CHE ANNO DI MERDA

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Tutti a parlar male del 2020.

Sono molto dispiaciuta: è comunque un anno vissuto e merita di essere rispettato.

Quindi, per andare contro corrente mi sono appuntata sul mio taccuino ad anelli, dodici bei momenti vissuti in questo 2020, in modo da dimostrare che, se uno si volesse fermare un secondo a riflettere, si renderebbe conto che la massa sviluppa spesso visioni e comportamenti esagerati.

Gennaio: ho aperto il nuovo anno buttandomi in mare, in pieno inverno, assieme a centinaia di anziani liguri, sperimentando il cosiddetto “cimento”, una consuetudine per cui, il primo giorno dell’anno ci si ritrova tutti in spiaggia, in costume, flaccidi d’inverno e, al suono di un volgare fischietto da arbitro, ci si lancia in acqua verso una grossa boa allestita a largo, a cui son state legate alla buona, diverse bottiglie di prosecco di infima qualità, posto che ne esista di buona.

Si starnazza nell’acqua a due gradi e si finge di esser felici perché tutti guardano.

Febbraio: sono andata in Messico, da sola, per quindici, indimenticabili giorni.

Poco prima di partire sono stata investita da cinquemila paranoie di altrettanti amici e parenti che evidentemente stavano rosicando: secondo loro, mi avrebbero drogata, stuprata e poi mi avrebbero mozzato la testa, questo era il programma.

Avrei speso tanto, mangiato male, incontrato rettili letali e sarebbe anche scoppiata una pandemia.

Per fortuna non è successo quasi nulla di tutto ciò anche se, effettivamente non ho mangiato benissimo.

Marzo: ho avuto la fortuna di trascorrere il lockdown al mare, nella mia piccola casa in Liguria, da sola, con grandi quantità di alcool ed un tempo realmente merdoso che non metteva voglia di far niente di festaiolo che tanto sarebbe stato proibito.

Aprile: per sfuggire alla noia ho instituito delle dirette su Instagram, connettendomi dal cesso di casa mia, non avendo altre zone rispettabili a disposizione.

Ho dato a questo ciclo di dirette l’infelice titolo di Saturday Night Fever.

Maggio: rientrata al mio domicilio, abbiamo trovato un cucciolo di capriolo femmina, orfana e denutrita e l’abbiamo curata, prima di affidarla ad un centro specializzato. Noa, così è stata chiamata, è qualcosa che si avvicina al concetto di amore cosmico e si è perfettamente adattata a convivere con cane e gatti. L’unico problema è che ha iniziato a grandinare per casa, immense piogge di dure palline nere. L’amore vuole sacrificio ma a noi sarebbe dispiaciuto farne e quindi l’abbiamo graziata e l’abbiamo portata nel centro specializzato.

Giugno: ho girato l’Italia in un momento in cui tutti lo sconsigliavano, per registrare un programma tv, con un team di produzione composto da quindici persone sotto ai 40 anni, simpaticissimi.

Erano anni che non stavo così a contatto coi giovani.

Abbiamo dormito in posti dove non dormirei neanche dovendo scontare lavori socialmente utili, ci siamo svegliati alle 5:30 del mattino ed abbiamo finito di lavorare, a volte molto tardi per andare a dormire tutti sporchi e sudati.

E’ stato bellissimo rivedere il risultato ed accorgersi che alla tv si vede solo il 4% di ciò che accade davvero.

Luglio: mi sono riposata. Ho avuto solo tre date del tour ed era parecchio che non avevo un Luglio così libero, un mese in cui normalmente avrei avuto almeno venti tappe del tour! La felicità di non lavorare è stata senz’altro sintomo di grande incoscienza ma mi sentivo davvero al settimo cielo!

Mica immaginavo che il mio settore professionale sarebbe stato raso al suolo, di lì a poco.

Agosto: non paga del riposo, sono andata anche in vacanza.

Sono arrivata sull’Etna con la mia mountain-bike e ho fatto uno splendido tour di due giorni in fuori strada.

A fine tour mi sono ritrovata con gli stessi polpacci che immagino abbia Al Cogan, le narici nere di fuliggine come i camini di Mary Poppins e le natiche paralizzate perché i famosi pantaloncini imbottiti dei ciclisti non sono solo ridicoli ma anche roba che può letteralmente salvarti il culo.

Settembre: ho iniziato a scrivere il manoscritto di quello che dovrebbe essere uno dei prossimi libri. Parla di viaggi. Praticamente è un libro di fantascienza.

Ottobre: ho fatto la Via del Sale. Si tratta di un sentiero escursionistico dell’Appennino settentrionale che parte dalla provincia di Pavia ed arriva fino al mare, in Liguria ma io non ci sono mai arrivata perché nessuno mi aveva detto che le scarpe da trekking bisogna comprarle di un numero in più del proprio e comunque vanno usate un bel po’ prima di affrontare ottanta chilometri a piedi.

Così sono scesa dal famoso Monte Antola, scalza e con le lacrime agli occhi e mi son ripromessa di bruciare più combustibili fossili e affanculo Greta e il trekking.

Novembre: per il mio compleanno mi sono ubriacata con uno dei miei vini preferiti, il Terza Via di De Bartoli. Basterebbe ciò, invece l’ho fatto al mare, in compagnia dei miei amici ottantenni liguri, quelli del Cimento, che sono ancora tutti vivi e questo per me è il miglior tampone che si possa fare.

Dicembre: ha nevicato come non nevicava da anni e ho riscoperto le gioie infinite del bob.

L’ultima volta lo avevo usato a nove anni e mi si erano rotte le maniglie gialle, quelle con cui si frena: mi erano rimaste in mano entrambe e mi ero schiantata a tutta velocità contro il muro del retro dell’albergo e mia madre mia aveva anche picchiata quasi a morte, come usava fare ogni volta che le facevo prendere un brutto spavento. In questo Dicembre, invece, a quasi quarant’anni, non ho mai avuto problemi e sono andata giù in picchiata come un falco e mia madre non ha potuto far nulla perché abitiamo in regioni diverse.

Quindi, in fondo, questo è stato un bell’anno.

CANTICO ALLA CACCIA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Abitare in campagna è forse la scelta migliore che io abbia mai fatto in vita mia.

In effetti è l’unica scelta buona che io abbia fatto, in mezzo a tante scelte di merda e perciò la migliore.

Inutile dirvi che salto di qualità incredibile abbia fatto la mia vita, da quando vivo su queste colline selvagge!

Così, anche stamattina mi sveglio e, dopo una rapida colazione, sono pronta per portare il mio cane nei boschi!

Allora prendo il giubbotto anti-proiettile, il fischietto, il casco integrale e lo scudo.

Metto al mio cane la pettorina giallo fosforescente, il collarino con la campana di ottone e un paio di lampadine a intermittenza che si accendono quando un sensore percepisce il dialetto bergamasco, nel raggio di duemila metri.

E’ iniziata la caccia, mica si può uscire così, in maniera avventata, come quelle che si fanno violentare nei parchi pubblici.

Andiamo nel bosco, io e il mio cane, con la speranza di portarci a casa qualche fungo, nascosto sotto alle cartucce di plastica, che i cacciatori, normalmente anziani non vedono cadere in terra, così come non vedono neanche i funghi, così come non vedono neanche le belle altezze intellettuali che l’essere umano sarebbe in grado di toccare, se solo volesse.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Usciamo di casa e io passeggio con lei nel bosco, fischiando come un arbitro della Champions oppure usando direttamente la tromba di SOS delle navi quando affondano, per far sentire ai cacciatori che io e il mio cane vorremmo passeggiare senza il timore di morire dissanguate su queste colline belle e selvagge, per mano di un coglione che non fa visite alla vista, da secoli.

Infatti, non mi rassicurano le notizie di cronaca, che dicono che spesso si sparino tra di loro; perché se sparano ad un vecchio amico, perché non dovrebbero sparare a me, che sto scrivendo un pezzo contro di loro?

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Esco di casa col mio cane, rientro a casa col mio cane e altri quattro cani sperduti, coi collarini fatti con le funi delle barche o con le fettucce colorate, che i cacciatori mettono loro per non perderli, ma forse alcune fettucce non hanno la garanzia.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Li incontreremo vestiti di verde, coi loro fucili a centocinquanta metri dal portoncino della nostra casetta.

Cordiali nonostante mettano i loro nove cani (non perduti) in una gabbietta che sarebbe per un bassotto.

Gentili nonostante sparino a piccoli animali che vengono acquistati in cattività coi soldi della Regione e rilasciati per i loro unici, due giorni di libertà.

Educati nonostante finanzino un mercato già florido, come quello delle armi, che poi è il fiore all’occhiello del Made in Italy in tutto il mondo, se solo lo sapessero.

Li incontreremo nei boschi, dove anziché investire il loro tempo libero in volontariato o attivismo politico, anziché caricare il fucile a sterco di pecora e andare sotto Montecitorio, anziché utilizzare i soldi della pensione per portare in vacanza le mogli, li troveremo ad accanirsi contro gli uccelli, forse invidiosi del loro nome, della loro libertà e della loro innocenza.

Li troveremo accucciati nelle casine di legno a sparare in sessanta a un cinghiale al quale per tutta l’estate hanno dato cibo, mettendo i dispenser nei boschi, e io che pensavo lo avessero adottato…

Li troveremo lì, nel bosco, a cambiare la nazione sparando alle lepri, immaginandole nemiche mentre i nemici veri riducono loro la pensione a poche centinaia di euro.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Basterà aver pazienza tre mesi e aspettare che ripongano di nuovo la propria virilità sul divano di casa, allo stadio, al bar o in quel posto lì, sperduto chissà su quale collina dove hanno lasciato dignità e pietà chiuse anch’esse nel fodero.