MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

IL MESTIERE DEGLI SCARTAPACCHI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nella mia vita passata ho avuto spesso a che fare con la pubblicità nelle sue sfumature più turpi ma sempre all’interno di contesti dove al pubblico era chiaro che si trattasse di messaggi pubblicitari.

Mica come oggi che aprono le scatole.

Quale ingerenza economica e psichica porta una persona di bell’aspetto e in apparente buona salute, a farsi mandare dei pacchi dalle aziende produttrici di cosmetici, prodotti per la casa e per la cura della persona (ma evidentemente non dal punto di vista neuro-psichiatrico) e a farne pubblicità facendosi riprendere da qualcuno con una telecamera mentre apre la porta al corriere come fosse il suo amato appena tornato dalla guerra e poi, perfettamente truccata, pettinata, a suo agio e leggera fluttua e volteggia nell’aria verso il divano ove si tufferà mantenendo la piega dei capelli impeccabile e gridando cose tipo “Eccolo!”, “Finalmente è arrivato!” oppure, se parliamo di un testimonial americano, visto che certi focolai di germi nascono sempre lì, nelle Americhe, gridando cose tipo “I’m so excited!”, “Here we are!” ed altre cose da fangoso entusiasmo infantile, da faccende tipo “Scarta la carta!”

E noi, povero pubblico, restiamo ipnotizzati a guardare ma non certo perché ci interessi il prodotto bensì perché ci comanda l’antica piaga della curiosità, di sapere come finirà e cosa ci sarà mai dentro a quel cazzo di pacco che si sta scartando.

Ed è a causa di questo nostro insano comportamento che è nato il mestiere di quelli che scartano i pacchi e, di conseguenza è aumentato il mestiere di coloro che i pacchi li incartano non aumentando però il di loro stipendio.

Persone talmente esauste che a Natale, se per caso non fossero di turno e dovessero trovarsi a passare davanti ad un albero coi regali belli ed incartati che attendono lì sotto, rischierebbero l’attacco di panico per la paura di doverli incartare di nuovo, una volta scartati.

Etichettati, imballati e consegnati.

Bisognerebbe contattare qualcuno di qualche brigata, un esperto in ordigni postali, in modo da far terminare questa corsa spensierata verso il divano.

Si potrebbe fare una convenzione con quelli che imballano i pacchi affinché il siero detox venga sostituito con un più congeniale idraulico liquido, a disgorgare la massa informe di scartatori oppure affinché lo spremiagrumi di ultima generazione salti in aria alla prima accensione come attentato contro il personal shopper.

PURTROPPO IL COACH

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La dimostrazione di quanto l’istruzione al giorno d’oggi sia superflua è confermata dall’esistenza del coach.

Non c’è piccolo comune virtuoso che possa salvarsi e vantare, come fanno i comuni denuclearizzati, di non avere un coach all’interno del perimetro comunale.

Si tratta di un pericolo reale che ci riguarda tutti: a meno di cinque chilometri dal luogo in cui ci troviamo in questo momento, c’è un coach di sicuro.

Da qualche parte, là fuori c’è un trainer, un tutor, un esperto professionista nell’arte del vivere con successo che, anziché godere dei privilegi conseguenti al suo stato prestigioso, come, ad esempio del tempo libero che avrebbe per filosofare o semplicemente per godersi la propria superiorità, decide di mettersi al servizio degli altri, a pagamento.

Come fu bello il tempo in cui ci si poteva ancora arrangiare una vita fai-da-te, il tempo in cui si facevano cazzate che, tuttavia oggi si continuano a fare ma almeno un tempo le si poteva fare senza la consulenza del coach, senza un tutorial con un tizio somigliante ad un attore ma intelligente che ci dice cosa fare e come crederci mentre lo si fa.

Oggi sembra impossibile riuscire a sopravvivere senza le cinque pillole di verità del Guru, senza le tre C dell’amore, i quattro cardini dello stare in forma, i dieci comandamenti del bricolage, le sette bottiglie da stappare, le nove ricette da provare, le dodici bastonate da darsi per tonificare quel muscolo lì di cui non sapevamo l’esistenza ma si stava benone comunque.

Non bastasse già la sua versione base, il coach è diffuso nella più svariate versioni: c’è il coach sportivo, il tutor aziendale, quello universitario, c’è la fashion guru, il make-up master, l’archistar, c’è l’esperto di coppia, il tuo consulente d’impresa, l’amica dello shopping.

A malincuore, potremmo dire che c’è un coach che ci aspetta ad ogni angolo della vita.

Allora, organizziamoci per tempo, per quando arriveremo a quell’angolo della vita.

Organizziamoci ed aspettiamolo noi, il coach.

Anticipiamolo sul tempo e diciamogli che non c’è bisogno che inizi a parlare perché sappiamo già tutto.

Sappiamo già tutto di lui, di cosa abbia capito della vita sulle proprie spalle, sulla felicità, sul peso forma, sul trucco da star ed il rapporto perfetto, su come si faccia a raggiungere il Nirvana, sula giusta muscolatura addominale, l’aumento in busta paga, le magliette più trendy di questa stagione e, soprattutto, la stima in sé stessi.

Si, perché sappiamo bene che è proprio grazie alla stima in sé stesso che il coach ha raggiunto tutto, credendoci davvero, facendo squadra, team, clan ma anche pensando positivo, senza rimpianti, facendo i cinque esercizi tibetani ogni mattina, con coerenza, con soli dieci minuti al giorno, seguendo una dieta ricca di polifenoli, senza alcool e con uno yogurt a pranzo.

Diciamogli questo al coach in quell’angolo lì dove lo incontreremo: inondiamolo di massime, di aforismi e diciamogli che siamo venuti a saperlo senza il bisogno di vedere i suoi tutorial di merda o di partecipare ai suoi training perché sono almeno cinquant’anni che i suoi colleghi ci devastano i coglioni e ci fregano montagne di soldi con queste stesse stronzate.

Diciamogli quindi che, se davvero desidera farlo anche lui, i nostri soldi ed i nostri coglioni devastati se li dovrà davvero guadagnare ed anziché venderci i suoi miserabili dvd e le sue dispense sgrammaticate dovrà venire a vivere al nostro posto.

Diciamogli al coach che si trasferisca immediatamente a casa nostra e, se lo farà, manterremo le promesse e pagheremo perché ci sarà davvero stato utile: litigherà per noi con nostra madre, con l’amministratore di condominio, pagherà per noi le bollette insomma ci sostituirà in tutte le piccole, grandi beghe quotidiane.

Ma è altamente improbabile che il coach voglia farsi carico delle nostre problematiche e questo discorso dovrebbe bastare a farlo allontanare in pochi secondi dall’angolo in cui lo incontreremo.

Se però non fosse sufficiente avremo il permesso per dirgli di trovarsi un lavoro, che non si può mica fare un cazzo così, in maniera spregiudicata, che non c’ha mica più vent’anni e, a maggior ragione, se ha vent’anni, che cazzo di coaching vorrebbe fare?!

 

LA CARTA E LA MICROCRIMINALITA’

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Breve trattato sull’importanza della carta e sulle analogie tra libro e carta igienica scritto ed interpretato al Salone del libro di Torino 2018, in occasione del talk “Come sarebbe il mondo senza la carta?”

Visto che, sin dai tempi del liceo, sono sempre stata lì lì, ai confini dell’ illegalità, se un giorno proibissero la carta, avrei finalmente un’altra, buonissima scusa, per abbandonarmi definitivamente alla clandestinità.

Così insospettabile, perbene e a modino, so che me la caverei ed avrei, oltretutto, una nobile scusa per nutrire quella parte di me che si delizia con un certo gusto per la microcriminalità, come la maggior parte di noi, del resto.

Allora, se un giorno vietassero l’uso della carta io, finalmente, comincerei a scrivere sui muri, come avrei sempre voluto fare a quindici anni.

Mi rifarei scrivendo la lista di tutti quelli che mi piacquero, verrebbe fuori una lista simile a certe lapidi per i caduti di guerra perché di gente me ne piacque, all’epoca, ma lo farei con scopo carbonaro e disinteressato (visto che oggi, a quarant’anni, quelli lì son quasi tutti grassi e pelati).

Se venisse proibita la carta, mi sentirei in diritto di incidere il mio pensiero sui cofani delle macchine parcheggiate male.

Scriverei i miei pensieri sulla fiancata del Cayenne che mi blocca per due ore, davanti ad un bar, in centro, a Roma ed i miei pensieri sarebbero: TACCI TUA.

Se la carta venisse vietata diventerei una brigantessa della scrittura abusiva, mi sentirei come all’epoca della censura che, per fortuna, non esiste più!

Pitterei col mio trattopen sovversivo tutti i gabinetti degli autogrill, scrivendo i numeri di cellulare delle mie amiche sceme dei Parioli e poi, peggio ancora, non resisterei all’impulso di imbrattare le scale dei monumenti con gli aforismi del Profeta e i pezzi delle canzoni dei Nirvana.

E poi me ne andrei di notte, col pennarellone indelebile, a scrivere sui vetri dei bancomat e sulle vetrine nei negozi e ancora con le bombolette spray sull’asfalto, davanti casa delle ex del mio fidanzato, e scriverei un sacco di sms col cellulare a tutta la rubrica, soprattutto quelli con le catene di Sant’Antonio e poi me ne starei lì, avvelenata, a pubblicare post imbecilli sui social, solo per ripicca, se proibissero la carta!

Vi rendete conto di quante cose spregevoli potrei fare se un giorno, vietassero la carta?!

Cose criminali e davvero offensive per l’intelletto.

Cose che nessuno si sognerebbe di fare, ora che, per fortuna, la carta è legale.

Quindi è meglio per tutti che la carta resti ancora in uso diffuso e libero, tra di noi, a mantenerci sani e lucidi.

Meglio per tutti e guai, se fosse il contrario.

IL BIDET COME GESTO DI EMANCIPAZIONE

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Questo pezzo (un pò bacchettone, populista e ciellino) sarebbe dovuto andare in onda su Raidue, nella puntata di Nemo – Nessuno Escluso, del 9 Marzo 2018 ma è stato giudicato troppo duro dalla redazione.
Il tema, per il quale ero stata invitata a dire la mia in studio, era:
“il turismo sessuale femminile, la donna non più come oggetto sessuale ma come individuo in grado di amplificare il proprio piacere, la vendita porta-a-porta di sex-toys”.

Per onorare la libertà di espressione e il lavoro di scrittura svolto, mi piace proporvelo comunque, all’interno del mio repertorio, sperando che l’Ariannina vostra riesca, un giorno, a dire la propria dura opinione anche in tv. 

***

Ci sono due argomenti che un autore comico dovrebbe smettere di trattare, una volta per tutte: la politica e il sesso.

E i motivi sono mille: prima di tutto, sono tematiche più che inflazionate e il rischio più ovvio è quello di cadere nella banalità più completa: vuoi far ridere? Parla di sesso o di politica.

Basta così, no?

Poi c’è il rischio di far brutte figure perché, se non conosci un argomento e ne parli, il pericolo della figura di merda è alle porte e conoscete la legge del “più ne parli e meno te ne intendi” ?!

Si può essere incompetenti tanto nel sesso quanto in politica: di fatti ,sia i comici che i politici mettono tristezza quando parlano di sesso, perché si tratta di due categorie indiscutibilmente poco avvenenti, e mettono ancora più tristezza quando parlano di ideologie, visto che i loro libri di storia marciscono in cantina.

Ma c’è un rischio ancora più pericoloso che può correre l’autore comico e riguarda la sua igiene personale.

Parlare di sesso e di politica è comodo, facile, può farci diventare ricchi e divertenti ma anche sporchi e cattivi.

Ed è per questo che, nel mio piccolo, ho sempre cercato di non non occuparmi né di sesso, né politica: per questioni igieniche.

Allora stasera vi parlerò di igiene personale.

Seguitemi.

L’igiene personale è un sostantivo femminile, singolare.

Anche per questo non possiamo pretendere che gli uomini si lavino più delle donne.

L’igiene personale è al primo posto, nella scala delle nostre priorità contemporanee.

Ma non possiamo sottrarci dall’ammettere un concetto fondamentale, spesso dimenticato: l’igiene personale non riguarda solo il corpo.

L’igiene personale riguarda anche il nostro povero intelletto.

Lo dicevano anche i latini no?! Mens sana in corpore sana.

I latini non è che si lavassero così, alla professionale, però il concetto di salute credo sia  associabile all’igiene.

Quindi sarebbe splendido se riuscissimo a mantenerci persone davvero utili al pianeta e non credo che l’utilità sia mandare l’assegno a casa di un ventenne gambiano.

Siamo persone utili se facciamo il bidet al nostro cervello, ogni tanto.

Manteniamoci persone degne di vivere, considerando tutte le problematiche che affliggono il genere maschile e femminile come fossero problematiche che affliggono l’umanità tutta, non le donne o gli uomini.

Se le donne investono soldi nel business della prostituzione in Africa, il problema non è l’emancipazione della sessualità femminile ma l’involuzione della sessualità femminile.

Se le donne investono soldi nel business della prostituzione contro le popolazioni africane, perché di questo si parla, il problema è la cattiva igiene personale della scatola cranica di tutta la società ricca.

Perché tra una signora che compra un volo per il Gambia e si fidanza a suo modo, con un ragazzo di 25 anni e un uomo che si ferma sulla via Tiberina, appena fuori Roma, per caricare in auto una ragazza eritrea, non vedo differenza se non quella in cui, come al solito, la donna spende più dell’uomo, per il proprio benessere. 

Procacciarsi prostituzione causa cattiva igiene intellettuale, non emancipazione, a meno che, chi si prostituisce, non lo faccia per vero gusto e per passione nei confronti del proprio lavoro.

Ma nella maggior parte dei casi, i ventenni africani, non credo siano felici di scartare una caramellona olandese di settanta anni e il gusto per la prostituzione oggi occupa ambienti ben più rinomati delle spiagge dove, fino a pochi anni fa, c’era solo miseria.

Diamo quindi una sciacquettata al nostro intelletto per capire che le conquiste di genere non si fanno coi soldi e non si fanno incentivando lo sfruttamento della prostituzione.

Meglio usare i sex-toys, piuttosto.

Questi prodotti però, nella maggior parte dei casi, vengono disgraziatamente prodotti in plastica, foraggiando la famosa isola di merda artificiale che fluttua nel Pacifico ma soprattutto, vengono prodotti in Cina.

Se andiamo avanti a dare tutti i nostri soldi ai cinesi, lo sapete che prima o poi ci mangeranno, vero?!

E poi, forse vi sembrerò bigotta, una di CL, un mormone, un yiddish però, nei confronti dei sex-toys venduti su appuntamento, io ho delle riserve.

Ma non sono riserve dovute al prodotto imbarazzante o al fatto che sia prodotto dai cinesi.

Le mie riserve sono nei confronti dei venditori porta-a-porta.

Ho lo stesso atteggiamento democratico, verso tutti i venditori porta-a-porta: quando suonano, fingo che la casa sia disabitata oppure, se beccano la giornata NO, mi affaccio dalla finestra e tiro contro di loro tutte le piante grasse, a disposizione.

A prescindere da cosa vendano.

Folletti, creme di bellezza o prodotti cinesi che dovrebbero sedare l’animale ho dentro.

L’animale che ho dentro lo sedo tirandoti i miei cactus, se mi citofoni alle due del pomeriggio, maledetto.

Non ho pietà coi venditori porta-a-porta.

Con tutti i porta-a-porta, tranne con quelli che davvero servono.

Tranne con quelli che davvero contribuiscono all’igiene personale del pianeta: i rappresentanti di enciclopedie.

Mi mancate, venditori di enciclopedie, dove siete?

Sarete sempre i benvenuti, a casa mia.

Vi indico anche da chi andare, dopo di me, eventualmente.

Tornate presto, non lasciateci soli con questa miseria umana che sembra aver raggiunto persino le donne.

Tornate a salvarci coi vostri fascicoli, miglioreremo il mondo, tornando a godere con le voci della Treccani.

Più enciclopedie e bidet per tutti !

 

NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

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Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

***

Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

https://www.afterfestival.it/

 

CANTICO ALLA CACCIA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Abitare in campagna è forse la scelta migliore che io abbia mai fatto in vita mia.

In effetti è l’unica scelta buona che io abbia fatto, in mezzo a tante scelte di merda e perciò la migliore.

Inutile dirvi che salto di qualità incredibile abbia fatto la mia vita, da quando vivo su queste colline selvagge!

Così, anche stamattina mi sveglio e, dopo una rapida colazione, sono pronta per portare il mio cane nei boschi!

Allora prendo il giubbotto anti-proiettile, il fischietto, il casco integrale e lo scudo.

Metto al mio cane la pettorina giallo fosforescente, il collarino con la campana di ottone e un paio di lampadine a intermittenza che si accendono quando un sensore percepisce il dialetto bergamasco, nel raggio di duemila metri.

E’ iniziata la caccia, mica si può uscire così, in maniera avventata, come quelle che si fanno violentare nei parchi pubblici.

Andiamo nel bosco, io e il mio cane, con la speranza di portarci a casa qualche fungo, nascosto sotto alle cartucce di plastica, che i cacciatori, normalmente anziani non vedono cadere in terra, così come non vedono neanche i funghi, così come non vedono neanche le belle altezze intellettuali che l’essere umano sarebbe in grado di toccare, se solo volesse.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Usciamo di casa e io passeggio con lei nel bosco, fischiando come un arbitro della Champions oppure usando direttamente la tromba di SOS delle navi quando affondano, per far sentire ai cacciatori che io e il mio cane vorremmo passeggiare senza il timore di morire dissanguate su queste colline belle e selvagge, per mano di un coglione che non fa visite alla vista, da secoli.

Infatti, non mi rassicurano le notizie di cronaca, che dicono che spesso si sparino tra di loro; perché se sparano ad un vecchio amico, perché non dovrebbero sparare a me, che sto scrivendo un pezzo contro di loro?

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Esco di casa col mio cane, rientro a casa col mio cane e altri quattro cani sperduti, coi collarini fatti con le funi delle barche o con le fettucce colorate, che i cacciatori mettono loro per non perderli, ma forse alcune fettucce non hanno la garanzia.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Li incontreremo vestiti di verde, coi loro fucili a centocinquanta metri dal portoncino della nostra casetta.

Cordiali nonostante mettano i loro nove cani (non perduti) in una gabbietta che sarebbe per un bassotto.

Gentili nonostante sparino a piccoli animali che vengono acquistati in cattività coi soldi della Regione e rilasciati per i loro unici, due giorni di libertà.

Educati nonostante finanzino un mercato già florido, come quello delle armi, che poi è il fiore all’occhiello del Made in Italy in tutto il mondo, se solo lo sapessero.

Li incontreremo nei boschi, dove anziché investire il loro tempo libero in volontariato o attivismo politico, anziché caricare il fucile a sterco di pecora e andare sotto Montecitorio, anziché utilizzare i soldi della pensione per portare in vacanza le mogli, li troveremo ad accanirsi contro gli uccelli, forse invidiosi del loro nome, della loro libertà e della loro innocenza.

Li troveremo accucciati nelle casine di legno a sparare in sessanta a un cinghiale al quale per tutta l’estate hanno dato cibo, mettendo i dispenser nei boschi, e io che pensavo lo avessero adottato…

Li troveremo lì, nel bosco, a cambiare la nazione sparando alle lepri, immaginandole nemiche mentre i nemici veri riducono loro la pensione a poche centinaia di euro.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Basterà aver pazienza tre mesi e aspettare che ripongano di nuovo la propria virilità sul divano di casa, allo stadio, al bar o in quel posto lì, sperduto chissà su quale collina dove hanno lasciato dignità e pietà chiuse anch’esse nel fodero.

LA SINDROME DA PRODOTTO SPECIFICO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Le generazioni del Pianeta Terra hanno mai avuto modo di fermarsi a pensare all’inutilità assoluta che ha in sé il concetto di prodotto specifico?

Ecco dei pratici esercizi per uscire dalla patologia del Prodotto Specifico compulsivo:

Se piglio il detergente intimo e mi ci lavo le ascelle, succede qualcosa di male alle mie ascelle?

 Se compro un balsamo per capelli sfibrati e ho i capelli grassi, impiegherò tanto tempo ad accorgermi che il balsamo che ho acquistato è più o meno identico a qualsiasi altro balsamo del cazzo?

 Se sono indecisa tra il diesel e il blue-excellence-eco diesel che il distributore mi propone al doppio del prezzo, come specifico per migliori prestazioni su strada della mia utilitaria, permetterò al distributore di pigliarmi per il culo?

 Se non sono vegano e mangio un hamburger alla soia, starò male?

 Se metto la crema solare in un giorno di pioggia mi viene la tubercolosi?

Se avete risposto SI ad almeno due di queste domande siete malati di Prodotto Specifico.

Il mangime per cani, guai a darlo al gattino. Morirà senz’altro giovane.

Il giocattolo per bimbi da 0 a 6 anni, crea disagi al fratellino di 7 se gli capita tra le mani, lo sapevi?

Non ti vergogni a comprare una confezione di lamette rosa al supermercato, se quelle da uomo sono finite?

Fai male; perché i tuoi peli sono diversi da quelli di tua moglie.

Allora perché non vengono prodotte creme famose specifiche per negri o cinesi?

Abbiamo pelli diverse, in fondo e non solo sensibili o a tendenza acneica.

Abbiamo pelli diverse, la faccenda dell’idratazione non è da sottovalutare.

Perché qualcuno non si muove una buona volta ad inventare il bagnoschiuma specifico per i punkabbestia che si vestono di pelle anche in estate?

Perché nessuno si sbriga ad inventare la macchina per fare i pop-corn specifica per adulti che non vogliono sentirsi stronzi ad usare quella colorata dei figli?

Se esiste il dentifricio per denti sensibili, allora perché non fare il trasporto pubblico per gente pulita o le sale cinema per quelli che non vogliono commentare ogni cazzo di scena?

Se esistono le escursioni per sole donne perché non mettere sul mercato anche le spazzole specifiche per calvi ostinati che tengono il riporto non volendo far mai i conti con la propria calvizie?

Una spazzola che li rassicuri una buona volta, cotonando i quattro peli che hanno in testa dicendo loro delle piccole frasi motivazionali, dalla cassa di un micro-altoparlante incorporato.

Se esiste un prodotto specifico per qualsiasi tipologia di persona, perché non esiste un prodotto specifico che ci salvi da queste monumentali stronzate?

 

LA DIETA DEL PUNTO DI VISTA

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Da oggi non voglio mai più diffondere il mio punto di vista.

Non voglio che, all’interno di una conversazione anche futile, gli altri sappiano come la penso.

Primo, perché a causa di quelle poche parole che mi dovessero incautamente sfuggire, si sbrigherebbero a catalogarmi in qualche recinto sociale.

Secondo, perché a causa di quella irragionevole legge convenzionale del contraccambio, mi obbligherebbero a sentire il loro punto di vista che davvero mi interessa, se possibile, meno del blog di bellezza.

Allora voglio rinunciare per prima all’ingordigia di dover esprimere per forza il mio personale parere su un politico, su quel gruppo di musica balcanica che suona dappertutto, su quel film che sbanca ai festival o sul complotto nazionale o internazionale del momento di cui, tra l’altro in quanto cittadina, non posso non saperne più di quanto mi propongano i giornali, sperando che sia riuscita a procurarmene di qualità.

Non pretenderò mai più di soddisfare il desiderio viscerale di dover condividere le mie opinioni con gli altri su cosa sia bene bere e mangiare, sui benefici del pilates o sull’eutanasia.

Non produrrò più leggi marziali.

Non avrò più nulla a che fare con quei soggetti disadattati chiamati opinionisti.

Non mi piace la tecnica dell’archiviazione di una povera persona in un determinato compartimento, in base a come la possa pensare su cazzate o cose serie: nel faldone dei vegetariani, se gli scappa da dire che ama gli animali, nel faldone dei figli di papà se ammette che questo mese ha chiesto aiuto a casa, nella scatola con l’etichetta vecchi porci se per caso dice di avere la fidanzata giovane o in quella dei senza orientamento politico se si lascia sfuggire di aver votato i Cinque Stelle.

Quello ha la vespa = è del PD/ Quella è single e frequenta uomini per trovare quello giusto = è una mignotta/ Quello vota radicali= si droga / Mangia bio = è ricco / Dice che lavora con la Romania = è un criminale.

Personalmente non desidero un check-up di questo tipo, prodotto da un prossimo occasionale senza il mio consenso e diffuso in tempi rapidi, alla prima occasione in cui esca fuori il mio nome in mia assenza.

Desidero che, se a qualcuno pigli il prurito di nominarmi durante una conversazione, non sappia un cazzo di me: sia confuso, non abbia abbastanza materiale per potermi infilare in questa o quella casella.

Non sia certo se sia ciellina, col vizio del gratta e vinci, ragazza madre, radical chic, fascista vecchio stampo* , nevrotica, buddista, se ami il ragamuffin o tutte queste cose contemporaneamente.

Non voglio che qualcuno possa inventarsi cosa sono in base a poche parole dette davanti a un bicchiere ma soprattutto non voglio che qualcuno possa dirmi cosa crede di essere lui.

Con la coscienza pulita di non aver detto nulla che riguardi i miei gusti personali sarò libera di rifiutare la conoscenza di quelli altrui perché ne farei cattivo uso.

Lascerò spazio, ci sarà maggior posto per argomenti davvero edificanti e in questo modo scopriremo tutti di non avere un cazzo di niente da dirci che non comprenda le persone assenti come soggetti protagonisti e che, a questo punto, sia meglio andarsene a casa.

Per non rischiare di restarsene zitti a temere insieme il silenzio.

Per non rischiare di risultare poco informati.

Meglio andarsene a casa a leggere qualcosa che inventarsi un punto di vista adeguato alle mode del momento.

*Quanto è anacronistico etichettare qualcuno come fascista?!

Non ho mai sentito qualcuno dare a un amico del borbonico o del carbonaro.

Ci sono cose che non esistono più, che appartengono alla storia e solo sui libri di storia si trovano.

Non possiamo perder tempo a dare ancora del fascista a qualcuno, oggi si dice ignorante, punto.

PIAGHE

piaghe, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Piaga
[pià-ga] s.f. (pl. -ghe)

  • 1 Lesione della cute o di una mucosa, con perdita di pus o di siero e difficoltà di cicatrizzazione; estens. ferita, lacerazione, taglio: avere le p. ai piedi, alle mani
  • 2 fig. Dolore dell’animo, pena, tormento || mettere il dito nella, sulla p., toccare un argomento delicato, che rinnova la sofferenza di qlcu.; anche, mostrare con chiarezza dove sta il nocciolo di un problema
  • 3 fig. Problema sociale grave e diffuso: la p. dell’alcolismo, della corruzione

per brochure

Da quando ho intrapreso il mio percorso di scrittura comica, l’intento è sempre stato sociale e mi fa ridere dirlo nei confronti di racconti umoristici, ma sentivo e sento l’urgenza missionaria di identificare e condannare abitudini, mode e tendenze di costume che stanno dissanguando il nostro libero arbitrio intellettuale, omologando la nostra identità e mortificando le poche altezze rimaste del genere umano.

Quando ho incontrato la biro partigiana e il lavoro che Steve Magnani porta avanti grazie ad essa, ho capito che il tempo storico per associarsi e dichiarare dissenso è ancora attualissimo e, per quanto riguarda gli artisti, anche doveroso e necessario, esattamente come accadde in tempi migliori, coi più noti movimenti artistici e letterari.

Quali sono le Piaghe della nostra epoca? I castighi che anzichè divini ora sono squisitamente auto-inflitti dall’uomo?

Sono piccole cose, niente di grave. O forse si.
Sono messaggi subliminali spacciati per avveniristici, pensieri morali che non puoi contraddire altrimenti sei bigotto.
Sono negozi dove sei ipnotizzato e telecomandato a comprare senza scelta personale, tendenze o professioni che l’universo ha decretato essere cool e tu non puoi dissentire.

Sono stili di vita ai quali, se vuoi essere accettato, non puoi sottrarti.
Queste tendenze inaridiscono, frustrano, immiseriscono il nostro genere e mentre il mondo le chiama, appunto, tendenze, io e Steve Magnani sentiamo una vocina nello stomaco che ci dice che no, che sono problemi sociali,  sono Piaghe.

Così è partita la nostra ricerca, uno studio delle piaghe contemporanee, una caccia alle streghe del nostro secolo scherzosa ma serissima perchè l’espediente della risata per dire qualcosa di importante sarà anche vecchio come il mondo ma è sempre performante.

Il termine “Piaghe” ha sapore biblico perciò anche i miei testi comici e le immagini di Steve hanno molte analogie con certe omelie protestanti.
E senza dubbio si tratta di protesta: una rivolta sociale, all’intrattenimento e ai suoi temi scritti per far dimenticare anzichè pensare.
La comicità oggi non sa più dove andare a pescare lo scandalo perchè il pubblico è abituato a tutto.

I cliches tipici del cabaret puzzano di muffa.
Gli stand-up comedian parlano di pompini, nani e assorbenti cercando negli occhi del parterre meraviglia e stupore.
Io e Steve pensiamo che la piaga contemporanea peggiore sia pensare che sia tutto lecito e che il cattivo gusto non esista.
Anche per questo siamo alla ricerca di eleganza espositiva, finezza nella proposta grafica esercizio di recupero grammaticale in un’epoca in cui scriviamo “perkè”, parolacce e soggetti spregevoli che si confondano con concetti moralmente elevati.

Rinunciamo a qualsiasi grido o altro espediente sguaiato, critichiamo le mode contemporanee utilizzate senza cognizione, abbiamo il desiderio erotico di proporre una comicità che non sappiamo bene se sia satira, stand-up comedy, cabaret o se necessiti di catalogazioni ma che senz’altro faccia nascere nel pubblico il sorriso di chi sta facendo funzionare a regime l’organo più affascinante che abbiamo: il cervello.

Piaghe è un contenitore con dentro un sacco di cose arrabbiate: un libro, uno spettacolo teatrale, un canale di contenuti video con cui porteremo avanti la nostra ricerca missionaria. Coming Soon insomma. Si dice così?

https://mrkillblog.wordpress.com/

https://madamepipi.wordpress.com/

 

 

DI CHE TI OCCUPI TU?

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Di che ti occupi tu?!

Io mi occupo di design, di visual merchandising, di personal shopping.

Io sono un buyer, un copy, un art, un human resourcer, un digital enterpriser e tu? Di che ti occupi tu?

Dai, coraggio!

Non essere timido.

Fammi sentire l’odore del tuo mestiere umile di merda.

Fammi sentire l’aria di poraccitudine che ti avvolge.

Non ti vergognare con me, eh!

Se fai l’impiegato poi, mica è colpa tua.

Se lavori in un negozio mica c’è niente di male.

Puoi dirmelo, eh.

Guarda che io sono un tipo smart, open, sono multi-tasking, cool hunter, son videomaker.

No, non sono solo regista: il videomaker è uno che fa operatore, regista, montatore e attore, tutto insieme contemporaneamente, al prezzo di un attore di teatro, per le grandi televisioni, le grandi aziende.

Mi faccio sfruttare dici?

Forse ma posso dire che faccio cinema, capisci?!

Posso dire che faccio fotografia, sceneggiatura, acting, tv production.

Non sempre mi pagano ma ho il grande plus rispetto a te, di poter dire che faccio entertainment, mica la guardia giurata, la commessa, l’operaio, il low-profile.

Insomma, di che ti occupi tu?

Io sono light-designer, sono stylist, sono mainstream che non vuol dì un cazzo ma tanto tu, che ne sai?

Che ne sai tu di business e di creativity?!

Di che ti occupi tu, insomma?!

Dimmelo, dai! Non vergognarti.

Non lo dico a nessuno se c’hai la busta paga e timbri il cartellino, dai.

Fammi sentire il tanfo della tua scrivania Ikea, dai.

Non lo dico a nessuno, ti dico.

Stai tranquillo, saperlo serve solo al mio ego titanico, al mio state of mind.

Che mi frega poi a me che vivo nel loft, faccio chi-cong, compro da whole-food e mi vesto Galliano?!

Che mi frega realmente di te, che tanto io faccio crowdfunding, mi alleno alla Virgin e ascolto electro-punk jumping?!

Di che ti occupi tu, porca malora?!

Dimmelo, cazzo.

Fammi sentire le vibrazioni della tua pessima normalità.

Dai!

Come?! Mio padre?!

Mio padre lavora in banca, poveretto.

Andrà in pensione quando potrà.

La vita è così, le vecchie generazioni, hai presente?!

In banca, si.

Altrimenti come potrebbe permettersi il luxury di una figlia stylish che fa design, frequenta vinery e conosce il jet-set?!

Ma cambiamo discorso.

Di che ti occupi tu?

 

IL BLOGGER MIGLIORA IL MONDO?

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Quando mi chiedono di parlare del blog di Madame Pipì provo sempre molto imbarazzo.

Non perché il blog abbia come titolo un appellativo che usiamo per definire la signora delle pulizie negli autogrill francesi.

Ma perché la parola blog mi crea orticaria.

Non ci sarebbe niente di male in questa paroletta proveniente dal nuovo vocabolario della rete, non mi provocherebbe prurito anzi, al contrario mi salverebbe dall’imprudenza di definirmi scrittore in un tempo in cui i racconti non è bene che provengano da chi pubblica libri, perché i racconti si sa, stanno meglio nel blog.

Il blog definirebbe perfettamente il contenitore che è Madame Pipì e non mi darebbe così fastidio dirlo se fosse per la figura del blogger.

Sentir qualcuno definirsi blogger mi ribalta le viscere, porta il sangue al mio cervello in avanzato stato di ebollizione e mi fa subito imprecare contro chi accetta di chiamare mestiere questa definizione.

Il blogger nel mio immaginario se ne va in giro con la borsa che gli sfrega sul tricipite, gli occhiali tondi leopardati e il leggings nero.

Se ne va alle conferenze e prende la cartella stampa pur non avendone diritto e senza mai aprirla per leggerne i contenuti.

Se la tiene sul petto con lo sguardo affaticato dai mille impegni che lo aspettano davanti al computer in quanto blogger.

Il blogger ha spesso un povero cagnolino phonato che lo segue agli eventi e non so che istinto primordiale che lo richiama al dovere di postare qualcosa su instagram ogni otto ore.

Una regolarità sociale che senz’altro non replica in bagno perché il blogger in bagno ci va solo per usare quella bb cream o quell’acqua profumata che si è fatto inviare gratuitamente a casa in cambio di una recensione.

Non ho niente contro il blogger, anche se non si direbbe.

E’ la parola.

Una parola che è causa di associazioni mentali che molestano profondamente i miei sensi.

A me il blogger sa di opinionista e dire le proprie opinioni non può diventare una professione retribuita altrimenti non c’è davvero più meritocrazia perché un’opinione ce l’abbiamo tutti, non c’è bisogno di andarsela a comprare.

A che titolo gli opinionisti propongono il loro pensiero nei salotti televisivi?

Potrei capire gli assistenti sociali, gli storici, coi filosofi siamo proprio al limite con l’assurdo ma l’opinionista non s’imbarazza a farsi chiamare così?!

Perché a me toglierebbe il sonno sapere di esser pagata per dire la mia riguardo fatti che non son mai di rilievo ma sempre rasenti alla cazzata.

Riguardo il calciatore che si è fidanzato o l’abito dell’attrice alla prima che proprio stonava con la sua borsetta.

Il blogger mi sa di opinionista ma anche di roba peggiore: di outfit consigliato, di must-have, di foodporn e di tagsforlike mentre io vorrei solo vivere serena senza le istruzioni di qualche stronzo col problema dello shopping compulsivo e il telecomando facile che vuol darmi le tavole con le leggi in fatto di ultime tendenze.

Allora, quando mi chiedono cos’è Madame Pipì me le invento tutte per sfuggire a questo pregiudizio sul blogger che mi martella la testa e dico che si tratta di un sito web, di un giornalino o di un libretto virtuale, di una porcheria, di una roba immonda che fa il verso a questo o quell’umorista, di una pagina inutile dove riverso i miei problemi esistenziali, di qualsiasi strafottuta cosa però non si un blog.

Perché il blog presuppone che ci sia un blogger e io ho già fatto tanti mestieri dequalificanti nella mia vita.

I GIORNI DEL VAFFANCULO

FOTTUTA CAMPAGNA

La Prefazione un filo provocatoria di Fottuta Campagna

Quanti luoghi comuni uso durante la mia giornata?

Anche la domenica, quando mi sveglio tardi e vado a letto presto, quindi le ore a disposizione per abusare di loro sono poche, riesco sempre a farne un uso smodato.

Non per vantarmi ma sono bulimica di luoghi comuni.

Si tratta di un’ingordigia causata da una buona educazione, ricevuta tanti anni fa anche se mai richiesta: una bella, grossa e cordiale educazione comprata a caro prezzo dai miei genitori e perfezionata in un contesto urbano, a Roma, città tanto più grossa dell’educazione quanto meno cordiale.

In città ho assimilato tutti i giudizi e le morali socialmente utili per programmare il mio comportamento civile e raggiungere una discreta antipatia.

Complici la città e la grossa educazione, sono arrivata ai trenta trascinandomi dietro una gamma di borgheserie così imponente, che prima di scrivere Fottuta Campagna, avevo pensato ad un processo al Bon-Ton, un dizionario con tutti i moralismi e le illusioni che affollano un modello base di cervello adulto: lo avrei chiamato “Orgoglio e Pregiudizio” solo che, al posto di una storia d’amore, avrei scritto tutto ciò che di repellente si cela nella nostra società a livello intellettuale.

Poi ho ragionato (quello del ragionamento è un movimento cerebrale che mi stupisce sempre) e ho pensato che un vademecum di pregiudizi non avrebbe venduto molto, perché oggi va così di moda essere liberali e open-minded che leggere un libro che sostiene il contrario ci sembrerebbe offensivo, amorale. Scoprirci ripieni di falsi moralismi come arancini rancidi non è corretto. Quindi molto meglio scrivere cazzate.

Sulla Campagna, ad esempio.

Sul verde, sul bio, argomenti caldissimi oggi, sui quali tutti hanno qualcosa da dire anche se pochi conoscono la materia fino in fondo, come avviene sempre con gli argomenti caldissimi.

Mi ci sono trasferita pensando che per avere autorevolezza su un argomento lo si debba approfondire, così ho preso e sono andata a vivere in mezzo ai campi.

Ma anche scrivendo di campagna, pagina dopo pagina, ecco che i pregiudizi continuano a perseguitarmi e non smetto di trovare anche lì, in mezzo ai contadini, contesti che pensavo di trovare nel modo in cui me li ero immaginati, un modo assolutamente diverso dal reale.

Imbevuta di razzismi su luoghi, persone, fiori, frutta e animali e poco a poco guarisco, ammettendo la disarmante autorità che il pregiudizio ha avuto fino a questo momento nella mia vita, all’apparenza così fricchettona.

Un’ammissione dolorosa ma liberatoria, una consapevolezza resa possibile grazie ad un procedimento catartico che ho definito in gergo tecnico “I giorni del Vaffanculo”.

Candidi e inattesi, profetici e illuminanti, questi giorni arrivano per concederci l’opportunità di fare pulizia di persone e convinzioni che non rappresentano più nulla di positivo nella nostra esistenza.

Se ci abbandoniamo a essi diamo il via ad un processo di purificazione che ci farà realizzare quanta fiducia abbiamo riposto in soggetti e oggetti inutili quanto deleteri, e quante verità supposte (nel senso che tante volte a causa loro, ce la siamo spesso presa in quel posto) ci hanno tenuti sotto scacco senza che ci balenasse per un attimo il dubbio che si potesse trattare di stronzate.

Un processo di illuminazione che ci libera da tutti i pesi morti attraverso una raffica di salvifici Vaffanculi irradiati nella nostra atmosfera.

Una forza centrifuga alla quale è fondamentale aprire la porta e con tanta consapevolezza, darle carta bianca per far nascere magnifiche rivoluzioni nella nostra vita, altrimenti rischiamo di perdere una preziosa occasione di rinascita e rimaniamo immersi nel nostro brodo di idiozie civili.

Fottuta Campagna è pensato per tutti coloro che sentono il richiamo primordiale dei giorni del Vaffanculo, che desiderano smantellare le fortezze di pupù che da troppi anni affollano le loro teste.

Il cervelletto umano funziona un po’ come la speculazione sui terreni edificabili in Spagna: se c’è spazio libero, i pregiudizi comprano ettari di materia grigia a poco prezzo e costruiscono sovrastrutture mentali granitiche che poi non c’è pastiglietta in grado di guarire.

Possiamo dire che i pregiudizi sono la camorra del cervelletto.

Il pregiudizio preferito dal mio cervelletto era legato al meraviglioso mondo della Natura, alla vita nel verde (da non confondere con la vita al verde, che di meraviglioso ha molto poco), alla campagna, a quel luogo che non ha mai smesso di affascinare l’essere umano, almeno fino a quando è rimasto un ideale irrealizzato.

Voglio dire: Virgilio scriveva di pastori ma rimaneva col sedere piazzato sui cuscini della sua casa piena di colonne; Ippolito Caffi dipingeva gli scorci di rovine romane abbracciate dai rampicanti ma poi se ne tornava a fumare sul terrazzo del suo palazzo veneziano; oggi la storia non è cambiata: amiamo il verde, compriamo prodotti biologici, ma non sappiamo cosa sia l’olio di palma e inquiniamo i campi dove produciamo quello che mangeremo.

Affittiamo il casale nel Chianti e la prima notte in cui ci dormiamo abbiamo un attacco di panico perché non avevamo mai sentito prima tanto, gigantesco silenzio.

Il Pianeta Verde: ecco il mio luogo comune preferito, l’illusione contro la quale i miei giorni del Vaffanculo hanno dovuto combattere una guerra impietosa ma necessaria dalla quale sono nate le pagine di Fottuta Campagna come un diario di battaglia, un De Bello Bucolico.

Non è che l’illusione porti alla morte però spesso causa un sacco di altri guai peggiori e la radice delle più antiche disgrazie è l’idea romantica che nutriamo nei confronti di qualcosa, la bramosia che ci fa pretendere che l’oggetto (o il soggetto) del nostro desiderio si comporti esattamente in un modo: il nostro.

Un fidanzato bellissimo ma deleterio, un gruppo rock che amano tutti e che ci accorgiamo di odiare solo dopo aver speso ottanta euro per il loro concerto perché “ci andavano tutti”.

I pregiudizi creati dall’illusione ci scaldano e rendono sicuri per molto tempo ma a ciascuno di essi corrisponde una disillusione devastante quanto miracolosa.

Sfatare un pregiudizio toglie la terra da sotto i piedi, ma a lungo andare regala un senso di vera e propria redenzione.

Questo libretto ha la presunzione missionaria di soccorrere tutti coloro che hanno sete di sfatare le proprie illusioni e lo farà attraverso una collana di situazioni e personaggi che hanno distrutto la mia di illusione: l’idea infantile sulla vita bucolica, un modello ispiratore applicabile a tanti altri contesti.

Fottuta Campagna è il racconto di come la mia vita sia stata messa in pericolo dall’illusione di conoscere a fondo il significato della parola “campagna”.

E la morale è la seguente: ricordati che è importante conoscere bene il significato delle parole, delle cose e delle persone che credi di desiderare, soprattutto se vuoi smettere di desiderarle all’istante.

Non so se qualche profeta o saggio abbia già anticipato questa morale, ma tutto parte da questo insegnamento e dai guai che mi hanno portata alla consapevolezza che la campagna non è per tutti.

Sono nata e ho vissuto per ventidue anni in un centro residenziale pieno di aiuole, cacche di cane raccolte nelle bustine di plastica, vigilanza notturna e tennisti educati, pensando che quella fosse campagna, sicura che la campagna fosse dove c’è verde, aria buona e dove c’è il labrador che corre con la pallina in bocca

Senza dubbio è tutto questo. Ma non solo.

La campagna è ben altro.

E per capirlo ho dovuto viverlo, quel fottuto ben altro.


Altre brevi anteprime del libro, disponibili aggratise per farvi venire il prurito della compera, qui:

https://books.google.it/books?id=LTtdCwAAQBAJ&pg=PT1&dq=fottuta+campagna+google&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjovdis7pXOAhVDaxQKHchLA0oQ6AEINDAA#v=onepage&q=fottuta%20campagna%20google&f=false

Il Book-trailer