STORIE DI MATTI: TAMARA

STORIE DI MATTI

Un estratto dal libro Storie di Matti e, in fondo al racconto, un estratto dal reading live organizzato negli spazi dell’Ex Ospedale psichiatrico di Voghera.

***

La faccenda irresistibile di certi esseri umani è che scrivendo di loro non devi inventarti nulla ma semplicemente abbandonarti alla cronaca dei fatti e lasciare che i lettori restino naturalmente colpiti quanto te dalle mille incredibili sfumature che può assumere l’essere umano, se lasciato a briglie sciolte.

Tamara è uno di quei personaggi che t’ispira subito la sacra fiamma dell’indagine sociale.

La conosco durante la presentazione del mio libro, anzi prima.

Perché arrivo con mezz’ora di anticipo in libreria e lei è già lì che aspetta da tre quarti d’ora, col sederone conficcato dentro a una sedia a ovetto, di quelle in plastica che usavano i bidelli della mia epoca scolastica.

Tamara si è piazzata proprio accanto al tavolo allestito per la presentazione e io penso che sia la mamma del libraio o la signora delle pulizie che sta riprendendo fiato dopo aver preparato la sala.

E invece no.

Tamara è lì per essere la protagonista indiscussa della serata e non sembra alla sua prima esperienza in tal senso.

Resta lì per tutta la sera e specialmente durante il mio intervento, mentre son là a spremermi le meningi per essere efficiente e sintetica, la donnaccia che è Tamara se ne sta marmorizzata dentro alla sedia col suo tubino color nocciola tutto sformato dalle sue cicce, la borsa in similpelle verde pistacchio sulle ginocchia e un paio di demoniaci, oltraggiosi gambaletti color carne, indossati per sostenere tutte quelle vene che vengono quando le gambe hanno superato i duecentomila chilometri.

Tamara è indiscutibilmente nella categoria pubblico eppure non ne fa parte anzi, se ne mantiene al di fuori con composto esibizionismo rendendo la mia presentazione un’occasione imbarazzante e indimenticabile.

Magari a Voghera, con la storia delle generazioni di pazzi, già la conoscono ma io vengo da fuori e sono intimorita dalla possibilità che questa signora possa fare follie da un momento all’altro mentre spiego le mie cosine e lei se ne sta seduta a pochi centimetri da me, così vicina che riesco a sentire il suo respiro e l’odore della sua pelle molle di signora.

Tamara fu maestra e dovevo capirlo subito dal fatto che per tutta la durata della presentazione non mi ha degnata di mezzo sguardo, restando con gli occhiacci dritti e severi, ben rivolti in faccia alla povera platea dei presenti, in quel momento considerati da lei categoria inferiore ossia “alunni”.

Li ha scrutati uno ad uno, tenendo immobile la testa e muovendo esclusivamente le pupille, come solo una maestra sa fare quando arriva in classe e fa sentire agli alunni il tanfo di una giornata sbagliata.

Se li è guardati tutti facendo l’appello a mente, col suo taglio alla maschietta anch’esso tipico delle maestre in pensione.

Li ha guardati come se da un momento all’altro, dovesse tirar fuori dalla borsetta il registro e mettere la nota alla classe oppure un’ascia e spargere sui muri sangue e muscoli di venti poveretti, colpevoli solo di essere giunti alla presentazione del mio libro.

Tamara di poveretti ne ha visti moltissimi nei suoi onorati e coraggiosi anni alla scuola.

A suo favore posso dire che i professori delle medie sono degli eroi e anche Tamara lo fu e per questo merita rispetto.

I professori si beccano per cinque ore no-stop tuo figlio e altre persone come lui, nella fase più cupa e disgustosa, quella puberale.

I professori delle medie sono persone che sopravvivono a situazioni emotivamente compromettenti e Tamara è una donna che per ben quaranta anni si è battuta con classi e classi di giovani acneici senza senno e col gusto per la presunzione, perciò è classificabile all’interno della stessa categoria dei partigiani e dei pompieri e meriterebbe medaglie.

Però ora si togliesse dai coglioni o almeno dal tavolo dove sto cercando di parlare del mio libro, visto che sta diventando difficile mantenere la concentrazione mentre gli occhi del pubblico sono atterriti da questa signora coi gambaletti e la pupilla che non perdona.

Proprio quando penso di essermela cavata, proprio nel momento in cui siamo giunti ai saluti finali e la gente applaude e qualcuno tira anche un sospiro di sollievo, Tamara scatta in piedi e chiede la parola.

Chiede di parlare alla mia presentazione e c’è qualcosa in lei che ha l’autorità per farlo o qualcosa in me che ha paura di impedirglielo.

Chiede la parola e gliela diamo perché sapevamo tutti che prima o poi l’avrebbe chiesta e che in caso di rifiuto, se la sarebbe presa da sola.

Dopo essersi presa la parola, Tamara resta giustamente in silenzio totale per qualche eterno minuto, in piedi davanti alla sua sedia a ovetto col tubino sgualcito sul ventre dalla seduta.

Li guarda tutti, di nuovo, uno per uno: le donne si tengono la borsa stretta tra le mani e gli uomini smaniano sulle sedie ma non hanno il coraggio di alzarsi.

Poi inizia a parlare.

Mi ringrazia per aver partecipato ma dice che ora presenterà i suoi lavori artistici.

Si dirige secca e decisa verso il retropalco e vedo la gente che sussulta dalla paura mentre lei sbatte da un lato una piccola tenda a righe, liberando dall’oscurità un immenso quantitativo di statuine.

Un piccolo esercito di creta, ceramica e gesso che ricorda quello di Qin Shi Huang ma in miniatura e ancora più inferocito.

(….)

La spaventosa maestra piglia la prima che le capita e inizia a illustrarcela come si trattasse di una lezione di algebra e tutti stanno a sentire, per carità.

Dice che sono di gesso, calchi fatti a mano.

“Faccette e abitini sono tutti dipinti a mano da me e da mio marito”, dice Tamara, “e potete scegliere anche quelle non ancora dipinte e farvele dipingere da me come preferite!”.

Questa signora sfacciata sta obbligando il mio pubblico ad assistere ad una televendita a sorpresa e non è mica giusto.

Allora mi alzo dalla sedia e chiedo la parola e lei quasi mi fulmina e dice “Siediti!” cattiva, come fossimo davvero in classe e io mi siedo, cazzo. Come fossi telecomandata.

La maestra Tamara grida che nessuno uscirà dalla sala se non avrà acquistato almeno una statuina per sé stesso o per un caro.

In un attimo scoppia una tensione che fino a quel momento sembrava talmente immaginaria, irreale ma latente da rimanere in quello spazio socialmente accettato del pensiero tranquillizzante che ti sussurra “Ma ti pare che succede?!”.

La società che abbiamo sistemato, così come meglio ci è riuscito, è talmente fragile e repressa, controllata eppure fuori controllo che basta una scintilla di una qualsiasi patologia psichica delle tante sottovalutate, non capite e non curate, per incendiare ettari di terreno popolati da brave persone.

La moltitudine di impiegati, vicini di casa, familiari, fidanzati, figli adolescenti e madri è un gigante di sabbia addestrato a correre in una sola direzione fino a quando non gli si sgretola un piede e tutto deraglia.

(…)

Tamara è l’anello debole di oggi, la nuova potenziale protagonista dell’articolo di cronaca nera di provincia.

I protagonisti di certi giornali, i soggetti di certo pessimo giornalismo sono persone normali fino a quando riescono a mantenersi tali, a resistere, a contenersi con l’aiutino da casa della televisione e delle altre istituzioni.

Il fino a quando non puoi prevederlo.

Puoi solo cercare di contenerlo fino a quando…

(…)

Tamara ha le gambe talmente divaricate dalla rabbia che lo spacco della gonna si strappa fino all’attaccatura del sedere, mentre io penso a queste cose della rivoluzione e alla mia vita in generale e mi chiedo cosa ci faccio qui stasera e perché non imparo a selezionare gli eventi anziché accettarli tutti senza farli passare sotto al raggio del normale buongusto o dell’intuito femminile.

Si avvicina al suo esercito di statuine e le inizia a scagliare contro il mio pubblico; le piglia e le sbatte contro il petto dei presenti gridando il prezzo.

Sono prezzi irrisori, venti euro, quaranta al massimo, non capisco perché sia così arrabbiata.

La gente tira fuori i soldi ed è costretta a comprare mentre lei, come Wanna Marchi quando ancora poteva derubare in tivvù a piede libero, urla “Vuole il sacchetto?!”.

Qualcuno prova a prendere il telefonino per chiamare il 118 ma lei, da brava maestra sente l’odore delle batterie tirate fuori dalle tasche e salta agli occhi dei malcapitati.

(…)

La statuina di un ometto lungo come certe raffigurazioni del Don Chisciotte colpisce alla tempia un grosso signore che inizia a sanguinare dalla testa e anche dagli occhi ma per la rabbia.COVER

Prova ad alzarsi per porre fine alla vecchia follia ma non riesce ad arrivare a Tamara che, dal palchetto sta letteralmente lapidando la platea inerme.

Quando la maestra si accorge che le statuine stanno per finire dal tavolo a disposizione e che a breve resterà senza munizioni e piena di soldi estorti al mio pubblico tenuti stretti tra le mani e nelle tasche del tailleur, gliela leggi negli occhi la disperazione.

La donnetta capisce di non aver pensato al piano di fuga e inizia in fretta e furia a raccogliere i frammenti da terra per scagliarli con ancora più ferocia ma la gente, che reagisce sempre con fastidioso e lascivo ritardo, si è rotta il cazzo di subire e nel momento in cui si capisce che la vecchia maestra è in trappola, inizia la rivolta.

Inizia il signore colpito da Don Chisciotte sollevando una sedia e scagliandogliela contro la faccia a velocità supersonica.

Tamara grida dal dolore e gli ospiti della libreria iniziano a staccare i quadri dai muri e a lanciare il contenuto della sala-presentazioni contro di lei che ribalta il tavolo per farsene scudo.

Io, che mi lamento dell’attuale classe politica ma che non ho mai partecipato ad una manifestazione che sia poi sfociata in guerriglia e un po’ me ne sono sempre rammaricata, sento il sangue al cervello e l’adrenalina a pulsargli dentro.

Il cervello a volte è assurdo come le sue reazioni, spesso inaspettate, visto che nel giro di una frazione di secondo mi ritrovo, e non so perché, dietro al tavolo al fianco di Tamara, in trincea con lei mentre il mio pubblico ci bombarda con qualsiasi oggetto che arredava questa sala, in grado di dirsi tale prima della nostra presentazione e divenuta ora poltiglia informe di grida, schegge di vetro, plastica accartocciata e statuine.

“Cazzo, Signora Tamara!!”, grido senza riuscire a proferire una domanda, un perché, un insulto nei suoi confronti.

E lì, nel delirio senza controllo la guardo e lei, accucciata dietro alla scrivania con la gonna completamente strappata e i capelli ridotti alla Johnny Rotten, si volta e mi guarda; mi guarda come ti guardano i maiali dentro ai mattatoi, come immagino guardino i bambini che abitano nei posti che vengono bombardati.

Mi guarda e mi lascia immaginare nei suoi occhi, con un piano americano che vediamo solo io e lei, la sua casa col pavimento in graniglia, i muri bisunti e la poltrona davanti alla tivvu’ dove suo marito fa la muffa dai tempi del suo cinquantesimo compleanno.

Le vedo le lacrime agli occhi e vorrei dirle che non è il momento, brutta stronza di una donna, che dopo tutto sto casino che ha combinato, si mette pure a piangere?

Però non riesco a dirle niente perché il suo è un pianto che non vuole fare pena, sembra un pianto che aspettava di uscire da secoli ma non riusciva con tutta quella pellaccia dura da superare per sgorgare.

Il pianto di Tamara è una dichiarazione di fallimento che c’entra poco con l’insuccesso delle sue statuine ma recupera l’amarezza di tutti i guai degli ultimi quaranta anni e li propone stasera in quella che potrebbe definirsi la vera presentazione, altro che libro.

La presentazione della disperazione di chi non riesce ad arrivare a fine mese e non ha più età e scaltrezza per lavorare.

Non so cosa succede dal punto di vista biologico quando uno pensa di voler fare una cosa e ne fa un’altra che si avvicina all’esatto contrario ma io, quasi ipnotizzata da quello sguardo pieno di lacrime così violente e indispettite, prendo e imbraccio una gamba della scrivania e le sorrido.

Tamara mi guarda e intuisce il mio invito.

Quindi si pulisce il naso che gli cola, imbraccia sicura la gamba dal suo lato e insieme ci alziamo, lanciando un grido di battaglia disperato, fuori controllo.

Ci scagliamo con tutta la nostra forza contro l’armata inferocita del mio pubblico, approfittando dello stupore che si crea in sala, alla vista della nuova alleata di Tamara che non si sarebbero mai aspettati.

Col nostro scudo sbaragliamo donne e vecchietti, buttiamo giù ragazzi e sedie con la nostra scrivania ribelle, simbolo dell’istruzione che guida il popolo perché la libertà se n’è andata chissà dove.

Ci fracassiamo contro il muro che sostiene la porta d’ingresso della sala, insieme al mobile che ci ha salvate dalla furia del pubblico e a qualche corpo schiacciato contro.

Non ci penso un secondo e raccatto Tamara, tutta sporca e malmessa e la trascino su per le scale mentre la gente venuta da lontano per la presentazione del mio libro cerca di riprendersi e impreca contro di noi.

Ci sono signore a terra che sanguinano, gente che si tocca ossa rotte e la sala è praticamente distrutta mentre scompare ai nostri occhi dalla tromba delle scale.

Corriamo al piano di sopra, mano nella mano come madre e figlia contro tutti.

Corriamo tra gli scaffali e i banchi pieni di libri e quando il libraio alla cassa realizza che siamo ridotte come dopo un bombardamento e muove la mascella per chiamarci, noi veloci come la notte siamo già in auto, la mia.

Ed è subito tangenziale di Voghera che, anche se la direzione non è chiara, sembra essere la strada perfetta perché punta dritto alla parte opposta della città dalla quale stiamo scappando come due ladre.

In auto non parliamo, Tamara guarda fuori dal finestrino e ogni tanto si sistema i capelli in maniera nervosa.

Mentre guido veloce ho dei pensieri per lei, cose che vorrei dirle ma che non ho il coraggio di buttar fuori, come al solito.

Non so dove stiamo andando Tamara ma da questo momento purtroppo siamo socie.

Doveva essere una serata noiosa di letteratura contemporanea.

Doveva essere solo la presentazione del mio libro e ora, io e te possiamo fare grandi cose, possiamo andare in Messico o fondare delle nuove brigate decidendo un colore più femminile e meno inflazionato del rosso.

Possiamo suicidarci sulla tangenziale o andare a casa tua e farla esplodere con tuo marito dentro.

Possiamo fermarci in un campo dietro a una delle cascine abbandonate della Lomellina a fare pipì e poi accendere un fuoco e ballarci intorno e richiamare in vita il tuo esercito di statuine che ora è anche un po’ mio oppure i pazzi di Voghera o almeno le puttane.

Saremo invincibili io e te, Tamara.

Ma non voglio più vederti quei vergognosi gambaletti color carne addosso.

 

STORIE DI MATTI / Il Fatto Quotidiano

STORIE DI MATTI

Racconto inedito pubblicato per il Fatto Quotidiano del 18 Luglio 2017

Almeno una volta a settimana in auto con i miei genitori, si era costretti a passare davanti al Santa Maria della Pietà, l’ospedale psichiatrico di Roma che all’epoca nessuno si vergognava a chiamare manicomio.

Per andare in centro, quella strada lì evitava di morire giovani nel traffico della Cassia quindi mio padre imboccava la Trionfale (che già all’epoca di trionfale non aveva più un tubo), e iniziava a lanciarci occhiate sfuggenti dallo specchietto retrovisore, come fanno gli agenti segreti nei film con le colonne sonore che sostengono le stesse, miserabili sceneggiature uguali da vent’anni.

E anche la mia famiglia, se non da venti, almeno da dieci anni, batteva il suo Ciak sempre in prossimità dello stesso incrocio.

Di giorno ma soprattutto di notte, dentro all’abitacolo s’innescava, proprio in quel punto e in maniera del tutto innaturale, un silenzio attento, concentrato, da chiappe strette, se dovessi descriverlo a un amico.

Qualunque fosse l’argomento nel quale si era tutti coinvolti o eccitati, quando la macchina entrava nell’area rossa del manicomio, ci si serrava la bocca e si guardava con la coda dell’occhio fuori dal finestrino cercando quale fosse il motivo in grado di zittire una famiglia in pochi secondi.

Il raggio dell’area rossa in cui ci si congelava era stato identificato dall’inconscio bizzarro di mia madre e nessuno, a parte lei, sapeva precisamente dove iniziasse e finisse, anche perché non c’erano dogane o cartelli segnaletici che sancissero il piccolo comune immaginario molto, molto pericoloso.

Ciò che si sapeva è che dentro a quel perimetro, il plot restava lo stesso: uno dei genitori prendeva coraggio e si girava, approfittando del semaforo rosso e appoggiando il gomito sul sedile accanto, fedele alla sceneggiatura da seguire.

Poi ci guardava dritto nelle pupille e diceva “mettete le sicure”.

Noi bimbetti si ubbidiva e si metteva tutti, in sincronia, la sicura. La faccenda, il più delle volte, finiva lì.

Poi però il tempo bastardo consentì a me e ai miei fratelli di crescere e sviluppare rudimenti di senso critico.

Sia maledetto quel momento in cui si diventa coscienti.

Sia maledetto quel momento in cui si innescò nei nostri cervelli, la voglia di domandare perché davanti a quel preciso incrocio, bisognasse sempre inserire la cazzo di sicura.

Sono l’ultima di tre fratelli quindi, al mio turno di perizia inquisitoria, la risposta aveva già fatto pratica e arrivò fresca a perfetta: “Perché ci sono i matti”.

Chi somministrò la risposta però, non tenne conto di quanto io, da bambina fossi già profondamente cacacazzi.

“E allora?”, chiesi come lanciando un sasso.

A casa mia infatti, i figli hanno meno diritti delle blatte dunque immaginare che dei minori s’arrischiassero a contestare risposte con altre domande era una prospettiva utopica.

Ma anche produrre un terzo figlio femmina era abbastanza irreale, prima che piombassi nelle ecografie così, anche per questo e con ancor più presunzione, pretendevo una risposta.

Eppure non è dei miei traumi familiari che voglio parlare.

Voglio parlare dei traumi familiari, punto.

Perché la famiglia è un luogo bellissimo ma se ne potrebbe fare a meno.

Essa può divenire un rifugio rassicurante come una tana di murene se non la si considera per ciò che è, ossia un salotto con persone che si vogliono bene a Natale, ma la si percepisce in base a ciò che la società perbene vi ha costruito intorno.

La famiglia ma anche il posto di lavoro, la location del matrimonio, l’autostrada o il centro commerciale sono alcuni dei contesti più adatti alla proliferazione della nuova follia.

Perché di società ci si può ammalare.

Dentro a quella macchina in cui si aveva paura delle antiche patologie psichiatriche, mi proposero una risposta di quelle che le dittature fanno scrivere ai loro intellettuali per accontentare i popoli.

Mi dissero che i matti uscivano in orari misteriosi per dar fastidio alle auto delle persone perbene.

Così, guardando fuori dal vetro ermetico e lucido di notte, promisi ai matti che li avrei vendicati.

Mi dissi che sarei andata alla ricerca dei veri soggetti pericolosi, di quella nuova inquisizione travestita da società rispettabile e che li avrei scovati uno per uno, i veri pazzi.

Avrei riscattato gli internati scrivendo cartelle cliniche universali e contemporanee di quei pazienti che non vogliono farsi diagnosticare nulla e che a casa hanno un sacco di tappeti Bukara dove nascondere orrori e insicurezze.

Quei professionisti, dottori, madri di famiglia e account che siamo noi, sempre rasenti sul filo della psicopatia condominiale.

Promisi questo agli angeli del manicomio.

Poi zitta zitta disinserii la sicura, per essere pronta a scivolare giù dall’auto, in caso di pericolo, in caso l’inquisizione mi avesse scoperta.

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Storie di matti