NON TUTTI I LADRI VENGONO PER NUOCERE

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Lo diceva Dario Fo ma è una legge applicabile in moltissimi contesti: il furto può essere una benedizione. Ecco il pezzo scritto per il centenario di Achille Castiglioni, in occasione della serata organizzata con la Fondazione Castiglioni, a Milano, durante il Salone del Design 2018, al quale siamo sopravvissuti.

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L’etimologia del nome Achille, non è chiara.

Alcune fonti sostengono che il nome derivi dalla parola Akòs, dolore.

Altre dicono che venga da Làos, gente.

Che poi, nella maggior parte dei casi, le due cose sono collegate: la gente provoca un sacco di dolore.

Poi ci sono le fonti nutrizioniste, anche in campo etimologico, che sostengono la tesi secondo cui Achille vorrebbe significare nutrito senza latte, da kìlos, appunto, latte, con l’alfa privativo che, come al solito, contraddice qualsiasi cosa venga dopo di esso.

I greci erano un po’ così, ti facevano credere di essere dei tipi ottimisti: ti scrivevano un aggettivo perfetto, inconfondibile, positivo e poi, per dirti, mentre eri distratto, l’esatto contrario di questo, ci piazzavano davanti una piccola, minuscola ma potentissima A che dimostrasse il matematico contrario di ciò che era stato scritto.

E lo usiamo anche noi, eh, l’Alfa privativo.

Esempio: oggi sono una persona morale.

Domani potrei essere una persona a-morale.

Per servirci della matematica abbiamo rubato agli arabi e, per il lessico, abbiamo rubato tanto ai greci, noi, che facciamo quelli che hanno creato tutto ciò che c’è di figo, in giro e che, in quanto italiani, non vogliamo gli immigrati che contaminino la nostra razza pura.

Eppure il confine tra furto e contaminazione, l’operazione che arricchisce più di tutte, è un confine molto labile: l’arte, la cucina, l’agricoltura, l’architettura, l’ingegneria e tantissimi altri settori che cooperano alla fioritura dell’intelletto umano, hanno sempre rubato.

Rubato dalle altre culture, rubato una dall’altra.

Il design ha rubato più di Craxi ma, per fortuna, con risultati migliori per il nostro paese: il design ha rubato all’arte, alla filosofia, al cinema, alla meccanica, all’industria e ha lasciato che quest’ultima facesse altrettanto.

Achille Castiglioni è stato un ladro geniale perché ha rubato di qua e restituito di là: ha rubato ai dadaisti, alle lampade usate nelle fabbriche e sulle automobili ed ha restituito alle case, alle persone, al design industriale, l’ingrediente che mancava come l’acqua nel deserto: la gioia e la bellezza assemblata alle superfici di oggetti quotidiani, presenti da sempre ma nati già spenti e morti, nei posti di lavoro, negli appartamenti, negli studi tecnici.

Achille, ha dato a questi spazi e a quegli oggetti, qualcosa di simile alla linfa bianchiccia che fa brillare e respirare le piante.

Allora, anch’io, a mia volta, voglio rubare qualcosa ad Achille.

In realtà, ho preparato una lista di cose che voglio rubargli.

Prima di tutto, il desiderabilissimo Codice Bambino: la capacità di riattivare, attraverso le proprie opere e le proprie produzioni, la manine e lo stupore allegro del moccioso che siamo stati e, a partire da lì, ruberò anche tutto il senso di spensieratezza e le risate che riposano in pace, tra le pieghe nascoste del cervelletto del mio pubblico adulto per farlo tornare minorenne in età prescolare.

Poi ad Achille ruberò l’ironia che applicò al suo lavoro, in maniera così spontanea e unica, la predisposizione a non prendersi sul serio, a rendersi conto o a far credere al pubblico, che producesse lampadine e sgabelletti per cui c’era poco da fare i fighi perché è il pubblico che deve giudicare se un prodotto o un personaggio pubblico sia figo, non il contrario.

Voglio rubare ad Achille la disciplina, forse inconsapevole, della cosiddetta presa-a-bene, la tecnica di divertirsi mentre si lavora.

L’unico metodo professionale efficace: farsela prendere bene.

Mica ho finito, eh: a questo punto, riempio il sacco e a Castiglioni rubo anche la semplicità, intesa come ottimizzazione e pulizia ma anche intesa come cazzo di semplicità e punto.

Perché sono una femmina e ho tanto, tanto bisogno di semplicità.

Achille, abbi pazienza, se mi senti da lassù mentre organizzo la rapina ma tu, di semplicità e divertimento ne avevi da vendere quindi, adesso che sei morto e che i soldi non ti servono più, fattele rubare queste due cosine.

Divertimento e semplicità: il mix essenziale che ti ha permesso di creare oggetti senza tempo, liberi dalle fesserie delle mode di stagione, un mix per cui oggi vieni considerato talento, allo stato puro.

E poi, già che ci sono, visto che sono ancora viva e quindi i soldini mi vengono un filo utili, abbi pazienza, Achille, verrò anche a rubarti in casa.

E’ un furto in nome dell’arte, eh.

Ti rubo in casa, in Fondazione e al museo.

Ho sempre voluto lo sgabello Sella, per dondolare mentre scrivo, la poltrona Sanluca starebbe benissimo nel mio salottino di 2 mq.

E poi, già che ci sono, metto nel sacco nero anche la sedia allunaggio che fa tanto modernariato e poi l’abat-jour fatta col faro della macchina che fa tanto studio creativo!

Manca solo la borsetta di tua moglie, l’argenteria e abbiamo finito.

Achille, ti si potesse rubare anche l’anima, sai come si starebbe meglio all’università, al politecnico?

Hanno tolto la giacca elegante e si son messi il dolcevita nero ma non si sono inventati nient’altro che le file in segreteria.

Hanno eliminato il concetto di oggetto senza tempo per creare oggetti di cui ci si stanca dopo una settimana.

No, l’anima te la lascio, non te la frego quella, così puoi andare a tirare i piedi a sti stronzi.

Se serve una torcia, per trovarli nel buio della notte, dovresti riuscire ad organizzarti, anche da lassù.

ECCO COME MUORE UN GIOVANE DESIGNER

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Il secondo birbante pezzo dedicato al magico, intramontabile mondo del Salone del Mobile, del design, della bici pieghevole, del Signore, ti prego, prendili tutti.

Questo è un momento storico prezioso.

Il momento ideale, propizio e più giusto per prendersela con quei fanatici che fanno design.

Per accanirsi contro tutte quelle moltitudini che prendono lo studio con co-working, che comprano solo taccuini Moleskine, è il momento profetico per svergognare tutti quei miserabili che hanno comprato una bicicletta pieghevole.

Per fare questo, per offendere un genere senza far sentire offeso nessuno, abbiamo bisogno di un agnello sacrificale.

Quindi ci inventeremo un nome a caso.

Chiameremo la nostra vittima Dario Pirinfarina.

Dario Pirinfarina è il nostro agnello sacrificale.

Dario Pirinfarina è il soggetto di questa nostra invettiva al design.

Il giovane italiano che ha scelto spontaneamente di studiare disegno industriale.

Qualora ciò non bastasse, Dario ha scelto di studiarlo in un istituto pubblico, non so se mi spiego.

Ha scelto di affidarsi alla pubblica istruzione, al Politecnico dove i professori hanno fatto la guerra di secessione ma, una volta indossata la giacca con le toppe sui gomiti so tutti giovani, so tutti designer.

Dario: il ragazzo che ha convinto i genitori a farsi pagare lo IED.

Con tutti quei soldi, Dario ci avrebbe potuto viaggiare in tutto il mondo per vent’anni, ci avrebbe potuto comprare la casa al mare invece ha scelto di far ipotecare quella dov’è nato e di far ripetere ai suoi genitori il mantra “Mio figlio?! Va’ allo IED. Studia Light Design. Non so che cazzo faccia, in realtà ma prima di tutto l’istruzione. Solo il meglio per il mio ragazzo”.

I genitori di Dario non conoscono l’antica arte del calcio in culo e guadagnati da vivere ma questo fa parte di un’altra invettiva.

Dicevamo, Dario! Che s’è organizzato tutta la vita per risultare agli occhi degli altri un designer e in questo spiacevole contesto è avvenuto l’incontro con alcuni attrezzi propri del mestiere come la bicicletta pieghevole.

Dario con la bici pieghevole c’ha preso la scoliosi e due ernie iatali perché vive a Rho e caricarla sul treno non è facile perché pesa cinquanta chili, sti cazzi che è pieghevole.

Non bastava l’astigmatismo presosi con quei maledetti occhiali dalla montatura arancione che fan tanto design.

Non bastava il tappeto di brufoli sottocutanei che la barba da mormone che fa tanto design gli ha provocato, facendogli rivivere gli atroci supplizi della pubertà.

Non bastava l’infezione che il piercing sul terzo occhio che fa tanto design gli ha fatto venire, facendolo sembrare un personaggio cattivo di Dylan Dog.

Non bastava la camicia a scacchi fa tanto design ma che lo ha ridotto in società ad una figurazione speciale di Beverly Hills.

Non bastavano i timpani compromessi per sempre da quelle strafottute cuffie insonorizzate da controllore di volo che fanno tanto design ma fanno anche schiattare tanti giovani sotto ai frecciarossa.

Dario ha voluto strafare.

Dario ha voluto la bicicletta pieghevole.

E ora che pedala, sono certa che si sia pentito.

Ora che pedala su via Tortona, tutto sudato col suo zaino in ecopelle e i suoi pantaloni più aderenti delle tutine di Barbara Bouchet che fanno tanto ma proprio tanto, forse troppo design, coi palmi delle mani fradici, mentre noi siamo qui a infierire su di lui e a prenderlo a schiaffetti dietro alla nuca, sono certa che Dario Pirinfarina, al secolo designer, si è pentito.

Si è pentito ma ormai pedala verso il fuori-salone.

Perché Dario farà pure la fame coi suoi contrattini a progetto per il mobilificio veneto ma una cosa l’ha imparata: se tu vuoi essere designer, tu ragazzo non ci vai al Salone del Mobile.

Tu vai solo al fuori-salone, agli eventi collaterali, nelle gallerie satelliti, ai credits.

Con la bicicletta pieghevole.

E con questa certezza Dario Pirinfarina, il nostro agnello sacrificale pedala duro e cambia marcia anche se la bici pieghevole ne ha due di marce ma lui pedala duro.

Non sa che al prossimo semaforo passerà col rosso il giornalista di Interni con la sua bici pieghevole in carbonio e falcerà Dario e il suo orologio analogico.

E’ così: i professionisti in Italia, se riescono a salvarsi dai genitori, dalla pubblica istruzione e dall’iva, alla fine ci pensano i giornalisti a farli schiattare.

Ma questo fa parte di un’altra invettiva.

LITANIA AL DIO DESIGN

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Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti alla creazione di Fukuashi Teriamaki.

Non dirmi che non lo conosci?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ il famoso designer di Kyoto che progetta mobili invisibili: le chaises longues, le vetrine e i tavoli in cristallo che puoi mettere dove vuoi perché tanto le vedono solo i tuoi ospiti.

Sono illusioni ottiche.

Creazioni talmente impalpabili, impercettibili, aerodinamiche che i tuoi amici si divertiranno a passarci attraverso e tu non dovrai pulirle o fartele ipotecare.

Certe cose non hanno prezzo.

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti alla creatività di Butu Abimbalu.

Non dirmi che non lo conosci?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ quell’architetto kenyota leggendario che ha realizzato, tra le altre cose, un letto con materiali provenienti dalle fosse biologiche di Koh-Phangan, dove peraltro ci vanno sempre in vacanza un sacco di amici.

Magari in questo letto c’è la merda del mio amico Giacomo.

Ma dico, ti rendi conto il genio?!

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti al padiglione dedicato ai designer della scuola di Cacamashak.

Non dirmi che non sai chi sono?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ un collettivo di architetti danesi che si vestono solo di marrone, Total brown e tra di loro parlano esclusivamente in greco antico, quando lavorano.

Mi prostro davanti al loro genio.

Pensa che hanno progettato un set di cento pezzi unici di utensili da cucina interamente prodotti con la pelle dei bambini scomparsi nelle favelas.

Ma si! Quei bambini di cui nessuno parla, hai presente?!

Siccome è un peccato buttarli, questo collettivo recupera ciò che resta di loro e ci fa del gourmet-design.

Perché comunque, sono dei geni del recycling!

Mi inchino.

Dico anche una preghiera mentre sfoglio il catalogo di quest’anno!

E comunque la creazione che, secondo me, quest’anno al Salone sbancherà, quella che davvero merita una religione, è tutta italiana.

As usual.

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti a un progetto che si chiama Unbelievable Poorness ™

Non lo conosci?

Faccio finta di non aver sentito.

Unbelievable Poorness ™ è qualcosa di miracoloso, di universale ma anche di squisitamente italiano: è la prima casa pre-costruita in grado di produrre documenti falsi per i controlli del fisco.

Ma ti rendi conto il genio?!

Funziona in questo modo: la sua tecnologia avveniristica, unita a un design tutto italiano consente, attraverso un dispositivo satellitare, di captare il respiro e le intenzioni di commissari o controllori fiscali, IMU o Equitalia e settarsi in maniera del tutto autonoma per il processo di auto-difesa Safety from your government

Se la casa capta cartelle esattoriali a tuo nome, nel giro di pochissimi secondi calcola e stampa documenti falsi e vidimati che certificano che tu hai pagato e sei completamente in regola.

Te li archivia direttamente su un tavolo in plexi 70×40 che esce da un compartimento incastonato nel pavimento.

Ma non è mica finita, eh!

Genio italiano..

La Unbelievable Poorness ™ House è in grado di rilasciare ormoni intorno al suo perimetro tutto, che suggeriscono a chi passa, la certezza istantanea che tu sia ricco e stimato socialmente.

Ti rendi conto?!

Una roba da microrganismi che la gente fuori annusa e improvvisamente si convince che tu sia benestante!

E’ un effetto che però, esattamente come la documentazione falsa per l’esattoria, dura solo quarantotto ore.

Ma la stanno perfezionando e questo comunque, è un primo prototipo.

Inoltre la faccenda geniale è che tu, in queste quarantotto ore puoi spostare la casa.

Perciò è precostruita!

Ma ti rendi conto?!

Il genio italiano…

LA CASA CHE NON CI VUOLE BENE.

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Non puoi sbagliarti, la riconoscerai tra mille.

Se cerchi casa, magari in affitto e con l’unica pretesa di non farti tramortire il conto in banca, preparati a incontrarla.

E’ la casa che non vuoi ma che rischia di impossessarsi di te.

E’ la casa di nuova costruzione, la casa che le foto degli annunci non ti raccontano come dovrebbero ma che anzi, cercano di occultare coi filtri fotografici, il maledetto grandangolo o direttamente con l’assenza di foto per supposta mancanza di tempo per farne.

Mentre la supposta dovrebbe destinarsi a chi ancora progetta tali ripugnanti costruzioni.

Anche se ci stai attento la incontrerai e dovrai per educazione, costringerti a falsare le tue espressioni facciali almeno per rispetto nei confronti di un proprietario che c’ha speso soldi, tempo e disperazione pensando che possedere una casa sia ancora indice di benessere.

Il problema è sempre lì, tra la gente che ha soldi nel portafogli, tempo in tasca e gusto nel cesto della biancheria sporca.

E che magari affitta casa.

Ogni regione la identifica alla sua maniera: la casa del geometra, la casa della nonna morta, la casa della provincia malavitosa, la casa dormitorio, la casa della depressione.

 

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Tutte le regioni del mondo, a prescindere dalla creatività con la quale le nominano, ne riconoscono però gli stessi difetti comuni che ora scopriremo insieme per poterli riconoscere in tempo e fuggire coi razzi al culo:

I muri esterni della casa del geometra sono solo intonacati o peggio pitturati in rosso fuoco degli inferi, giallo limone acerbo, verde vomito di terminale, rosa polo Fred Perry e, se davvero vi è del marcio, in grigio malattia venerea.

Se è presente un giardino condominiale vi è proibito fare qualsiasi cosa all’interno, perfino calpestarlo.

Se il giardino è privato avrà i confini determinati da recinzioni in ferro nero con passeggiata sino al portoncino d’ingresso in mattoncini immacolati e atmosfera circostante da omicidio familiare di piccola città lombarda.

La casa del geometra di nuova costruzione è un tripudio di cellophane: dai sanitari ai mobili della cucina e ai battiscopa, tutto è avvolto in una spessa plastica trasparente che promette di regalare alla casa secoli di deodorazione al petrolio grezzo e, se ci si distrae un attimo, c’è il rischio che l’agente immobiliare avvolga anche noi nel millebolle come gesto compulsivo e di disinfezione dello spazio.

All’interno troveremo pareti di cartongesso, se si tratta invece di costruzione vecchia vien da sé che avrà i muri bisunti da cucina esagerata del parente deceduto e pavimenti in graniglia.

La graniglia è una delle principali cause di malattie psichiatriche e se ci si imbatte in un pavimento di questo materiale è meglio, con una qualsiasi scusa, allontanarsi immediatamente dall’abitazione e chiamare aiuto preparandosi anche alla colluttazione, in caso l’agente immobiliare impedisca l’uscita piazzandosi davanti alla porta.

Ripeto, la graniglia è il dimonio.

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La casa della nonna morta ha ovviamente tutto il mobilio rimasto intatto dal giorno del decesso, dalle foto di famiglia agli orecchini, dai cassetti aperti a trasudare naftalina, alle coperte in flanella piazzate sopra alle poltrone in modo da effondere un pesante effetto aldilà che nessun set cinematografico riuscirebbe a riprodurre meglio.

La casa del geometra e/o della nonna morta può avere tutti i confort immaginabili ma non lasciamoci fregare dal garage privato, dalla passerella per salire ai piani superiori con la sedia a rotelle, dal box degli attrezzi in giardino o dal set di pentole in rame perché il pericolo di vivere come se già morti e tumulati in uno spazio malsano è dietro l’angolo.

Il caminetto elettrico come le scale di marmo scuro, la credenza comprata al centro commerciale come i sottopentole all’uncinetto e ancora i leoni di ceramica a guardia del cancello così come le tende di pizzo rosa confetto o i battiscopa in ceramica laccata, sono tutti sintomi che siamo nel posto sbagliato.

Non importa che si tratti di nuova costruzione o di un immobile d’epoca perché una siffatta casa è sicuramente spregevole per il nostro quieto vivere dunque procediamo impavidi e decisi alla ricerca della casa giusta per noi, facendo ben attenzione a non sposare un geometra o a contrarre il virus del tipico design da defunto da trovarci intorno mentre siamo ancora in vita.

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