Ecologia Umana

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Un estratto del monologo “Ecologia Umana” scritto per il Festival delle Idee, Mestre, 2021

“Not Enough Brains to Survive” di Thomas Lerooy

L’equivoco è la chiave di qualsiasi testo comico.

Tanto si viene comunque fraintesi per qualsiasi cosa, tanto vale fingere che la cosa sia divertente.

Fingere di aver capito il contrario di ciò che si è ascoltato oppure prendere un dettaglio di ciò che si è ascoltato e stravolgerlo a proprio favore non fa solo sorridere: approfittarsi di un equivoco, fingersi scemi o quantomeno sostenere fino all’ultimo, fino a quando ci è possibile, di esserlo, apre porte a carriere ed amicizie (che poi, in Italia, le due cose sono interdipendenti: se non hai amici non fai carriera e se non fai carriera non hai amici).

Fingere di aver compreso altro rispetto a ciò che è stato detto preserva i rapporti coniugali: fraintendere è alla base della sopravvivenza in questo contesto sociale così sofisticato.

Fraintendere conviene ma ripeto, in ambito satirico, il fraintendimento è sempre stato una vera panacea, l’antidoto per risolvere situazioni spiacevoli, la chiave per comprendere un concetto troppo chiaro, troppo cruento per poter esser digerito.  

Quante volte, in Italia, quando esisteva la satira, abbiamo compreso fatti storici e personaggi politici ascoltando le parola di un comico che si fingeva sciocco per poter dire la verità senza essere linciato?

Adesso invece la verità sembra essere così alla portata di tutti che io non mi fido neanche più dei comici, figuriamoci della verità.

Son cambiati i tempi.

Adesso l’equivoco e il fraintendimento sono diventati strumenti di demagogia.

Sono diventati come Bruno Vespa.

L’equivoco è il protagonista, lo spunto per affrontare questo aspetto malvagio insito del fraintendimento.

E qual’è il tema più frainteso (ma purtroppo senza alcun fine comico) del momento?

E’ il tema più caldo che ci sia, il tema che sta surriscaldando pianeta e tastiere: la sostenibilità!

Il punto focale della discussione accesissima sul nostro impatto ambientale è stato vergognosamente frainteso.

Noi non siamo tanti sulla terra.

Noi semplicemente facciamo schifo alla terra.

Anzi, facciamo schifo sulla terra.

Non è l’incremento delle nascite che dovrebbe preoccuparci (anche se un po’ dovrebbe, visto che facciamo bambini che poi ci possiedono come divinità pagane).

La dimensione sempre più ingombrante del nostro ego è più pericolosa delle emissioni di Co2.

La superficie occupata dal nostro ego abnorme supera quella degli oceani, di fatti la gente ci nuota dentro al proprio ego e spesso ci affoga oppure, ancor più spesso, ci affoga i propri simili.

Il nostro ego ha un impatto mostruoso sull’ambiente e sugli altri.

La maggior parte degli ego fortunatamente si può distruggere con relazioni sbagliate ma l’ingombro iniziale è sempre più che massiccio.

Sono certa che in un minuto di tempo, così senza preavviso riuscireste a stilare, in questo momento, la top-ten della gente che conoscete munita di ego ciclopico.

Ecco la mia:

10. Amadeus. Ormai conduce anche il traffico

9. Chiara Ferragni. Si presenta ai festival dedicati ai settori più bizzarri pur non avendo alcuna competenza comprovata in quei settori, in nessun settore. Perché ci vai al festival allora?

8. Mia nipote Elena. Quando facciamo i pranzi in famiglia, non abbiamo modo di dire la nostra ma dobbiamo restare muti ad osservarla mentre fa la ruota. Quattro ore di ruote di merda.

7. Il mio cane che non mi consente di toccare nessun’altra creatura che abbia pelo, neanche me stessa.

6. Maria de Filippi. Colpevole purtroppo non solo di egocentrismo.

5. I maestri di yoga sui social. Non ne posso più. Ovunque c’è un pelato vestito da Hare Krishna che pensa al mio benessere.

4. Francesco Totti. Speravo fosse andato in pensione e invece mi insegue al supermercato con le sue palline di detersivo.

3. Burioni e i virologi. Muniti di un ego più sfrontato delle attrici romane quando vanno alle feste per lavorare.

2. Tutto ciò che proviene dagli Stati Uniti D’America.

1. Mia madre che mi telefona ogni giorno per dirmi cose tipo “Con tutti i soldi che abbiamo speso per farti studiare, che vergogna!”, “Ma non ce la fai a trovarti uno straccio di uomo?”, “ Io sono stata inviata direttamente da Dio, se hai qualche problema con me, lamentati con lui”, “A frequentare i teatri finirai drogata”.

Magari. La droga rende sostenibili un sacco di cose.

Il nostro ego ci vuole pettinati, col lavoro bello, la macchina costosa, la cultura cinematografica ineccepibile, i social pieni di seguaci ma più cerchiamo di stare appresso a tutte le sue richieste come degli stagisti retribuiti col buono pasto, più diventiamo brutte persone.

Ora: diventare brutte persone per sé stessi, poco male, conosco un sacco di persone che si stanno antipatiche e non si frequenterebbero.

Diventare brutte persone per gli altri però non è bello perché gli altri hanno già un sacco di problemi e oramai non hanno voglia di farsi rovesciare addosso la lettiera dei cazzi nostri, come si faceva una volta.

Ma c’è una soluzione.

Avete mai sentito parlare di ecologia umana? Potrebbe essere un nuovo movimento sostenibile per davvero.

L’ecologia umana: la capacità di una persona di riuscire a farsi sopportare dai propri simili.

La possibilità di renderci conto di quanto siamo difficilmente smaltibili dagli altri può migliorarci all’istante.

Non si tratta soltanto di non disturbare la quiete pubblica, di non diventare quelle persone orrende che parlano al telefono come fossero rimasti soli al mondo, che mettono la musica del momento, tipo “Labbra rosse/coca cola” e, come se ciò non bastasse, la mettono a tutto volume in spiaggia.

Non si tratta solo di non essere come quelle persone orrende che giocano a racchettoni sul bagnasciuga rompendo le tempie alla gente che prende il sole, insomma, non si tratta di non diventare come diventiamo tutti in vacanza.  

L’ecologia umana è qualcosa di più intellettualmente alto ma anche di estremamente pratico: è quell’atteggiamento per cui prima di cercare uno stile di vita sostenibile, comprare la cascina e le caprette tibetane, ti fermi a riflettere e ti chiedi “Ma io, invece, sono sostenibile? Gli altri riescono a sostenermi? Oppure quando mi vedono arrivare fanno gli occhi bianchi e consumano combustibili acidi nello stomaco?”

Come possiamo fare per ridurre questo incredibile impatto che abbiamo sull’ambiente?

Semplice, con l’ecologia umana.

Isolando, lavando e differenziando il nostro carattere insostenibile e diventando davvero delle persone ad impatto zero perché stare sulle palle alla gente inquina molto più di quanto si pensi.

Anziché fare i summit con Draghi che stringe la mano a Greta pur sapendo che la stretta di mano sia proibita, facciamo un processo a tutto ciò che diventando insostenibile nella società:

La burocrazia italiana è sostenibile?

La digitalizzazione per un anziano che, poveraccio deve procurarsi uno SPID altrimenti per lo Stato è morto, è sostenibile?

La quantità di persone che guadagnano migliaia di euro raccontando la propria routine di bellezza sui social, è sostenibile?

Le femmine di tutti mammiferi svezzano il proprio cucciolo scacciandolo a morsi.

Le femmine italiane, umane ormai partoriscono solo in acqua e preferiscono elettrificare il cordone ombelicale e mantenere sotto sequestro il proprio cucciolo fino ai sessant’anni, a meno che non chiudano l’affare con qualche femmina più giovane che possa proseguire il sequestro ehm…sposarlo.

Le madri italiane sono sostenibili?

In questo momento, in Italia 1 padre separato su 2 vive in stato di totale povertà.

Nel 94% dei casi di separazione giudiziale, alle madri vengono affidati figli, casa coniugale ed assegno di mantenimento.

Si parla di privilegio maschile intendendo la prevalenza dei maschi nei ruoli di responsabilità aziendale ed è verissimo e conclamato. Me too!! Me too!

Nessuno però sembra parlare di prevalenza di suicidi fra i maschi (3 volte maggiore, rispetto alle donne, secondo la Onlus Samaritans), nessuno parla di prevalenza di morti maschili in occupazioni pericolose, nella carpenteria pesante, ad esempio, occupazione dove noi donne ci defiliamo con grande stile. Le gallerie in autostrada fatele voi, noi solo prime ministre!

Tutto ciò è sostenibile?

L’uso continuo, compulsivo, malato di parole come “PAZZESCO” e “QUESTO”: è sostenibile?

Sostenibilità.

Una parola più violentata di resilienza, di ordinanza, di vaccino.

sostenere ha un etimologia importante: viene da sustinere ed è composto da sub (sotto) + tenere (tenere).

Tenere sotto.

Effettivamente, in questo tempo siamo sotto ad un sacco di cose.

Siamo sottotono, sotto in banca, sotto schiaffo ma soprattutto, come si dice dalle mie parti: siamo sotto a un treno.

Impariamo dunque l’arte di restare al di sotto: è difficilissimo in un mondo che vuole vivere al di sopra delle proprie possibilità e si sovrastima ed è proprio questo lo stile che inquina.

Ridimensioniamoci perché è davvero il gesto più sostenibile che si possa fare.

Il pianeta ci ringrazierà.

E pure chi ci dorme accanto.

COSE CHE HO IMPARATO DURANTE IL LOCKDOWN

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE
Claudio Silighini

Non tutti possiedono case vivibili.

Esiste gente che soffre per non poter andare dall’estetista.

Esiste gente che soffre per non poter andare a lavorare.

I tedeschi governano l’Europa.

La governano perché coi loro camper sono sempre stati in grado di andarsi a ficcare in posti sconosciuti anche agli abitanti di quei posti.

Si ficcano ovunque, come un virus. Perciò governano.

I virologi hanno un ego se possibile più importante degli attori.

Non è vero che in Italia la prostituzione è illegale, esistono i giornalisti.

La mia professione è un bene di lusso: non necessaria e molto costosa da professare. Quindi potete lasciare un’offerta all’uscita.

Il vaccino è l’unica cosa obbligatoria che gli italiani amano fare.

Il vaccino sembra facoltativo ma non è vero: è obbligatorio se vuoi essere accettato dalla società come avere le Stan Smith.

C’è gente che pensa che i Maneskin siano rockers solo perché fanno le linguacce nelle foto e suonano strumenti.

Se non sei gay sei retrogrado.

C’è gente che riesce a gestire il poliamore senza prendere goccine per i nervi.

Le goccine per i nervi.

Giletti fa dell’ottima tv: dove andremo a finire?

Come essere umano sono in grado di sopportare tanto ma non il ritorno di Orietta Berti.

Se non fai una diretta sui social ti cancellano dall’anagrafe e smetti di esistere.

Il corriere che mi consegna è un medico senza frontiere.

Una società in pigiama può esistere.

Andare a letto alle undici è meraviglioso.

Andare a letto da soli, alla lunga rompe un po’ il cazzo.

C’è gente che fa jogging con la mascherina pensando di morire anziana.

La gente è un potenziale nemico.

Ma questo lo sapevo da un pezzo.

Però il fatto che ora lo dica lo Stato, quasi me la fa piacere.

CHE ANNO DI MERDA

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Tutti a parlar male del 2020.

Sono molto dispiaciuta: è comunque un anno vissuto e merita di essere rispettato.

Quindi, per andare contro corrente mi sono appuntata sul mio taccuino ad anelli, dodici bei momenti vissuti in questo 2020, in modo da dimostrare che, se uno si volesse fermare un secondo a riflettere, si renderebbe conto che la massa sviluppa spesso visioni e comportamenti esagerati.

Gennaio: ho aperto il nuovo anno buttandomi in mare, in pieno inverno, assieme a centinaia di anziani liguri, sperimentando il cosiddetto “cimento”, una consuetudine per cui, il primo giorno dell’anno ci si ritrova tutti in spiaggia, in costume, flaccidi d’inverno e, al suono di un volgare fischietto da arbitro, ci si lancia in acqua verso una grossa boa allestita a largo, a cui son state legate alla buona, diverse bottiglie di prosecco di infima qualità, posto che ne esista di buona.

Si starnazza nell’acqua a due gradi e si finge di esser felici perché tutti guardano.

Febbraio: sono andata in Messico, da sola, per quindici, indimenticabili giorni.

Poco prima di partire sono stata investita da cinquemila paranoie di altrettanti amici e parenti che evidentemente stavano rosicando: secondo loro, mi avrebbero drogata, stuprata e poi mi avrebbero mozzato la testa, questo era il programma.

Avrei speso tanto, mangiato male, incontrato rettili letali e sarebbe anche scoppiata una pandemia.

Per fortuna non è successo quasi nulla di tutto ciò anche se, effettivamente non ho mangiato benissimo.

Marzo: ho avuto la fortuna di trascorrere il lockdown al mare, nella mia piccola casa in Liguria, da sola, con grandi quantità di alcool ed un tempo realmente merdoso che non metteva voglia di far niente di festaiolo che tanto sarebbe stato proibito.

Aprile: per sfuggire alla noia ho instituito delle dirette su Instagram, connettendomi dal cesso di casa mia, non avendo altre zone rispettabili a disposizione.

Ho dato a questo ciclo di dirette l’infelice titolo di Saturday Night Fever.

Maggio: rientrata al mio domicilio, abbiamo trovato un cucciolo di capriolo femmina, orfana e denutrita e l’abbiamo curata, prima di affidarla ad un centro specializzato. Noa, così è stata chiamata, è qualcosa che si avvicina al concetto di amore cosmico e si è perfettamente adattata a convivere con cane e gatti. L’unico problema è che ha iniziato a grandinare per casa, immense piogge di dure palline nere. L’amore vuole sacrificio ma a noi sarebbe dispiaciuto farne e quindi l’abbiamo graziata e l’abbiamo portata nel centro specializzato.

Giugno: ho girato l’Italia in un momento in cui tutti lo sconsigliavano, per registrare un programma tv, con un team di produzione composto da quindici persone sotto ai 40 anni, simpaticissimi.

Erano anni che non stavo così a contatto coi giovani.

Abbiamo dormito in posti dove non dormirei neanche dovendo scontare lavori socialmente utili, ci siamo svegliati alle 5:30 del mattino ed abbiamo finito di lavorare, a volte molto tardi per andare a dormire tutti sporchi e sudati.

E’ stato bellissimo rivedere il risultato ed accorgersi che alla tv si vede solo il 4% di ciò che accade davvero.

Luglio: mi sono riposata. Ho avuto solo tre date del tour ed era parecchio che non avevo un Luglio così libero, un mese in cui normalmente avrei avuto almeno venti tappe del tour! La felicità di non lavorare è stata senz’altro sintomo di grande incoscienza ma mi sentivo davvero al settimo cielo!

Mica immaginavo che il mio settore professionale sarebbe stato raso al suolo, di lì a poco.

Agosto: non paga del riposo, sono andata anche in vacanza.

Sono arrivata sull’Etna con la mia mountain-bike e ho fatto uno splendido tour di due giorni in fuori strada.

A fine tour mi sono ritrovata con gli stessi polpacci che immagino abbia Al Cogan, le narici nere di fuliggine come i camini di Mary Poppins e le natiche paralizzate perché i famosi pantaloncini imbottiti dei ciclisti non sono solo ridicoli ma anche roba che può letteralmente salvarti il culo.

Settembre: ho iniziato a scrivere il manoscritto di quello che dovrebbe essere uno dei prossimi libri. Parla di viaggi. Praticamente è un libro di fantascienza.

Ottobre: ho fatto la Via del Sale. Si tratta di un sentiero escursionistico dell’Appennino settentrionale che parte dalla provincia di Pavia ed arriva fino al mare, in Liguria ma io non ci sono mai arrivata perché nessuno mi aveva detto che le scarpe da trekking bisogna comprarle di un numero in più del proprio e comunque vanno usate un bel po’ prima di affrontare ottanta chilometri a piedi.

Così sono scesa dal famoso Monte Antola, scalza e con le lacrime agli occhi e mi son ripromessa di bruciare più combustibili fossili e affanculo Greta e il trekking.

Novembre: per il mio compleanno mi sono ubriacata con uno dei miei vini preferiti, il Terza Via di De Bartoli. Basterebbe ciò, invece l’ho fatto al mare, in compagnia dei miei amici ottantenni liguri, quelli del Cimento, che sono ancora tutti vivi e questo per me è il miglior tampone che si possa fare.

Dicembre: ha nevicato come non nevicava da anni e ho riscoperto le gioie infinite del bob.

L’ultima volta lo avevo usato a nove anni e mi si erano rotte le maniglie gialle, quelle con cui si frena: mi erano rimaste in mano entrambe e mi ero schiantata a tutta velocità contro il muro del retro dell’albergo e mia madre mia aveva anche picchiata quasi a morte, come usava fare ogni volta che le facevo prendere un brutto spavento. In questo Dicembre, invece, a quasi quarant’anni, non ho mai avuto problemi e sono andata giù in picchiata come un falco e mia madre non ha potuto far nulla perché abitiamo in regioni diverse.

Quindi, in fondo, questo è stato un bell’anno.

NATALE ONESTO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Caro Babbo Natale,

visto che quest’anno non potrai muoverti perché gli anziani sono categoria a rischio, vorrei cogliere l’occasione per chiederti finalmente un dono immateriale.

Da sempre, a Natale vengo sopraffatta dall’avidità ma siccome il bollitore da cinquecento cavalli che ho chiesto l’anno scorso si è già scassato, stavolta voglio tentare con doni emozionali.

Perciò mi piacerebbe tanto ricevere in dono un incantesimo o un miracolo per cui io possa svegliarmi il giorno di Natale e trovare, fra i miei colleghi ed i miei amici almeno tre persone in grado di avere il coraggio di dire chiaramente se qualcosa o qualcuno faccia loro cacare, di fronte al muso del diretto interessato, fossi anch’io.

Mi piacerebbe tantissimo, Babbo del mio cuore. 

Sarebbero belli gli amici, visti in questa nuova veste: coraggiosi ed immuni da quella strana patologia, tipica della nostra epoca che impedisce alle persone di lasciare un feedback negativo dal vivo o al diretto interessato anziché scriverlo su qualche portale o dirlo a terzi, in gran segreto, specificando “Mi raccomando, lo sai solo tu”.

Quando si poteva andare in giro, sentivo solo “Tutto squisito, ottimo lavoro”, “Non è il mio genere ma lo trovo bello”, “Ti trovo in forma”, “Sei dimagrito”, “Ti seguo”, “Parli bene l’inglese”.

Vorrei amici liberi dal virus “Siamo stati benissimo”.

Tutto qui.

Mi piacerebbe, la notte della Vigilia trovarmi in rubrica qualcuno senza il vizio delle recensioni usate come ghigliottine contro i ristoranti bazzicati, mi piacerebbe pranzare il giorno di Natale con qualcuno che mi faccia ascoltare cose tipo, “Ma sul serio vuole vendermi questo pane come fatto da voi, col lievito madre?”, “Sinceramente, non siamo stati bene: i camerieri non sono preparati, le materie prime sembrano comprate al supermercato ed i vostri vini non sono potabili ma rispettiamo il vostro lavoro e addio per sempre”.

Mi rendo conto che sia un regalo che abbia del miracoloso perché non è così banale ammettere che non possa esser tutto sempre perfetto e che non sia possibile star sempre benissimo altrimenti non saremmo tutti così annoiati, perché si vede che siamo annoiati anche se saltelliamo su noi stessi come degli esaltati, di fronte a qualsiasi esperienza.

Allora, questo Natale desidero levarmi di dosso questo entusiasmo finto, da yogi con la villa, da guru del trend e rimediare, se non ti è troppo d’affanno, tra qualche vecchio contatto fra i miei, senza andare a cercarlo chissà dove, qualcuno che non si vergogni di dire cose gagliarde tipo, “Non siamo stati bene manco per un cazzo, in casa vostra c’è puzza di muffa, di piedi, di gatti in lettiera, tuo marito è un pederasta, lo sanno tutti,  il tuo nuovo disco è comparabile alla carta da sedere solo che quella non graffia mentre il tuo vinile, si. Di fatti, sappiamo che lo hai pubblicato grazie a giuste amicizie”.

E ancora, Babbo, amerei sentir dire dagli amici che ti chiedo in dono, cose belle come, “Non sei in grado di approcciarti al sesso, tenta coi videogiochi, cucini come Caronte, ti trovo male, affranto, stanco, invecchiato, più povero del solito. Stasera, quando rientrerai a casa, non dimenticarti di bruciare questo vestito che ti dona come la rogna. Non credo che torneremo a trovarvi, ci avete fatto due coglioni così con la steineriana dei vostri figli: è stata una serata veramente del cazzo, ora capisco perché non vi abbiamo mai frequentati.”.

Vorrei sentire spesso frasi del genere che brillano di vera luce propria.

Certo non vorrei che le dicessero a me ma se deve andar così, se è giusto che accada, sarò pronta.

Vorrei soltanto questo dono, caro Babbo: vorrei un Natale di onestà degenerata.

Spero non costi troppo.

ANCHE DI NOTTE SONO UNA BRUTTA PERSONA

COSE FASTIDIOSE

Perché le idee migliori mi vengono sempre mentre sto dormendo?

Prima riuscivo a farne a meno ma ora che invecchio e divento tignosa, mi sveglio, nel cuore della notte per appuntare cose assurde su un taccuino giallo che tengo sul comodino.

Il giallo è il colore che mi fa più schifo tra tutti e l’ho scelto apposta, sperando che, svegliandomi e vedendolo mi passi la voglia di alzarmi alle tre per prendere appunti ma niente.

Accendo la luce e scrivo come scriverebbe un ubriaco, coi caratteri tutti storti dal sonno ma soprattutto scrivo cose che l’ubriaco oltre che scriverle, direbbe anche, tipo ”il sedere del bidello dell’asilo di mia nipote sembra un cestino di castagne sgusciate”, poi mi riaddormento.

Mi riaddormento pensando che “è solo uno spunto, poi domani elaboro e sviluppo meglio quest’idea pazzesca” e magari l’idea è pazzesca per davvero ma il giorno dopo non ricordo puntualmente un cazzo e mi metto lì, a rompermi la testa per diverse ore, cercando di ricordarmi che cosa di divertente abbia potuto vederci in questa puttanata delle castagne al posto del culo ma niente.

Se non bastasse la delusione di non ricordarmi l’idea geniale, ciò che leggo è anche occasione di sgomento e vergogna: cosa potrei mai aver visto di comico dentro a quel bidello? Solo perché fa il bidello?

Davvero sono diventata così classista anzi, davvero sono sempre stata così classista senza accorgermene?

Perché si sa, i sogni riflettono l’inconscio e dunque magari sono classista da sempre ma l’inconscio ha deciso di venir fuori soltanto ora e di mostrarsi allo scoperto mentre prima si comportava come tutti perché se non sei un bidello parli male del bidello anzi, peggio, ridi di una sua caratteristica fisica, del suo sedere.

Da ciò ho dedotto che, non solo non può trovarsi nulla di buono dentro ad un taccuino color diarrea ma che, anche di notte sono una brutta persona.

MESTIERI EROTICI E DOVE TROVARLI

SINFONIE

Dopo vent’anni passati appresso ad un taglio di capelli ispirato alle donne piangenti, al seguito di Gesù, ho deciso di abbandonare il sepolcro e di dare una sfoltita, un’alleggerita, in modo da smetterla di far paura ai bambini, ogni volta che esco dall’acqua e non si capisce dove abbia la faccia.

Così sono andata dal parrucchiere.

Mi piace far gli scherzi ai parrucchieri ed entrare con uno chignon tutto compresso, senza appuntamento, domandar loro se hanno posto per una rapida piega e, una volta seduta sulle loro poltroncine in acciaio, sciogliere i capelli e guardarli in faccia, con aria di sfida.

La categoria esprime con eccellente aderenza alla realtà, il dramma della vita umana, proponendo sempre le stesse, due reazioni: ci sono i parrucchieri ai quali si bagnano gli occhi di lacrime e tirano fuori frasi disperate, tipo “E adesso come faccio con la signora Bruni che arriva tra venti minuti?” e quelli che si sbrodolano e si esaltano davanti a quella massa informe di crine, in un mondo ormai posseduto dalle fiale anti-caduta.

Ecco, io preferisco questi.

Quelli che, nel momento in cui sciolgo i capelli, sentono ancora e fortissima la chiamata vocazionale alla loro professione e godono e mi danno consigli non richiesti e mi pettinano.

Ci vuole coraggio per ostinarsi a volermi pettinare.

Anche per questo motivo, non ho mai avuto un parrucchiere di fiducia.

Non capisco, come la maggior parte delle donne possano tradire svariate volte il proprio partner ma restare fedeli, per tutta la vita e senza mai annoiarsi, al proprio parrucchiere, senza mai un cedimento.

A me piace cambiare spesso parrucchiere e concedergli di esprimersi perché un artista frustrato è un soggetto potenzialmente cattivo e pericoloso.

Stavolta, il parrucchiere non era una parrucchiera ma proprio un parrucchiere e non accade così frequentemente.

Sempre, strizzando l’occhio alla moda di questa epoca, noi diciamo “Vado dal parrucchiere” ma poi, lo sappiamo, si tratta, il più delle volte, di una parrucchiera.

Invece, questa volta è un uomo, anche discretamente carino.

Direi proprio niente male e mi rendo conto che questo dettaglio non lo faccia essere un bravo parrucchiere ma farsi lavare i capelli da un bell’uomo, non è una delle cose più piacevoli che possano accadere?

La risposta è si, ma non se poi entra sua moglie in salone.

Bisogna imparare però a far tesoro di ogni esperienza, anche di quelle castranti poiché tutto può diventare spunto di riflessione.

La riflessione è che i parrucchieri fanno un mestiere che potenzialmente potrebbe essere molto più sexy, rispetto allo stato attuale delle cose.

Non è l’unico mestiere, ovviamente.

Vi sono tantissime professioni che non sfruttano questo potenziale, peraltro del tutto legale e senza il rischio di una deriva nella prostituzione.

Semplicemente l’erotismo è una sfera bistrattata della nostra esistenza.

Penso al fisioterapista che lenisce contratture legate allo sport e allo stress, penso all’arredatore d’interni che si occupa degli spazi così intimi della nostra casa, penso al fioraio, ai professori, ai pasticceri e a quelli che riparano le biciclette che ci salvano, nel loro piccolo, da traumi e figure di merda.

Ma nessun’altra professione come quella del parrucchiere riesce a raggiungere simili punte di romanticismo: grattare via le impurità dalla cute, massaggiare il retro del collo, tirare delicatamente i capelli, in modo che il cuoio capelluto si stacchi dalla calotta cranica, in maniera quasi impercettibile o, quantomeno dia l’impressione che ciò possa accadere.

E poi consigliare come valorizzare il proprio aspetto ed asciugare con un getto di aria calda la nostra fredda esistenza.

Queste e molte altre sono le situazioni che possono magicamente rivelarsi erotiche, nell’accezione più pura del termine: perché i parrucchieri non se ne rendono conto e non valorizzano questo pregevole aspetto?

Ma soprattutto perché non se ne rende conto il mio, porca malora?

Il mio, nuovo parrucchiere a cui sarò fedele per sempre.

SERPENTI

BESTIARIO DI VIAGGIO, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Voglio bene a tutti gli animali però i serpenti non devono rompermi i coglioni.

Vorrei che esistessero due mondi, solo per costringere i serpenti a starsene in quello dove non vivo io; vivrebbero bene, non mancherebbe loro nulla, avrebbero gli insetti da mangiare e tutto il resto.

Vivrebbero bene, assieme alla gente stronza che continua a dirmi: “Guarda che non devi avere paura perché loro hanno più paura di te”.

Ebbene, ci vivessero loro con le bisce.

Bisogna essere davvero ridotti male per non comprendere che non è che abbia paura dei serpenti per l’eventualità che possano mordermi perché sarei già morta di crepacuore, molto prima del morso, nel caso!

Il problema è la vista: capite?

La vista del loro corpo sinuoso, viscido, terribile.

Non posso vederli, neanche se sono in macchina.

Quando capita, dopo averne evitato uno, in modo attento ed apparentemente impassibile, inizio a frenare, fermo la macchina ad un paio di chilometri dal fattaccio ed inizio ad urlare con le lacrime agli occhi, come una posseduta.

Per fortuna, credo che nessuno mi abbia mai visto ma, nel caso, adesso sa perché ed è già una consolazione.

Più che una continua privazione, la mia vita è un perenne tentativo di convivere con questa fobia e sconfiggerla entro i quaranta.

Nel frattempo, mentre capisco come fare, da Maggio a Settembre non entro in un bosco nemmeno attraverso un libro o un documentario; i luoghi dove so che vivono bisce d’acqua semplicemente non li frequento e ciò mi costa molto studio poiché bisogna che mi documenti su quali siano tali luoghi e quindi devo aprire libri o cercare in rete, con il rischio che vi siano delle fotografie ed io, ripeto, se vedo una biscia muoio.

Non importa se sia stata fotografata da qualcuno.

Debbo ammettere che la Liguria mi abbia aiutata moltissimo, in tal senso.

I miei avi vengono da lì, da entrambi i fronti: la parte materna per origine, quella paterna per rifugio politico quindi sono molto legata ad essa e convinta che non abbia eguali; d’altro canto, la terra ligure è anche un posto con una discreta percentuale di serpenti, visto il clima mite, l’acqua e le pietre onnipresenti.

Vivendo lì gran parte del mio tempo libero, ho provato a curare la fobia dei maledetti serpenti di merda (che, ripeto, non voglio morti ma in un altro cosmo), attraverso i suoi bellissimi sentieri che ho percorso senza successo alcuno.

Ogni giorno affronto i sentieri con Mila, sperando che faccia da apripista, che li veda lei per prima e li scacci, come i cani nati per stanare sanno fare.

Ma non ha funziona perché Mila se ne frega d’altronde, di serpente non ne ha mai visto mezzo, nella sua vita, ad oggi.

Ciò che il mio cane vede è solo la sua padrona che grida come una mentecatta, in mezzo al nulla dei boschi.

Qualche giorno fa decido di scendere verso il mare passando attraverso il bellissimo tronco del sentiero che porta da Levanto a Framura, per la consueta passeggiata con Mila.

Il sentiero passa sia per i piccoli borghi che per il fitto bosco che si aggrappa al Salto della Lepre, il piccolo passo che divide Bonassola da Framura.

Appena iniziato il tragitto sembrava andasse tutto bene, dentro alla mia tuta strech nera da Eva Kant e la musica nelle cuffiette al massimo, in modo da eliminare completamente il problema dei fruscii nell’erba, in modo che orecchio non senta e cuore non scoppi.

Arrivata affianco al ruscello, dove la strada si restringe, guardo sbadatamente al bordo destro del sentiero, verso il bosco e c’è una sostanza tubolare lucida ed annodato su sé stessa che si muove.

Grido senza censura.

Grido come se mi stessero squartando con delle forchette da campeggio.

Tutt’ intorno vi sono moltissime case ed anche se i liguri amano star per conto loro (ed anche per questo li apprezzo moltissimo), immagino che nelle loro cucine e nei loro giardini si siano chiesti chi sia caduto nella gola del ruscello.

Mentre grido per tirare fuori le mie viscere terrorizzate e liberarmi, Mila mi guarda, con la testa girata da un lato, come a dire “Cosa devo fare? Ce l’hai con me? Ho fatto qualcosa di male o sei tu il male?”.

Da una piccola porta in legno, in mezzo ai muretti a secco, si affaccia un signore sugli ottant’anni, con una borsina di stoffa sottobraccio.

Lui, il mio grido non l’ha manco sentito e non fa caso neanche al fatto che stia saltando su un piede solo davanti a casa sua.

Deve andarsi a comprare la focaccia, mica ha tempo per me; io però lo imploro di non passare per di lì perché “C’è un serpente! Capisce?! Non passi! Non si può passare”.

Mentre lui, senza manco guardarmi, mi risponde “Guardi che ce l’ho nell’orto il serpente, sarà quello lì, mi mangia tutte le mosche” e fa per andarsene ma io ho bisogno di un abbraccio e così, inabile a controllarmi, gli tolgo la borsina da sotto il braccio e glielo piglio quell’arto lì, implorandolo con lo sguardo di non lasciarmi ma lui mi si scrolla di dosso perché c’è il Coronavirus e la storia delle distanze sociali e lui è anziano e vive in cima ad una collina, non la vuole una squilibrata potenzialmente asintomatica, attaccata al suo gomito.

Si divincola e mi sgrida “Basta! Non fanno niente, sono bisce! Hanno più paura di lei!”

Ed io penso, “Anche tu, maledetto”.

Dopo essersi liberato, il poveraccio prende un ramo e mi guarda, “Cosa fa, scende o resta qui?” ed io deglutisco ma sento che il tipo, anche se scorbutico è stato mandato dal Signore quindi chiamo la Mila che, nel frattempo ha mutato l’espressione di sospetto in un’ atteggiamento di pena profonda e ci mettiamo a seguire Nonno coraggio.

Lo seguo come farebbe un ragazzino davanti ad un mastino napoletano di cento chili incazzato nero, spingendogli la schiena affinché si sbrighi a passare, fino a quando i miei arti inferiori non decidono di bloccarsi completamente, poco prima del punto incriminato.

Il vecchio capisce e col bastone inizia a smuovere la terra ed io sento che Dio mi sta già scrostando l’anima dal corpo e sudo freddo e puzzo di ormoni, quelli della paura, non so neanche come si chiamino.

La terra e le foglie cadono sui mocassini del signore ed insieme alla poltiglia del bosco esce anche qualche piccolo rifiuto, un guanto di quelli da giardinaggio, la plastica di una merendina ed un piccolo pezzo di tubo grigio, staccato da qualche pompa per innaffiare.

Il tubo non è lì da tanto perché non ha ancora lo strato di polvere e fango ma, anzi è bello lucido.

Guardo il tubo ed alzo lo sguardo.

Il vecchio ha gli occhi piantati dentro ai miei e la bocca storta dal disgusto.

Non dice niente.

Butta il bastone per terra, si gira e scende giù per il sentiero.

Io mi siedo su uno scalino ed aspetto il tramonto per risalire a casa, con coraggio, lungo il sentiero.

 

Per chi volesse approfondire circa le fobie da sentiero boschivo:

https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/2017/06/i-rettili-della-paura-dal-medioevo-ai.html

La notte che volai a bordo di un Sebach.

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Spesso ho vergogna di me ma non avrei mai pensato di vergognarmi di me stessa durante un sogno.

Anche laddove abbiamo il lasciapassare per disegnarci una vita migliore o peggiore ma comunque spettacolare, come avviene campo onirico, io non perdo occasione per svilire la mia persona ed immaginare cose che, se accadessero nella realtà non mi consentirebbero di uscire più di casa.

Ancora di più.

Nei miei sogni, spesso e volentieri appaio persino peggio di ciò che sono: chissà cosa voglia dire in campo neuropsichiatrico…

Fatto sta che, l’altra notte ho fatto uno di quei sogni vividi che paiono più veri della realtà e che ti accorgi non lo siano solo quando, all’ultimo visualizzi te stesso nell’atto di far pipì e allora ti svegli di colpo, poco prima di fartela addosso.

Normalmente mentre sogno c’è una parte di me iper-razionale che veglia sopra alle questioni oniriche e che visualizzo fisicamente in quasi tutti i sogni; appartata in un angolo, a braccia conserte, la parte lucida di me stessa ogni tanto interviene durante il sogno dicendo cose tipo: “Tanto sono solo cazzate”.

Eppure l’altra notte non c’era, nel solito angolo e forse, anche per questo ne ho approfittato per sognare una favola surrealista che, se dovessi nominare con un titolo sceglierei di usare “La notte che volai a bordo di un Sebach”.

Mi trovavo nei luoghi dolci della mia adolescenza, precisamente nei prati del centro residenziale fuori Roma dove si sono svolte tutte le mie avventure, tra i dodici e i diciotto anni.

Nel sogno avevo all’incirca sedici anni e correvo felice su un manto verde morbidissimo, in cima ad una delle tante, piccole colline accoccolate in quel fazzoletto di terra appartenuto molti anni prima agli Incisa, signori della zona a nord di Roma.

La vedessero adesso.

Nel sogno correvo felice con un discreto abito blu scuro in tulle, di alta sartoria; correvo mentre il cielo si riempiva di tempesta.

Era un tardo pomeriggio della prima decade di Luglio quando, all’epoca dei miei sedici anni, a Roma capitavano delle brevi tempeste quasi tropicali che ora invece sono all’ordine del giorno.

La mia corsa si fece più urgente quando iniziarono a cadere le prime gocce grandi come castagne ma per fortuna fredde.

Il mio vestito si gonfiava nell’aria, coi suoi mille veli e le minuscole stelle di strass che brillavano turgide e disseminate sull’ultimo strato di tulle, quando in cielo schioccavano i lampi.

Forse per via del vestito o di quell’attimo così particolare che precede i temporali forti, in cui non si riesce bene a definire che ora del giorno sia,  la scena mi sembrò bella come un servizio fotografico di alta moda.

Ad un certo punto, notai che in fondo alla piccola valle, il buio tempestoso veniva sfidato dai fari di una bellissima auto blu come il mio abito ma senza sirena sopra.

Era il biondissimo più ambito da tutte nel quartiere che giammai nella vita reale mi cagò.

Nel sogno però sembrava proprio guidare verso di me, guardandomi dai vetri scurissimi coi suoi occhi verdi come l’acqua dello Yucatan.

Così nel sogno iniziai a correre ancora più veloce e più bella, più leggera e splendente verso un gruppo di bagni chimici posizionati poco vicino al prato, in un cantiere di costruzione di una villetta.

Corsi leggiadra e m’infilai in un Sebach; ci misi un po’ a far entrare tutti gli strati della mia splendida gonna blu cobalto ma dopo pochi istanti riuscii a chiudere la porta di plastica rossa, lasciando un po’ di strascico a penzolare fuori mentre il cesso si sollevava da terra come una piccola astronave, stagliando il cielo plumbeo e ventoso.

Il mio tappeto volante chimico planò sui prati e sulle stradicciole bianche, temerario in mezzo alla tempesta mentre io ammiravo le distese verdissime direttamente dal buco dello scarico.

Dopo pochi metri a grande velocità, il cesso chimico iniziò a perdere velocità e si schiantò proprio sul cofano del mio amato.

Questo per dire che vi sono sogni che a volte è meglio non interpretare.

ROMA E L’EROISMO URBANO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Non che voglia scrivere qualcosa di definitivo sulla mia città.

Non che voglia scrivere qualcosa di definitivo, in generale.

Il fatto è che la scrittura aiuta a fare ordine nel caos cosmico delle cose anche sceme ma esistenziali.

La scrittura arriva come la colf di un albergo di lusso e sistema tutto attraverso gesti semplici ma confortanti e, nel caso della scrittura quei gesti sono sillabe.

Ed io ho bisogno di questa colf.

Esattamente come Roma.

Chi potrà far da colf alla mia città?

Chi potrà mettere ordine in uno scrigno di meraviglie così potenti lasciate in pasto ad una corruzione con esperienza pluriennale?

Chi potrà far ripartire un motore di lusso così ingolfato?

Non certo un sindaco.

Non certo un amministratore anche se si tratti di un cittadino con più coraggio di me, di chi lo ha votato e poi se n’è tornato a far l’aperitivo o di chi manco è andato a votare.

Infatti, nella lista di tanti mestieri pericolosi che mi armerei a fare, il sindaco non rientra manco in fondo all’ipotetico elenco.

Chi potrà far risorgere dalla profonda decadenza un mausoleo così importante per il mondo, così malato di ignavia?

A pensarci bene trovo solo una risposta a questa domanda: il cittadino.

D’altronde la radice etimologica di città e di cittadino sono identiche purtroppo.

Noi romani facciamo tanta simpatia quando parliamo ma sappiamo solo parlare.

Quando si ama non si può amare solo a parole perché prima o poi si viene scoperti: ci sono quelli che preferiscono non scatenare tempeste e tenersi una relazione superficiale e bugiarda e ci son quelli che buttano all’aria tutto, in nome della sincerità.

Noi romani amiamo Roma a parole da tantissimi anni, forse da sempre.

Basta girare un po’ per il mondo per avvertire quanto città ignobili siano amate dai propri cittadini e comprendere quanto Roma abbia sete di sentimenti così sani, profondi ed innati.

L’amore metropolitano è un gesto che non sempre dipende dalle condizioni in cui si viene messi; non essendo soltanto un posto di lavoro, chi si trova ad amare un luogo dovrebbe essere disposto a farlo in qualsiasi condizione ed a qualsiasi costo.

Amare una città come Roma significherebbe, in gesti pratici girare in bicicletta anche se non esistono piste ciclabili oppure in scooter senza superare, per assurdo, i cinquanta chilometri orari o parcheggiare sul marciapiede.

Amare Roma potrebbe essere perseverare in una raccolta differenziata partigiana, immotivata di fronte a tanto disservizio ma costante, rispettosa, libera dalla cantilena del “tanto mischiano tutto, poi”.

Amare Roma potrebbe voler dire denunciare le persone che cambiano giunta come fossero mutande e quelle che da sempre rubano appalti e posti ai vertici perché i romani le conoscono quelle persone ma preferiscono essere traditi che dichiarare i nomi dei traditori.

Preferiscono essere aiutati che difendere i diritti civili più inconsistenti.

Amare Roma potrebbe voler dire addirittura abbandonarla se non si è in grado di prenderla sul personale e restare a combattere perché chi vive a Roma dovrebbe combattere per lei ogni giorno.

E’ di cattivo gusto trovare un capro espiatorio senza individuare le proprie responsabilità, come indossare arancione e marrone insieme.

E’ inutile vantarsi di essere romani senza voler guardare negli occhi atterriti dei turisti che si azzardano ad avvicinarsi al centro turistico cadendo sotto i colpi della scarsa gentilezza, della sporcizia che non dovrebbe essere prodotta più che pulita da qualcuno che evidentemente non c’è, sotto la mannaia della merda spacciata per cibo italiano dalle osterie.

Picchiare gli esercenti che fanno uscire dalle cucine delle pizze che non mangeremmo neanche in carcere o chi parcheggia nel posto dedicato ai disabili sarebbero tra i principali doveri del cittadino romano.

Girare i polsi ai ragazzini che scrivono il proprio tag sulle statue sarebbe nostro compito, spostare di peso coloro che restano impalati sulla parte sinistra delle poche scale mobili funzionanti sarebbe un compito missionario che dobbiamo concedere al nostro senso civico così come lo sarebbe il gesto semplice non acquistare alcun tipo di bibita in plastica così come lo sarebbe pagare le strisce blu anziché pensare “tanto torno subito”.

Purtroppo Roma senza eroi è destinata a sprofondare, il che sarebbe peccato, nonostante la quantità di ministeri fetenti che amerei vedere cadere giù, a casa di Lucifero.

Roma ha bisogno di tante colf amorevoli ma non retribuite, in questo momento storico.

Si tratterebbe di un gesto eroico evidentemente ma il romano che si vanta di esser tale dovrebbe essere storicamente formato per intraprendere gesta eroiche altrimenti risulta come una di quelle mogli che si vantano di godere dei soldi dei propri consorti senza averne mai guadagnati in vita loro; altrimenti è come ascoltare quei poveretti che danno la colpa della propria maleducazione al sindaco anziché ai propri genitori.

Invece non è così, il romano custodisce il germe sacro dell’eroismo urbano.

Credo però che lo custodisca in un box auto sulla Nomentana e all’ora di punta è un casino arrivarci.

LA PEDALATA ASSISTITA

COSE FASTIDIOSE

Chi avrebbe mai detto che un giorno mi sarei ritrovata in sella ad una bicicletta elettrica?

Proprio io, così avvinghiata alle cose antiche e faticose, così pronta all’antiquariato.

Se l’avessi conosciuta prima, la bici con la pedalata assistita, oggi sarei senza dubbio un’altra persona.

Lì al noleggio non mi avevano dato molte indicazioni su come usarla ed io mi ero vergognata di ammettere al tipo grintosissimo del negozio, di non esser mai salita in vita mia su un attrezzo simile.

Il tizio mi ha solo detto che sarebbe costata ben trenta euro in più e che con le tre cariche di batteria, già pronte nel computer, avrei potuto visitare tutta la montagna in mezza giornata, arrivando dall’altro lato, a valle e tornando indietro.

Quella proposta mi era sembrata un’impresa da guinness ed avevo accettato lusingata, certa che il tizio mi avesse scambiata per un’atleta di Triatlhon che comunque fa piacere, sotto certi aspetti.

Sono salita in sella solo dopo aver portato la bicicletta a mano fino ad un piano adeguatamente piatto, che più piatto non si può e son partita non prima di aver srotolato tutte le rotelle delle marce manuali fino alla triste modalità 1.

Spero di non essermi sbagliata ma nessuno deve avermi vista mentre i pedali ruotavano a 180 km/h, imbizzarriti dalla morbidezza concessa loro dalle marce molli, sul piano liscio e scivoloso del viale centrale, con la gente perbene, per fortuna, in quel frangente assente.

Non per vantarmi ma me la son sempre cavata bene in bicicletta quindi, anche in questa circostanza dimostro di star sul pezzo e, nel giro di pochi minuti, inizio a capacitarmi che sul manubrio brillano per me un paio di piccoli schermi luminosi che aspettano solo i miei comandi.

Deduco, mentre piazzo le rotelle delle marce manuali su una più dignitosa modalità 4, che il piccolo schermo a sinistra comandi le famose batterie elogiate dal tizio del noleggio; riconosco il disegno di una piccola pila con all’interno tre tacche colorate ed accanto alla pila, il bottone con scritto “start”.

Persino io capisco e premo il bottone.

Immediatamente dopo il click s’innesta quello che sembra un piccolo motore ad elica, silenziosissimo ma altrettanto performante, talmente tanto che il giro dei pedali riprende velocità furiosa che però stavolta controllo con una nuova, sicura e professionale impennata di rotelle sulla modalità 7, la più tosta mai raggiunta nella mia comunque appassionante vita di ciclista dilettante ma romana.

Questa modalità è ora possibile solo grazie a questo miracoloso traguardo della tecnologia applicata alla mobilità che è la fottuta pedalata assistita.

La vostra affezionata plana letteralmente sulle piccole valli verso la montagna come un velociraptor, come avessi una turbina dietro al sellino, per non dire altro, che sospinge la mia entusiasta pedalata alleggerita.

Man mano che si avvicinano i tornanti, lo stupore aumenta: in salite dove con la mia bicicletta manuale di merda sarei già morta per arresto cardiaco, con questo ghepardo a due ruote mi sento invincibile e di fatti prendo velocità, sempre di più e sempre più in salita e voglio vincerla questa gara immaginaria contro il mio passato di ciclista dilettante.

Sono a settanta chilometri orari e se non decelero, il prossimo tornante stretto lo piglierò come fosse un rettilineo distruggendo me e la bici nella foresta.

Prontamente i miei riflessi spengono la modalità elettrica della bicicletta premendo “stop” sul famoso, piccolo schermo.

Anche stavolta i miei riflessi sbagliano.

Da garrula spaccona, con le lacrime che si tuffavano nell’aria dalla punta estrema dei miei occhi feroci di vento, mi ritrovo idiota, in pieno tornante, con una pendenza del 70% e tutte le marce manuali impostate su una severissima modalità 7.

Resto immobile sulla bici, impagliata, congelata, come una scultura di arte contemporanea pericolante, in mezzo all’asfalto.

Solo pochi secondi per rendersene conto ed i miei stronzi riflessi che hanno combinato questo disastro, danno finalmente l’ordine al resto del corpo di catapultarsi fuori dalla bici e così faccio, tenendo ben stretto per i manubri, l’attrezzo divenuto monolite.

Anche stavolta spero non passi qualcuno.

Mi toccherebbe fingere di aver avuto un problema tecnico alla catena e, a quel punto, con la sventura che mi segue, spunterebbe senz’altro dal nulla un ciclista esperto col quale farei la sonora figura di merda che mi merito.

Invece sono sola, con la mia bici portata a mano, paonazza di sudore ed indecisa sul da farsi.

Anche se non si dovrebbe, valuto l’opzione di srotolare nuovamente le marce manuali, ripristinando la volgare modalità 1 e facendolo senza salire sulla bicicletta per pedalare e scalare in modo corretto poiché, in quella circostanza, morirei: è certo.

In questo modo però, srotolando tutto lì, in mezzo alla strada, scioccherei le povere catene, forse in modo irreparabile e al ritorno subirei, non solo l’umiliazione di dover raccontare come ho scassato il cambio ma anche l’angheria suprema di dover ripagare il mezzo.

Mi tocca quindi soccombere e scendere di nuovo a valle, ritentando la partenza, come in un videogame, come a monopoli.

Discendo quindi in picchiata cattiva, pensando che riuscirò a valicare la montagna entro sera, fosse l’ultima impresa della mia povera vita che anche oggi mi insegna il valore della pazienza e della perseveranza.

Arrivando giù in picchiata come un calabrone, intravedo il tipo grintosissimo del noleggio, seduto fuori dal bar, proprio accanto alla chiesa che, insieme agli amici sta bevendosi una cosa durante l’orario di lavoro, proprio come si usa qui, da queste parti.

Appena mi vede, inizia a fischiare da lontano e m’invita a fermarmi.

– Sei già di ritorno – mi dice entusiasta – D’accordo la pedalata assistita ma non ho visto mica tanta gente valicare il passo, visitare le valli di là e rientrare; grande! Dove ti alleni, in genere?! –

– Ma no, pedalo solo ogni tanto – dico io, merda imperiale.

 

 

 

BEVETE TANTA ACQUA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Finalmente c’ho la buona scusa.

C’ho la buona scusa per sfogarmi.

Fuori ci sono quaranta gradi, è mezzogiorno e sono nel traffico.

Il caldo, si sa, da alla testa.

Lo dicono i medici, lo dicono i giornali.

Bisogna bere tanto, non uscire nelle ore più calde della giornata, dicono al tg; ma il clima è cambiato, come abbiamo voluto noi con le nostre porcherie e quindi non ci sono più ore calde nella giornata ma giornate calde con un mucchio di ore.

Così finalmente c’ho la buona scusa.

Perché, si sa, il caldo da alla testa.

Ora scendo dalla macchina e me la prendo con il primo che capita, lo mando affanculo così, con la scusa del caldo.

Me ne andrò famelica di briga nei luoghi dove è più facile sollevar focolai di rissa: in fila al supermercato, al semaforo, alle poste, al giardinetto dei cani.

Me ne andrò con la fronte sudata a guardar male altre persone sudate come me, aspettando che mi guardino per poter dir loro “Ma cos’ha da guardare?!” e da lì sarà un attimo e si passerà alla colluttazione perché, si sa, il caldo da alla testa.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Ho tanto bisogno di sfogarmi, ho un sacco di beghe personali, di paturnie e di psicosi e ho atteso tutto l’inverno paziente ed ora finalmente è arrivato il meteo giusto, quello grazie al quale mi scagioneranno perché col caldo, si sa, la mente si annebbia.

Per questo sono uscita a mezzogiorno e non ho bevuto acqua.

Per questo ho i pantaloni lunghi e ho spento l’aria condizionata.

Per avere più attenuanti.

Per poter picchiare in santa pace le signore, il postino, il vicino di casa, la cassiera.

Mi aggiro felice ed ansimante per la città, alla ricerca degli sventurati concittadini che si muovono lenti, cercando di resistere, di restar pazienti bevendo Polase per sbrigare le proprie pratiche.

Sono i cittadini pazienti che cerco con voglia e che scoverò per estrapolare la loro parte animale, primitiva, cavernicola di cui c’è tanto bisogno.

Strapperò fili di perle e camicie Loro Piana per sfogare la mia tristezza.

Pesterò zatteroni e bambini con le pistolette ad acqua per liberarmi di un po’ di stress.

Lincerò impiegati pigri e condomini scomodi che avrei voluto malmenare da tempo ma era inverno e non ho potuto.

Ora si che c’ho la scusa buona.

Basta uscire nelle ore più calde e ce ne sono tantissime.

Nessuno mi scoprirà.

Nessuno saprà che sono in forma e molto lucida ma solo stanca ed annoiata dalla vita quotidiana e con voglia di dar due schiaffi.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Diranno che il caldo mi ha dato alla testa ma in realtà è la società civile che me l’ha sabotata ed io approfitterò del caldo per punirla.

 

 

foto Claudio Silighini

QUANTE VITE HA UN CORRIERE?

SINFONIE

L’ossessione per la pratica dell’acquisto pazzo e forsennato online ha comportato parecchi cambiamenti nella nostra vita ma uno, in particolare mi sembra molto divertente: l’eliminazione definitiva della distanza tra trasportatore e cliente finale.

Un tempo delegato prevalentemente alle consegne negli uffici ove si rapportava con gente metodica e retribuita per ricevere i suoi colli, oggi il corriere è obbligato a depurarsi attraverso il fuoco sacro e terribile dell’incontro col privato cazzone che ha ordinato porcherie su Amazon.

Il privato maledetto ha mille scuse per mettere alla prova anche la pazienza del corriere più duro e puro.

Il privato non ha il citofono, abita al quinto piano senza ascensore, sta lavando il bambino, è in pigiama, ha l’acqua aperta, il nonno disabile, l’ernia e mille altri espedienti che costringeranno il corriere a scendere dal mezzo, lasciandolo in settima fila, acceso per non morire asfissiato al rientro e carico di altre sessanta consegne da fare entro la successiva mezz’ora.

Nel nostro immaginario, il corriere resterà sempre Renato Pozzetto nella straordinaria interpretazione in Grandi Magazzini eppure oggi il corriere che affronta l’Italia dei privati col vizio dell’acquisto compulsivo non è italiano ma sudamericano.

Perché certi lavori gli italiani non li vogliono fare neanche quando dovrebbero farli anziché aver l’ambizione di voler governare il paese.

L’individuo sudamericano ha per indole, come chi governa il paese, un filo di indolenza, è vero, ma anche immensa resistenza alle prove più faticose che la vita gli propone e poi guida come se il furgone l’avesse rubato dunque è perfetto per questo tipo di professione che, al giorno d’oggi è pura impresa eroica.

Eppure, di fronte all’epopea di una giornata di consegne, persino il corriere sudamericano barcolla, suda e non comprende perché il cliente privato non sia collaborativo oppure lo sia troppo e pretenda di salire sul furgone, in mezzo ai pacchi per scovare personalmente il suo e lamentarsi di come sia stato posizionato malamente e di quanto sia fragile il contenuto e di come si lamenterà con chi di dovere.

Anche in questo preciso momento, da qualche parte c’è un corriere sudamericano che inveisce a las putas che hanno concepito l’albero genealogico che ha generato te, cliente privato.

Anche in questo preciso momento, da qualche parte, nella tua città c’è un tizio che si strapperebbe la pelle dal caldo che sta montando un Ducato e sta sbranando la strada verso di te, schiacciando qualsiasi cosa incespichi sul suo tragitto mentre con la mano destra imbraccia il piccolo computer per gestire le consegne, con la mano sinistra masturba il proprio cellulare per rispondere ai suoi centomila parenti e con la rotula direziona il volante della sua bestia gommata verso il tuo loft.

Questa mattina sii gentile col corriere.

Scendi sul pianerottolo, abbraccialo anche se è tutto sudato e scusati. Scusati perché lui sa benissimo che dentro a quel pacco che gli ha fatto attraversare la città intera c’è, senza ombra di dubbio, una puttanata inutile che serve solo a lenire la tua solitudine.

BIGLIETTO (E) PREGO

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Esiste una parola che viene giornalmente nominata da tutti come se niente fosse ma che ha tutti i sintomi della parolaccia!

Quando la sento nominare e capisco di doverci avere a che fare rimpiango di essere italiana e di aver pensato, anche solo per un attimo che il servizio che questa parolaccia abbraccia e giustifica potesse essere una buona soluzione per me, cittadina onesta col biglietto acquistato.

Vi è una parola che indica l’azienda che da sempre coopera allo sviluppo di tutti i peggiori sentimenti germinali ed insiti nell’animo umano, specialmente in quello del pendolare stressato già per la sua condizione, figuriamoci quando essa viene ulteriormente screditata da una parolaccia.

E’ una parola che ti fa pentire di esserti deciso ad andare a trovare quell’amica al mare o di aver scelto il meno affidabile dei mezzi per presentarti in orario a quel colloquio di lavoro che aspettavi da anni proprio come il mezzo che ti ci dovrebbe portare.

Non esiste sistema pubblico che mortifichi maggiormente il viaggiatore rendendolo vittima di un servizio acquistato con libera scelta e con meno libero mercato poiché non esiste ancora nessuno in grado di fare adeguata concorrenza a questo enorme, umiliante mostro parastatale; un servizio dal quale, subito dopo la vidimazione del biglietto, il viaggiatore resterà sequestrato, senza nessuno che gli venga in aiuto, nessuno che lo difenda, che gli suggerisca quanto non convenga salire a bordo se non si ha la certezza di arrivare, che potrà correre il rischio vicino alla garanzia di accumulare ottanta minuti di ritardo, il pronostico di contrarre malattie della pelle nei bagni non degni di esser chiamati tali, la minaccia di accettare condizioni di trasporto che non prevedano recupero della dignità del consumatore, in caso di disservizio.

Non è ancora nato chi dica al viaggiatore che forse, la soluzione migliore è restarsene in stazione, al bar, a godersi i vantaggi che derivano dall’assenza di un disservizio al quale non ci si può abituare.

Deve ancora arrivare il Salvatore del viaggiatore, è in ritardo.

Deve aver perso la coincidenza.

MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

AUTOCENSURA IGIENICA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

“Arianna, perché non scrivi mai di Salvini?!”

 

La nostra ossessione mediatica per Salvini ci ha puniti tutti.

Questo giornaliero buon proposito di far da cassa di risonanza sui social ai fatti spiacevoli di questo ragazzo ha fatto in modo che il suo volto replicato su milioni di bacheche divenisse un volto di cui, nostro malgrado, ci si affezionasse (un po’ come avvenne con il signor Berlusconi, se non sbaglio), ed ora eccoci qui.

Eppure, se è vero che si possa e si debba sempre apprendere da qualsiasi lezione, a livello sociale questa punizione ci consente una riflessione che potrebbe ancora risultare costruttiva.

Nel mio piccolo, ad esempio ho ricevuto moltissime richieste dal pubblico di questo tipo: “Perché non parli di Salvini? Parla di Salvini!”

Perché chiedere ad un autore comico di parlare di Salvini?

Forse perché si sente con prepotenza, la necessità di sdrammatizzare riguardo un argomento, di per sé drammatico?!

Da quando quel ragazzo è diventato ministro, tutti i comici si son lanciati in siparietti che lo disprezzassero come persona e come istituzione ed è piuttosto facile farlo poiché questo ragazzo è il soggetto perfetto per qualsiasi drammaturgia satirica (nel caso in cui ce ne fosse davvero, in Italia, di drammaturgia satirica).

A livello personale, il soggetto ha sempre mostrato di fare scelte bizzarre e di basso profilo che ben si prestano ad esser sceneggiate;

mi viene in mente, ad esempio, la sua copertina per un rotocalco di gossip, in cui si fece ritrarre a letto, vestito solo di una cravatta verde bosco oppure della sua attitudine a fidanzarsi con gente discutibile od ancora tante delle innumerevoli fregnacce raccontate da pubblicazioni che dovrebbero fallire, se Dio amasse davvero l’Italia.

A livello istituzionale ha incentivato tutte le peggiori pulsioni del cittadino italiano medio, spunto di partenza eccellente per qualsiasi scritto umoristico.

Meno per qualsiasi strategia politica volta a migliorare il paese.

A livello ideologico è riuscito a far leva sul ceto che manca di preparazione storiografica per proporre questa storia indigeribile che il vero problema in Italia sia l’immigrato e non l’italiano corrotto e contestualmente, col suo potere ed il nostro consenso, continua a sovvenzionare le carceri libiche e le torture contro esseri umani considerati di seconda categoria rispetto a noi.

Poi c’è la parte soubrette di Salvini (tipica del politico italiano a partire dagli anni novanta), coi suoi concorsi a premi, le sue brutte figure, sintomo della mancanza di educazione di cui soffre il paese tutto, non soltanto lui ed ecco che il personaggio comico c’è già.

Non v’è alcuna necessità di crearlo da nulla: Matteo Salvini è lì per i comici, pronto da scartare come una caramella e facile da raccontare.

E’ facile fare un siparietto con questo ragazzo.

Meno facile proporre un siparietto che schernisca il tessuto sociale, la tragicomica decadenza di costumi e della morale degli italiani che ha causato l’ascesa di questo ragazzo.

Complicato far ridere dandoci dei coglioni, ignoranti, pigri, razzisti, corrotti e con le felpe con la bandierina dell’Italia sul petto.

Molto difficile per un povero comico italiano di oggi riuscire a far sorridere con un tale reportage di merda sul nostro paese e perciò meglio accanirsi sul politico specifico e non sulla cittadinanza che aderisce ai suoi principi lontani dalle altezze culturali di un paese che si vanta di essere ancora ciò che fu secoli orsono.

Funziona così da sempre: ci piace sorridere delle persone che governano, non delle cazzate che facciamo come elettori.

Così, comici ed elettori continuano a fare cabaret di basso profilo ed il nostro futuro è l’unica tragedia presente in palinsesto.

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AVVENTO ELETTORALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Proprio come durante l’Avvento ci si prepara affinché tutto evochi e celebri il Natale, quindi ci si maschera da Babbi, si nascondono i regali negli armadi, si pensa a come cazzo fare per diventare più buoni di quanto già si sia, si comprano le lucine colorate e le candeline, ecco che anche il tempo precedente alle elezioni amministrative è un tempo ricco di piccoli rituali di preparazione che fanno brillare gli occhi agli addetti ai lavori.

E allora si asfaltano le strade, ci si ricomincia a salutare nel quartiere, si fa amicizia con gente improponibile, che non si sarebbe mai salutata, se non fosse che manca solo un nome per completare la lista elettorale.

Si organizzano un sacco di cose, appuntamenti sociali impensabili, concerti in piazza, sagre, corsi gratuiti ma soprattutto cene.

Poco prima delle elezioni si cena moltissimo e un po’ in tutti i modi possibili: formali e scomodi sopra alle sedie chiavarine in un bel palazzo antico oppure sotto ad un tendone davanti ad un tavolo di pizzette, poco importa perché si cena; si torna a casa e si può dire “io ho già cenato”.

Ci si mette la spilletta e si va alla cena elettorale perché si mangia gratis e tale proposta resta ancora, per l’italiano medio, in prima fila tra le priorità di vita.

Nel centro storico iniziano i rastrellamenti agli stand. IMG_4756

Se devi andare da un punto A ad un punto B e per farlo devi attraversare il centro, nel periodo che precede le elezioni dovrai contare quaranta minuti in più che ti serviranno per schivare la settantina di volontari che cercheranno di prelevarti dalla strada col fine ultimo di trascinare le tue spoglie al gazebo del loro partito e sequestrarti per poterti spiegare perché è ora di finirla.

Ti offriranno un bicchiere di succo ed una pizzetta perché sanno che sei italiano e mentre ti iniettano il nettare di ananas, con l’altra mano ti infileranno i santini del loro candidato nella tasca della giacca in modo che, quando riuscirai a divincolarti e sarà tardi per sbrigare la commissione, te ne tornerai verso casa pensando a che carini che son stati quelli del gazebo X che non ti hanno lasciato cartacce da buttare.

Poi, una volta a casa mentre appenderai la giacca penserai che il Fato ha voluto indicarti il nome di colui che dovrai votare poiché hai trovato il suo volantino elettorale miracolosamente accoccolato nella tua tasca.

Come un messaggio dei biscotti della fortuna cinesi.

Noterai con sollievo che non c’è la foto del candidato nel santino e che preferisci così perché costa caro stampare una foto a colori su carta e che il candidato, a quanto pare, sembra sia sensibile allo spreco del denaro pubblico, avendo rinunciato in maniera eroica a far stampare la sua faccia là sopra.

Non realizzerai che se vi fosse la foto sul bigliettino giammai lo voteresti perché il muso fortunatamente dice ancora molto.

Sti cazzi che mi asfalti la strada.

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.

PETIZIONE PER ABOLIRE LO SHUFFLE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

E’ ormai piuttosto facile comprendere come le tecnologie non ce l’abbiano fatta ad esser sempre nostre amiche.

Ad esempio, fra le peggiori ingiustizie che la società contemporanea si sia inflitta vi è senza dubbio la pratica dello Shuffle.

Questa funzionalità che consente la riproduzione causale di brani musicali contenuti all’interno di una playlist precostituita da noi o da qualcun altro è maledetta in quasi tutte le circostanze, è la principale causa di grandi imbarazzi ed è colpevole del collasso di innumerevoli situazioni potenzialmente positive.

Specialmente se in compagnia, una volta inserito lo shuffle sarà impossibile riuscirsi a rilassare: bisognerà restar vigili, in modo da essere più veloci della riproduzione casuale ed evitare che parta un pezzo che faccia della nostra occasione per essere stimati come dj, una disfatta totale.

Occorre avere un orecchio sopraffino per difendersi dallo shuffle ed una discreta erudizione musicale in modo da esser pronti, nel caso ci venga chiesto chi sia l’artista, a snocciolare una breve biografia e quattro cenni di discografia per ottenere subito gli stessi consensi di Red Ronnie ma soprattutto occorre esser pronti ad accorgersi già dalle primissime note che il pezzo in esecuzione vada immediatamente saltato, abbattutto a qualunque costo.

Evitare un brano che ci fa vergognare di noi stessi, di fronte al piccolo pubblico di amici o familiari è un gesto umano di grande tenerezza.

Infatti, anche quella discreta fascia di amatori che ricercano e sperimentano generi musicali di altissimo livello, se avrà il coraggio della sincerità dovrà ammettere di avere sotto al tappeto o dentro all’armadio un brano di merda che ama, in virtù di passati remoti ai quali quel brano è ancora piacevolmente legato.

Specialmente per le persone nate dagli anni settanta ai giorni nostri, esiste un palinsesto di musica ripugnante che ci ha svezzati e di cui non ci sarebbe modo di doverci vergognare perché resterebbe nelle segrete del nostro dispositivo, se non ci fosse lo Shuffle ad esporci alla pubblica umiliazione.

Certi complessi di finto rock italiano anni settanta che adattano famosi brani americani in un italiano che spaventa persino i fotoromanzi, le cantantesse pop degli anni ottanta che ci hanno fatto abbandonare le barbie, l’hard-core senza possibilità di speranza, certo punk scolastico oppure i più vicini neomelodici che addolorano le viscere profonde di alcuni di noi, sono solo alcuni esempi musicali che, se capitano in mezzo ad un shuffle privato ci fanno emozionare, piangere e sorridere ma se putacaso capitano in un contesto sociale goliardico ci assicurano carrettate di prese per il culo, facce atterrite e silenzi pieni di disagio.

Impossibile non citare anche le circostanze legate al contesto in cui ci troviamo quando sopraggiunge lo shuffle a violentarne ogni dettaglio: mentre siamo in giardino, al tramonto e credevamo di aver messo una playlist di flauti tibetani, senza alcun preavviso si presentano i Rammstein ed i passerotti crepano di infarto.

In procinto di baciare per la prima volta la persona che finalmente vorremmo accanto per sempre, dopo secoli di alienazione ed eremitaggio, ci affidiamo allo shuffle che sembra si stia comportando benino, proponendo i Cold-Play ma mentre le nostre labbra di uniscono arriva un vecchio brano di Patsy Kensit che pensavamo di aver nascosto nella playlist segreta “Liceo”.

La musica ci offre sempre il giusto sprint per fare sport e, mentre corriamo godiamo degli Arctic Monkeys ignari che il prossimo brano sia “Perché porto i capelli lunghi” di Gene Guglielmi, caricato da nostro padre non si sa quando né come.

Lo Shuffle non perdona ma soprattutto noi non lo perdoneremo mai.

Terroirista o Terrorista?

COSE FASTIDIOSE, MADAME GURME'

Ho individuato due modelli di vita perfetti per il vignaiolo.

Robin Hood e un frate.

Il primo, Robin Hood: un figo vestito di verde coi capelli al vento e l’arco sulle spalle ma soprattutto, fuorilegge.

Se si decide di fare vini naturali, la cantina dovrebbe essere a norma ok, ma che palle col pavimento in piastrella lavabile, le vasche disinfettate dalla versione rumena di Mastro Lindo e la sala degustazioni che sembra la boutique di Bulgari.

Perché avere l’azienda a norma se la norma non ci corrisponde?

Se la legge consente lieviti, enzimi, tannini, gomma arabica, Malgioglio e il black friday bisognerebbe star fuori dalla legge.

Anzi, bisognerebbe farsi da soli una legge più onesta e le tavolette di metabisolfito di sodio metterle nella vasca da bagno nelle case dei signori che quelle tavolette le hanno previste per legge.

I signori profumati che non amano il vino che puzza.

“Il vino naturale puzza.

Anche il formaggio puzza eppure davanti al Roquefort c’hai la salivazione a mille”.

I mocassini senza calze, le Nike da corsa, le All Star non fanno puzzare i piedi come fossero in putrefazione?

Eppure sono tra le scarpe più vendute al mondo.

Se la ASL continuerà a dire la sua finirà che per assaggiare davvero un buon vino bisognerà andarselo a cercare come la droga in stazione, nei centri sociali, ai giardinetti.

Bisognerà fare allo stesso modo, mettere i soldi nel pugno di un tizio poco raccomandabile, trasandato, con la barba sfatta, vestito un po’ come voi, insomma però già in tranquillo regime di illegalità.

Meglio spacciatori che grandi distributori!

Allora Robin Hood perché paghi ancora lo sceriffo di Nottingham che venga a darti la ricetta della buona annata e non provi a valutare la teoria che il minor intervento determini la massima qualità?

Lo diceva anche il vecchio Fukuoka: non far niente è il miglior metodo agricolo.

Perché non provare? A me piace non fare un cazzo.

Certo, avrei paura degli invidiosi, di quelli che si spaccano la schiena perché la terra bassa ma l’ha detto Fukuoka, se vuoi farti il culo, pigliatela con lui.

Se invece siete persone poco affini alla microcriminalità ho il modello di vita del vignaiolo perfetto per voi: il frate.

Il vignaiolo ha spesso la barba, anche il frate.

Il vignaiolo, in genere veste coi toni del marrone, anche il frate.

Il vignaiolo tiene il tappeto erboso in vigna bello incolto, anche il frate.

San Francesco fu il prototipo del perfetto vignaiolo: lasciava il confine dell’orto incolto, era un grande raccoglitore, viveva isolato, non amava il jet-set, usava la consociazione e, secondo me, coltivava anche canapa perché parlava con gli animali eppure i caprioli c’erano anche allora ma è impossibile che un vignaiolo parli coi caprioli.

Ho letto che alcuni vignaioli, in Spagna usano la musica in filodiffusione in vigna per tener lontani gli animali.

Anche in Italia abbiamo un sacco di musica di merda: perché non provare?

Ma la faccenda fondamentale è che San Francesco scelse di esser povero.

Se si decide di far vini davvero naturali si fa voto di povertà o, quantomeno si resta poveri a causa di tanti motivi: vuoi perché magari un anno non raccogli un acino, vuoi perché hai un ettaro visto che non puoi fare vini naturali se ne hai duemila ettari perché “il contadino deve poter vedere dalla finestra tutta quanta l’azienda altrimenti è un latifondista” dicono i saggi, vuoi perché un anno devi decidere se trattare o saltare una vendemmia.

Non voglio dire che il vignaiolo debba fare il raccoglitore di acini che cadono in terra solo se asciutti di rugiada ma che, per certi aspetti, il produttore artigianale dovrebbe far voto di purezza intellettuale e quindi di povertà perché in Italia non esiste un intellettuale puro ricco.

E neanche un contadino ricco.

E invece, cos’è che spinge parecchi vignaioli a non sporcarsi più le mani in vigna ma a cercare soldi e fama nei salotti perbene?

Cos’è che incentiva quello che dovrebbe essere un terroirista a diventare un terrorista e a passare tra i filari con gli atomizzatori nucleari?!

Il male, come sempre è nella parola commerciale: un processo che implichi il fatto che non appena si capisce che potrebbe esserci spazio per arricchirsi, in un determinato contesto le cose cambiano.

Ci si veste bene e si fanno le cose male.

La parola naturale richiama concetti troppo complicati per l’uomo contemporaneo dunque mi riesce difficile ammettere che aumentino i vignaioli selvaggi e contemporaneamente diminuiscano le vocazioni perché entrambe si chiamano le professioni: che tu sia vignaiolo o frate.

Chi prende i voti li prende perché vuole fortissimamente aderire ad un progetto, non certo perché gli convenga.

Non è più questa l’epoca.

Se professi non devi tradire.

Quando possiamo dire di aver tradito la persona che amiamo?

Dopo un bacio? Dopo aver risposto ad alcune di queste miserabili avances sui social oppure si tradisce solo nel momento in cui si spoglia il proprio amante?

E quando possiamo dirci naturali?

Quando andiamo a comprare prodotti sistemici di notte, vestiti di nero pur di salvare il raccolto? Quando mettiamo solo ottanta gr di solforosa in un rosso che tanto siam sotto al biologico?

Se fai vino naturale devi avere un debole per i perdenti.

Ma è bello.

Che poi, a differenza dei frati, i vignaioli possono non fare voto di castità e piacere al senso opposto anche quando sembrano dei frati o Robin Hood.

Certo, la calzamaglia verde magari no.

 

Questo è un pezzo scritto per i vignaioli del Festival NOT di Palermo che ha causato bagarra ma che conferma potentemente il mio amore per chi produce prodotti davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali. Davvero naturali.

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PICCOLO SEGRETO INDUSTRIALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho trovato, in fondo all’armadio, un cioccolatino industriale.

Appartiene alla mia vecchia vita, ora mangio solo cioccolato prodotto da piante italiane registrate all’anagrafe e stagionato per anni nelle culle delle cliniche pediatriche, in Svizzera.

Cosa devo farne?

Quale potrebbe essere la cosa migliore da fare?

Divorarlo e annegare nei sensi di colpa oppure raccoglierlo e riporlo tra i rifiuti non riciclabili, chiamare quelli che ritirano i rifiuti pericolosi, in modo che la sua materia organica temibile non contamini l’humus del mio orto?

Un’altra possibilità è quella che poi è la nostra missione, quella che spetta a noi, guerrieri della luce, nati in questa epoca post-industriale: buttare il cioccolatino chimico nella pattumiera lanciandogli contro mille maledizioni.

Mi avvicino quindi allo scaffale dell’armadio e allungo la mano verso il disgraziato fagottino avvolto nel malefico cellophane colorato.

Più mi avvicino e più salivo come un mastino napoletano di undici anni.

Cerco di darmi un tono.

Cerco di nascondere al mio ideale, la bocca piena di bava e lo stomaco che urla desideri immondi.

Piglio il cioccolatino, spingo col piede sul pedale del secchione e mi scaravento nella trachea il demoniaco, squisitissimo snack.

Non respiro per qualche minuto, ho un Nirvana.

Poi torno in me, mi sistemo, mi lavo i denti, esco di casa guardinga, controllo che nessuno mi abbia vista e scivolo fuori dal pianerottolo verso il mercato contadino.