Terroirista o Terrorista?

COSE FASTIDIOSE, MADAME GURME'

Ho individuato due modelli di vita perfetti per il vignaiolo.

Robin Hood e un frate.

Il primo, Robin Hood: un figo vestito di verde coi capelli al vento e l’arco sulle spalle ma soprattutto, fuorilegge.

Se si decide di fare vini naturali, la cantina dovrebbe essere a norma ok, ma che palle col pavimento in piastrella lavabile, le vasche disinfettate dalla versione rumena di Mastro Lindo e la sala degustazioni che sembra la boutique di Bulgari.

Perché avere l’azienda a norma se la norma non ci corrisponde?

Se la legge consente lieviti, enzimi, tannini, gomma arabica, Malgioglio e il black friday bisognerebbe star fuori dalla legge.

Anzi, bisognerebbe farsi da soli una legge più onesta e le tavolette di metabisolfito di sodio metterle nella vasca da bagno nelle case dei signori che quelle tavolette le hanno previste per legge.

I signori profumati che non amano il vino che puzza.

“Il vino naturale puzza.

Anche il formaggio puzza eppure davanti al Roquefort c’hai la salivazione a mille”.

I mocassini senza calze, le Nike da corsa, le All Star non fanno puzzare i piedi come fossero in putrefazione?

Eppure sono tra le scarpe più vendute al mondo.

Se la ASL continuerà a dire la sua finirà che per assaggiare davvero un buon vino bisognerà andarselo a cercare come la droga in stazione, nei centri sociali, ai giardinetti.

Bisognerà fare allo stesso modo, mettere i soldi nel pugno di un tizio poco raccomandabile, trasandato, con la barba sfatta, vestito un po’ come voi, insomma però già in tranquillo regime di illegalità.

Meglio spacciatori che grandi distributori!

Allora Robin Hood perché paghi ancora lo sceriffo di Nottingham che venga a darti la ricetta della buona annata e non provi a valutare la teoria che il minor intervento determini la massima qualità?

Lo diceva anche il vecchio Fukuoka: non far niente è il miglior metodo agricolo.

Perché non provare? A me piace non fare un cazzo.

Certo, avrei paura degli invidiosi, di quelli che si spaccano la schiena perché la terra bassa ma l’ha detto Fukuoka, se vuoi farti il culo, pigliatela con lui.

Se invece siete persone poco affini alla microcriminalità ho il modello di vita del vignaiolo perfetto per voi: il frate.

Il vignaiolo ha spesso la barba, anche il frate.

Il vignaiolo, in genere veste coi toni del marrone, anche il frate.

Il vignaiolo tiene il tappeto erboso in vigna bello incolto, anche il frate.

San Francesco fu il prototipo del perfetto vignaiolo: lasciava il confine dell’orto incolto, era un grande raccoglitore, viveva isolato, non amava il jet-set, usava la consociazione e, secondo me, coltivava anche canapa perché parlava con gli animali eppure i caprioli c’erano anche allora ma è impossibile che un vignaiolo parli coi caprioli.

Ho letto che alcuni vignaioli, in Spagna usano la musica in filodiffusione in vigna per tener lontani gli animali.

Anche in Italia abbiamo un sacco di musica di merda: perché non provare?

Ma la faccenda fondamentale è che San Francesco scelse di esser povero.

Se si decide di far vini davvero naturali si fa voto di povertà o, quantomeno si resta poveri a causa di tanti motivi: vuoi perché magari un anno non raccogli un acino, vuoi perché hai un ettaro visto che non puoi fare vini naturali se ne hai duemila ettari perché “il contadino deve poter vedere dalla finestra tutta quanta l’azienda altrimenti è un latifondista” dicono i saggi, vuoi perché un anno devi decidere se trattare o saltare una vendemmia.

Non voglio dire che il vignaiolo debba fare il raccoglitore di acini che cadono in terra solo se asciutti di rugiada ma che, per certi aspetti, il produttore artigianale dovrebbe far voto di purezza intellettuale e quindi di povertà perché in Italia non esiste un intellettuale puro ricco.

E neanche un contadino ricco.

E invece, cos’è che spinge parecchi vignaioli a non sporcarsi più le mani in vigna ma a cercare soldi e fama nei salotti perbene?

Cos’è che incentiva quello che dovrebbe essere un terroirista a diventare un terrorista e a passare tra i filari con gli atomizzatori nucleari?!

Il male, come sempre è nella parola commerciale: un processo che implichi il fatto che non appena si capisce che potrebbe esserci spazio per arricchirsi, in un determinato contesto le cose cambiano.

Ci si veste bene e si fanno le cose male.

La parola naturale richiama concetti troppo complicati per l’uomo contemporaneo dunque mi riesce difficile ammettere che aumentino i vignaioli selvaggi e contemporaneamente diminuiscano le vocazioni perché entrambe si chiamano le professioni: che tu sia vignaiolo o frate.

Chi prende i voti li prende perché vuole fortissimamente aderire ad un progetto, non certo perché gli convenga.

Non è più questa l’epoca.

Se professi non devi tradire.

Quando possiamo dire di aver tradito la persona che amiamo?

Dopo un bacio? Dopo aver risposto ad alcune di queste miserabili avances sui social oppure si tradisce solo nel momento in cui si spoglia il proprio amante?

E quando possiamo dirci naturali?

Quando andiamo a comprare prodotti sistemici di notte, vestiti di nero pur di salvare il raccolto? Quando mettiamo solo ottanta gr di solforosa in un rosso che tanto siam sotto al biologico?

Se fai vino naturale devi avere un debole per i perdenti.

Ma è bello.

Che poi, a differenza dei frati, i vignaioli possono non fare voto di castità e piacere al senso opposto anche quando sembrano dei frati o Robin Hood.

Certo, la calzamaglia verde magari no.

 

Questo è un pezzo scritto per i vignaioli del Festival NOT di Palermo che ha causato bagarra ma che conferma potentemente il mio amore per chi produce prodotti davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali.

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GREEN VIRUS

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Occorre essere più green nella vita, non credete?

Personalmente sento la pressione della società.

Sento la società che mi spinge la schiena.

Sento le voci e mi dicono che devo essere più green.

Sento di non esserlo ancora abbastanza.

Sono verde d’invidia, di rabbia ed in banca ma non sono adeguatamente green di status.

Più uno pensa di essere arrivato a sfiorare le altezze della biodinamica, più ti rimettono subito al tuo posto, ti fanno restar umile perché non fai il risveglio muscolare, i sette tibetani, perché non essicchi le verdure, non cuoci al vapore, non bevi vino macerato, non fai il corso di permacultura, i bagni di Gong, la meditazione anfrant.

Essere green, oggi, è un’esigenza che non si può disattendere perché ci sono troppe cose in ballo: il pianeta, il nostro futuro, il nostro respiro, i nostri figli, la comunicazione, la moda ed i soldi.

Anche i soldi son verdi, infatti.

Ecco perché se sei green, vendi.

Lo stile green è uno stile che puoi ancora costruirti perbene e, se vuoi far business, ti conviene buttartici subito con dedizione, nella costruzione del tuo status green, perché è un’operazione delicata quanto fruttuosa, sotto tanti aspetti.

Io, nel green cerco di starci dentro fino alle orecchie, mi devi credere.

Mangio solo biologico certificato, compro solo detersivo sfuso, ricarico le pile della mia torcia con un micro-pannello solare, faccio tessere le mie mutande in cotone idrofilo dalle signore del paese, bevo estratto di germogli e leggo saggi di maestri orientali perché tutto di me, dalla testa ai piedi, sia fottutamente green.

Ho comprato un’azienda agricola perché mi danno il premio di insediamento e allora io, m’insedio volentieri, a quel punto.

Non ho mai fatto agricoltura ma qualcuno da piazzare in azienda, in stalla, in caseificio mentre io sono all’aperitivo o su twitter lo troverò, figurati: adesso che poi va di moda il uufing.

Mi sono iscritta a settecento associazioni: uniti per il verde, campagna vicina, pastori riuniti, viticultori divergenti, apicultori esauriti, trattoristi italiani, trattoristi italiani senza patente, unione erba medica, vivi il biologico, muori tassato.

Ho messo a mio marito la giacca di flanella con le toppe sui gomiti che fa tanto intellettuale green.

Ho comprato il vestito a fiori, l’auto elettrica, i bidoni personalizzati per la raccolta differenziata, il disco folk, le certificazioni, l’attrezzatura a norma, i locali con altezze da chiesa gotica, le forchette biodegradabili; ho comprato amici, fornitori ed i servizi sanitari nazionali, ho neutralizzato i parassiti ed i vicini di casa quando erano entità diverse e quando univano le due mansioni.

Sono andata a tutte le degustazioni mandate dal Signore in terra: sono andata ai dibattiti su come uscire dalla crisi e ai corsi su come fare rete con le altre aziende, su come incentivare i raccolti, su dove comprare i pesticidi di notte e a quelli su come ottimizzare l’aspetto green di ogni fottuta cosa che mi circonda grazie al packaging, alla comunicazione, alla rete, al partito.

Sono andata alle fiere di tutto il mondo, le fiere sul green, le fiere allestite in quei giganti di cemento fuori città, riscaldati da centrali atomiche, piene di parcheggi non sorvegliati ma tutto il resto si che è sorvegliato.

Ho fatto tutto questo e molto altro ancora, per meritarmi i fondi europei.

Ho preso i fondi europei.

Ho comprato una mietitrebbiatrice.

Mi fa paura solo accenderla ma ora posso dire di essere green.

Forse sono un’invasata del green ma sono invasata a norma.

Posso fare qualsiasi cosa.

Sono il Dio Green: sono meglio del re Lucertola, sono appena meno di Gesù ma ancora molto sotto alla Bayer-Monsanto.

Migliorerò.

 

 

 

 

 

 

DOVE CONDUCONO LE RICERCHE?

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Da una ricerca portata avanti da un’equipe di scienziati nutrizionisti dell’università di Melbourne pare accertato che i consumatori di alga spirulina alla fine crepino come gli altri.

Uno studio sui minorenni americani ha dimostrato che i polli del Kentucky Fried Chicken possono continuare a vivere dentro all’apparato digerente del consumatore fino a sedici mesi.

Un team di filosofi nordeuropei sostiene che molti fitofarmaci creati dalle grandi case farmaceutiche siano nocivi per l’agricoltura e per chi consuma i prodotti derivati da essi.

Ma chi se li incula i filosofi nordeuropei?

Tutta italiana, invece, la ricerca dei nostri cervelli ancora non fuggiti all’estero che conferma l’assoluto legame tra il Negroni sbagliato e il 70% delle gravidanze inattese.

A questo proposito una ricerca dell’università di Honk Kong del dipartimento nutrizione e sviluppo sta portando avanti un programma per confermare la tesi secondo cui esista una connessione diretta tra riso e fertilità altrimenti non se spiega come facciano i cinesi.

Da una ricerca condotta dagli scienziati dell’università di Boston risulta che di Coca Cola, si può morire nonostante le splendide pubblicità natalizie.

Uno studio di medici dietologi genovesi ha messo a punto un sistema innovativo di eliminazione di grassi e tossine basato sulla teoria quantistica del vaffanculo.

Lo studio alimentare di un reparto di scienziati croati ha dimostrato finalmente che lo zenzero fa schifo al cazzo e che se non fosse di moda, la gente lo farebbe marcire sugli scaffali.

Non tutte le ricerche condotte vengono ascoltate, non tutte le ricerche condotte sono affidabili, non tutte le ricerche meritano di essere condotte.

Le ricerche che meritano di essere condotte, spesso vengono condotte dalle persone sbagliate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL LIEVITO DI TUA MADRE

MADAME GURME'
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Antonio Molinelli e la medesima, in azione al Mercato della Terra per una degustazione comica.

A Roma se vuoi insultare qualcuno, ti basta aggiungere all’improperio scelto la parola “Tu madre” o al massimo “Tu sorella”, se proprio è grave, si tirano in ballo anche i propri cari defunti.

Esempio:

“STAI A DI’ A ME? CIOE’ M’HAI DETTO IDIOTA? MA TU MADRE!”.

Traduzione: Stavi per caso dandomi dell’idiota? Penso che dovresti valutare la possibilità che lo possa essere tua madre, piuttosto.

Capite bene quindi che i familiari sono da sempre vittime di diatribe e insulti senza averne colpa (o forse sono vittime proprio perché ne sono la causa).

Comunque, per Antonio non deve essere facile scegliere di lavorare con un prodotto che ha a che fare con sua madre.

Non puoi non provare imbarazzo quando glieli chiedi.

Antonio si sveglia presto che più presto non si può, suda, si prende cura dei suoi prodotti nel laboratorio di panificazione, espone le sue creazioni nel negozio di famiglia e invita a degustare tutti, torna a casa dalla moglie infarinato come un grosso fiore di zucca pronto per la pastella, sperimenta nuove collaborazioni esattamente come fa qualsiasi artista che ami trovare nuove strade per la sua arte.

Antonio dorme mezz’ora a notte, apre casa agli amici e conosce tutti in paese, produce IL PANETTONE, che vuol dire che se non hai mai assaggiato il suo, non hai mai assaggiato IL PANETTONE.

Antonio lavora come un carro-armato americano all’epoca dei Bush.

E dopo tutti i sacrifici, dopo il lavoro estenuante, i calli alle mani, la moglie che starnutisce con tutta quella farina per casa e il negozio che si riempie di golosi e di bottiglie di vino da degustare fino a tarda sera, Antonio trova anche la forza intellettuale di sopportare le vecchie clienti che entrano chiedendo il lievito di sua madre.

Un affronto che meriterebbe la lupara con il logo di Slowfood.

Una prova che il nostro eroe sopporta nonostante il desiderio, nelle mattinate più stancanti, di mettere le manine rugose delle vecchine maleducate, dentro al grande forno della famiglia Molinelli.

I nervi di Antonio reggono bene, fanno finta di niente, sono pazienti.

Ma verrà un giorno, sono sicura, in cui egli si ribellerà e chiamerà a gran voce, col suo diaframma potente, il Lievito Madre e tutti i suoi batteri lattici e pure quei nervosetti dei saccaromiceti, che da anni lo conoscono e lo stimano e insieme, metteranno a ferro e fuoco Rovescala e tutte le colline limitrofe, quanto è vero Dio.

Quel giorno le vecchiette sapranno chi è davvero Antonio Molinelli, Signore di mille palati di buongusto oltrepadani, Imperatore del Panettone nonché Re del lievito de su madre.

 

http://www.antoniomolinelli.it

TI LASCIO BIO

MADAME GURME', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Lasciami stare Bio.

Non mi toccare.

Mi fai schifo.

Mi fai schifo tu e le ragazze vegane, vestite di canapa che fanno yoga negli ashram a Ibiza.

Mi fai schifo tu e i cracker crudisti fatti coi semi di magnolia croata e venduti a 60 euro al kg, anche se non sanno di un cazzo.

Non ti riconosco più Bio.

Non sei più quello di una volta, mi hai presa in giro.

Una volta eri il tubero zozzo di terra, la mela bacata, il cavolfiore con la lumaca dentro che non vedevo e sgranocchiavo con tutto il guscio pensando “Uoh! Che croccantezza!”.

Bio…eri il mercato del giovedì, il vecchio al bar, la zappa che ti faceva venire le vesciche con le bolle d’acqua, che sembravi un paziente di Madre Teresa di Calcutta.

E ora?!

E ora Bio, che ci fai nella boutique a Parigi con le tue foglie lucidate una per una?!

Hai fatto i soldi a colpi di germogli tibetani, di caprette pettinate coi prodotti Kerastase e fotografate da Tim Walker.

Sei diventato ricco con la farina di Kamut?!

Tu sfrutti gli stupidi come fanno i giornali del gruppo Mondadori.

Parli di lievito madre e non sai manco come si usa il mattarello.

Parli di soia biologica e non sai che la soia vera non esiste più dall’epoca in cui Joe Cocker era un bell’uomo.

Hai messo la giacca buona, quella in fibra vegetale e te ne sei andato nei salotti-bene, eh, bastardo d’un Bio.

Sei entrato come una rockstar, alle feste, negli home-restaurant, nei fusion bistrot, nei vegan bakery, nei veggie burger, nei meltin pepper, nel fucking crumble e in mille altre stronzate che non so minimamente cosa significhino.

Sei entrato parlando di macrobiotica, di seitan estratto dai sederi dei neonati islandesi, di cibo che si può mangiare solo se cotto nelle profondità della terra, con le prime lingue di lava dei vulcani.

Mi hai rotto il cazzo Bio.

Con i tuoi gnomi sulle confezioni, coi fiocchetti di corda, con le tue buste della spesa in garza o carta di riso, disegnate da quell’artista che si ciba solo di radici estratte in Nuova Zelanda, di notte.

Mi hai scassato l’anima, Bio.

Sei più falso dello zigomo di Cher, più corrotto di un giudice di X-Factor, sei ossessionato dal mark-up come un’imprenditore di Gallarate.

Sei travestito da ultima tendenza ma puzzi di negozio cinese gestito da napoletani.

Ti lascio Bio.

Stattene con le tue polpettine di alga siberiana.

Vai a prendere per il culo le signore che fanno pilates nei palazzi a specchi e gli art-director vestiti in total black.

Vacci te a ritirare la cassettina con le primizie dall’altra parte della città, bruciando quaranta litri di gasolio per fare quello che compra solo dai contadini.

I contadini…

I contadini mi hanno detto che se ti beccano, caro Bio, ti mettono il forcone nel culo e girano fino a quando non fuoriesce il centrifugato della tua ignoranza, Bio, anzi l’estrazione a freddo.

Ti lascio Bio, mi hai delusa tu e tutti i mercatini con gli artisti di strada e gli artigiani vestiti da folletti.

Tu e i tuoi certificati NO OGM che l’Europa vende a caro prezzo.

Tietteli stretti i tuoi bollini verdi e facci la raccolta di pentole al supermercato.

E’ finita.

Vai a morire ammazzato Bio.

E non dimenticarti di farti seppellire nell’urna cineraria biodegradabile, che poi cresce l’albero e gli diamo il nome.