmia.

Non voglio dire che il vignaiolo debba fare il raccoglitore di acini che cadono in terra solo se asciutti di rugiada ma che, per certi aspetti, il produttore artigianale dovrebbe far voto di purezza intellettuale e quindi di povertà perché in Italia non esiste un intellettuale puro ricco.

E neanche un contadino ricco.

E invece, cos’è che spinge parecchi vignaioli a non sporcarsi più le mani in vigna ma a cercare soldi e fama nei salotti perbene?

Cos’è che incentiva quello che dovrebbe essere un terroirista a diventare un terrorista e a passare tra i filari con gli atomizzatori nucleari?!

Il male, come sempre è nella parola commerciale: un processo che implichi il fatto che non appena si capisce che potrebbe esserci spazio per arricchirsi, in un determinato contesto le cose cambiano.

Ci si veste bene e si fanno le cose male.

La parola naturale richiama concetti troppo complicati per l’uomo contemporaneo dunque mi riesce difficile ammettere che aumentino i vignaioli selvaggi e contemporaneamente diminuiscano le vocazioni perché entrambe si chiamano le professioni: che tu sia vignaiolo o frate.

Chi prende i voti li prende perché vuole fortissimamente aderire ad un progetto, non certo perché gli convenga.

Non è più questa l’epoca.

Se professi non devi tradire.

Quando possiamo dire di aver tradito la persona che amiamo?

Dopo un bacio? Dopo aver risposto ad alcune di queste miserabili avances sui social oppure si tradisce solo nel momento in cui si spoglia il proprio amante?

E quando possiamo dirci naturali?

Quando andiamo a comprare prodotti sistemici di notte, vestiti di nero pur di salvare il raccolto? Quando mettiamo solo ottanta gr di solforosa in un rosso che tanto siam sotto al biologico?

Se fai vino naturale devi avere un debole per i perdenti.

Ma è bello.

Che poi, a differenza dei frati, i vignaioli possono non fare voto di castità e piacere al senso opposto anche quando sembrano dei frati o Robin Hood.

Certo, la calzamaglia verde magari no.

 

Questo è un pezzo scritto per i vignaioli del Festival NOT di Palermo che ha causato bagarra ma che conferma potentemente il mio amore per chi produce prodotti davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali.

not

GESTO CORAGGIOSO CULINARIO N°5

BRANDED PARODY CONTENT, MADAME GURME', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Devo trovare il coraggio.

Devo farmi forza.

E concentrare tutte le energie che mi restano e dire a tutti che io…io non ho mai visto un cooking show.

E la cucina fusion mi fa ridere.

Cioè, non è che mi fa ridere…è che non la conosco.

Non ditelo in giro, vi prego!

Ma io non sono d’accordo al germoglio di soia saltato con lo gnocco pugliese e uno spruzzo di salsa kosher.

Che bordello, preferisco qualcosa di più semplice, di più discreto.

La potenza di una buona pastasciutta, ecco.

Devo raccogliere le forze e dire al mondo che non ho mai letto i libri di Benedetta Parodi e sostengo non possano essere classificati come libri.

La prossima volta che mi siedo a cena con gli amici giuro che anziché guardare la carta dei vini con pollice e indice sotto il mento, lo dico che non m’intendo un cazzo di vini biodinamici.

Non si può continuare così.

Mi vergogno.

Mi vergogno tanto ma non si può continuare così e devo dirlo.

E’ una sfida che ho con me stessa, ormai.

Lo dirò a tutti che quella storia del foodporn, io non l’ho mai capita.

Perché scrivere foodporn su instagram?

Hai postato la foto di una zuppa, cosa c’è di porno?

Con l’occasione se mi girano, dirò anche che non ho mai visto Masterchef, d’accordo?

Ignoro chi abbia vinto X-Factor quest’anno e la trasmissione mi repelle.

Come mi ripugnano tutti quei signori superstar della forchetta, coi pantaloni di pelle e la pettinatura alla Morgan, strapagati per insultare i concorrenti che cucinano.

Ospitati alle degustazioni, alle feste, sui furgoni delle mozzarelle, nei maxischermi dei ristoranti, per dire la loro e pendere dalla loro lingua manco fossero i vice di Gesù, gli assistenti personali di Sai Baba.

C’è qualcosa di molto rischioso che devo trovare il coraggio di ammettere al pianeta.

Qualcosa per cui tutti al corso di martedì mi schiferanno: io di pasta madre non ne so un cazzo.

E se non riuscirò più a controllarmi dirò a tutti che la cucina macrobiotica mi risulta indigesta.

E a proposito di cucina, dovrò ammettere anche che si, è capitato anche quello.

E’ successo che sono andata al ristorante di quello stellato, lassù al ventesimo piano dell’hotel.

E forse è per questo che gli chef so stellati..

E, insomma ho avuto tanta ma tanta voglia di gridare “Scusate! Ho fame! Rivoglio i soldi, per cortesia.

Il mio stomaco non se ne fa nulla di questa aria di cuore di pollo con introspezione di timo e riduzione di avocado cubano.

HO FAME!

Non me ne faccio nulla della tua spuma di mandorla, zio!

Mi hai rubato 500 euro, damme da magnà!”

E’ mio diritto gridare che ho fame, sono il cliente!!!

E il cliente ha sempre ragione, anche di fronte al cuoco famoso.

O no?!

Visto che sono in vena devo confessarvi anche questo altrimenti mi viene un brutto mal di stomaco: non ho mai assaggiato il negroni sbagliato in vita mia.

Poi: non so cosa penserà la gente di me però è giusto che tutti sappiano che il sushi non è mi ha mai fatto impazzire.

Devo solo trovare il coraggio di dirlo.

Voglio essere libera di dire a tutti che una volta ho messo il like sulla pagina del Panino Giusto ma poi l’ho subito tolto per paura di ritorsioni dei miei amici che mangiano solo da Eataly, alla Pergola, al Gourmet Bistrot, alla mensa dei reali di Montecarlo.

Mi sento già sola come un cane al pensiero di doverlo fare ma devo trovare la forza di ammettere al mondo tutto che anche se non mangio zenzero, io sto benissimo.

E, a proposito di benessere, la centrifuga che Beyonce beve tutti i giorni, di barbabietola e cenere mi ha fatto star male con lo stomaco nonostante il suo potente potere detox.

Prenderò fiato e dirò che non mi è necessaria nessuna delle cose che dovrei apprezzare per forza.

Nessuna di quelle cose che “Ma non lo conosci?!”, “Ma dici sul serio? Davvero non lo hai mai assaggiato/non lo sai cucinare/mai sentito parlarne/non ci hai mai mangiato?”

NO!

Va bene?

Devo trovare la forza di ammettere che coi millecinquecento euro che risparmio al ristorante del super Chef, ci vivo due mesi da regina in Thailandia.

So gusti, no?

Devo trovare la forza di ammettere che mi piace cucinare ma la mia specialità è scongelare.

Lo farò, eccome se lo farò

 

COME BERE VINI NATURALI SENZA SENTIRSI FIGHI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., MADAME GURME', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La ricerca del lato marcio nelle cose belle e buone, mi ha sempre affascinata.

Così, ho deciso di cercare lati oscuri anche nel mondo dei vini naturali che tanto amo e che cerco timidamente di conoscere.

Già: anche se difficile da immaginare, ho scoperto che esistono lati sporchi perfino nel mondo ascetico, rurale e mistico dei vini naturali.

Quanto li amo, ve l’ho già detto?!

Apprezzo senza sosta quel gusto così antico, quelle bottiglie essenziali, quelle etichette stilizzate, di ottimo gusto grafico rispetto alle imbarazzanti etichette araldiche dei vini anni novanta.

Amo quegli aromi che popolavano le tavole semplici di una volta e i tappi di latta al posto del sughero, manco fosse una gassosa.

Adoro la sbronza leggera e consapevole che mi regalano (erano anni che aspettavo la sbronza consapevole).

Mi piace chi ha la consapevolezza di produrre qualcosa che non spacchi il mondo e la coscienza di chi ama versare cose di questo tipo nel suo bicchiere.

Eppure uno dei lati marci del mondo dei vini naturali si trova proprio in chi imbraccia il bicchiere.

Perché purtroppo, ultimamente bere vini ossidati fa figo e a me le cose che fanno figo mi ripugnano.

Mi vergogno dell’atmosfera che si respira negli spazi dove si trovano quelli che si occupano di attività che fanno figo.

Quando sento che qualcosa è considerato di nicchia, io sono infelice.

Radical chic è una denominazione di origine controllata e io provo mestizia quando me ne ritrovo circondata in contesti dove, poveraccio, il vino naturale è lì a subire il fatto di essere bevuto da taluni soggetti: baffi sottili da amico di Dartagnan o barba da Marx, che se potesse vedere, sono certa scongiurerebbe Dio di regalargli un altro giorno sulla terra, uno solo.

Con una balestra carica di munizioni, a disposizione.

vino-della-casa1

Cosa abbiamo fatto per meritarci i consigli del megastore di prodotti Bio?!

Cosa abbiamo commesso di male da dover subire il ritorno delle Timberland e tutta questa conoscenza febbrile di cinema indipendente francese e di vini naturali?

Non si può più bere in pace senza sentire qualcuno che ti racconti i sentori e gli umori.

Di cosa siamo colpevoli per essere costretti a stare a tavola con un sommelier?

Altro lato oscuro dei vini naturali: i vignaioli quando assecondano eccessivamente la loro natura filosofica.

Quei vignaioli che, se non prometti di consumare il loro vino, nudo, durante il plenilunio e con una corona di campanelle sarde in testa, non te lo vendono mica!

Quei viticoltori che entrano in trance e parlano del loro vino attraverso aforismi e lunghi silenzi con lo sguardo alla Dalì, aspettando che qualcuno prenda appunti, incidendo le loro parole su tavolette di pietra.

Quei signori con la barba sfatta e i pantaloni a coste marroni che fanno vino ma credono di fare macchine nucleari, trattati di astrofisica, scoperte meritevoli di nobel per la medicina.

Quei signori che legiferano su come ci si dovrebbe pettinare in vigna durante la potatura per non infastidire le viti, su quale musica africana far sentire alle vasche mentre il vino riposa, su che tipo di mutande mettere il giorno della vendemmia.

Così, chi beve il nettare di questi Signori rischia di assimilare la stessa supponenza.

Chi ha il privilegio di bere il cimitero di lieviti morti scegliendo proprio quella bottiglia predestinata, chiude gli occhi e vede gli angeli come al concerto di Uto Ughi.

Se ti piace il vino naturale non esiste castigo peggiore di trovarti di fronte a uno di questi babbei che, quando annusano nel bicchiere e sentono odore di fogna, socchiudono gli occhi e lanciano mormorii estasiati agli astanti, te incluso.

Il vino naturale non è di nicchia, è per tutti, è popolare, ha al massimo la terza media, se ne frega delle fiere, delle federazioni e delle guide.

Detesta la grande distribuzione di nicchia, è il vino di San Francesco non di Gigi Hadid, serve a chi ha sete e voglia di baciare, se fosse musica preferirebbe Raul Casadei ad Aphex Twin e vorrebbe rispetto dei suoi gusti anche se non sono patinati. Bere vino naturale non è un’esperienza da fare nella capanna del sudore con lo sciamano, è una cosa semplice.

Esattamente come il gesto di alzarsi da tavola e decidere di immolare la bottiglia, fracassandola in mezzo alla fontanella degli estimatori di vini naturali di nicchia che ti stanno tediando stasera.

Il vino, se è davvero naturale, ti ringrazierà.

MILLE E UN PREGIUDIZIO SUI MONTANARI

BRANDED PARODY CONTENT, MADAME GURME'

scarponi

Un pezzo scritto e cucito su misura per il festival Letterappenninica, sui pregiudizi che abbiamo nei confronti degli eroici esseri che abitano ancora sugli appennini.

***

Sono davvero stupita.

Assurdo ma vero, è un grande smacco per me, un sorpresa senza precedenti: ho scoperto che quelli che vivono in montagna parlano.

Non nel senso che uno si aspetti di averceli tutti taciturni, eh.

Certo, non sono famosi per essere tipi prolissi ma non è questo il punto.

Ho scoperto che quelli che vivono in montagna parlano nel senso di lingua, di italiano, di modo per farsi capire da tutti, insomma.

Perché sapete cosa si dice giù a valle dei montanari, si?!

Beh, insomma i montanari te li aspetti innanzitutto pelosi, mentre qui io in giro vedo un sacco di pelati quindi o il morbo della calvizie è arrivato anche qui (che dalla Svizzera, terra di lozioni, è un attimo) oppure anche i montanari si radono.

Si dice che i montanari si vestano ancora con la pelliccia, con quei gilet dai terrificanti riccioli bianchi da pecora d’altura ma io ho visto gente con la camicia Ralph Lauren quindi o vi siete ripuliti per l’occasione o c’è qualcosa che non va anche in questo luogo comune di vallata.

Si dice poi che l’alito di quelli di queste montagne sappia di Raviggiolo, quel formaggio inferocito che si fa in cima a Pistoia, da secoli.

Si dice che le vostre gengive lo ricordino scaduto, pure a denti lavati e che il montanaro tipico indossa la stessa biancheria intima per settimane intere perché si sa, in montagna i panni ci mettono una vita ad asciugarsi.

Però io qui ne ho visti di panni stesi e, anche se non sono stata lì a guardare se c’erano mutande perché comunque sono appena arrivata sulle vostre cime e non mi pare il caso, non mi sembra carino, credo che sia anche questa una leggenda.

E poi anche in città ci sono quelli che le mutande se le cambiano alle feste comandate.

Ma a proposito della lingua, dell’italiano o insomma dei versi che i montanari usano per comunicare tra di loro e con lo Yeti: devo dissentire su quanto si dice in vallata e che cioè la gente di montagna balla coi lupi e parla come gli orsi.

Effettivamente forse un po’ orsi lo sono ma giuro che li ho sentiti parlare!!

E giuro su me stessa che li ho capiti mentre parlavano.

E mica parlavano di stufato, di margherite o di funghi.

Li ho sentiti parlare di libri, di racconti, di storie straordinarie ma semplici.

Di roba bella, insomma.

Non ci credereste mai ma io li ho ascoltati con le mie orecchie.

A voi sembrerà assurdo ma io li ho sentiti mettere tutti i verbi in croce e a modino, a questi montanari.

I verbi uguali a quelli che usiamo noi in valle no, eh!

Anzi, pure meglio perché non scordiamoci che a valle, laggiù da qualche parte, vive Luca Giurato e poi ci sono i bergamaschi ma questo è un discorso più delicato.

Ma allora, ricapitolando: se i montanari parlano come noi (forse anche meglio), vuol dire che un po’ ci somigliano?

Se qualcuno di loro si cambia le mutande dopo averle usate un solo giorno e le usa da un solo lato anziché girarle allora vuol dire che i montanari sono buoni anche da sposare..

E se sono buoni da sposare, puliti e parlano pure di libri a me sorge un dubbio gigantesco: come hanno fatto a sopravvivere in montagna?!

Come hanno fatto, non dico a riprodursi (che col freddo fuori e il caminetto acceso dentro son buoni tutti!) ma semplicemente ad abituarsi alla durezza delle montagne?!

Non muoiono di raffreddore con tutta quella neve?

Non gli scoppiano i polmoni con tutta quell’aria buona?

Non si sentono sotto occupazione con tutti quei tedeschi con gli zaini, in estate?

Di certo stanno messi meglio degli abitanti di Forte dei Marmi che sono occupati dai russi con le collane d’oro e la Lamborghini ma anche quelli di montagna, mi chiedo, come fanno coi crucchi in bicicletta?!

Come riescono a vivere quassù con tutto ‘sto silenzio, mangiando bollito tutto l’anno?

E i montanari vegetariani cosa mangiano? I cucù?!

logo-letterappenninica-trasp

Allora, me ne sono andata in giro per capire, per indagare sui loro usi e costumi (ma non sulle mutande) e ho scoperto qual è il loro segreto.

L’ho intuito scandagliando i presunti motivi che potessero essere d’incentivo alla vita in montagna non solo per noi di pianura o vallata, ma anche per loro.

Che so, il poco traffico, la densità importante di maestri di scii boni, la morra.

No, non potevano essere motivi determinanti.

Che poi alla morra riescono a giocarci solo loro perchè a noi di vallata è un gioco che fa paura da sempre, sembra  che si stanno per picchiare ad ogni minuto della partita e poi bisogna avere tre lauree in matematica per vincere.

Insomma, ho capito che il segreto che spinge generazioni di montanari a vivere quassù è un altro motivo, semplice quanto granitico: la grappa al mirtillo.

La grappa se fa freddo ti scalda, se fa caldo te la servono ghiacciata di freezer.

Se sei un tipo poco socievole ti bevi una bottiglia di grappa al mirtillo e fai amicizia anche con le staccionate, se la giornata è andata storta, bevi un bicchiere di mirtillino e la serata prosegue ancora più storta ma nel senso buono.

Per questo motivo, per la grappa al mirtillo ma anche per il fatto che son certa o almeno voglio fidarmi, che la faccenda delle mutande una volta a settimana sia un falso storico, esigo la residenza in montagna, prima di subito.

La residenza e l’open bar in grapperia.

E due maestri di scii e il free pass alle piste dell’Abetone che costa sempre un fottìo manco fossimo sul Monte Bianco.

Che poi qui è meglio del Monte Bianco perchè c’è la grappa al mirtillo.

Avanti, coraggio, la residenza.

I maestri di scii.

Il mirtillino.

O finisce che qualcuno qui si fa male

 

Grazie a Federico, Mauro, Bruno, Gabriella e tutti gli eroi dell’appennino pistoiese e di Letterappenninica.

http://www.letterappenninica.it/

IL PERFETTO DEGUSTATORE IMPERFETTO

MADAME GURME'
cuomo_foto_29

Il famoso piattello al collo del sommelier. Pochi sanno a cosa stracazzo serva.

ECCO IL PICCOLO E PRATICO VADEMECUM DELL’IMPERFETTO DEGUSTATORE

1) IL DIGIUNO

A scanso di equivoci: la degustazione non è la mensa di Natale in parrocchia.

Una degustazione non è il buffet All you can eat del cinese sotto casa.

Vero è che alle degustazioni è bene arrivare a digiuno, ma non da settimane..

Se ne accorgeranno tutti che anziché degustare, ci stiamo intasando come oche da fois gras, in nome della disponibilità illimitata di cibo e vino.

Gli altri ci guardano, non dimentichiamolo! Si capisce che il nostro tubo digerente è saturo ma visto che abbiamo pagato, siamo disposti a tracannarci anche lo spirito degli accendini appoggiati sui tavoli.

Giochiamo a fare quelli che sono eleganti: prendiamoci un pezzo di pizza al taglio quando usciamo, ma la degustazione facciamola senza farci scoprire che abbiamo terminato i buoni pasto per fare la spesa.

2) IL VESTITO BUONO

Non siamo al battesimo del figlio di William d’Inghilterra quindi togliamoci quel tacco 70cm e lasciamo lo smoking a cuocersi nell’armadio con la naftalina, perché la degustazione non è l’occasione giusta che aspettavamo.

E’ solo un corso, un piccolo, umile evento didattico, dovremo farcene una ragione: dobbiamo aspettare ancora un’altra stagione di matrimoni.

Un’altra, ennesima stagione durante la quale del Nostro di matrimonio, non v’è traccia.

3) IL PROFUMO

il profumo è un bellissimo libro ma anche un’essenza e di essenze in giro ce ne sono tante, chicchissime e preziose, fatte da Kenzo, D&G, Valentino e tanti altri amici della moda.

Ma se andiamo a una degustazione, la boccetta dovremo mettercela nel sedere perché chi ha pagato profumatamente per degustare un buon vino o una razione di formaggio, non ha voglia di fare l’analisi olfattiva dell’acqua di colonia da vecchio playboy nella quale ci siamo immersi prima di uscire di casa, con la speranza di rimorchiare alla degustazione.

Presentarsi ad una degustazione intrisi di acqua profumata è come entrare in una grotta sotterranea e chiedersi cos’è tutto quel buio.

E’ come iscriversi a una gara di rally e scaldare i motori al Ciao.

Come pensiamo di captare gli aromi del vino, con la cisterna di Acqua di Gio’ che ci siamo iniettati nelle vene e tirati a secchiate dietro le orecchie?

Non penseremo mica che l’alcool del profumo possa cooperare ad una piacevole sbronza?

Anche se fosse, la sbronza non è l’obiettivo delle degustazioni, giusto?!

4) IL CALICE

Lo ha già spiegato Antonio Albanese ma ricordiamolo ancora una volta: il calice non è un elicottero giocattolo, non c’è bisogno di agitarlo come se dovesse decollare e portarci tutti a Honolulu insieme a mago Merlino.

Semmai è il contenuto a portarci a Honolulu, ma questa è un’altra storia.

Rilassiamoci.

Facciamo sport ma non prendiamocela col calice se siamo nervosi: non ci ha fatto niente di male.

5) I DESCRITTORI

Non sarà facile ma rimanere integri e rispettabili quando arriverà il momento.

Non cediamo alla tentazione di ridere con l’ugola scomposta quando, davanti a un calice di vino o a un’altra prelibatezza da degustare, di fronte a signori e dame rispettabili, sentiremo parlare di urina di gatto, sudore di mandria, latte andato a male, merda di vitello, roselline di bosco e di altre irragionevoli stronzate pronunciate da un tizio vestito da cameriere con un medaglione attaccato al collo.

Rimaniamo calmi, fingiamo una telefonata e usciamo.

6) LA SPUTACCHIERA

Nonostante il nome insolente, non facciamoci prendere dalla tentazione di approfittare di questo attrezzo, posizionato al centro del tavolo da degustazione.

Non è un incentivo a liberarsi del catarro in pubblico, non sostituisce il buon vecchio fazzoletto se siamo raffreddati, non è da usare in generale secondo le tradizioni cinesi che prevedono il deposito di bava di fronte a terzi per dimostrare il gradimento delle pietanze.

E qualora ci trovassimo con una sputacchiera davanti, rimaniamo ben attenti anche a non ubriacarci durante la degustazione perché c’è gente che è morta confondendola per il decanter col vino migliore, miracolosamente avanzato.

7) ONORIFICENZE IMBARAZZANTI

Diciamoci la verità: siamo davvero pronti a farci chiamare da qualcuno, Maestri Assaggiatori?

Non abbiamo paura e vergogna a farci riconoscere un domani, con un appellativo a metà strada tra un porno e un tester di prodotti surgelati?

 

SEQUESTRO DEGLI ASSAGGIATORI DI FORMAGGI

MADAME GURME'

parmaregg

GUARDA IL LIVE DI QUESTO PEZZO!

C’è chi studia tutta la vita le vibrazioni della lingua dei draghi di komodo, chi viene pagato per fare la manicure ai levrieri afgani, chi diventa milionario inventando un sito web in cui la gente può inserire le proprie foto e aspettare che piacciano agli amici.

Esistono associazioni di appassionati di incisioni su lapidi, feci dei dinosauri, lancio di stoviglie contro il muro o biancheria intima usata da adolescenti coreani.

Esistono professioni bizzarre, hobbies discutibili, passatempi di gruppo inquietanti…MA gli assaggiatori di formaggi…

Vi rendete conto anche voi, di essere su un altro livello di stravaganza, vero?!

Posso capire tutti i professionisti, i personal shopper, i cuochi ciccioni che diventano ricchi con le pubblicità delle patatine, lo stilista della Santanchè, ma come posso avvicinarmi ai professionisti dell’assaggio lattico consapevole?

Prima di venire qui stasera non avrei mai creduto alla possibilità che esistesse della gente che studia come farsi massaggiare le papille gustative dai formaggi e sapete perché?!

Perché io il formaggio non lo assaggio.

Lo getto direttamente intero nel tubo digerente, come una anaconda.

Tutto ciò che viene dichiarato commestibile dall’umanità, io lo sbrano, lo smolecolo come fossi il rullo di un mulino a gasolio o una pressa da acciaio.

Io vorrei tanto riuscire ad assaporare il Penicillium Candidum, vorrei tanto avvicinare una scaglia al naso o dirvi che residuo olfattivo di sudore di vacca ha quella pasta semidura di bufala o inumidire le labbra con quella muffa rarissima che si solleva dalla crosta dello Zola del ‘43 ma…non riesco a degustare: sono malata.

Ho la sindrome da cane di Pavlov.

Io se ho un erborinato a meno di 20 centimetri dalla mia faccia inizio a salivare che voi vi vergognate tutti di conoscermi.

Quando vedo delle piccole dosi di formaggio prelibato, tagliate a regola d’arte, mi si riempiono gli occhi di lacrime e di sangue rappreso e le mie mani assumono la stessa velocissima, capacità di presa dei rapaci.

Io il buffet di un evento privato non lo posso avvicinare con stile: devo raderlo al suolo altrimenti mi vengono i crampi allo stomaco.

Allora, questa sera insegnatemi voi, assaggiatori patentati di formaggi, piloti delle arti lattiche col brevetto nazionale.

Insegnatemi come posso approcciare in maniera delicata, qualcosa che in realtà vorrei dal profondo, squartare con piacere e avidità.

Ditemi il segreto per assaporare in maniera sobria e delicata, le gioie che riposano sui vostri taglieri, perché io non ce la faccio da sola.

Insegnatemi quella storia delle sensazioni trigeminali, che saperla fa tanto chic.

Insegnatemi a percepire la sensazione rinfrescante, quella metallica (quella astringente meglio di no, che sono stitica da sempre).

Io vorrei essere elegante come voi, così glamour da farvi credere che stasera sia qui con voi, per fare del food-tasting, per sfiorare la pasta morbida dei vostri taleggi, quando invece quello che davvero desidererei fare è narcotizzarvi tutti col Penthotal, chiudere le porte e tuffarmi a candela sui tavoli, senza cuffia da nuoto ma con le fauci aperte e le mani a cucchiaio rotante.

Così, a briglia sciolta, senza essere vista da nessun esperto, io sottoscritta vorrei accanirmi contro ogni sorta di formaggetta all’aroma di fieno, frutta fermentata, truciolo di legno, prodotta dai vostri fottuti quadrupedi.

Insegnatemi, dunque a farlo con competenza e professionalità o nessuno esce vivo di qui.

Questo pezzo è stato scritto per una serata speciale all’Onaf di Milano.

Grazie ai maestri assaggiatori che si sono lasciati prendere per il naso…con stile!

 GUARDA IL LIVE DEL PEZZO!

 

 

 

 

 

 

 

 

IL LIEVITO DI TUA MADRE

MADAME GURME'
12239620_1710406015846371_3807447707599149191_n

Antonio Molinelli e la medesima, in azione al Mercato della Terra per una degustazione comica.

A Roma se vuoi insultare qualcuno, ti basta aggiungere all’improperio scelto la parola “Tu madre” o al massimo “Tu sorella”, se proprio è grave, si tirano in ballo anche i propri cari defunti.

Esempio:

“STAI A DI’ A ME? CIOE’ M’HAI DETTO IDIOTA? MA TU MADRE!”.

Traduzione: Stavi per caso dandomi dell’idiota? Penso che dovresti valutare la possibilità che lo possa essere tua madre, piuttosto.

Capite bene quindi che i familiari sono da sempre vittime di diatribe e insulti senza averne colpa (o forse sono vittime proprio perché ne sono la causa).

Comunque, per Antonio non deve essere facile scegliere di lavorare con un prodotto che ha a che fare con sua madre.

Non puoi non provare imbarazzo quando glieli chiedi.

Antonio si sveglia presto che più presto non si può, suda, si prende cura dei suoi prodotti nel laboratorio di panificazione, espone le sue creazioni nel negozio di famiglia e invita a degustare tutti, torna a casa dalla moglie infarinato come un grosso fiore di zucca pronto per la pastella, sperimenta nuove collaborazioni esattamente come fa qualsiasi artista che ami trovare nuove strade per la sua arte.

Antonio dorme mezz’ora a notte, apre casa agli amici e conosce tutti in paese, produce IL PANETTONE, che vuol dire che se non hai mai assaggiato il suo, non hai mai assaggiato IL PANETTONE.

Antonio lavora come un carro-armato americano all’epoca dei Bush.

E dopo tutti i sacrifici, dopo il lavoro estenuante, i calli alle mani, la moglie che starnutisce con tutta quella farina per casa e il negozio che si riempie di golosi e di bottiglie di vino da degustare fino a tarda sera, Antonio trova anche la forza intellettuale di sopportare le vecchie clienti che entrano chiedendo il lievito di sua madre.

Un affronto che meriterebbe la lupara con il logo di Slowfood.

Una prova che il nostro eroe sopporta nonostante il desiderio, nelle mattinate più stancanti, di mettere le manine rugose delle vecchine maleducate, dentro al grande forno della famiglia Molinelli.

I nervi di Antonio reggono bene, fanno finta di niente, sono pazienti.

Ma verrà un giorno, sono sicura, in cui egli si ribellerà e chiamerà a gran voce, col suo diaframma potente, il Lievito Madre e tutti i suoi batteri lattici e pure quei nervosetti dei saccaromiceti, che da anni lo conoscono e lo stimano e insieme, metteranno a ferro e fuoco Rovescala e tutte le colline limitrofe, quanto è vero Dio.

Quel giorno le vecchiette sapranno chi è davvero Antonio Molinelli, Signore di mille palati di buongusto oltrepadani, Imperatore del Panettone nonché Re del lievito de su madre.

 

http://www.antoniomolinelli.it

LA SIGNORA DELLE CAPRETTE

MADAME GURME'

 

Non è che sia proprio il massimo nascere capra.

Se vai male a scuola sei una capra.

Se non ti lavi, puzzi come una capra.

Se disgraziatamente ti cade una moneta sotto una panca e ti chini per raccoglierla, c’è subito qualcuno che ti ricorda che sotto la panca creperai.

Se allora sali coi piedi sopra alla panca, secondo il detto sei costretto a campare, che però è diverso da vivere.

Campare è più da sfigati.

Se nasci capra, Sgarbi ti nomina continuamente e non è bello.

Se qualcuno non sa con chi prendersela, tocca a quel poveraccio del Capro espiatorio subirne le conseguenze.

E se qualcuno deve smarrirsi, va a finire che tocca sempre a quella povera stronza della pecorella.

Non è facile oggi essere capra o pecora.

Ma se nasci capretta del Boscasso, tutto è diverso.

Se nasci capretta del Boscasso, è un’altra cosa.

Hai un trattamento cinque stelle, senza però avere tra le balle Beppe Grillo che grida.

Hai un centro benessere con pettinini di legno per capre e una campana al collo col tuo nome forgiato a fuoco da artigiani toscani, che manco il chiuaua di Paris Hilton.

Se nasci capretta del Boscasso, Dio ti ama. E pure Chiara.

Che poi Chiara, con quel nome praticamente è costretta da Dio ad amarti, ma lo farebbe comunque.

Chiara si sveglia ogni mattina ed è al tuo servizio, cara capretta che nasci al Boscasso.

Ti chiama per nome, ti guarda dolcemente come sanno guardare le mamme buone, dentro a quelle bigliette gialle che hai al posto degli occhi.

Fortunata tu, capretta che nasci al Boscasso, perché Chiara per prendersi cura di te, rinuncia alla vita sfrenata milanese, ai balli di gruppo, ai fidanzati amministratori delegati, ai viaggi a Miami e agli aperitivi a bordo piscina coi pantaloni di lino bianco.

Adesso che ci penso, fortunata anche Chiara, che ha te come buona scusa per rinunciare a tutte queste porcherie diaboliche.

Così lei può trastullare il tuo naso umido e preparare col tuo latte creazioni che fanno cantare gli angeli, commuovere gli chef delle isole Figi e le pance più di buongusto che ci sono sul pianeta terra.

E io posso finalmente dedicarmi ai fidanzati amministratori delegati di cui lei non può occuparsi per ovvie ragioni, cara fortunata capretta del Boscasso!

Ti prometto capretta, che farò assaggiar loro il vostro tomino ai semi di finocchi, il tronchetto al carbone vegetale e anche questo nuovo pancaprino in tutta la sua potenza gustativa.

Ti prometto che racconterò a loro di voi, dicendo che si…la conosco quella che fa i formaggi lassù, sulle alte colline dell’Oltrepò pavese, con le sue caprette profumate.

Un giorno se vorranno, tutti quei pretendenti che ruberò a Chiara, li porterò a mangiare da voi e a comperare il colostro, quel primolatte che se lo bevi, mi hanno detto fa restare giovani ancora più di Cher.

Se un giorno io e tutti i potenziali fidanzati rubati a Chiara, verremo a pranzo da voi, cara capretta del Boscasso, promettimi però di inventarti qualcosa per tenere occupata la tua mamma: un parto prematuro, un’indigestione di erba medica, una monta omosessuale improvvisa, insomma, tienila occupata, per carità!

Che sennò i fidanzati si ricorderanno di lei ancora una volta.

E s’innamoreranno di nuovo e con gusto, di tanta passione, di tanta energia ben direzionata, di tanta genetica sarda che si mescola con perfetta eleganza all’amore per gli animali, per la montagna e per i formaggi invidiati dagli dei.

Promettimi che la terrai occupata, capretta cara.

Altrimenti me ne resterò lì, con le mani in mano, senza il becco di un fidanzato. O al massimo col tuo fidanzato, il becco, che mi guarda in maniera maliziosa.

A quel punto sarà un giorno fortunato anche per te, caro becco del Boscasso.

 

Per conoscere il lavoro di Chiara e del Boscasso:

http://www.ilboscasso.it/

TI LASCIO BIO

MADAME GURME', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Lasciami stare Bio.

Non mi toccare.

Mi fai schifo.

Mi fai schifo tu e le ragazze vegane, vestite di canapa che fanno yoga negli ashram a Ibiza.

Mi fai schifo tu e i cracker crudisti fatti coi semi di magnolia croata e venduti a 60 euro al kg, anche se non sanno di un cazzo.

Non ti riconosco più Bio.

Non sei più quello di una volta, mi hai presa in giro.

Una volta eri il tubero zozzo di terra, la mela bacata, il cavolfiore con la lumaca dentro che non vedevo e sgranocchiavo con tutto il guscio pensando “Uoh! Che croccantezza!”.

Bio…eri il mercato del giovedì, il vecchio al bar, la zappa che ti faceva venire le vesciche con le bolle d’acqua, che sembravi un paziente di Madre Teresa di Calcutta.

E ora?!

E ora Bio, che ci fai nella boutique a Parigi con le tue foglie lucidate una per una?!

Hai fatto i soldi a colpi di germogli tibetani, di caprette pettinate coi prodotti Kerastase e fotografate da Tim Walker.

Sei diventato ricco con la farina di Kamut?!

Tu sfrutti gli stupidi come fanno i giornali del gruppo Mondadori.

Parli di lievito madre e non sai manco come si usa il mattarello.

Parli di soia biologica e non sai che la soia vera non esiste più dall’epoca in cui Joe Cocker era un bell’uomo.

Hai messo la giacca buona, quella in fibra vegetale e te ne sei andato nei salotti-bene, eh, bastardo d’un Bio.

Sei entrato come una rockstar, alle feste, negli home-restaurant, nei fusion bistrot, nei vegan bakery, nei veggie burger, nei meltin pepper, nel fucking crumble e in mille altre stronzate che non so minimamente cosa significhino.

Sei entrato parlando di macrobiotica, di seitan estratto dai sederi dei neonati islandesi, di cibo che si può mangiare solo se cotto nelle profondità della terra, con le prime lingue di lava dei vulcani.

Mi hai rotto il cazzo Bio.

Con i tuoi gnomi sulle confezioni, coi fiocchetti di corda, con le tue buste della spesa in garza o carta di riso, disegnate da quell’artista che si ciba solo di radici estratte in Nuova Zelanda, di notte.

Mi hai scassato l’anima, Bio.

Sei più falso dello zigomo di Cher, più corrotto di un giudice di X-Factor, sei ossessionato dal mark-up come un’imprenditore di Gallarate.

Sei travestito da ultima tendenza ma puzzi di negozio cinese gestito da napoletani.

Ti lascio Bio.

Stattene con le tue polpettine di alga siberiana.

Vai a prendere per il culo le signore che fanno pilates nei palazzi a specchi e gli art-director vestiti in total black.

Vacci te a ritirare la cassettina con le primizie dall’altra parte della città, bruciando quaranta litri di gasolio per fare quello che compra solo dai contadini.

I contadini…

I contadini mi hanno detto che se ti beccano, caro Bio, ti mettono il forcone nel culo e girano fino a quando non fuoriesce il centrifugato della tua ignoranza, Bio, anzi l’estrazione a freddo.

Ti lascio Bio, mi hai delusa tu e tutti i mercatini con gli artisti di strada e gli artigiani vestiti da folletti.

Tu e i tuoi certificati NO OGM che l’Europa vende a caro prezzo.

Tietteli stretti i tuoi bollini verdi e facci la raccolta di pentole al supermercato.

E’ finita.

Vai a morire ammazzato Bio.

E non dimenticarti di farti seppellire nell’urna cineraria biodegradabile, che poi cresce l’albero e gli diamo il nome.