LA COSA TRA DONNE

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Fra tutte le discriminazioni che noi femmine d’occidente ci siamo auto-inflitte in questi ultimi decenni, quella più innocua su cui forse è possibile giocare senza rischiare il linciaggio, è la faccenda che riguarda la cosiddetta “Cosa tra donne”.

La riunione rosa, l’appuntamento settimanale di struscio, la libera uscita, il week-end alla SPA, l’aperitivo con le amiche o qualsiasi altro evento fisso che esclude gli uomini a priori e mal sopporta l’introduzione di nuove donne, amiche di amiche che vengono eventualmente accettate dopo un periodo di duro nonnismo.

Circostanze in cui i veri protagonisti non sono le donne presenti alla cosa tra donne bensì i loro compagni, le amiche, i parenti e i colleghi assenti.

Coloro che durante la settimana hanno compiuto gesti ignari degli occhi delle ragazze puntati addosso.

Gesti meritevoli di essere raccontati o disprezzati.

E sono pochi i gesti che non meritano di esser menzionati a una serata tra donne.

In queste occasioni, se non fosse chiaro, sono le donzelle a escludere, forse per la prima volta nella storia e per motivi futili, perdendo così un’altra occasione preziosa di riscossa del loro talento e della indiscutibile superiorità cerebrale di genere.

Inciampando nello sgambetto del “Mi devo distrarre, ragazze!” , “Stiamo tra noi”

43881ee4bfc894a417a6af7f51bbc8a8

Così gli uomini vengono esclusi o non invitati in modo spudorato, plateale, come se poi ci fosse bisogno di insistere affinchè un uomo con dignità non si presenti al tè con le amiche.

Invece loro, quelle della Cosa tra donne, sembra proprio che ci tengano a sottolineare che qualora venisse in testa agli stalloni di passare, anche solo per affacciarsi alla porta e salutare, sono guai!

Sacrilegio.

Non si può oltrepassare il pianerottolo dell’appartamento scelto neanche se fuori grandina e se una delle amiche prova ad avere pietà per il fidanzato e chiede alle altre massone il favore di un’eccezione, perché magari la Cosa tra donne ha coinciso con la morte del nonno del poraccio.

Sti cazzi del nonno, rispondono quelle della Cosa tra donne.

L’amica ha tradito.

Ha tradito la legge del “Stiamo tra donne”.

Morirei felice sapendo di aver passato la mia vita scampando agli appuntamenti sociali delle donne per le donne, agli incontri delle donne architette, scrittrici, maniscalche, imprenditrici, mamme per le mamme, ginnaste per violiniste, avvocatesse unite per questa o quella causa di donne che, porco il mondo se è una causa importante non funziona che più siamo e meglio è?

Si, certo. Ma donne.

Donne, donne e donne, girl power, fazzolettini e spillette rosa, bandierine e prosecchini.

Io alle cene per sole donne mi presenterei con l’idrante.

Lo porterei per spiegare alla mia maniera che è bello fare società miste.

E’ così leggero avere a che fare coi maschi che donano spensieratezza ed evitano drammi e malelingue con la battuta idiota, perché questo sessismo?

E’ così rassicurante avere un paio di amici che stemperino quell’atmosfera da addio al nubilato e si piglino un po’ di nervosismo femminile giocando a fare l’agnello sacrificale per una sera.

Voglio fuggire lontano dagli appuntamenti dal parrucchieri di gruppo.

Non voglio vedermi giammai con le amiche in fila sotto ai caschi a leggere riviste rosa.

Perché esistono le riviste rosa, poi?

Ridatemi l’idrante, per le riviste femminili!

Non li voglio i vostri publiredazionali di merda, le poste del cuore, il punto di vista a fine giornale dell’intellettuale lesbica, l’outfit del mese e la ricetta di una stronza con la gonna a tubino e il tacco 20.

E se di punto in bianco volessi sapere qualcosa sul motore della nuova Audi?!

E se volessi anche sapere un paio di cose sulle aziende che fatturano di più al mondo, che faccio?

Quelli sono argomenti per maschi, non dovrò mica abbonarmi a GQ?

Che poi D di Donna è un giornale molto bello, perché sminuirlo con quel nome da club delle partigiane?

Perché farlo essere già dalla copertina un magazine che esclude il lettore peloso?

reunion-de-amigas1

Datemi l’idrante, vi prego.

Datemelo per le collettive di artiste, di cassiere e di mugnaie.

Datemi l’idrante affinchè si liberino posti sui divani di casa delle amiche e si possano aprire le porte ai maschi ( purche’ si tolgano le scarpe prima di entrare in casa, chiaramente).

Datemi un idrante che vi emancipo io con le buone o con le cattive, ragazze.

Se ci piacciono le pari opportunità, offriamole per prime.

E soprattutto non facciamola così lunga e diciamo a Leonardo di salire, che poveretto è il suo compleanno e vorrebbe mangiarsi una pizza con noi perché i suoi amici sono tutti allo stadio e a lui non frega un cazzo di futbol.

Fatelo salire e, vi giuro che se vi sento dire “Guarda, è un’eccezione perché questa, in realtà sarebbe una cosa tra donne!”, lo giuro su tutte le mie ave, piglio l’idrante.

 

GESTO CORAGGIOSO N°5

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Devo trovare il coraggio.

Devo farmi forza.

Devo concentrare tutte le energie che mi restano e dire a tutti che io quel film lì, quello che ha vinto l’Oscar e di cui parlano tutti non l’ho mai visto.

Devo raccogliere le forze e dire al mondo che non ho mai letto Shantaram o l’Eleganza del riccio o quel libro che ha vinto un sacco di premi e “Porca puttana ma che non lo conosci, ma dove vivi?!”

La prossima volta che mi siedo a cena con gli amici giuro che lo dico che non m’intendo un cazzo di vini biodinamici anziché guardare la carta dei vini con pollice e indice sotto il mento.

Non si può continuare così.

Mi vergogno.

Mi vergogno tanto ma non si può continuare così e devo dirlo.

E’ una sfida che ho con me stessa, ormai.

Lo dirò a tutti che quel gruppo lì che non mi ricordo come si chiama, quella band californiana che fa cross-over elettronico d’avanguardia e che tutti andranno a sentire a Los Angeles a Ottobre, io non l’ho mai sentita nominare.

E quando mi faranno ascoltare un loro pezzo, lo dirò senza indugi se mi ha fatto cagare.

E con l’occasione se mi girano, dirò che non ho sentito neanche l’ultimo album dei Radiohead, d’accordo?!

Io scoppio, non ce la faccio più ma devo dirlo: ignoro chi abbia vinto X-Factor quest’anno e Master-chef mi repelle.

Avrò il perdono degli amici?!

C’è qualcosa di molto rischioso che devo trovare il coraggio di ammettere al pianeta.

Qualcosa per cui tutti al vernissage di martedì mi schiferanno: io di arte contemporanea non c’ho mai capito un cazzo di niente.

E se non riuscirò più a controllarmi dirò a tutti che Marina Abramovich alle volte mi fa cadere gli zigomi.

E a proposito di arte, dovrò ammettere anche che si, è capitato anche quello.

E’ successo che sono andata a teatro e ho avuto tanta ma tanta voglia di gridare “Rivoglio i soldi del biglietto! Non ho capito un cazzo, che c’è troppa introspezione. Che va bene eh, ci sta nel teatro contemporaneo ma così è troppo!”

Può succedere, non c’è niente di male.

E’ mio diritto, sono il pubblico.

O no?!

Visto che sono in vena devo confessarvi anche questo altrimenti mi viene un brutto mal di stomaco: non ho mai fatto spinning in vita mia.

Poi: non so cosa penserà la gente di me però è giusto che tutti sappiano che il sushi non è mi ha mai fatto impazzire.

E la musica chill-out che mettono in certi posti a Ibiza mi ha sempre fatto orrore come anche l’applauso che fanno al tramonto.

Devo trovare il coraggio di dirlo.

Devo aprire il mio cuore e dire a quello che mi piace che non ho mai visto una serie americana e che Netflix per me potrebbe essere tranquillamente un adesivo per dentiere.

E che il vodka-tonic è una porcheria!

Voglio essere libera di dire a tutti che una volta ho messo il like sulla pagina di Tiziano Ferro ma poi l’ho subito tolto per paura di ritorsioni dei miei amici che ascoltano solo LCD Sound System, i Royskopp, gli Striztnich.

Mi sento già sola come un cane al pensiero di doverlo fare ma devo trovare la forza di ammettere al mondo tutto che anche se non faccio yoga e pilates, sto benissimo.

E, a proposito di benessere, l’ultimo film di Tarantino mi ha fatto star male con lo stomaco nonostante la sua incredibile fotografia.

Prenderò fiato e dirò che non mi è necessaria nessuna delle cose che dovrei apprezzare per forza.

Nessuna di quelle cose che “Ma dove vivi?!”, “Ma dici sul serio? Davvero non lo conosci/non lo hai mai visto/mai sentito parlare?”

Devo trovare la forza di ammettere che non faccio parte della maggioranza che compone l’opposizione.

Lo farò, eccome se lo farò.

Guarda il video di questo pezzo:

 

IL PERFETTO DEGUSTATORE IMPERFETTO

MADAME GURME'
cuomo_foto_29

Il famoso piattello al collo del sommelier. Pochi sanno a cosa stracazzo serva.

ECCO IL PICCOLO E PRATICO VADEMECUM DELL’IMPERFETTO DEGUSTATORE

1) IL DIGIUNO

A scanso di equivoci: la degustazione non è la mensa di Natale in parrocchia.

Una degustazione non è il buffet All you can eat del cinese sotto casa.

Vero è che alle degustazioni è bene arrivare a digiuno, ma non da settimane..

Se ne accorgeranno tutti che anziché degustare, ci stiamo intasando come oche da fois gras, in nome della disponibilità illimitata di cibo e vino.

Gli altri ci guardano, non dimentichiamolo! Si capisce che il nostro tubo digerente è saturo ma visto che abbiamo pagato, siamo disposti a tracannarci anche lo spirito degli accendini appoggiati sui tavoli.

Giochiamo a fare quelli che sono eleganti: prendiamoci un pezzo di pizza al taglio quando usciamo, ma la degustazione facciamola senza farci scoprire che abbiamo terminato i buoni pasto per fare la spesa.

2) IL VESTITO BUONO

Non siamo al battesimo del figlio di William d’Inghilterra quindi togliamoci quel tacco 70cm e lasciamo lo smoking a cuocersi nell’armadio con la naftalina, perché la degustazione non è l’occasione giusta che aspettavamo.

E’ solo un corso, un piccolo, umile evento didattico, dovremo farcene una ragione: dobbiamo aspettare ancora un’altra stagione di matrimoni.

Un’altra, ennesima stagione durante la quale del Nostro di matrimonio, non v’è traccia.

3) IL PROFUMO

il profumo è un bellissimo libro ma anche un’essenza e di essenze in giro ce ne sono tante, chicchissime e preziose, fatte da Kenzo, D&G, Valentino e tanti altri amici della moda.

Ma se andiamo a una degustazione, la boccetta dovremo mettercela nel sedere perché chi ha pagato profumatamente per degustare un buon vino o una razione di formaggio, non ha voglia di fare l’analisi olfattiva dell’acqua di colonia da vecchio playboy nella quale ci siamo immersi prima di uscire di casa, con la speranza di rimorchiare alla degustazione.

Presentarsi ad una degustazione intrisi di acqua profumata è come entrare in una grotta sotterranea e chiedersi cos’è tutto quel buio.

E’ come iscriversi a una gara di rally e scaldare i motori al Ciao.

Come pensiamo di captare gli aromi del vino, con la cisterna di Acqua di Gio’ che ci siamo iniettati nelle vene e tirati a secchiate dietro le orecchie?

Non penseremo mica che l’alcool del profumo possa cooperare ad una piacevole sbronza?

Anche se fosse, la sbronza non è l’obiettivo delle degustazioni, giusto?!

4) IL CALICE

Lo ha già spiegato Antonio Albanese ma ricordiamolo ancora una volta: il calice non è un elicottero giocattolo, non c’è bisogno di agitarlo come se dovesse decollare e portarci tutti a Honolulu insieme a mago Merlino.

Semmai è il contenuto a portarci a Honolulu, ma questa è un’altra storia.

Rilassiamoci.

Facciamo sport ma non prendiamocela col calice se siamo nervosi: non ci ha fatto niente di male.

5) I DESCRITTORI

Non sarà facile ma rimanere integri e rispettabili quando arriverà il momento.

Non cediamo alla tentazione di ridere con l’ugola scomposta quando, davanti a un calice di vino o a un’altra prelibatezza da degustare, di fronte a signori e dame rispettabili, sentiremo parlare di urina di gatto, sudore di mandria, latte andato a male, merda di vitello, roselline di bosco e di altre irragionevoli stronzate pronunciate da un tizio vestito da cameriere con un medaglione attaccato al collo.

Rimaniamo calmi, fingiamo una telefonata e usciamo.

6) LA SPUTACCHIERA

Nonostante il nome insolente, non facciamoci prendere dalla tentazione di approfittare di questo attrezzo, posizionato al centro del tavolo da degustazione.

Non è un incentivo a liberarsi del catarro in pubblico, non sostituisce il buon vecchio fazzoletto se siamo raffreddati, non è da usare in generale secondo le tradizioni cinesi che prevedono il deposito di bava di fronte a terzi per dimostrare il gradimento delle pietanze.

E qualora ci trovassimo con una sputacchiera davanti, rimaniamo ben attenti anche a non ubriacarci durante la degustazione perché c’è gente che è morta confondendola per il decanter col vino migliore, miracolosamente avanzato.

7) ONORIFICENZE IMBARAZZANTI

Diciamoci la verità: siamo davvero pronti a farci chiamare da qualcuno, Maestri Assaggiatori?

Non abbiamo paura e vergogna a farci riconoscere un domani, con un appellativo a metà strada tra un porno e un tester di prodotti surgelati?

 

IL LIEVITO DI TUA MADRE

MADAME GURME'
12239620_1710406015846371_3807447707599149191_n

Antonio Molinelli e la medesima, in azione al Mercato della Terra per una degustazione comica.

A Roma se vuoi insultare qualcuno, ti basta aggiungere all’improperio scelto la parola “Tu madre” o al massimo “Tu sorella”, se proprio è grave, si tirano in ballo anche i propri cari defunti.

Esempio:

“STAI A DI’ A ME? CIOE’ M’HAI DETTO IDIOTA? MA TU MADRE!”.

Traduzione: Stavi per caso dandomi dell’idiota? Penso che dovresti valutare la possibilità che lo possa essere tua madre, piuttosto.

Capite bene quindi che i familiari sono da sempre vittime di diatribe e insulti senza averne colpa (o forse sono vittime proprio perché ne sono la causa).

Comunque, per Antonio non deve essere facile scegliere di lavorare con un prodotto che ha a che fare con sua madre.

Non puoi non provare imbarazzo quando glieli chiedi.

Antonio si sveglia presto che più presto non si può, suda, si prende cura dei suoi prodotti nel laboratorio di panificazione, espone le sue creazioni nel negozio di famiglia e invita a degustare tutti, torna a casa dalla moglie infarinato come un grosso fiore di zucca pronto per la pastella, sperimenta nuove collaborazioni esattamente come fa qualsiasi artista che ami trovare nuove strade per la sua arte.

Antonio dorme mezz’ora a notte, apre casa agli amici e conosce tutti in paese, produce IL PANETTONE, che vuol dire che se non hai mai assaggiato il suo, non hai mai assaggiato IL PANETTONE.

Antonio lavora come un carro-armato americano all’epoca dei Bush.

E dopo tutti i sacrifici, dopo il lavoro estenuante, i calli alle mani, la moglie che starnutisce con tutta quella farina per casa e il negozio che si riempie di golosi e di bottiglie di vino da degustare fino a tarda sera, Antonio trova anche la forza intellettuale di sopportare le vecchie clienti che entrano chiedendo il lievito di sua madre.

Un affronto che meriterebbe la lupara con il logo di Slowfood.

Una prova che il nostro eroe sopporta nonostante il desiderio, nelle mattinate più stancanti, di mettere le manine rugose delle vecchine maleducate, dentro al grande forno della famiglia Molinelli.

I nervi di Antonio reggono bene, fanno finta di niente, sono pazienti.

Ma verrà un giorno, sono sicura, in cui egli si ribellerà e chiamerà a gran voce, col suo diaframma potente, il Lievito Madre e tutti i suoi batteri lattici e pure quei nervosetti dei saccaromiceti, che da anni lo conoscono e lo stimano e insieme, metteranno a ferro e fuoco Rovescala e tutte le colline limitrofe, quanto è vero Dio.

Quel giorno le vecchiette sapranno chi è davvero Antonio Molinelli, Signore di mille palati di buongusto oltrepadani, Imperatore del Panettone nonché Re del lievito de su madre.

 

http://www.antoniomolinelli.it

LA SIGNORA DELLE CAPRETTE

MADAME GURME'

 

Non è che sia proprio il massimo nascere capra.

Se vai male a scuola sei una capra.

Se non ti lavi, puzzi come una capra.

Se disgraziatamente ti cade una moneta sotto una panca e ti chini per raccoglierla, c’è subito qualcuno che ti ricorda che sotto la panca creperai.

Se allora sali coi piedi sopra alla panca, secondo il detto sei costretto a campare, che però è diverso da vivere.

Campare è più da sfigati.

Se nasci capra, Sgarbi ti nomina continuamente e non è bello.

Se qualcuno non sa con chi prendersela, tocca a quel poveraccio del Capro espiatorio subirne le conseguenze.

E se qualcuno deve smarrirsi, va a finire che tocca sempre a quella povera stronza della pecorella.

Non è facile oggi essere capra o pecora.

Ma se nasci capretta del Boscasso, tutto è diverso.

Se nasci capretta del Boscasso, è un’altra cosa.

Hai un trattamento cinque stelle, senza però avere tra le balle Beppe Grillo che grida.

Hai un centro benessere con pettinini di legno per capre e una campana al collo col tuo nome forgiato a fuoco da artigiani toscani, che manco il chiuaua di Paris Hilton.

Se nasci capretta del Boscasso, Dio ti ama. E pure Chiara.

Che poi Chiara, con quel nome praticamente è costretta da Dio ad amarti, ma lo farebbe comunque.

Chiara si sveglia ogni mattina ed è al tuo servizio, cara capretta che nasci al Boscasso.

Ti chiama per nome, ti guarda dolcemente come sanno guardare le mamme buone, dentro a quelle bigliette gialle che hai al posto degli occhi.

Fortunata tu, capretta che nasci al Boscasso, perché Chiara per prendersi cura di te, rinuncia alla vita sfrenata milanese, ai balli di gruppo, ai fidanzati amministratori delegati, ai viaggi a Miami e agli aperitivi a bordo piscina coi pantaloni di lino bianco.

Adesso che ci penso, fortunata anche Chiara, che ha te come buona scusa per rinunciare a tutte queste porcherie diaboliche.

Così lei può trastullare il tuo naso umido e preparare col tuo latte creazioni che fanno cantare gli angeli, commuovere gli chef delle isole Figi e le pance più di buongusto che ci sono sul pianeta terra.

E io posso finalmente dedicarmi ai fidanzati amministratori delegati di cui lei non può occuparsi per ovvie ragioni, cara fortunata capretta del Boscasso!

Ti prometto capretta, che farò assaggiar loro il vostro tomino ai semi di finocchi, il tronchetto al carbone vegetale e anche questo nuovo pancaprino in tutta la sua potenza gustativa.

Ti prometto che racconterò a loro di voi, dicendo che si…la conosco quella che fa i formaggi lassù, sulle alte colline dell’Oltrepò pavese, con le sue caprette profumate.

Un giorno se vorranno, tutti quei pretendenti che ruberò a Chiara, li porterò a mangiare da voi e a comperare il colostro, quel primolatte che se lo bevi, mi hanno detto fa restare giovani ancora più di Cher.

Se un giorno io e tutti i potenziali fidanzati rubati a Chiara, verremo a pranzo da voi, cara capretta del Boscasso, promettimi però di inventarti qualcosa per tenere occupata la tua mamma: un parto prematuro, un’indigestione di erba medica, una monta omosessuale improvvisa, insomma, tienila occupata, per carità!

Che sennò i fidanzati si ricorderanno di lei ancora una volta.

E s’innamoreranno di nuovo e con gusto, di tanta passione, di tanta energia ben direzionata, di tanta genetica sarda che si mescola con perfetta eleganza all’amore per gli animali, per la montagna e per i formaggi invidiati dagli dei.

Promettimi che la terrai occupata, capretta cara.

Altrimenti me ne resterò lì, con le mani in mano, senza il becco di un fidanzato. O al massimo col tuo fidanzato, il becco, che mi guarda in maniera maliziosa.

A quel punto sarà un giorno fortunato anche per te, caro becco del Boscasso.

 

Per conoscere il lavoro di Chiara e del Boscasso:

http://www.ilboscasso.it/

TUTTO BENISSIMO

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

« Maddy, mi senti?!

Come va, Ciccia?! E’ tanto che non ti sento e mi son detta, fammi sentire quel fenomeno di donna che è la Maddy.

Io?! Tutto benissimo, grazie!

L’anno è iniziato alla grandissima con un sacco di progetti nuovi, caterve di lavoro, il telefono che squilla senza un attimo di tregua, non ho un minuto libero ma non lamentiamoci, cara.

Non lamentiamoci mai, evviva la vita!

Adesso sto seguendo un progetto con un Art-Director famosissimo ma non ti posso dire il nome perchè è top-secret, per fare una campagna ad un fashion brand, top-secret anche quello.

Una cosa high-budget, molto esclusiva.

Posso dirti solo che sarà una join-venture di giovani artisti di street-style e body art, che faremo del food-jogging a Central Park, una cosa ricercata però eh, non la solita burinata.

Anzi, un’avanguardia direi ma non so come spiegartela adesso perché, sai comunque l’Italia non capisce di queste cose.

Anche se tu sei una che gira parecchio.

Comunque penso che farò avanti e indietro con the Apple per duemila riunioni, vediamo. Sono gasatissima, guarda!

Le feste?! Tutto benissimo!

Quest’anno le ho passate tranquilla, a casa con la famiglia, sai com’è, a noi piace fare clan!

Giampi ordina un po’ di catering biologico in questo mercato rionale online che si chiama chilometri meno due, lo conosci?

Ti mando il link, cara!

Ti portano i germogli saltati in duemila modi e poi lui si scarica questi tutorial di cucina macrobiotica che vanno tanto adesso e si diverte come un pazzo.

Così abbiamo fatto un Natale un po’ fusion, che ci piace far provare ai ragazzi le contaminazioni, gli influssi internazionali anche a tavola, tofu, noodles, bacche..

La Maya?! Creatura della mamma, è cresciutissima!

Ha iniziato a fare yoga con la mamma, poi le facciamo prendere lezioni di questa nuova danza sciamanica che arriva dalla Papua, la Gururoa, la conosci?! Una specie di ballo lisergico sullo stile di Ayahuasca che tira fuori l’estro tribale ai bambini, fanno lezione solo in cinque con questa maestra illuminata che mi costa un fottìo ma ne vale la pena.

Arash? Il mio piccolo uomo, Maddy!

Ti ricordi che sta imparando a suonare le campane tibetane?!

Beh, a Natale ne ha ricevuta un’altra dai nonni, due metri e mezzo di diametro, praticamente quando la suona ci corre intorno!

Mi sa che quest’estate lo mandiamo a fare pratica in Nepal, c’è una scuola super esclusiva dove fanno fare ai ragazzi anche un po’ di jam-session con altri strumenti antichi, resta fuori tre mesi poi rientra che gli ricomincia la steineriana, i corsi di hockey sulla sabbia, l’acrobatica circense ucraina e il flauto traverso per non vedenti tutti i giovedì.

Anche lui, un agenda più full di quella della mamma!

Si, guarda, lo facciamo studiare con un maestro che insegna ai ragazzi ciechi perché ci hanno detto che in questo modo sviluppa una sensibilità diversa sullo strumento, una roba emotiva che mi lavora sui chakra del ragazzino.

E’ un nuovo studio di una psicologa ebrea che vive in Maine e lavora anche sulle foche monache, ti mando il link anche di questo, se vuoi, carina mia.

Poi a Pasqua lasciamo i ragazzi con la tata madrelingua inglese e io e Giampi ci facciamo qualche giorno in questa SPA marocchina pa-zze-sca.

Una toccata e fuga, guarda ma almeno ci riprendiamo un attimo che siamo stra-vol-ti.

Senti Maddy, ti saluto che come al solito sto coi minuti contati, devo vedere l’assistente di un big boss della fotografia digitale.

Ascolta solo una cosa: ti secca se ti giro il mio materiale appena riesco ad avere un minuto di tempo, tipo stasera?!

Il mio showreel, il mio showcase, il mio website.

Così se senti che qualcuno cerca un free lance, un’out-sider in agenzia, un soggetto multitasking, un brand-developer, che so.

Insomma, sto cercando ma più che altro per rilassarmi, qualcosina che tappi i buchi della noia, che nel poco tempo libero io mi annoio a morte, Maddy.

Anche part-time eh, una consulenza one shot, una collaborazione running ogni tanto ci sta, no?!

Un paio di fatture in più all’anno poi non farebbero mica male adesso che abbiamo i due levrieri mongoli con la loro dieta alla fassona.

Come dici?!

Ah. Ehm..ma si dai, va bene anche al bar dell’agenzia.

Un progetto un po’ umile, un po’ low-profile mi farà bene ora che va tanto di moda il charity.

Come dici, Maddy?! Ah, ehm…

Ma siii, dai! Anche fare le fotocopie che fa tanto cool questa cosa del coming-back to the street.

To the print in realtà.

I bagni? I bagni dell’agenzia?! Beh, Oddio Maddy.

Dai, su, per te lo faccio volentieri, cuore!

Ti mando tutto allora eh, appena ho un attimo.

Tra quattro minuti hai tutto in posta e ti chiamo quando invio, ok?

Ok, Maddy?! Oi?! Pronto?! »

 

Guarda, c’è anche il video di questo pezzo, che bellezza!

 

 

 

GIANTAXI E LE LUCI DELLA NOTTE, Racconto

FAVOLE DI MADAME PIPI'

I

– Sei ancora lì? Rimani dove sei, scusa sono sotto botta, arrivo da te in cinque min. ☺ –

Gian, di mestiere sfreccia nella notte e mentre lo fa invia sms.

Sta venendo a prendermi agli studi, per riportarmi a casa dopo il mio consueto turno di diretta tv settimanale.

Presento un programma che da due anni mi vuole bella e felice per sette ore a settimana; fresca e smagliante come non sono mai stata nella vita reale. Eppure.

Alle tre del mattino, quando regalo la mia frizzante Buonanotte! ai telespettatori, non appena le luci dello studio si spengono, ecco che magicamente la mia persona si trasforma in un impiastro abominevole, a metà strada tra il pagliaccio di un brutto film dell’orrore e una prostituta di Cesano.

Cado a pezzi senza che il processo possa essere fermato: ho i pori del viso completamente occlusi da quintali di cipria a buon mercato e i piedi lessi e straripanti dentro ai sandali della ribalta: dalla prima nota della sigla di chiusura io sottoscritta smetto di essere un soggetto in grado di parlare, di ricordarmi dove abito e come mai sono capitata lì, in quel tugurio alle periferie di Milano.

Figuriamoci quanto sia in grado di guidare.

Aver conosciuto Giantaxi ha illuminato le mie notti più buie perché da oggi ci pensa lui.

La rubrica telefonica di Giantaxi è piena zeppa di contatti di modelle, veline e attricette che manco Lele Mora prima del servizio sociale al mercato.

Gian ci porta tutte a casa (non la sua) a noi dello show-biz che non possiamo e forse non potremo mai, permetterci un autista privato.

Parla uno slang milanese bizzarro, una lingua che possono a malapena interpretare quelli come Umberto Smaila e Jerry Cala’ anche perché a guardarlo bene, Gian è vestito esattamente come loro.

Non saprei dire quanto sia alto perché l’ho sempre visto seduto ma so perfettamente come lo troverò vestito.

Infatti i tassisti non hanno un’uniforme ma Gian si.

Ne ha una sua con cui è convinto di essere spregiudicato, sexy, al top, come direbbe lui: jeans slabbrato e la camicia nera di H&M che dopo solo qualche mese di utilizzo e una dozzina scarsa di lavaggi, lascia due chiazze bianche salmastre sotto le ascelle che non andranno mai via manco con l’uranio, qualora tua mamma lo usasse.

Una camicia quella di Gian che, sbottonata fino al capezzolo aprirà le porte sensoriali agli audaci che sapranno sbirciare con discrezione e ammirare la rara tipica mollezza pallida che hanno certi ragazzi quasi rossi come lui.

Quelli per intenderci, non esattamente arancioni ma con tutti i sintomi di quella strana razza umana: texture della pelle lattiginosa, corporatura morbida e precaria, pioggia di lentiggini, totale assenza di peli, sguardo furbo e a volte cattivo, lo stesso che inquietò Verga.

E per inquietare uno con un cognome così…

Comunque Gian non è cattivo per niente, è solo spregiudicato e perennemente sovraeccitato.

Ha iniziato la sua losca carriera di taxi-driver con un regolare turno serale vicino a una discoteca milanese.

In pochi mesi però, è riuscito a mettere insieme un portfolio di clienti che lo chiamano per servizi extra e così è diventato il reuccio del trasporto in nero, col sedile sporco di glitters.

Gian esegue piccole commissioni nelle zone malfamate per conto di ballerini di musical, servizi loschi fuori città per le starlets delle televendite, trasporto in massa di fotomodelle di ritorno da coma etilici e da qualche settimana effettua anche il mio ritorno a casa, che di losco ha molto poco, faccia della sottoscritta a parte.

Gian riesce a portare a compimento le sue missioni in maniera piuttosto remunerativa e senza servirsi di quello che per lo Stato dovrebbe essere il miglior collega di lavoro degli addetti al trasporto pubblico su autovettura: il tassametro.

Il nostro amico tiene acceso l’affarino ufficiale solo per i pochi, odiati clienti ufficiali: quelli di brutta presenza che hanno la disgraziata idea di fermarlo per strada o quelli che riescono a usufruire di lui attraverso il collegamento difettoso col regolare centralino; ma per il resto, Giantaxi conduce liscio e sobrio la sua dissoluta professione non fiscalizzata nel sottobosco metropolitano, senza che nessuno abbia mai voglia, coraggio o capacità logiche di chiedergli spiegazioni legali a riguardo.

Così, per l’abbondante porzione di notte in cui il controllo della legge italiana cigola, Gian sfreccia col suo SUV bianco, un veicolo che i più chiamerebbero taxi mentre in realtà è più preciso ammettere che si tratti di una specie di micro-limousine, piena di adesivi con numeri di telefono assolutamente fittizi appiccicati alla carrozzeria esterna, e il buio fumoso di certi lounge bar bulgari che avvolge quella interna.

Il nostro eroe cocchiere corre col finestrino abbassato e ha in serbo per i passeggeri la migliore musica delle peggiori discoteche di Ibiza, che diffonde con un sistema audio potente come quello del Privilege di Ibiza rattrappito in un abitacolo con quattro posti a sedere di pubblico utilizzo, sempre occupati da minorenni georgiane, manager con slip leopardati sotto il completo Brioni e qualche volta, senza che abbia particolari meriti, anche da me.

Il suo smartphone è sempre lì, appoggiato sulla patta a illuminargli il mento facendolo sembrare un nano del Signore degli Anelli che si è messo in testa di imparare gli itinerari delle principali arterie stradali tra Milano e Casalpusterlengo e mollare Mordor per sempre.

A me, un po’ per giuoco, un po’ per rabbia, interessa sempre vagliare le mille possibilità di fregare lo Stato offerte dal mercato quindi ho deciso di fidarmi a occhi chiusi della mia collega Tamara quando quella notte di Luglio mi ha assicurato che a fine diretta sarebbe venuto a prendermi il suo driver, Gian.

Ha usato proprio quella parola lì, quella magic word che è “driver”, un’anglofonia che lascia intendere professionalità e competenza perché alle due di notte c’è bisogno di questo e io voglio viaggiare in modalità safety e non ho molta voglia di essere buttata in un fosso coi lividi e addosso solo i miei sandali sudaticci. Magari in un altro orario se ne può discutere, ma a quella stramaledetta ora non ho voglia di negoziare, sono stanca in modo feroce e quand’è così divento cattiva più dei rossi.

Ma se come alternativa mi si profila la chiamata di un taxi ufficiale che mi farà aspettare dai quindici ai venti minuti fuori dagli studi col rischio del fosso, preferisco affidarmi agli amici degli amici anzi, ai driver dei colleghi.

Ora però sono qui, fuori dagli studi televisivi che attendo Gian da più di trenta minuti.

Uno pseudo sconosciuto senza manco un numero verde col quale prendersela, mi costringe a sostare alle tre di notte, sotto un cartello segnaletico di rimozione forzata a Lambrate.

Dopo poche settimane di collaborazione sento già di detestarlo quasi quanto detesto le mitragliate di messaggi su whatsapp con le faccine che mi sta mandando per dirmi a quanti millesimi di minuto si trova anziché posare il cazzo di telefono sul sedile del passeggero e guidare come un puma, visto che lo sto aspettando in mezzo alla strada come un ballerino cubano con trucco e vestito di scena, se così si può definire una striscia di tessuto nero elastico che mi strizza da otto ore tra vita e seno.

– Arrivo in quattro min ☺☺☺-

– Girando per Piazzale Lugano, semaforo caxxo! –

Perché molta gente perde la dignità quando si trova a dover scrivere messaggi con lo smartphone?

Perché sostituire le consonanti di una parolaccia con X?

Perché abusare di faccette e di punti esclamativi e creare un mondo che non esiste ancora più ridicolo se possibile, di quello reale?

– Ci sono, Tatina, sono dietro l’angolo! ☺☺☺☺☺-

– Tatina chiamaci tutte le donnacce del tuo albero genealogico, imbecille. MUOVITI.-

Questo vorrei scrivergli ma desisto.

E poi sento il fischio delle gomme che lasciano traccia sull’asfalto della curva a gomito appena dietro gli studi.

Ecco Gian, col suo Suv tirato a lucido per la notte.

Mi ha mandato talmente tanti whatsapp sulla sua posizione sempre più vicina alla mia, che sento quasi un brivido di adrenalina, nel vederlo finalmente di fronte a me, in carne e lamiera.

Arriva a 80km/h in una strada privata che quasi penseresti pedonale e con la musica a un volume che più che fottersene dell’orario notturno, lo sberleffa.

Perché Gian se ne frega e non solo dei limiti di velocità.

Comunque quando mi vede inizia una frenata graduale evitando di sgommarmi in faccia; forse per un attimo è tornato in sé e si è reso conto che non siamo a Miami e lui non è Puff Daddy.

Forse se n’è reso conto guardandomi che, non solo non sono Beyonce ma se stanotte Beyonce mi incontrasse per strada farei spavento a lei e al suo bodyguard, talmente sono sfatta.

Nonostante il timore che gli leggo in faccia senza equivoci, Gian apre la sicura centralizzata delle porte e io m’infilo ed entro nel suo mondo, inconsapevole che tra poco sfrecceremo insieme nella notte che ricorderò per sempre come esemplare in quanto a illegalità.

II

Gian non guida, nuota. Un po’ per la pioggia milanese, così velenosa e rassicurante che si attacca ai vetri e sfuma le luci, un po’ per quello stile fluido e rilassato che hanno quelli che al volante vogliono fare

Così, anche i semafori, i fari e le infinite colonne di lampioni della tangenziale sono diluiti non solo dall’acqua sporca della pioggia ma anche dalla velocità prepotente con la quale Gian si fa largo, lanciandomi ogni tanto un’occhiata dallo specchietto retrovisore per vedere se reggo la tensione.

Quella di Gian è una velocità aggressiva che mi fa rizzare i peli sulle braccia più dell’umidità, oltre a darmi la chiara sensazione che questa notte sarà interminabile ma, qualora vi fosse un termine, questo potrebbe collocarsi tranquillamente in un commissariato.

Mentre rantolo sui sedili posteriori Gian mi somministra una quantità di informazioni che già normalmente, nelle ore diurne, non sarei in grado di assorbire, figuriamoci alle tre del mattino, agghindata come Moira Orfei dopo una brutta sbronza.

Riesco a percepire una sola notizia importante: non viaggerò sola.

Per ottimizzare i guadagni della notte più rischiosa, quella del sabato, Gian organizza un vero e proprio piano trasporto di massa, coi vari pick-up in giro per Milano.

Questo è l’orario di punta: l’ora in cui i modelli escono dalle discoteche, ridotti come i Ramone, quella in cui i direttori generali vogliono schiaffare le modelle che non servono più, quelle che non respirano più dall’alcool e dalla bamba in qualche posto al sicuro, lontano da casa loro, lontano dal divano di casa.

Forse perché non lo conosco ancora bene, forse perché di notte ci insegnano a non fidarci di nessuno, mentre Gian mi chiede nel suo dialetto alla Umberto Smaila se mi secca che carichiamo altre persone “tutte di ottima presenza, eh zia!” , sento nel mio cuore che è la fine.

Sento che io e Gian stanotte, caricheremo individui disdicevoli quanti più possibile, quanti il suv bianco possa contenerne, anche piegati in quattro, per poterli mettere uno sull’altro, al limite anche esanimi e nudi, per lasciarli davanti al loro portone di casa, come sono abituati con Giantaxi.

Perché Gian sarà un po’ ritardatario, imbottito di dopobarba e anti-depressivi ma è assolutamente affidabile: ti carica e ti porta a destinazione in qualunque stato tu ti faccia trovare nel punto di raccolta purchè tu ti sia ricordato da lucido, di dirgli dove portarti.

Basta un bigliettino in tasca col tuo indirizzo di casa, se sei un cliente fisso, o una telefonata nel pomeriggio prima di immergerti nella notte più tetra della tua esistenza, e sta sicuro che Gian ci sarà e ti riporterà a casa illibato.

Una volta a bordo del suv bianco di Giantaxi, potresti essere davvero ovunque, invece sei solo a Milano ma è normale: a Milano hai spesso la sensazione che potresti trovarti ovunque e invece sei soltanto lì.

Il primo pit-stop è davanti a una discoteca in pieno centro, di queste con sette piani e altrettante proposte musicali.

Tutto il palazzo è fasciato con lastre di luci a led fucsia.

Sono accecata e atterrita dalla possibilità che esista gente che a quest’ora della notte abbia ancora voglia di camminare sui tacchi e ballare con le mani in alto, come sento dire al Dj dalle finestre spalancate del primo piano.

La frase successiva che sento, mentre i miei occhi bruciano di luci e stanchezza è di Gian, “Andiamo dentro a recuperarli che ci mettiamo meno, Ciccia. Sennò stanotte la passiamo cristando!” , mi dice.

Cristando?

Insomma andiamo dentro.

Pare che questo verbo significhi sopportare talmente tanti soprusi e angherie da avvicinare il soggetto che le subisce al martirio di Cristo senza però conferirgli similare dignità.

Capisco perfettamente questa sensazione di sacrificio estremo e perdita del decoro umano, entrando in questa discoteca che è la rappresentazione precisa dell’inferno, solo coi dannati vestiti come concorrenti dei talent-show in tivvù.

Vedo che affollano il bancone del bar sbavando e ringhiando “Negroni” o “Vodka Tonic” e forse, anche grazie a questa roba un giorno proveranno davvero le pene dell’inferno.

I piani della Disco con le varie sale, si affacciano nella hall con mille balaustre dorate, creando un effetto vortice proprio come quello dei gironi danteschi e la musica, se dovessi immaginarmi l’inferno beh, sarebbe esattamente quella proposta in questo posto di merda, nel quale i peccatori stasera vengono puniti a suon di Lady Gaga e di bachata ecuadoriana.

Le cubiste frustano i dannati, con le frange dei loro vestiti e le cosce slabbrate dai troppi anni di ore piccole sui tacchi e ogni piano, anzi floor, ha un uomo nero della sicurezza che vigila davanti alle porte di emergenza come nei peggiori incubi di ogni bambino.

Gian si muove come Caronte, gridando ingiurie e spostando i dannati a forza di spinte come fossero alghe mentre io lo seguo con la borsa stretta stretta contro il petto e lo sguardo atterrito da certe danze inconsapevoli che intravedo nel buio.

Ad un certo punto Gian grida proprio come griderebbe Belzebù per arringare i suoi diavoli solo che grida “YURI! PORCA BESTIA, ANDIAMO!”.

Yuri sembra non essersi accorto della vita in generale, figuriamoci delle urla di un nano rosso, in questa selva oscura.

Sta ballando attaccato alla balaustra del privè come fosse un adolescente effeminato alla sua quotidiana classe di danza classica.

Ed effettivamente Yuri è un adolescente effemminato ma al posto del tutù è fasciato in un paio di fuseaux in lattice nero (sono un’integralista dei fuseaux e li chiamerò sempre così. Non mi avranno mai quelli stronzi che li chiamano leggings) e in una maglietta di un fucsia accecante, che dovrebbe essere proibito dalla legge.

Ma siamo all’inferno quindi Yuri può mettersi quello che vuole, anche perchè sta nel privè che alla fine è un po’ come la Giudecca.

Giantaxi lo conosce anche il Demonio quindi non subiamo neanche dieci secondi di domande e controlli all’ingresso del privè perché due omoni neri sanno che Yuri rastrella le anime dei dannati e così ci aprono il cordolo facendo un cenno a Gian da dentro i loro occhiali scuri che chissà che cazzo se li mettono a fare gli occhiali scuri in un posto più buio di una miniera, ma tant’è.

Yuri si è preso di sicuro qualcosa per ballare senza dover avere altre necessità.

Ha ingerito, fumato o masticato qualcosa che gli ha tolto qualsiasi tipo di bisogno fisiologico: non deve andare in bagno, bere o mangiare né tantomeno crollare dentro ai divani di velluto dopo la sua sessione di danza classica tecnologica.

Me lo spiega Gian dicendo “Zia, lo Yuri non dice una cazzo di parola dalle undici di sera alle due di pomeriggio del giorno dopo, lui balla e basta. Lui dove lo metti sta tipo in trance, però ti segue eh, se devi andare in qualche posto e ce lo devi portare lui sa che deve seguirti, però ti segue mentre continua a ballare, è tipo autistico, si piglia qualcosa di davvero bomba ma a me mi dà retta, lo sa che gli salvo il culo”.

Quando gli siamo vicini, per me Yuri è già leggenda: anche lui ha gli occhiali scuri, solo con una montatura tigrata, e ha un’aria professionale e concentrata su ogni singolo passo di danza tecnologica, come fosse in un video dei Daft Punk rielaborato però da una persona con dei problemi cognitivi che rallentano i riflessi e ammorbidiscono le ossa rendendola quasi un rettile.

Yuri si dinoccola a moviola, simulando spaccate sulle balaustre e muovendo lingua e braccia a serpentina, ammiccando il nulla, visto che è solo e non c’è nessuno che gli balla intorno perché “Nel privè non si balla”, mi spiega Gian “nel privè si fa i fighi e basta. Si guarda giù dalla tromba delle scale cosa fa il resto della massa, la gente di merda, insomma. Nel privè si beve, si fa i fighi, ecco. Hai capito?.

Solo Yuri può ballare, perché il suo ballo è da fighi, pare. Hai capito?”.

Non c’è bisogno di trascinarlo via dal girone del privè, Yuri sa che se riconosce Gian nella folla, è venuto il momento di andare via e deve seguirlo.

Così si stacca dalla sbarra sopra la quale ha portato a termine la sua notte di solveggi e inizia a seguire Gian, facendo del microscopico stretching sul posto.

Non ha una giacca, un borsello, un cellulare, Yuri è venuto in canottiera e fuseaux da casa, forse correndo come Mark Renton, in piena punta di chissà cosa.

Gian mi fa un cenno e grida ancora come un demonio, in mezzo alla folla di dannati, che ci dobbiamo togliere dai coglioni.

Siamo fuori.

Respiro.

Solo ora mi rendo conto di quanto sia fragile Yuri, fuori dal suo contesto: magro, sudato e pallidissimo, ancora con gli occhiali scuri attaccati alla pelle bianca e appiccicosa, silenzioso e indifeso.

Meno male che c’è Giantaxi che lo porta a casa, altrimenti Yuri verrebbe picchiato e derubato perfino da una classe di signore di punto e cucito.

Appoggiate al cofano del taxi di Gian, piazzato in mezzo alla strada con le doppie frecce che lo illuminano come fosse un pacco regalo di questi degli allestimenti nei centri commerciali a Natale, ci sono due ragazzine col trucco sfatto e i tacchi in mano.

Sono quelle modelle minorenni che vedi a Milano in qualunque stagione dell’anno e non capisci come facciano a sopravvivere perché non parlano nessuna lingua oltre alla loro, un russo adolescenziale.

Se stanno lì con la minigonna senza calze, anche quando a Gennaio ci sono le maniglie dei negozi ghiacciate.

Maledette loro, giovani e con il gelo nel dna che le farebbe sopravvivere anche nei cassoni di un obitorio.

Loro non ci andrebbero in discoteca, se ne starebbero a casa a guardare Sex in the city e a mangiare patatine con le amiche.

Eppure ci vanno perché vengono pagate dai PR per starsene lì a bersi un drink e fare la famosa bella presenza.

Sulla carta dovrebbe funzionare così: qualcuno le vede e sparge la voce tra i maschi che in quella discoteca ci sono le modelle.

Allora tutti i maschi vanno lì, pagano il biglietto intero, bevono l’imbevibile e cercano di rimorchiarle.

Solo che nessuna di loro sa parlare italiano nè inglese né niente.

Mai una modella bielorussa minorenne riuscirà a imparare l’italiano.

Non si sa per quale motivo.

Parleranno inglese, al massimo sorrideranno ma in italiano non scuci loro neanche un “Buongiorno” dopo sei mesi.

E di certo i maschi che frequentano quella discoteca infernale e bevono quei drink sacrileghi, oltre al milanese, parlano il Nulla più desolante.

Però le modelle bielorusse minorenni so a cosa stanno pensando nella loro lingua.

Lo so forse perché è la stessa dei miei avi: “Meno male che c’è Giantaxi che ci porta a casa e non quell’imbecille della Brianza con la gelatina anche nel culo”.

Siamo tutti. Si va.

III

Non so se ci si possa ubriacare di riflesso semplicemente respirando gli aliti di gente ubriaca in ambienti ridotti ma non mi sento molto bene, tutta compressa dentro a questo abitacolo che sa di vodka chimica, con la faccia contro il finestrino e le cosce appiccicate a quelle sudate e bianche delle bielorusse.

Se poi poteste sentire oltra al tanfo di alcool, quello acuto e amaro della centrifuga di schifezze lisergiche ingerite da Yuri, credo che converreste con me che gli aromi dell’abitacolo di questo taxi siano pericolosi per la salute più degli scarichi di una raffineria.

Gian ha appoggiato Yuri, che non sembra essere tra i viventi, sul sedile posteriore come un cappotto che ti togli prima di guidare altrimenti si sgualcisce e lui è rimasto lì come un invertebrato, con gli occhiali da sole ancora indosso a proteggere i suoi occhietti bianchi e collosi.

Ad ogni curva, il suo corpo senza gravita’ viene sbattuto contro le bielorusse che lo rilanciano come se giocassero a palla avvelenata contro il vetro del finestrino, dove il suo naso si schianta e si appiccica come una ventosa diventando cianotico e freddissimo e regalando agli automobilisti, nonostante gli oscuranti, la visione spettrale di ciò che avviene all’interno dell’abitacolo: come se stessimo trasportando un cadavere senza sacco nero.

Gian intanto vola nella notte.

Non lo ferma nessuno e se sei con lui andrà tutto bene anzi, andrà tutto “ da famiglia reale, ciccia!”, come dice lui.

Yuri abita a Niguarda, un quartiere che se non avessi la certezza di trovarmi a Milano (ancora per quella vecchia storia che Milano somiglia a molte città ma poi ti accorgi che hai solo lei), potrei tranquillamente scambiarlo per qualche periferia di San Paulo di quelle che ti fanno capire quanto sia preziosa e fragile la vita, soprattutto se hai una borsetta appresso.

Arriviamo davanti a un complesso di quattro palazzoni rancidi e Giantaxi sgomma e si ferma.

Scende dall’auto, apre professionale lo sportello posteriore, si china sul sedile e si carica in braccio i resti esanimi dell’acrobata di Niguarda per poi volgersi al portoncino e iniziare una difficoltosa arrampicata dei tre scalini che portano all’uscio rognoso dove vive il poveretto.

Sull’ultimo scalino sento Giantaxi inveire contro la vita e le creature delle notte.

Non capisco bene cosa dica nel suo dialetto che capisce solo Umberto Smaila ma sono certa che sta prendendosela col mondo mentre porta avanti il suo lavoro illegale fino all’ultimo e con dignità, mentre compie il suo giornaliero “servizio completo”.

Arrivato in cima alle scale Gian appoggia il ballerino moribondo contro l’angolo del portoncino annerito dalle pisciate dei cani e citofona.

Sono le cinque del mattino e Gian citofona senza sosta, come fosse un postino.

Dopo qualche minuto di attesa, mentre le bielorusse si fanno un selfie al volante del Giantaxi e ridono nella loro lingua, si sentono i tonfi pesanti di chi scende le scale incazzato.

Apre il portoncino un’immensa massa di adipe sudamericano senza sesso definito.

Che sia lo/a fidanzato/a di Yuri?

Avrà minimo sessanta anni nonostante il grasso iperbolico tenti di deviare le mie analisi.

E’ un essere appartenuto per tanti anni alla notte, forse una Drag-Queen o un mercante di perversioni da strada, lo intuisco da come inveisce contro la notte insieme a Giantaxi, con fare esperto: si lamenta di quanto la notte ormai faccia schifo, di quanto non ci siano piu’ i locali leggendari della movida milanesa.

Poi guarda Yuri e scuote la testa.

Paga Giantaxi quel che deve pagare e mentre il nostro protettore risale in auto e la bielorussa scivola sul sedile davanti continuando a selfarsi, la/o vedo che piglia Yuri per un braccio e inizia a gridargli contro come fossimo in pieno giorno “Alzati Ediota, vamos! Otra volta con esta puta istoria. ALZATI PUTO AMOR!”.

Lo scuote, si arrabbia, diventa rosso/a in viso e inizia a prendere a calci nello stomaco con le sue gambotte flaccide il secco Yuri che non reagisce.

Gli sfila gli occhiali, li disintegra dentro al suo pugno, poi chiude la porta e lo lascia li, esanime contro il muro, appena sotto i citofoni, stretto nei suoi fuseaux e senza un grammo di forza in corpo.

Ho paura.

E anche le bielorusse hanno smesso di farsi le foto e sono lì che guardano Yuri e poi Giantaxi per avere risposte.

“Sempre così eh, ognuno ama come può, bellezzine secche”, dice lui mentre sistema il sedile e fissa lo specchietto retrovisore.

Portami a casa, maledetto driver.

Ho paura e sono stanca.

La porta viene riaperta con rabbia e riemerge la creatura di lardo portoricano che piglia Yuri per un polso e se lo trascina dentro il buio della tromba delle scale.

Addio Yuri portami a casa Gian.

E lui annuisce guardando la porta richiudersi e parte sgommando.

IV

Giantaxi vola dentro alla notte che, sembra piombare tra le strade di Milano solo per lui e per il suo lavoro che accarezza da anni la criminalità.

Vola Giantaxi, coi suoi boccoli sudati e rossicci fuori dal finestrino e gli ACDC diffusi a volume da esaurimento nervoso; guida sentendosi solo anche quando il suo taxi è strapieno di gente.

Brian Johnson gracchia “Don’t stop me” e io guardo il mio driver preferito e mi nasce in testa, e non so perché non ci abbia pensato prima, la certezza dell’ incredibile somiglianza col frontman di questa band leggendaria.

Invecchiando, le distanze delle similitudini tra loro si accorceranno sempre più e mentre voliamo su Milano, io Giantaxi me lo immagino col kilt e la scoppola e immaginarmelo così, è forse la cosa più piacevole che mi sia capitata stanotte.

Questa notte in cui Giantaxi e io planiamo insieme a due bielorusse con le gambe più lunghe della mia giornata di lavoro, questa notte che sta morendo e che io mi ritrovo senza averlo scelto, a vivere in macchina con gente che sa di paillettes e cocaina.

Le modelle dormono un sonno etilico rilassato, sono abituate: una riposa appoggiata sulle gambe dell’amica, l’altra con la testa china sul collo, che domani si sveglierà sentendo i trenta sempre più vicini.

E poi ci sono io, che coi miei trent’anni già c’ho fatto i conti e ormai sono sveglia come una civetta e anelo solo a un obiettivo: riuscirmi ad addormentare a casa mia, sana e salva, senza nessuna bielorussa sul divano, senza nessun Yuri sul tappetino di casa, massacrato di calci dal fidanzato e senza nessun agente di polizia all’uscio di casa che mi chiede se conosco il tassista illegale più famoso della città.

Le ragazze condividono una di quelle famose case milanesi per modelli: appartamenti identici a quelli per studenti, loculi angusti, sovrappopolati con l’unica differenza che le case per modelli si trovano in zone trendy e sulle pareti delle stanze hanno i composit, quindi sono più fighe di quelle per gli studenti sfigati e vengono affittate ad un canone ancora più alto, se possibile.

Nella via del fashion flat non si cammina, tanto è intasata dalla gente che ha ancora voglia di ridere, baciarsi, vomitare, alcolizzarsi e ricominciare il giro.

Giantaxi chiude gli specchietti mentre procede a passo d’uomo e ogni tanto abbassa i finestrini per inveire o chiedere in inglese se si sono accorti che lui sta guidando una macchina, cazzo.

Mi giro verso le bielorusse e le vedo di nuovo sveglie e in pieno selfie, che salutano i baristi dal finestrino abbassato e ammiccano i colleghi fashion seduti ai tavolini, sudati e marci dalla serata.

Mi chiedo perché molta gente che lavora col proprio aspetto debba ridurre lo sviluppo dell’intelletto così miseramente: forse pensano che un peso mentale importante possa compromettere la carriera nei casting.

E forse le bielorusse pensano di essere arrivate a qualche festival.

Forse credono che tra poco Gian aprirà loro le portiere del taxi, srotolerà il red carpet e loro potranno sgambettarci sopra coi loro leggings o fuseaux e i loro boots, regalati da qualche stilista vestito di pelle, coi capelli bruciati dall’ammoniaca.

Invece Giantaxi le portiere le apre si, ma dice “Basta, qui non si va più avanti, fuori dalle balle ladies, vado di retro e voi proseguite a piedi, che rassodate i glutei sovietici, forza!”.

Non credo che le ragazzine sappiano cosa sono i glutei anche perché ne sono completamente sprovviste.

Hanno quei tipici sederi talmente piatti che la parte dei jeans dedicata alla naturale fisionomia pensata da Dio, rimane penzolante dietro come uno zaino vuoto, di quelli peruviani in lana morbida e colorata.

Comunque perfino Giantaxi a quest’ ora se ne fotte dei loro sederi, anche perché immagino abbia ancora diversi servizi malavitosi da portare a termine, così rientra in macchina ma, non appena le cavigliette sovietiche sono tra le pozzanghere e io sospiro pensando che sia finalmente finita, due tizi vestiti esattamente come il resto della folla, come dei rapper appena usciti dalla copertina di Esquire, si piantano davanti al nostro cofano, sbattendo i pugni contro la carrozzeria.

Mentre sento Giantaxi dire “Oh cazzo”, i tipi gli hanno già aperto la portiera e lo hanno trascinato fuori per spiaccicargli la faccia rossa e umidiccia sul cofano.

Succede tutto in un attimo, vorrei scendere perché mi spiace lasciare lì quel maledetto cagnaccio di strada che sembra aver scelto il mestiere di mettersi nei guai, a farsele dare senza pietà.

Non mi piacciono le storie senza pietà.

Credo di aver capito da come lo sbatacchiano contro il cofano, che il nostro amico abbia sbagliato zona o orario di servizio illegale e che i due tizi travestiti da rapper siano in realtà colleghi con regolare licenza, in pausa dal lavoro ma non dalla voglia di attaccare briga e punire dove la legge non riesce ad arrivare.

Intorno alla nostra auto si crea un piccolo pubblico non pagante in circolo che non osa intervenire ma si gode la scena, succhiando nervosamente robaccia dalle cannucce nere dei loro bicchieri.

Detesto quelli che non si lasciano prendere dal sangue quando ribolle nella testa e vorrebbe riportare l’essere umano ad una buona condizione di selvatica battaglia.

La gente è stronza e se ne resta lì mentre i due rapper pestano di botte Giantaxi.

La gente stronza con le gambette atrofizzate nei pantaloni stretti-stretti a sigaretta e i baffetti lisci e freschi di barbiere, la gente inabile a qualsiasi tipo di reazione che esca dai cliches.

Nessuno si indigna, tutti guardano la scena, alcuni balbettano “Basta!” con lo sguardo da eroi ma pare che vogliano intervenire solo quando reputeranno che è il momento giusto di fare gli eroi, quando cioè sarà tutto finito e ci sarà da raccontare la faccenda alle guardie.

La gente è matta in due modi: quello spettacolare, pieno di colpi di scena e salti carpiati che spaventano le folle, sconvolgono le classi politiche e quello silenzioso, compito, assopito dall’ordinarietà, incapace di reazione.

Sono follie che provengono dallo stesso ceppo, dal grado di educazione ricevuta in famiglia, un grado ossessivo oppure completamente assente.

Mentre sto scendendo dall’auto di Giantaxi, che continua a prendersele in silenzio ormai esamine, tutto davanti a noi viene illuminato dai fari di un’auto che procede lenta tra la folla.

L’auto si ferma esattamente di fronte al ring chiudendoci definitivamente ogni via di fuga.

A quel punto il mio istinto decide di farmi rientrare in auto.

Chiudo le portiere e spero sia una volante, alla quale potrò spiegare che io stasera avevo solo chiesto un fottuto taxi e guarda qui che inferno è successo.

Che poi è la verità ma io non so perché, non mi sento affatto pulita. Purtroppo o per fortuna non è una volante ma un altro taxi; le forze dell’ordine hanno la peculiarità di non arrivare mai quando c’è davvero bisogno e di esserci sempre quando il loro intervento è inutile se non fastidioso, penso stringendomi la borsa addosso e preparando la fuga, sempre che le mie gambe me la consentano, paralizzate dalla tensione dentro allo stramaledetto Suv di Gian.

Dal taxi scende una ragazza bionda, minuta e con una piccola coda spettinata.

Ha gli occhi azzurri ed è completamente vestita di jeans, dalla testa ai piedi, sembra uscita da uno di quei telefilm anni 90, alla Bayside School ma al posto del diario ha un tubo di ferro sottobraccio, un pezzo dell’asse del motore di chissà quale auto, che brandisce in maniera determinata e poco elegante.

Si avvicina e con una forza impossibile da prevedere, si lancia contro uno dei rapper e lo legna duro fino a farlo piangere, fino a quando quello non si china per proteggersi la faccia e la testa, fino a quando non comincia a farti tenerezza che quasi ti dimentichi il dramma che pochi minuti prima stava massacrando un giovane rosso slabbrato.

La piccoletta bionda allontana i due rapper a colpi di rabbia inespressa da secoli come un dobermann e il pubblico maschile si rifugia in un imbarazzante silenzio sgomento.

“Tutti a guardare eh, figli di puttana?!” dice alla platea e zittisce quel brusìo senza senso che si diffonde quando accade qualcosa di inedito che sveglia perfino gli animi più rattrappiti.

Poi prende per un lembo della camicia Giantaxi o ciò che resta di lui, lo trascina in auto e chiude le sicure.

Siamo dentro.

Giantaxi è di nuovo al volante della sua auto esanime e la biondina gli è accanto, sul sedile del passeggero, che sbava ancora di rabbia.

Non si è accorta che ci sono anch’io, immobile come sono sul sedile posteriore, ipnotizzata da tanto cinema americano e dalla paura, col respiro che ha fermato ogni effetto sonoro.

Come se non bastasse, la biondina tira a sé quel che resta di Giantaxi e gli stampa un bacio muscoloso sulle labbra violacee,

poi si gira di scatto e mi guarda dentro alle pupille.

Mi entra dentro agli occhi come il fuoco e dice “Fuori di qui, prendi la mia auto e seguimi, stronzetta” e io neanche rispondo o rimando l’insulto al mittente perché questa biondina alla fine mi piace.

Quindi piglio le chiavi che mi lancia, anche perchè altrimenti mi arriverebbero dritte in faccia e mi ritrovo, quasi senza accorgermene già coi piedi dentro alle stesse pozzanghere delle bielorusse.

L’auto di Giantaxi si accende, ingrana una retromarcia potente e inizia a svicolare tra la gente, incurante di colpirla o schiacciarla.

Una retro da Fast and Furious che si allontana dal circo di pugni e baci appena vissuto.

E io davanti a loro con una timida prima, assurdamente al volante di un’auto mai vista e coi fari piantati contro il loro parabrezza, pronta a seguirli ovunque perché le femmine, quando c’è di mezzo una storia d’amore diventano incredibilmente collaborative, anche nell’illegalità e nella più ampia follia.

La nostra notte non è finita Giantaxi: sfrecceremo in questa pozzanghera lombarda e presto saremo fuori Milano, lontano da tutta questa gente che guarda e non fa niente, che approfitta della criminalità fino a quando i suoi servizi fanno comodo e restano sepolti nei sotterranei.

Ho capito che tu e la tua bella non siete matti ma cercate di ammaestrare la disperazione con qualche piccolo tranello teso al fisco per non crepare; se questa è follia siamo tutti, chi più chi meno, matti.

Voi siete solo romantici anche se imbevuti nello squallore urbano, siete i Bonnie e Clyde della tangenziale, matti in apparenza perché costretti a lavorare con loro, i vostri clienti, i veri mentecatti.

Costretti a fare i criminali perché lo Stato non vi tutela e neanche i colleghi, a quanto pare.

E io penso, mentre guido e vi seguo che non ce la farei.

Non riuscirei a vivere come voi, sempre sull’orlo dell’illegalità conclamata, caricando e scaricando gente destinata a morire male, sperando che non arrivino retate organizzate dai colleghi più che dalla finanza.

Ma ora non pensiamoci e usciamo da Milano, andiamo a fare colazione a Camogli e baciatevi ancora, vi prego.

IL VERO MESTIERE PIU’ ANTICO DEL MONDO

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Ogni volta che sono ad una festa, prima o dopo, arriva sempre il momento in cui sento il bisogno di vivere i miei consueti dieci minuti di alienazione dal pianeta terra. Arriva il momento in cui sento l’urgenza di chiudermi a chiave dentro quel piccolo, irresistibile salotto che sono Io medesima; di immergermi in quel brodino melenso che è la mia immaginazione.

 

Mi rifugio nel mio pensatoio e rilascio un lungo flusso di coscienza, senza farmi disturbare dalla musica alta e dagli aliti di prosecco degli invitati e così immagino di scrivere un report sull’andamento della serata, un feedback in lettere grandi e fumanti, marchiate a fuoco sul sedere del festeggiato.

 

Un feedback che poi è sempre lo stesso: alle feste, agli aperitivi, alle anteprime, in qualsiasi strafottuta occasione che costringa dieci o più persone vestite con dignità a riunirsi nello stesso luogo, si ripropone sempre la stessa legge morale secondo la quale la gente se la tira.

 

Le persone, specie se in branco, sviluppano una sgradevole propensione a credere nella loro personalità in maniera esagerata, scomposta. Ma perchè? Cosa porta un individuo mortale a tirarsela?

 

Tante volte mi sono riproposta questo spunto di riflessione e ammetto che fino ad oggi non ho prodotto nulla di definitivo dato che le uniche risposte che la mia mente ha trovato, le sole giustificazioni che i miei occhi hanno trovato di fronte a tanta ambizione, sembrano essere riconducibili a stronzate: una borsa griffata, un paio di scarpe in pelle di un tizio che si chiama Manolo, un contratto a progetto in un’agenzia di comunicazione, un fuoristrada costoso, un paio di zigomi più alti di quelli che hanno sviluppato certe popolazioni mongole nei secoli, per far fronte a temperature molto basse.

 

Questi sembrano essere i motivi che portano alcune persone appartenenti alla cosiddetta società evoluta, a credere di essere migliori, non di altre ma di tutti. Personalmente non conosco grandi scienziati, astronauti o professori emeriti ma dal loro abbigliamento trasandato, dai loro baffi e dai loro occhiali spessi, non mi pare se la tirino e non mi pare di averli mai visti con una borsa di Yves Saint Laurent sotto braccio, durante un’intervista, come invece ho visto fare ad avvocati di assassini famosi, a calciatori, ad attrici o a critici d’arte immersi nella sugna della loro religione auto-riflessiva.

 

Registi, prefetti, capi del gabinetto, modelle rimbecillite e amici di tutte queste categorie, senza mai generalizzare ma senza neanche perdere di vista le grandi numeriche con le quali questo fenomeno si replica negli stessi settori, credono che la loro persona intellettuale o fisica sia superiore a quella di un fornaio friulano, di un impiegato della Accenture o di un thailandese che li sta portando col suo taxi sgangherato dall’aeroporto al Four Season di Bangkok.

 

Magari è pure così. Magari davvero si tratta di personaggi meritevoli di onore; ma nel momento preciso, nel secondo puntuale in cui nel loro cervelletto si forma la convinzione di essere anche solo uno scalino sopra rispetto al resto dell’umanità, in alto sul famoso disegnino della piramide evolutiva, ecco che la loro supposta superiorità ha miseramente fallito in partenza.

 

Mi piacerebbe tranquillizzare tutti quelli che se la tirano che, se domani per caso dovessero schiattare (dipendesse da loro non schiatterebbero di certo, ma visto che non possono controllare tale spiacevole inconveniente, il rischio esiste!) sono sicura che il mondo non subirebbe cambiamenti fondamentali per il proseguimento della specie. Al massimo eventuali, flebili migliorie.

 

Sempre a proposito di vita, mi sento in dovere di poter dire che fino ad oggi siamo dichiarati tutti mortali e che nessuno è maggiormente richiesto sul pianeta terra rispetto a qualcun’altro, specialmente in occasione di una festa, a meno che certo, non si tratti del legittimo festeggiato, però non è comunque il caso di tirarsela oltre il dovuto.

 

Sembrano banalità ma evidentemente non lo sono, visto che c’è ancora tanta popolazione che cammina nel mondo col mento proteso verso i nembi, con una Birkin appesa al polso e gli occhiali da sole a riparare la cornea dagli sguardi zozzi di gente estranea.

 

Sono esenti da questa breve invettiva quelli che risultano indolenti o intolleranti verso il genere umano (e quindi superbi) semplicemente perchè ammettono la chiara involuzione di certi individui quali:

le persone che si picchiano negli stadi, le mamme che truccano le loro figlie, i signori col gilet rosa salmone del Nord che danno retta a quello che dice Salvini, i condomini della Santanchè che ancora non le hanno tolto il saluto, tutti coloro che ancora non hanno preso in considerazione l’idea di rimuovere il tasto 5 dal loro telecomando della TV, quelli che se la tirano.

 

SUA MAESTA’ IL DISPETTO

SINFONIE

more dispetto per tutti

Secondo me ci vuole un pò di dispetto nella vita di tutti noi.

A volte bisogna essere dispettosi per il nostro bene, per far divertire il nostro povero ego tramortito dal fisco italiano e dalle calorie.

Curo la mia mente facendo dispetti. La faccio sorridere.

Se faccio un dispetto mi sento bene e non è vero che lo scherzo è bello quando dura poco.

Quando i miei gatti dormono beati sul divano, sparo Travelling riverside blues dei Led Zeppelin a tutto volume e mi godo il loro salto in alto, da fermi e le loro faccette che mi maledicono.

D’estate mi piace fare rutti demoniaci in auto con le amiche dei Parioli, quando passiamo coi finestrini aperti proprio sul corso dove ci sono i locali degli aperitivi. Tutti si girano e io faccio una smorfia schifata e le guardo.

Se in treno ho davanti un tizio che mi guarda borbottando ingiurie contro il capotreno e l’Italia per un ritardo, aspettandosi che io annuisca e inizi con lui una lunga filippica su che paese di merda e dove andremo a finire, a me piace guardarlo dritto negli occhi ed esibire uno sbadiglio senza precedenti che vuole evidentemente dire “La tua presenza e le tue lamentele mi stanno spaccando di noia, ai limiti della morte” , senza però dirglielo e questo manda in bestia il tizio e a me piace mandare in bestia qualcuno, senza aver apparentemente fatto nulla di spregevole.

Se sono in vacanza con quelli amici che prima di mezzogiorno non vanno in spiaggia perché la notte prima hanno fatto i leoni, io alle 9 in punto, quando suona la mia sveglia monastica, adoro prendere di mira i loro letti e stordirli con un tuffo a bomba che piega le doghe di legno e fa credere loro che è arrivato l’Isis.

Quando riesco a convincere mia madre a salire in macchina con me, non appena siamo su strada e sono certa che non possa scendere, le metto Highway to hell degli ACDC e premo il pedale dell’acceleratore come se l’avessi rubata e se mi grida di frenare, mi piace ripeterle che sto andando pianissimo, mentre canto e faccio le corna all’insù con una mano.

Il dispetto è un piccolo luna park che puoi montare ovunque senza chiedere autorizzazioni o pagare biglietti.

Se sono ad una festa dove tutti si stanno divertendo e ballano duro, mi piace molto far sfumare un pezzo e lasciare quel secondo di magia in cui la gente pensa che metterò la hit che farà scatenare anche i muri e invece metto E ti vengo a cercare di Battiato.

Il dispetto è da provare.

Se sono ad una di quelle cene dove ad un certo punto tutti discutono animatamente sui soldi del Vaticano, i preti che sono tutti pedofili, quanto sia importante il matrimonio per gli omosessuali, quanti fascisti ci siano ancora nel mondo o qualsiasi altro stra-fottuto luogo comune di cui nessuno normalmente s’intende per un cazzo, mi piace fare quella che non è d’accordo con la maggioranza e vedere come in pochi minuti tutti si sbranano a vicenda e litigano e tirano fuori insulti sulla vita privata di questo o di quell’amico e la serata va a puttane e piano piano se ne vanno tutti.

Sono dispettosa perché penso che il dispetto talvolta abbia più vitamine di una spremuta di agrumi.

In gelateria mi piace passare davanti ai bambini perché sono bassi e il gelataio da dietro il bancone non li vede e nel momento in cui mi viene dato il gelato, se sono fortunata, amo dare la prima leccata con gli occhi ben fissi dentro a quelli del bimbetto e, senza che i genitori si accorgano di nulla, comunicargli con quello sguardo tutta la bontà del mio gelato che non è il suo.

Il dispetto è buono, non vuole mica fare del male, fa bene a grandi e piccini se si piglia con leggerezza.

Peccato che alcuni proprio non ce la fanno a prendere con leggerezza niente, figuriamoci il dispetto.

Tipo il signor venditore di Sky del centro commerciale vicino casa mia che, quando mi ferma e insiste che Sky è una figata, io gli faccio spiegare tutto ciò che esiste sul catalogo e gli chiedo questo e quel prodotto e i prezzi, i canali disponibili e lui si esalta e pensa di avercela fatta e quando lo vedo che è ben ben surriscaldato gli comunico che non ho la tivvù e non la vorrò mai ed è un peccato perché effettivamente questa Sky sembra interessante.

Lui si offende a morte, smette di parlare e mentre me ne vado non mi saluta ma sputa lì un impasto rabbioso di sillabe che somigliano ad un grazie e a un mavàvà, mentre fuma di bile.

Il dispetto è un compagno fedele per tutte le persone che si sentono sole e hanno voglia di sperimentare le reazioni più inaspettate degli esseri umani.

Quando gli amici mi trascinano in discoteca e qualche ragazzo sudato si avvicina e mi grida nelle orecchie domande su come mi chiamo e dove lavoro, io impazzisco di piacere a rispondergli nel suo timpano ubriaco, milioni di frasi senza alcun senso e innumerevoli parole inventate, tipo “splamplischero” o “turcimboni, tu?!” fino a quando lui non diventa pazzo a furia di dire “Come?!”

Il dispetto è un tappeto volante per te e per la tua anima, è una passeggiata tra le stelle, è una dichiarazione d’amore al tuo acume troppo spesso dimenticato.

QUEL LIKE DI TROPPO GLI FU LETALE

COSE FASTIDIOSE

Se sono in una zona coperta da lussurioso wify, non riesco a starmene lontana dal mio smartphone neanche per otto, ridicoli minuti: devo cliccà.
Se so che ho linea internet gratis e supersonica, mi metto lì e non vado certo sul sito di Micromega, per leggere cosa succede nel mondo; mi tuffo su instagram e twitto un inferno di foto e stronzate.
Però al contrario di voi, io ho una giustificazione: vivo in un posto dove l’adsl è come l’acqua in Burkina Faso.
La fibra, nella mia casa in cima alle colline, è solo una che ti mangi la mattina per andare in bagno regolare, quindi è normale che quando vado in città e sul telefono appare la linguetta che segnala rete poderosa e gratuita, mi esalto e perdo di vista la mia dignità intellettuale.
Voi che invece avete internet facile, veloce e quotidiano, dovreste imparare a praticare la disciplina del digiuno telematico, che forse è davvero l’ultima tendenza in fatto di stilosismi: godersi otto minuti di vita senza dirlo agli altri è davvero da fighi.
Fotografare solo con gli occhi il presente, non sentirsi obbligati a taggarci sopra un amico, smettere di fare petting con l’ Iphone e non aspettarsi un centinaio di like, è la nuova, vera libidine. 
Ma forse è roba troppo d’avanguardia, il digiuno telematico, come un quadro di Fontana all’epoca in cui uscì.
Il like possiede ancora la nostra vita perché il social possiede le redini della costruzione di un’opinione che gli altri si fanno di noi.
Il like: uno strumento talmente potente che non puoi permetterti di utilizzarlo piacevolmente a cazzo come un tempo, ma devi farlo con giudizio, dopo un’analisi preliminare molto accurata, perché con un click puoi combinare un sacco di guai.
C’è chi per un like di troppo o uno in meno, ti cancella dalle amicizie, non vuole più vederti o ti tiene il muso.
C’è chi fa delle analisi statistiche sull’andamento della propria vita, basandosi sui likes e in base ad essi si deprime, si esalta, cambia la foto del profilo o stermina la famiglia.
Ci sono quelli che ti tengono d’occhio, che ogni mattina si svegliano e sanno che dovranno avere più likes sia del leone che della gazzella o almeno di tutti i colleghi, ma soprattutto sanno che dovranno controllare con ferocia e precisione se tra i tanti apprezzamenti che affollano il loro status, c’è il tuo o se ti sei dimenticato di loro.
E a quel punto è la fine. 
Tu pensi che il tuo like passi inosservato tra i cento presenti, pensi che non farà la differenza e invece loro sono lì, ad aprire la tendina per scrutare uno per uno, tutti i nomi della lista di mi piace che hanno collezionato e se il tuo non c’è, sono cazzi amari. 
I precisi del like io li immagino a produrre un report settimanale con la curva del loro gradimento, seduti ad un tavolo da architetto.
Me li immagino a compilare una ricerca accurata dedicata ai likes d’affetto, quei likes che non hanno niente a che vedere con la qualità o il gradimento di ciò che hanno postato, ma che fanno riferimento solo alla fedeltà di un amico.
Una specie di like a prescindere, dentro il quale è presente il sotto-testo: “ti voglio bene, qualsiasi cosa tu faccia, amico mio, anche se posti un brano degli Slayer, per me tu sei il migliore!”
 Per quanto mi riguarda, metto un sacco di like per timore di ritorsioni; ci sono però dei post davanti ai quali la mia mano si paralizza: quelli con le foto degli animali travestiti da neonati o di ragazze che guardano la luna con frasi poetiche in sovrimpressione, tipo:
”Il cuore di chi ama vive per sempre”, “La gelosia è la bellissima spina nella rosa dell’amore”, “chi mi ha mentito non mi merita”.
 Quando vedo immagini di questo genere vorrei che oltre al “mi piace” e “non mi piace”, ci fosse il bottone “va a farti fottere” .
Una emoticon a forma di catena di cesso, perché ormai il dito medio è troppo inflazionato: una bella catena che quando ci clicchi sopra ti fa anche l’effetto sonoro.
A quel punto, la si potrebbe adottare anche con quelli che ti mandano le catene su whatsapp: 
”Se invii questo cuore ad altre dieci amiche alle quali vuoi bene, tra tre ore e quindici si avvererà un desiderio! L’ho provato, funziona!!”
Te la dò io la catena, imbecille. 
- “L’amore è l’incontro tra due persone scritto nel muro del destino!”
- “Arianna ti ha inviato uno sciacquone!”
 Gli individui che cercano di abbordarti via social network sono un’altra categoria che annegherei nel mio sciacquone telematico. 
C’è un esercito di creature deplorevoli di tutti i sessi, che tenta approcci da elemosina con messaggi pieni di cuori, accompagnati solo dal miserabile testo: “CIAO”.
Ciao cosa?! Chi sei?
Insomma, un messaggi su facebook è gratis, perché non investi un paio di secondi e di pelle delle dita per scrivere almeno un “Ciao, sono Biagio e mi piacerebbe conoscerti”.
Perché solo questo CIAO che presuppone che io già sappia cosa vuoi? Un CIAO che include tutto un sotto-testo di sussurri che dicono “Mi annoio a morte, Ti va ti limonare in rete?”
Prima di partire con lo sciacquone, mi piace fingere di essere cordiale e di voler approfondire: 
-Ciao, ci conosciamo?
-No, piacere sono Biagio.
-Ciao Biagio, capisco che non sia facile intuire dal computer il tono della mia domanda, ma c’è un’altra possibilità di traduzione oltre al “Ciao vogliamo conoscerci?” ed è “Ho mai incrociato realmente il tuo muso purulento in giro, di persona?! Oppure la tua vita è così malmessa che fai un giro sui profili degli sconosciuti per mandare “ciai” a random, e vedere che si rimedia?”
-Non fare l’antipatica, dai. Possiamo vederci per un aperitivo se ti va, così ci conosciamo dal vivo e non hai più scuse!

(faccetta, faccetta, faccetta)

-Guarda Giacomo, ti ringrazio ma è da quando sono piccola che rinuncio con dispiacere alle caramelle drogate per la storia di non dar retta agli sconosciuti, figurati se mi accontento di un aperitivo. Se tu e la tua Alfa 133 che hai sulla foto del tuo profilo, siete in cerca, uscite. Andatevene ai giardinetti, al bar, all’oratorio o agli apericena, ma vi prego: abbiate cura di voi fuori dalla mia portata anche telematica.
Sciacquone.
Mi spiace ammetterlo ma trovo irresistibile certa umiliazione via cavo perché è nazional-popolare, puoi sfogarti senza sapere ceto sociale e professione, toglie ogni filtro di buon costume e puoi accanirti in maniera libera senza temere un sguardo che potrebbe farti tenerezza o compassione.
Così, un innocuo CIAO, un campione qualsiasi di umanità preso a caso e in contropiede, diventa l’agnello sacrificale di tutte le mie insofferenze sociali.
E il wify manco si paga.

Vuoi vedere il live del pezzo, dal reading tristocomico di Madame Pipì?

IL RAGAZZO COL SACCHETTINO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non so perché continuo ad andare alle feste o peggio, a quelli che la gente definisce party.

Ogni volta mi dico che sarà l’ultima eppure sono recidiva.

A giustificare il party che pensavo bello, di questa sera posso dire che, dopo innumerevoli feste noiose, l’invito sembrava finalmente seducente: fiumi di vino artigianale, musica funky di ottima qualità e una bella terrazza.

Invece quando arrivo lì, trovo un numero straordinario di amici che conosco e che non vedevo da tempo.

Normalmente ci si sente in imbarazzo quando si arriva ad una festa dove ci sono solo perfetti sconosciuti.

Nel mio caso sono a disagio quando arrivo in un posto e trovo le sale della festa piene delle solite facce dei conoscenti assidui del cazzo.

I conoscenti assidui sono quelli che per tutta la vita non frequenti o non vuoi frequentare, quelli con cui magari ti ci dici solo Ciao da quindici anni e che, per una fastidiosa alchimia ce l’hai sempre tra i coglioni in ogni occasione mondana.

I conoscenti assidui quando ti scappa la pipì ad una festa, si posizionano sul tragitto che traccia la traiettoria tra te e il cesso e cercano con domande assurde e personali, di fartela fare nei pantaloni.

Sono suppostamente amici quelli che incontri e che ostruiscono la porta del cesso o il tavolo degli alcolici, interessati a salutarti solo per sapere se stai facendo qualcosa di meno interessante di loro per poterti mortificare coi loro successi.

Ma ciò che rende il caso di questo party più triste degli altri è che i suppostamente amici di stasera, dopo aver sbrigato le formalità dei loro Ciao fittizi, finiranno per fare alcuni gesti di stampo vergognoso, facinoroso, illegale, criminale o distruttivo nei confronti della location, rigorosamente davanti a tutti gli invitati che l’indomani saranno pronti a telefonarmi per dire ” comunque quel tuo amico è completamente fuori di testa”.

Allora vorrei urlare una volta per tutte e dire che non si tratta di miei amici, ma di fottuti conoscenti assidui!

Eppure le voci fuggono e si diffondono in società così, ogni volta che arrivo ad una festa e ne avvisto uno mi sento tremendamente a disagio mentre lo saluto col sorriso duro e rigido come se avessi appena masticato un tubo di calcestruzzo.

Stasera poi ci sono proprio tutti, compreso Lucio.

Lucio non è pericoloso in quanto Lucio.

Lucio è pericoloso in quanto formula Lucio + compagnia dei suoi amici di sempre e quelli si, che sono suoi amici.

Non per niente in Arancia Meccanica hai la sensazione che il problema della banda sia rintracciabile nella loro amicizia e che in realtà, quei ragazzotti, se presi singolarmente non sarebbero poi così pericolosi.

Lucio la banda di amici ce l’ha e, anche se non sono ancora arrivati a stupri e rapine (non ne sarebbero in grado), non vuol dire che si tratti di invitati nocivi anzi, a dirla tutta Lucio e i suoi amici sono il ritratto di un disagio molto meno spettacolare della Banda dei Drughi.

Già dal punto geografico in cui viene prodotta la Coca viene notoriamente appesantita con scarti di medicinali, figuriamoci all'arrivo in Italia, cosa arriva nel povero naso del povero Lucio...

Descrivendo Lucio, descrivo il resto della banda: faccia simpatica e pallida, appena sopra i quaranta, Lucio è il disegnino povero di un personaggio de La Grande Bellezza, come avrete intuito.

I suoi quaranta e qualcosa li ha passati tra Roma e la Thailandia.

I conti in banca del papà e della mamma di Lucio sono importanti e soprattutto sempre aperti e a disposizione dei pruriti di Lucio.

A proposito di pruriti, Lucio non ha mai l’aspetto di ragazzo dalla corretta igiene personale quindi è anche il disegnino piccolo del grande Lebowsky.

Lo incontri al supermercato a comprare porcherie in pigiama, con barba sfatta e alito demoniaco, lo incontri all’aperitivo con la camicia di lino bianca, la barba sfatta, l’alito demoniaco e il naso che gocciola.

Lucio si droga, è inutile che ci giriamo intorno.

Ma quello che mi fa più rabbia di Lucio è che viaggia sempre a metà strada tra la vergogna di drogarsi e la goliardia di essere tra quelli che lo fanno.

Mi spiego meglio: ci sono serate in cui ti chiedi che ne sia di Lucio e della sua banda, visto che poco prima erano tutti in salotto e ora non c’è più nessuno.

Quelle sono le serate in cui Lucio e la sua banda si vergognano.

Non si sa perché ma con lo stesso atteggiamento dei bambini che devono togliersi il costume davanti a tutti dopo l’ora di piscina, anche Lucio e la sua banda fanno la fila timidi davanti alla porta della toilette, comunicando a sguardi e sussurri prima di entrarvi e chiudersi a doppia mandata, a coppia, due, tre.

Dovranno togliersi il costumino anche loro?

A sfatare il dubbio stasera ci penso io e, con un bicchiere di troppo, prendo il coraggio che manca alla mia generazione e mi metto a bussare alla porta del cesso, dicendo a voce alta “Lo sappiamo che vi state facendo le righe di coca, lo ha capito anche il barboncino della padrona di casa, dobbiamo fare finta di non essercene accorti per un motivo preciso o si può avere di nuovo accesso al gabinetto?! Perché se si tratta di un motivo connesso all’ illegalità della faccenda, sappiate che siamo ad una festa privata, non vi vedono le forze dell’ordine e semmai qualcuno volesse chiamarle, siete tutti chiusi in bagno quindi fottuti e pronti per essere arrestati in un luogo piuttosto umiliante”.

A onor del merito mi tocca ammettere che capitano anche serate in cui nella banda si respira goliardia, quelle in cui tutti aspettano Lucio che “chissà quando arriva/ha tutto lui/speriamo che ha preso quello che doveva prendere/appena arriva ci divertiamo/io lo pago domani/stasera mi devasto” etc.

Così quando arriva, Lucio è la vera superstar e mentre tutta la banda lo assedia e gli balla intorno come si fa con un capo indiano, lui sbava di piacere perchè sente che tutti gli vogliono bene.

Ma io sono come la morte che aspetta con la falce dietro gli angoli più inaspettati e me ne sto lì, nell’ angolino del salotto a guardarlo, pronta a dirgli la verità, semmai mi verrà chiesta opinione.

Lucio sembra me quando porto la pappa al mio gatto e lui ronfa, si struscia contro e sembra aver visto la Dea Luna.

Poi, quando ha finito di mangiare e sta digerendo coi baffi ancora unti, già gli faccio schifo e neanche mi guarda.

Le droghe di Lucio sono proprio come i croccantini.

E proprio come una gattara, anche Lucio arriva alle feste col suo sacchettino di MDMA, distribuisce, fa felici tutti, come il druido di Asterix ,a il giorno dopo, se ci fossero le possibilità informatiche di creare un collegamento video tipo Grande Fratello, con una diretta in mondovisione nelle case di tutta la banda, il pubblico vedrebbe come le controindicazioni del sacchettino di Lucio siano comuni: un tripudio di mal di vivere che a confronto Jeff Buckley era un ragazzo che gioiva alla vita!

Il punto non è morale, spero si capisca.

Il punto è che il sacchettino è una piaga non in quanto droga ma in quanto croccantino che tiene sveglia la socialità.

Lucio e la sua banda non conoscono le droghe che assumono, le pigliano chissà dove senza preoccuparsi del fatto di non essere più giovani e così, non solo si compromettono fisicamente ma diventano anche fastidiosi.

La banda del sacchettino infatti, può dividersi in due correnti di pensiero:

Quelli che importunano gli invitati urlando nei loro timpani quanto abbiano la vita sotto controllo, quanto stiano bene e quanto siano molto occupati sia nel lavoro che in amore.

Sputano blaterando quanto abbiano dimenticato la ex con facilità oppure tengono i poveri interlocutori per un polso o un braccio in modo da non farli fuggire, mentre loro gli gridano contro tutto quell’entusiasmo artefatto.

Quando Lucio esagera davvero te ne accorgi perché anziché tenere i polsi, ti prende direttamente la faccia nelle sue manone, che se provi a scappare lui ti rompe il collo senza volerlo.

Non devi scappare, devi ascoltarlo altrimenti è il disastro, potrebbe fare qualsiasi cosa, persino mettersi a piangere a dirotto e gridare che è tutto un inganno che in realtà è triste da far schifo e non sa come essere all’altezza di una vita così impegnativa.

La seconda categoria mi rompe particolarmente il cazzo perché include coloro che ballano come forsennati, non avendo però la minima idea dello spazio occupato dal loro corpo e dagli ostacoli mobili e immobili presenti nel raggio in cui stanno ballando.

Un raggio che poi non è mai un raggio preciso ma una serie di linee molto curve.

Loro ballano perché è una festa, ballano e si lamentano di quelli che non ballano insultandoli.

E così stasera mi costringono a ballare anche se io volevo starmene rilassata sul divano a chiacchierare con l’amica.

Arriva uno e mi piglia per il solito polso, sempre insultandomi con quel tipico grande sorriso divaricato che sembra gli si spacchi la mascella da un momento all’altro, poi inizia a farmi roteare fino a quando la flebile e nervosa presa non mi molla, facendomi finire a peso morto, contro un comò.

Il dolore acuto che sento sul fianco, domani sarà un livido viola ma lo stronzo della banda non mi raccatta perché si è già dimenticato di me e sta di nuovo rastrellando altri soggetti per coinvolgerli nella sua danza chetaminica contemporanea.

Dopo qualche ora, la corrente di quelli che si sono sfogati sui timpani degli invitati mi saluta a braccio teso, con mio profondo imbarazzo ed esce dicendo di andare ad un’altra festa.

La corrente dei ballerini segue il flusso, per fortuna senza salutarmi.

A festa finita, anche stasera come ogni volta, mi propongo come volontaria per dare una mano a sistemare il disastro che Lucio e la sua banda lasciano dietro di loro, come un’orda di barbari lisergici.

Poi scendo le scale affranta in compagnia di un paio di amiche, volontarie come me.

Giù per la tromba delle scale, in strada, sugli scalini, nelle macchine parcheggiate, ci sono tutti i componenti della banda, Lucio incluso.

Sono passate due ore dai saluti e loro sono ancora lì sotto: c’è chi chiede una sigaretta ai passanti, chi vomita, chi dorme in auto con la portiera aperta (Lucio), chi piange al telefono con quel famoso ex che in realtà non ha dimenticato manco per un cazzo.

Le amiche mi guardano e mi chiedono incuriosite “Ma quelli lì non sono i tuoi amici di prima ?!” .

IL TUO BAGNO PARLA DI TE, purtroppo.

SINFONIE

Quando vado a cena a casa di amici, quando sono ospite in qualsiasi casa e per qualsiasi occasione non posso mai esimermi dal dovere morale di effettuare un sopralluogo al cesso della casa.

Visito la camera da bagno almeno una volta, non solo per far pipì ma anche per compiere un’accurata indagine psico-sociale sui padroni di casa attraverso l’analisi stilistica dello spazio che maggiormente li rappresenta.

Sarà un desiderio perverso ma, se siamo persone sane, quando ci troviamo completamente soli nel bagno di qualche amico, ci sentiamo davanti a un importante bivio: fare quello che tutti si aspettino si faccia in bagno ed uscire oppure rimanere lì almeno una dozzina di minuti per scoprire particolari che evochino e confermino gusti, abitudini e tic del padrone di casa.

Qualche minuto per assaporare il fresco delle piastrelle, in silenzio e poi inizia il piccolo meticoloso tour.

Studio la posizione delle confezioni dei prodotti, il colore e la consistenza dell’accappatoio (se è duro come un foglio di compensato, come nella maggior parte dei casi oppure no), se la doccia o la vasca sia imballata di flaconi di sapone spremuti, se ci sono quei quadri di merda con le damine o ci si salva e se lo spazzolino da denti è sventrato oppure ve ne sono quindici stipati nello stesso bicchiere quando so bene che in quella casa vivano due persone.

Ci sono i famosissimi sputi sullo specchio?

Il bidet gode di ottima, buona o pessima salute?

Apro gli armadietti inventandomi colpi di tosse per non far sentire il rumore delle piccole ante o dei cassetti che si aprono per farmi ispezionare perbene.

Voglio catalogare cosa compri per lavare il bagno e te stesso e valutare anche le letture che fai in bagno perché ci tengo ad andare a cena da quelli che hanno al cesso i giornali di viaggio o la Settimana Enigmistica anziché il gossip.

Il cesso è per me la stanza chiave.

Ormai molti purtroppo hanno intuito la potenza mediatica che può avere il proprio gabinetto e si è creata una tendenza d’avanguardia per cui si fa in modo che questa camera splenda di luce propria, come una pagina del catalogo Ikea.

Soprattutto la sera della festa, la toilette diventa una vetrina di cose che desideri gli altri vedano che senza tu debba fare la figura di apparire egocentrico, condizione nella quale però tanti sguazzano perchè ora va di moda.

Vuoi cose che possano farti sembrare più carino di come sei: il poster di qualche film indipendente, la tavoletta trasparente con dentro le conchiglie, il romanzo di Capote mai letto, il dopobarba maschio o la trousse di trucchi pirotecnica.

Il cesso parla, dice chi sei ma se sei un altro io me ne accorgo.

Il cesso del mio ex fidanzato ingegnere, aveva nel piatto doccia una piccola spazzola lavavetri così, a fine doccia potevi lucidare i vetri del box in segno di civile convivenza e devozione al supremo ordine degli ingegneri.

Il gabinetto della mia amica S. è tutto completamente rosa: il mosaico sui muri, i complementi d’arredo, gli asciugamani, tutto è fottutamente rosa e S. è la femmina più femmina che conosco.

Quello della mia amica B. ha sempre un gatto nel bidet e una collezione imperdibile di prodotti da bagno del 1960, solo che lei credo non sappia che si tratti di una collezione perché continua ad utilizzarli anche oggi, nonostante siano scaduti da un secolo.

Una volta sono stata ad una festa in uno splendido attico in centro a Roma, ho prontamente chiesto del bagno per la mia perlustrazione e sono rimasta a bocca aperta quando mi hanno portata in una stanza sopraelevata rispetto al salone con il pavimento completamente trasparente, in vetro lucido, a dimostrazione imperitura che pur di apparire fighi siamo disposti a mostrarci seduti sulla tazza dentro ad un cubo di vetro.

Ve l’ho detto: il bagno può essere emblema di grande vanità e forse è davvero il posto giusto dove usarla.

Ma ci sono anche bagni che parlano di coppie innamorate, con i prodotti e gli asciugamani di uno e dell’altra che si mescolano in una danza d’amore oppure i bagni dei signori anziani, coi sanitari anni cinquanta e il dopobarba che lo annusi e resti cieco.

Ho paura di quelli che in bagno tengono gli attrezzi da palestra, tipo cyclette o i pesi; me li immagino dentro a quei quindici metri quadrati ad allenarsi sbattendo coi gomiti contro le ceramiche e portando nella camera una sferzata di sudore che frusta chiunque passi in corridoio.

Sono felicissima invece, quando qualcuno ha le spugne naturali che sembrano appena pescate dal mare oppure il cestino dei panni sporchi che ti fa sentire subito a tuo agio che ti ci siederesti dentro per qualche minuto, a riposare, a pensare alla vita.

Uno dei dettagli legati ai cessi che ricordo con più affetto è senza dubbio il Libro del Gabinetto nella casa di famiglia della mia amica V.

In accordo con tutti i componenti della famiglia, quattro in tutto, V. conservava nel bagno di casa un taccuino con una penna e tu, anche se sei ospite, potevi prenderti la libertà di scrivere una poesia o un semplice pensiero.

Un momento così personale e prezioso, reso unico dal tuo componimento che qualcuno dopo di te, seduto nella tua stessa misera posizione, avrebbe letto e magari risposto con un versetto o una rima.

Un componimento durante il componimento.

Il gabinetto è motore ispiratore di molte più cose di quelle che immaginiamo.

Il suo potenziale creativo è immenso perché resta la camera più intima della casa quindi non restateci male, amici miei se, quando verrò a casa vostra mi beccherete a frugare tra le vostre creme o ad aprire il piccolo armadio a specchi, sopra il lavandino odorando l’aria come quando si aprono le confetture buone.

Ruberò un po’ della forza creativa che tenete inconsapevolmente conservata nel cesso di casa vostra, una forza che non adoperate, che altrimenti andrebbe sciupata invece la piglio io che credo in queste cose dei muri che vivono e, nel frattempo mi sincererò che il vostro bagno vi corrisponda o se invece sia anche lui al di sopra della vostra personalità.