BEVETE TANTA ACQUA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Finalmente c’ho la buona scusa.

C’ho la buona scusa per sfogarmi.

Fuori ci sono quaranta gradi, è mezzogiorno e sono nel traffico.

Il caldo, si sa, da alla testa.

Lo dicono i medici, lo dicono i giornali.

Bisogna bere tanto, non uscire nelle ore più calde della giornata, dicono al tg; ma il clima è cambiato, come abbiamo voluto noi con le nostre porcherie e quindi non ci sono più ore calde nella giornata ma giornate calde con un mucchio di ore.

Così finalmente c’ho la buona scusa.

Perché, si sa, il caldo da alla testa.

Ora scendo dalla macchina e me la prendo con il primo che capita, lo mando affanculo così, con la scusa del caldo.

Me ne andrò famelica di briga nei luoghi dove è più facile sollevar focolai di rissa: in fila al supermercato, al semaforo, alle poste, al giardinetto dei cani.

Me ne andrò con la fronte sudata a guardar male altre persone sudate come me, aspettando che mi guardino per poter dir loro “Ma cos’ha da guardare?!” e da lì sarà un attimo e si passerà alla colluttazione perché, si sa, il caldo da alla testa.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Ho tanto bisogno di sfogarmi, ho un sacco di beghe personali, di paturnie e di psicosi e ho atteso tutto l’inverno paziente ed ora finalmente è arrivato il meteo giusto, quello grazie al quale mi scagioneranno perché col caldo, si sa, la mente si annebbia.

Per questo sono uscita a mezzogiorno e non ho bevuto acqua.

Per questo ho i pantaloni lunghi e ho spento l’aria condizionata.

Per avere più attenuanti.

Per poter picchiare in santa pace le signore, il postino, il vicino di casa, la cassiera.

Mi aggiro felice ed ansimante per la città, alla ricerca degli sventurati concittadini che si muovono lenti, cercando di resistere, di restar pazienti bevendo Polase per sbrigare le proprie pratiche.

Sono i cittadini pazienti che cerco con voglia e che scoverò per estrapolare la loro parte animale, primitiva, cavernicola di cui c’è tanto bisogno.

Strapperò fili di perle e camicie Loro Piana per sfogare la mia tristezza.

Pesterò zatteroni e bambini con le pistolette ad acqua per liberarmi di un po’ di stress.

Lincerò impiegati pigri e condomini scomodi che avrei voluto malmenare da tempo ma era inverno e non ho potuto.

Ora si che c’ho la scusa buona.

Basta uscire nelle ore più calde e ce ne sono tantissime.

Nessuno mi scoprirà.

Nessuno saprà che sono in forma e molto lucida ma solo stanca ed annoiata dalla vita quotidiana e con voglia di dar due schiaffi.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Diranno che il caldo mi ha dato alla testa ma in realtà è la società civile che me l’ha sabotata ed io approfitterò del caldo per punirla.

 

 

foto Claudio Silighini

AUTOCENSURA IGIENICA

COSE FASTIDIOSE, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

“Arianna, perché non scrivi mai di Salvini?!”

 

La nostra ossessione mediatica per Salvini ci ha puniti tutti.

Questo giornaliero buon proposito di far da cassa di risonanza sui social ai fatti spiacevoli di questo ragazzo ha fatto in modo che il suo volto replicato su milioni di bacheche divenisse un volto di cui, nostro malgrado, ci si affezionasse (un po’ come avvenne con il signor Berlusconi, se non sbaglio), ed ora eccoci qui.

Eppure, se è vero che si possa e si debba sempre apprendere da qualsiasi lezione, a livello sociale questa punizione ci consente una riflessione che potrebbe ancora risultare costruttiva.

Nel mio piccolo, ad esempio ho ricevuto moltissime richieste dal pubblico di questo tipo: “Perché non parli di Salvini? Parla di Salvini!”

Perché chiedere ad un autore comico di parlare di Salvini?

Forse perché si sente con prepotenza, la necessità di sdrammatizzare riguardo un argomento, di per sé drammatico?!

Da quando quel ragazzo è diventato ministro, tutti i comici si son lanciati in siparietti che lo disprezzassero come persona e come istituzione ed è piuttosto facile farlo poiché questo ragazzo è il soggetto perfetto per qualsiasi drammaturgia satirica (nel caso in cui ce ne fosse davvero, in Italia, di drammaturgia satirica).

A livello personale, il soggetto ha sempre mostrato di fare scelte bizzarre e di basso profilo che ben si prestano ad esser sceneggiate;

mi viene in mente, ad esempio, la sua copertina per un rotocalco di gossip, in cui si fece ritrarre a letto, vestito solo di una cravatta verde bosco oppure della sua attitudine a fidanzarsi con gente discutibile od ancora tante delle innumerevoli fregnacce raccontate da pubblicazioni che dovrebbero fallire, se Dio amasse davvero l’Italia.

A livello istituzionale ha incentivato tutte le peggiori pulsioni del cittadino italiano medio, spunto di partenza eccellente per qualsiasi scritto umoristico.

Meno per qualsiasi strategia politica volta a migliorare il paese.

A livello ideologico è riuscito a far leva sul ceto che manca di preparazione storiografica per proporre questa storia indigeribile che il vero problema in Italia sia l’immigrato e non l’italiano corrotto e contestualmente, col suo potere ed il nostro consenso, continua a sovvenzionare le carceri libiche e le torture contro esseri umani considerati di seconda categoria rispetto a noi.

Poi c’è la parte soubrette di Salvini (tipica del politico italiano a partire dagli anni novanta), coi suoi concorsi a premi, le sue brutte figure, sintomo della mancanza di educazione di cui soffre il paese tutto, non soltanto lui ed ecco che il personaggio comico c’è già.

Non v’è alcuna necessità di crearlo da nulla: Matteo Salvini è lì per i comici, pronto da scartare come una caramella e facile da raccontare.

E’ facile fare un siparietto con questo ragazzo.

Meno facile proporre un siparietto che schernisca il tessuto sociale, la tragicomica decadenza di costumi e della morale degli italiani che ha causato l’ascesa di questo ragazzo.

Complicato far ridere dandoci dei coglioni, ignoranti, pigri, razzisti, corrotti e con le felpe con la bandierina dell’Italia sul petto.

Molto difficile per un povero comico italiano di oggi riuscire a far sorridere con un tale reportage di merda sul nostro paese e perciò meglio accanirsi sul politico specifico e non sulla cittadinanza che aderisce ai suoi principi lontani dalle altezze culturali di un paese che si vanta di essere ancora ciò che fu secoli orsono.

Funziona così da sempre: ci piace sorridere delle persone che governano, non delle cazzate che facciamo come elettori.

Così, comici ed elettori continuano a fare cabaret di basso profilo ed il nostro futuro è l’unica tragedia presente in palinsesto.

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LA DIETA DEL PUNTO DI VISTA

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Da oggi non voglio mai più diffondere il mio punto di vista.

Non voglio che, all’interno di una conversazione anche futile, gli altri sappiano come la penso.

Primo, perché a causa di quelle poche parole che mi dovessero incautamente sfuggire, si sbrigherebbero a catalogarmi in qualche recinto sociale.

Secondo, perché a causa di quella irragionevole legge convenzionale del contraccambio, mi obbligherebbero a sentire il loro punto di vista che davvero mi interessa, se possibile, meno del blog di bellezza.

Allora voglio rinunciare per prima all’ingordigia di dover esprimere per forza il mio personale parere su un politico, su quel gruppo di musica balcanica che suona dappertutto, su quel film che sbanca ai festival o sul complotto nazionale o internazionale del momento di cui, tra l’altro in quanto cittadina, non posso non saperne più di quanto mi propongano i giornali, sperando che sia riuscita a procurarmene di qualità.

Non pretenderò mai più di soddisfare il desiderio viscerale di dover condividere le mie opinioni con gli altri su cosa sia bene bere e mangiare, sui benefici del pilates o sull’eutanasia.

Non produrrò più leggi marziali.

Non avrò più nulla a che fare con quei soggetti disadattati chiamati opinionisti.

Non mi piace la tecnica dell’archiviazione di una povera persona in un determinato compartimento, in base a come la possa pensare su cazzate o cose serie: nel faldone dei vegetariani, se gli scappa da dire che ama gli animali, nel faldone dei figli di papà se ammette che questo mese ha chiesto aiuto a casa, nella scatola con l’etichetta vecchi porci se per caso dice di avere la fidanzata giovane o in quella dei senza orientamento politico se si lascia sfuggire di aver votato i Cinque Stelle.

Quello ha la vespa = è del PD/ Quella è single e frequenta uomini per trovare quello giusto = è una mignotta/ Quello vota radicali= si droga / Mangia bio = è ricco / Dice che lavora con la Romania = è un criminale.

Personalmente non desidero un check-up di questo tipo, prodotto da un prossimo occasionale senza il mio consenso e diffuso in tempi rapidi, alla prima occasione in cui esca fuori il mio nome in mia assenza.

Desidero che, se a qualcuno pigli il prurito di nominarmi durante una conversazione, non sappia un cazzo di me: sia confuso, non abbia abbastanza materiale per potermi infilare in questa o quella casella.

Non sia certo se sia ciellina, col vizio del gratta e vinci, ragazza madre, radical chic, fascista vecchio stampo* , nevrotica, buddista, se ami il ragamuffin o tutte queste cose contemporaneamente.

Non voglio che qualcuno possa inventarsi cosa sono in base a poche parole dette davanti a un bicchiere ma soprattutto non voglio che qualcuno possa dirmi cosa crede di essere lui.

Con la coscienza pulita di non aver detto nulla che riguardi i miei gusti personali sarò libera di rifiutare la conoscenza di quelli altrui perché ne farei cattivo uso.

Lascerò spazio, ci sarà maggior posto per argomenti davvero edificanti e in questo modo scopriremo tutti di non avere un cazzo di niente da dirci che non comprenda le persone assenti come soggetti protagonisti e che, a questo punto, sia meglio andarsene a casa.

Per non rischiare di restarsene zitti a temere insieme il silenzio.

Per non rischiare di risultare poco informati.

Meglio andarsene a casa a leggere qualcosa che inventarsi un punto di vista adeguato alle mode del momento.

*Quanto è anacronistico etichettare qualcuno come fascista?!

Non ho mai sentito qualcuno dare a un amico del borbonico o del carbonaro.

Ci sono cose che non esistono più, che appartengono alla storia e solo sui libri di storia si trovano.

Non possiamo perder tempo a dare ancora del fascista a qualcuno, oggi si dice ignorante, punto.

IL CASSETTO CON DENTRO IL LICEO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., SINFONIE

Qualche giorno fa sono stata in un liceo per fare una lezione-spettacolo ai ragazzi delle ultime classi, prossimi alla maturità.

Alla fine di questa inedita esperienza che mi ha fatto bene come una rara medicina omeopatica, tornando a casa mi sono accorta di avere uno squarcio aperto tra la bocca dello stomaco e il diaframma: era il cassettino dei miei ricordi liceali.

Il periodo del liceo infatti è la zona temporale del mio passato che ricordo meglio, nonostante le sostanze ingerite in quell’epoca scapigliata.

Forse me la ricordo bene perché, seppure qualche bastardo inizi a chiamarmi “signora” dandomi del lei, è come se una parte di me si sia cristallizzata laggiù, tra i sedici e i diciotto anni, come se mi sia rimasto dentro un cassetto aperto, abile a mantenere le principali connotazioni caratteriali di quando avevo i brufoli per usarle sempre al momento sbagliato quando, in teoria dovrei comportarmi da femmina adulta, da signora, come dicono i bastardi.

Le medesime pulsioni di quando oscillavo tra la I e la II liceo classico si presentano ancora oggi attraverso: predilezione inconscia e costante per il piacere rispetto al dovere, predisposizione a non far nulla di ciò che sia obbligatorio o previsto dalla legge italiana, materna o civica, necessità di sonno oscillante tra le dieci e le quindici ore, dipendenza e amore incontrollato per la guida di un mezzo di trasporto (moto o auto) il cui carburante sia pagato da terzi, ingordigia nei confronti del guardaroba materno a disposizione, capacità professionale nell’assunzione di quantità ciclopiche di alcool, nonostante oggi la qualità abbia conquistato un deciso upgrade rispetto ai tempi in cui si rubava la vodka Keglevich nei supermercati, per bersela liscia e calda al giardinetto.

Dunque guidando il mio gippone verso casa, dopo aver visto tutte queste persone giovani costrette dallo Stato a scalpitare di vita dentro a pesanti aule, mi vergogno ma ho riflettuto su quanto ogni tanto abbia bisogno di tornare al loro stadio di spensieratezza pensierosa.

Perché è così quella fottuta età: dovresti vivere spensierato invece pensi industrialmente, senza sosta, qualsiasi cosa e il contrario della stessa pregando che arrivi qualcuno a dirti cosa è meglio pensare senza però importelo.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa quanto ogni tanto abbia bisogno di ascoltarmi ancora la musica di quando avevo sedici anni e di come vergognandomi, debba sentirmela in cuffia in modo che nessuno possa pigliarmi per il culo se metto Kylie Minogue, i Sex Pistols, i Foo Fighters o i Jane’s Addiction pur essendo ormai una signora.

Mi vergogno ma ho ammesso a me stessa che forse dovrei smettere di indossare con orgoglio quel mio paio di jeans Subdued con le toppe dei Led Zeppelin cucite sul culo, tutti strappati, non da un designer newyorkese ma dalle secolari avventure vissute insieme a me.

Essere grandi mantenendo un cassetto da teenager può essere utile ma è un po’ anche una fregatura.

Da quando devo far finta di essere adulta non posso più entrare nelle profumerie a rubare smalti per contarli fuori con le amiche, sono obbligata a nascondere bene tutti i chili di timidezza e insicurezza che mi porto in tasca dalla nascita e non ricevo più quella confortante frase che mi piaceva e serviva tanto, quella del “ti capisco, sei in un età difficile, vedrai passerà”.

Non ho più giustificazioni.

Non posso più giustificarmi alle interrogazioni.

Sono una donna sola nel mondo adulto col mio cassetto aperto sull’adolescenza.

Eppure è al liceo che ho imparato le cose più importanti del saper vivere.

Ho imparato a simulare coliche renali da oscar per non essere interrogata e nel tempo ne ho fatto un mestiere retribuito.

Ho imparato a tonificare le chiappe stringendole quando la Facchiano faceva il giro della classe con gli occhi per capire chi interrogare in latino.

Al liceo ho imparato la bellezza di avere una madre che mantiene le promesse anche quando la promessa è di mandarti al suo liceo di suore mantellate serve di Maria, se sarai bocciata.

E, una volta bocciata, è lì che ho imparato che il liceo pubblico non era poi così male, se visto dalle sbarre di un collegio con la divisa bianca e blu e la ricreazione vigilata da Suor Giulia.

Se oggi scrivo per mestiere lo devo al liceo e alla capacità agonistica appresa lì, nella trascrizione delle versioni di Tucidide alla velocità della luce o almeno in settanta secondi di telefonata con la mia compagna di classe Cecilia.

A proposito di Cecilia, al liceo ho imparato che ci sarà sempre gente che col minimo sforzo raggiungerà il massimo dei voti mentre tu, con tutti i tuoi vortici di pensieri selvaggi, i cavalli alati, gli amori drammatici quasi mai corrisposti, i balli feroci, le emozioni che ti divorano e la musica nelle cuffie dalle tre di pomeriggio alle due del mattino, ti farai sempre un culo così per affrontare argomenti e doveri che non ti piacciono e non che non ci sarà mai verso di farti piacere.

E’ al liceo che ho imparato l’esistenza di alcuni gesti deficienti che possono tuttavia aiutarti ad accrescere la stima del pubblico che ti guarda, come accendere una sigaretta alle sette di mattina davanti a scuola o fare la pinna con l’SH nonostante la performance a lungo andare ti fotterà la forcella.

Così oggi guido verso casa dopo una mattinata con queste persone giovani che hanno riaperto il mio cassettino puberale facendomi realizzare che è il momento di chiuderlo, che certe cose non torneranno ed è meglio così.

Che ogni età ha la sua bellezza ma non tutte le età sono così belle come quella in cui ogni mattina incontri il bidello: l’eterno ragazzo che ti ricorda che si, è possibile portare l’orecchino fino a sessant’anni, che non c’è niente di male.

Che l’unico male tutt’al più è Kylie Minogue ma tanto se la senti in cuffia non lo saprà mai nessuno.

ODE ALLA CACCA

SINFONIE

Piero Manzoni Artist's shit

Se ammetterai che la merda in fondo non è cattiva, dovrai mangiarla due volte al giorno.

Ennio Flaiano, Taccuino del marziano, 196o

Con sincerità mi tocca ammettere un segreto che i miei amici stretti per rispetto e delicatezza non hanno mai voluto diffondere.

Ho aperto un blog perché aspettavo che arrivasse prima o poi il momento di parlare di Cacca.

Non perché l’argomento interessi a molti, ma semplicemente perché l’argomento interessa a me.

Anzi, più che interessarmi è una vita che aspetto il momento di parlare di Cacca.

Madame Pipi cerca di distinguersi sempre per stile ed eleganza comunicativa, anche trattando argomenti scabrosi, perciò spero mi consentiate di rubare la vostra attenzione per 6 minuti, per parlarvi solo ed esclusivamente di feci.

D’altronde 6 minuti non sono molti.

L’ anno scorso ho condotto una diretta radio, parlando esclusivamente di cacca, tra una canzone e l’altra.

Non riuscivo a fermarmi: parlavo della Merda d’Artista di Manzoni e mi venivano in mente gli studi psicologici di Freud legati alla defecazione.

Citavo una poesia e affioravano nella mia mente, testi e testi di letteratura e di narrativa per bambini dove la cacca è indiscussa protagonista.

Una diretta di un’ora e mezza, parlando solo di popò!

Stavolta vi va meglio, solo 6 minuti la previsione di tempo di lettura di questo umile testo.

Protagonista la più antica e leggendaria produzione di ogni essere vivente.

La Cacca fa parte del nostro background a 360 gradi: è nel nostro bagaglio genetico, nell’arte, nella letteratura e senza dubbio anche abbondantemente presente nel nostro vocabolario.

I Francesi hanno un primato in Europa: la nominano almeno 6 volte al giorno, per i loro piccoli inconvenienti.

A proposito di Europa, ho scoperto che ci stanno togliendo un altro diritto vitale: fare la cacca.

Nei paesi occidentali la stitichezza, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpisce più del 50% delle donne e più del 35% degli uomini, causando una spesa annua sociale che supera i 25.000 miliardi in prodotti lassativi.

La stitichezza colpisce ben il 20% dell’intera popolazione dei paesi più industrializzati.

Bell’affare che abbiamo fatto: ci hanno stressati talmente tanto da toglierci la voglia di sprigionare qualcosa di davvero nostro.

Guardate che può esserci molto poco da ridere quando si parla di cacca.

Ma questo, per vostra fortuna, è un blog cinico ma spensierato.

Quindi butto lì solo con un paio di righe le brutte notizie e le lascio a pasturare nel vostro inconscio mentre torno rapidamente al buon amico humor.

La Cacca.

Una delle prime parole che impariamo e una delle ultime cose rimaste che non siamo in grado di tenerci dentro.

Quando scappa scappa, non c’è governo, legge, religione, che può privarci di uno degli istinti umani più travolgenti.

Per questo la stitichezza va combattuta non a suon di lassativi, come dice l’Organizzazione mondiale della sanità, ma come vero e proprio blocco psicologico.

Stitici: io ci son passata, imparate a pretendere di fare la cacca perché la cacca è un diritto inviolabile.

E fa parte della categoria Diritti di Espressione.

Fondamentali.

La Cacca.

Celebrata mai come in questi ultimi tempi, dalla letteratura e dalla narrativa per bambini.

Elegantemente scopro su Wikipedia che In Italia, nel 2005 “La Cacca: storia dell’innominabile” di Nicola Davies,

vince il Premio Andersen come miglior libro di divulgazione.

Mica merda.

Qualche anno dopo, dal libro di Davies prende spunto la mostra itinerante proprio con il titolo del suo libro.

La mostra è ospitata a Ravenna, alla Biblioteca De Amicis di Genova nel 2007, a Riccione e a Cagliari in vari spazi espositivi.

La mostra sulla cacca passa anche al Museo di Storia Naturale di Trento (e dove se non al museo di Storia Naturale!!)

Per far contenti anche i piccini, la cacca in mostra è passata anche al Museo dei Piccoli di Napoli.

Così i bambini napoletani hanno potuto sperimentare ( spero non con mano )  che la cacca non  si trova solo sui marciapiedi della loro città.

In Spagna il capolavoro grafico di Sergio Mora “La Caca Magica”, un racconto illustrato per grandi e piccini dove si mostra come dalla Cacca possa nascere qualcosa di buono, sta vendendo più di 50 sfumature.

Sarà che nelle librerie questi libri si troveranno senz’altro uno accanto, alla lettera M di merda.

La Cacca.

Cosa dire del suo apporto alle arti figurative e alla poesia?

90 barattoli di pupù.

Quanto avrà impiegato ( e soprattutto cosa avrà impiegato ) il grande artista Piero Manzoni per produrre le sue conserve di cacca…ehm, voglio dire la sua famosa opera “Merda d’ artista”?!

La Merda d’Artista connota la degenerazione dell’arte e la bassezza morale degli artisti della sua epoca.

Di qui mi viene in mente una connotazione odierna:  barattolo di conserva con dentro cacca d’artista = consumatori e telespettatori di oggi.

Mangiamo cacca perché ci viene venduta come arte e come preziosa.

A proposito di vendita di cose preziose: nel 2007 un collezionista privato ha comprato la scatola n°18 di Merda d’Artista a 124 mila euro e 2 gusci di noccioline.

Dante, De Andrè, Artaud, Leonardo da Vinci, Samuel Beckett, Freud, Flaiano, Bukowski e Madame Pipì sono nella lunga lista di artisti che hanno creato intorno alla Cacca.

Quasi tutti in realtà ne hanno parlato come qualcosa di negativo, gli unici che si sono divertiti rotolando la pallina marrone sul foglio di carta sono Benigni ( e Madame Pipi, chiaramente).

La Cacca: cos’è per te la Cacca?

Per me ( rompo il ghiaccio ) è l’amica più fedele, la protagonista di tante avventure che conservo nei ricordi, la simpatica possibilità che se pestata con le ciabatte possa portare ancora più fortuna che con le scarpe chiuse.

La Cacca per me è l’unica parola che fa immediatamente smettere di piangere i bambini, più di gelato.

A volte è il pretesto per l’unico momento della giornata che posso dedicare a me stessa.

Altre volte è il pretesto per far allontanare gente noiosa ( provate a parlare di emorroidi in una cena elegante, al tizio che sta parlando da 40 minuti senza fermarsi a respirare ).

La Cacca infine, essendo ancora qualcosa di cui non si possa parlare, conserva una pellicola affascinante di primordialità, di mistero che mi fa credere che ci sia ancora qualcosa da scoprire dentro e fuori di noi: La Pietra Filosofale, come la chiama uno dei miei Maestri, Daniele Luttazzi.

La Pietra che racconta di noi.

Lasciamola parlare, restiamo in ascolto.

Tutti i nostri sensi sono ricettivi ad argomenti di merda ma la cacca originale è solo una: quella che sa scomparire per sempre nei flutti o nella terra, non quella che rimane a galla a cercare di convincervi a comprare qualcosa.

Diffidate dalle imitazioni.

***

Là dove si sente la merda si sente l’essere.

Antonin ArtaudPer farla finita col giudizio di dio, 1948

Se sei in un mare di merda senza barca, non aspettarti la Guardia costiera.

Neal AsherNeve nel deserto, 2002

Quando si è nella merda fino al collo non resta che cantare.

Samuel Beckett

Che schifo, eh, fratello, che la nostra merda sembri meglio di quel che sembriamo noi.

Charles BukowskiShakespeare non l’ha mai fatto, 1979

Agli scrittori piace soltanto la puzza dei propri stronzi.

Charles BukowskiIl capitano è fuori a pranzo, 1998

L’uomo è più complicato della mosca, che divora gli escrementi purché ne trovi. L’uomo coprofago li cerca nel corpo e li vuole ricevere dal corpo, come parte vivente di quel corpo, desiderato brancicando nella sua intimità alchemica più oscura.

Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo, 1979

L’escremento, finché è nel corpo, è accettato: non è separato dall’unità del microcosmo; isolato spaventa e ripugna, per l’odore di anima denudata e anonima che esala.

Guido CeronettiIl silenzio del corpo, 1979

Se Denaro è simbolo di Escrementi, l’avarizia non è che una forma di coprofagia.

Guido CeronettiIl silenzio del corpo, 1979

Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!

Tyler Durden (Brad Pitt), in Fight Club, 1999

Se ammetterai che la merda in fondo non è cattiva, dovrai mangiarla due volte al giorno.

Ennio FlaianoTaccuino del marziano, 196o (postumo, 1974)

Le feci furono il primo dono che il lattante poté fare, sono ciò di cui egli si privò per amore verso la persona che aveva cura di lui. Dopodiché, in modo completamente analogo al cambiamento di significato nell’evoluzione linguistica, questo antico interesse per le feci si converte nella stima per l’oro e per il denaro.

Sigmund FreudIntroduzione alla psicoanalisi, 1915/32

La gente nuoterà nella merda se ci metti un po’ di dollari dentro.

Sir Guy Grand (Peter Sellers), in The Magic Christian, 1970

Tutte le opere della scultura, i capolavori di Fidia e di Michelangelo non esisterebbero se il neonato non avesse formato con gli intestini e con l’ano i suoi stronzi, per poi lavorarli con le manine in immagini della sua fantasia ancora vicino al cielo.

Georg GroddeckLo scrutatore d’anime, 1921

Ci sono tre cose che ci accompagnano fino alla morte: sangue, urina e feci.

Georg Groddeck

Si dice che il mondo sia fatto dal niente. Molto probabilmente è fatto dalla merda.

Christian Friedrich HebbelDiario, 1835/63

La merda è un problema teologico più arduo del problema del male. Dio ha dato all’uomo la libertà e quindi, in fin dei conti, possiamo ammettere che egli non sia responsabile dei crimini perpetrati dall’umanità. Ma la responsabilità della merda pesa interamente su colui che ha creato l’uomo.

Milan KunderaL’insostenibile leggerezza dell’essere, 1984

Ecco alcuni che non altramente che transito di cibo, e aumentatori di sterco e riempitori di destri chiamarsi debono, perché per loro non altro nel mondo apare, alcuna virtù in opera si mette, perché di loro altro che pieni destri non resta.

Leonardo da VinciCodice Forster III, XV/XVI sec.

Quando questa merda intorno sempre merda resterà / riconoscerai l’odore perché questa è la realtà.

Luciano LigabueIl giorno di dolore che uno ha, 1997

Mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliare.

Marcello MarchesiIl malloppo, 1971

Se la merda avesse qualche valore i poveri nascerebbero senza buco del culo.

Eddie MurphyAncora 48 ore, 1990

La merda è dissacrante.

Giovanni SorianoMaldetti. Pensieri in soluzione acida, 2007

Nessuno può dire di sé stesso in modo veritiero di essere una merda. Perché, se io lo dicessi, potrebbe anche essere vero in un certo senso, ma io non potrei essere intriso di questa verità: poiché in tal caso dovrei impazzire, oppure cambiare me stesso.

Ludwig WittgensteinPensieri diversi, 1934/37

La vita è come la scala di un pollaio: corta e piena di merda.

Proverbio

Quando la merda varrà oro, il culo dei poveri non apparterrà più a loro.

Proverbio portoghese

E se Natale o un’altra simpatica ricorrenza si avvicina, a questo link potete trovare un corriere espresso di merda: http://it.shitexpress.com/

Grazie all’amica Roberta Tucci per la deliziosa segnalazione!

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