MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

E’ MASCHIO IL SUO?

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Come posso difendermi da quelli che incontro per strada e che vogliono per forza flirtare col mio cane?

Che poi io i cani li amo tanto, come del resto amo profondamente tutti gli animali a prescindere da cosa mi fanno.

Inoltre ho un cane graziosissimo, superiore alla media.

Un cane che è contemporaneamente amica, badante, security e quando sono triste, figlia.

Ma quelli che incontro per strada, alla fermata della metro o al giardinetto e mi fermano anche quando ho evidentemente fretta, per chiedermi anni, sesso e nome del mio cane, li vorrei vedere con a terra con le ossa rotte.

A parte che il sesso del mio cane, posto che l’argomento sia d’incontenibile importanza per la vita di uno sconosciuto, è facilmente identificabile da quando esistono i libri di educazione sessuale, ciò che risveglia in me odio imperituro è l’atteggiamento della gente che prova a indovinare, chiedendomi “Maschio?!” e se io faccio cenno di no, loro imperterriti si sbrigano a chiedermi “Femmina?!” .

A quel punto per me, che sono una dispettosa, diventa doveroso rispondere che no, non è neanche femmina, facendo partire tutto un teatrino di merda che mi fa perdere montagne di tempo in risatine per strada, con un fottuto sconosciuto.

Li riconosco da lontano, quelli che vogliono abbordare il mio cane.

Capisco che son loro quando ormai non ho più scampo: sorridono già da mille metri di distanza e iniziano a gongolare e a sussurrare cose senza senso con le vocine da fatine froce, un pissipissi al profumo di fragolina di bosco, un minniminni che pensano provochi chissà che piacere al mio cane mentre a Mila, sono sicura che non gliene sbatte un sega di niente e che preferisce odorare gli angoli putridi di pipì piuttosto che alzare lo sguardo per dar retta alla signora con la pelliccia e la manina a cucchiaio che vuole amoreggiare con lei.

I più spregevoli fanno finta di avere un biscotto in mano pur di farsi cagare dai cani più ostili e avvicinano la mano dicendo “ Tò, guarda un po’, tò! ”.

Cosa c’è di diverso tra questo gesto ignobile e quello del malintenzionato fuori da scuola che avvicina i bambini con le caramelle per poi toccare loro il sederino?!

Li riconosco da lontano io, quelli che vogliono conoscere per forza il mio cane.

Di me non gliene frega niente, non c’è nulla di erotico o di interessato, loro vogliono solo il mio cane.

Vogliono solo sedare il loro desiderio frustrato di avere un cane senza tenerselo in casa e doverlo portare a pisciare o avere i suoi peli sulla poltrona.

Del mio cane, tra dieci minuti, non gliene fregherà nulla, a loro importa solo di poterlo toccare un istante, per sentire la morbidezza del suo manto e dirmi che vorrebbero tanto un cagnolino ma sono allergici.

E io credo di essere allergica a loro e alle loro vocine da topino stronzo di Cenerentola.

Ora che ci penso, voglio difendermi anche dai padroni dei cani. Non da tutti, eh.

Da quelli che incontro per strada e che, quando mi vedono arrivare, iniziano a stringere forte il guinzaglio per tenere il loro quadrupede manco fosse un drago di Komodo.

E stanno lì, con tutte le vene della fronte gonfie, a tirargli la pettorina e quasi lo sgozzano mentre gridano da lontano “E’ buono il suo?!” oppure, ancora con ‘sta storia dei genitali, “E’ maschio?!”.

E a me viene voglia di gridare loro appresso che è femmina se il loro è femmina e maschio se il loro è maschio e che il mio, anche se lo vedono piccolo e dolce, è un cane di rara ferocia, è una di quelle marche di cani esotiche dichiarate pericolose dai giornali.

E stiamo arrivando a rompere il culo a entrambi.

Poi mi trattengo sempre, per borghesia.

A quel punto, si ripete il triste copione: loro partono con la litania di “Stai buono Taddeo, eh. Stai buono, per carità!”.

E se Taddeo non pensava per niente alla colluttazione, a quel punto, percependo l’ansia del padrone nell’atmosfera, sente risvegliarsi in lui la bestia di Satana e inizia a sbavare e vuole sangue.

Solo che non riesce a muoversi.

Perché il povero Taddeo è uno di quei disgraziati cani col cappottino.

E si sa, i cani col cappottino risultano ridicoli agli altri cani normali e devono passarsela malissimo ed essere presi molto per il culo dal resto dei colleghi più fortunati di loro, sfuggiti ai padroni che amano il cappottino e trattati come bestie normali.

Come posso difendermi dal mondo dei padroni che comprano cani nei negozi e infliggono loro il cappottino Ralph Lauren?

Come posso salvarmi se non gridando da lontano che il mio cane ha una brutta malattia virale e anche io?

E’ tutto un gridarsi da lontano, il mondo dei padroni dei cani, alla fine.

SUA MAESTA’ IL DISPETTO

SINFONIE

more dispetto per tutti

Secondo me ci vuole un pò di dispetto nella vita di tutti noi.

A volte bisogna essere dispettosi per il nostro bene, per far divertire il nostro povero ego tramortito dal fisco italiano e dalle calorie.

Curo la mia mente facendo dispetti. La faccio sorridere.

Se faccio un dispetto mi sento bene e non è vero che lo scherzo è bello quando dura poco.

Quando i miei gatti dormono beati sul divano, sparo Travelling riverside blues dei Led Zeppelin a tutto volume e mi godo il loro salto in alto, da fermi e le loro faccette che mi maledicono.

D’estate mi piace fare rutti demoniaci in auto con le amiche dei Parioli, quando passiamo coi finestrini aperti proprio sul corso dove ci sono i locali degli aperitivi. Tutti si girano e io faccio una smorfia schifata e le guardo.

Se in treno ho davanti un tizio che mi guarda borbottando ingiurie contro il capotreno e l’Italia per un ritardo, aspettandosi che io annuisca e inizi con lui una lunga filippica su che paese di merda e dove andremo a finire, a me piace guardarlo dritto negli occhi ed esibire uno sbadiglio senza precedenti che vuole evidentemente dire “La tua presenza e le tue lamentele mi stanno spaccando di noia, ai limiti della morte” , senza però dirglielo e questo manda in bestia il tizio e a me piace mandare in bestia qualcuno, senza aver apparentemente fatto nulla di spregevole.

Se sono in vacanza con quelli amici che prima di mezzogiorno non vanno in spiaggia perché la notte prima hanno fatto i leoni, io alle 9 in punto, quando suona la mia sveglia monastica, adoro prendere di mira i loro letti e stordirli con un tuffo a bomba che piega le doghe di legno e fa credere loro che è arrivato l’Isis.

Quando riesco a convincere mia madre a salire in macchina con me, non appena siamo su strada e sono certa che non possa scendere, le metto Highway to hell degli ACDC e premo il pedale dell’acceleratore come se l’avessi rubata e se mi grida di frenare, mi piace ripeterle che sto andando pianissimo, mentre canto e faccio le corna all’insù con una mano.

Il dispetto è un piccolo luna park che puoi montare ovunque senza chiedere autorizzazioni o pagare biglietti.

Se sono ad una festa dove tutti si stanno divertendo e ballano duro, mi piace molto far sfumare un pezzo e lasciare quel secondo di magia in cui la gente pensa che metterò la hit che farà scatenare anche i muri e invece metto E ti vengo a cercare di Battiato.

Il dispetto è da provare.

Se sono ad una di quelle cene dove ad un certo punto tutti discutono animatamente sui soldi del Vaticano, i preti che sono tutti pedofili, quanto sia importante il matrimonio per gli omosessuali, quanti fascisti ci siano ancora nel mondo o qualsiasi altro stra-fottuto luogo comune di cui nessuno normalmente s’intende per un cazzo, mi piace fare quella che non è d’accordo con la maggioranza e vedere come in pochi minuti tutti si sbranano a vicenda e litigano e tirano fuori insulti sulla vita privata di questo o di quell’amico e la serata va a puttane e piano piano se ne vanno tutti.

Sono dispettosa perché penso che il dispetto talvolta abbia più vitamine di una spremuta di agrumi.

In gelateria mi piace passare davanti ai bambini perché sono bassi e il gelataio da dietro il bancone non li vede e nel momento in cui mi viene dato il gelato, se sono fortunata, amo dare la prima leccata con gli occhi ben fissi dentro a quelli del bimbetto e, senza che i genitori si accorgano di nulla, comunicargli con quello sguardo tutta la bontà del mio gelato che non è il suo.

Il dispetto è buono, non vuole mica fare del male, fa bene a grandi e piccini se si piglia con leggerezza.

Peccato che alcuni proprio non ce la fanno a prendere con leggerezza niente, figuriamoci il dispetto.

Tipo il signor venditore di Sky del centro commerciale vicino casa mia che, quando mi ferma e insiste che Sky è una figata, io gli faccio spiegare tutto ciò che esiste sul catalogo e gli chiedo questo e quel prodotto e i prezzi, i canali disponibili e lui si esalta e pensa di avercela fatta e quando lo vedo che è ben ben surriscaldato gli comunico che non ho la tivvù e non la vorrò mai ed è un peccato perché effettivamente questa Sky sembra interessante.

Lui si offende a morte, smette di parlare e mentre me ne vado non mi saluta ma sputa lì un impasto rabbioso di sillabe che somigliano ad un grazie e a un mavàvà, mentre fuma di bile.

Il dispetto è un compagno fedele per tutte le persone che si sentono sole e hanno voglia di sperimentare le reazioni più inaspettate degli esseri umani.

Quando gli amici mi trascinano in discoteca e qualche ragazzo sudato si avvicina e mi grida nelle orecchie domande su come mi chiamo e dove lavoro, io impazzisco di piacere a rispondergli nel suo timpano ubriaco, milioni di frasi senza alcun senso e innumerevoli parole inventate, tipo “splamplischero” o “turcimboni, tu?!” fino a quando lui non diventa pazzo a furia di dire “Come?!”

Il dispetto è un tappeto volante per te e per la tua anima, è una passeggiata tra le stelle, è una dichiarazione d’amore al tuo acume troppo spesso dimenticato.

ORGOGLIO GATTARO

COSE FASTIDIOSE

catlady E’ inutile cercare di dissimulare certe fastidiose caratteristiche della nostra famiglia, certi difetti di fabbrica mentali o di costituzione che ci portiamo dietro nei genomi.

La gente, alla ricerca perenne del marcio perduto, nota sempre prima i difetti delle qualità e ci cataloga in maniera precisa e premurosa in base alle gambe grosse o alla casa in disordine.

Meglio quindi ammettere fin da subito quei nostri difetti secolari che conosciamo bene e rendersi magari anche affascinanti, grazie ad essi.

Sono una gattara.

Da parte di madre la mappa del mio albero genealogico è costellata di donne eleganti, creative, di buon gusto, entusiaste e forti ma tutte legate da una passione fuori controllo per i felini. Un amore sfrenato di quelli che ti trasfigurano, che ti fanno smettere di pensare alla conservazione di una dignità base, per vivere ai limiti dell’integralismo religioso.

Conosco questo male che le donne della mia famiglia si passano di madre in figlia e cerco da sempre di arginare il più possibile il potere che i gatti esercitano sulla mia persona ma certe cose sono incontrollabili o controllate da qualcun altro, non certo da me.

Cerco di evitare in tutti i modi la possibilità che quando un ospite entra in casa mia dica “ che odore di gatto! “.

Eppure tutto il mio mondo sa di gatto: la mia auto, i miei vestiti, i divani, i miei racconti sono tutti impregnati dell’odore di sottomissione ai gatti.

Cerco di mantenere profumato tutto ciò che mi appartiene ma l’odore di gatto mi precede.

E’ un odore talmente mio che non riesco a riconoscerlo ma gli amici più stretti mi dicono che si avvicina molto a quello che viene considerato “ l’odore di vecchio ”.

E non è piacevole essere additata come la ragazza carina che puzza di vecchio.

Allora lo dico subito, quello che sono: l’ultimo anello di una generazione di gattare, l’erede della vestaglietta di flanella coi croccantini nelle tasche, la futura vecchia signora con la paletta in mano e il bastone a tre piedi per sorreggere le stanche ginocchia, provate da tante cadute da inciampo su gatto.

Il gatto infatti, ha sviluppato nei secoli di contatto con l’uomo e con la gattara, una straordinaria intelligenza stronza che lo ha reso abile nel materializzarsi tra le gambe del bipede che lo nutre, per farsi suo ostacolo mobile e probabile causa di contusione, nel caso in cui il soggetto bipede sia su superficie piana o addirittura di decesso, nel caso in cui sia in presenza di scale.

Eppure, nonostante l’odievolezza premeditata dei gatti, la mia famiglia li ama a tal punto che io sono gattara di nascita.

Non ho scelto di esserlo, sono nata in una casa dove i gatti già padroneggiavano da anni, quindi ho solo potuto prendere atto di una eredità inesorabile che si sarebbe presto abbattuta su di me: la sudditanza nei confronti dei mici.

L’ho intuito già da molto piccola, dai loro sguardi, piccoli, severi e chiari.

Quando sono nata i gatti mi guardavano da sopra le credenze e dalle sedie di paglia, con occhio malvagio e indagatorio e così sono cresciuta chiedendo loro scusa per il disturbo di stare al mondo e servendoli come meglio posso.

Vivo da sola ormai da molti anni, viaggio molto per lavoro e avrei potuto evitare di adottare dei gatti e spezzare la catena secolare di supremazia felina.

Invece no. Quasi senza che me ne accorgessi, tre grossi gatti di strada mi hanno attirata come fanno certe giovani mignotte cubane coi vecchi europei.

E la maledizione è proseguita.

Oggi quando mi sveglio, ancor prima di lavarmi la faccia, scendo al piano terra, vado a tentoni fino alla cucina e con gli occhi cisposi, barcollo verso la dispensa dove tengo le primizie per i miei padroni pelosi e riempio le loro ciotoline fino a farle scoppiare, certa che la notte li abbia affaticati e che debbano idratarsi subito con qualcosa di fresco, nonostante abbiano a disposizione h24 un dispenser di croccantini professionale, da allevamento in batteria, un silos di plastica che mi arriva al ginocchio e che i maledetti animali svuotano in poche ore, per poi svuotare i loro piccoli corpi all’interno delle lettiere inamidate che preparo quotidianamente per i loro sfinteri raggrinziti.

Se la lettiera non si trova in perfette condizioni, i miei gatti defecano bollenti torte marroni, proprio davanti alla piccola porticina d’ingresso del loro sebach sabbioso; un’ammonizione per la signora delle pulizie, che sarei io, affinché provveda subito a sterilizzare lo spazio a dovere.

E’ una tecnica che talvolta sogno di praticare anche io nei gabinetti pubblici degli autogrill e dei treni italiani, ma non avrò mai la stessa freddezza che hanno i miei gatti nel compiere certi gesti esemplari.

I miei felini vivono in campagna, sono molto fortunati e potrebbero goderne a pieno, smettendo di usare la lettiera e depurando i loro intestini sull’erba fresca di rugiada del mattino o sulla terra arata dell’orto. No.

Non esiste. Culo di gatto viziato non si abbassa ad uscire di casa anzi, se ha necessità di questo tipo, e si trova in giardino, culo di gatto viziato entra in casa, per utilizzare i giusti servizi a sua disposizione.

E io, in quanto gattara non mi arrabbio, anzi mi mortifico e cerco di mantenere tutto profumato e igienizzato, temendo rappresaglie e in questo modo, come in mille altri, subisco, nel più spregevole dei modi: subisco per amore, ciecamente come solo questo sentimento sa ridurti, e vezzeggio tre fottutissimi gatti coi loro nomi assurdi e le loro abitudini prepotenti.

Vado a dormire e se i miei gatti sono già a letto (e visto che essendo gatti non hanno mai un cazzo da fare sono quasi sempre già a letto) devo badare bene a non modificare la loro posizione di un centimetro, a ciambella in inverno, a quattro di bastoni d’estate. Perché disturbarli, poveri carotini miei adorati?!

Quindi, in quanto gattara, mi infilo a letto con discrezione e assumo una posizione che potrebbe somigliare a quella che hanno certi geroglifici egiziani, quelle raffigurazioni degli schiavi che ballano facendo figure geometriche spigolose e scomode.

Se mi trovo davanti al computer sono i miei gatti a scegliere quante ore posso dedicare al lavoro anziché a loro e così come accadde per la stesura della tesi, i miei miserabili padroni non appena sentono il tamburellio delle mie dita sui tasti, calano dai divani, scendono dai comò e piombano a sedersi sulla calda tastiera, con il loro odioso muso che guarda lo schermo e la zampetta destra che digita pppppfjgksaldjpeojfdpoòcòzxdp sul mio foglio di lavoro.

Con queste riflessioni penserete che sia sciocca ad ammettere ora quanto sia fiera e felice di essere gattara.

Invece vi dico: adottate un gatto, due, tre, ma fatelo. Oggi stesso.

Vi possiederà ma lo farà in silenzio e per meno anni di qualsiasi essere umano.

Comandante supremo Sophio.

QUEL LIKE DI TROPPO GLI FU LETALE

COSE FASTIDIOSE

Se sono in una zona coperta da lussurioso wify, non riesco a starmene lontana dal mio smartphone neanche per otto, ridicoli minuti: devo cliccà.
Se so che ho linea internet gratis e supersonica, mi metto lì e non vado certo sul sito di Micromega, per leggere cosa succede nel mondo; mi tuffo su instagram e twitto un inferno di foto e stronzate.
Però al contrario di voi, io ho una giustificazione: vivo in un posto dove l’adsl è come l’acqua in Burkina Faso.
La fibra, nella mia casa in cima alle colline, è solo una che ti mangi la mattina per andare in bagno regolare, quindi è normale che quando vado in città e sul telefono appare la linguetta che segnala rete poderosa e gratuita, mi esalto e perdo di vista la mia dignità intellettuale.
Voi che invece avete internet facile, veloce e quotidiano, dovreste imparare a praticare la disciplina del digiuno telematico, che forse è davvero l’ultima tendenza in fatto di stilosismi: godersi otto minuti di vita senza dirlo agli altri è davvero da fighi.
Fotografare solo con gli occhi il presente, non sentirsi obbligati a taggarci sopra un amico, smettere di fare petting con l’ Iphone e non aspettarsi un centinaio di like, è la nuova, vera libidine. 
Ma forse è roba troppo d’avanguardia, il digiuno telematico, come un quadro di Fontana all’epoca in cui uscì.
Il like possiede ancora la nostra vita perché il social possiede le redini della costruzione di un’opinione che gli altri si fanno di noi.
Il like: uno strumento talmente potente che non puoi permetterti di utilizzarlo piacevolmente a cazzo come un tempo, ma devi farlo con giudizio, dopo un’analisi preliminare molto accurata, perché con un click puoi combinare un sacco di guai.
C’è chi per un like di troppo o uno in meno, ti cancella dalle amicizie, non vuole più vederti o ti tiene il muso.
C’è chi fa delle analisi statistiche sull’andamento della propria vita, basandosi sui likes e in base ad essi si deprime, si esalta, cambia la foto del profilo o stermina la famiglia.
Ci sono quelli che ti tengono d’occhio, che ogni mattina si svegliano e sanno che dovranno avere più likes sia del leone che della gazzella o almeno di tutti i colleghi, ma soprattutto sanno che dovranno controllare con ferocia e precisione se tra i tanti apprezzamenti che affollano il loro status, c’è il tuo o se ti sei dimenticato di loro.
E a quel punto è la fine. 
Tu pensi che il tuo like passi inosservato tra i cento presenti, pensi che non farà la differenza e invece loro sono lì, ad aprire la tendina per scrutare uno per uno, tutti i nomi della lista di mi piace che hanno collezionato e se il tuo non c’è, sono cazzi amari. 
I precisi del like io li immagino a produrre un report settimanale con la curva del loro gradimento, seduti ad un tavolo da architetto.
Me li immagino a compilare una ricerca accurata dedicata ai likes d’affetto, quei likes che non hanno niente a che vedere con la qualità o il gradimento di ciò che hanno postato, ma che fanno riferimento solo alla fedeltà di un amico.
Una specie di like a prescindere, dentro il quale è presente il sotto-testo: “ti voglio bene, qualsiasi cosa tu faccia, amico mio, anche se posti un brano degli Slayer, per me tu sei il migliore!”
 Per quanto mi riguarda, metto un sacco di like per timore di ritorsioni; ci sono però dei post davanti ai quali la mia mano si paralizza: quelli con le foto degli animali travestiti da neonati o di ragazze che guardano la luna con frasi poetiche in sovrimpressione, tipo:
”Il cuore di chi ama vive per sempre”, “La gelosia è la bellissima spina nella rosa dell’amore”, “chi mi ha mentito non mi merita”.
 Quando vedo immagini di questo genere vorrei che oltre al “mi piace” e “non mi piace”, ci fosse il bottone “va a farti fottere” .
Una emoticon a forma di catena di cesso, perché ormai il dito medio è troppo inflazionato: una bella catena che quando ci clicchi sopra ti fa anche l’effetto sonoro.
A quel punto, la si potrebbe adottare anche con quelli che ti mandano le catene su whatsapp: 
”Se invii questo cuore ad altre dieci amiche alle quali vuoi bene, tra tre ore e quindici si avvererà un desiderio! L’ho provato, funziona!!”
Te la dò io la catena, imbecille. 
- “L’amore è l’incontro tra due persone scritto nel muro del destino!”
- “Arianna ti ha inviato uno sciacquone!”
 Gli individui che cercano di abbordarti via social network sono un’altra categoria che annegherei nel mio sciacquone telematico. 
C’è un esercito di creature deplorevoli di tutti i sessi, che tenta approcci da elemosina con messaggi pieni di cuori, accompagnati solo dal miserabile testo: “CIAO”.
Ciao cosa?! Chi sei?
Insomma, un messaggi su facebook è gratis, perché non investi un paio di secondi e di pelle delle dita per scrivere almeno un “Ciao, sono Biagio e mi piacerebbe conoscerti”.
Perché solo questo CIAO che presuppone che io già sappia cosa vuoi? Un CIAO che include tutto un sotto-testo di sussurri che dicono “Mi annoio a morte, Ti va ti limonare in rete?”
Prima di partire con lo sciacquone, mi piace fingere di essere cordiale e di voler approfondire: 
-Ciao, ci conosciamo?
-No, piacere sono Biagio.
-Ciao Biagio, capisco che non sia facile intuire dal computer il tono della mia domanda, ma c’è un’altra possibilità di traduzione oltre al “Ciao vogliamo conoscerci?” ed è “Ho mai incrociato realmente il tuo muso purulento in giro, di persona?! Oppure la tua vita è così malmessa che fai un giro sui profili degli sconosciuti per mandare “ciai” a random, e vedere che si rimedia?”
-Non fare l’antipatica, dai. Possiamo vederci per un aperitivo se ti va, così ci conosciamo dal vivo e non hai più scuse!

(faccetta, faccetta, faccetta)

-Guarda Giacomo, ti ringrazio ma è da quando sono piccola che rinuncio con dispiacere alle caramelle drogate per la storia di non dar retta agli sconosciuti, figurati se mi accontento di un aperitivo. Se tu e la tua Alfa 133 che hai sulla foto del tuo profilo, siete in cerca, uscite. Andatevene ai giardinetti, al bar, all’oratorio o agli apericena, ma vi prego: abbiate cura di voi fuori dalla mia portata anche telematica.
Sciacquone.
Mi spiace ammetterlo ma trovo irresistibile certa umiliazione via cavo perché è nazional-popolare, puoi sfogarti senza sapere ceto sociale e professione, toglie ogni filtro di buon costume e puoi accanirti in maniera libera senza temere un sguardo che potrebbe farti tenerezza o compassione.
Così, un innocuo CIAO, un campione qualsiasi di umanità preso a caso e in contropiede, diventa l’agnello sacrificale di tutte le mie insofferenze sociali.
E il wify manco si paga.

Vuoi vedere il live del pezzo, dal reading tristocomico di Madame Pipì?

IL RAGAZZO COL SACCHETTINO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non so perché continuo ad andare alle feste o peggio, a quelli che la gente definisce party.

Ogni volta mi dico che sarà l’ultima eppure sono recidiva.

A giustificare il party che pensavo bello, di questa sera posso dire che, dopo innumerevoli feste noiose, l’invito sembrava finalmente seducente: fiumi di vino artigianale, musica funky di ottima qualità e una bella terrazza.

Invece quando arrivo lì, trovo un numero straordinario di amici che conosco e che non vedevo da tempo.

Normalmente ci si sente in imbarazzo quando si arriva ad una festa dove ci sono solo perfetti sconosciuti.

Nel mio caso sono a disagio quando arrivo in un posto e trovo le sale della festa piene delle solite facce dei conoscenti assidui del cazzo.

I conoscenti assidui sono quelli che per tutta la vita non frequenti o non vuoi frequentare, quelli con cui magari ti ci dici solo Ciao da quindici anni e che, per una fastidiosa alchimia ce l’hai sempre tra i coglioni in ogni occasione mondana.

I conoscenti assidui quando ti scappa la pipì ad una festa, si posizionano sul tragitto che traccia la traiettoria tra te e il cesso e cercano con domande assurde e personali, di fartela fare nei pantaloni.

Sono suppostamente amici quelli che incontri e che ostruiscono la porta del cesso o il tavolo degli alcolici, interessati a salutarti solo per sapere se stai facendo qualcosa di meno interessante di loro per poterti mortificare coi loro successi.

Ma ciò che rende il caso di questo party più triste degli altri è che i suppostamente amici di stasera, dopo aver sbrigato le formalità dei loro Ciao fittizi, finiranno per fare alcuni gesti di stampo vergognoso, facinoroso, illegale, criminale o distruttivo nei confronti della location, rigorosamente davanti a tutti gli invitati che l’indomani saranno pronti a telefonarmi per dire ” comunque quel tuo amico è completamente fuori di testa”.

Allora vorrei urlare una volta per tutte e dire che non si tratta di miei amici, ma di fottuti conoscenti assidui!

Eppure le voci fuggono e si diffondono in società così, ogni volta che arrivo ad una festa e ne avvisto uno mi sento tremendamente a disagio mentre lo saluto col sorriso duro e rigido come se avessi appena masticato un tubo di calcestruzzo.

Stasera poi ci sono proprio tutti, compreso Lucio.

Lucio non è pericoloso in quanto Lucio.

Lucio è pericoloso in quanto formula Lucio + compagnia dei suoi amici di sempre e quelli si, che sono suoi amici.

Non per niente in Arancia Meccanica hai la sensazione che il problema della banda sia rintracciabile nella loro amicizia e che in realtà, quei ragazzotti, se presi singolarmente non sarebbero poi così pericolosi.

Lucio la banda di amici ce l’ha e, anche se non sono ancora arrivati a stupri e rapine (non ne sarebbero in grado), non vuol dire che si tratti di invitati nocivi anzi, a dirla tutta Lucio e i suoi amici sono il ritratto di un disagio molto meno spettacolare della Banda dei Drughi.

Già dal punto geografico in cui viene prodotta la Coca viene notoriamente appesantita con scarti di medicinali, figuriamoci all'arrivo in Italia, cosa arriva nel povero naso del povero Lucio...

Descrivendo Lucio, descrivo il resto della banda: faccia simpatica e pallida, appena sopra i quaranta, Lucio è il disegnino povero di un personaggio de La Grande Bellezza, come avrete intuito.

I suoi quaranta e qualcosa li ha passati tra Roma e la Thailandia.

I conti in banca del papà e della mamma di Lucio sono importanti e soprattutto sempre aperti e a disposizione dei pruriti di Lucio.

A proposito di pruriti, Lucio non ha mai l’aspetto di ragazzo dalla corretta igiene personale quindi è anche il disegnino piccolo del grande Lebowsky.

Lo incontri al supermercato a comprare porcherie in pigiama, con barba sfatta e alito demoniaco, lo incontri all’aperitivo con la camicia di lino bianca, la barba sfatta, l’alito demoniaco e il naso che gocciola.

Lucio si droga, è inutile che ci giriamo intorno.

Ma quello che mi fa più rabbia di Lucio è che viaggia sempre a metà strada tra la vergogna di drogarsi e la goliardia di essere tra quelli che lo fanno.

Mi spiego meglio: ci sono serate in cui ti chiedi che ne sia di Lucio e della sua banda, visto che poco prima erano tutti in salotto e ora non c’è più nessuno.

Quelle sono le serate in cui Lucio e la sua banda si vergognano.

Non si sa perché ma con lo stesso atteggiamento dei bambini che devono togliersi il costume davanti a tutti dopo l’ora di piscina, anche Lucio e la sua banda fanno la fila timidi davanti alla porta della toilette, comunicando a sguardi e sussurri prima di entrarvi e chiudersi a doppia mandata, a coppia, due, tre.

Dovranno togliersi il costumino anche loro?

A sfatare il dubbio stasera ci penso io e, con un bicchiere di troppo, prendo il coraggio che manca alla mia generazione e mi metto a bussare alla porta del cesso, dicendo a voce alta “Lo sappiamo che vi state facendo le righe di coca, lo ha capito anche il barboncino della padrona di casa, dobbiamo fare finta di non essercene accorti per un motivo preciso o si può avere di nuovo accesso al gabinetto?! Perché se si tratta di un motivo connesso all’ illegalità della faccenda, sappiate che siamo ad una festa privata, non vi vedono le forze dell’ordine e semmai qualcuno volesse chiamarle, siete tutti chiusi in bagno quindi fottuti e pronti per essere arrestati in un luogo piuttosto umiliante”.

A onor del merito mi tocca ammettere che capitano anche serate in cui nella banda si respira goliardia, quelle in cui tutti aspettano Lucio che “chissà quando arriva/ha tutto lui/speriamo che ha preso quello che doveva prendere/appena arriva ci divertiamo/io lo pago domani/stasera mi devasto” etc.

Così quando arriva, Lucio è la vera superstar e mentre tutta la banda lo assedia e gli balla intorno come si fa con un capo indiano, lui sbava di piacere perchè sente che tutti gli vogliono bene.

Ma io sono come la morte che aspetta con la falce dietro gli angoli più inaspettati e me ne sto lì, nell’ angolino del salotto a guardarlo, pronta a dirgli la verità, semmai mi verrà chiesta opinione.

Lucio sembra me quando porto la pappa al mio gatto e lui ronfa, si struscia contro e sembra aver visto la Dea Luna.

Poi, quando ha finito di mangiare e sta digerendo coi baffi ancora unti, già gli faccio schifo e neanche mi guarda.

Le droghe di Lucio sono proprio come i croccantini.

E proprio come una gattara, anche Lucio arriva alle feste col suo sacchettino di MDMA, distribuisce, fa felici tutti, come il druido di Asterix ,a il giorno dopo, se ci fossero le possibilità informatiche di creare un collegamento video tipo Grande Fratello, con una diretta in mondovisione nelle case di tutta la banda, il pubblico vedrebbe come le controindicazioni del sacchettino di Lucio siano comuni: un tripudio di mal di vivere che a confronto Jeff Buckley era un ragazzo che gioiva alla vita!

Il punto non è morale, spero si capisca.

Il punto è che il sacchettino è una piaga non in quanto droga ma in quanto croccantino che tiene sveglia la socialità.

Lucio e la sua banda non conoscono le droghe che assumono, le pigliano chissà dove senza preoccuparsi del fatto di non essere più giovani e così, non solo si compromettono fisicamente ma diventano anche fastidiosi.

La banda del sacchettino infatti, può dividersi in due correnti di pensiero:

Quelli che importunano gli invitati urlando nei loro timpani quanto abbiano la vita sotto controllo, quanto stiano bene e quanto siano molto occupati sia nel lavoro che in amore.

Sputano blaterando quanto abbiano dimenticato la ex con facilità oppure tengono i poveri interlocutori per un polso o un braccio in modo da non farli fuggire, mentre loro gli gridano contro tutto quell’entusiasmo artefatto.

Quando Lucio esagera davvero te ne accorgi perché anziché tenere i polsi, ti prende direttamente la faccia nelle sue manone, che se provi a scappare lui ti rompe il collo senza volerlo.

Non devi scappare, devi ascoltarlo altrimenti è il disastro, potrebbe fare qualsiasi cosa, persino mettersi a piangere a dirotto e gridare che è tutto un inganno che in realtà è triste da far schifo e non sa come essere all’altezza di una vita così impegnativa.

La seconda categoria mi rompe particolarmente il cazzo perché include coloro che ballano come forsennati, non avendo però la minima idea dello spazio occupato dal loro corpo e dagli ostacoli mobili e immobili presenti nel raggio in cui stanno ballando.

Un raggio che poi non è mai un raggio preciso ma una serie di linee molto curve.

Loro ballano perché è una festa, ballano e si lamentano di quelli che non ballano insultandoli.

E così stasera mi costringono a ballare anche se io volevo starmene rilassata sul divano a chiacchierare con l’amica.

Arriva uno e mi piglia per il solito polso, sempre insultandomi con quel tipico grande sorriso divaricato che sembra gli si spacchi la mascella da un momento all’altro, poi inizia a farmi roteare fino a quando la flebile e nervosa presa non mi molla, facendomi finire a peso morto, contro un comò.

Il dolore acuto che sento sul fianco, domani sarà un livido viola ma lo stronzo della banda non mi raccatta perché si è già dimenticato di me e sta di nuovo rastrellando altri soggetti per coinvolgerli nella sua danza chetaminica contemporanea.

Dopo qualche ora, la corrente di quelli che si sono sfogati sui timpani degli invitati mi saluta a braccio teso, con mio profondo imbarazzo ed esce dicendo di andare ad un’altra festa.

La corrente dei ballerini segue il flusso, per fortuna senza salutarmi.

A festa finita, anche stasera come ogni volta, mi propongo come volontaria per dare una mano a sistemare il disastro che Lucio e la sua banda lasciano dietro di loro, come un’orda di barbari lisergici.

Poi scendo le scale affranta in compagnia di un paio di amiche, volontarie come me.

Giù per la tromba delle scale, in strada, sugli scalini, nelle macchine parcheggiate, ci sono tutti i componenti della banda, Lucio incluso.

Sono passate due ore dai saluti e loro sono ancora lì sotto: c’è chi chiede una sigaretta ai passanti, chi vomita, chi dorme in auto con la portiera aperta (Lucio), chi piange al telefono con quel famoso ex che in realtà non ha dimenticato manco per un cazzo.

Le amiche mi guardano e mi chiedono incuriosite “Ma quelli lì non sono i tuoi amici di prima ?!” .

GIULIANO ovvero MEGLIO ADOTTARE UN CANE O UN GATTO DI UN UBRIACO

COSE FASTIDIOSE

Se quando pensate di voler adottare un cane o un gatto non siete disposti a cedergli il vostro divano bianco inamidato perché gli animali devono vivere come tali e non come le persone, provate a riflettere se al posto di un animale vi venisse dato in adozione un uomo alcolista.

Immaginate che ci fosse un programma statale obbligatorio che in base ad un certo reddito vi obbligasse a tenere in casa in stallo, una persona spesso sbronza.

Se pensate che l’incolumità della vostra dimora possa essere messa a repentaglio dalla presenza di un quadrupede è praticamente certo che nella vostra vita, non avete mai condiviso gli spazi con amici come quelli che ho io.

Molto meno addomesticabili, possono bastare già un paio di vostri amici (quelli giusti) a farvi cambiare idea circa gli animali domestici in casa.

Anche se siete quelli con la fissa della casa senza peli in giro.

Perché esiste una particolare bava di birra e briciole di pizza che nessun boxer potrà mai produrre.

Se vi fermate un attimo a riflettere, capirete che il vostro gatto è astemio da sempre e riuscirà quasi sempre a centrare la lettiera, al contrario del vostro amico Giuliano dopo 7 birre.

In più gli ubriachi agiscono in gruppo mentre i gatti non sono così sociali nelle imprese distruttive. Gli ubriachi si.

E ancora a proposito di bagni e di attacchi in branco, cosa dire delle donne ubriache?

Meglio quattro maremmani per casa che due donne al trucco.

Al cane bastano venti minuti al parco.

Alla fidanzata, sia sobria che ubriaca, ne occorrono almeno ottanta per capire se la collanina che ha messo è in tinta col rossetto.

Gatti: dormono di giorno e giocano di notte.

Ubriachi: lavorano di giorno e spaccano le case altrui di notte.

Per il cane ci siete sempre e solo voi.

Per il vostro amico Giuliano ci sono tantissimi voi che si sdoppiano.

Il cane vi vorrà bene per sempre, Giuliano sarà sempre convinto che non gli abbiate mai voluto bene e ve lo dirà piangendo in mezzo a una strada.

Il gatto vi scalda il letto, dormendoci a pallina sopra. Gratis.

Quelli come Giuliano scaldano il sofà con peti al Vermut, consumandovi la dispensa e tenendo la tv accesa a tutto volume, guardandola con gli occhi bianchi.

Cani: alle feste sempre i protagonisti più coccolati.

Ubriachi: alle feste sempre i soliti che fanno chiamare la polizia ai vicini.

A loro modo anche loro protagonisti ma il giorno dopo, al commissariato.

Il gatto potrà imporre qualche giusta punizione, come una smossa alla terra nei vasi o la tappezzeria scrostata dalle unghie.

Ma vogliamo mettere a confronto questi dispettucci con Giuliano che tira giù la libreria perché pensa ci sia un libro interessante in cima ?!

Quando è l’ora di cena, gatti e cani aspettano voi.

Quando sono passate due ore dall’invito che avevate fatto e il risotto scotto, voi state ancora aspettando quelli come Giuliano.

Chiaro, poi magari Giuliano si presenta con una buona bottiglia di vino e allora viene perdonato.

Per poterne gustare un dito però, bisognerà strappargliela dalle mani (e a volte bisognerà essere almeno in due, a farlo)

Il cane vi porta la pallina, il guinzaglio e il giornale.

Giuliano può portarvi al massimo un paio di amici con la fedina penale discutibile.

Il cane, il gatto rispondono certamente al loro nome quando li chiamate.

Giuliano non sempre risponderà, soprattutto se lo state chiamando perché è immobile in mezzo a una strada, fatto di birra rossa.

Avere un cane per quindici anni non sarà mai impegnativo come avere Giuliano e tutti i suoi amici a casa ogni domenica a vedere la partita.

Questa breve indagine sociale spiega come ci sia un Giuliano nella vita di ognuno di noi, da accogliere e sostenere.

Meglio accogliere e sostenere un cane o un gatto, come avrete dedotto.