AUTOLAVAGGIO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ogni giorno cambio le mutande e gli altri indumenti, mi lavo e cerco di rendermi esteticamente dignitosa.

Lo faccio con cura mentre tutto il resto, dentro di me va a puttane.

Proprio come gli abiti dopo una passeggiata nel fango, proprio come il mio corpo dopo quattr’ore di bici nei boschi, anche la mia psiche s’insozza.

E questo è il momento storico in cui le polveri sottili, quelle specifiche per il sistema psicologico e per quello nervoso, spadroneggiano e lasciano, dentro di me ciò che lascerebbero in casa, trenta bambini di sette anni dopo una festa di compleanno senza pagliaccio e coi genitori fuori a fumare.

Tutte queste privazioni, tutti questi luoghi della cultura che falliscono, tutti questi amici che rimpiangono solo la pizza fuori con altri amici che rimpiangono di non poter andare allo stadio, tutti questi vecchi e nuovi ministri, tutti questi che esprimono pareri, che vogliono governare ma non studiare, tutte queste adolescenti coi pantaloni a vita altissima che non si segano mai a metà, in due parti uguali, perfette, ricadendo a terra come stracci, con le loro sneaker bianche con la suola di venti centimetri.

Tutta questa gente che usa whatsapp come fosse carta igienica gratuita, tutti questi giorni aspettando un futuro, dicendosi, “Appena riaprono ci vediamo e facciamo”.

Tutto questo attendere disposizioni, tutte queste bollette, questo cibo usato per placarsi e questi cantanti che rappano parole più schifose del cibo che usiamo per placarci.

Tutto questo inzacchera la mia psiche e l’unico modo per lavarmela è il turpiloquio.

Il turpiloquio in auto.

Si tratta di un semplice antidoto che potete usare tutti, senza vergogna, anche se non siete del Sud o veneti.

Personalmente, ho scoperto le qualità benefiche dell’insulto contro gente sconosciuta, in macchina, nella mia città, Roma.

La mia gente insulta i conducenti da sempre ma senza rancore, col solo scopo di sfogare il proprio stress, di fatti, alla domanda “Dove sei?”, spesso noi romani rispondiamo, “Sto a smadonnà nel traffico”.

Oggi questa pratica torna utilissima per purificare la psiche, come una sorta di potentissima pratica meditativa che non obbliga a fermarsi ma anzi, ad accelerare.

Una pratica che non richiede l’uso di quei tappetini fatti col tessuto dei panni per asciugare i piatti, una pratica che non costringe a prendersi del tempo per sé stessi, tempo in cui accorgersi di come ci si è ridotti lì, con le gambe annodate, di fronte al video di uno col turbante.

Tutti dovrebbero liberare quel mostro nascosto fra le viscere che ha bisogno di uscire e di purificare l’Io più profondo attraverso un “Mortacci tua” detto ad uno sconosciuto che si affianca al semaforo e che serve come tramite per raggiungere le altezze di una pulizia necessaria a sopportare questo tempo buio, questo nuovo Medioevo che non ha lo stesso tasso di dedizione allo studio del vecchio Medioevo, che non ha gli stessi bellissimi abiti, le stesse feste incredibili, gli stessi banchetti coi quei cibi speziati che morivi giovane sputando fuoco ma qui si resta vivi sputando bile.

Tanto vale sputarla in auto, contro un tizio che ci ha superati male e che manco ci vede.

Ogni giorno cambio le mutande e gli altri indumenti, mi lavo e cerco di rendermi esteticamente dignitosa, poi salgo in auto, anche se non ho niente da fare.

E vado a lavarmi l’anima.

Non vedo l’ora di incontrarvi.

L’APPETITO DELLE PLATEE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Mi sono esibita dinanzi a grandi platee.

Di gente che aspettava, in fila, per acquistare arancini e panelle.

Come si fa a competere col banco del fritto, se te lo piazzano di fronte al palco?

Se non fosse stato per il contratto firmato, sarei scesa anch’io perché comunque, a certe cose fritte come si fa a resistere?

Invece, a causa di queste carte stracce fiscali, son dovuta star lì coi miei monologhi, coi miei soliloqui.

Lo dicono anche i poeti ed i cantanti famosi: si sta soli, anche in mezzo a tanta gente.

Io però sono stata in mezzo a tanta gente che puzzava di fritto, facendomi salivare come un cane di Pavlov.

Vi son state sere durante le quali, seppur amplificata come fossi allo stadio, non sono riuscita ad impormi su certi giovani padri che si gridavano, appunto, roba da stadio, da un lato all’altro della piazza.

Io: “Il complesso rapporto fra i miei genitori mi causa ancora diversi scompensi e fobie”.

Loro: ”Hai capito che vi abbiamo sfondato?!”

Cosa avreste fatto al mio posto?

Come avreste reagito, nel caso vi foste trovati per contratto, a gridare per poter lavorare, cose tipo, “Silenzio, signori, per favore!”, cosa avreste fatto per tutelarvi?

Verrebbe voglia di tirare cose, ad un certo punto.

Sedie, bottigliette d’acqua piene di sassi, lattine di Coca contro il banco delle arancine (o degli arancini, fanculo a chi litiga per queste puttanate mentre il Governo gli mangia la vita!).

Verrebbe voglia di tirar cose pesanti contro il pubblico che aspetta, in fila, alla cassa ma non per comprare il biglietto dello spettacolo che invece viene censurato dai succhi gastrici.

In queste circostanze, verrebbe voglia di scendere dal palco e andarsene alla casa o di piangere o di inveire contro la giunta che ha organizzato un evento, senza essersi prima preoccupata di scolarizzare i cittadini o quantomeno di spostare un po’ più avanti il banco di panelle (o panelli, fanculo a chi litiga per queste puttanate mentre il Governo gli mangia la vita!).

Non essendo legale tirar cose, a me venne l’idea di aggiungere ai monologhi, le parolacce.

Non ci avevo mai pensato prima di quella notte, quando provai a gridare al microfono, “E comunque mi fate schifo tutti al cazzo”.

Si creò subito, un miracoloso silenzio e tutti iniziarono ad ascoltare attenti, anche i più improbabili spettatori.

Dev’essere che le parolacce siano la naturale evoluzione delle formule magiche per gli incantesimi.

Da quel giorno ho deciso di aggiungerle a tutti i monologhi ma se non dovesse più bastare, da quella sera ho capito che dovrò rendermi disponibile anche a sodomizzare la gente, con quei fottuti arancini (o arancine, fanculo a chi litiga per queste puttanate mentre il Governo gli mangia la vita!), perché comunque, ci tengo ad essere ascoltata mentre sto lavorando e non voglio che l’appetito rovini la cattiva digestione che voglio provocare coi miei monologhi.

NON BASTASSE IL RESTO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Abbiate pietà di noi.

Possiamo sopravvivere quasi a tutto ma in questo tempo di grande prova non infliggeteci anche Sanremo.

Non fate in modo che là fuori dicano che siamo fatti di questo, che quello è l’unico modo che abbiamo di far spettacolo.

Tirateci siringhe con soluzione fisiologica, rovesciateci olio bollente dal terrazzo, quando parcheggiamo la macchina sotto casa, impazienti di accoccolarci sul divano, parlate male di noi ai nostri partner, rubateci l’account, dateci cibo velenoso per farci diventare il fegato grosso come una cassaforte e morire come gli americani, seccateci i capelli con le polveri sottili, diminuite il limite di velocità sulle provinciali ma non fate Sanremo.

Non fate che si dica che la musica dal vivo sia tutta lì, non fate credere che ci si vesta tutti come quelli lì, non dateci Sanremo.

Non vedete come siamo stanchi?

Non vedete che ci prendiamo le gocce per l’ansia, che respiriamo male, che spendiamo troppo, che compriamo dolci, videogiochi, libri sul gruppo sanguigno che non leggeremo mai?

Non vedete che non riusciamo più ad arrivare alle undici di sera con le palpebre, che non sappiamo più ballare, abbracciare, non vedete com’è debole la nostra psiche?

Davvero volete finirci così?

Davvero la fine del popolo italiano sarà questa?

Ve lo chiediamo per il bene di tutti, non fate Sanremo.

Piangeranno tutti i teatri d’Italia e, se funzionano davvero le vibrazioni negative come dicono gli yogi, cosa pensate che succederà all’Ariston e ai figuranti parenti, pagati per fare il pubblico?

Prendete a scarpate i nostri bambini, rigateci la moto, metteteci in lista d’attesa per sei mesi per fare un’ecografia, misurateci la febbre con le vostre pistole, mandate in onda qualche fiction italiana ma, vi preghiamo, non fate Sanremo.

Quest’anno non riusciremmo a sopportarlo, il nostro sistema immunitario non si riprenderebbe più.

Fatevi un esame di coscienza, non potete spremerci così, non riusciremmo a sopravvivere restando buoni, diventeremmo brutte persone: davvero volete questo?

No, siamo certi che non lo volete, ci tenete alla nostra salute, non è vero?

E allora come fate a pensare di organizzare Sanremo?

FACCIAMO CHE IO ERO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

– Giochiamo che io ero nata negli anni 2000 ma non ascoltavo musica di merda?

– No, facciamo che andavamo in rete oppure, ancora meglio, in edicola e c’erano giornali dignitosi e quotidiani seri!

– No, ci abbiamo giocato l’altra volta e siamo finiti a litigare. Facciamo che avevamo trentacinque anni e una laurea ma riuscivamo a vivere in Italia senza dormire in sei in una stanza o peggio, a casa dei genitori!

– Mmmm….troppo difficile. Perché non giochiamo al gioco dei colori? Io ero giallo, tu rosso ma entrambi non potevamo uscire di casa per andare al museo o dagli amici e potevamo vivere solo su amazon e andare a messa o al centro commerciale.

– Mmmm…no, io non gioco più.

CHE ANNO DI MERDA

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Tutti a parlar male del 2020.

Sono molto dispiaciuta: è comunque un anno vissuto e merita di essere rispettato.

Quindi, per andare contro corrente mi sono appuntata sul mio taccuino ad anelli, dodici bei momenti vissuti in questo 2020, in modo da dimostrare che, se uno si volesse fermare un secondo a riflettere, si renderebbe conto che la massa sviluppa spesso visioni e comportamenti esagerati.

Gennaio: ho aperto il nuovo anno buttandomi in mare, in pieno inverno, assieme a centinaia di anziani liguri, sperimentando il cosiddetto “cimento”, una consuetudine per cui, il primo giorno dell’anno ci si ritrova tutti in spiaggia, in costume, flaccidi d’inverno e, al suono di un volgare fischietto da arbitro, ci si lancia in acqua verso una grossa boa allestita a largo, a cui son state legate alla buona, diverse bottiglie di prosecco di infima qualità, posto che ne esista di buona.

Si starnazza nell’acqua a due gradi e si finge di esser felici perché tutti guardano.

Febbraio: sono andata in Messico, da sola, per quindici, indimenticabili giorni.

Poco prima di partire sono stata investita da cinquemila paranoie di altrettanti amici e parenti che evidentemente stavano rosicando: secondo loro, mi avrebbero drogata, stuprata e poi mi avrebbero mozzato la testa, questo era il programma.

Avrei speso tanto, mangiato male, incontrato rettili letali e sarebbe anche scoppiata una pandemia.

Per fortuna non è successo quasi nulla di tutto ciò anche se, effettivamente non ho mangiato benissimo.

Marzo: ho avuto la fortuna di trascorrere il lockdown al mare, nella mia piccola casa in Liguria, da sola, con grandi quantità di alcool ed un tempo realmente merdoso che non metteva voglia di far niente di festaiolo che tanto sarebbe stato proibito.

Aprile: per sfuggire alla noia ho instituito delle dirette su Instagram, connettendomi dal cesso di casa mia, non avendo altre zone rispettabili a disposizione.

Ho dato a questo ciclo di dirette l’infelice titolo di Saturday Night Fever.

Maggio: rientrata al mio domicilio, abbiamo trovato un cucciolo di capriolo femmina, orfana e denutrita e l’abbiamo curata, prima di affidarla ad un centro specializzato. Noa, così è stata chiamata, è qualcosa che si avvicina al concetto di amore cosmico e si è perfettamente adattata a convivere con cane e gatti. L’unico problema è che ha iniziato a grandinare per casa, immense piogge di dure palline nere. L’amore vuole sacrificio ma a noi sarebbe dispiaciuto farne e quindi l’abbiamo graziata e l’abbiamo portata nel centro specializzato.

Giugno: ho girato l’Italia in un momento in cui tutti lo sconsigliavano, per registrare un programma tv, con un team di produzione composto da quindici persone sotto ai 40 anni, simpaticissimi.

Erano anni che non stavo così a contatto coi giovani.

Abbiamo dormito in posti dove non dormirei neanche dovendo scontare lavori socialmente utili, ci siamo svegliati alle 5:30 del mattino ed abbiamo finito di lavorare, a volte molto tardi per andare a dormire tutti sporchi e sudati.

E’ stato bellissimo rivedere il risultato ed accorgersi che alla tv si vede solo il 4% di ciò che accade davvero.

Luglio: mi sono riposata. Ho avuto solo tre date del tour ed era parecchio che non avevo un Luglio così libero, un mese in cui normalmente avrei avuto almeno venti tappe del tour! La felicità di non lavorare è stata senz’altro sintomo di grande incoscienza ma mi sentivo davvero al settimo cielo!

Mica immaginavo che il mio settore professionale sarebbe stato raso al suolo, di lì a poco.

Agosto: non paga del riposo, sono andata anche in vacanza.

Sono arrivata sull’Etna con la mia mountain-bike e ho fatto uno splendido tour di due giorni in fuori strada.

A fine tour mi sono ritrovata con gli stessi polpacci che immagino abbia Al Cogan, le narici nere di fuliggine come i camini di Mary Poppins e le natiche paralizzate perché i famosi pantaloncini imbottiti dei ciclisti non sono solo ridicoli ma anche roba che può letteralmente salvarti il culo.

Settembre: ho iniziato a scrivere il manoscritto di quello che dovrebbe essere uno dei prossimi libri. Parla di viaggi. Praticamente è un libro di fantascienza.

Ottobre: ho fatto la Via del Sale. Si tratta di un sentiero escursionistico dell’Appennino settentrionale che parte dalla provincia di Pavia ed arriva fino al mare, in Liguria ma io non ci sono mai arrivata perché nessuno mi aveva detto che le scarpe da trekking bisogna comprarle di un numero in più del proprio e comunque vanno usate un bel po’ prima di affrontare ottanta chilometri a piedi.

Così sono scesa dal famoso Monte Antola, scalza e con le lacrime agli occhi e mi son ripromessa di bruciare più combustibili fossili e affanculo Greta e il trekking.

Novembre: per il mio compleanno mi sono ubriacata con uno dei miei vini preferiti, il Terza Via di De Bartoli. Basterebbe ciò, invece l’ho fatto al mare, in compagnia dei miei amici ottantenni liguri, quelli del Cimento, che sono ancora tutti vivi e questo per me è il miglior tampone che si possa fare.

Dicembre: ha nevicato come non nevicava da anni e ho riscoperto le gioie infinite del bob.

L’ultima volta lo avevo usato a nove anni e mi si erano rotte le maniglie gialle, quelle con cui si frena: mi erano rimaste in mano entrambe e mi ero schiantata a tutta velocità contro il muro del retro dell’albergo e mia madre mia aveva anche picchiata quasi a morte, come usava fare ogni volta che le facevo prendere un brutto spavento. In questo Dicembre, invece, a quasi quarant’anni, non ho mai avuto problemi e sono andata giù in picchiata come un falco e mia madre non ha potuto far nulla perché abitiamo in regioni diverse.

Quindi, in fondo, questo è stato un bell’anno.

NATALE ONESTO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Caro Babbo Natale,

visto che quest’anno non potrai muoverti perché gli anziani sono categoria a rischio, vorrei cogliere l’occasione per chiederti finalmente un dono immateriale.

Da sempre, a Natale vengo sopraffatta dall’avidità ma siccome il bollitore da cinquecento cavalli che ho chiesto l’anno scorso si è già scassato, stavolta voglio tentare con doni emozionali.

Perciò mi piacerebbe tanto ricevere in dono un incantesimo o un miracolo per cui io possa svegliarmi il giorno di Natale e trovare, fra i miei colleghi ed i miei amici almeno tre persone in grado di avere il coraggio di dire chiaramente se qualcosa o qualcuno faccia loro cacare, di fronte al muso del diretto interessato, fossi anch’io.

Mi piacerebbe tantissimo, Babbo del mio cuore. 

Sarebbero belli gli amici, visti in questa nuova veste: coraggiosi ed immuni da quella strana patologia, tipica della nostra epoca che impedisce alle persone di lasciare un feedback negativo dal vivo o al diretto interessato anziché scriverlo su qualche portale o dirlo a terzi, in gran segreto, specificando “Mi raccomando, lo sai solo tu”.

Quando si poteva andare in giro, sentivo solo “Tutto squisito, ottimo lavoro”, “Non è il mio genere ma lo trovo bello”, “Ti trovo in forma”, “Sei dimagrito”, “Ti seguo”, “Parli bene l’inglese”.

Vorrei amici liberi dal virus “Siamo stati benissimo”.

Tutto qui.

Mi piacerebbe, la notte della Vigilia trovarmi in rubrica qualcuno senza il vizio delle recensioni usate come ghigliottine contro i ristoranti bazzicati, mi piacerebbe pranzare il giorno di Natale con qualcuno che mi faccia ascoltare cose tipo, “Ma sul serio vuole vendermi questo pane come fatto da voi, col lievito madre?”, “Sinceramente, non siamo stati bene: i camerieri non sono preparati, le materie prime sembrano comprate al supermercato ed i vostri vini non sono potabili ma rispettiamo il vostro lavoro e addio per sempre”.

Mi rendo conto che sia un regalo che abbia del miracoloso perché non è così banale ammettere che non possa esser tutto sempre perfetto e che non sia possibile star sempre benissimo altrimenti non saremmo tutti così annoiati, perché si vede che siamo annoiati anche se saltelliamo su noi stessi come degli esaltati, di fronte a qualsiasi esperienza.

Allora, questo Natale desidero levarmi di dosso questo entusiasmo finto, da yogi con la villa, da guru del trend e rimediare, se non ti è troppo d’affanno, tra qualche vecchio contatto fra i miei, senza andare a cercarlo chissà dove, qualcuno che non si vergogni di dire cose gagliarde tipo, “Non siamo stati bene manco per un cazzo, in casa vostra c’è puzza di muffa, di piedi, di gatti in lettiera, tuo marito è un pederasta, lo sanno tutti,  il tuo nuovo disco è comparabile alla carta da sedere solo che quella non graffia mentre il tuo vinile, si. Di fatti, sappiamo che lo hai pubblicato grazie a giuste amicizie”.

E ancora, Babbo, amerei sentir dire dagli amici che ti chiedo in dono, cose belle come, “Non sei in grado di approcciarti al sesso, tenta coi videogiochi, cucini come Caronte, ti trovo male, affranto, stanco, invecchiato, più povero del solito. Stasera, quando rientrerai a casa, non dimenticarti di bruciare questo vestito che ti dona come la rogna. Non credo che torneremo a trovarvi, ci avete fatto due coglioni così con la steineriana dei vostri figli: è stata una serata veramente del cazzo, ora capisco perché non vi abbiamo mai frequentati.”.

Vorrei sentire spesso frasi del genere che brillano di vera luce propria.

Certo non vorrei che le dicessero a me ma se deve andar così, se è giusto che accada, sarò pronta.

Vorrei soltanto questo dono, caro Babbo: vorrei un Natale di onestà degenerata.

Spero non costi troppo.

L’URINA COME PARAMETRO DI COERENZA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non posso credere di essere rimasta sola.

Non posso credere che a questo mondo non esista nessun altro che faccia pipì in piscina.

Neanche un goccino, per dire.

Manco più un ragazzino che non abbia voglia di uscire dall’acqua per andare in bagno e che si lasci rapire da quel brivido proibito, vissuto in solitaria.

Niente, è tutto così socialmente rispettoso che non mi sento più rappresentata da questa epoca.

Inoltre il liquido colorato non esiste, lo sanno tutti.

Tutti temono il liquido colorato eppure sanno che sia leggenda.

Sarebbe così facile.

Non è possibile che siano tutti così civili.

Non si direbbe.

C’è poi molta ipocrisia.

Al mare, ad esempio è prassi pisciare in acqua.

Il mare è pieno di urina.

L’acqua copre il 71 per cento della superficie della Terra, di cui il 97,5 per cento è salata ed occupa un volume enorme: un miliardo e mezzo di meravigliosi chilometri cubi che, se riuscissimo a filtrare per separarli dalle molecole di urina sarebbero ancora più invitanti ma anche molti, molti di meno.

Eppure facciamo finta di essere educati, perbene, gente che entra dentro ai bacini d’acqua quasi in punta di piedi, con la cuffia e la crema ipoallergenica.

Ma se piglio a campione questo aspetto mi tocca realizzare, ancora una volta, che la percentuale di gente bugiarda, ipocrita o semplicemente noiosa superi quella dell’acqua salata (mescolata all’urina) presente sul pianeta Terra e che questa percentuale sia composta da una categoria omogenea e ben compatta che pensa allo stesso modo: che, ad esempio non esistano bambini brutti o antipatici, come se i bambini non fossero persone identificabili anche con questi attributi, mi spiego?

Quella categoria di persone che pensa che non esistano mamme cattive, come se le mamme non fossero persone identificabili anche con questi attributi.

La categoria di gente da sbugiardare, composta da persone che giurano di non aver mai introdotto falangi nel naso, neanche in un attimo di distrazione, durante un lungo viaggio in auto; gente che giurerebbe anche di fronte alla minaccia di esaminare sotto al sedile dell’auto con una torcia, gente che negherebbe anche dopo aver trovato sotto a quel sedile, la stessa struttura conformativa delle Grotte di Castellana.

Persone che giurano sui propri familiari di non aver mai guardato i programmi della De Filippi che però ha indici di ascolto impressionanti ed allora chi ne guarda, Gesù? Dimmelo affinché possa sbugiardare.

Persone che fingono di fare la raccolta differenziata quando hanno ospiti in casa e poi fanno il giro del quartiere, di notte, cercando di infilare il sacco nero nel bidoncino al parco.

Persone che si professano vegane e poi vanno al McDrive col passamontagna e la macchina della madre, a comprarsi il cheeseburger.

La categoria di persone che dichiarano di amare il proprio coniuge mentre si tengono stretto in tasca il proprio cellulare.

E poi ci sono io che spero sempre di incontrare questa gente quando vado in piscina. 

IL CODICE STRADALE CONTRO GARIBALDI

BESTIARIO DI VIAGGIO, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Anche a causa delle mie origini liguri amo comprare cose usate, non con l’intento di risparmiare ma per la bramosia di pagarle meno.

Da quando ho ricordi, spreco una buona fetta di vita nei mercatini dell’usato, appresso ad oggettistica inutile, ad abiti che non metterò mai o che, ancor peggio indosserò per mettere alla prova il mio menefreghismo, tipo le giacche in lamé con le spalline anni ottanta alla Jem o qualsiasi indumento abbia paillettes oppure appresso a mobili orientali rosicchiati ma costosi perché considerati antichi proprio grazie ai buchi fatti dai morsi dei ratti.

Convinta di spender meno e pensando che il carburante non sia un costo effettivo, sono sempre pronta a macinare chilometri per trovarmi davanti ad un ferro vecchio da contrattare con qualcuno che ha sempre capacità di fregare il prossimo più grandi delle mie.

Così oggi mi sono messa in macchina e ho percorso seicento chilometri per andare a ritirare una vecchia poltrona da ufficio a soli cinquanta euro ad Alessandria.

Ho passato diverse settimane rovistando sui negozi online specializzati in poltrone ma ho trovato solo troni da venditori di prostituzione d’alto bordo oppure sedili simili a quelli da rally ma pieni di pulsantiere per la gente che si sfascia di videogames; a quel punto mi sono rivolta al contenitore di tutti i miei piaceri: il mercatino dell’usato online, quel bellissimo luogo virtuale dove la gente pubblica foto di oggetti che non usa più e li vende a prezzi vantaggiosi rispetto ai negozi normali e persino a quei luoghi offensivi che sono gli outlet, dove vengono vendute le felpe coi loghi di due stagioni prima.

La poltrona per la quale ho consumato tutti quei chilometri non aveva ovviamente nulla di speciale, a parte lo schienale completamente screpolato ed il fatto che sia stata messa in vendita ad Alessandria offrendomi così l’occasione di conoscere certa, ostile provincia piemontese.

Non che il Piemonte sia tutto ostile ma qualsiasi romano si trovi al volante in Piemonte troverà, per forza di cose, pura malevolenza, sia negli occhi degli automobilisti che in un codice stradale da dover improvvisamente rispettare, forse per la prima volta nella vita.

La poltrona è stata usata dalla direttrice di un grande negozio multimarca di abbigliamento per poi essere stata rimpiazzata ed abbandonata nell’androne dell’ufficio amministrativo, in mezzo agli scatoloni con la merce fallata.

A farne guardia c’è il portiere che risponde anche ai messaggi che si possono inviare sull’annuncio ed è lui che mi ha detto “Gliela metto da parte”.

Per una persona ansiosa, poche cose riescono ad essere fastidiose come il sentirsi dire da qualcuno “glielo metto da parte”.

Viene subito angoscia a realizzare che ci sia un oggetto che mi sta aspettando, che è mio per priorità ma non del tutto perché può sempre succedere qualcosa, un imprevisto, che so, qualcuno che se lo porti via prima di me, in maniera clandestina, mentre questo sia ancora in attesa di me.

Per quanto riguarda questa poltrona però non c’è proprio nulla da temere: è talmente consunta che non se la incula nessuno da settimane ma questo fatto che me l’abbiano messa da parte preme sul mio cuore col suo peso, tipico dell’impegno che incombe.

Attraversare Alessandria ti dà la possibilità di sentirti fortunato solo per il fatto di non doverci vivere.

Tale sensazione non si prova solo ad Alessandria ma in parecchie zone del mondo: esistono luoghi dove ti ritrovi felice nel realizzare semplicemente che sei solo di passaggio: non si tratta di posti squisitamente brutti ma anche squallidi, troppo freddi, troppo caldi, mal costruiti, con leggi troppo restrittive, dove si mangia di merda o comandano ancora gli uomini.

Alessandria, come tutte le città civili gode della collaborazione degli abitanti nel controllo del rispetto del codice stradale.

Qui non esiste quella morbida noncuranza del Sud nei confronti di chi è al volante e neanche quell’affettuoso feeling che si crea fra chi ha parcheggiato in terza fila e chi assiste dalla sedia di un bar, a quel tentativo eroico di trovar posto nella kasbah.

Ad Alessandria, questa mattina ci passo solo per affari, per portarmi via la poltrona del capo e tornarmene a casa quindi mi basterà trovare un angolo dove appoggiarmi con l’auto, cinque minuti.

Entro nel centro storico tutta contenta che ci sia il permesso di poterlo fare e percorro le piccole vie lastricate del centro, popolate da gente che raccatta la cacca dei cani col sacchettino fucsia ed il filo di perle al collo.

L’ufficio che conserva la mia poltrona è in una via a senso unico, costellata di bar che hanno pagato il suolo pubblico per avere la piazzola all’aperto coi tavolini.

Il bar proprio accanto al portone di mio interesse è pieno di gente, tutta con la mascherina chirurgica appoggiata sotto al mento, tutta distante ma vicina, tutta del posto.

Di fronte al bar, due signore coi loro fili di perle stanno entrando dentro ad un portone ma quando mi vedono passare, si fermano.

Di fronte a loro, proprio affianco al bar e davanti all’androne dov’è conservata la mia poltrona, c’è un signore con un povero cane a guinzaglio, di Alessandria anche lui e che sembra sedato.

Si ferma anche lui e mi guarda sbigottito.

Il patio esterno del bar occupa metà della carreggiata e non è colpa mia se sulla via non esistono parcheggi.

C’è poi il peso specifico della poltrona che non è proprio un oggetto soffice da caricarsi sulla schiena.

Queste ed altre motivazioni mi scagionano da subito ma io manco ci penso a queste cose perché già sto accostando, con le doppie frecce, proprio di fronte al bar, bloccando il passaggio sulla via alle altre auto ma sarà solo per cinque minuti.

Tutti mi guardano, non capiscono cosa stia facendo, non vogliono crederci.

Ho ancora il motore acceso, la cintura inserita e la radio accesa ma loro mi sono già addosso.

Le signore coi fili di perle smettono di girare la chiave nella toppa del loro portone e si avvicinano al finestrino del passeggero come dei morti viventi, pronti a mangiarmi l’intestino, soltanto con le ballerine e la borsa Furla.

Anche il tizio col cane si avvicina, appiccica il naso al mio finestrino ed inizia a parlare ma non capisco cosa dica perché c’è il vetro fra di noi e per fortuna anche la musica alta e la mascherina che lui muove insieme alla mandibola, inabile a capire che non possa sentire un cazzo di ciò che mi sta dicendo.

Dal bar, intanto alcuni anziani si alzano dalle sedie ed iniziano a gridarmi appresso, sono circondata.

Resto sette minuti in macchina sperando che la folla inferocita si dilegui ma niente.

Tutte le attività della via sono congelate dal momento in cui ho accostato in zona sosta vietata.

Bussano sui finestrini e gridano cose tipo “Qui non può stare, signora”.

E’ terribile.

Terribile anche non poter dir loro “Fatevi i cazzacci vostri”.

Quando il linciaggio è alle porte esce il portiere dall’ufficio; è un uomo basso, con naso dalle narici enormi ed un braccialetto d’oro al polso: è senz’altro del Sud, sono salva!

Mi saluta facendomi capire con gli occhi che devo rimanere calma, dopodiché blocca la porta scorrevole con un faldone e trascina fuori la poltrona facendo vibrare le rotelle sul lastricato piemontese, ostile anche lui.

Quando il portiere è abbastanza vicino e so di non dover più temere, do uno strattone alla portiera ed esco dalla macchina, spostando i passanti ancora attaccati alla carrozzeria e facendomi largo fra la gente, sino alla poltrona.

L’uomo misericordioso mi fa accomodare sulla poltrona, in mezzo alla strada, come se nulla fosse e mi dice, con forte accento campano, “La provi, stia tranquilla, la provi bene”.

Ed io mi siedo e faccio anche qualche metro di lastricato con le rotelle, sfidando l’ira dei civilizzati che sussurrano che stiamo scherzando, che è una vergogna, che è roba da matti.

Il portiere mi aiuta a testare lo schienale, la poltrona mi pare un buon affare ma non perché sia in buono stato bensì perché la faccenda sta prendendo l’odore della conquista epica.

Mentre la bolgia infernale ci enuncia il codice della strada, noi carichiamo la poltrona in macchina e ci scambiamo due parole veloci sul perché siamo lì.

Chiudiamo il portabagagli e ci salutiamo in fretta ma di cuore, divisi dalla sommossa civica.

Rientro in macchina, abbasso le sicure e riaccendo la musica.

I maledetti passanti son lì che si stracciano le vesti mentre inserisco la retromarcia e mi allontano, interpretando il codice della strada, con Dio dalla mia parte che non fa arrivare nessuno dall’imbocco della via, con Dio che mi consente di sfuggire a quegli ausiliari per un giorno che digrignano i denti.

Li vedo sempre più piccoli che si sbracciano e si danno conforto reciproco, li vedo mentre diventano minuscoli punti sconvolti ed atterriti dal grande caos.

Una volta salva, in autostrada penso a Garibaldi.

Penso alla sua tenacia, ai suoi obiettivi, alla sua impresa leggendaria che però non tenne conto delle enormi differenze fra popoli che non erano pronti ad unirsi, differenze che oggi paghiamo ad un prezzo molto più alto del parchimetro.

SERPENTI

BESTIARIO DI VIAGGIO, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Voglio bene a tutti gli animali però i serpenti non devono rompermi i coglioni.

Vorrei che esistessero due mondi, solo per costringere i serpenti a starsene in quello dove non vivo io; vivrebbero bene, non mancherebbe loro nulla, avrebbero gli insetti da mangiare e tutto il resto.

Vivrebbero bene, assieme alla gente stronza che continua a dirmi: “Guarda che non devi avere paura perché loro hanno più paura di te”.

Ebbene, ci vivessero loro con le bisce.

Bisogna essere davvero ridotti male per non comprendere che non è che abbia paura dei serpenti per l’eventualità che possano mordermi perché sarei già morta di crepacuore, molto prima del morso, nel caso!

Il problema è la vista: capite?

La vista del loro corpo sinuoso, viscido, terribile.

Non posso vederli, neanche se sono in macchina.

Quando capita, dopo averne evitato uno, in modo attento ed apparentemente impassibile, inizio a frenare, fermo la macchina ad un paio di chilometri dal fattaccio ed inizio ad urlare con le lacrime agli occhi, come una posseduta.

Per fortuna, credo che nessuno mi abbia mai visto ma, nel caso, adesso sa perché ed è già una consolazione.

Più che una continua privazione, la mia vita è un perenne tentativo di convivere con questa fobia e sconfiggerla entro i quaranta.

Nel frattempo, mentre capisco come fare, da Maggio a Settembre non entro in un bosco nemmeno attraverso un libro o un documentario; i luoghi dove so che vivono bisce d’acqua semplicemente non li frequento e ciò mi costa molto studio poiché bisogna che mi documenti su quali siano tali luoghi e quindi devo aprire libri o cercare in rete, con il rischio che vi siano delle fotografie ed io, ripeto, se vedo una biscia muoio.

Non importa se sia stata fotografata da qualcuno.

Debbo ammettere che la Liguria mi abbia aiutata moltissimo, in tal senso.

I miei avi vengono da lì, da entrambi i fronti: la parte materna per origine, quella paterna per rifugio politico quindi sono molto legata ad essa e convinta che non abbia eguali; d’altro canto, la terra ligure è anche un posto con una discreta percentuale di serpenti, visto il clima mite, l’acqua e le pietre onnipresenti.

Vivendo lì gran parte del mio tempo libero, ho provato a curare la fobia dei maledetti serpenti di merda (che, ripeto, non voglio morti ma in un altro cosmo), attraverso i suoi bellissimi sentieri che ho percorso senza successo alcuno.

Ogni giorno affronto i sentieri con Mila, sperando che faccia da apripista, che li veda lei per prima e li scacci, come i cani nati per stanare sanno fare.

Ma non ha funziona perché Mila se ne frega d’altronde, di serpente non ne ha mai visto mezzo, nella sua vita, ad oggi.

Ciò che il mio cane vede è solo la sua padrona che grida come una mentecatta, in mezzo al nulla dei boschi.

Qualche giorno fa decido di scendere verso il mare passando attraverso il bellissimo tronco del sentiero che porta da Levanto a Framura, per la consueta passeggiata con Mila.

Il sentiero passa sia per i piccoli borghi che per il fitto bosco che si aggrappa al Salto della Lepre, il piccolo passo che divide Bonassola da Framura.

Appena iniziato il tragitto sembrava andasse tutto bene, dentro alla mia tuta strech nera da Eva Kant e la musica nelle cuffiette al massimo, in modo da eliminare completamente il problema dei fruscii nell’erba, in modo che orecchio non senta e cuore non scoppi.

Arrivata affianco al ruscello, dove la strada si restringe, guardo sbadatamente al bordo destro del sentiero, verso il bosco e c’è una sostanza tubolare lucida ed annodato su sé stessa che si muove.

Grido senza censura.

Grido come se mi stessero squartando con delle forchette da campeggio.

Tutt’ intorno vi sono moltissime case ed anche se i liguri amano star per conto loro (ed anche per questo li apprezzo moltissimo), immagino che nelle loro cucine e nei loro giardini si siano chiesti chi sia caduto nella gola del ruscello.

Mentre grido per tirare fuori le mie viscere terrorizzate e liberarmi, Mila mi guarda, con la testa girata da un lato, come a dire “Cosa devo fare? Ce l’hai con me? Ho fatto qualcosa di male o sei tu il male?”.

Da una piccola porta in legno, in mezzo ai muretti a secco, si affaccia un signore sugli ottant’anni, con una borsina di stoffa sottobraccio.

Lui, il mio grido non l’ha manco sentito e non fa caso neanche al fatto che stia saltando su un piede solo davanti a casa sua.

Deve andarsi a comprare la focaccia, mica ha tempo per me; io però lo imploro di non passare per di lì perché “C’è un serpente! Capisce?! Non passi! Non si può passare”.

Mentre lui, senza manco guardarmi, mi risponde “Guardi che ce l’ho nell’orto il serpente, sarà quello lì, mi mangia tutte le mosche” e fa per andarsene ma io ho bisogno di un abbraccio e così, inabile a controllarmi, gli tolgo la borsina da sotto il braccio e glielo piglio quell’arto lì, implorandolo con lo sguardo di non lasciarmi ma lui mi si scrolla di dosso perché c’è il Coronavirus e la storia delle distanze sociali e lui è anziano e vive in cima ad una collina, non la vuole una squilibrata potenzialmente asintomatica, attaccata al suo gomito.

Si divincola e mi sgrida “Basta! Non fanno niente, sono bisce! Hanno più paura di lei!”

Ed io penso, “Anche tu, maledetto”.

Dopo essersi liberato, il poveraccio prende un ramo e mi guarda, “Cosa fa, scende o resta qui?” ed io deglutisco ma sento che il tipo, anche se scorbutico è stato mandato dal Signore quindi chiamo la Mila che, nel frattempo ha mutato l’espressione di sospetto in un’ atteggiamento di pena profonda e ci mettiamo a seguire Nonno coraggio.

Lo seguo come farebbe un ragazzino davanti ad un mastino napoletano di cento chili incazzato nero, spingendogli la schiena affinché si sbrighi a passare, fino a quando i miei arti inferiori non decidono di bloccarsi completamente, poco prima del punto incriminato.

Il vecchio capisce e col bastone inizia a smuovere la terra ed io sento che Dio mi sta già scrostando l’anima dal corpo e sudo freddo e puzzo di ormoni, quelli della paura, non so neanche come si chiamino.

La terra e le foglie cadono sui mocassini del signore ed insieme alla poltiglia del bosco esce anche qualche piccolo rifiuto, un guanto di quelli da giardinaggio, la plastica di una merendina ed un piccolo pezzo di tubo grigio, staccato da qualche pompa per innaffiare.

Il tubo non è lì da tanto perché non ha ancora lo strato di polvere e fango ma, anzi è bello lucido.

Guardo il tubo ed alzo lo sguardo.

Il vecchio ha gli occhi piantati dentro ai miei e la bocca storta dal disgusto.

Non dice niente.

Butta il bastone per terra, si gira e scende giù per il sentiero.

Io mi siedo su uno scalino ed aspetto il tramonto per risalire a casa, con coraggio, lungo il sentiero.

 

Per chi volesse approfondire circa le fobie da sentiero boschivo:

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/06/i-rettili-della-paura-dal-medioevo-ai.html

LA GENTE DOVREBBE STARSENE ALLA CASA (ode al viaggio)

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Da quando ho memoria il viaggio rappresenta per me un importante motore di benessere.

Purtroppo però quand’ero piccola non avevo lo stesso cinismo di adesso ed oggi non posso esimermi da una riflessione sulle abitudini dei viaggiatori che, ogni volta che ci penso, scaturisce sempre in un’unica, forse riduttiva soluzione: che la gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Che si stia in Costa Rica, di fronte ad un mare che trafigge gli occhi oppure ad Ostia, fra i cumuli di ciabatte abbandonate, si viene comunque assaliti ad intermittenza, ogni quattro minuti, da venditori ambulanti di qualsiasi cosa scema ed inutile possa essere venduta: dalle granite con gli sciroppi che erodono le arterie ai racchettoni che poi vengono dimenticati in macchina ed ogni volta, con la loro scomoda forma rompono i coglioni quando si carica la spesa, fino ad arrivare al reparto abbigliamento, coi parei fatti col petrolio intessuto o dello stesso materiale dei retini da pesca.

A parte la selezione che cambia di luogo in luogo, resta inalterata la ricetta: puttanate inutili vendute con insistenza in un luogo dove si è andati per riposare.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Così si salverebbe.

Che si stia in una baita segreta in cima alle Alpi francesi oppure alla pensione del centro termale per anziani sull’Adriatico, il costo della vita in viaggio è sempre schifosamente più alto di ciò che viene considerato il giusto e così, persino gli acquisti più futili e primari come una confezione di cerotti ti costa, in Costa Smeralda come all’alimentari di Tropea ad Agosto, esattamente quanto un servizio da tè di Limoge.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Così forse neanche si sbuccerebbe il ginocchio.

Ovunque, in ogni luogo considerato visitabile in quanto offra ossigeno a sufficienza per respirare, in nessun modo si potrà fare a meno di incontrare americani.

Gli americani quelli bruttissimi, non di New York che, si sa, non è America; intendo quelli che si sentono ancora geneticamente superiori e tale atteggiamento dei pensieri comporta, tra le altre cose, il fatto che non si vergognino di esibire ai quattro venti, il loro gustaccio di merda nel vestire.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Almeno gli americani li vedrebbe solo alla tivvù potendo pensare che siano fiction.

Per non far fallo agli italiani, sentiamoci tranquillizzati dal fatto che in viaggio, siamo ancora al primo posto nella classifica dei popoli migranti più disadattati.

Se da una parte, infatti, il germe italico si espande e si stanzia dappertutto come un’erbaccia e sarà complicato trovare un posto lontanissimo e remoto dove non si debba incontrare un connazionale che si sia accampato lì, vivendo ovviamente ai limiti della legalità, conosciuto da tutti i locali come l’Italiano, il resto si spiega da sé.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Tanto incontra ugualmente gli italiani ma almeno non spende.

Vi sono poi coloro che sembrano viaggiare con una sola speranza di vita: trovare un ristorante italiano e poi trovare sesso.

Infine, i peggiori, coloro che, viaggiando per il mondo d’un tratto sentano qualcuno parlare italiano e si arroghino il diritto di girarsi ed intervenire nella tua conversazione anticipando il tutto con un “Che sei italiano?!” e gridando, anche a grandissime distanze, frasi sciocche e ritornelli ripugnanti che nessuno per strada, in Italia si sognerebbe di recitare prendendo a braccetto uno sconosciuto.

La gente dovrebbe restarsene alla propria casa.

Ma restando a casa finirebbe per essere punita con la presenza dei propri familiari e conoscenti allora preferisce viaggiare.

Forse per proteggersi, in qualche modo dalla propria casa e per proteggere anche gli affetti dal proprio brutto carattere.

Così la gente viaggia per accanirsi contro gli sconosciuti, sbronzandosi con loro e gridando “Sono un italiano, un italiano vero!” oppure ordinando una pizza salami-and-chips al Ristorante da Mario di Seoul.

AI MIEI TEMPI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Scritto e dedicato ai ragazzi del Liceo Artistico Garrone di Barletta, in occasione della loro Notte Bianca dedicata all’ambiente.

A me da giovane non mi fregava un cazzo dell’ambiente.

Non andava di moda pensare all’ambiente, a quei tempi.

Non c’era ancora questa cultura di oggi, così attenta al pianeta in cui ci ritroviamo a vivere, alla natura che esiste da molto tempo prima che arrivassimo noi a volerla domare.

A quindici anni io, come tutti i miei coetanei eravamo dei veri animali anzi peggio, visto che gli animali non hanno mai dato fastidio al pianeta, fino a quando non siamo arrivati noi ad allevarli.

Quando ero giovane come voi mica c’era tutta questa consapevolezza.

Andavamo a scuola ciascuno col proprio motorino, pensate che merde.

Ognuno con la sua marmitta Proma oppure tutti dentro a quegli autobus arancioni coi sedili unti e le scritte coi pennarelli neri con la punta grossa, i “Tag”, quegli sgorbi incomprensibili che si fanno anche sui muri con le bombolette spray, quelle scritte che qualche volta provi a decifrare, per capire cosa ci sia scritto di così importante da dare a uno il permesso di scrivere su un muro pubblico e poi, quando finalmente le hai decifrate e leggi “CANENEGRO”, “SCACCOMATTO”, “CRUSH”, quasi quasi ti penti di averle decifrate, di esserti messo lì a tradurre quei geroglifici per cerebrolesi e t’incazzi per aver perso l’occasione di trovarti lì, nella notte in cui qualche coglione stava togliendo il tappo al pennarello o ad una bomboletta per scrivere fregnacce di questo tipo su una superficie anche un po’ tua.

Ai miei tempi, a scuola ci si andava da veri incoscienti, mica come adesso: ci si andava con la cartella di poliuretano espanso dell’Invicta, tutti vestiti come rapper disadattati, tutti vestiti di marche che contribuivano ad ammazzarlo, il povero pianeta: Nike, Adidas, H&M e tutti quei marchi che producevano la roba a metà della metà del prezzo a cui noi la pagavamo, facendola cucire da bambini delle elementari anche per 20 ore al giorno per poi dar loro 4 euro di stipendio.

Oggi siete molto più coscienziosi di noi: sapete che comprare certa roba è complicità criminale.

Ai miei tempi le scuole si scaldavano ancora col gas, mica coi pannelli solari ed i libri erano fatti ancora tutti di carta!

Però non c’era mai la carta igienica nei bagni: era forse uno dei primi segni di una timida consapevolezza ambientale però la merenda era ancora una merendina confezionata a migliaia di chilometri di distanza da industrie colpevoli di deforestazioni, impoverimento del suolo, surriscaldamento globale ed avvelenamento di tutte le diete mondiali.

Mica come adesso che potete prepararvi le cose genuine a casa e portarvele a scuola senza che vi piglino per il culo.

Ai miei tempi mangiavano Findus, Nestlé, Algida, Kellogg’s, Kinder, Chipster.

Ai miei tempi bevevamo la Coca Cola.

Era normale, non sapevamo.

Non c’era l’usanza di raccogliere informazioni su chi prendesse i nostri soldi dandoci in cambio veleno.

A noi non ci fregava niente.

A noi bastava ritrovarci il sabato al centro commerciale, altro che manifestazioni.

Non eravamo come voi perciò grazie di esserci, ragazzi!

 

 

LA TESTATA

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Banale anticipare che non c’è da fidarsi di chi legge certi giornali.

Resta ancora molto diffusa peraltro la consuetudine di esibire il quotidiano che si legge; il giornale viene ancora esibito in maniera molesta: portato sottobraccio, lasciato fuori, a sporgere dalle tasche esterne di borse e valigie.

Quando parliamo di quotidiani, il riferimento riguarda quelli considerati diffusori di informazioni utili, non certo oggetti superflui come il Corriere dello sport o Libero, vero e proprio impoveritore cerebrale tra i più potenti.

Tutti i quotidiani però sono potenti.

La potenza e la conseguente responsabilità dei quotidiani non si risiede tanto nella grafica o nella cartastraccia che li compone ma nelle dita della categoria più impunita del nostro secolo, i giornalisti che, personalmente picchierei in moltitudini con la scopa.

Il giornalista ha spesso maggior responsabilità di un capo di Stato e dovrebbe rispettare prima di tutto sé stesso e poi il lettore, servendosi dei voti monastici che fa alla propria professione, come la ricerca della perfetta verità nella cronaca dei fatti ed il disgusto massimo nei confronti della faziosità.

Il fatto che uno scandalo buttato in prima pagina solletichi o meno gli angoli meschini del lettore non dovrebbe essere oggetto di interesse da parte del giornalista poichè egli dovrebbe già esser fin troppo impegnato a cercare di arricchire con qualsiasi metodo il bagaglio culturale del suo pubblico fornendogli armi per combattere, insieme a lui, la rozzezza che ci sovrasta e la corruzione.

Anche per evitare tutti questi bellissimi intenti, esiste il giornalista che si occupa di gossip e di altra bassa attualità.

Un professionista laureato che abbia conseguito con sforzo il patentino e che scelga deliberatamente e quindi in modo criminale di depauperare intellettualmente il fruitore è un soggetto al quale il patentino andrebbe masticato fino alla polvere così come andrebbero distrutte tutte le squallide storie da lui scritte, storie che, la gente di buon senso, dopo averle lette avverte ancora come un danno ed insieme a quella consapevolezza, la gente è ancora in grado di sentire nell’anima, una voce sotterranea che sembra dire “Ma che cazzo me ne frega di questa roba?!”

Il giornalista malvagio invece mantiene il lettore, così ed in altri meschini modi, precisamente sotto sequestro, privandolo poco a poco del discernimento personale ed ipnotizzandolo fidelizzandone la pigrizia e l’ignavia mentre, nel frattempo occupa il tempo in telefonate e negoziazioni per procacciarsi gli accrediti.

L’accredito vizia il giornalista e ne giustica l’operato.

Se il giornalista non ricevesse accredito si sentirebbe meno potente e forse scriverebbe finalmente la verità, purificato e confinato dentro alla sua professione liberata da favori e marchette.

Difendiamo i giornalisti dall’accredito e le edicole da certe testate.

Le testate diamole noi contro le porte a vetri di certe redazioni; forse finiremo in ospedale con codice rosso ma avremo difeso la libertà di lettura contro certa libertà di stampa e soprattutto finiremo sul giornale che comunque non è male, piace sempre.

Facciamo in modo che la testata meriti.

IL BUFFET SPIEGATO A MIO FIGLIO

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Molte cose ancora non sai, figlio mio.

Ora mi chiedi, ad esempio cosa renda davvero speciale un italiano ultimamente, visto che sembrano passati gli anni classici, splendenti.

Ora ti domandi, figlio mio quali siano i marchi incandescenti che rendano inconfondibile la gente italica.

Se il mio dovere è quello di risponderti, ti confiderò senza indugio, mio amatissimo che ciò che rende un italiano perfettamente riconoscibile tra la folla è il suo approccio davanti ad un buffet.

E’ così, figlio amato.

Ti chiederai cosa avvenga nel corpo di un italiano dinanzi ad un buffet, tu rispondi che accade qualcosa di fisiologicamente incredibile quando un italiano si trova di fronte ad un tavolo imbandito con mille pietanze e vini e che tutto l’incredibile è riconducibile ad un’unica potentissima parola chiave: gratis.

Rispondi così, figlio mio e non sbaglierai.

Nel corpo di un qualsiasi italiano anche non necessariamente ligure, quando si concretizza la gioiosa eventualità di mangiar senza pagare avvengono delle alchimie e delle reazioni biologiche che preparano l’individuo italico a sopportare qualsiasi prova sia a livello fisico che psicologico.

Presto lo scoprirai con la tua pelle, ragazzo.

L’italiano di fronte ad un buffet offertogli tira fuori le pulsioni dei cani di Pavlov, aumenta la salivazione al solo suono delle posate che vengono sistemate in piccoli gruppi sul tavolo dai camerieri del catering e questo è un processo spontaneo che investe la persona tua conterranea a prescindere dalla sua classe sociale.

Le cosiddette autorità, personalità e tutti coloro che preferiscono esser chiamati per qualcosa che termini con -tà non sono esenti come potresti pensare anzi, faticano molto più delle classi medio-basse, visto il disperato e continuo tentativo di dissimulare il loro interesse nei confronti di faccende ignobili come il cibo.

Ma non temere, figlio mio perché vi è giustizia di classe, almeno di fronte al cibo gratuito e davanti al buffet persino i reali si sporcano le dita.

Ricorda, figlio mio che se davvero vorrai distinguerti per virtù è proprio davanti ai tavoli del buffet che potrai dimostrarlo, non prendendo parte alle odiose file di bestie bipedi che si accalcano nel preciso momento in cui vengono posizionate le teglie degli antipasti ed i piatti caldi.

Sono attese quelle, figlio mio, in cui vedrai la tua gente annebbiata, accecata dalla possibilità di mangiar lì risparmiando altrove e dunque dimentica del decoro.

Vedrai qualcuno prendere il piatto vuoto dalla pila e tenerselo stretto e schiacciato sul petto come farebbe un frate con la sua Bibbia.

Tu non emulare, resta saldo.

Distinguiti.

La brama sarà talmente tanta e la fila così lunga che potrai vedere gente col piatto schiacciato contro il petto in reception, fuori per strada, a due isolati di distanza dal ricevimento.

Ciò avverrà perché costoro pensano che accaparrandosi un piatto vi sia certezza di mangiare e quando si spera fortemente in qualcosa, il contrario non lo si contempla.

Ma tale speranza, in Italia si nutre solo per questioni del cazzo come il cibo, ti dico.

Tenteranno di superare più persone possibili facendo finta di non aver visto la fila oppure adducendo scuse su ipotetici impegni per il bene della società che dovranno affrontare dopo aver velocemente finalizzato uno spuntino ma tu non creder loro, figlio mio e cedi il passo ai loro stomaci poiché non ci si può spiegare né capire con le cloache.

Così al buffet li vedrai usare persino le mani perché, arrivato finalmente davanti alla pietanza dopo quaranta minuti di fila, l’italiano si sente potente, finito non perché, ripeto figlio mio, Gratis è sinonimo di Dio.

Il concetto di gratuito supera quello di Altezze dei cieli, un matrimonio felice, uno stipendio cospicuo ed un mese di aspettativa in Giamaica.

La parola gratis, figlio mio, risveglia i morti, fa sorridere i malinconici, fa breccia nel cuore di chi deve far favori o concedere il proprio tempo all’azienda per cui lavora senza esserne consapevole.

Il cibo gratuito ipnotizza, figlio mio.

Soprattutto se nasci qui, in questo paese straordinario di certo ma non quanto la lasagna, il risotto al Castelmagno, i cornetti salati ripieni e la caponata.

Se poi ci si prefigura anche la possibilità di scroccare tutto ciò, un senso di benessere colpirà le persone italiche che difficilmente proveranno altrove e so che un giorno, figlio mio anche tu proverai quella sensazione.

Ti prego, sii forte.

Datte un contegno.

 

RADICAL SHIT

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dedicato ad E. che combatte la piaga radical chic con eccessiva ferocia non comprendendo che il benessere ostentato è molto più diffuso di quanto si pensi, tanto vale cercare di nasconderlo.

 

Stasera, al tramonto ho conosciuto un ragazzo.

Stava seduto tra i tavolini del delizioso bar a picco su scogli di friabile e nerissima pietra lavica dove ho stazionato tutte le sere di quest’ultima settimana, a partire dalle sette, non proprio sobria.

Il tizio era seduto assieme ad una coppia molto più grande di lui ma non erano i suoi genitori, si capiva: non gli somigliavano e avevano molto più confidenza con lui.

Per l’occasione, il giovane indossava i pantaloni che vanno di moda adesso, tra coloro che la moda la seguono con ostinazione, qualsiasi cosa essa faccia: si tratta di calzoni che lasciano nuda metà porzione del polpaccio e che offrono massima libertà d’espressione alla scarpa che, a questo punto viene scelta proprio per approfittare di quello spazio d’esibizione normalmente non concessole.

La scarpa scelta da questo giovane maschio è un mocassino in velluto marrone, con la punta molto più lunga dei suoi piedi ed i calzini apparentemente invisibili ma non vorrei risultare troppo attenta a questi dettagli perché è giusto rispettare prima di tutto la capacità intellettuale delle persone.

Che poi ci siano dei dettagli nel nostro modo di esprimerci con l’abbigliamento che vogliano dir qualcosa della persona che ne sceglie uno anziché un altro è indubbio ma non tutto, ecco.

Già che ci sono però devo ammettere che giudicare le persone dal loro modo di vestire è, nella maggior parte dei casi, pericoloso ma non per questo fallace.

Il fatto è che il ragazzo in questione pare interessarsi a me da subito ed io a lui ma per fini diametralmente opposti e non sempre riusciamo a percepire perbene le sensazioni di chi ci sta accanto perciò si creano tanti fraintendimenti.

Come quello di stasera in cui, mentre io guardo il suo taglio di capelli alla Pupo, i mocassini e tutto il resto sorridendo, lui vede solo che lo guardo e che sorrido sicché avanza con le sue avances offrendomi un bicchiere di vino toscano ignobile.

Continua a parlare, seduto affianco a me, approfittando del tempo che gli concedo in nome del fatto sacrosanto che non si possano giudicare le persone dal loro abbigliamento perché non sta bene, non si fa.

Specialmente se non si vuol soffrire.

Il ragazzo mi chiede, s’informa su cosa faccia, da dove venga: siamo in vacanza, in un territorio neutro e ciò sembra seccarlo.

Vuole catalogarmi ma ve l’ho detto, non si fa.

Siamo tutti diversi, le tribù sociali ormai son desuete eppure lui sembra cocciuto, ostinato a voler trovare la chiave per aprire il cofanetto che dovrebbe contenere le mie istruzioni per poterlo srotolare tra le sue mani.

E così, testardo e spavaldo, ad un certo punto mi guarda e mi fa: “Ma che sei radical, tu?!”

Improvvisamente fa buio su tutta la terra.

Mi ha preso in contropiede, non so cosa intenda, cosa voglia dire con questa domanda, con questo termine non italiano, parecchio diffuso eppure insignificante.

Sono spaventata e non avrei mai pensato di esserlo per mano di uno vestito da influencer.

Mi sento come se la polizia mi avesse appena fermata per accusarmi del possesso di una droga che io, non solo non possiedo ma neanche conosco.

Ma il ragazzo non capisce, non sembra accorgersi di niente, neanche della coltre scura che sta divorando chilometri di cielo, dopo questa sua domanda.

Non si accorge, il tizio, manco della gente che inizia ad alzarsi dai tavolini e a fuggire spaventata verso il porticciolo, dentro alle case.

Il ragazzo dai piedi di velluto se ne sta lì, ad aspettare la mia risposta mentre lo sperone di terra sul quale siamo rimasti io e lui, trema ed i suoi mocassini ormai penzolano nel vuoto eppure tutte queste circostanze lo interessano meno del responso alla sua domanda.

“Allora?! Sei radical?”, insiste mentre io mi sento come se tutto l’equilibrio del mondo dipendesse dalla mia risposta eppure non so rispondere perché non lo so.

Non so cosa sia un radical e non so se, nel caso io lo sia.

Non ho idea di cosa intenda questo figlio di puttana pettinato e generalizzatore mentre l’isola affonda nel mare, sempre di più, ogni volta che lui dice radical.

Sono smarrita, alzo lo sguardo e vedo un uomo sui cinquanta che mi guarda da un terrazzino che ormai si regge solo su due mozziconi di ferro: piange come un bambino e grida verso di me “Digli di si, brutta stronza! Non lo vedi come sei vestita?!” ed il ragazzo cavalca l’onda disperata del tizio, schernendomi, dicendomi “Ma si che lo sarai, coi libri che mi hai detto di aver letto e la collana che c’hai. Allora?!”

Ma io resto immobile, non voglio cedere.

Ho paura ma non voglio piegarmi sotto la suola Nero Giardini di questo pazzo catalogatore.

Sento freddo, scoppiano i vetri e cadono tetti dappertutto, dietro di noi il vulcano inizia a scaricare lapilli, detriti, fumo, gas e la gente rimasta attorno a noi si accascia, soffoca tra spaventosi rantoli mentre il ragazzo appena conosciuto è ancora lì, perfetto e pettinato a ripetermi “Insomma, sei radical o no?!”

Sto perdendo i sensi ma non cederò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BEVETE TANTA ACQUA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Finalmente c’ho la buona scusa.

C’ho la buona scusa per sfogarmi.

Fuori ci sono quaranta gradi, è mezzogiorno e sono nel traffico.

Il caldo, si sa, da alla testa.

Lo dicono i medici, lo dicono i giornali.

Bisogna bere tanto, non uscire nelle ore più calde della giornata, dicono al tg; ma il clima è cambiato, come abbiamo voluto noi con le nostre porcherie e quindi non ci sono più ore calde nella giornata ma giornate calde con un mucchio di ore.

Così finalmente c’ho la buona scusa.

Perché, si sa, il caldo da alla testa.

Ora scendo dalla macchina e me la prendo con il primo che capita, lo mando affanculo così, con la scusa del caldo.

Me ne andrò famelica di briga nei luoghi dove è più facile sollevar focolai di rissa: in fila al supermercato, al semaforo, alle poste, al giardinetto dei cani.

Me ne andrò con la fronte sudata a guardar male altre persone sudate come me, aspettando che mi guardino per poter dir loro “Ma cos’ha da guardare?!” e da lì sarà un attimo e si passerà alla colluttazione perché, si sa, il caldo da alla testa.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Ho tanto bisogno di sfogarmi, ho un sacco di beghe personali, di paturnie e di psicosi e ho atteso tutto l’inverno paziente ed ora finalmente è arrivato il meteo giusto, quello grazie al quale mi scagioneranno perché col caldo, si sa, la mente si annebbia.

Per questo sono uscita a mezzogiorno e non ho bevuto acqua.

Per questo ho i pantaloni lunghi e ho spento l’aria condizionata.

Per avere più attenuanti.

Per poter picchiare in santa pace le signore, il postino, il vicino di casa, la cassiera.

Mi aggiro felice ed ansimante per la città, alla ricerca degli sventurati concittadini che si muovono lenti, cercando di resistere, di restar pazienti bevendo Polase per sbrigare le proprie pratiche.

Sono i cittadini pazienti che cerco con voglia e che scoverò per estrapolare la loro parte animale, primitiva, cavernicola di cui c’è tanto bisogno.

Strapperò fili di perle e camicie Loro Piana per sfogare la mia tristezza.

Pesterò zatteroni e bambini con le pistolette ad acqua per liberarmi di un po’ di stress.

Lincerò impiegati pigri e condomini scomodi che avrei voluto malmenare da tempo ma era inverno e non ho potuto.

Ora si che c’ho la scusa buona.

Basta uscire nelle ore più calde e ce ne sono tantissime.

Nessuno mi scoprirà.

Nessuno saprà che sono in forma e molto lucida ma solo stanca ed annoiata dalla vita quotidiana e con voglia di dar due schiaffi.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Diranno che il caldo mi ha dato alla testa ma in realtà è la società civile che me l’ha sabotata ed io approfitterò del caldo per punirla.

 

 

foto Claudio Silighini

MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

AUTOCENSURA IGIENICA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

“Arianna, perché non scrivi mai di Salvini?!”

 

La nostra ossessione mediatica per Salvini ci ha puniti tutti.

Questo giornaliero buon proposito di far da cassa di risonanza sui social ai fatti spiacevoli di questo ragazzo ha fatto in modo che il suo volto replicato su milioni di bacheche divenisse un volto di cui, nostro malgrado, ci si affezionasse (un po’ come avvenne con il signor Berlusconi, se non sbaglio), ed ora eccoci qui.

Eppure, se è vero che si possa e si debba sempre apprendere da qualsiasi lezione, a livello sociale questa punizione ci consente una riflessione che potrebbe ancora risultare costruttiva.

Nel mio piccolo, ad esempio ho ricevuto moltissime richieste dal pubblico di questo tipo: “Perché non parli di Salvini? Parla di Salvini!”

Perché chiedere ad un autore comico di parlare di Salvini?

Forse perché si sente con prepotenza, la necessità di sdrammatizzare riguardo un argomento, di per sé drammatico?!

Da quando quel ragazzo è diventato ministro, tutti i comici si son lanciati in siparietti che lo disprezzassero come persona e come istituzione ed è piuttosto facile farlo poiché questo ragazzo è il soggetto perfetto per qualsiasi drammaturgia satirica (nel caso in cui ce ne fosse davvero, in Italia, di drammaturgia satirica).

A livello personale, il soggetto ha sempre mostrato di fare scelte bizzarre e di basso profilo che ben si prestano ad esser sceneggiate;

mi viene in mente, ad esempio, la sua copertina per un rotocalco di gossip, in cui si fece ritrarre a letto, vestito solo di una cravatta verde bosco oppure della sua attitudine a fidanzarsi con gente discutibile od ancora tante delle innumerevoli fregnacce raccontate da pubblicazioni che dovrebbero fallire, se Dio amasse davvero l’Italia.

A livello istituzionale ha incentivato tutte le peggiori pulsioni del cittadino italiano medio, spunto di partenza eccellente per qualsiasi scritto umoristico.

Meno per qualsiasi strategia politica volta a migliorare il paese.

A livello ideologico è riuscito a far leva sul ceto che manca di preparazione storiografica per proporre questa storia indigeribile che il vero problema in Italia sia l’immigrato e non l’italiano corrotto e contestualmente, col suo potere ed il nostro consenso, continua a sovvenzionare le carceri libiche e le torture contro esseri umani considerati di seconda categoria rispetto a noi.

Poi c’è la parte soubrette di Salvini (tipica del politico italiano a partire dagli anni novanta), coi suoi concorsi a premi, le sue brutte figure, sintomo della mancanza di educazione di cui soffre il paese tutto, non soltanto lui ed ecco che il personaggio comico c’è già.

Non v’è alcuna necessità di crearlo da nulla: Matteo Salvini è lì per i comici, pronto da scartare come una caramella e facile da raccontare.

E’ facile fare un siparietto con questo ragazzo.

Meno facile proporre un siparietto che schernisca il tessuto sociale, la tragicomica decadenza di costumi e della morale degli italiani che ha causato l’ascesa di questo ragazzo.

Complicato far ridere dandoci dei coglioni, ignoranti, pigri, razzisti, corrotti e con le felpe con la bandierina dell’Italia sul petto.

Molto difficile per un povero comico italiano di oggi riuscire a far sorridere con un tale reportage di merda sul nostro paese e perciò meglio accanirsi sul politico specifico e non sulla cittadinanza che aderisce ai suoi principi lontani dalle altezze culturali di un paese che si vanta di essere ancora ciò che fu secoli orsono.

Funziona così da sempre: ci piace sorridere delle persone che governano, non delle cazzate che facciamo come elettori.

Così, comici ed elettori continuano a fare cabaret di basso profilo ed il nostro futuro è l’unica tragedia presente in palinsesto.

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AVVENTO ELETTORALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Proprio come durante l’Avvento ci si prepara affinché tutto evochi e celebri il Natale, quindi ci si maschera da Babbi, si nascondono i regali negli armadi, si pensa a come cazzo fare per diventare più buoni di quanto già si sia, si comprano le lucine colorate e le candeline, ecco che anche il tempo precedente alle elezioni amministrative è un tempo ricco di piccoli rituali di preparazione che fanno brillare gli occhi agli addetti ai lavori.

E allora si asfaltano le strade, ci si ricomincia a salutare nel quartiere, si fa amicizia con gente improponibile, che non si sarebbe mai salutata, se non fosse che manca solo un nome per completare la lista elettorale.

Si organizzano un sacco di cose, appuntamenti sociali impensabili, concerti in piazza, sagre, corsi gratuiti ma soprattutto cene.

Poco prima delle elezioni si cena moltissimo e un po’ in tutti i modi possibili: formali e scomodi sopra alle sedie chiavarine in un bel palazzo antico oppure sotto ad un tendone davanti ad un tavolo di pizzette, poco importa perché si cena; si torna a casa e si può dire “io ho già cenato”.

Ci si mette la spilletta e si va alla cena elettorale perché si mangia gratis e tale proposta resta ancora, per l’italiano medio, in prima fila tra le priorità di vita.

Nel centro storico iniziano i rastrellamenti agli stand. IMG_4756

Se devi andare da un punto A ad un punto B e per farlo devi attraversare il centro, nel periodo che precede le elezioni dovrai contare quaranta minuti in più che ti serviranno per schivare la settantina di volontari che cercheranno di prelevarti dalla strada col fine ultimo di trascinare le tue spoglie al gazebo del loro partito e sequestrarti per poterti spiegare perché è ora di finirla.

Ti offriranno un bicchiere di succo ed una pizzetta perché sanno che sei italiano e mentre ti iniettano il nettare di ananas, con l’altra mano ti infileranno i santini del loro candidato nella tasca della giacca in modo che, quando riuscirai a divincolarti e sarà tardi per sbrigare la commissione, te ne tornerai verso casa pensando a che carini che son stati quelli del gazebo X che non ti hanno lasciato cartacce da buttare.

Poi, una volta a casa mentre appenderai la giacca penserai che il Fato ha voluto indicarti il nome di colui che dovrai votare poiché hai trovato il suo volantino elettorale miracolosamente accoccolato nella tua tasca.

Come un messaggio dei biscotti della fortuna cinesi.

Noterai con sollievo che non c’è la foto del candidato nel santino e che preferisci così perché costa caro stampare una foto a colori su carta e che il candidato, a quanto pare, sembra sia sensibile allo spreco del denaro pubblico, avendo rinunciato in maniera eroica a far stampare la sua faccia là sopra.

Non realizzerai che se vi fosse la foto sul bigliettino giammai lo voteresti perché il muso fortunatamente dice ancora molto.

Sti cazzi che mi asfalti la strada.

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.