IL VERO MESTIERE PIU’ ANTICO DEL MONDO

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Ogni volta che sono ad una festa, prima o dopo, arriva sempre il momento in cui sento il bisogno di vivere i miei consueti dieci minuti di alienazione dal pianeta terra. Arriva il momento in cui sento l’urgenza di chiudermi a chiave dentro quel piccolo, irresistibile salotto che sono Io medesima; di immergermi in quel brodino melenso che è la mia immaginazione.

 

Mi rifugio nel mio pensatoio e rilascio un lungo flusso di coscienza, senza farmi disturbare dalla musica alta e dagli aliti di prosecco degli invitati e così immagino di scrivere un report sull’andamento della serata, un feedback in lettere grandi e fumanti, marchiate a fuoco sul sedere del festeggiato.

 

Un feedback che poi è sempre lo stesso: alle feste, agli aperitivi, alle anteprime, in qualsiasi strafottuta occasione che costringa dieci o più persone vestite con dignità a riunirsi nello stesso luogo, si ripropone sempre la stessa legge morale secondo la quale la gente se la tira.

 

Le persone, specie se in branco, sviluppano una sgradevole propensione a credere nella loro personalità in maniera esagerata, scomposta. Ma perchè? Cosa porta un individuo mortale a tirarsela?

 

Tante volte mi sono riproposta questo spunto di riflessione e ammetto che fino ad oggi non ho prodotto nulla di definitivo dato che le uniche risposte che la mia mente ha trovato, le sole giustificazioni che i miei occhi hanno trovato di fronte a tanta ambizione, sembrano essere riconducibili a stronzate: una borsa griffata, un paio di scarpe in pelle di un tizio che si chiama Manolo, un contratto a progetto in un’agenzia di comunicazione, un fuoristrada costoso, un paio di zigomi più alti di quelli che hanno sviluppato certe popolazioni mongole nei secoli, per far fronte a temperature molto basse.

 

Questi sembrano essere i motivi che portano alcune persone appartenenti alla cosiddetta società evoluta, a credere di essere migliori, non di altre ma di tutti. Personalmente non conosco grandi scienziati, astronauti o professori emeriti ma dal loro abbigliamento trasandato, dai loro baffi e dai loro occhiali spessi, non mi pare se la tirino e non mi pare di averli mai visti con una borsa di Yves Saint Laurent sotto braccio, durante un’intervista, come invece ho visto fare ad avvocati di assassini famosi, a calciatori, ad attrici o a critici d’arte immersi nella sugna della loro religione auto-riflessiva.

 

Registi, prefetti, capi del gabinetto, modelle rimbecillite e amici di tutte queste categorie, senza mai generalizzare ma senza neanche perdere di vista le grandi numeriche con le quali questo fenomeno si replica negli stessi settori, credono che la loro persona intellettuale o fisica sia superiore a quella di un fornaio friulano, di un impiegato della Accenture o di un thailandese che li sta portando col suo taxi sgangherato dall’aeroporto al Four Season di Bangkok.

 

Magari è pure così. Magari davvero si tratta di personaggi meritevoli di onore; ma nel momento preciso, nel secondo puntuale in cui nel loro cervelletto si forma la convinzione di essere anche solo uno scalino sopra rispetto al resto dell’umanità, in alto sul famoso disegnino della piramide evolutiva, ecco che la loro supposta superiorità ha miseramente fallito in partenza.

 

Mi piacerebbe tranquillizzare tutti quelli che se la tirano che, se domani per caso dovessero schiattare (dipendesse da loro non schiatterebbero di certo, ma visto che non possono controllare tale spiacevole inconveniente, il rischio esiste!) sono sicura che il mondo non subirebbe cambiamenti fondamentali per il proseguimento della specie. Al massimo eventuali, flebili migliorie.

 

Sempre a proposito di vita, mi sento in dovere di poter dire che fino ad oggi siamo dichiarati tutti mortali e che nessuno è maggiormente richiesto sul pianeta terra rispetto a qualcun’altro, specialmente in occasione di una festa, a meno che certo, non si tratti del legittimo festeggiato, però non è comunque il caso di tirarsela oltre il dovuto.

 

Sembrano banalità ma evidentemente non lo sono, visto che c’è ancora tanta popolazione che cammina nel mondo col mento proteso verso i nembi, con una Birkin appesa al polso e gli occhiali da sole a riparare la cornea dagli sguardi zozzi di gente estranea.

 

Sono esenti da questa breve invettiva quelli che risultano indolenti o intolleranti verso il genere umano (e quindi superbi) semplicemente perchè ammettono la chiara involuzione di certi individui quali:

le persone che si picchiano negli stadi, le mamme che truccano le loro figlie, i signori col gilet rosa salmone del Nord che danno retta a quello che dice Salvini, i condomini della Santanchè che ancora non le hanno tolto il saluto, tutti coloro che ancora non hanno preso in considerazione l’idea di rimuovere il tasto 5 dal loro telecomando della TV, quelli che se la tirano.

 

LIBRETTO DI ISTRUZIONI PER MANOVRARE UN INGEGNERE

LE FIGURINE

Ho un sacco di amici ingegneri e almeno il 40% dei miei fidanzati erano ingegneri.

Forse lo sono ancora ma non sono più i miei fidanzati, non so se gli è convenuto. Io al loro posto, avrei scelto di continuare a fare il mio fidanzato perché è impegnativo ma sempre meno di fare l’ingegnere.

Avendo molta esperienza anzi, avendo avuto molte brutte esperienze con ingegneri, posso garantire che questa categoria viene fabbricata da Dio in serie, con le medesime caratteristiche e funzionalità uguali per tutti i soggetti, a prescindere da età anagrafica, ceto sociale, città o paese di provenienza; tali caratteristiche e funzionalità sono tutte rivolte verso un unico obiettivo: cagare il cazzo al prossimo.

Per i maschi di questa categoria, il giorno dell’iscrizione all’Ordine ha lo stesso valore simbolico che ha avuto per Artù il giorno dell’estrazione della spada nella roccia o per Mosè il pomeriggio in cui un cespuglio in fiamme gli ha detto roba forte.

Questi 3 eventi, la spada nella roccia, la consegna delle tavole di Dio e l’iscrizione all’ordine degli ingegneri, sono momenti importanti ma potenzialmente connessi con un rischio: la perdita della propria umiltà.

E se Mosè sono sicura che abbia mantenuto la sua modestia e Artù le proprie virtù (di qui il nome), l’ingegnere è l’unico che probabilmente riuscirebbe a sentirsi in grado di aggiornare il file dei dieci comandamenti o di non rilasciare il certificato di agibilità alla roccia della spada.

L’ingegnere stima Dio ma purtroppo appartiene già ad un’altra religione, quella appunto del Supremo Ordine degli Ingegneri.

Il soggetto si sente investito di una solida, unica missione: diffondere le sue verità granitiche al resto del misero popolo, specialmente se si tratta di quello femminile, considerato inabile alla vita a causa di alcune superflue generalità della specie come bellezza e sensibilità, delle quali l’ingegnere si domanda perché Dio abbia perso tempo a pensarle.

Le ingegnere raramente sono considerate femmine.

Per l’ingegnere certe professioni non sono vere professioni ma piaghe sociali: il poeta, la ballerina, l’attrice, la mamma, lo stilista o il cantante sono sfide alla sopravvivenza portate avanti da creature senza senno e con il solo scopo di raddoppiare il lavoro agli ingegneri, obbligandoli a produrre il necessario per sfamare anche loro, categorie che la selezione naturale avrebbe comodamente estinto, senza la pietosa collaborazione del sacro ordine.

Se vi piace il rischio e volete conquistare un ingegnere maschio, ricordatevi che bastano due semplici parole: “hai ragione”.

Questa semplice e accattivante frase, provoca un micro-orgasmo nella mente dell’ingegnere e sarà vostro per sempre. Nonostante questa sia una frase infallibile, per i tipi più duri potete anche provare con: “mi spieghi come posso fare questa cosa, tu che sai tutto?” o anche “da quando ci sei tu, tutto ha un ordine”.

Se dovessero chiedere delucidazioni perché si tratta di soggetti particolarmente malfidati, potete enfatizzare dicendo: “Si, tutto ha un ordine. L’Ordine degli ingegneri. “ accompagnando la frase da appellativi come “Sire” o “Maestro”.

Se vi piace ancora di più il rischio e volete invece allontanare dalla vostra vita un ingegnere, indispettirlo o farlo morire folle, potete provare altrettanti facili escamotages come alcune sentenze pronunciate a freddo, tipo “Non arrivavi e c’ho pensato io, ho riordinato tutto secondo il mio criterio” oppure “Non penso che la tua considerazione sia universalmente condivisibile, avrei da ridire”, o anche “nella vita faccio l’attrice!”

Queste frasi portano l’ingegnere verso i confini dell’ira più estrema e voi nella mia stessa condizione: pieni di ex.

Vuoi vedere il video del live di questo pezzo dal Reading tristocomico di Madame Pipì?

SUA MAESTA’ IL DISPETTO

SINFONIE

more dispetto per tutti

Secondo me ci vuole un pò di dispetto nella vita di tutti noi.

A volte bisogna essere dispettosi per il nostro bene, per far divertire il nostro povero ego tramortito dal fisco italiano e dalle calorie.

Curo la mia mente facendo dispetti. La faccio sorridere.

Se faccio un dispetto mi sento bene e non è vero che lo scherzo è bello quando dura poco.

Quando i miei gatti dormono beati sul divano, sparo Travelling riverside blues dei Led Zeppelin a tutto volume e mi godo il loro salto in alto, da fermi e le loro faccette che mi maledicono.

D’estate mi piace fare rutti demoniaci in auto con le amiche dei Parioli, quando passiamo coi finestrini aperti proprio sul corso dove ci sono i locali degli aperitivi. Tutti si girano e io faccio una smorfia schifata e le guardo.

Se in treno ho davanti un tizio che mi guarda borbottando ingiurie contro il capotreno e l’Italia per un ritardo, aspettandosi che io annuisca e inizi con lui una lunga filippica su che paese di merda e dove andremo a finire, a me piace guardarlo dritto negli occhi ed esibire uno sbadiglio senza precedenti che vuole evidentemente dire “La tua presenza e le tue lamentele mi stanno spaccando di noia, ai limiti della morte” , senza però dirglielo e questo manda in bestia il tizio e a me piace mandare in bestia qualcuno, senza aver apparentemente fatto nulla di spregevole.

Se sono in vacanza con quelli amici che prima di mezzogiorno non vanno in spiaggia perché la notte prima hanno fatto i leoni, io alle 9 in punto, quando suona la mia sveglia monastica, adoro prendere di mira i loro letti e stordirli con un tuffo a bomba che piega le doghe di legno e fa credere loro che è arrivato l’Isis.

Quando riesco a convincere mia madre a salire in macchina con me, non appena siamo su strada e sono certa che non possa scendere, le metto Highway to hell degli ACDC e premo il pedale dell’acceleratore come se l’avessi rubata e se mi grida di frenare, mi piace ripeterle che sto andando pianissimo, mentre canto e faccio le corna all’insù con una mano.

Il dispetto è un piccolo luna park che puoi montare ovunque senza chiedere autorizzazioni o pagare biglietti.

Se sono ad una festa dove tutti si stanno divertendo e ballano duro, mi piace molto far sfumare un pezzo e lasciare quel secondo di magia in cui la gente pensa che metterò la hit che farà scatenare anche i muri e invece metto E ti vengo a cercare di Battiato.

Il dispetto è da provare.

Se sono ad una di quelle cene dove ad un certo punto tutti discutono animatamente sui soldi del Vaticano, i preti che sono tutti pedofili, quanto sia importante il matrimonio per gli omosessuali, quanti fascisti ci siano ancora nel mondo o qualsiasi altro stra-fottuto luogo comune di cui nessuno normalmente s’intende per un cazzo, mi piace fare quella che non è d’accordo con la maggioranza e vedere come in pochi minuti tutti si sbranano a vicenda e litigano e tirano fuori insulti sulla vita privata di questo o di quell’amico e la serata va a puttane e piano piano se ne vanno tutti.

Sono dispettosa perché penso che il dispetto talvolta abbia più vitamine di una spremuta di agrumi.

In gelateria mi piace passare davanti ai bambini perché sono bassi e il gelataio da dietro il bancone non li vede e nel momento in cui mi viene dato il gelato, se sono fortunata, amo dare la prima leccata con gli occhi ben fissi dentro a quelli del bimbetto e, senza che i genitori si accorgano di nulla, comunicargli con quello sguardo tutta la bontà del mio gelato che non è il suo.

Il dispetto è buono, non vuole mica fare del male, fa bene a grandi e piccini se si piglia con leggerezza.

Peccato che alcuni proprio non ce la fanno a prendere con leggerezza niente, figuriamoci il dispetto.

Tipo il signor venditore di Sky del centro commerciale vicino casa mia che, quando mi ferma e insiste che Sky è una figata, io gli faccio spiegare tutto ciò che esiste sul catalogo e gli chiedo questo e quel prodotto e i prezzi, i canali disponibili e lui si esalta e pensa di avercela fatta e quando lo vedo che è ben ben surriscaldato gli comunico che non ho la tivvù e non la vorrò mai ed è un peccato perché effettivamente questa Sky sembra interessante.

Lui si offende a morte, smette di parlare e mentre me ne vado non mi saluta ma sputa lì un impasto rabbioso di sillabe che somigliano ad un grazie e a un mavàvà, mentre fuma di bile.

Il dispetto è un compagno fedele per tutte le persone che si sentono sole e hanno voglia di sperimentare le reazioni più inaspettate degli esseri umani.

Quando gli amici mi trascinano in discoteca e qualche ragazzo sudato si avvicina e mi grida nelle orecchie domande su come mi chiamo e dove lavoro, io impazzisco di piacere a rispondergli nel suo timpano ubriaco, milioni di frasi senza alcun senso e innumerevoli parole inventate, tipo “splamplischero” o “turcimboni, tu?!” fino a quando lui non diventa pazzo a furia di dire “Come?!”

Il dispetto è un tappeto volante per te e per la tua anima, è una passeggiata tra le stelle, è una dichiarazione d’amore al tuo acume troppo spesso dimenticato.

L’ ABITUDINE ALLA PERVERSIONE

COSE FASTIDIOSE

Perché ci stiamo abituando alla moda della perversione?

Ormai più fai quello strano, perverso, underground e fetish, più sei fico.

Esiste chi, venendo a sapere che la perversione in questa epoca rende fighissimi, finisce per vendersi le proprie unghie in Corea, vestirsi come Cindy Lauper o mangiare la merda.

Esiste una categoria di gente detestabile che dice:

“Ah guarda, io sono uno liberal: siamo nel III millennio.

Per me puoi fare quello che vuoi, l’importante è che non fai male a nessuno”.

A parte il fatto che se mangi la merda fai del male a qualcuno, prima di tutto a te stesso: te lo insegnano da piccolo.

Ti dicono “No! Questo cacca!”, non è che ti dicono “No! Questo gianduiotto!”

Ti puoi sbagliare una volta a causa della consistenza simile ma poi al primo assaggio, non ti fregano più.

Poi mangiare merda fa male anche dal punto di vista sociale, nel rapporto con gli altri: se io ho la perversione di mangiare merda, poi vengo da te mi avvicino e ti chiedo una informazione o magari ti bacio, non è bello.

Io non sposerei mai uno col vizio di mangiar la merda.

Già l’alito del mattino è fastidioso.

Piuttosto sposo un vigile urbano, e sono romana quindi il sacrificio è alla pari.

Questo panegirico volgare per ricordare quanto sia importante la libertà di espressione ma anche la priorità di non perdere di vista ciò che è vero e soprattutto quella di dare i nomi giusti alle cose.

E parlare chiaro.

Perché il rischio è che la perversione diventi cosa, non solo normale ma addirittura trendy, è ormai certezza.

“Trendy” è una parola che detesto nominare, figuriamoci scrivere.

Una parola più sgradevole di Equitalia, una parola che sta bene solo sulla bocca di Paris Hilton.

Eppure in questo contesto mi è utile perché ci sono dei mezzi di comunicazione che vorrei eliminare con un po’ di cara, vecchia censura, che si servono e abusano proprio di questo iniquo termine.

Prendete un giornale come Wired: uno di questi magazine che parlano di ultime tendenze, di arte contemporanea, di roba trendy.

Sono specializzati in avanguardie per gente davvero cool.

Tu apri Wired e, anziché leggere articoli, non dico di fisica quantistica ma almeno di cultura base, trovi servizi sull’ultima frontiera della trasgressione sessuale a Londra, tipo che “Adesso va di moda andare negli zoo di notte a incularsi i draghi di Komodo”.

E tu, se sei uno che cerca di essere accettato dalla società, beh ci vai davvero allo zoo, alla fine.

Prendi quella come ultima tendenza, pensi “Porca miseria, quanto sono antico, demodè, non sono mai andato a rettili…”

E invece no.

Bisogna continuare a dare i nomi giusti alle cose.

Ti piace affittare i nani alle feste e non quelli da giardino?

Fai pure, ma sei un pervertito, non sei trendy.

Ti piace fare scambismo, andare sui siti di gossip, far fare la carrozzeria della Smart color verde militare?

Sei libero. Ma anche un pervertito.

Peggio della gente in corsa per il trendy, c’è la gente che ci fa il business su questa ossessione del trendy, vendendo porcherie come necessarie, obbligatorie, per il nostro fascino.

Ci sono 3 città che lottano per contendersi il titolo di città più pervertita d’Europa: Amsterdam, Lugano e Voghera.

A Voghera ci sono dei negozi specializzati nella vendita di prodotti audiovisivi pornografici con anziani come protagonisti.

Ci sono delle persone che prima di prendere il treno delle 9:45, entrano in questi negozi e dicono “Si, salve ho visto in vetrina quel dvd Fa caldo al pensionato, quello da 14,90 euro, si.

E’ un regalo, me lo incarta?”

C’è da preoccuparsi se accettiamo qualsiasi cosa in nome della libertà di gusti e di espressione.

C’è da preoccuparsi se nella vostra città ci sono più sexy shop e slot machine che librerie e alimentari.

Perché vuol dire che siete a Voghera o che la vostra città si sta trasformando in una città come Voghera.

E poi, se spariscono gli alimentari e aumentano i sexy-shop e le slot machine: che ne sarà delle casalinghe?

LA CATTIVA ABITUDINE ALLA FERROVIA ITALIANA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Certi impiegati che rientrano a casa al tramonto servendosi delle stazioni e delle locomotrici italiane, hanno intorno un’aurea eroica, una luce negli occhi che mi ricorda certi santini di San Sebastiano.

Le Grandi ma anche le piccole Stazioni rappresentano l’odierno supplizio di un poveretto che paga le tasse ma non sa come pretendere in cambio, servizi efficienti che gli spetterebbero.

Senza dubbio il treno è un mezzo di trasporto che viene subìto da tutte le etnie, in Italia ma, non so perché, l’etnia dell’impiegato italico mi provoca maggior tenerezza.

Sono tutti tra i quaranta e i cinquanta, grondano di sudore e di stanchezza mentre si arrampicano dentro a un vagone rovente o ghiacciato, a seconda della stagione.

I miei occhi ne hanno fotografati tanti nell’esatto momento in cui, dopo dodici ore di lavoro, la fila al bar per il panino a pranzo e i bimbi che li aspettano a casa col coltello tra i denti, ricevono la comunicazione dall’altoparlante che il treno è stato soppresso.

Quasi mai il maledetto altoparlante dice che fuori troveranno addetti preposti a somministrare informazioni rassicuranti o assistenza.

Quasi mai i diabolici megafoni dichiarano che gli sventurati potranno trovare sui monitor gli orari dei treni che sostituiscono la tratta morta o che semplicemente, se vorranno recarsi all’ufficio assistenza, rimborseranno a tutti il biglietto.

Il più delle volte, quella bestia di altoparlante dice solo che il treno è annullato e che ognuno deve cavarsela da solo, come meglio può.

E io me ne sto lì, seduta sulle piccole pedane delle passerelle che introducono i binari, a guardare la loro reazione facciale, così identica e identificabile nonostante la svariata moltitudine di pendolari: un tic che fa alzare loro un angolo della bocca in segno di disgusto e abbassare gli occhi in pesante, sonora dichiarazione di abbattimento.

Di abitudine a subìre la sventura pubblica.

E di abitudine si muore.

Quando la locomotrice entra in stazione, sia io che il dipendente martire, abbiamo il dejavù di aver già visto fotogrammi simili in quelle pellicole d’epoca girate all’epoca del vapore, dove tutti sventolavano i fazzoletti con le valigie di cartone e il fumo nero.

Al posto della nera locomotiva di ferro c’è un rottame verde pieno di cacche di uccelli, rovente come un elettrodomestico in tilt e in tragico ritardo.

Saliresti più volentieri su un carretto che entra in una miniera abbandonata, almeno ti lascia il brivido del Luna Park.

L’aria condizionata, su questi treni, cambia a seconda della carrozza passando da -26° a +45° e tu non hai scampo, devi adattarti come fece la tua razza, milioni di anni fa.

Il prezzo per un tragitto di quaranta minuti senza o con troppa aria condizionata, coi cessi serrati o da disinfestare e i sedili che trasudano sifilide, è di dieci euro, inclusa l’avaria consecutiva di due treni e il ritardo del mezzo sostitutivo.

Per me c’è una chance perché il treno è un’eccezione ma chi vi si lascia sodomizzare ogni giorno, come potrà difendersi?

I pendolari santi sono stanchi, sudati, col collo della camicia marrone e col capo che forse oggi li avrà redarguiti per un ritardo di cui sono vittime e non responsabili.

Ma la cosa peggiore è che questi agnelli al macello sono ormai abituati a questo non-servizio.

Quando l’altoparlante comunica che il treno è morto e si salvi chi può, loro non riescono a fare altro che non sia guardarsi a vicenda e dirsi “Eh, cosa vuole, siamo in Italia!”.

Così scendono stanchi come vitelli dopo un lungo viaggio che porta alla mattanza, in cerca di qualcuno che li aiuti o che canti insieme a loro lo struggente brano “Eh, siamo in Italia”, simile a quello che cantavano i raccoglitori di cotone qualche secolo fa.

Il mio di canto, s’intona coi Vaffanculo e vuole essere un canto epico che dia voce a tutti coloro che non ne hanno più manco un fiato perché l’hanno perso a causa della stanchezza secolare, del cartellino timbrato da anni, dei pochi soldi che non riusciranno a garantire la gita scolastica al figlio, della vita di provincia che li costringe da generazioni, ad affidarsi all’ingrato mezzo che non ha competitor sul quale un cittadino possa riversarsi speranzoso.

Peggio di noi, parlando almeno a livello di mezzi pubblici, miei devoti conterranei, forse restano solo alcune regioni della Cina, dell’Africa e dell’Europa dell’Est.

Peggio dei cessi di taluni treni regionali sui quali si viene duramente redarguiti perché non s’è timbrato il biglietto, dopo che si è cercata un’obliteratrice funzionante fino alla stazione successiva, peggio della sensazione che pervade la mia e la vostra persona quando si apre la porta del gabinetto ferroviario, non c’è nulla, a parte la morte sotto a quel medesimo treno.

Quando viaggio sulle affascinanti slitte di ferro che, a onore del merito, ci trastullano per tutta la penisola riuscendo a infilarsi tra le rocce liguri e le sabbie adriatiche, forse distraendomi col panorama, sono in grado di tenermi la pipì anche per dodici ore.

Forse dovrei informarmi se esiste un guinness a riguardo.

Oltre alla vescica contraggo anche i denti mentre penso ai miei cento euro che verranno evidentemente usati per pagare i cestini di Natale ai direttori e non per comprare nuovi gabinetti.

Di fronte a me c’è ancora l’impiegato stanco, salito finalmente su una carrozza sostitutiva e di fortuna.

Eccolo che prova a rilassarsi e si abbandona lentamente al sonno dei giusti, all’abbiocco scomposto che dimentica ogni dignità donando al dipendente affranto, pace apparente e i particolari sintomi della mestizia secolare che si merita: bocca aperta, mani lasciate libere di fare ciò che vogliono, borsa o zaino spalancati e disponibili ai ladri purché non creino problemi e occhi tremolanti che combattono contro il sonno eterno.

Il sonno che farebbe perdere al dipendente martire la stazione di casa, se non ci fosse ancora un altro altoparlante a silurare la carrozza con venti messaggi pubblicitari che proclamano quanto sia buono l’aperitivo italiano alla carrozza 6, che delizioso l’aperitivo alla carrozza 6 e che, qualora non avessi capito, alla carrozza 6 c’è l’aperitivo italiano, regalati l’aperitivo alla carrozza 6.

Se alla fine di un viaggio con l’alta velocità il nostro dipendente martire può trovarsi vicino alla dignità, sull’intercity o sul regionale non avrà né scampo né aperitivo.

Non ci sono taralli, non c’è costiera amalfitana né gelato, né tantomeno cannolo siciliano o camicetta di alta moda che basti a ridare dignità ad un paese dove uno paga e indietro riceve l’arrabbiatura del capostazione che dice alla folla in cerca di un treno sostitutivo, “Guardate, state chiedendo a quello sbagliato, io non so niente”.

I vini toscani, le fontane barocche e i musei vaticani non bastano a ripagare la pessima qualità di vita della giovane stagista che paga un abbonamento che non prevede garanzie come il suo posto di lavoro, che non eroga un filo di aria condizionata e un sedile con la tappezzeria pulita, non intrisa di acari dove la sua giovane gonna corta (perché così vuole il capo) possa esimersi da funghi della pelle o ancora peggio, dalla stessa malattia dell’impiegato martire: l’abitudine.