L’ORGANISTA MARZULLIANO

BRANDED PARODY CONTENT, LE FIGURINE, SINFONIE

Si sa che i musicisti, da sempre, sono fichissimi.

E’ un dato di fatto che sembra quasi far parte del nostro bagaglio genetico.

Fin dai tempi di Mozart ma anche prima, i musicisti hanno sempre fatto innamorare o, quantomeno, hanno un fascino che li salvaguarda dalla notte dei tempi.

Se nasci brutto, sei fottuto.

Se nasci brutto ma musicista comunque te la cavi, Dio è con te.

Se nasci brutto ma organista, la faccenda cambia.

Perché hai sempre Dio dalla tua parte ma nel senso che, a meno che tu non sia Ray Manzarek o Keith Emerson, suoni solo in parrocchia.

E sei fottuto.

Abbiate pazienza se lo dico in questo contesto ma nell’immaginario collettivo infatti, l’organista è un anziano coi sandali da missionario dei Passionisti ed i calzini di spugna che vi traboccano tra le stringhe e poi gli occhiali di Marzullo, la capigliatura di Marzullo, il piglio simpatico e scaltro di Marzullo ma senza il suo conto in banca.

Invece ancora, prepotentemente la Lacoste color carta da zucchero, da missionario.

In sintesi, l’organista maschio è un missionario marzulliano.

Se invece sei organista ma donna sei la copia sputata di Susanna Agnelli ma sempre senza il suo conto in banca.

In entrambi i casi, comunque parliamo di soggetti che fanno un mix di pena e timore ma non certo erotismo.

L’organista, nell’immaginario collettivo ha meno fascino di quello che suona il trombone e, quando ho ricevuto l’invito a questo festival ho subito pensato al personaggio dell’organista che, alla domenica suona in chiesa per i lupetti e durante la settima a trasporta bare o studia chimica.

In tutti questi casi (sia che trasporti bare, che sembri Marzullo o Susanna Agnelli o che, peggio mi sento, studi chimica) immagino un soggetto che difficilmente si possa calmare, fermare o disinnescare mentre sta suonando; non so perché.

Forse si tratta di una reminiscenza delle scuole dalle suore quando, durante le funzioni domenicali, l’organista era un laico posseduto dalle tastiere senza possibilità di domandare un pezzo a richiesta.

Quindi, per ricapitolare, organista: non solo sfigato ma rompicoglioni ai limiti del pericoloso.

Questo, non so se sia l’immaginario collettivo ma senza dubbio era il mio di immaginario.

Fino a quando, un giorno, non ho visto lui:

Ho visto questo ragazzo che mescola, dentro di me, tantissime sensazioni quasi quante i suoi stili.

Lo guardo e vedo contemporaneamente un folletto di Tolkien, un raver di Colonia strafatto di chetamina, uno stilista giapponese l’ossessione per la sperimentazione, un anemico, il cantante dei Vernice, un Righeira con lo stesso parrucchiere di Brachetti e molto altro ancora.

Eppure grazie a lui ho capito cosa significhi suonare sei tastiere per volta, con più di quattrocento registri usando nello istante mani e piedi ma soprattutto ho capito cosa significhi fare tutto ciò sentendosi fichissimi persino indossando gli stivaletti che userebbe Robin Hood se decidesse di entrare nella nuova formazione dei Sex Pistols.

L’organista, se concepito con le sembianze di questo mio nuovo punto di riferimento che è Carpenter, è una figura che ha tanto da insegnare a chi è sfigato senza possibilità di riscatto.

L’organista, visto così, ci insegna che c’è sempre una possibilità per far valere il proprio stile (anche quando improbabile) e la propria personalità attraverso la conquista del mondo mediante i propri talenti.

Un talento, quello degli organisti, indiscutibile altrimenti Carpenter sarebbe in gattabuia insieme a Marzullo che, visto il discorso sui talenti, risulta essere, a questo punto, davvero fuori contesto.

Fuori registro, come direste voi.

Ma non fuori tema, visto che parliamo di organi e lui sopravvive grazie agli organi di Stato.

 

Pezzo scritto con amore per il Festival Organistico dell’Isola di Salina:

UNDA MARIS

IL VENTISEIESIMO GIORNO

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

“Il ventiseiesimo giorno” ovvero “L’Ansia è il mio strumento di lavoro” è un pezzo scritto e interpretato in occasione del Creative Morning di Roma.

Tema del mese: l’ansia.

Io sono assediata dall’ansia e, se non bastasse, non ho accesso all’ansia in maniera graduale; non ho gli stati d’animo intermedi, convenzionali: voglia di fare, stanchezza e poi, eventualmente, ansia.

Io no.

Io ho voglia di fare e poi, a distanza di pochi secondi, ho direttamente l’ansia, senza passare per la stanchezza.

La mia voglia di fare è una burrasca di idee, telefonate e centinaia di mail, inviate a qualsiasi ora e tutto intorno a questa bufera, quasi fosse un’isola, c’è un mare di ansia.

E questo “tutt’intorno” occupa una bella fetta di tempo.

Tempo che potrei usare per fare un sacco di altre cose più utili, come lavorare.

Non potendo disfarmene, ho deciso di lavorare a stretto contatto con lei.

Quando ho in programma uno spettacolo, generalmente vengo a saperlo quasi sempre con un mese di anticipo.

I primi venticinque giorni, io me ne frego.

Tutto di me se ne frega, del fatto che abbia uno spettacolo da preparare.

E’ una pulsione stranissima.

Nei venticinque giorni, su trenta, che ho a disposizione per preparare lo spettacolo, io ho una voglia di fare incredibile.

Una voglia di fare tutto, tranne che di preparare il mio spettacolo.

E subisco questa circostanza odiandomi, mentre mi tengo impegnata in mille e più stronzate inutili, pur di sedare la mia voglia di fare: pulisco casa da cima a fondo, come un’invasata, come se aspettassi gli assistenti sociali, in visita per togliermi la potestà, butto giù le librerie, le spolvero come fossi un archeologo e cambio posizione a libri ed oggetti.

Lavo, cucino, annaffio le piante.

La casa brilla e io m’insulto.

Mi dico “Cazzo fai, cretina! Molla la scopa e vai a preparare lo spettacolo, che sennò fai una figura di merda!”

Ma il mio corpo non risponde.

E’ come se fosse ipnotizzato.

Perché non sono ancora trascorsi i venticinque giorni.

Perché non è ancora venuto il giorno ventisei.

Poi arriva.

Arriva il ventiseiesimo giorno, improvvisamente e, insieme a lui, arriva anche l’ansia.

Mi dico “Guarda che cazzo hai combinato, mariuola merdosissima, ci risiamo! Con tutto il tempo che hai avuto e blablabla…” eppure, io continuo imperterrita a non preparare il cazzo di spettacolo e a tergiversare.

Giorno ventisette.

A tre giorni dallo spettacolo, di voglia di prendere in mano il fottuto copione dello spettacolo, non v’è traccia.

Continuo, in compenso, a maledirmi e gli anatemi si fanno sempre più diffusi e pesanti.

Giorno ventotto.

Quasi svengo dall’ansia e mi accascio sui mobili, chiedendomi quale altro rincoglionito, a due giorni dallo spettacolo, riuscirebbe a non aprire il copione per mettere il concime alle piante grasse di casa.

Giorno ventinove.

Ormai non c’è più speranza: è tardi.

Lo spettacolo sarà l’indomani, la figura di merda si avvicina prepotente.

Meglio non pensarci e uscire.

Meglio andare in gita, respirare, ventilare le idee, cambiare aria, mangiare in quella trattoria che mi piace tanto e così, il giorno prima dello spettacolo mi trovate in giro, a cazzeggiare per boschi con una zuffa di voci in testa che litigano e si alternano e dicono “Guarda che sentiero meraviglioso!” e subito dopo “Miserabile fancazzista, domani sarai punita”.

Così, rientro a casa un po’contrariata e poi arriva il giorno dello spettacolo.

Figuriamoci se ho il tempo di sfogliare il copione, nel giorno di viaggio: è tutta un’odissea di treni e valigie e ritardi e vaffanculi, la trafila per arrivare nella città dello spettacolo, da dove abito.

Quindi arrivo, mangio, dormo e faccio tutto ciò col sibilo dell’ansia in sottofondo che dice “Ssssssstronza”.

Arrivo nel retropalco, sono carina, col vestito buono, microfonata e magnata dall’ansia, visto che, per un mese intero, non ho aperto il copione dello spettacolo che dovrò fare di lì, a cinque minuti.

Così, ogni volta, salgo sul palco dicendomi sempre la stessa frase, la stessa frase che mi dicevo nel tragitto che andava dal banco alla lavagna: dico, “Bene, brutta stronza, adesso ce la dobbiamo cavare in qualche modo, non è vero?! Ma tu guarda se devi mettere a disagio perfino me, l’ansia! Adesso vediamo che t’inventi per salvarci da questa figura di merda. Vediamo che diamine gli dici a questi..”

Così saliamo sul palco, sempre sole, io e lei: me e una tripla, carpiata ansia in picchiata libera.

E ce la caviamo sempre.

Perché so che il problema non è l’ansia per lo spettacolo, ma il momento in cui bisognerà farselo pagare, lo spettacolo, tra novanta giorni.

E’ lì che deve venire l’ansia e glielo dico sempre a lei ma non capisce.

L’ansia non le capisce le ansie dell’Italia. E’ internazionale.