ELOGIO AL MERAVIGLIOSO MONDO DEI CAMIONISTI

SINFONIE

Solo viaggiando in autostrada in determinati orari si ha la possibilità di poter apprezzare il meraviglioso mondo dei camionisti.

Un mondo più affascinante di quanto possa pensare la povera gentucola che associa questo mestiere alle scritta al led sul parabrezza, alle madonnine sul cruscotto, al calendario con la donna nuda e alla canottiera bianca verdoniana.

Tralasciando la banalità su quanto i camionisti siano la categoria che viaggi on the road molto più di Jack Kerouac sarà utile ricordare quanto tale, delizioso microcosmo sia vario e colorito esattamente come l’umanità giacché la personalità della gente che guida i camion non si omologa al settore a cui appartiene, un po’ come avviene agli impiegati, ma si definisce in base a moltissimi fattori come la provenienza geografica, il materiale che trasporta, il proprio trascorso e la marca della motrice che guida.

Personalmente già vedere un uomo guidare una motrice con scritto sopra MAN mi diverte e quando invece è una donna a guidare, nella maggior parte dei casi proveniente dal Nord Europa, penso sempre che la speranza di gioire dell’emancipazione abbia molto più senso in queste circostanze che in quelle connesse ai mass-media.

Come siamo miseri a pensarci del social network quando da molti decenni i camionisti comunicano col baracchino con strafottenza e goliardia.

Ora, non so per quale bizzarro motivo, per un breve periodo della mia infanzia, a casa nostra girò un baracchino, uno di questi rudimentali strumenti per la trasmissione di messaggi radio così cari ai camionisti.

Era stato piazzato in soffitta da mio fratello ed era perfettamente funzionante, insomma non era disattivato per giocare a “facciamo finta che eravamo…”.

Spero che questo fatto non inviti la polizia postale a far visita ai miei genitori che comunque hanno abbandonato il vizio, da anni.

Il fatto è che tra i sette e i dieci anni imparai ad usare il baracchino insieme ai miei fratelli, nei sabati di pioggia o durante le feste natalizie ed ho un ricordo stupendo legato a lunghe conversazioni con questi signori del trasporto su gomma.

Ai camionisti chiedevamo di tutto: dove stessero viaggiando, cosa trasportassero, come si chiamasse la loro mamma, se avessero gatti o cani e loro erano dolci allo stato puro, sinceri e di ottima compagnia.

Visto che questo vuol essere un’ elogio alla professione vorrei che questo mio ricordo d’infanzia servisse a sfatare il mito del camionista che non perda l’occasione di parlare sguaiatamente di sesso: con noi non lo fecero mai.

Forse perché all’epoca non andava così di moda andare coi bambini o più ragionevolmente perché i camionisti sono dei corteggiatori gentili d’animo.

C’è tutto un linguaggio di stima e apprezzamento che io non prima conoscevo prima di percorrere l’A1 indossando, per sbaglio, un paio di pantaloncini corti.

Siamo al tramonto ed io guido col massimo gusto il vecchio, amato mio fuoristrada superando i camion, gli unici mezzi che riesco ad affrontare in sorpasso con la mia vecchia bestia di ferro; inizio a sentire i primi, discretissimi assaggi di clacson che si uniscono, man mano che il sorpasso prosegue, ad altre lievi trombe appena sfiorate e ad alcuni altrettanto minuscoli ma velocissimi colpi di abbaglianti, ad un’intermittenza perfetta di quattro secondi uno dall’altro.

Dopo venti tir superati è piena sinfonia ed inizio a preoccuparmi: penso che la mia auto appena comprata abbia già qualche problema di cui non riesco a rendermi conto…una gomma quasi a terra, un fanale rotto, una portiera aperta; mi fermo in varie piazzole ma sembra tutto ok.

Mi dico che magari il prossimo tir lo accosto e gli chiedo una mano perché forse c’è qualcosa di più tecnico sotto la macchina che non riesco a vedere, sai le donne sceme al volante, faccio questi pensieri qui.

E così faccio.

Il tir numero dodici che picchietta il clacson e lampeggia, provo ad accostarlo in sorpasso.

Il camionista fa la cortesia di abbassare il suo finestrino e grida a favor di vento ” A Fata!”

Questo evento che qualcun altro potrebbe considerare offensivo mi ha offerto l’occasione di viaggiare non soltanto più tranquilla dell’affidabilità della mia auto ma anche lusingata ed orgogliosa della mia avvenenza filtrata dai vetri del gippone che rendono tutto più bello.

Se non credo agli apprezzamenti per strada, così volgari e banali, mi addolcisco ai richiamini di fari e trombette di gente stanca ma che resta in pista e che sa apprezzare le specialità del posto; ogni gesto della persona che guida un tir, seppur spesso molto inquinante, è un inno alla sincerità, al comfort, alla leggerezza, al cotone, alla pelle ascellare libera, al pantalone con tante tasche, alla scarpa comoda e alla contemplazione del creato.

Non possiamo poi non celebrare i cosiddetti “trasporti eccezionali”, quegli eroi con la scorta dietro e davanti fino a dieci chilometri di distanza per avvisare noi miseri conducenti di scatolette di merda che più avanti c’è un signore degno di esser detto tale, alla guida di una bestia di venti tonnellate con sopra caricato un pezzo di pala eolica o di un ponte.

In conclusione, a beffa di tutte le guide enogastronomiche ridicole che raccolgono provvigioni dai ristoratori interessati ad aderire, mi pare doveroso ricordare che, molto tempo prima delle recensioni, furono i camionisti ad essere i giusti indicatori del mangiar bene.

Se dico camionista dico buona forchetta.

Tutti noi miseri automobilisti comuni, quando in viaggio, non diciamo forse con giustezza: “Fermiamoci qui che è pieno di tir, di sicuro si mangia bene e si spende poco” ?

Vorrei terminare l’elogio ma piovono virtù ogni volta che tento una chiusa: la spiritualità dei camionisti è risaputa e pregevole.

Se qualcuno di voi avrà voglia potrà sperimentare sulla propria esperienza ascoltando, a fini sperimentali le diverse emittenti di matrice cattolica per notare senza possibilità di rettifica che sono spesso i camionisti a telefonare in diretta per unirsi alla preghiera e questa, viaggiando sulle principali arterie italiane non è forse la più saggia consuetudine da applicare?

A conclusione e ad elogio imperituro cito il cruscotto.

Quanti oggetti meravigliosi, quanta inventiva e creatività, quante luci ma soprattutto, quali potentissimi nomi sui cruscotti dei camion del mondo?

Tony la lepre, Edoardo il magnifico, Max lo sclerato, Giulio il gladiatore.

E poi peluches a forma di barboncino per i più piccoli, Gesù di gomma a grandezza naturale per le signore, quattro metri di lucine di Natale in cabina che manco il bilico della Coca Cola, nelle pubblicità di Natale.

Viva i camionisti.

Senza di loro nessuno mi avviserebbe quando ho una ruota bucata.

 

Un bellissimo Reportage del videomaker Francesco Mattuzzi, sul meraviglioso mondo dei camionisti:
http://www.abitare.it/it/weight-of-dreams/online-editors-francesco-mattuzzi/

BREVE INDAGINE SOCIALE SUI PASSAGGI SCROCCATI

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Stasera vi racconto un aneddoto della mia gioventù prima che me ne dimentichi.
La crisi rende furbo anche chi scommettereste di veder morto alla prima carestia.
Così, dopo aver tentato per un’epoca di diventare l’unica pilota di GT, è arrivata la crisi.
E io sono rimasta senza macchina.
Dopo il viaggio del “vado e non torno più” nelle Americhe, la scena è:  me ragazzetta di nuovo nelle campagne a casa di mamma e papà (e che mamma e che papà!) senza più la preziosissima Y Sprint 1.2 venduta qualche mese prima ad un grasso diciottenne che nel frattempo, ho saputo, ha provveduto a violarla con raccapriccianti adesivi con teschi e tendine luminose.
Lo vedevo passare per il centro, il bastardo, dopo aver speso un’altro paio di mila euro per abbassarla di 60cm, oscurarle i vetri (a una Lancia Y?!) e farle calzare delle pedaliere di metallo coi buchi, che perfino Alonso le troverebbe esagerate.
Insomma sono a piedi.
E la città è così lontana da certe campagne italiane e noi siamo così abituati a rimanere a bocca aperta se passa qualsiasi cosa somigli ad mezzo pubblico puntuale, che la mia giovinezza perde di colpa luminosità.
Meno male che ci sono i treni!!
Ne abbiamo uno la mattina e uno in tarda serata.
Siamo costretti ad ammettere che il servizio pubblico è in qualche modo garantito.
Ma se perdi una delle 2 corriere proposte dallo stato sei certamente fottuto.
E non siamo nel New Jersey che uno gira il pollice e ti caricano senza chiederti nulla di carnale in cambio.

Così, da disperati si diventa furbi.

Dopo qualche giorno paralizzata a casa dalla consapevolezza che ero ufficialmente passata dalla classe medio-agiata degli auto-muniti a quella dei certamente fottuti, ho scelto di reagire iniziando a sfogliare la mia rubrica di amici italiani che potenzialmente avrebbero potuto per sfortunate coincidenze (loro) trovarsi nelle mie campagne e accogliermi sul loro sedile.
Ho applicato, per far sembrare la richiesta di passaggio meno opportunista possibile, rudimenti di gentilezza spontanea, organizzando aperitivi in campagna proprio quando sapevo di avere appuntamento serale in centro.
La somministrazione di cibo e bevande gratuita è sempre infallibile.
Così, quasi ogni week end da Marzo a Settembre, sono riuscita a cavarmela, spendendo però parte del patrimonio in snacks e fiumi di birra.
Come per tutte le altre occasioni disperate che la vita ti propone, è simpatico impararci sempre qualcosa così, divento in breve tempo un’autostoppista del centro Italia.
Il tragitto è sempre lo stesso.
All’andata uno se la cava.
Il ritorno è un avventura che manco Into the Wild.
Ma grazie a questo giovane opportunismo mi sono accorta negli anni di quanto l’auto rappresenti una protesi della casa di chi la guida.
Anzi, stando sempre sullo stesso sedile alla guida, il proprietario non si accorge di ciò che accumula nel resto della vettura, così molti si lasciano sfuggire dettagli che il mio occhio registrò con ferocia, in quel mio periodo di povertà dove tuttavia non ho fermato la mia personale missione per l’indagine sociale.
Direi così che possiamo suddividere gli automobilisti in 2 macro-aree:
La prima categoria riguarda quelli che pensano che possa succedergli qualsiasi cosa mentre sono in giro.
La prima categoria, è per la maggior parte dei casi, squisitamente femminile.
Si può chiedere loro un fazzoletto, e dal cassettino tireranno fuori salviette tonificanti astringenti, bombolette per asmatici, perfino piccoli estintori che non avranno mai provato a usare in vita.
Una quantità di felpe e di pedalini che sembrano essere stati appena confezionati da una mamma meridionale per il figlio militare in partenza per il medio Oriente.
Non per forza sono auto pulite ma se per caso vi viene fame o sete, questa categoria avrà sotto il sedile una discreta dispensa o almeno un pacco di biscotti e succhi da scolaretta, alla pesca.
Siccome la mia indagine sociale a quei tempi era minuziosa, riporto qui qualche dettaglio di un’avventura avuta durante lo scrocco di un sedile di Categoria 1:
Salgo in macchina dell’amica Categoria 1 e per 40 minuti ricevo una serie di avvertimenti e informazioni su come gestire il mio soggiorno in macchina.
Le informazioni sono talmente tante che scendo a destinazione con le ascelle sudaticce per via dell’ansia di sbagliare un gesto minimo in un ambiente così piccolo, che può costarmi caro.
“Io ci tengo, sai, la stò ancora pagando”.
Mi accorgo che la velocità media è sempre costante, qualsiasi cosa accada.
Sorpassi, svolte improvvise di altre auto sulla carreggiata, lei tiene il piede sul pedale come incollato, perché “a frenare si consumano le pasticche ed è un casino poi”.
Le chiedo se posso aprire il cassettino, perché voglio scrivere un racconto su tutte le macchine che mi ospitano durante il mio periodo di astinenza da motori miei.
“Apri piano, che ti esplode in faccia, talmente è pieno”.
In realtà l’interno mi delude con una geometria povera di oggetti puliti, nuovi, riposti con metodo.
Un atlante, salviette, caricatore cellulare, una pochette coi cd italiani e una con quelli stranieri.
Ma non dico nulla per non contraddire a prescindere nulla, durante la traversata.
Caso vuole, come sempre, che l’eccesso in ogni sua forma, venga punito.
Ed io inizio a sentirmi male dopo aver appuntato i contenuti del cassettino appena descritti, sul taccuino.
Inizio a sentirmi davvero male e smorzo lo sbratto con una serie di sbadigli di grande mammiferi mentre lei, incurante della saliva che comincia a uscirmi dalla bocca, mi elenca il contenuto della dispensa sotto i sedili.
La seconda categoria riguarda quelli che hanno un’auto su cui scommettereste di morire a bordo dalla trascuratezza con cui la povera lamiera è obbligata a portare in giro il proprietario.
La seconda categoria non fa il bollino blu e controlla le ruote solo dopo che sono esplose in autostrada.
Sui tappetini non potrete posare i piedi perché tra peluche, lattine di birre, libri e copertine di cd, avrete un tappeto di porcherie a impedirvi il riposo.
Non si apre il finestrino del passeggero se non trascinandolo giù con le mani sudate e uno sforzo da emorroidi.
Le auto di questa area di studio hanno sempre lo stesso, inconfondibile odore di tappezzeria intrisa di tabacco e briciole di crackers.
Questi arredi interni corrispondono quasi sempre ai fricchettoni, e lo dico con rammarico, perché la selezione musicale che scelgono in auto, è senza dubbio eccellente.
Ma non basta buona musica se vai in giro con un mezzo al quale sono caduti tutti gli specchietti retrovisori.
Circa questa categoria avrei davvero tanti aneddoti da ricordare.
Ma per la maggior parte dei casi si tratta sempre di posti di blocchi dove ho rischiato l’arresto insieme al conduttore.
Magari per le cinture di sicurezza rotte o direttamente per la totale mancanza secolare di polizze assicurative o grandi carichi di droghe leggere in macchina.
Droghe leggere ma in carichi pesanti.
Meglio non approfondire.
Esiste poi una terza serie di automobilisti dei quali però per scelta etica , ho deciso di non approfittare.
Quelli con il gusto tutto esibizionista di usare la propria auto come una vetrina.
Tendine, Alberi Magici, Luci al Neon per intenderci.
Quella del bastardo che mi ha comprato l’adorata Y.
Me ne voglio tener fuori per questioni di igiene morale.
Alla fine di questa indagine sociale ho finalmente messo insieme qualche euro per comprarmi un fottuto mezzo di trasporto.
Come categoria direi che appartengo più alla numero 2, con propensione spigliata verso il camionista o il campeggiatore automobilistico.
Quello che, vista la lontananza di casa dalla città, ha tutto ciò che serve per fermarsi a dormire all’angolo della strada, quando la cicagna arriva prepotente.
E voi che macchina siete?