LA CARTA E LA MICROCRIMINALITA’

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Breve trattato sull’importanza della carta e sulle analogie tra libro e carta igienica scritto ed interpretato al Salone del libro di Torino 2018, in occasione del talk “Come sarebbe il mondo senza la carta?”

Visto che, sin dai tempi del liceo, sono sempre stata lì lì, ai confini dell’ illegalità, se un giorno proibissero la carta, avrei finalmente un’altra, buonissima scusa, per abbandonarmi definitivamente alla clandestinità.

Così insospettabile, perbene e a modino, so che me la caverei ed avrei, oltretutto, una nobile scusa per nutrire quella parte di me che si delizia con un certo gusto per la microcriminalità, come la maggior parte di noi, del resto.

Allora, se un giorno vietassero l’uso della carta io, finalmente, comincerei a scrivere sui muri, come avrei sempre voluto fare a quindici anni.

Mi rifarei scrivendo la lista di tutti quelli che mi piacquero, verrebbe fuori una lista simile a certe lapidi per i caduti di guerra perché di gente me ne piacque, all’epoca, ma lo farei con scopo carbonaro e disinteressato (visto che oggi, a quarant’anni, quelli lì son quasi tutti grassi e pelati).

Se venisse proibita la carta, mi sentirei in diritto di incidere il mio pensiero sui cofani delle macchine parcheggiate male.

Scriverei i miei pensieri sulla fiancata del Cayenne che mi blocca per due ore, davanti ad un bar, in centro, a Roma ed i miei pensieri sarebbero: TACCI TUA.

Se la carta venisse vietata diventerei una brigantessa della scrittura abusiva, mi sentirei come all’epoca della censura che, per fortuna, non esiste più!

Pitterei col mio trattopen sovversivo tutti i gabinetti degli autogrill, scrivendo i numeri di cellulare delle mie amiche sceme dei Parioli e poi, peggio ancora, non resisterei all’impulso di imbrattare le scale dei monumenti con gli aforismi del Profeta e i pezzi delle canzoni dei Nirvana.

E poi me ne andrei di notte, col pennarellone indelebile, a scrivere sui vetri dei bancomat e sulle vetrine nei negozi e ancora con le bombolette spray sull’asfalto, davanti casa delle ex del mio fidanzato, e scriverei un sacco di sms col cellulare a tutta la rubrica, soprattutto quelli con le catene di Sant’Antonio e poi me ne starei lì, avvelenata, a pubblicare post imbecilli sui social, solo per ripicca, se proibissero la carta!

Vi rendete conto di quante cose spregevoli potrei fare se un giorno, vietassero la carta?!

Cose criminali e davvero offensive per l’intelletto.

Cose che nessuno si sognerebbe di fare, ora che, per fortuna, la carta è legale.

Quindi è meglio per tutti che la carta resti ancora in uso diffuso e libero, tra di noi, a mantenerci sani e lucidi.

Meglio per tutti e guai, se fosse il contrario.

IL PATENTINO PER GENITORI

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Tra i miei sogni ricorrenti vi è quello sull’ipotetico, bellissimo giorno in cui verrebbe tolto il diritto democratico alla riproduzione.

Sogno un ufficietto piccolo ma funzionale in ogni municipio d’Italia in cui un team di esperti verificherebbe con test e perizie varie e inflessibili, i soggetti in calore che presenterebbero domanda, eventualmente rilasciando loro con tutti i se e tutti i ma, un patentino col permesso di riprodursi.

Un permesso con scadenza, sia chiaro, e con l’obbligo di effettuare controlli annuali per monitorare la supposta efficienza genitoriale.

Con questo pratico iter, in Italia ci sarebbe già una prima, grande scrematura di tutta questa moltitudine che crede di poter essere genitore solo perché la natura glielo ha casualmente consentito.

Gli uffici pubblici del mio paese hanno tempi più lunghi e noiosi della messa in scena dell’Antigone e la burocrazia è in grado di divorare cittadini ancor prima che essi prendano il numeretto col proprio turno sicché conto molto su questo disservizio!

Molti, se il mio sogno si avverasse, desisterebbero e se ne tornerebbero a casa imprecando contro la nazione ma evitando almeno di procreare.

Desisterebbero di certo tutti quelli con turni di lavoro che non consentono attese agli sportelli superiori alle tre ore.

E tre ore sono un buon tempo per cambiare idea e scegliere di non riprodursi!

Il problema più ostico sarebbero le irriducibili.

Le ragazze con la smania dei 42 che vedono arrivare da lontano la vecchiaia e la solitudine, come se un figlio possa salvare dalla solitudine gigante che ognuno si porta con sé.

Non ci riescono novanta amiche a salvarti dalla solitudine, ci riesce uno che ad un certo punto avrà il diritto di farsi una vita propria, estranea alla tua?!

Eppure le irriducibili vedono la vecchiaia e la solitudine non come opportunità di una saggezza che altrimenti non avrebbero mai incontrato, ma come un fardello, come fosse un’orda di Visigoti che spunta dalla fine dei boschi e si prepara a uccidere, con tutti quegli omoni pelosi che recitano il loro canto di morte prima di lanciarsi giù con le asce librate in aria contro la donna di quarant’anni.

A trovarli gli omoni pelosi.

Il problema più ostico per il team di psichiatri dell’ufficio per la consegna del patentino dei miei sogni sarebbero quelle donne che, insieme al loro devoto o casuale (o entrambe le cose) partner, restano ad oggi un concreto pericolo contro l’evoluzione di una società sana e felice.

La coda davanti all’ufficio per il diritto alla riproduzione non fermerebbe queste persone neanche se la fila terminasse in Antartide perché si tratta di persone che hanno perso il lume e la consapevolezza di se stesse, in virtù della possibilità di comprare tutine, giochi col sonaglio, carrozzine, quaderni, persone e merletti rosa o blu.

D’altronde non ci sono altre sfumature di pantone possibili.

Li riconoscerete così questi soggetti che, se esistesse il mio ufficietto dei sogni, non avrebbero i timbri necessari sul patentino.

Li riconoscerete dal delirio di rosa e blu.

Li riconoscerete dall’odore fastidioso che emanano: il tanfo del senso di un dovere che esiste solo per essere ostentato.

Li riconoscerete dalla puzza che rilascia la loro convinzione non dettata da amore cosciente ma dalla legge granitica che sia arrivato il momento di metter su famiglia e sti cazzi se poi la loro famiglia mette giù la società.

Non solo i miei sogni ma anche lo Stato dovrebbe responsabilizzarsi e proteggere i cittadini legiferando per contenere l’utilizzo libero e inconsapevole del seme e di tutto ciò che esso provoca.

Ci vorrebbero test attitudinali, simulazioni, polsi girati, letture di libri obbligate ed esami continui per questi possessori di organi riproduttori incapaci di averne pieno possesso.

Pigri, bugiardi, ignavi, gente che vota Forza Nuova, quelli con l’ossessione della possessione del coniuge, quelli del tappeto sotto al quale nascondono inferni, i violenti di mano, di intelletto e di lingua riceverebbero dal team di esperti del mio ufficietto dei sogni, un bel bollino rosso sangue e un microchip.

E guai se si riproducono in maniera illegale!

Certa gente non va persa di vista, figuriamoci se va fatta riprodurre.

E allora il team di esperti piglierebbe per il braccio tutti quelli che si servono dei ricatti morali, dei sensi di colpa e delle recriminazioni e li accompagnerebbe all’uscita e con la forza del collo del piede spiegherebbe loro che tali cose non possono essere insegnate a un bimbetto perché altrimenti la società diventa luogo impervio.

Sogno un ufficio funzionale e snello dove se ti presenti e sei la mamma di Andreotti, magari qualche domanda te la fanno.

Se ti ascolti il reggaeton, mangi al fast-food, tratti male la tua mamma di ottanta anni e ti compri più scarpe che libri, te ne stai al riposo col tuo utero perché puoi fare solo danni al mondo.

Se ti compri solo mutande di D&G, parli male di tutto il tuo quartiere e lavori per pagarti l’abbonamento allo stadio, pensi di essere davvero in grado di creare geni interessanti?

Sogno esperti che rilascino il patentino solo a gente limpida, che fa del viaggio una bella abitudine e della verità uno stile di vita sano.

Sogno il patentino per genitori fresco di stampa e consegnato solo a chi non cambia umore come un camaleonte, a chi ascolta bossa nova e non simpatizza per Bruno Vespa.

Sogno che l’istinto di maternità o paternità sia direttamente proporzionale al desiderio di ridere e inversamente proporzionale alla frase “Ma tanto è tutto uno schifo”.

Sogno che lo Stato tolga il diritto di farsi chiamare mamma senza la minima meritocrazia e che conceda il beneficio di esser detto Papà come premio e non come risultato di un entusiasmo distratto.

Nel mio sogno più ricorrente c’è un ufficietto che ci proteggerebbe tutti dalla potenziale mamma dei figli raccomandati in Rai, dal potenziale papà di futuri clienti abituali degli outlet il sabato pomeriggio, dalla riproduzione disordinata che generi persone che non faranno sedere le signore sul tram, che diranno più bugie che preghiere, col dna simile a quello di Dell’Utri e il vizio di candy crush.

Nel mio sogno l’ufficio per il rilascio del patentino per genitori ha orari di apertura improponibili.

Roba da supereroi.

Roba che neanche gli sportelli de La Sapienza o gli uffici postali quando è tempo di dare le pensioni.

IL CASSETTO CON DENTRO IL LICEO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Qualche giorno fa sono stata in un liceo per fare una lezione-spettacolo ai ragazzi delle ultime classi, prossimi alla maturità.

Alla fine di questa inedita esperienza che mi ha fatto bene come una rara medicina omeopatica, tornando a casa mi sono accorta di avere uno squarcio aperto tra la bocca dello stomaco e il diaframma: era il cassettino dei miei ricordi liceali.

Il periodo del liceo infatti è la zona temporale del mio passato che ricordo meglio, nonostante le sostanze ingerite in quell’epoca scapigliata.

Forse me la ricordo bene perché, seppure qualche bastardo inizi a chiamarmi “signora” dandomi del lei, è come se una parte di me si sia cristallizzata laggiù, tra i sedici e i diciotto anni, come se mi sia rimasto dentro un cassetto aperto, abile a mantenere le principali connotazioni caratteriali di quando avevo i brufoli per usarle sempre al momento sbagliato quando, in teoria dovrei comportarmi da femmina adulta, da signora, come dicono i bastardi.

Le medesime pulsioni di quando oscillavo tra la I e la II liceo classico si presentano ancora oggi attraverso: predilezione inconscia e costante per il piacere rispetto al dovere, predisposizione a non far nulla di ciò che sia obbligatorio o previsto dalla legge italiana, materna o civica, necessità di sonno oscillante tra le dieci e le quindici ore, dipendenza e amore incontrollato per la guida di un mezzo di trasporto (moto o auto) il cui carburante sia pagato da terzi, ingordigia nei confronti del guardaroba materno a disposizione, capacità professionale nell’assunzione di quantità ciclopiche di alcool, nonostante oggi la qualità abbia conquistato un deciso upgrade rispetto ai tempi in cui si rubava la vodka Keglevich nei supermercati, per bersela liscia e calda al giardinetto.

Dunque guidando il mio gippone verso casa, dopo aver visto tutte queste persone giovani costrette dallo Stato a scalpitare di vita dentro a pesanti aule, mi vergogno ma ho riflettuto su quanto ogni tanto abbia bisogno di tornare al loro stadio di spensieratezza pensierosa.

Perché è così quella fottuta età: dovresti vivere spensierato invece pensi industrialmente, senza sosta, qualsiasi cosa e il contrario della stessa pregando che arrivi qualcuno a dirti cosa è meglio pensare senza però importelo.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa quanto ogni tanto abbia bisogno di ascoltarmi ancora la musica di quando avevo sedici anni e di come vergognandomi, debba sentirmela in cuffia in modo che nessuno possa pigliarmi per il culo se metto Kylie Minogue, i Sex Pistols, i Foo Fighters o i Jane’s Addiction pur essendo ormai una signora.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa che forse dovrei smettere di indossare con orgoglio quel mio paio di jeans Subdued con le toppe dei Led Zeppelin cucite sul culo, tutti strappati, non da un designer newyorkese ma dalle secolari avventure vissute insieme a me.

Essere grandi mantenendo un cassetto da teenager può essere utile ma è un po’ anche una fregatura.

Da quando devo far finta di essere adulta non posso più entrare nelle profumerie a rubare smalti per contarli fuori con le amiche, sono obbligata a nascondere bene tutti i chili di timidezza e insicurezza che mi porto in tasca dalla nascita e non ricevo più quella confortante frase che mi piaceva e serviva tanto, quella del “ti capisco, sei in un età difficile, vedrai passerà”.

Non ho più giustificazioni.

Non posso più giustificarmi alle interrogazioni.

Sono una donna sola nel mondo adulto col mio cassetto aperto sull’adolescenza.

Eppure è al liceo che ho imparato le cose più importanti del saper vivere.

Ho imparato a simulare coliche renali da oscar per non essere interrogata e nel tempo ne ho fatto un mestiere retribuito.

Ho imparato a tonificare le chiappe stringendole quando la Facchiano faceva il giro della classe con gli occhi per capire chi interrogare in latino.

Al liceo ho imparato la bellezza di avere una madre che mantiene le promesse anche quando la promessa è di mandarti al suo liceo di suore mantellate serve di Maria, se sarai bocciata.

E, una volta bocciata, è lì che ho imparato che il liceo pubblico non era poi così male, se visto dalle sbarre di un collegio con la divisa bianca e blu e la ricreazione vigilata da Suor Giulia.

Se oggi scrivo per mestiere lo devo al liceo e alla capacità agonistica appresa lì, nella trascrizione delle versioni di Tucidide alla velocità della luce o almeno in settanta secondi di telefonata con la mia compagna di classe Cecilia.

A proposito di Cecilia, al liceo ho imparato che ci sarà sempre gente che col minimo sforzo raggiungerà il massimo dei voti mentre tu, con tutti i tuoi vortici di pensieri selvaggi, i cavalli alati, gli amori drammatici quasi mai corrisposti, i balli feroci, le emozioni che ti divorano e la musica nelle cuffie dalle tre di pomeriggio alle due del mattino, ti farai sempre un culo così per affrontare argomenti e doveri che non ti piacciono e non che non ci sarà mai verso di farti piacere.

E’ al liceo che ho imparato l’esistenza di alcuni gesti deficienti che possono tuttavia aiutarti ad accrescere la stima del pubblico che ti guarda, come accendere una sigaretta alle sette di mattina davanti a scuola o fare la pinna con l’SH nonostante la performance a lungo andare ti fotterà la forcella.

Così oggi guido verso casa dopo una mattinata con queste persone giovani che hanno riaperto il mio cassettino puberale facendomi realizzare che è il momento di chiuderlo, che certe cose non torneranno ed è meglio così.

Che ogni età ha la sua bellezza ma non tutte le età sono così belle come quella in cui ogni mattina incontri il bidello: l’eterno ragazzo che ti ricorda che si, è possibile portare l’orecchino fino a sessant’anni, che non c’è niente di male.

Che l’unico male tutt’al più è Kylie Minogue ma tanto se la senti in cuffia non lo saprà mai nessuno.