IL BUFFET SPIEGATO A MIO FIGLIO

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Molte cose ancora non sai, figlio mio.

Ora mi chiedi, ad esempio cosa renda davvero speciale un italiano ultimamente, visto che sembrano passati gli anni classici, splendenti.

Ora ti domandi, figlio mio quali siano i marchi incandescenti che rendano inconfondibile la gente italica.

Se il mio dovere è quello di risponderti, ti confiderò senza indugio, mio amatissimo che ciò che rende un italiano perfettamente riconoscibile tra la folla è il suo approccio davanti ad un buffet.

E’ così, figlio amato.

Ti chiederai cosa avvenga nel corpo di un italiano dinanzi ad un buffet, tu rispondi che accade qualcosa di fisiologicamente incredibile quando un italiano si trova di fronte ad un tavolo imbandito con mille pietanze e vini e che tutto l’incredibile è riconducibile ad un’unica potentissima parola chiave: gratis.

Rispondi così, figlio mio e non sbaglierai.

Nel corpo di un qualsiasi italiano anche non necessariamente ligure, quando si concretizza la gioiosa eventualità di mangiar senza pagare avvengono delle alchimie e delle reazioni biologiche che preparano l’individuo italico a sopportare qualsiasi prova sia a livello fisico che psicologico.

Presto lo scoprirai con la tua pelle, ragazzo.

L’italiano di fronte ad un buffet offertogli tira fuori le pulsioni dei cani di Pavlov, aumenta la salivazione al solo suono delle posate che vengono sistemate in piccoli gruppi sul tavolo dai camerieri del catering e questo è un processo spontaneo che investe la persona tua conterranea a prescindere dalla sua classe sociale.

Le cosiddette autorità, personalità e tutti coloro che preferiscono esser chiamati per qualcosa che termini con -tà non sono esenti come potresti pensare anzi, faticano molto più delle classi medio-basse, visto il disperato e continuo tentativo di dissimulare il loro interesse nei confronti di faccende ignobili come il cibo.

Ma non temere, figlio mio perché vi è giustizia di classe, almeno di fronte al cibo gratuito e davanti al buffet persino i reali si sporcano le dita.

Ricorda, figlio mio che se davvero vorrai distinguerti per virtù è proprio davanti ai tavoli del buffet che potrai dimostrarlo, non prendendo parte alle odiose file di bestie bipedi che si accalcano nel preciso momento in cui vengono posizionate le teglie degli antipasti ed i piatti caldi.

Sono attese quelle, figlio mio, in cui vedrai la tua gente annebbiata, accecata dalla possibilità di mangiar lì risparmiando altrove e dunque dimentica del decoro.

Vedrai qualcuno prendere il piatto vuoto dalla pila e tenerselo stretto e schiacciato sul petto come farebbe un frate con la sua Bibbia.

Tu non emulare, resta saldo.

Distinguiti.

La brama sarà talmente tanta e la fila così lunga che potrai vedere gente col piatto schiacciato contro il petto in reception, fuori per strada, a due isolati di distanza dal ricevimento.

Ciò avverrà perché costoro pensano che accaparrandosi un piatto vi sia certezza di mangiare e quando si spera fortemente in qualcosa, il contrario non lo si contempla.

Ma tale speranza, in Italia si nutre solo per questioni del cazzo come il cibo, ti dico.

Tenteranno di superare più persone possibili facendo finta di non aver visto la fila oppure adducendo scuse su ipotetici impegni per il bene della società che dovranno affrontare dopo aver velocemente finalizzato uno spuntino ma tu non creder loro, figlio mio e cedi il passo ai loro stomaci poiché non ci si può spiegare né capire con le cloache.

Così al buffet li vedrai usare persino le mani perché, arrivato finalmente davanti alla pietanza dopo quaranta minuti di fila, l’italiano si sente potente, finito non perché, ripeto figlio mio, Gratis è sinonimo di Dio.

Il concetto di gratuito supera quello di Altezze dei cieli, un matrimonio felice, uno stipendio cospicuo ed un mese di aspettativa in Giamaica.

La parola gratis, figlio mio, risveglia i morti, fa sorridere i malinconici, fa breccia nel cuore di chi deve far favori o concedere il proprio tempo all’azienda per cui lavora senza esserne consapevole.

Il cibo gratuito ipnotizza, figlio mio.

Soprattutto se nasci qui, in questo paese straordinario di certo ma non quanto la lasagna, il risotto al Castelmagno, i cornetti salati ripieni e la caponata.

Se poi ci si prefigura anche la possibilità di scroccare tutto ciò, un senso di benessere colpirà le persone italiche che difficilmente proveranno altrove e so che un giorno, figlio mio anche tu proverai quella sensazione.

Ti prego, sii forte.

Datte un contegno.

 

RADICAL SHIT

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dedicato ad E. che combatte la piaga radical chic con eccessiva ferocia non comprendendo che il benessere ostentato è molto più diffuso di quanto si pensi, tanto vale cercare di nasconderlo.

 

Stasera, al tramonto ho conosciuto un ragazzo.

Stava seduto tra i tavolini del delizioso bar a picco su scogli di friabile e nerissima pietra lavica dove ho stazionato tutte le sere di quest’ultima settimana, a partire dalle sette, non proprio sobria.

Il tizio era seduto assieme ad una coppia molto più grande di lui ma non erano i suoi genitori, si capiva: non gli somigliavano e avevano molto più confidenza con lui.

Per l’occasione, il giovane indossava i pantaloni che vanno di moda adesso, tra coloro che la moda la seguono con ostinazione, qualsiasi cosa essa faccia: si tratta di calzoni che lasciano nuda metà porzione del polpaccio e che offrono massima libertà d’espressione alla scarpa che, a questo punto viene scelta proprio per approfittare di quello spazio d’esibizione normalmente non concessole.

La scarpa scelta da questo giovane maschio è un mocassino in velluto marrone, con la punta molto più lunga dei suoi piedi ed i calzini apparentemente invisibili ma non vorrei risultare troppo attenta a questi dettagli perché è giusto rispettare prima di tutto la capacità intellettuale delle persone.

Che poi ci siano dei dettagli nel nostro modo di esprimerci con l’abbigliamento che vogliano dir qualcosa della persona che ne sceglie uno anziché un altro è indubbio ma non tutto, ecco.

Già che ci sono però devo ammettere che giudicare le persone dal loro modo di vestire è, nella maggior parte dei casi, pericoloso ma non per questo fallace.

Il fatto è che il ragazzo in questione pare interessarsi a me da subito ed io a lui ma per fini diametralmente opposti e non sempre riusciamo a percepire perbene le sensazioni di chi ci sta accanto perciò si creano tanti fraintendimenti.

Come quello di stasera in cui, mentre io guardo il suo taglio di capelli alla Pupo, i mocassini e tutto il resto sorridendo, lui vede solo che lo guardo e che sorrido sicché avanza con le sue avances offrendomi un bicchiere di vino toscano ignobile.

Continua a parlare, seduto affianco a me, approfittando del tempo che gli concedo in nome del fatto sacrosanto che non si possano giudicare le persone dal loro abbigliamento perché non sta bene, non si fa.

Specialmente se non si vuol soffrire.

Il ragazzo mi chiede, s’informa su cosa faccia, da dove venga: siamo in vacanza, in un territorio neutro e ciò sembra seccarlo.

Vuole catalogarmi ma ve l’ho detto, non si fa.

Siamo tutti diversi, le tribù sociali ormai son desuete eppure lui sembra cocciuto, ostinato a voler trovare la chiave per aprire il cofanetto che dovrebbe contenere le mie istruzioni per poterlo srotolare tra le sue mani.

E così, testardo e spavaldo, ad un certo punto mi guarda e mi fa: “Ma che sei radical, tu?!”

Improvvisamente fa buio su tutta la terra.

Mi ha preso in contropiede, non so cosa intenda, cosa voglia dire con questa domanda, con questo termine non italiano, parecchio diffuso eppure insignificante.

Sono spaventata e non avrei mai pensato di esserlo per mano di uno vestito da influencer.

Mi sento come se la polizia mi avesse appena fermata per accusarmi del possesso di una droga che io, non solo non possiedo ma neanche conosco.

Ma il ragazzo non capisce, non sembra accorgersi di niente, neanche della coltre scura che sta divorando chilometri di cielo, dopo questa sua domanda.

Non si accorge, il tizio, manco della gente che inizia ad alzarsi dai tavolini e a fuggire spaventata verso il porticciolo, dentro alle case.

Il ragazzo dai piedi di velluto se ne sta lì, ad aspettare la mia risposta mentre lo sperone di terra sul quale siamo rimasti io e lui, trema ed i suoi mocassini ormai penzolano nel vuoto eppure tutte queste circostanze lo interessano meno del responso alla sua domanda.

“Allora?! Sei radical?”, insiste mentre io mi sento come se tutto l’equilibrio del mondo dipendesse dalla mia risposta eppure non so rispondere perché non lo so.

Non so cosa sia un radical e non so se, nel caso io lo sia.

Non ho idea di cosa intenda questo figlio di puttana pettinato e generalizzatore mentre l’isola affonda nel mare, sempre di più, ogni volta che lui dice radical.

Sono smarrita, alzo lo sguardo e vedo un uomo sui cinquanta che mi guarda da un terrazzino che ormai si regge solo su due mozziconi di ferro: piange come un bambino e grida verso di me “Digli di si, brutta stronza! Non lo vedi come sei vestita?!” ed il ragazzo cavalca l’onda disperata del tizio, schernendomi, dicendomi “Ma si che lo sarai, coi libri che mi hai detto di aver letto e la collana che c’hai. Allora?!”

Ma io resto immobile, non voglio cedere.

Ho paura ma non voglio piegarmi sotto la suola Nero Giardini di questo pazzo catalogatore.

Sento freddo, scoppiano i vetri e cadono tetti dappertutto, dietro di noi il vulcano inizia a scaricare lapilli, detriti, fumo, gas e la gente rimasta attorno a noi si accascia, soffoca tra spaventosi rantoli mentre il ragazzo appena conosciuto è ancora lì, perfetto e pettinato a ripetermi “Insomma, sei radical o no?!”

Sto perdendo i sensi ma non cederò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BEVETE TANTA ACQUA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Finalmente c’ho la buona scusa.

C’ho la buona scusa per sfogarmi.

Fuori ci sono quaranta gradi, è mezzogiorno e sono nel traffico.

Il caldo, si sa, da alla testa.

Lo dicono i medici, lo dicono i giornali.

Bisogna bere tanto, non uscire nelle ore più calde della giornata, dicono al tg; ma il clima è cambiato, come abbiamo voluto noi con le nostre porcherie e quindi non ci sono più ore calde nella giornata ma giornate calde con un mucchio di ore.

Così finalmente c’ho la buona scusa.

Perché, si sa, il caldo da alla testa.

Ora scendo dalla macchina e me la prendo con il primo che capita, lo mando affanculo così, con la scusa del caldo.

Me ne andrò famelica di briga nei luoghi dove è più facile sollevar focolai di rissa: in fila al supermercato, al semaforo, alle poste, al giardinetto dei cani.

Me ne andrò con la fronte sudata a guardar male altre persone sudate come me, aspettando che mi guardino per poter dir loro “Ma cos’ha da guardare?!” e da lì sarà un attimo e si passerà alla colluttazione perché, si sa, il caldo da alla testa.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Ho tanto bisogno di sfogarmi, ho un sacco di beghe personali, di paturnie e di psicosi e ho atteso tutto l’inverno paziente ed ora finalmente è arrivato il meteo giusto, quello grazie al quale mi scagioneranno perché col caldo, si sa, la mente si annebbia.

Per questo sono uscita a mezzogiorno e non ho bevuto acqua.

Per questo ho i pantaloni lunghi e ho spento l’aria condizionata.

Per avere più attenuanti.

Per poter picchiare in santa pace le signore, il postino, il vicino di casa, la cassiera.

Mi aggiro felice ed ansimante per la città, alla ricerca degli sventurati concittadini che si muovono lenti, cercando di resistere, di restar pazienti bevendo Polase per sbrigare le proprie pratiche.

Sono i cittadini pazienti che cerco con voglia e che scoverò per estrapolare la loro parte animale, primitiva, cavernicola di cui c’è tanto bisogno.

Strapperò fili di perle e camicie Loro Piana per sfogare la mia tristezza.

Pesterò zatteroni e bambini con le pistolette ad acqua per liberarmi di un po’ di stress.

Lincerò impiegati pigri e condomini scomodi che avrei voluto malmenare da tempo ma era inverno e non ho potuto.

Ora si che c’ho la scusa buona.

Basta uscire nelle ore più calde e ce ne sono tantissime.

Nessuno mi scoprirà.

Nessuno saprà che sono in forma e molto lucida ma solo stanca ed annoiata dalla vita quotidiana e con voglia di dar due schiaffi.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Diranno che il caldo mi ha dato alla testa ma in realtà è la società civile che me l’ha sabotata ed io approfitterò del caldo per punirla.

 

 

foto Claudio Silighini

MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

AUTOCENSURA IGIENICA

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“Arianna, perché non scrivi mai di Salvini?!”

 

La nostra ossessione mediatica per Salvini ci ha puniti tutti.

Questo giornaliero buon proposito di far da cassa di risonanza sui social ai fatti spiacevoli di questo ragazzo ha fatto in modo che il suo volto replicato su milioni di bacheche divenisse un volto di cui, nostro malgrado, ci si affezionasse (un po’ come avvenne con il signor Berlusconi, se non sbaglio), ed ora eccoci qui.

Eppure, se è vero che si possa e si debba sempre apprendere da qualsiasi lezione, a livello sociale questa punizione ci consente una riflessione che potrebbe ancora risultare costruttiva.

Nel mio piccolo, ad esempio ho ricevuto moltissime richieste dal pubblico di questo tipo: “Perché non parli di Salvini? Parla di Salvini!”

Perché chiedere ad un autore comico di parlare di Salvini?

Forse perché si sente con prepotenza, la necessità di sdrammatizzare riguardo un argomento, di per sé drammatico?!

Da quando quel ragazzo è diventato ministro, tutti i comici si son lanciati in siparietti che lo disprezzassero come persona e come istituzione ed è piuttosto facile farlo poiché questo ragazzo è il soggetto perfetto per qualsiasi drammaturgia satirica (nel caso in cui ce ne fosse davvero, in Italia, di drammaturgia satirica).

A livello personale, il soggetto ha sempre mostrato di fare scelte bizzarre e di basso profilo che ben si prestano ad esser sceneggiate;

mi viene in mente, ad esempio, la sua copertina per un rotocalco di gossip, in cui si fece ritrarre a letto, vestito solo di una cravatta verde bosco oppure della sua attitudine a fidanzarsi con gente discutibile od ancora tante delle innumerevoli fregnacce raccontate da pubblicazioni che dovrebbero fallire, se Dio amasse davvero l’Italia.

A livello istituzionale ha incentivato tutte le peggiori pulsioni del cittadino italiano medio, spunto di partenza eccellente per qualsiasi scritto umoristico.

Meno per qualsiasi strategia politica volta a migliorare il paese.

A livello ideologico è riuscito a far leva sul ceto che manca di preparazione storiografica per proporre questa storia indigeribile che il vero problema in Italia sia l’immigrato e non l’italiano corrotto e contestualmente, col suo potere ed il nostro consenso, continua a sovvenzionare le carceri libiche e le torture contro esseri umani considerati di seconda categoria rispetto a noi.

Poi c’è la parte soubrette di Salvini (tipica del politico italiano a partire dagli anni novanta), coi suoi concorsi a premi, le sue brutte figure, sintomo della mancanza di educazione di cui soffre il paese tutto, non soltanto lui ed ecco che il personaggio comico c’è già.

Non v’è alcuna necessità di crearlo da nulla: Matteo Salvini è lì per i comici, pronto da scartare come una caramella e facile da raccontare.

E’ facile fare un siparietto con questo ragazzo.

Meno facile proporre un siparietto che schernisca il tessuto sociale, la tragicomica decadenza di costumi e della morale degli italiani che ha causato l’ascesa di questo ragazzo.

Complicato far ridere dandoci dei coglioni, ignoranti, pigri, razzisti, corrotti e con le felpe con la bandierina dell’Italia sul petto.

Molto difficile per un povero comico italiano di oggi riuscire a far sorridere con un tale reportage di merda sul nostro paese e perciò meglio accanirsi sul politico specifico e non sulla cittadinanza che aderisce ai suoi principi lontani dalle altezze culturali di un paese che si vanta di essere ancora ciò che fu secoli orsono.

Funziona così da sempre: ci piace sorridere delle persone che governano, non delle cazzate che facciamo come elettori.

Così, comici ed elettori continuano a fare cabaret di basso profilo ed il nostro futuro è l’unica tragedia presente in palinsesto.

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AVVENTO ELETTORALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Proprio come durante l’Avvento ci si prepara affinché tutto evochi e celebri il Natale, quindi ci si maschera da Babbi, si nascondono i regali negli armadi, si pensa a come cazzo fare per diventare più buoni di quanto già si sia, si comprano le lucine colorate e le candeline, ecco che anche il tempo precedente alle elezioni amministrative è un tempo ricco di piccoli rituali di preparazione che fanno brillare gli occhi agli addetti ai lavori.

E allora si asfaltano le strade, ci si ricomincia a salutare nel quartiere, si fa amicizia con gente improponibile, che non si sarebbe mai salutata, se non fosse che manca solo un nome per completare la lista elettorale.

Si organizzano un sacco di cose, appuntamenti sociali impensabili, concerti in piazza, sagre, corsi gratuiti ma soprattutto cene.

Poco prima delle elezioni si cena moltissimo e un po’ in tutti i modi possibili: formali e scomodi sopra alle sedie chiavarine in un bel palazzo antico oppure sotto ad un tendone davanti ad un tavolo di pizzette, poco importa perché si cena; si torna a casa e si può dire “io ho già cenato”.

Ci si mette la spilletta e si va alla cena elettorale perché si mangia gratis e tale proposta resta ancora, per l’italiano medio, in prima fila tra le priorità di vita.

Nel centro storico iniziano i rastrellamenti agli stand. IMG_4756

Se devi andare da un punto A ad un punto B e per farlo devi attraversare il centro, nel periodo che precede le elezioni dovrai contare quaranta minuti in più che ti serviranno per schivare la settantina di volontari che cercheranno di prelevarti dalla strada col fine ultimo di trascinare le tue spoglie al gazebo del loro partito e sequestrarti per poterti spiegare perché è ora di finirla.

Ti offriranno un bicchiere di succo ed una pizzetta perché sanno che sei italiano e mentre ti iniettano il nettare di ananas, con l’altra mano ti infileranno i santini del loro candidato nella tasca della giacca in modo che, quando riuscirai a divincolarti e sarà tardi per sbrigare la commissione, te ne tornerai verso casa pensando a che carini che son stati quelli del gazebo X che non ti hanno lasciato cartacce da buttare.

Poi, una volta a casa mentre appenderai la giacca penserai che il Fato ha voluto indicarti il nome di colui che dovrai votare poiché hai trovato il suo volantino elettorale miracolosamente accoccolato nella tua tasca.

Come un messaggio dei biscotti della fortuna cinesi.

Noterai con sollievo che non c’è la foto del candidato nel santino e che preferisci così perché costa caro stampare una foto a colori su carta e che il candidato, a quanto pare, sembra sia sensibile allo spreco del denaro pubblico, avendo rinunciato in maniera eroica a far stampare la sua faccia là sopra.

Non realizzerai che se vi fosse la foto sul bigliettino giammai lo voteresti perché il muso fortunatamente dice ancora molto.

Sti cazzi che mi asfalti la strada.

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

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Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.

PETIZIONE PER ABOLIRE LO SHUFFLE

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E’ ormai piuttosto facile comprendere come le tecnologie non ce l’abbiano fatta ad esser sempre nostre amiche.

Ad esempio, fra le peggiori ingiustizie che la società contemporanea si sia inflitta vi è senza dubbio la pratica dello Shuffle.

Questa funzionalità che consente la riproduzione causale di brani musicali contenuti all’interno di una playlist precostituita da noi o da qualcun altro è maledetta in quasi tutte le circostanze, è la principale causa di grandi imbarazzi ed è colpevole del collasso di innumerevoli situazioni potenzialmente positive.

Specialmente se in compagnia, una volta inserito lo shuffle sarà impossibile riuscirsi a rilassare: bisognerà restar vigili, in modo da essere più veloci della riproduzione casuale ed evitare che parta un pezzo che faccia della nostra occasione per essere stimati come dj, una disfatta totale.

Occorre avere un orecchio sopraffino per difendersi dallo shuffle ed una discreta erudizione musicale in modo da esser pronti, nel caso ci venga chiesto chi sia l’artista, a snocciolare una breve biografia e quattro cenni di discografia per ottenere subito gli stessi consensi di Red Ronnie ma soprattutto occorre esser pronti ad accorgersi già dalle primissime note che il pezzo in esecuzione vada immediatamente saltato, abbattutto a qualunque costo.

Evitare un brano che ci fa vergognare di noi stessi, di fronte al piccolo pubblico di amici o familiari è un gesto umano di grande tenerezza.

Infatti, anche quella discreta fascia di amatori che ricercano e sperimentano generi musicali di altissimo livello, se avrà il coraggio della sincerità dovrà ammettere di avere sotto al tappeto o dentro all’armadio un brano di merda che ama, in virtù di passati remoti ai quali quel brano è ancora piacevolmente legato.

Specialmente per le persone nate dagli anni settanta ai giorni nostri, esiste un palinsesto di musica ripugnante che ci ha svezzati e di cui non ci sarebbe modo di doverci vergognare perché resterebbe nelle segrete del nostro dispositivo, se non ci fosse lo Shuffle ad esporci alla pubblica umiliazione.

Certi complessi di finto rock italiano anni settanta che adattano famosi brani americani in un italiano che spaventa persino i fotoromanzi, le cantantesse pop degli anni ottanta che ci hanno fatto abbandonare le barbie, l’hard-core senza possibilità di speranza, certo punk scolastico oppure i più vicini neomelodici che addolorano le viscere profonde di alcuni di noi, sono solo alcuni esempi musicali che, se capitano in mezzo ad un shuffle privato ci fanno emozionare, piangere e sorridere ma se putacaso capitano in un contesto sociale goliardico ci assicurano carrettate di prese per il culo, facce atterrite e silenzi pieni di disagio.

Impossibile non citare anche le circostanze legate al contesto in cui ci troviamo quando sopraggiunge lo shuffle a violentarne ogni dettaglio: mentre siamo in giardino, al tramonto e credevamo di aver messo una playlist di flauti tibetani, senza alcun preavviso si presentano i Rammstein ed i passerotti crepano di infarto.

In procinto di baciare per la prima volta la persona che finalmente vorremmo accanto per sempre, dopo secoli di alienazione ed eremitaggio, ci affidiamo allo shuffle che sembra si stia comportando benino, proponendo i Cold-Play ma mentre le nostre labbra di uniscono arriva un vecchio brano di Patsy Kensit che pensavamo di aver nascosto nella playlist segreta “Liceo”.

La musica ci offre sempre il giusto sprint per fare sport e, mentre corriamo godiamo degli Arctic Monkeys ignari che il prossimo brano sia “Perché porto i capelli lunghi” di Gene Guglielmi, caricato da nostro padre non si sa quando né come.

Lo Shuffle non perdona ma soprattutto noi non lo perdoneremo mai.

ODE ALLA GIUNTA

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

E’ cambiata la Giunta.

Adesso si che si potrà fare quell’operazione finanziaria delicata, quel piano civico, quel festival, quella rivalutazione, quel progetto.

E’ cambiata la giunta.

Adesso si che il tempo migliorerà, mia madre non avrà più la sciatica, mio figlio troverà lavoro, Fiona Apple verrà finalmente a suonare in Italia.

E’ cambiata la Giunta.

Andrà tutto bene.

Adesso cambierà tutto in Rai, in Finmeccanica, in Trenitalia, da Zara, al parco di sgambamento cani.

Ovvio: è cambiata la Giunta.

Debelleranno la mononucleosi, daranno più finanziamenti, non ci sarà più il magna-magna.

Ora che in Giunta ho l’amico mio, quello che hai conosciuto ai campi da tennis, vedrai che l’appalto lo vinciamo.

Ora che è cambiata la Giunta vedrai che glielo facciamo avere il permesso disabili a tua suocera, il contratto in azienda a tuo cognato, la maglietta della Roma autografata a tuo nipote, il buono sconto al supermercato bio, da Decathlon, al museo.

E’ cambiata la Giunta: Santa Rita ci farà la grazia.

Ora che è cambiata la Giunta faranno finalmente questo benedetto decreto per abolire la meritocrazia, che non se ne può più di questo schifo.

Speriamo, guarda.

Speriamo che non si debba aspettare un’altra Giunta.

IL DIO SONNO CONTRO SHIVA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La meditazione è ormai ben radicata, in Occidente ma l’Occidente non è affatto ben radicato alla meditazione.

La maggior parte di noi, infatti, occupa la propria vita urbana con l’insana iscrizione a questa od a quell’altra pratica orientale non ammettendo però di non essere geneticamente portata a sostenere tutto questo fottuto e minaccioso equilibrio.

Yoga, pilates ed altre pratiche ancor meno vicine al caro vecchio sudore da palestra di merda di una volta, si presentano all’occidentale sotto la sgradevole forma di una sfida a non addormentarsi.

Con la bava agli angoli della bocca e gli occhi bianchi.

Una sfida a non terminare la giornata sdraiati sopra ad un tappetino come sul tavolo dell’obitorio, cuciti dentro ad una tutina che può farci morire di trombosi da un momento all’altro.

Siamo stressati fino alle vertebre, coi minuti contati ( se non bastasse già il conto alla rovescia della vita stessa) e la mente sempre in funzione come un’impastatrice di tortellini industriale però tra le mille imprese e peripezie giornaliere, non solo pretendiamo di essere belli, stilosi ed equilibrati ma vogliamo anche arrivare alle diciannove in punto alla classe zen e lasciar fuori da quelle maledette tutine da mimi slabbrati che siamo, tutti i pensieri e lo stress del nostro albero genealogico.

Ma se la tutina forse ne ha (e questo potrebbe salvarci) il relax invece non ce l’ha il bottone quindi noi dell’Occidente si paga e si attende che il maestro ci dica come raggiungerlo e se non ce lo fa raggiungere non siamo noi ma il maestro che è incapace perché noi, nel frattempo, ci siamo addormentati come delle merde quindi non potrebbe esser colpa nostra anche volendo, pensiamo.

Alcuni hanno ammesso la propria incapacità nei confronti del relax ma la maggior parte di noi lotta ogni sera durante “la pratica” per sopravvivere all’occhio pendulo e alla figura di merda coi compagni.

Esisterà senz’altro ed è di urgente esigenza, un’applicazione che registri l’appropinquarsi del dormiveglia e che ci desti attraverso piccole micro-scosse elettriche come si fa coi recinti al bestiame.

Per il momento però, continuiamo a subire, ad indignare milioni di maestri che nel mondo, vedono crollare, ogni sera, nella propria platea di discepoli, migliaia di manager, mamme, cuochi, architetti che confondono la posizione shavasana con l’adorato Dio sonno.

Converrebbe dunque ripristinare la modestia e accettare che il proprio corpo, in tale circostanza, si risvegli due ore dopo la fine della pratica quando discepoli imbarazzati e maestri stizziti saranno andati via e noi, nella semioscurità delle luci al neon di emergenza ci contrarremo dalla vergogna come dei bruchi schiacciati ma avremo la grande occasione di realizzare una delle nostre priorità: non conseguire per forza il nirvana ma il semplice, agognato ed idratante svenimento dell’impiegato contemporaneo.

 

 

PURTROPPO IL COACH

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La dimostrazione di quanto l’istruzione al giorno d’oggi sia superflua è confermata dall’esistenza del coach.

Non c’è piccolo comune virtuoso che possa salvarsi e vantare, come fanno i comuni denuclearizzati, di non avere un coach all’interno del perimetro comunale.

Si tratta di un pericolo reale che ci riguarda tutti: a meno di cinque chilometri dal luogo in cui ci troviamo in questo momento, c’è un coach di sicuro.

Da qualche parte, là fuori c’è un trainer, un tutor, un esperto professionista nell’arte del vivere con successo che, anziché godere dei privilegi conseguenti al suo stato prestigioso, come, ad esempio del tempo libero che avrebbe per filosofare o semplicemente per godersi la propria superiorità, decide di mettersi al servizio degli altri, a pagamento.

Come fu bello il tempo in cui ci si poteva ancora arrangiare una vita fai-da-te, il tempo in cui si facevano cazzate che, tuttavia oggi si continuano a fare ma almeno un tempo le si poteva fare senza la consulenza del coach, senza un tutorial con un tizio somigliante ad un attore ma intelligente che ci dice cosa fare e come crederci mentre lo si fa.

Oggi sembra impossibile riuscire a sopravvivere senza le cinque pillole di verità del Guru, senza le tre C dell’amore, i quattro cardini dello stare in forma, i dieci comandamenti del bricolage, le sette bottiglie da stappare, le nove ricette da provare, le dodici bastonate da darsi per tonificare quel muscolo lì di cui non sapevamo l’esistenza ma si stava benone comunque.

Non bastasse già la sua versione base, il coach è diffuso nella più svariate versioni: c’è il coach sportivo, il tutor aziendale, quello universitario, c’è la fashion guru, il make-up master, l’archistar, c’è l’esperto di coppia, il tuo consulente d’impresa, l’amica dello shopping.

A malincuore, potremmo dire che c’è un coach che ci aspetta ad ogni angolo della vita.

Allora, organizziamoci per tempo, per quando arriveremo a quell’angolo della vita.

Organizziamoci ed aspettiamolo noi, il coach.

Anticipiamolo sul tempo e diciamogli che non c’è bisogno che inizi a parlare perché sappiamo già tutto.

Sappiamo già tutto di lui, di cosa abbia capito della vita sulle proprie spalle, sulla felicità, sul peso forma, sul trucco da star ed il rapporto perfetto, su come si faccia a raggiungere il Nirvana, sula giusta muscolatura addominale, l’aumento in busta paga, le magliette più trendy di questa stagione e, soprattutto, la stima in sé stessi.

Si, perché sappiamo bene che è proprio grazie alla stima in sé stesso che il coach ha raggiunto tutto, credendoci davvero, facendo squadra, team, clan ma anche pensando positivo, senza rimpianti, facendo i cinque esercizi tibetani ogni mattina, con coerenza, con soli dieci minuti al giorno, seguendo una dieta ricca di polifenoli, senza alcool e con uno yogurt a pranzo.

Diciamogli questo al coach in quell’angolo lì dove lo incontreremo: inondiamolo di massime, di aforismi e diciamogli che siamo venuti a saperlo senza il bisogno di vedere i suoi tutorial di merda o di partecipare ai suoi training perché sono almeno cinquant’anni che i suoi colleghi ci devastano i coglioni e ci fregano montagne di soldi con queste stesse stronzate.

Diciamogli quindi che, se davvero desidera farlo anche lui, i nostri soldi ed i nostri coglioni devastati se li dovrà davvero guadagnare ed anziché venderci i suoi miserabili dvd e le sue dispense sgrammaticate dovrà venire a vivere al nostro posto.

Diciamogli al coach che si trasferisca immediatamente a casa nostra e, se lo farà, manterremo le promesse e pagheremo perché ci sarà davvero stato utile: litigherà per noi con nostra madre, con l’amministratore di condominio, pagherà per noi le bollette insomma ci sostituirà in tutte le piccole, grandi beghe quotidiane.

Ma è altamente improbabile che il coach voglia farsi carico delle nostre problematiche e questo discorso dovrebbe bastare a farlo allontanare in pochi secondi dall’angolo in cui lo incontreremo.

Se però non fosse sufficiente avremo il permesso per dirgli di trovarsi un lavoro, che non si può mica fare un cazzo così, in maniera spregiudicata, che non c’ha mica più vent’anni e, a maggior ragione, se ha vent’anni, che cazzo di coaching vorrebbe fare?!

 

PICCOLO SEGRETO INDUSTRIALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho trovato, in fondo all’armadio, un cioccolatino industriale.

Appartiene alla mia vecchia vita, ora mangio solo cioccolato prodotto da piante italiane registrate all’anagrafe e stagionato per anni nelle culle delle cliniche pediatriche, in Svizzera.

Cosa devo farne?

Quale potrebbe essere la cosa migliore da fare?

Divorarlo e annegare nei sensi di colpa oppure raccoglierlo e riporlo tra i rifiuti non riciclabili, chiamare quelli che ritirano i rifiuti pericolosi, in modo che la sua materia organica temibile non contamini l’humus del mio orto?

Un’altra possibilità è quella che poi è la nostra missione, quella che spetta a noi, guerrieri della luce, nati in questa epoca post-industriale: buttare il cioccolatino chimico nella pattumiera lanciandogli contro mille maledizioni.

Mi avvicino quindi allo scaffale dell’armadio e allungo la mano verso il disgraziato fagottino avvolto nel malefico cellophane colorato.

Più mi avvicino e più salivo come un mastino napoletano di undici anni.

Cerco di darmi un tono.

Cerco di nascondere al mio ideale, la bocca piena di bava e lo stomaco che urla desideri immondi.

Piglio il cioccolatino, spingo col piede sul pedale del secchione e mi scaravento nella trachea il demoniaco, squisitissimo snack.

Non respiro per qualche minuto, ho un Nirvana.

Poi torno in me, mi sistemo, mi lavo i denti, esco di casa guardinga, controllo che nessuno mi abbia vista e scivolo fuori dal pianerottolo verso il mercato contadino.

LETTERA AGLI ARCHEOLOGI

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Carissimi,

so perfettamente che la vostra categoria è oberata di impegni, dividendosi tra coloro che non troveranno mai lavoro ma seguitano a cercarlo mentre si dilaniano i maroni al call-center e coloro che invece il lavoro lo hanno trovato e lo conservano gelosamente servendosi di doppi turni e di straordinari non pagati; so tutto benissimo sulla vostra straordinaria, sottovalutata professione.

Ma quando sarete tristi ed affranti, devotissimi archeologi, quando la notte di una busta paga insufficiente e della panoramica di tanti siti archeologici divenuti depositi illegali d’immondizia sovrasterà il vostro buonumore, non vi abbattete.

Non vi affliggete, archeologi.

Pensate, piuttosto, ai vostri colleghi del futuro, allo scenario che troveranno i professionisti del vostro settore fra mille anni.

Non potrete non gioire dell’opportunità che vi è stata concessa, di operare la vostra professione durante gli ultimi tempi felici e di scoprire civiltà davvero meritevoli di essere scoperte.

Pensate a quei poveracci che, tra mille, duemila anni, scaveranno e troveranno i bastoni per farsi il selfie.

Pensate a quei miserabili che scaveranno per trovarsi in mano mutande in ecopelle col buco per lo sfintere, libri di cucina della Lambertucci o qualche disco di Giuseppa Gaetana Ferreri.

La buona notizia per voi non è soltanto quella che non troverete, nei vostri scavi, le migliaia di stronzate che vengono prodotte oggi ma che, ancora oggi e nonostante tale produzione, ci sia ancora qualcuno capace di apprezzare le scoperte ed i reperti che rinvenite oggigiorno.

La buona notizia che ha dell’incredibile è che c’è ancora qualcuno che da retta al vostro lavoro e che va alla domenica gratis nei musei, finché continua ad essere legale.

Dunque, carissimi e stimabili archeologi, a questo punto penso che la cosa migliore sia rivolgere un paio di righe ai vostri colleghi del prossimo, lontano, pesantissimo futuro, sperando che queste riescano ad arrivare alle loro mani, conservandosi nei secoli…

 

Stimabili archeologi del XXX secolo: scusate.

Abbiate pazienza, non siamo stati tutti dei coglioni.

La maggior parte di noi, in effetti, ha eccelso in tal senso ma sappiate che una piccola parte dell’umanità vissuta nel nostro millennio, ha provato in tutti i modi a resistere al declino e non ha mai coraggiosamente acquistato pullover da uomo color fucsia né fatto giammai uso di occhiali con le lenti specchiate da Righeira né tantomeno fatto consumo di crocchette prodotte con zampe e becchi di pollame nato morto.

Molti di noi non hanno mai apprezzato certa musica pop di merda, seguita da moltitudini di nostri contemporanei nonostante l’inequivocabile epiteto di “tormentone”.

Tanti noi hanno lottato per cercare di vietare la presenza in tv di personaggi come Malgioglio, qualora trovaste reperti del suo parrucchino e, infine, si è provato in tutti i modi ad eliminare dalla faccia della terra i braccialetti con le lettere del proprio nome in acciaio.

Abbiamo fatto ciò che abbiamo potuto, non disprezzateci tutti ma soprattutto, smettete di scavare.

Perché più si scava più si scende in basso.

Vi imploriamo, in nome della nostra memoria, non scavate! Non c’è un cazzo da trovare.

 

L’ATTIMO PRIMA DELLA PARTENZA

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Un pezzo scritto ed interpretato per il Festival Mosto 2018 sull’annoso tema “L’attimo prima della partenza”. 

L’attimo prima della partenza è l’ultima possibilità che Dio ti offre per formulare a te stesso un quesito fondamentale:

sto per viaggiare da solo?

Sono davvero così fortunato e baciato dal Signore da aver trovato il coraggio di partire, finalmente, per beneamati cazzacci miei?

Ascolta, amico: se stai per viaggiare da solo non potrà succederti nulla di male, nonostante la cronaca nera cerchi di dissuaderti, a riguardo.

Ma se accanto al sedile dove hai posato le tue chiappe turistiche vi è putacaso un compagno di viaggio, la tua sposa, tuo fratello o la comitiva dei coscritti, hai ottime ragioni per considerare il tuo viaggio gloriosamente fottuto.

Perché un buon compagno di viaggio è più raro di un ufficio pubblico funzionante in Italia, più pregevole di una canzone antecedente al periodo cupo di rap e di talents che stiamo vivendo, più prezioso del tesoro di Mussolini che riposa in fondo al lago di Como mentre sulla terra, impazza la sua ideologia.

Ci sono poche speranze che, nel corso della tua breve vita tu possa godere della compagnia di un amico che sappia davvero viaggiare, oltre esserti amico, impresa già ardua.

Nel caso dovessi incontrarlo, quel compagno di viaggio, tienitelo stretto, demonio ladro, perché il tuo viaggio sarà beatitudine: sarà un’esperienza più gratificante dell’acquisto di un’isola siciliana per 4,50 euro iva esclusa, sarà più rigenerante di una spa esclusiva per te e Sting che suona la chitarra nel bagno turco.

Ma, nel caso in cui il tuo compagno di viaggio sia una persona raccattata, conosciuta, sposata soltanto per non dovertela cavare in solitaria, sappi, amico del festival che l’attimo prima, durante e dopo la partenza sarà fatto di pianto, stridore di denti ma soprattutto di monumentali rotture di coglioni.

E di una litania senza fine che fa più o meno così:

Hai chiuso il gas?

Hai spento la luce?

Hai riempito il dispenser dell’acqua ai gatti?

Hai annaffiato le piante?

Hai inserito la segreteria telefonica?

Hai avvisato tua madre che non ci siamo fino al 3?

Hai preso i documenti, lo shampoo, le ciabatte, le mutande dei bambini, i biscotti che erano sul tavolo, il guinzaglio del cane, le camicie stirate, la maschera, l’ammoniaca, il cuscino per le emorroidi, le chiavi di casa, la macchinetta per l’aerosol, il sussidiario, il tablet, il caricatore del cellulare, dello spazzolino da denti, del powerbank, del computer, del rasoio, dello stereo, della pompa per il materassino, della piastra, del nostro matrimonio?

Hai chiesto al tuo capo se possiamo tornare il 3 anziché il 30?

Hai chiesto al tuo capo se è ancora sposato?

Hai chiesto a tua sorella se alla fine ha comprato la vaporiera ad energia solare?

Hai chiamato il bed and breakfast per avvisare che abbiamo il cane, la macchina grande, mia madre, l’unicorno giù gonfiato, la mononucleosi?

Hai detto le preghiere?

Hai postato la foto della partenza su instagram?

Hai prenotato in quel posto lì che mi piace?

Hai lasciato tua moglie?

Hai accorciato i capelli come va di moda ora?

Hai fatto finta di non vedere cosa stanno combinando con quel povero partito che fu il pd?

Hai staccato la spina alla nonna?

Hai detto ai vicini di chiamarci se vedono dei rumeni che passeggiano davanti casa?

Hai ancora voglia di viaggiare?

 

 

 

LA PROFESSIONE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Analogie messianiche fra sacerdote ed agente immobiliare

E’ tempo che si scriva qualcosa di definitivo, non offensivo ma definitivo, sugli agenti immobiliari.

Nessuna professione è riuscita, negli anni, a causare una vera e propria metamorfosi seriale in chi, appunto, la professa.

Esistono lavori anonimi e persone che trattano il proprio lavoro come un metodo sterile per accumulare denaro da spendere nel tempo libero e poi esistono le professioni che inglobano la vita degli individui che riescono ad appassionarsi alle proprie mansioni retribuite.

Nessuna professione si professa, a parte il prete e l’agente immobiliare.

E, in effetti, questi due mestieri bizzarri e divertenti contengono svariate analogie: sacerdote ed agente immobiliare hanno un’uniforme, una divisa che consente l’immediata identificazione del loro ruolo, in società.

Il sacerdote cambia divisa in base ai paramenti previsti dalla liturgia, l’agente immobiliare modifica semplicemente i tessuti, in base alla stagione, mantenendo però invariata la propria, inconfondibile livrea: mocassino con la punta a bara o con nappine in cuoio, pantalone pinocchietto di Oviesse o gessato elegante (evidente ossimoro), camicia o polo dai colori improbabili ove il termine improbabile serve a sostituire terminologie meno eleganti.

La camicia ha il bottom-down o lo stemma di evidente contraffazione ma non riesce a nascondere sotto i propri polsini, duri e friabili come il cartongesso, il gigantesco, monumentale orologio Fossil in acciaio cromato, in grado di aggiungere otto chili in più al peso dell agente immobiliare che lo indossa.

Il total- look implode con l’immancabile catenina bagnata d’oro al collo, un abbronzatura posticcia acquistata in uno dei tanti negozi che offrono il servizio “Julio Iglesias in sole quattro sedute” e gelatina a dozzine, a cementificare la capigliatura.

Come vedete, siamo partiti dal sacerdote e velocemente arrivati ad una creatura che ha bisogno della benedizione del sacerdote.

L’agente immobiliare si sforza di utilizzare tutti i poteri esoterici in suo possesso, contratti durante il periodo di formazione in agenzia, per vendervi una casa e, in un certo senso, anche il sacerdote ha questa aspirazione volendovi vendere la casa del proprio Padre attraverso una specie di contratto, a metà strada tra la nuda proprietà e la multiproprietà.

Durante il loro orario di lavoro, sia sacerdote che agente immobiliare non parlano italiano corrente: il primo esibisce latinismi difficili da comprendere oppure tematiche evanescenti che possono esser facilmente confuse con le saghe di Tolkien; il secondo si lancia in una vertiginosa selezione di termini desueti che giammai vengono utilizzati nei colloqui contemporanei come locazione, terra-cielo (usato anche dal sacerdote), disimpegno e, persino proprietà, parola pericolosa, sacrilega, ai limiti della scomunica, se pronunciata in Italia, di questi tempi.

Agente immobiliare e prete raccontano la loro verità condendola con frizzanti elucubrazioni personali volte a vendere il proprio prodotto a qualunque costo, non perché siano degli impostori ma perché il loro mestiere rappresenta anche la loro missione, la loro unica fede, l’uno alla Parrocchia di San Giovanni, l’altro davanti all’immobile da ristrutturare del geometra Scappelli, con la spilletta di Progetto Casa, al petto.

Mi domando, con non poco timore, cosa potrebbe succedere nel caso in cui il parroco di San Giovanni si trovasse a dover contattare l’agente di Progetto Casa per vendere uno dei numerosi immobili a sua disposizione: ne nascerebbe una nuova religione? Nascerebbe l’ennesima agenzia immobiliare dedicata ai beni vaticani oppure un centro di accoglienza e sostegno a persone con pesanti problematiche nell’uso dei congiuntivi come gli agenti immobiliari, a volte sono.

L’unica speranza, nel caso, è che il parroco sia ben fornito di acqua santa, per far fronte all’immensa camicia di merda che si troverà davanti.

 

 

GIORNATA NAZIONALE SENZA FISCO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Se esiste il giorno degli innamorati, quello dei lavoratori, il giorno dedicato alla libertà, al Natale, la festa dei nonni e quella del gatto, perché non può esistere la festa dal fisco?

Il fisco è sempre esagerato e l’esagerazione nuoce.

E così anche il fisco.

Il fisco fa male alla tua voglia di costruire sogni pur essendo residente in Italia, fa male al tuo buonumore, specialmente quando passeggi per la tua città e vedi che il denaro che ti hanno tolto non viene utilizzato per il di lei benessere e, di conseguenza, neanche per il tuo di benessere che perde colpi, ogni anno che passa.

Il fisco ti segue sempre ma mai per portarti buone notizie.

Il fisco non ha un nome ed un cognome contro il quale potersi accanire e ti fa passare la voglia di lavorare quando ti accorgi che tu lavori e lui non fa un cazzo ma dividete la busta paga.

Il fisco è quella cosa che ti fa capire che sei diventato grande e che son finiti i diritti ed, ancor peggio, sono iniziati i cazzi amari, a meno che tu non faccia finta di non essere grande e ti faccia mantenere dai tuoi poveri vecchi e, a quel punto lì, due fischi ti meriteresti.

Ci vorrebbe il fisco contro il fisco.

Per tutti gli altri, ci vorrebbe la giornata nazionale senza fisco.

Qualora non ci fosse posto in calendario, a me andrebbe bene anche togliere qualche festa per liberare un posto, che ne so, il Ferragosto, il Primo Maggio, che tanto c’è un sacco di gente che lavora lo stesso e chiamarla festa dei lavoratori è una presa per i fondelli.

Che ci mettessero la giornata senza fisco così, perlomeno uno lavora ma guadagna il giusto lavorato.

Il giorno senza fisco: un giorno in cui tutti, finalmente, si potrebbe gioire insieme dell’antico rito sacro dell’incasso, senza subire il brigantaggio delle sigle incomprensibili.

Il giorno senza fisco, vi prego! Oppure, il giorno senza Iva che aspettiamo dal primo giorno di messa in onda di Ok, il prezzo è giusto!

Un giorno in cui tutti, legalmente, non pagano le imposte con il solo motivo di esser più felici.

E allora, giù con le feste che davvero servono all’umanità contemporanea: il 12 Gennaio, la giornata mondiale senza suoneria del cellulare, il 22 Novembre, la festa nazionale del pigiama, durante la quale tutti possono uscire di casa e sbrigare tutte le proprie professioni, indossando l’amata veste da camera in flanella.

Il 14 Luglio, il giorno della ripercussione: una festa speciale dedicata agli elettori che hanno il diritto di cercare, scovare nelle segrete dei ministeri e percuotere con piccole armi artigianali, i politici votati che non hanno mantenuto il proprio programma elettorale, il 29 Ottobre, la festa della spesa gratuita al supermercato, il 26 Gennaio, la festa della parolaccia libera contro sconosciuti a fini terapeutici ed infine, il 30 Dicembre, forse la festa che preferirei, il giorno del calcio in culo a quelli che domandano “Che fai a Capodanno?”.

 

TEST: QUANTO SEI RESILIENTE?

LE FIGURINE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

TEST DI AUTOVALUTAZIONE PER CAPIRE SE SEI DAVVERO UN TIPO RESILIENTE.

Non si parla d’altro.

I soldi sono anacronistici, gli immobili e la bellezza fisica sono ormai decaduti.

Oggi, l’ultima possibilità per sopravvivere sani e fichissimi consiste nel possedere una sola dote: la resilienza.

In psicologia, la resilienza è un concetto che indica la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà e a dare nuovo slancio alla propria esistenza.

Per capire se apparteniamo a questa fortunata categoria di persone, ecco un breve test di autovalutazione

Rispondi sinceramente a queste domande e poi, a seconda del punteggio, vai a leggere il tuo profilo:


1.
Con quale atteggiamento positivo convivo, quando son costretto ad entrare dentro a un ipermercato all’ora di punta, per comprare solo un pacco di pasta e, su ventinove casse, ne trovo aperte sono tre?

a) Convivo con il mio amico smartphone, grazie al quale mi alieno dalla società per le intere quattro ore di attesa che mi separano dal mio turno.

b) L’atteggiamento è positivo solo se sono donna e soffro di meteorismo e gonfiore esofageo cronico, in modo da poter fingere di essere sempre al nono mese, con facilità ed eleganza.

c) Non vi è dentro di me alcun atteggiamento positivo perché sono consapevole di trovarmi in un posto di merda.

 

2. Come reagisco al trauma di scoprire che il/la mio/a compagno/a apprezza la musica di Young Signorino?

a) Chiedo prontamente al/la mio/a compagno/a se ha bisogno di sostegno da parte dell’azienda sanitaria locale.

b) Applico le tecniche di respirazione imparate sul libro Yoga for Dummies e comunico al/la mio/a compagno/a di non considerarsi più tale.

c) Contatto subito due amici moldavi per porre fine alla stirpe intera del/la mio/a compagno/a, non potendo raggiungere, in tempi rapidi, quella di Young Signorino.

 

3. Qual è stata la circostanza maggiormente avversa della mia vita che ho saputo fronteggiare con destrezza agonistica?

a) La pertosse

b) la perdita del proprio posto di lavoro

c) il giorno in cui ho scoperto che Cracco ha collaborato con McDonald all’ideazione di nuovi panini gourmet.

 

4. Se fossi un personaggio famoso, noto per esser resiliente sarei:

a) Napoleone

b) Lele Mora

c) Il chirurgo di Lilly Gruber

 

5. In che modo desidero dar nuovo slancio alla mia vita futura?

a) Andando a vivere in campagna, coltivando alghe o canapa di quella noiosa.

b) Obbligando tutti i miei amici a cancellare il mio numero di telefono.

c) Rintracciando uno per uno tutti i miei professori e pestandoli a sangue, per chiudere del tutto con la mia adolescenza difficile che non vuole morire.

 

RISULTATI DEL TEST

I PROFILI

 

Maggioranza di risposte A

Sei normale, chiedi aiuto.

 

Maggioranza di risposte B

Più che resiliente risulti, al test attitudinale, un gran cacacazzo od ingegnere iscritto all’albo.

Forse non otterrai resilienza ma, con impegno metodico e costante, potrai collezionare risultati concreti e rigeneranti come un benefico allontanamento sociale in tantissimi e diversi contesti.

 

Maggioranza di risposte C

Il perfetto resiliente. La tua capacità di risolvere i grandi traumi del tuo piccolo mondo è più che performante. Un consiglio: apri subito un corso a pagamento con tassa d’iscrizione al di sopra dei seimila perché è il momento perfetto per sfruttare i poveretti che anelano ad utilizzare la parola Resilienza più di tre volte al giorno, anche a cazzo.

CIBO IMMAGINARIO

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Sempre più persone scelgono di rinunciare a comprare cibi che, fino a poco tempo fa, erano commestibili ed ora non lo sono più.

Così ho deciso: registrerò una nuova start-up: sono pronta a brevettare il cibo immaginario.

Dopo il grande successo dell’amico, anche il cibo immaginario consentirà di costruirci desideri su misura e permetterà a tutti quei fortunati consumatori che potranno permetterselo, di nutrire il proprio organismo semplicemente pensando di farlo, senza correre i rischi del povero popolo ignorante, costretto al consumo industriale.

Il nostro target potrà inoltre godere dell’invidiabile plus di servirsi di un prodotto davvero d’elité, innovativo ed effettivamente dimagrante, non come le polveri che vendono in quei negozi gestiti dai palestrati con gli occhi piccoli.

E neanche come certe diete contrarie al buonumore.

Il cibo immaginario potrà essere assimilato attraverso una semplice app che fornirà all’utente idee, suggestioni, still-life e videomapping e miraggi di piatti macrobiotici, frutta esotica introvabile, germogli di ogni genere, vini naturali o presunti tali, latte d’asina e junk-food libidinoso, per i palati che vorranno regalarsi tutto ciò che desiderano senza le incombenze intestinali e nutrizionali.

Tuttavia le porzioni immaginarie proposte saranno indiscutibilmente più abbondanti dei piatti proposti nei ristoranti stellati.

Tutto il cibo immaginario verrà proposto in un catalogo patinato ma sul web e i piatti scelti verranno confezionati in linee di packaging disegnate dai giovani designer, appena diplomati nelle migliori accademie di moda, per non farci scappare il loro fresco entusiasmo prima che si accorgano di che grande inculata è il mondo del lavoro creativo se non sei gay e viceversa.

Il cibo immaginario potrà essere scelto ed ingerito attraverso connessione wify o fibra, unica componente realmente assimilata dall’utente assieme alle radiazioni.

Nessun grasso saturo, nessun carboidrato, assenti proteine, conservanti di ogni genere, aspartame, antibiotici, solforosa, glutine, antiossidanti e vitamine per il solo, puro piacere di distaccarsi, una volta per tutte, dal fastidioso vincolo della fame e della digestione; per non parlare poi della masticazione e della evacuazione che, da sempre, impediscono al cittadino urban-chic contemporaneo di allontanarsi dalla spregevole massa per accostarsi alla nuova, potente generazione che non vuole avere più volgari necessità fisiologiche, se non quella di farsi il selfie.

Se, da un lato, la mia start-up di cibo immaginario consentirà di sfamarci in modo più sano e di evitare il cibo industriale, dall’altro dovrà perfezionarsi in quell’ambito, ancora, purtroppo inarrivabile, che riguarda la capacità di ridimensionare il proprio ego a prescindere dal proprio status sociale.

Infatti, il target di riferimento del mio cibo immaginario (marchio registrato, voglio subito un codice a barre!) è senza dubbio un target alto, colto e consapevole della necessità di scegliere il meglio per non avvelenarsi ma purtroppo affetto dalla patologia del secolo: il morbo del radical chic.

Una malattia che, per certi aspetti, ha svariate caratteristiche associabili al cibo immaginario: di fatto, l’individuo malato di radical chic, proprio come il mio cibo virtuale, immagina proiezioni di sé stesso inesistenti ed estremamente accattivanti pur rimanendo, nella maggior parte dei casi, un soggetto reale privo di concreta sostanza.

Un coglione, insomma, che si sazia di tendenze immaginarie.

 

SUPPLICA AGLI IMMIGRATI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Stranieri (come disse qualcuno più grande di me), vi prego, non lasciateci soli con gli italiani.

Albanesi, nord-africani di tutte le coste, somali, moldavi, rumeni, ucraini: ascoltate la nostra preghiera nascosta, sottovoce per non farsi sentire dall’opinione pubblica di prima pagina.

Non lasciateci in balìa di certi nostri connazionali.

Non abbandonatici nelle mani di quelli che vanno a passeggiare al centro commerciale, di domenica, di quelli che vanno da McDonald per far tacere i figli, nelle grinfie di quelli che si sfasciano alle slot-machine ed in quelle dei malintenzionati che si gonfiano le labbra col botulino.

Stranieri, vi supplico: non fatevi convincere da questo nuovo razzismo di tendenza, da questo chiacchiericcio di moda nei condomini della provincia purulenta e dei quartieri-a-bene.

Non date retta ai giornali, ai tg, alle signore sull’autobus: in realtà, vi vogliamo tantissimo!

Perché l’alternativa di restarcene tra di noi, con la nostra poraccitudine, ci atterrisce.

La possibilità che le nostre frontiere non accolgano persone provenienti da altri paesi presuppone uno scenario orrendo: che, cioè, si resti tra di noi.

Tra di noi a stordirci di pasta, calcio e De Filippi; tra di noi a non masticare neanche più uno straccio consunto di inglese, francese o spagnolo, ma a spiccicare il nostro italianese dai congiuntivi estinti.

Tra di noi a farci rubare soldi e tempo dalla pubblica amministrazione e dall’esattoria, convinti che sia meglio farsi saccheggiare il futuro dai propri connazionali che, eventualmente, la borsetta da uno che, tra di voi, potrebbe essere criminale almeno quanto un quindicenne italiano.

Stranieri, vi scongiuriamo, non date retta ai giornalisti, ai ministri che si fidanzano con le vedettes, ai nostri genitori, storditi da vent’anni di politica in odore di mafia.

In verità, dentro ai nostri cervelli si nasconde un grido che desidera sollevarsi da una terra polverosa come poche e saltar fuori dalle nostre povere gole arrugginite: non lasciateci soli.

Proseguite il percorso tipico proprio del flusso migratorio, da sempre: un cammino insolente, inarrestabile, capillare e destinato, lode a Dio, allo straordinario epilogo della contaminazione.

Stranieri, vi scongiuriamo: contaminateci!

Non lasciateci qui, a riprodurci coi concorrenti dei quiz televisivi, con le blogger di cosmetici, con gli imprenditori che guidano le Ferrari arancioni e vi scendono indossando mocassini blue elettrici con le nappine, blazer giallo limone e jeans skinny coi risvoltini.

Prostitute nigeriane, salvateci dai risvoltini con la vostra dignità, infinitamente più ampia dei vostri clienti.

Indiani, filippini, amici boliviani, stateci vicini, non andatevene!

Restate con noi a qualunque costo, restate con noi anche senza permesso di soggiorno ma non abbandonateci.

Non togliete i vostri figli dalle scuole, lasciando i nostri bambini a rimbecillirsi, chiusi nel piccolo recinto della loro città: fate respirare loro il profumo di terre lontane che insegnano più dell’ora di matematica.

Va bene anche la puzza di quelle terre perché offrono molto più di un centro estivo.

Stranieri, vi prego, restate.

Non lasciateci soli coi nostri connazionali che leggono libri di cucina ma comprano surgelati, che salgono sul tram senza biglietto ma cambiano il guardaroba ad ogni stagione, che prenotano la vacanza dall’altra parte del mondo ma restano dentro al villaggio turistico.

Stranieri, nel caso vi accorgeste di che paese puzzone è il nostro, vi prego, portateci con voi.

Se non volete tornare laggiù, nel vostro paese, dove i problemi sono realmente problemi, troveremo un altro posto dove andare.

Un paese, forse, meno bello di questo, dove però non incontreremo gente che porta a spasso i cani nei passeggini, un paese dove non ascoltano i nuovi rapper, un paese in cui l’immigrazione è un valore aggiunto, non il capro espiatorio di un male locale, collezionato nei secoli.

 

 

PS/NB: La frase “Stranieri, vi prego, non lasciateci soli con gli italiani”, non è mia ma è una delle citazioni più belle che si possano fare e l’autore è un famoso anonimo. 

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GREEN VIRUS

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Occorre essere più green nella vita, non credete?

Personalmente sento la pressione della società.

Sento la società che mi spinge la schiena.

Sento le voci e mi dicono che devo essere più green.

Sento di non esserlo ancora abbastanza.

Sono verde d’invidia, di rabbia ed in banca ma non sono adeguatamente green di status.

Più uno pensa di essere arrivato a sfiorare le altezze della biodinamica, più ti rimettono subito al tuo posto, ti fanno restar umile perché non fai il risveglio muscolare, i sette tibetani, perché non essicchi le verdure, non cuoci al vapore, non bevi vino macerato, non fai il corso di permacultura, i bagni di Gong, la meditazione anfrant.

Essere green, oggi, è un’esigenza che non si può disattendere perché ci sono troppe cose in ballo: il pianeta, il nostro futuro, il nostro respiro, i nostri figli, la comunicazione, la moda ed i soldi.

Anche i soldi son verdi, infatti.

Ecco perché se sei green, vendi.

Lo stile green è uno stile che puoi ancora costruirti perbene e, se vuoi far business, ti conviene buttartici subito con dedizione, nella costruzione del tuo status green, perché è un’operazione delicata quanto fruttuosa, sotto tanti aspetti.

Io, nel green cerco di starci dentro fino alle orecchie, mi devi credere.

Mangio solo biologico certificato, compro solo detersivo sfuso, ricarico le pile della mia torcia con un micro-pannello solare, faccio tessere le mie mutande in cotone idrofilo dalle signore del paese, bevo estratto di germogli e leggo saggi di maestri orientali perché tutto di me, dalla testa ai piedi, sia fottutamente green.

Ho comprato un’azienda agricola perché mi danno il premio di insediamento e allora io, m’insedio volentieri, a quel punto.

Non ho mai fatto agricoltura ma qualcuno da piazzare in azienda, in stalla, in caseificio mentre io sono all’aperitivo o su twitter lo troverò, figurati: adesso che poi va di moda il uufing.

Mi sono iscritta a settecento associazioni: uniti per il verde, campagna vicina, pastori riuniti, viticultori divergenti, apicultori esauriti, trattoristi italiani, trattoristi italiani senza patente, unione erba medica, vivi il biologico, muori tassato.

Ho messo a mio marito la giacca di flanella con le toppe sui gomiti che fa tanto intellettuale green.

Ho comprato il vestito a fiori, l’auto elettrica, i bidoni personalizzati per la raccolta differenziata, il disco folk, le certificazioni, l’attrezzatura a norma, i locali con altezze da chiesa gotica, le forchette biodegradabili; ho comprato amici, fornitori ed i servizi sanitari nazionali, ho neutralizzato i parassiti ed i vicini di casa quando erano entità diverse e quando univano le due mansioni.

Sono andata a tutte le degustazioni mandate dal Signore in terra: sono andata ai dibattiti su come uscire dalla crisi e ai corsi su come fare rete con le altre aziende, su come incentivare i raccolti, su dove comprare i pesticidi di notte e a quelli su come ottimizzare l’aspetto green di ogni fottuta cosa che mi circonda grazie al packaging, alla comunicazione, alla rete, al partito.

Sono andata alle fiere di tutto il mondo, le fiere sul green, le fiere allestite in quei giganti di cemento fuori città, riscaldati da centrali atomiche, piene di parcheggi non sorvegliati ma tutto il resto si che è sorvegliato.

Ho fatto tutto questo e molto altro ancora, per meritarmi i fondi europei.

Ho preso i fondi europei.

Ho comprato una mietitrebbiatrice.

Mi fa paura solo accenderla ma ora posso dire di essere green.

Forse sono un’invasata del green ma sono invasata a norma.

Posso fare qualsiasi cosa.

Sono il Dio Green: sono meglio del re Lucertola, sono appena meno di Gesù ma ancora molto sotto alla Bayer-Monsanto.

Migliorerò.