LA PEDALATA ASSISTITA

COSE FASTIDIOSE

Chi avrebbe mai detto che un giorno mi sarei ritrovata in sella ad una bicicletta elettrica?

Proprio io, così avvinghiata alle cose antiche e faticose, così pronta all’antiquariato.

Se l’avessi conosciuta prima, la bici con la pedalata assistita, oggi sarei senza dubbio un’altra persona.

Lì al noleggio non mi avevano dato molte indicazioni su come usarla ed io mi ero vergognata di ammettere al tipo grintosissimo del negozio, di non esser mai salita in vita mia su un attrezzo simile.

Il tizio mi ha solo detto che sarebbe costata ben trenta euro in più e che con le tre cariche di batteria, già pronte nel computer, avrei potuto visitare tutta la montagna in mezza giornata, arrivando dall’altro lato, a valle e tornando indietro.

Quella proposta mi era sembrata un’impresa da guinness ed avevo accettato lusingata, certa che il tizio mi avesse scambiata per un’atleta di Triatlhon che comunque fa piacere, sotto certi aspetti.

Sono salita in sella solo dopo aver portato la bicicletta a mano fino ad un piano adeguatamente piatto, che più piatto non si può e son partita non prima di aver srotolato tutte le rotelle delle marce manuali fino alla triste modalità 1.

Spero di non essermi sbagliata ma nessuno deve avermi vista mentre i pedali ruotavano a 180 km/h, imbizzarriti dalla morbidezza concessa loro dalle marce molli, sul piano liscio e scivoloso del viale centrale, con la gente perbene, per fortuna, in quel frangente assente.

Non per vantarmi ma me la son sempre cavata bene in bicicletta quindi, anche in questa circostanza dimostro di star sul pezzo e, nel giro di pochi minuti, inizio a capacitarmi che sul manubrio brillano per me un paio di piccoli schermi luminosi che aspettano solo i miei comandi.

Deduco, mentre piazzo le rotelle delle marce manuali su una più dignitosa modalità 4, che il piccolo schermo a sinistra comandi le famose batterie elogiate dal tizio del noleggio; riconosco il disegno di una piccola pila con all’interno tre tacche colorate ed accanto alla pila, il bottone con scritto “start”.

Persino io capisco e premo il bottone.

Immediatamente dopo il click s’innesta quello che sembra un piccolo motore ad elica, silenziosissimo ma altrettanto performante, talmente tanto che il giro dei pedali riprende velocità furiosa che però stavolta controllo con una nuova, sicura e professionale impennata di rotelle sulla modalità 7, la più tosta mai raggiunta nella mia comunque appassionante vita di ciclista dilettante ma romana.

Questa modalità è ora possibile solo grazie a questo miracoloso traguardo della tecnologia applicata alla mobilità che è la fottuta pedalata assistita.

La vostra affezionata plana letteralmente sulle piccole valli verso la montagna come un velociraptor, come avessi una turbina dietro al sellino, per non dire altro, che sospinge la mia entusiasta pedalata alleggerita.

Man mano che si avvicinano i tornanti, lo stupore aumenta: in salite dove con la mia bicicletta manuale di merda sarei già morta per arresto cardiaco, con questo ghepardo a due ruote mi sento invincibile e di fatti prendo velocità, sempre di più e sempre più in salita e voglio vincerla questa gara immaginaria contro il mio passato di ciclista dilettante.

Sono a settanta chilometri orari e se non decelero, il prossimo tornante stretto lo piglierò come fosse un rettilineo distruggendo me e la bici nella foresta.

Prontamente i miei riflessi spengono la modalità elettrica della bicicletta premendo “stop” sul famoso, piccolo schermo.

Anche stavolta i miei riflessi sbagliano.

Da garrula spaccona, con le lacrime che si tuffavano nell’aria dalla punta estrema dei miei occhi feroci di vento, mi ritrovo idiota, in pieno tornante, con una pendenza del 70% e tutte le marce manuali impostate su una severissima modalità 7.

Resto immobile sulla bici, impagliata, congelata, come una scultura di arte contemporanea pericolante, in mezzo all’asfalto.

Solo pochi secondi per rendersene conto ed i miei stronzi riflessi che hanno combinato questo disastro, danno finalmente l’ordine al resto del corpo di catapultarsi fuori dalla bici e così faccio, tenendo ben stretto per i manubri, l’attrezzo divenuto monolite.

Anche stavolta spero non passi qualcuno.

Mi toccherebbe fingere di aver avuto un problema tecnico alla catena e, a quel punto, con la sventura che mi segue, spunterebbe senz’altro dal nulla un ciclista esperto col quale farei la sonora figura di merda che mi merito.

Invece sono sola, con la mia bici portata a mano, paonazza di sudore ed indecisa sul da farsi.

Anche se non si dovrebbe, valuto l’opzione di srotolare nuovamente le marce manuali, ripristinando la volgare modalità 1 e facendolo senza salire sulla bicicletta per pedalare e scalare in modo corretto poiché, in quella circostanza, morirei: è certo.

In questo modo però, srotolando tutto lì, in mezzo alla strada, scioccherei le povere catene, forse in modo irreparabile e al ritorno subirei, non solo l’umiliazione di dover raccontare come ho scassato il cambio ma anche l’angheria suprema di dover ripagare il mezzo.

Mi tocca quindi soccombere e scendere di nuovo a valle, ritentando la partenza, come in un videogame, come a monopoli.

Discendo quindi in picchiata cattiva, pensando che riuscirò a valicare la montagna entro sera, fosse l’ultima impresa della mia povera vita che anche oggi mi insegna il valore della pazienza e della perseveranza.

Arrivando giù in picchiata come un calabrone, intravedo il tipo grintosissimo del noleggio, seduto fuori dal bar, proprio accanto alla chiesa che, insieme agli amici sta bevendosi una cosa durante l’orario di lavoro, proprio come si usa qui, da queste parti.

Appena mi vede, inizia a fischiare da lontano e m’invita a fermarmi.

– Sei già di ritorno – mi dice entusiasta – D’accordo la pedalata assistita ma non ho visto mica tanta gente valicare il passo, visitare le valli di là e rientrare; grande! Dove ti alleni, in genere?! –

– Ma no, pedalo solo ogni tanto – dico io, merda imperiale.

 

 

 

ECCO COME MUORE UN GIOVANE DESIGNER

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Il secondo birbante pezzo dedicato al magico, intramontabile mondo del Salone del Mobile, del design, della bici pieghevole, del Signore, ti prego, prendili tutti.

Questo è un momento storico prezioso.

Il momento ideale, propizio e più giusto per prendersela con quei fanatici che fanno design.

Per accanirsi contro tutte quelle moltitudini che prendono lo studio con co-working, che comprano solo taccuini Moleskine, è il momento profetico per svergognare tutti quei miserabili che hanno comprato una bicicletta pieghevole.

Per fare questo, per offendere un genere senza far sentire offeso nessuno, abbiamo bisogno di un agnello sacrificale.

Quindi ci inventeremo un nome a caso.

Chiameremo la nostra vittima Dario Pirinfarina.

Dario Pirinfarina è il nostro agnello sacrificale.

Dario Pirinfarina è il soggetto di questa nostra invettiva al design.

Il giovane italiano che ha scelto spontaneamente di studiare disegno industriale.

Qualora ciò non bastasse, Dario ha scelto di studiarlo in un istituto pubblico, non so se mi spiego.

Ha scelto di affidarsi alla pubblica istruzione, al Politecnico dove i professori hanno fatto la guerra di secessione ma, una volta indossata la giacca con le toppe sui gomiti so tutti giovani, so tutti designer.

Dario: il ragazzo che ha convinto i genitori a farsi pagare lo IED.

Con tutti quei soldi, Dario ci avrebbe potuto viaggiare in tutto il mondo per vent’anni, ci avrebbe potuto comprare la casa al mare invece ha scelto di far ipotecare quella dov’è nato e di far ripetere ai suoi genitori il mantra “Mio figlio?! Va’ allo IED. Studia Light Design. Non so che cazzo faccia, in realtà ma prima di tutto l’istruzione. Solo il meglio per il mio ragazzo”.

I genitori di Dario non conoscono l’antica arte del calcio in culo e guadagnati da vivere ma questo fa parte di un’altra invettiva.

Dicevamo, Dario! Che s’è organizzato tutta la vita per risultare agli occhi degli altri un designer e in questo spiacevole contesto è avvenuto l’incontro con alcuni attrezzi propri del mestiere come la bicicletta pieghevole.

Dario con la bici pieghevole c’ha preso la scoliosi e due ernie iatali perché vive a Rho e caricarla sul treno non è facile perché pesa cinquanta chili, sti cazzi che è pieghevole.

Non bastava l’astigmatismo presosi con quei maledetti occhiali dalla montatura arancione che fan tanto design.

Non bastava il tappeto di brufoli sottocutanei che la barba da mormone che fa tanto design gli ha provocato, facendogli rivivere gli atroci supplizi della pubertà.

Non bastava l’infezione che il piercing sul terzo occhio che fa tanto design gli ha fatto venire, facendolo sembrare un personaggio cattivo di Dylan Dog.

Non bastava la camicia a scacchi fa tanto design ma che lo ha ridotto in società ad una figurazione speciale di Beverly Hills.

Non bastavano i timpani compromessi per sempre da quelle strafottute cuffie insonorizzate da controllore di volo che fanno tanto design ma fanno anche schiattare tanti giovani sotto ai frecciarossa.

Dario ha voluto strafare.

Dario ha voluto la bicicletta pieghevole.

E ora che pedala, sono certa che si sia pentito.

Ora che pedala su via Tortona, tutto sudato col suo zaino in ecopelle e i suoi pantaloni più aderenti delle tutine di Barbara Bouchet che fanno tanto ma proprio tanto, forse troppo design, coi palmi delle mani fradici, mentre noi siamo qui a infierire su di lui e a prenderlo a schiaffetti dietro alla nuca, sono certa che Dario Pirinfarina, al secolo designer, si è pentito.

Si è pentito ma ormai pedala verso il fuori-salone.

Perché Dario farà pure la fame coi suoi contrattini a progetto per il mobilificio veneto ma una cosa l’ha imparata: se tu vuoi essere designer, tu ragazzo non ci vai al Salone del Mobile.

Tu vai solo al fuori-salone, agli eventi collaterali, nelle gallerie satelliti, ai credits.

Con la bicicletta pieghevole.

E con questa certezza Dario Pirinfarina, il nostro agnello sacrificale pedala duro e cambia marcia anche se la bici pieghevole ne ha due di marce ma lui pedala duro.

Non sa che al prossimo semaforo passerà col rosso il giornalista di Interni con la sua bici pieghevole in carbonio e falcerà Dario e il suo orologio analogico.

E’ così: i professionisti in Italia, se riescono a salvarsi dai genitori, dalla pubblica istruzione e dall’iva, alla fine ci pensano i giornalisti a farli schiattare.

Ma questo fa parte di un’altra invettiva.

METTI UNA NOTTE IN METRO E LA GENTE CHE RIDE.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Metro-de-MadridDevo prendere più spesso la metro di notte.
Possibilmente con fotocamera, quaderno e matita.
Pronta per il reportage, insomma.
La metropolitana di notte è un’ insulina di avventure singolari, sparata in vena nel giro di poche fermate.
Anzi, con una notte di materiale registrato in metropolitana di notte, ci potresti fare direttamente un film.
Non capisco perché non ci abbiano pensato i signori della sicurezza delle varie stazioni.
La metropolitana di notte è un momento di indagine sociale senza precedenti.

Madrid, primo maggio duemilaquattordici / mezzanotte e qualcosa / Linea 11, Plaza Eliptica – Oporto.

Finalmente dopo diciotto minuti di attesa, arriva il fottuto treno.
Di notte è così, aspetti la metro come il giorno del compleanno.
Sul bagnasciuga della stazione ci siamo io, la mia bici, un giovane nero molto bello e un serio messicano con una polo e stranamente alto e senza i baffi che ti aspetti da un messicano.
Sto rientrando a casa dopo una semplice e bella cena dall’amica Claudia e dai suoi 7 piccoli cani trovati dentro la pancia di una mamma cagna di nome Bruna.
Ma questa è un’altra storia.
Il fatto è che arrivare a casa di Claudia, ogni volta, è un’escursione di quelle hard-core.
Ma eravamo alla metro che finalmente arriva.
Tutti salgono me compresa, ma solo dopo essermi graffiata a sangue le caviglie coi pedali della bicicletta.
Mentre entro arriva dal dentro il vagone, una calda soffiata di Gin.
I miei due compagni di viaggio si posizionano distanti ma uno di fronte all’altro, mentre io resto in piedi con la bici che dalle caviglie inizia a sbucciarmi anche le ginocchia.

Fermata Urgel.
Sale un giovane tedesco biondo, molto basso, sui 40, fomentatissimo.
Mi spiace, ho cercato un aggettivo più elegante ma “fomentatissimo” gli si addice alla perfezione.
E’ tutto vestito di nero, canottiera stretta stretta da manichino pepe jeans e capelli esattamente ossigenati come li ossigenava Billy Idol ai tempi di Hot in the City.
Non posso resistere:  da ora in poi il nostro soggetto lo chiameremo Billy Idol.
Sembra appena atterrato da Ibiza, col suo zainetto nero nero e tutto aderente anche lui, alla schienetta muscolosa.
Billy Idol mi si piazza davanti a gambe aperte, talmente aperte che mi ricorda Vasco Rossi quando durante certi concerti si esalta e muove le braccia come per dire “quanta roba, ragazzi!”, presente?!
Dubito comunque che il nostro Billy Idol di Colonia conosca Vasco.
Insomma, si piazza  a gambe apertissime nella parte della metro gommosa, quella a fisarmonica (forse spera che la metro muovendosi gli apra ancora più le gambe, concedendogli più potere).
Appena si rende conto che la sua posizione è ben piantonata a terra, Billy Idol di Francoforte inizia a muovere la testa a ritmo di chissà che canzone tecno ha sparata nelle orecchie.
Il problema (ma anche la fortuna) è che ce l’ha sparata nei timpani solo lui, mentre  fuori c’è il silenzio discreto della metro.
Un silenzio educato che non impedisce alla gente di fissare Billy Idol di Hannover, con la coda dell’ occhio.
Direi che tutte le code dell’occhio, nelle successive 3 fermate, sono fisse sul nostro eroe, appena tornato da una street-parade, senza però accorgersi di esserne andato via.
Le gambe si divaricano sempre più ad ogni curva della metro, il rischio spaccata è imminente.
Il nostro Billy Idol di Dusserdolf è solo e orgoglioso di esserlo, nella sua immensa bionditudine.
E’ talmente orgoglioso da non accorgersi di tutte le code dell’occhio ma anche del fatto che è ormai è molto vicino con la sua piccola rotula sotto sforzo, alla ruota della mia bicicletta e quindi evitare di guardarlo sarà ancora più complicato.
Ma non è il suo sguardo che temo.
Temo quello dei miei compagni di viaggio acquisiti: soprattutto del nero bello e del messicano serio, che nel frattempo sono impegnatissimi a grattarsi qualsiasi angolo di pelle e a frugare nei loro borselli, facendo palesemente finta di cercare qualcosa, pur di non guardarsi tra di loro.
Già, chi incrocia lo sguardo del vicino, in questo momento è davvero fottuto.
E’ bizzarro nella nostra società, ma il nostro Billy Idol di Berlino ha creato con la sua performance un piccolo legame umano tra noi passeggeri.
Tutti lo stiamo guardando ma se uno dei nostri sguardi si incrocia con quello del vicino di sedile, può capitolare la discrezione educata della metro per far spazio ad una risata di quelle barbariche, universali, omogenee, cosmiche direi.
Tutti quindi sono ben attenti a non guardarsi.
Ma è solo questione di secondi.
Io sono tutta fiera di essere attrice.
Chi farà ridere me, che sono così concentrata nei miei esercizi di teatrante per non ridere fino a quando la metro non sarà ferma nella mia stazione (e io al sicuro)?!
Chi, chi potrebbe osare tanto?!
Billy Idol di Amburgo, chiaramente.
Ma non affonderò da sola.
Il caso ha scelto lo sguardo del serio messicano con una polo, stranamente alto e senza i baffi che ti aspetteresti da un messicano.
Ve lo ricordate?
Beh, i nostri sguardi si incrociano per una manciata di secondi e si dicono tutto.
Come in un colpo di fulmine, i nostri occhi si parlano.
Però anziché “Ti Amo” si dicono un enorme, gigantesco “OOOOOOOOHHHH,MALOHAIVISTO??!!!”.
Così dopo un goffo tentativo di limitare la risata, spruzziamo bava dalla bocca chiusa, come dei vaporizzatori o delle giovani balene e ridiamo come due idioti.
Segue tutto il vagone.
Chi più chi meno, grazie a Billy Idol di Dresden questa sera sulla metro si ride tutti insieme, ma di gran gusto.
Billy però è troppo inserito nel pezzo tecno per accorgersi che, la risata di 50 sconosciuti che lo amano e che si amano senza conoscersi per qualche minuto, è nata grazie alla sua performance.
E rimane un pò incuriosito fino alla stazione di Oporto, dove tutto aderente col suo zainetto-guaina, scende dalla metro ancora con le gambe aperte a compasso.
E sono sicura di averlo visto pensare che in metro gira gente strana, ma non immaginava così tanta tutta insieme sul suo stesso vagone.
Coglioni gli spagnoli, ya.