RADICAL SHIT

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dedicato ad E. che combatte la piaga radical chic con eccessiva ferocia non comprendendo che il benessere ostentato è molto più diffuso di quanto si pensi, tanto vale cercare di nasconderlo.

 

Stasera, al tramonto ho conosciuto un ragazzo.

Stava seduto tra i tavolini del delizioso bar a picco su scogli di friabile e nerissima pietra lavica dove ho stazionato tutte le sere di quest’ultima settimana, a partire dalle sette, non proprio sobria.

Il tizio era seduto assieme ad una coppia molto più grande di lui ma non erano i suoi genitori, si capiva: non gli somigliavano e avevano molto più confidenza con lui.

Per l’occasione, il giovane indossava i pantaloni che vanno di moda adesso, tra coloro che la moda la seguono con ostinazione, qualsiasi cosa essa faccia: si tratta di calzoni che lasciano nuda metà porzione del polpaccio e che offrono massima libertà d’espressione alla scarpa che, a questo punto viene scelta proprio per approfittare di quello spazio d’esibizione normalmente non concessole.

La scarpa scelta da questo giovane maschio è un mocassino in velluto marrone, con la punta molto più lunga dei suoi piedi ed i calzini apparentemente invisibili ma non vorrei risultare troppo attenta a questi dettagli perché è giusto rispettare prima di tutto la capacità intellettuale delle persone.

Che poi ci siano dei dettagli nel nostro modo di esprimerci con l’abbigliamento che vogliano dir qualcosa della persona che ne sceglie uno anziché un altro è indubbio ma non tutto, ecco.

Già che ci sono però devo ammettere che giudicare le persone dal loro modo di vestire è, nella maggior parte dei casi, pericoloso ma non per questo fallace.

Il fatto è che il ragazzo in questione pare interessarsi a me da subito ed io a lui ma per fini diametralmente opposti e non sempre riusciamo a percepire perbene le sensazioni di chi ci sta accanto perciò si creano tanti fraintendimenti.

Come quello di stasera in cui, mentre io guardo il suo taglio di capelli alla Pupo, i mocassini e tutto il resto sorridendo, lui vede solo che lo guardo e che sorrido sicché avanza con le sue avances offrendomi un bicchiere di vino toscano ignobile.

Continua a parlare, seduto affianco a me, approfittando del tempo che gli concedo in nome del fatto sacrosanto che non si possano giudicare le persone dal loro abbigliamento perché non sta bene, non si fa.

Specialmente se non si vuol soffrire.

Il ragazzo mi chiede, s’informa su cosa faccia, da dove venga: siamo in vacanza, in un territorio neutro e ciò sembra seccarlo.

Vuole catalogarmi ma ve l’ho detto, non si fa.

Siamo tutti diversi, le tribù sociali ormai son desuete eppure lui sembra cocciuto, ostinato a voler trovare la chiave per aprire il cofanetto che dovrebbe contenere le mie istruzioni per poterlo srotolare tra le sue mani.

E così, testardo e spavaldo, ad un certo punto mi guarda e mi fa: “Ma che sei radical, tu?!”

Improvvisamente fa buio su tutta la terra.

Mi ha preso in contropiede, non so cosa intenda, cosa voglia dire con questa domanda, con questo termine non italiano, parecchio diffuso eppure insignificante.

Sono spaventata e non avrei mai pensato di esserlo per mano di uno vestito da influencer.

Mi sento come se la polizia mi avesse appena fermata per accusarmi del possesso di una droga che io, non solo non possiedo ma neanche conosco.

Ma il ragazzo non capisce, non sembra accorgersi di niente, neanche della coltre scura che sta divorando chilometri di cielo, dopo questa sua domanda.

Non si accorge, il tizio, manco della gente che inizia ad alzarsi dai tavolini e a fuggire spaventata verso il porticciolo, dentro alle case.

Il ragazzo dai piedi di velluto se ne sta lì, ad aspettare la mia risposta mentre lo sperone di terra sul quale siamo rimasti io e lui, trema ed i suoi mocassini ormai penzolano nel vuoto eppure tutte queste circostanze lo interessano meno del responso alla sua domanda.

“Allora?! Sei radical?”, insiste mentre io mi sento come se tutto l’equilibrio del mondo dipendesse dalla mia risposta eppure non so rispondere perché non lo so.

Non so cosa sia un radical e non so se, nel caso io lo sia.

Non ho idea di cosa intenda questo figlio di puttana pettinato e generalizzatore mentre l’isola affonda nel mare, sempre di più, ogni volta che lui dice radical.

Sono smarrita, alzo lo sguardo e vedo un uomo sui cinquanta che mi guarda da un terrazzino che ormai si regge solo su due mozziconi di ferro: piange come un bambino e grida verso di me “Digli di si, brutta stronza! Non lo vedi come sei vestita?!” ed il ragazzo cavalca l’onda disperata del tizio, schernendomi, dicendomi “Ma si che lo sarai, coi libri che mi hai detto di aver letto e la collana che c’hai. Allora?!”

Ma io resto immobile, non voglio cedere.

Ho paura ma non voglio piegarmi sotto la suola Nero Giardini di questo pazzo catalogatore.

Sento freddo, scoppiano i vetri e cadono tetti dappertutto, dietro di noi il vulcano inizia a scaricare lapilli, detriti, fumo, gas e la gente rimasta attorno a noi si accascia, soffoca tra spaventosi rantoli mentre il ragazzo appena conosciuto è ancora lì, perfetto e pettinato a ripetermi “Insomma, sei radical o no?!”

Sto perdendo i sensi ma non cederò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL CHIOSCO CI VUOLE MORTI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho paura che arrivi l’estate.

Ci fu un tempo in cui non vedevo l’ora di percepire, prima di tutti, le prime particelle di quell’inconfondibile, leggerissimo aroma che si diffonde nell’aria, a preludio della primavera e che ci droga un po’ tutti.

Adesso, tremo all’idea di dover sostenere un’altra bella stagione, proprio come Bruno Martino.

Perché, a partire dai primi di Maggio, so che dovrò trovar la forza di affrontare, ancora una volta, i posti all’aperto e le relative persone che li frequentano.

Non c’è pace concessa a nessuna fascia d’età: quando inizia il bel tempo, tutti vogliono bere all’aperto.

I più giovani arrivano al chiosco in massa, con la moto cinquanta di cilindrata, un attrezzo, il cui motore è evidentemente stato progettato da un sordo o da un criminale o da un criminale sordo che cospira a favore dell’inquinamento acustico come arma di distruzione di massa.

Perché la moto cinquanta uccide.

Ma mai quanto la selezione musicale scelta dal sedicenne abbiente, chiuso nella sua macchinina cinquanta di cilindrata anch’essa, che arriva al chiosco e dimostra la sua potenza attraverso la mitragliata di decibel con la quale si stordisce di Rihanna, coi finestrini abbassati e sfrontatissimi.

Da giovani, come avrete intuito da questa brevissima indagine sociale, è la cilindrata cinquanta che allena a diventare coglioni.

Ma il chiosco con le prime birrette estive è democraticamente assaltato anche da coglioni già maturi e ben formati.

Dai trenta ai quarant’anni arrivano al chiosco anche in bici, con più umiltà, almeno apparente: se sono riusciti a passare da casa per cambiarsi, uomini e donne adottano all’aperitivo primaverile, una divisa convenzionale che sembra negoziata in seduta urbi et orbi e invece no perché, pur essendo vestiti tutti uguali, essi stronzi non si sono mai incontrati per mettersi d’accordo.

La divisa è costituita da maglietta polo e jeans per i giovani maschi e da vestitino a fiori per le giovani donne, indossato anche se la temperatura mette a rischio polmonite ed emorroidi, in un’unica soluzione.

Non importa, è primavera.

Non c’è contesto dove la società riesca a mettersi tanto magistralmente d’accordo come quello dell’abito in tale fottuto, inutile ritrovo di tramonto.

Infatti, se i giovani professionisti non sono riusciti a fare un pit-stop a casa e arrivano direttamente dalla sede del lavoro che li sequestra fino a tardi, il povero chiosco e gli astanti saranno circondati da un esercito di portatori di bare, rigorosamente in total-black perché l’accordo universale regge nonostante tutto, nonostante il lavoro e la tavolozza di colori tutta.

Se fai un lavoro considerato serio, tu e il nero siete una cosa sola: una cosa nera.

Come il lavoro.

Arrivano al chiosco anche i cinquantenni che, ormai quasi tutti separati oppure, a maggior ragione, con famiglia, farebbero qualsiasi cosa pur di non rientrare a casa.

Si farebbero pestare ai semafori piuttosto che tornare a casa ad un orario decente.

Se sono single, il rumore della chiave nella toppa di casa loro rappresenta la prima nota di un vecchio pezzo musicale chiamato “La mia depressione ed io facciamo finta di non conoscerci”, perciò tergiversano e sono gli ultimi ad abbandonare il chiosco, ubriachi lerci e con la cabriolet che, purtroppo non è cinquanta di cilindrata.

Persino gli anziani si regalano l’esperienza alienante del chiosco all’aperto, nonostante l’evidente sofferenza che il contesto provoca loro: perché le persone sopra i settant’anni non ce la fanno più a mentire e glielo leggi in faccia che il limone nella bottiglia di birretta è una cazzata perché rovina il gusto, che il reggaeton o la bossa nova diffusi nell’aria, già satura di traffico e sigarette è la colonna sonora ideale per desiderare di compiere un reato.

Glielo leggi in faccia, agli anziani, che un fisico normale non può tollerare quotidianamente pizzette, triangolini di panini farciti, avanzati dalla mattina, salatini, olive e patatine perché si muore per molto meno.

Eppure gli anziani che dovrebbero temere più di tutti la morte, escono e vanno al chiosco come tutti.

Perché l’aperitivo fuori ti fa sentire vivo, guardato e sociale.

Qualora non bastassero gli altri, innumerevoli difetti, l’aperitivo fuori ha anche questo.

Rinunciamo oggi stesso all’aperitivo al chiosco, quest’anno.

Non facciamoci chiudere le arterie da quelle birre prodotte in odore di mafia.

Non compriamo un cazzo di nulla a nostro figlio, che abbia due o quattro ruote, almeno fino a quando non abbia l’età per permettersi una cilindrata dignitosa.

POESIE SBARAZZINE: UGO FOSCOLO

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Ugo Foscolo, vagamente somigliante a Bart Simpson. Scusate.

A Zacinto
Ugo Foscolo

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell’onde 
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde 
col suo primo sorriso,

onde non tacque 
le tue limpide nubi

e le tue fronde 
l’inclito verso di colui che l’acque cantò fatali,

ed il diverso esiglio 
per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra;

a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Agli Aperitivi
Madame Pipì

Né più mai toccherò le terrazze immonde

ove il mio corpo nell’alcool giacque,

Aperitivi e Happy Hours, che di PR trasudate
ne d’ignoranza mar da cui la crisi nacque
Lo Spritz e il tramezzino
 del prim mattino reciclato, onde non tacque creatura
poiché il silenzio è vergogna

le tue fumose nubi e le tue alitosi ignobili

l’inclito verso di colui che balla e ti sfracassa
cantò fatali musiche,

ed il diverso esiglio
 per cui bello di fama e di buona alternativa

diviene anche il posto in realtà di squallor tipicamente ornato
Tu non altro che un NON ANDRA’ sul profilo dell’evento , avrai dalla tua figlia,
o aperitivo insulso;

a noi prescrisse 
il fato altra felice usanza di trascorrer la serata.