LA DROGHERIA

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Commesse sospette davanti ad una drogheria.

Una volta, in un libro di Julia Cameron, “The Artist’s way”, manuale immancabile nella biblioteca dell’artista problematico, ho letto un paio di righe interessanti dove si parla dell’importanza fondamentale di dedicare almeno un paio di ore durante la settimana, alla felicità della nostra creatività, così bastonata da tutti e ritenuta da sempre inutile e poco seria.
Pare che per stimolarla sia sufficiente farsi un regalo, anche qualcosa di stupido, purché l’azione premurosa verso se stessi diventi un’abitudine: un’ora dal parrucchiere, una mostra che si voleva visitare da tanto, una t-shirt o un nuovo taccuino, insomma qualcosa che rifocilli il bambino che sbraita dentro di noi e che, se accontentato, pare tiri fuori il meglio dell’espressione artistica.
Così la cura della creatività è diventata per me, una vera e propria istigazione a vivere il vizio più cupo, in modo del tutto giustificato.
Avere una scusa per dilapidare conti in banca, oltretutto nuova ogni settimana è per una ragazza, soggetto biologicamente a rischio, un biglietto di sola andata verso la dissoluzione.
Inoltre, appartengo alla ristretta cerchia di ragazze tutte d’un pezzo che per scelta non dilaniano altro conto in banca se non il proprio, pretesto che dovrebbe aiutarmi a limitare la bramosia da acquisto, ma niente: è roba antica, forse di DNA e non posso fuggire.
L’idea che una famosa trainer americana mi dia il permesso di spendere una volta a settimana l’ira del demonio in un negozio, perché ciò potrebbe curare l’anima e stimolare la creatività, mi manda fuori di testa dal piacere e, visto che oltre alla bramosia di acquisto, nel mio DNA è presente anche un maledetto appetito perenne cosmico, a causa del quale devo mangiare ogni tre ore (tanto e bene), il mio appuntamento con le coccole al mio bambino-artista, si tramuta ogni settimana in una sfida alla lavanda gastrica.
Questa mattina, ad esempio, ho deciso che il mio artista rompe il cazzo per avere una partita ben tagliata di cioccolato purissimo, che più puro non si può, quindi piglio la macchina e nel frattempo chiamo il mio amico Mario, gran goloso, per sapere dove mi consiglia di andare a fare l’acquisto.
Mario è speciale perché come me, parla di cibo esattamente come se stesse riferendosi ad uno stupefacente.
Dice che la roba migliore ce l’ha quello lì in piazza e che la più pura non mi costerà meno di dieci euro all’etto; ogni volta che lo chiamo per chiedergli consigli su acquisti culinari, immagino sempre che la guardia di finanza registri la conversazione e ci scambi per due narcotrafficanti, cosa che in effetti un po’ siamo, perché traffichiamo una grande quantità di cose buone da mangiare, dagli scaffali dei negozi, al nostro povero intestino stanco, senza farci mai troppi problemi.
E comunque tutto ciò ha un senso perfetto perché Mario, per ogni acquisto, finisce sempre per mandarmi in qualche drogheria.
Le chiama così, le attività commerciali che mantengono ancora quel sapore artigianale che ora va tanto.
Visto però che il termine Drogheria non è forse ritenuto abbastanza trendy, oggi questi negozi scelgono un più adatto Gourmet-store, che a me fa tanto cagare perché quel nome del cazzo sull’insegna al neon, alza automaticamente il prezzo di un qualsiasi prodotto del 20% .
Mario però la chiama ancora così, quella vetrina delle meraviglie che si trova nella piazza principale del paese più vicino alla mia cascina.
La Drogheria: un’esperienza sensoriale, una macchina del tempo per gli stomaci nostalgici.
ndr. Siccome questa drogheria esiste per davvero, dovremo trovare un nome fittizio, per non offendere nessuno: la Drogheria….Stantuffi.
Bene, parcheggio davanti alla drogheria Stantuffi, che si trova sotto il vecchio portico, accanto al museo.
Fuori dall’ingresso, in alto, appiccicata al pezzo di muro annerito che appoggia sulla volta in pietra del soffitto, c’è una bella insegna di quelle vecchie che pensavo si trovassero ancora solo al Ghetto di Roma: quelle dentro un grosso quadratone spesso di ferro e plastica bianca, con dentro la luce al neon e fuori la scritta smaltata che, quando si accende fa un rumore identico a quello che precede il corto circuito.
Proprio sotto all’insegna, campeggiano dei grossi carretti in legno ricolmi di funghi essiccati e amaretti di Sassello, quelli incartati singolarmente nella carta velina, con sopra stampati i vari timbri della pasticceria in verde, rosso e blu; la carta, leggerissima, lascia traspirare questi biscottini granulosi, che rilasciano nell’aria un profumo che sei hai il diabete, muori sul colpo.
Entro nella drogheria Stantuffi e ho la dimostrazione che tutto al mondo, può essere venduto sfuso.
I muri sono ricoperti di cassetti trasparenti con spezie di ogni genere, frutta candita, legumi, pasta, caffè tostato, persino detersivi, ma sopratutto montagne e montagne di caramelle.
Ce ne sono talmente tante che mentre vivo un’allucinazione glicemica, realizzo per la prima volta nella mia vita, che non può non esistere la professione di incartatore di caramelle e cioccolatini. Si tratta di un lavoro troppo preciso e minuzioso per non avere addetti referenziati nel mondo e i macchinari non possono portare a termine un’operazione di packaging così perfetto. Ci deve essere per forza una risorsa che si occupa di avvolgere dolciumi nel mondo e forse è un bambino, vista la miniaturizzazione del prodotto, così penso che grazie ai bimbi, ancora una volta, la macchina non è in grado di sostituire completamente l’essere umano.
Le carte che avvolgono una qualsiasi caramella del cazzo, sono un tripudio di colori, differenti in base a gusto e consistenza, croccanti e lucide oppure patinate e ad alta grammatura. Quelle che il mio artista-bambino pare preferire, sono quelle che avvolgono le zuccherine, le zollette di zucchero ripiene di essenze alla frutta e che in alcuni ristoranti di provincia, ti propongono trasudanti di squisito alcool etilico. La carta di queste caramelle sono straordinarie, perché avvolgono la zuccherina come fosse un panetto di burro,  sei uova o una ciabattina di pane, che il fornaio impacchetta per te, al minuto.
Anzi il droghiere. Le droghiere in questo caso.
La drogheria Stantuffi infatti, sa da sempre quanto il personale femminile sia più accattivante e accogliente dei colleghi maschi, ma temo che abbia mantenuto lo stesso personale proprio da sempre, perché le commesse hanno superato tutte gli ottanta anni, e rischiano quotidianamente di morire e i loro cadaveri di non essere ritrovati per giorni, con tutte quelle caramelle traslucide.
Sono truccate come le protagoniste dei dipinti di Toulouse Lautrec, col rossetto fuori dai bordi delle labbra di almeno 20 millimetri e le ciglia finte appiccicate negli anni 60 e mai più rimosse, neanche per dormire.
Sono anche loro avvolte come le caramelle, ma in camici blu notte da infermiere e se hai un problema, come quello che ho io col cibo, ti senti di essere appena stato internato dai tuoi parente, in una casa di cura.
Si, oggi io e il mio artista-bambino siamo malati e spero che una di queste crocerossine mi curi a colpi di zenzero candito e baci di dama.
Nessuna delle signore della Stantuffi è in grado di utilizzare il pos per il pagamento con le carte di credito e questo mi mette in difficoltà, visto che non ho alcuna intenzione di tirare fuori cento euro reali, di carta, e realizzare che li sto spendendo in dolciumi.
Mi sembrerebbe offensivo nei confronti della mia persona e vaffanculo all’artista.
Così faccio quello che in un posto del genere è proibissimo fare: domando alla vecchietta di svuotare un po’ di bustine di caramelle sfuse, di rimetterle nei vasconi ad aspettare altri clienti, perché non posso spendere una simile cifra in una drogheria. La signora mi guarda, storce la bocca coi suoi venti grammi di rossetto rosa sopra e si sporge sul bancone. Mi fa cenno di avvicinarmi, mentre mette una mano a coprire il suo labiale e mi sussurra “Se vuole abbiamo sette qualità di erba differenti, così può fare cifra tonda. Ci siamo capite eh.”

RIP

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

A volte apri facebook o semplicemente ansa (che ormai ha lo stesso valore mediatico di facebook ) e vedi che è morto un artista.
Lo vedi su tutte le bacheche degli amici, su tutti i titoli e in tempo quasi reale.
A volte non è neanche morto per davvero.
E’ assurdo ma esiste anche questo: esistono scoop su presunte morti che leggi sui muri dei tuoi amici.
Notizie prese da fonti di dubbia credibilità tipo illercio.it oppure noncipossocredere.com, fonti che ti costringono a dubitare non solo della veridicità della notizia, ma anche delle facoltà mentali dei tuoi amici che si servono di queste fonti di informazione.
Poi arrivano le smentite oppure non arrivano e ti resta il dubbio fino a quando la vedi in tv quell’attrice morta e dici, ma non era morta?!
E’ una sensazione simpatica in cui prendi poco sul serio perfino la morte che, evidentemente risulta poco credibile.
A volte ho la sensazione che siano i giornali a fare secco quel musicista o quel soprano perchè la notizia arriva quasi in anticipo o immediatamente dopo l’ultimo respiro.
O forse la stampa paga qualche giovane laureato per fargli fare un turno di presidio davanti agli obitori delle grandi città ed avere l’anteprima assoluta quando esce o entra una salma importante.
In questi giorni le bacheche, ad esempio, sono state terreno fertile per messaggi di affetto e stima a Giorgio Faletti, artista italiano completo, eclettico, versatile e purtroppo morto.
Sulla sua carriera artistica troverete di tutto, soprattutto in questi giorni e Giorgio questa settimana, avrà ricevuto un numero galattico di click di like e di shares sul suo sito;
Una pioggia di consensi che forse non ha mai ricevuto in tutta la sua carriera.
Carriera quella dell’artista durante la quale, nella maggior parte dei casi, passi la vita povero, facendoti un sedere di una dimensione che solo gli artisti possono immaginare.
Gli artisti passano la loro vita lottando contro la sindrome delle due “o”: in bilico tra ovazione e oblio.
In numerosi casi l’ovazione e l’oblio non dipendono neanche dalla qualità della loro arte ma da una temperatura che non ha nulla di ragionevole e che il pubblico elargisce in maniera poco intelligente e legata alla quantità di pubblico che la elargisce.
Cantanti come Lady Gaga che diventano divinità nonostante facciano musica discutibile e vadano agli eventi vestiti con pezzi di carne bovina appena macellata.
Attori dimenticati solo perché fanno scelte mediatiche sbagliate, tipo dichiarare una malattia o una tendenza sessuale.
Artisti diffamati da luoghi comuni e pettegolezzi mediocri diffusi da minoranze mentali, come “Masini porta sfiga” .
Certo, forse Masini come esempio non vale perché  con la sua musica non si è proposto proprio come icona dell’ottimismo.
Comunque, anche se non lo ammetterà, l’artista tipo non vede l’ora di morire.
Solo morendo infatti, entra senza fatica nel grande libro dei miti e ci entra a prescindere da successi e insuccessi.
Gli artisti rimasti in vita mandano un messaggino su twitter con “Io lo conoscevo/quando muore un grande amico/indimenticabile collega”.
E twittano per il gusto morboso di cavalcare l’accelerazione mediatica innescata dal collega schiattato.
Il pubblico, dopo aver letto la twittata, pensa che alla fine non era così malaccio quell’artista e corre a comprarsi il libro o il dvd.
I dipendenti delle produzioni e delle edizioni fanno le notti per ristampare, editare, pubblicare numeri speciali, omaggi e requiem platinum.
E l’artista nel frattempo da lassù (perché gli artisti col culo che si fanno in vita, sono certa che vanno in paradiso) vorrebbe prendere a sassate pubblico e colleghi, ma in paradiso non si può.
Però l’artista desidera in gran segreto di lapidarli tutti: pubblico, manager, giornalisti e colleghi artisti che quando era in vita, avevano un giudizio sulla sua vita privata e la sua arte estremamente inflessibile e forse proprio a causa di questo giudizio è schiattato.