L’ORGANISTA MARZULLIANO

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Si sa che i musicisti, da sempre, sono fichissimi.

E’ un dato di fatto che sembra quasi far parte del nostro bagaglio genetico.

Fin dai tempi di Mozart ma anche prima, i musicisti hanno sempre fatto innamorare o, quantomeno, hanno un fascino che li salvaguarda dalla notte dei tempi.

Se nasci brutto, sei fottuto.

Se nasci brutto ma musicista comunque te la cavi, Dio è con te.

Se nasci brutto ma organista, la faccenda cambia.

Perché hai sempre Dio dalla tua parte ma nel senso che, a meno che tu non sia Ray Manzarek o Keith Emerson, suoni solo in parrocchia.

E sei fottuto.

Abbiate pazienza se lo dico in questo contesto ma nell’immaginario collettivo infatti, l’organista è un anziano coi sandali da missionario dei Passionisti ed i calzini di spugna che vi traboccano tra le stringhe e poi gli occhiali di Marzullo, la capigliatura di Marzullo, il piglio simpatico e scaltro di Marzullo ma senza il suo conto in banca.

Invece ancora, prepotentemente la Lacoste color carta da zucchero, da missionario.

In sintesi, l’organista maschio è un missionario marzulliano.

Se invece sei organista ma donna sei la copia sputata di Susanna Agnelli ma sempre senza il suo conto in banca.

In entrambi i casi, comunque parliamo di soggetti che fanno un mix di pena e timore ma non certo erotismo.

L’organista, nell’immaginario collettivo ha meno fascino di quello che suona il trombone e, quando ho ricevuto l’invito a questo festival ho subito pensato al personaggio dell’organista che, alla domenica suona in chiesa per i lupetti e durante la settima a trasporta bare o studia chimica.

In tutti questi casi (sia che trasporti bare, che sembri Marzullo o Susanna Agnelli o che, peggio mi sento, studi chimica) immagino un soggetto che difficilmente si possa calmare, fermare o disinnescare mentre sta suonando; non so perché.

Forse si tratta di una reminiscenza delle scuole dalle suore quando, durante le funzioni domenicali, l’organista era un laico posseduto dalle tastiere senza possibilità di domandare un pezzo a richiesta.

Quindi, per ricapitolare, organista: non solo sfigato ma rompicoglioni ai limiti del pericoloso.

Questo, non so se sia l’immaginario collettivo ma senza dubbio era il mio di immaginario.

Fino a quando, un giorno, non ho visto lui:

Ho visto questo ragazzo che mescola, dentro di me, tantissime sensazioni quasi quante i suoi stili.

Lo guardo e vedo contemporaneamente un folletto di Tolkien, un raver di Colonia strafatto di chetamina, uno stilista giapponese l’ossessione per la sperimentazione, un anemico, il cantante dei Vernice, un Righeira con lo stesso parrucchiere di Brachetti e molto altro ancora.

Eppure grazie a lui ho capito cosa significhi suonare sei tastiere per volta, con più di quattrocento registri usando nello istante mani e piedi ma soprattutto ho capito cosa significhi fare tutto ciò sentendosi fichissimi persino indossando gli stivaletti che userebbe Robin Hood se decidesse di entrare nella nuova formazione dei Sex Pistols.

L’organista, se concepito con le sembianze di questo mio nuovo punto di riferimento che è Carpenter, è una figura che ha tanto da insegnare a chi è sfigato senza possibilità di riscatto.

L’organista, visto così, ci insegna che c’è sempre una possibilità per far valere il proprio stile (anche quando improbabile) e la propria personalità attraverso la conquista del mondo mediante i propri talenti.

Un talento, quello degli organisti, indiscutibile altrimenti Carpenter sarebbe in gattabuia insieme a Marzullo che, visto il discorso sui talenti, risulta essere, a questo punto, davvero fuori contesto.

Fuori registro, come direste voi.

Ma non fuori tema, visto che parliamo di organi e lui sopravvive grazie agli organi di Stato.

 

Pezzo scritto con amore per il Festival Organistico dell’Isola di Salina:

UNDA MARIS

LETTERA AGLI ARCHEOLOGI

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Carissimi,

so perfettamente che la vostra categoria è oberata di impegni, dividendosi tra coloro che non troveranno mai lavoro ma seguitano a cercarlo mentre si dilaniano i maroni al call-center e coloro che invece il lavoro lo hanno trovato e lo conservano gelosamente servendosi di doppi turni e di straordinari non pagati; so tutto benissimo sulla vostra straordinaria, sottovalutata professione.

Ma quando sarete tristi ed affranti, devotissimi archeologi, quando la notte di una busta paga insufficiente e della panoramica di tanti siti archeologici divenuti depositi illegali d’immondizia sovrasterà il vostro buonumore, non vi abbattete.

Non vi affliggete, archeologi.

Pensate, piuttosto, ai vostri colleghi del futuro, allo scenario che troveranno i professionisti del vostro settore fra mille anni.

Non potrete non gioire dell’opportunità che vi è stata concessa, di operare la vostra professione durante gli ultimi tempi felici e di scoprire civiltà davvero meritevoli di essere scoperte.

Pensate a quei poveracci che, tra mille, duemila anni, scaveranno e troveranno i bastoni per farsi il selfie.

Pensate a quei miserabili che scaveranno per trovarsi in mano mutande in ecopelle col buco per lo sfintere, libri di cucina della Lambertucci o qualche disco di Giuseppa Gaetana Ferreri.

La buona notizia per voi non è soltanto quella che non troverete, nei vostri scavi, le migliaia di stronzate che vengono prodotte oggi ma che, ancora oggi e nonostante tale produzione, ci sia ancora qualcuno capace di apprezzare le scoperte ed i reperti che rinvenite oggigiorno.

La buona notizia che ha dell’incredibile è che c’è ancora qualcuno che da retta al vostro lavoro e che va alla domenica gratis nei musei, finché continua ad essere legale.

Dunque, carissimi e stimabili archeologi, a questo punto penso che la cosa migliore sia rivolgere un paio di righe ai vostri colleghi del prossimo, lontano, pesantissimo futuro, sperando che queste riescano ad arrivare alle loro mani, conservandosi nei secoli…

 

Stimabili archeologi del XXX secolo: scusate.

Abbiate pazienza, non siamo stati tutti dei coglioni.

La maggior parte di noi, in effetti, ha eccelso in tal senso ma sappiate che una piccola parte dell’umanità vissuta nel nostro millennio, ha provato in tutti i modi a resistere al declino e non ha mai coraggiosamente acquistato pullover da uomo color fucsia né fatto giammai uso di occhiali con le lenti specchiate da Righeira né tantomeno fatto consumo di crocchette prodotte con zampe e becchi di pollame nato morto.

Molti di noi non hanno mai apprezzato certa musica pop di merda, seguita da moltitudini di nostri contemporanei nonostante l’inequivocabile epiteto di “tormentone”.

Tanti noi hanno lottato per cercare di vietare la presenza in tv di personaggi come Malgioglio, qualora trovaste reperti del suo parrucchino e, infine, si è provato in tutti i modi ad eliminare dalla faccia della terra i braccialetti con le lettere del proprio nome in acciaio.

Abbiamo fatto ciò che abbiamo potuto, non disprezzateci tutti ma soprattutto, smettete di scavare.

Perché più si scava più si scende in basso.

Vi imploriamo, in nome della nostra memoria, non scavate! Non c’è un cazzo da trovare.

 

EVOLUZIONE STILISTICA DEL GRAFICO

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Breve trattato pseudosociologico sull’evoluzione stilistica del Graphic-designer, proposto al GRAnde Festival 2018, a Castelfranco Veneto.

Non volendomi accanire sulle mansioni tecniche di un grafico e su quanto esse siano spesso discutibili, ho scelto di accanirmi sulla sua evoluzione stilistica; non quella riguardante i suoi lavori, bensì quella del suo proprio stile personale, del suo abbigliamento e del simpatico processo che accompagna la sua persona, sin dai tempi dello studio, non lasciandolo in pace, neanche quando e semmai, il suddetto grafico diventi una superstar.

Anzi.

Quando un ragazzo si iscrive ad un corso di grafica, inizia la propria metamorfosi: il giovane assume, non troppo lentamente, i connotati e le linee di un perfetto babbeo.

Del prototipo della sfiga.

Non sarà difficile riconoscere un giovane grafico ad una fermata della metro: basterà individuare il soggetto con più brufoli, nonostante abbia ampiamente superato i vent’anni e con maggior malinconia in volto.

Quel soggetto che, ostinato ed imperterrito, continui ad indossare abbigliamento simile a certo punk dismesso persino dai tossici o dalle vecchie groupies dei Ramones: quello, non potrete sbagliare, è il giovane studente di grafica.

Per fortuna o purtroppo, man mano che la carriera del giovane grafico prende piede, si avvierà un curioso processo di pulizia di tale disagio stilistico, attraverso il quale, il designer in questione entrerà, esattamente come certi pittori d’avanguardia, nel suo periodo nero.

E tutto in lui sarà nero.

Possiamo identificare il periodo nero di un grafico con il periodo della sua prima assunzione in un’agenzia e forse, la scelta di questo pantone, ha in sé qualcosa di profetico che sembra presagire la maledizione della carriera futura che lo attende.

Se tornaste alla fermata della metropolitana, non vi sarebbe più così facile, identificare il grafico, in mezzo alla gente, soprattutto se la fermata fosse a Milano durante la settimana del Salone o a Roma, fuori da uno dei tanti noviziati vaticani.

Infatti, tra un prete, un architetto ed un grafico in quella fase lì, la differenza è impercettibile, se non rivelata dai rispettivi conti in banca.

Il periodo nero è comunque uno dei momenti stilistici considerati, dai giovani grafici, più interessanti.

Man mano che il grafico acquisisce consapevolezza, capacità e autorevolezza nel proprio mestiere, il nero del suo abbigliamento si definisce meglio, assumendo toni, se possibile, ancor più scuri ma soprattutto si perfeziona la scelta dei capi e, budget permettendo, il total black inizia la sua implacabile marcia verso la griffe costosa nord-europea.

Dio solo sa perché il grafico scelga di acquistare una t-shirt nera firmata da un designer omosessuale a tremila euro anziché optare per una cazzo di maglietta nera dell’ Oviesse visto che, la differenza tra l’una e l’altra si trova solo tra le pieghe dei tormenti dell’anima di colui che la indosserà.

Una volta che il grafico riceve il miracolo di diventare un’eminenza, esso, proprio come un Dio, egli può tutto.

Si tratta di un vero e proprio miracolo inspiegabile poiché non si capisce in che modo, uno studio grafico riesca a meritare tale, assurdo successo, rispetto ad un altro studio analogo che lavori altrettanto bene ma consideriamo l’annosa motivazione del contatto giusto, come influente.

Nel momento in cui il grafico assume le sembianze di Dio, automaticamente perde la denominazione umiliante di grafico e acquisisce quella più congeniale di Art Director.

A quel punto gli viene conferito il leggendario paio di occhiali da vista, con la montatura strana e colorata.

Anche se ci vede benissimo, l’occhiale colorato segna il battesimo, l’iniziazione al gotha della grafica.

Dal momento in cui l’Art Director assume tutti i poteri e gli onori, qualsiasi fregnaccia esca dal suo studio verrà valutata alta gioielleria, arte pura.

Panchetti sorretti da gnomi, sedie in cristallo che causano ragadi dopo pochi secondi di seduta, tavoli con una sola gamba che bisogna usare, restando immobili per otto ore, in modo da mantenere gli oggetti in perfetto equilibrio.

Ma anche la progettazione premeditata di marchi osceni come quello di H&M o di Kraft insomma, qualsiasi porcheria grafica esca anche dalle fogne dell’agenzia del Guru Art sarà considerata compendio alla Bibbia e alla Costituzione (di un paese nord-europeo, però).

Inoltre, da quel momento inizierà il processo stilistico a ritroso e l’Art Director Guru potrà finalmente iniziarsi a vestirsi come più cazzo gli piaccia.

Da quel momento potranno riemergere in superficie, reminiscenze dal passato e il total-black potrà subire discutibili contaminazioni con gli antichi dettagli adoperati nel look di gioventù.

Lo vedrete quindi arrivare in agenzia vestito da rocker di seconda categoria o da lettore di fumetti manga; lo vedrete, per la prima volta, sicuro del suo stile invidiabile, anche mentre tutti scappano gridando.

Concludendo questo nostro accurato studio potremmo dire che, più aumenta il fatturato e la credibilità dell’Art guru, più quest’ultimo può permettersi di tornare ad essere ciò che è sempre stato: un pezzo disadattato, come tutti noi, d’altronde, nonostante il design.

 

 

 

 

PIAGHE

piaghe, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Piaga
[pià-ga] s.f. (pl. -ghe)

  • 1 Lesione della cute o di una mucosa, con perdita di pus o di siero e difficoltà di cicatrizzazione; estens. ferita, lacerazione, taglio: avere le p. ai piedi, alle mani
  • 2 fig. Dolore dell’animo, pena, tormento || mettere il dito nella, sulla p., toccare un argomento delicato, che rinnova la sofferenza di qlcu.; anche, mostrare con chiarezza dove sta il nocciolo di un problema
  • 3 fig. Problema sociale grave e diffuso: la p. dell’alcolismo, della corruzione

per brochure

Da quando ho intrapreso il mio percorso di scrittura comica, l’intento è sempre stato sociale e mi fa ridere dirlo nei confronti di racconti umoristici, ma sentivo e sento l’urgenza missionaria di identificare e condannare abitudini, mode e tendenze di costume che stanno dissanguando il nostro libero arbitrio intellettuale, omologando la nostra identità e mortificando le poche altezze rimaste del genere umano.

Quando ho incontrato la biro partigiana e il lavoro che Steve Magnani porta avanti grazie ad essa, ho capito che il tempo storico per associarsi e dichiarare dissenso è ancora attualissimo e, per quanto riguarda gli artisti, anche doveroso e necessario, esattamente come accadde in tempi migliori, coi più noti movimenti artistici e letterari.

Quali sono le Piaghe della nostra epoca? I castighi che anzichè divini ora sono squisitamente auto-inflitti dall’uomo?

Sono piccole cose, niente di grave. O forse si.
Sono messaggi subliminali spacciati per avveniristici, pensieri morali che non puoi contraddire altrimenti sei bigotto.
Sono negozi dove sei ipnotizzato e telecomandato a comprare senza scelta personale, tendenze o professioni che l’universo ha decretato essere cool e tu non puoi dissentire.

Sono stili di vita ai quali, se vuoi essere accettato, non puoi sottrarti.
Queste tendenze inaridiscono, frustrano, immiseriscono il nostro genere e mentre il mondo le chiama, appunto, tendenze, io e Steve Magnani sentiamo una vocina nello stomaco che ci dice che no, che sono problemi sociali,  sono Piaghe.

Così è partita la nostra ricerca, uno studio delle piaghe contemporanee, una caccia alle streghe del nostro secolo scherzosa ma serissima perchè l’espediente della risata per dire qualcosa di importante sarà anche vecchio come il mondo ma è sempre performante.

Il termine “Piaghe” ha sapore biblico perciò anche i miei testi comici e le immagini di Steve hanno molte analogie con certe omelie protestanti.
E senza dubbio si tratta di protesta: una rivolta sociale, all’intrattenimento e ai suoi temi scritti per far dimenticare anzichè pensare.
La comicità oggi non sa più dove andare a pescare lo scandalo perchè il pubblico è abituato a tutto.

I cliches tipici del cabaret puzzano di muffa.
Gli stand-up comedian parlano di pompini, nani e assorbenti cercando negli occhi del parterre meraviglia e stupore.
Io e Steve pensiamo che la piaga contemporanea peggiore sia pensare che sia tutto lecito e che il cattivo gusto non esista.
Anche per questo siamo alla ricerca di eleganza espositiva, finezza nella proposta grafica esercizio di recupero grammaticale in un’epoca in cui scriviamo “perkè”, parolacce e soggetti spregevoli che si confondano con concetti moralmente elevati.

Rinunciamo a qualsiasi grido o altro espediente sguaiato, critichiamo le mode contemporanee utilizzate senza cognizione, abbiamo il desiderio erotico di proporre una comicità che non sappiamo bene se sia satira, stand-up comedy, cabaret o se necessiti di catalogazioni ma che senz’altro faccia nascere nel pubblico il sorriso di chi sta facendo funzionare a regime l’organo più affascinante che abbiamo: il cervello.

Piaghe è un contenitore con dentro un sacco di cose arrabbiate: un libro, uno spettacolo teatrale, un canale di contenuti video con cui porteremo avanti la nostra ricerca missionaria. Coming Soon insomma. Si dice così?

https://mrkillblog.wordpress.com/

https://madamepipi.wordpress.com/

 

 

DI CHE TI OCCUPI TU?

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Di che ti occupi tu?!

Io mi occupo di design, di visual merchandising, di personal shopping.

Io sono un buyer, un copy, un art, un human resourcer, un digital enterpriser e tu? Di che ti occupi tu?

Dai, coraggio!

Non essere timido.

Fammi sentire l’odore del tuo mestiere umile di merda.

Fammi sentire l’aria di poraccitudine che ti avvolge.

Non ti vergognare con me, eh!

Se fai l’impiegato poi, mica è colpa tua.

Se lavori in un negozio mica c’è niente di male.

Puoi dirmelo, eh.

Guarda che io sono un tipo smart, open, sono multi-tasking, cool hunter, son videomaker.

No, non sono solo regista: il videomaker è uno che fa operatore, regista, montatore e attore, tutto insieme contemporaneamente, al prezzo di un attore di teatro, per le grandi televisioni, le grandi aziende.

Mi faccio sfruttare dici?

Forse ma posso dire che faccio cinema, capisci?!

Posso dire che faccio fotografia, sceneggiatura, acting, tv production.

Non sempre mi pagano ma ho il grande plus rispetto a te, di poter dire che faccio entertainment, mica la guardia giurata, la commessa, l’operaio, il low-profile.

Insomma, di che ti occupi tu?

Io sono light-designer, sono stylist, sono mainstream che non vuol dì un cazzo ma tanto tu, che ne sai?

Che ne sai tu di business e di creativity?!

Di che ti occupi tu, insomma?!

Dimmelo, dai! Non vergognarti.

Non lo dico a nessuno se c’hai la busta paga e timbri il cartellino, dai.

Fammi sentire il tanfo della tua scrivania Ikea, dai.

Non lo dico a nessuno, ti dico.

Stai tranquillo, saperlo serve solo al mio ego titanico, al mio state of mind.

Che mi frega poi a me che vivo nel loft, faccio chi-cong, compro da whole-food e mi vesto Galliano?!

Che mi frega realmente di te, che tanto io faccio crowdfunding, mi alleno alla Virgin e ascolto electro-punk jumping?!

Di che ti occupi tu, porca malora?!

Dimmelo, cazzo.

Fammi sentire le vibrazioni della tua pessima normalità.

Dai!

Come?! Mio padre?!

Mio padre lavora in banca, poveretto.

Andrà in pensione quando potrà.

La vita è così, le vecchie generazioni, hai presente?!

In banca, si.

Altrimenti come potrebbe permettersi il luxury di una figlia stylish che fa design, frequenta vinery e conosce il jet-set?!

Ma cambiamo discorso.

Di che ti occupi tu?

 

ECCO COME MUORE UN GIOVANE DESIGNER

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Il secondo birbante pezzo dedicato al magico, intramontabile mondo del Salone del Mobile, del design, della bici pieghevole, del Signore, ti prego, prendili tutti.

Questo è un momento storico prezioso.

Il momento ideale, propizio e più giusto per prendersela con quei fanatici che fanno design.

Per accanirsi contro tutte quelle moltitudini che prendono lo studio con co-working, che comprano solo taccuini Moleskine, è il momento profetico per svergognare tutti quei miserabili che hanno comprato una bicicletta pieghevole.

Per fare questo, per offendere un genere senza far sentire offeso nessuno, abbiamo bisogno di un agnello sacrificale.

Quindi ci inventeremo un nome a caso.

Chiameremo la nostra vittima Dario Pirinfarina.

Dario Pirinfarina è il nostro agnello sacrificale.

Dario Pirinfarina è il soggetto di questa nostra invettiva al design.

Il giovane italiano che ha scelto spontaneamente di studiare disegno industriale.

Qualora ciò non bastasse, Dario ha scelto di studiarlo in un istituto pubblico, non so se mi spiego.

Ha scelto di affidarsi alla pubblica istruzione, al Politecnico dove i professori hanno fatto la guerra di secessione ma, una volta indossata la giacca con le toppe sui gomiti so tutti giovani, so tutti designer.

Dario: il ragazzo che ha convinto i genitori a farsi pagare lo IED.

Con tutti quei soldi, Dario ci avrebbe potuto viaggiare in tutto il mondo per vent’anni, ci avrebbe potuto comprare la casa al mare invece ha scelto di far ipotecare quella dov’è nato e di far ripetere ai suoi genitori il mantra “Mio figlio?! Va’ allo IED. Studia Light Design. Non so che cazzo faccia, in realtà ma prima di tutto l’istruzione. Solo il meglio per il mio ragazzo”.

I genitori di Dario non conoscono l’antica arte del calcio in culo e guadagnati da vivere ma questo fa parte di un’altra invettiva.

Dicevamo, Dario! Che s’è organizzato tutta la vita per risultare agli occhi degli altri un designer e in questo spiacevole contesto è avvenuto l’incontro con alcuni attrezzi propri del mestiere come la bicicletta pieghevole.

Dario con la bici pieghevole c’ha preso la scoliosi e due ernie iatali perché vive a Rho e caricarla sul treno non è facile perché pesa cinquanta chili, sti cazzi che è pieghevole.

Non bastava l’astigmatismo presosi con quei maledetti occhiali dalla montatura arancione che fan tanto design.

Non bastava il tappeto di brufoli sottocutanei che la barba da mormone che fa tanto design gli ha provocato, facendogli rivivere gli atroci supplizi della pubertà.

Non bastava l’infezione che il piercing sul terzo occhio che fa tanto design gli ha fatto venire, facendolo sembrare un personaggio cattivo di Dylan Dog.

Non bastava la camicia a scacchi fa tanto design ma che lo ha ridotto in società ad una figurazione speciale di Beverly Hills.

Non bastavano i timpani compromessi per sempre da quelle strafottute cuffie insonorizzate da controllore di volo che fanno tanto design ma fanno anche schiattare tanti giovani sotto ai frecciarossa.

Dario ha voluto strafare.

Dario ha voluto la bicicletta pieghevole.

E ora che pedala, sono certa che si sia pentito.

Ora che pedala su via Tortona, tutto sudato col suo zaino in ecopelle e i suoi pantaloni più aderenti delle tutine di Barbara Bouchet che fanno tanto ma proprio tanto, forse troppo design, coi palmi delle mani fradici, mentre noi siamo qui a infierire su di lui e a prenderlo a schiaffetti dietro alla nuca, sono certa che Dario Pirinfarina, al secolo designer, si è pentito.

Si è pentito ma ormai pedala verso il fuori-salone.

Perché Dario farà pure la fame coi suoi contrattini a progetto per il mobilificio veneto ma una cosa l’ha imparata: se tu vuoi essere designer, tu ragazzo non ci vai al Salone del Mobile.

Tu vai solo al fuori-salone, agli eventi collaterali, nelle gallerie satelliti, ai credits.

Con la bicicletta pieghevole.

E con questa certezza Dario Pirinfarina, il nostro agnello sacrificale pedala duro e cambia marcia anche se la bici pieghevole ne ha due di marce ma lui pedala duro.

Non sa che al prossimo semaforo passerà col rosso il giornalista di Interni con la sua bici pieghevole in carbonio e falcerà Dario e il suo orologio analogico.

E’ così: i professionisti in Italia, se riescono a salvarsi dai genitori, dalla pubblica istruzione e dall’iva, alla fine ci pensano i giornalisti a farli schiattare.

Ma questo fa parte di un’altra invettiva.

LITANIA AL DIO DESIGN

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Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti alla creazione di Fukuashi Teriamaki.

Non dirmi che non lo conosci?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ il famoso designer di Kyoto che progetta mobili invisibili: le chaises longues, le vetrine e i tavoli in cristallo che puoi mettere dove vuoi perché tanto le vedono solo i tuoi ospiti.

Sono illusioni ottiche.

Creazioni talmente impalpabili, impercettibili, aerodinamiche che i tuoi amici si divertiranno a passarci attraverso e tu non dovrai pulirle o fartele ipotecare.

Certe cose non hanno prezzo.

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti alla creatività di Butu Abimbalu.

Non dirmi che non lo conosci?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ quell’architetto kenyota leggendario che ha realizzato, tra le altre cose, un letto con materiali provenienti dalle fosse biologiche di Koh-Phangan, dove peraltro ci vanno sempre in vacanza un sacco di amici.

Magari in questo letto c’è la merda del mio amico Giacomo.

Ma dico, ti rendi conto il genio?!

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti al padiglione dedicato ai designer della scuola di Cacamashak.

Non dirmi che non sai chi sono?!

Faccio finta di non aver sentito.

E’ un collettivo di architetti danesi che si vestono solo di marrone, Total brown e tra di loro parlano esclusivamente in greco antico, quando lavorano.

Mi prostro davanti al loro genio.

Pensa che hanno progettato un set di cento pezzi unici di utensili da cucina interamente prodotti con la pelle dei bambini scomparsi nelle favelas.

Ma si! Quei bambini di cui nessuno parla, hai presente?!

Siccome è un peccato buttarli, questo collettivo recupera ciò che resta di loro e ci fa del gourmet-design.

Perché comunque, sono dei geni del recycling!

Mi inchino.

Dico anche una preghiera mentre sfoglio il catalogo di quest’anno!

E comunque la creazione che, secondo me, quest’anno al Salone sbancherà, quella che davvero merita una religione, è tutta italiana.

As usual.

Sento odore di incenso indiano nel padiglione.

Forse perché mi sto prostrando davanti a un progetto che si chiama Unbelievable Poorness ™

Non lo conosci?

Faccio finta di non aver sentito.

Unbelievable Poorness ™ è qualcosa di miracoloso, di universale ma anche di squisitamente italiano: è la prima casa pre-costruita in grado di produrre documenti falsi per i controlli del fisco.

Ma ti rendi conto il genio?!

Funziona in questo modo: la sua tecnologia avveniristica, unita a un design tutto italiano consente, attraverso un dispositivo satellitare, di captare il respiro e le intenzioni di commissari o controllori fiscali, IMU o Equitalia e settarsi in maniera del tutto autonoma per il processo di auto-difesa Safety from your government

Se la casa capta cartelle esattoriali a tuo nome, nel giro di pochissimi secondi calcola e stampa documenti falsi e vidimati che certificano che tu hai pagato e sei completamente in regola.

Te li archivia direttamente su un tavolo in plexi 70×40 che esce da un compartimento incastonato nel pavimento.

Ma non è mica finita, eh!

Genio italiano..

La Unbelievable Poorness ™ House è in grado di rilasciare ormoni intorno al suo perimetro tutto, che suggeriscono a chi passa, la certezza istantanea che tu sia ricco e stimato socialmente.

Ti rendi conto?!

Una roba da microrganismi che la gente fuori annusa e improvvisamente si convince che tu sia benestante!

E’ un effetto che però, esattamente come la documentazione falsa per l’esattoria, dura solo quarantotto ore.

Ma la stanno perfezionando e questo comunque, è un primo prototipo.

Inoltre la faccenda geniale è che tu, in queste quarantotto ore puoi spostare la casa.

Perciò è precostruita!

Ma ti rendi conto?!

Il genio italiano…