IL GLIFOSATO CULTURALE

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

Cosa manda in putrefazione il cervello di un maggiorenne del nostro secolo?

Cosa debilita l’intelletto di un giovane medio appartenente a questa società?

Ci sono molte cose apparentemente futili che in realtà intossicano il sistema intellettivo di un povero ragazzo nato in questo sventurato secolo e le cose futili in apparenza, esattamente come i pesticidi usati in agricoltura, fanno apparire risultato e involucro ottimi mentre in realtà il contenuto è avvelenato e il sapore misero per non dire di merda.

Quali sono i diserbanti della nostra società giovane?

L’accessibilità a tutto, senz’altro.

Il gusto sfrenato di non doversi sforzare per ottenere un sacco di cazzatine e allo stesso tempo la difficoltà estrema a ottenere le cose importanti che fino a pochi anni fa erano diritti inviolabili e ora invece sono lussi per pochi, il lavoro retribuito o la casa, per fare un paio di esempi di quelli che dici “Oh Signore, è banale ma verissimo!”

C’è poi un altro pesticida giovanile ed è il business della comunicazione, intesa come involucro patinato che permette di vendere qualsiasi cosa, anche poco igienica o spregevole, come fosse l’ultima frontiera del trend.

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“Ti assumo come responsabile della comunicazione, mi occupo di comunicazione, facciamo comunicazione, studio comunicazione”

Cioè?! Che cazzo fai nella sostanza?!

Perché il cervello, anche il più basico, vuole sostanza.

Certa comunicazione manda in pappa il cervello perché il linguaggio e la scrittura si affinano con le scuole dell’obbligo, le relazioni sociali e la scrittura, mica col master da ventimila euro dove ti insegnano come ipnotizzare il cliente con frasi glamour.

Anche il pop è un gran bel pesticida: quel pop che passa prima dai giornali scandalistici e poi finisce in cuffia.

La Hit è un veleno come tutto ciò che viene scelto dalla massa, da tutti.

Ciò che viene scelto da tutti infatti, non sempre è democratico.

Anzi, spesso ciò che è scelto da tutti è tirannia.

Anche il selfie, a proposito di tirannie, fotte tutte le cose belle di cui siamo dotati in calotta cranica.

Rinunciamo oggi stesso all’autoscatto in ascensore.

La Chirurgia facciale: misericordia per i nostri connotati!

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Le riviste di gossip rilasciano una tossina letale per i nostri neuroni molto simile rilasciata dai comizi politici in tv pilotati da giornalisti faziosi.

Certo giornalismo è peggio del glifosato.

Gli stabilimenti balneari con i lettini in fila come in tangenziale.

Le discoteche dove sei costretto a ballare roba che ripete lo stesso ritornello per venti minuti, queste sono cose che mandano in merda il cervello.

Accadono sempre più attentati ma ogni giorno chi sopravvive ai terroristi con lo zainetto deve lottare contro un terrorismo più subdolo e frizzantino.

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La tassazione in Italia rispetto alla qualità dei servizi pubblici non è forse una specie di attentato alle buone intenzioni?

Ci sono un sacco di cose che possono mandare in puzza il sistema intellettivo di un giovane, oggi: quel gustino dolce dell’apatia che innescano per fargli credere che non si possa scegliere, che ci si debba adeguare, che si debba comprare.

Che il trasgressivo è figo ma il diverso è sfigato.

Resta sveglio, ragazzo, non comprare niente dai venditori abusivi di cultura sottosviluppata, proteggi la tua calotta cranica.

Resta sveglio, ragazzo.

Resta fluido.

Perché il tuo acume sveglio e protetto è più piacevole di una birretta fresca.

Certa intransigenza è sexy più di Kate Moss.

E certi NO ben detti meritano le medaglie dei partigiani.

PATENTE, LIBRETTO E NON PIANGA.

COSE FASTIDIOSE

Il posto di blocco è una di quelle poche esperienze che, in pochissimi secondi, toglie dignità persino ai cittadini più scaltri e rognosi.

Il posto di blocco, normalmente gestito da due carabinieri che lottano contro noia, freddo o caldo per arrivare a fine turno, è una delle occasioni stradali più temute e meno agognate, anche se sei di Bressanone e quindi, per definizione, con tutta la vita in regola.

Il timore e la paura atavica nascono dalla presa di coscienza che esistano alcuni perfetti sconosciuti inviati dalla legge, con il potere e il diritto di fermarti quando e come desiderano, incuranti del fatto che tu sia di fretta, triste, arrabbiato o impensierito ma comunque (almeno nella tua testa) al sicuro, nell’auto di tua proprietà e che possano addirittura toglierti la proprietà di quell’auto.

E questa è una consapevolezza tra le più socialmente destabilizzanti, soprattutto per le popolazioni del sud.

Il posto di blocco è un’entità che non ti vuole bene perché, già il nome lo dice, ti blocca.

E’ un luogo dove tutti i tuoi programmi, la tua allegria e le tue chattate vengono congelati all’istante e anche se non sei d’accordo.

Ma soprattutto il posto di blocco è una situazione durante la quale perdi fiducia in te stesso e nella tua coscienza, che non ti appare più così pulita come credevi, una situazione durante la quale perdi vigore , spavalderia e forse anche i punti della patente.

Il momento più impegnativo è il primo, quello in cui all’appuntato e a tutto il suo bagaglio di vita, viene in mente l’idea di alzare la paletta proprio al tuo passaggio:

“Perché?!”, pensi mentre deceleri e cominci un vergognoso processo di sudorazione istantanea, “cos’ho, la faccia di un criminale?!”.

Scopri così, forse per la prima volta, che la percezione che hai di te non sempre corrisponde a quella che ha il resto del pianeta terra.

Nel momento in cui vedi la paletta ti rendi conto che non puoi far finta di non averla vista: deceleri, accosti e inizi a pensare alle tante cose belle della vita, che ti scorrono in una successione velocissima, esattamente come dicono che avvenga negli ultimi istanti prima di morire.

Passi a scandagliare i tuoi cari che ti aspettano a casa ma soprattutto tutti i documenti e i valori che hai a bordo, cercando di prevedere il punto debole, il dettaglio che troveranno fuori posto, a meno che tu non faccia qualcosa per occultarlo, in quella manciata di secondi a disposizione tra la paletta e la frenata, rigorosamente effettuata con freccia a destra.

Ma niente, non c’è più tempo: le pupille dell’appuntato sono dentro le tue già da molti secondi.

Appena ti fermano hai due possibilità: abbassare il finestrino e salutare le forze dell’ordine mostrandoti gioviale oppure reagire “all’americana”, restando immobile e attendendo ordini.

Normalmente il posto di blocco non nasce per crearti problemi eppure, puntualmente te ne crea perché esso è gestito da persone e le persone con le loro reazioni sono, purtroppo, quasi sempre tutte diverse tra loro e non sempre equilibrate nei propri ruoli.

Se, ad esempio vivete nella zona nord di Roma e avete più o meno la mia età, ricorderete un signor carabiniere soprannominato “Il Baffo”.

Dire Baffo, quando eravamo giovani col motorino truccato, era come dire demonio, mamma, prigione, sequestro e umiliazione, tutte incluse in un’unica parola, “baffo”, appunto.

Lui poveraccio era un signore sulla sessantina che faceva il suo dovere prima della pensione anche se, debbo ammettere, un po’ ce l’aveva coi giovani.

Se lo incontravi, se per caso non eri stato avvisato dalla rete di solidarietà telefonica che si creava, quando qualcuno lo vedeva posizionarsi in questa o quella piazzola della Cassia, sapevi che per te non c’era scampo, perché il Baffo avrebbe multato la tua anima, non il tuo motorino.

Il Baffo umiliava le tue profondità non la marmitta Proma o il bollo non pagato.

Il Baffo, con la sua sgridata che proseguiva ben oltre il tempo di stesura del verbale, proclamata mentre la sua enorme mano ti teneva fermo il piccolo polso da quindicenne che avevi, in realtà ci teneva a te e non gli interessava sequestrarti il motorino se non con l’unico, importante scopo di far sapere ai tuoi, il coglione che eri.

Comunque ora il Baffo è in pensione ma resta lo choc resta che si ripropone ogni volta che qualcuno con la giacca blu e rossa ti dice “Documenti, per favore” (il “per favore” non sempre è conosciuto e incluso).

Allora diamo per scontato che tu i documenti ce li abbia e che li tiri fuori dal cassettino tutti spiegazzati, sotto i cd dei Doors e a quel punto è la fine perché le forze dell’ordine vedono che musica ascolti in auto e deducono velocemente se ti fai le canne o no.

E i Doors sono ovviamente nella lista nera.

Restano però confusi perché nonostante il CD da figlio dei fiori tu, qualsiasi cosa accada e qualsiasi documento ti chiedano, sei come trasfigurato; gli amici e i parenti, se ti incontrassero fermo a un posto di blocco, non ti riconoscerebbero: il tuo viso è contratto in una smorfia di tensione a metà strada tra il sorriso e l’emorroide.

Le tue mani mentre consegni i documenti (magari anche tutti in regola, se sei di Bressanone), sono intrise di sudore come Simone il Cireneo e se l’appuntato percepisce la tua liquidità, non potrà non sospettare di te, secondo l’antica e primordiale equazione: sudore=coscienza sporca.

La tua voce va per proprio conto e racconta tremante e spaccona di quando hai fatto il militare oppure ai limiti del teatrale, di quanti bambini hai lasciato soli a casa, con non poca preoccupazione.

Se hai tutto in regola e il posto di blocco non desidera accanirsi su di te e purificare le proprie frustrazioni attraverso l’incontro con la tua vettura, vieni letteralmente liberato e la sensazione che provi quando metti in moto, inizi ad allontanarti e capisci che sei salvo è qualcosa di incredibile, qualcosa che farebbe tornare la voglia di vivere anche a Baudelaire.

E’ un momento talmente potente, talmente intriso di gioia vigorosa che vorresti gridare come un tifoso del Napoli ma sei ancora troppo vicino al posto di blocco e dunque costretto a soffocare il giubilo dentro alla gola e il dito medio ferreo che le tue dita sudate innalzano come una bandiera che inneggia alla Liberazione, sotto al sedile o ad altezza cambio.

Se invece non hai le cosine in regola, preparati al rito antico della Reale Umiliazione, dell’avvilimento, della macerazione, della danza ridicola del “devo averlo scordato a casa/abbia pazienza/chiuda un occhio per stavolta/sa che lei è proprio un uomo interessante?”.

In genere funziona.

Ma non col figlio del Baffo.

 

 

BENITO E IL GUSTO PER LE ESEQUIE.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

The Launch Of Frank To's Latest Exhibition "The Human Condition"

La provincia alla lunga ti stronca.

Ti cambia, ti ridimensiona, ti costringe a dare importanza a piccole cose inquietanti senza che tu quasi te ne accorga.

Benito è un ragazzo normale ma se lo conosci, quando lo incontri ti gratti.

E anche se non lo conosci ma ci parli per cinque minuti, alla fine ti gratti lo stesso.

E’ un ragazzo con qualche anno in più di quaranta e ha un gusto tutto suo per le esequie.

Mentre quelli della sua età amano le macchine sportive e le ragazze rumene, Benito ama i funerali ma soprattutto la sensazione che prova quando viene a sapere chi è morto.

Ama talmente tanto quel momento di consapevolezza che una qualsiasi vita altrui sia terminata, che nutre nel cuore il desiderio antico e inammissibile di sapere chi è morto ancor prima che succeda, per essere il primo a dirlo a tutti.

Per poter chiamare amici, parenti e conoscenti con quel tono di voce lì, quel tono che hai quando devi fare una comunicazione sconcertante in modalità urbi et orbi.

C’è chi si appassiona al calcio, chi ai giochi di carte, alle corse dei cavalli o ai vini francesi: Benito ama la necrologia locale.

In provincia se nasci sano, poi crescendo le cose possono cambiare e Benito fin da piccolo, è un appassionato di messe in suffragio, di saluti ai parenti e di visite a vecchietti agonizzanti che, quando lo vedono arrivare al capezzale, con le loro ultime forze si toccano, i poverini.

Lo temono più della estrema unzione perché mentre il prete non si espone, Benito sotto sotto vuol vederli schiattare in diretta per mantenere in vita il suo hobby macabro: quello degli eventi sociali legati al decesso.

Benito è un virtuoso dei funerali, sa tutto di tempistiche sulla vestizione di un cadavere e mantiene aggiornata la programmazione settimanale dei rosari organizzati a casa delle vedove di tutta la provincia, con particolare attenzione a quelli con la salma ancora presente e visitabile.

Benito è amico e confidente di tutte le perpetue della diocesi e in paese non c’è morto che non abbia ricevuto i suoi onori.

Se per caso capita che lui non venga a conoscenza di una dipartita per primo, ecco che si agita e diventa malmostoso, quasi violento.

Il perché questo ragazzo voglia sapere chi è schiattato prima che vengano stampati i manifesti con l’avviso nella cornicetta, nessuno lo sa; il fatto certo è che se non gli arriva l’anteprima, se non riesce ad arrivare prima delle onoranze funebri, è meglio non averci a che fare con Benito.

Il suo sabato sera è alla veglia funebre del postino, se ne sbatte della discoteca, a lui piace stare lì, accanto alla salma coi gomiti appoggiati alle palle di mogano della testiera del letto, a guardare in silenzio.

Non c’è nessuna preghiera visibile sulle labbra di questo ragazzo coi blue jeans a vita alta e la camicia a quadri col bassotto in alto a sinistra.

Benito è sempre incuriosito, a proprio agio e immobile come il nuovo estinto che ha davanti.

L’estinto non sempre è caro, a volte infatti Benito non sa bene il nome del morto, in che frazione viveva, a chi era marito.

Ma non importa perché lui si accontenta dell’evento, gli basta l’esequia in sé per alimentare la sua pura, profonda passione per tutto ciò che accade intorno a un cadavere.

Nessuno ha il coraggio di dire a Benito che alla sua età dovrebbe avere interessi più gentili perché nessuno sotto sotto vuole che Benito smetta di occupare la prima fila dei parterre funebri togliendo così molti dall’imbarazzo.

Come spesso avviene in provincia, ma anche in città, i disadattati o i presunti tali, rassicurano coi loro gesti bizzarri, tanti individui apparentemente normali.

Benito occupa i posti che nessuno vuole occupare e se ne resta al cimitero fino a quando l’ultimo granello di terra non ha ricoperto l’angolino di mogano della bara rimasto all’aria.

Benito manco ci va, dopo al ristorante perché è già sazio di marmi e pianti altrui.

E’ l’ambasciatore della morte, in paese, il virtuoso delle corone di fiori come nessun hippie riesce ad essere.

Benito è amico delle cremazioni e nutre inconscia invidia per i becchini ma soprattutto più della musica pop, Benito ama il suono dell’anima del morto che si stacca dal corpo.

Tutti hanno paura di lui ma egli non si prende la soddisfazione di accorgersene.

E resta nel suo silenzio eterno a far paura a tutti.

Con quel nome di battesimo, per di più.

 

 

QUI GIACE IL CONTATTO GIUSTO

COSE FASTIDIOSE

Non esiste sulla faccia della terra, una parola che la nostra epoca abbia reso maggiormente spregevole della parola “contatto”.

In principio, poverino il contatto, era solo un sostantivo maschile con molti interessi.

Quando voleva rimorchiare le studentesse di astronomia, si riferiva al gesto di un astro che entra o esce dal cono d’ombra del corpo che eclissa.

Se voleva fare il latinista, andava in giro a dire di essere il participio passato di contingere, che vuol dire “toccare” in latino quindi, con questa scusa, si poteva prendere un sacco di libertà anche con le studentesse di latino.

Poi crescendo il contatto è diventato esperto di chimica, di elettrotecnica ma il perché ve lo andate a leggere sulla Treccani, perché questo è un blog di stronzate.

E a proposito di stronzate, non vi sarà difficile ammettere quanto oggi il nostro caro, vecchio sostantivo contatto sia diventato ridicolo.

Egocentrico, effimero, superficiale, oggi questo sostantivo si occupa principalmente di pubbliche relazioni, lasciandosi masticare da bocche di gusto discutibile.

-Ho un buon contatto

-Andiamo a quella festa al Republic?! Possiamo fare un sacco di contatti.

-Non capisco come ci sia arrivato, quello stronzo! Quello era un mio contatto!

-Hai un contatto per entrare lì?

-Vuoi che ti dia il contatto di qualcuno là?

-Contattalo a mio nome.

-Eh…caro mio, se non hai i contatti non vai in nessun posto.

E se quelli che non hanno contatti non vanno in nessun posto, qual è invece il posto dove vanno quelli coi contatti?

Se mi fosse concesso di sognare, vorrei che il posto destinato a quelli che coi contatti ci fanno professioni, meriti e ambizioni, fosse un luogo angusto e pericoloso, una specie di caverna dove questi omini e donnine si ritroverebbero tutti insieme, ad un certo punto della loro vita o della loro morte, magari causata dalla loro agenda strapiena di contatti, che gli è caduta in testa.

Me li immagino, in questo girone infernale esclusivo per PR e genti inserite socialmente, a picchiarsi e a smanacciarsi per entrare alla festa più figa che c’è.

Me li vedo in questo buco nero pieno di transenne e tappeti rossi, di entrate in platea tutte cordonate, di privè e posti riservati ai quali loro, sempre secondo i miei sogni, non avrebbero accesso, perché ci sarebbe sempre qualcuno più fico di loro.

Qualcuno con più contatti.

Qualcuno che conosce il ragazzo della sicurezza, il ministro, la moglie del maresciallo, il figlio del regista, il marito della direttrice marketing, la suocera del signore delle pulizie

Qualcuno che arriva e passa davanti a tutti loro millantando più competenze attraverso lo scrollo dei numeri in rubrica e umiliando il resto degli omini, delle donnine e dei loro contatti miseri.

E questi me li immagino lì, col trucco sfatto e il tablet tra le mani, che restano così, col niente in faccia e nella testa, a guardare quello sconosciuto coi contatti giusti, che entra prima di loro.

Qualcuno morderebbe la faccia al vicino per accaparrarsi il primo posto alle transenne, un altro griderebbe “Lei non sa chi sono io”, un altro ancora si allontanerebbe imbarazzato, dicendo ad alta voce che chiama uno che conosce che sta già dentro, di non preoccuparsi, insomma sogno un luogo dove tutti questi omini e queste donnine si vergognerebbero del vestito che indossano che non è abbastanza firmato, dell’accessorio che stasera proprio non c’entrava nulla, della miseria intellettuale che si ritrovano in tasca, del contatto potente che non hanno, della dignità che c’era il giorno della loro nascita e che ora, non si sa perché, non trovano più, dei confini così stretti di un paese impietoso come il loro, che non consente altra possibilità di riscatto sociale se non la conoscenza di qualcuno che abbia i contatti.

Nel mio sogno, si spegnerebbero le luci e il sostantivo contatto griderebbe nel buio qualcosa di incomprensibile e poi si farebbe esplodere.

 

Vuoi vedere il video del live di questo pezzo?

IL VERO MESTIERE PIU’ ANTICO DEL MONDO

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Ogni volta che sono ad una festa, prima o dopo, arriva sempre il momento in cui sento il bisogno di vivere i miei consueti dieci minuti di alienazione dal pianeta terra. Arriva il momento in cui sento l’urgenza di chiudermi a chiave dentro quel piccolo, irresistibile salotto che sono Io medesima; di immergermi in quel brodino melenso che è la mia immaginazione.

 

Mi rifugio nel mio pensatoio e rilascio un lungo flusso di coscienza, senza farmi disturbare dalla musica alta e dagli aliti di prosecco degli invitati e così immagino di scrivere un report sull’andamento della serata, un feedback in lettere grandi e fumanti, marchiate a fuoco sul sedere del festeggiato.

 

Un feedback che poi è sempre lo stesso: alle feste, agli aperitivi, alle anteprime, in qualsiasi strafottuta occasione che costringa dieci o più persone vestite con dignità a riunirsi nello stesso luogo, si ripropone sempre la stessa legge morale secondo la quale la gente se la tira.

 

Le persone, specie se in branco, sviluppano una sgradevole propensione a credere nella loro personalità in maniera esagerata, scomposta. Ma perchè? Cosa porta un individuo mortale a tirarsela?

 

Tante volte mi sono riproposta questo spunto di riflessione e ammetto che fino ad oggi non ho prodotto nulla di definitivo dato che le uniche risposte che la mia mente ha trovato, le sole giustificazioni che i miei occhi hanno trovato di fronte a tanta ambizione, sembrano essere riconducibili a stronzate: una borsa griffata, un paio di scarpe in pelle di un tizio che si chiama Manolo, un contratto a progetto in un’agenzia di comunicazione, un fuoristrada costoso, un paio di zigomi più alti di quelli che hanno sviluppato certe popolazioni mongole nei secoli, per far fronte a temperature molto basse.

 

Questi sembrano essere i motivi che portano alcune persone appartenenti alla cosiddetta società evoluta, a credere di essere migliori, non di altre ma di tutti. Personalmente non conosco grandi scienziati, astronauti o professori emeriti ma dal loro abbigliamento trasandato, dai loro baffi e dai loro occhiali spessi, non mi pare se la tirino e non mi pare di averli mai visti con una borsa di Yves Saint Laurent sotto braccio, durante un’intervista, come invece ho visto fare ad avvocati di assassini famosi, a calciatori, ad attrici o a critici d’arte immersi nella sugna della loro religione auto-riflessiva.

 

Registi, prefetti, capi del gabinetto, modelle rimbecillite e amici di tutte queste categorie, senza mai generalizzare ma senza neanche perdere di vista le grandi numeriche con le quali questo fenomeno si replica negli stessi settori, credono che la loro persona intellettuale o fisica sia superiore a quella di un fornaio friulano, di un impiegato della Accenture o di un thailandese che li sta portando col suo taxi sgangherato dall’aeroporto al Four Season di Bangkok.

 

Magari è pure così. Magari davvero si tratta di personaggi meritevoli di onore; ma nel momento preciso, nel secondo puntuale in cui nel loro cervelletto si forma la convinzione di essere anche solo uno scalino sopra rispetto al resto dell’umanità, in alto sul famoso disegnino della piramide evolutiva, ecco che la loro supposta superiorità ha miseramente fallito in partenza.

 

Mi piacerebbe tranquillizzare tutti quelli che se la tirano che, se domani per caso dovessero schiattare (dipendesse da loro non schiatterebbero di certo, ma visto che non possono controllare tale spiacevole inconveniente, il rischio esiste!) sono sicura che il mondo non subirebbe cambiamenti fondamentali per il proseguimento della specie. Al massimo eventuali, flebili migliorie.

 

Sempre a proposito di vita, mi sento in dovere di poter dire che fino ad oggi siamo dichiarati tutti mortali e che nessuno è maggiormente richiesto sul pianeta terra rispetto a qualcun’altro, specialmente in occasione di una festa, a meno che certo, non si tratti del legittimo festeggiato, però non è comunque il caso di tirarsela oltre il dovuto.

 

Sembrano banalità ma evidentemente non lo sono, visto che c’è ancora tanta popolazione che cammina nel mondo col mento proteso verso i nembi, con una Birkin appesa al polso e gli occhiali da sole a riparare la cornea dagli sguardi zozzi di gente estranea.

 

Sono esenti da questa breve invettiva quelli che risultano indolenti o intolleranti verso il genere umano (e quindi superbi) semplicemente perchè ammettono la chiara involuzione di certi individui quali:

le persone che si picchiano negli stadi, le mamme che truccano le loro figlie, i signori col gilet rosa salmone del Nord che danno retta a quello che dice Salvini, i condomini della Santanchè che ancora non le hanno tolto il saluto, tutti coloro che ancora non hanno preso in considerazione l’idea di rimuovere il tasto 5 dal loro telecomando della TV, quelli che se la tirano.

 

SUA MAESTA’ IL DISPETTO

SINFONIE

more dispetto per tutti

Secondo me ci vuole un pò di dispetto nella vita di tutti noi.

A volte bisogna essere dispettosi per il nostro bene, per far divertire il nostro povero ego tramortito dal fisco italiano e dalle calorie.

Curo la mia mente facendo dispetti. La faccio sorridere.

Se faccio un dispetto mi sento bene e non è vero che lo scherzo è bello quando dura poco.

Quando i miei gatti dormono beati sul divano, sparo Travelling riverside blues dei Led Zeppelin a tutto volume e mi godo il loro salto in alto, da fermi e le loro faccette che mi maledicono.

D’estate mi piace fare rutti demoniaci in auto con le amiche dei Parioli, quando passiamo coi finestrini aperti proprio sul corso dove ci sono i locali degli aperitivi. Tutti si girano e io faccio una smorfia schifata e le guardo.

Se in treno ho davanti un tizio che mi guarda borbottando ingiurie contro il capotreno e l’Italia per un ritardo, aspettandosi che io annuisca e inizi con lui una lunga filippica su che paese di merda e dove andremo a finire, a me piace guardarlo dritto negli occhi ed esibire uno sbadiglio senza precedenti che vuole evidentemente dire “La tua presenza e le tue lamentele mi stanno spaccando di noia, ai limiti della morte” , senza però dirglielo e questo manda in bestia il tizio e a me piace mandare in bestia qualcuno, senza aver apparentemente fatto nulla di spregevole.

Se sono in vacanza con quelli amici che prima di mezzogiorno non vanno in spiaggia perché la notte prima hanno fatto i leoni, io alle 9 in punto, quando suona la mia sveglia monastica, adoro prendere di mira i loro letti e stordirli con un tuffo a bomba che piega le doghe di legno e fa credere loro che è arrivato l’Isis.

Quando riesco a convincere mia madre a salire in macchina con me, non appena siamo su strada e sono certa che non possa scendere, le metto Highway to hell degli ACDC e premo il pedale dell’acceleratore come se l’avessi rubata e se mi grida di frenare, mi piace ripeterle che sto andando pianissimo, mentre canto e faccio le corna all’insù con una mano.

Il dispetto è un piccolo luna park che puoi montare ovunque senza chiedere autorizzazioni o pagare biglietti.

Se sono ad una festa dove tutti si stanno divertendo e ballano duro, mi piace molto far sfumare un pezzo e lasciare quel secondo di magia in cui la gente pensa che metterò la hit che farà scatenare anche i muri e invece metto E ti vengo a cercare di Battiato.

Il dispetto è da provare.

Se sono ad una di quelle cene dove ad un certo punto tutti discutono animatamente sui soldi del Vaticano, i preti che sono tutti pedofili, quanto sia importante il matrimonio per gli omosessuali, quanti fascisti ci siano ancora nel mondo o qualsiasi altro stra-fottuto luogo comune di cui nessuno normalmente s’intende per un cazzo, mi piace fare quella che non è d’accordo con la maggioranza e vedere come in pochi minuti tutti si sbranano a vicenda e litigano e tirano fuori insulti sulla vita privata di questo o di quell’amico e la serata va a puttane e piano piano se ne vanno tutti.

Sono dispettosa perché penso che il dispetto talvolta abbia più vitamine di una spremuta di agrumi.

In gelateria mi piace passare davanti ai bambini perché sono bassi e il gelataio da dietro il bancone non li vede e nel momento in cui mi viene dato il gelato, se sono fortunata, amo dare la prima leccata con gli occhi ben fissi dentro a quelli del bimbetto e, senza che i genitori si accorgano di nulla, comunicargli con quello sguardo tutta la bontà del mio gelato che non è il suo.

Il dispetto è buono, non vuole mica fare del male, fa bene a grandi e piccini se si piglia con leggerezza.

Peccato che alcuni proprio non ce la fanno a prendere con leggerezza niente, figuriamoci il dispetto.

Tipo il signor venditore di Sky del centro commerciale vicino casa mia che, quando mi ferma e insiste che Sky è una figata, io gli faccio spiegare tutto ciò che esiste sul catalogo e gli chiedo questo e quel prodotto e i prezzi, i canali disponibili e lui si esalta e pensa di avercela fatta e quando lo vedo che è ben ben surriscaldato gli comunico che non ho la tivvù e non la vorrò mai ed è un peccato perché effettivamente questa Sky sembra interessante.

Lui si offende a morte, smette di parlare e mentre me ne vado non mi saluta ma sputa lì un impasto rabbioso di sillabe che somigliano ad un grazie e a un mavàvà, mentre fuma di bile.

Il dispetto è un compagno fedele per tutte le persone che si sentono sole e hanno voglia di sperimentare le reazioni più inaspettate degli esseri umani.

Quando gli amici mi trascinano in discoteca e qualche ragazzo sudato si avvicina e mi grida nelle orecchie domande su come mi chiamo e dove lavoro, io impazzisco di piacere a rispondergli nel suo timpano ubriaco, milioni di frasi senza alcun senso e innumerevoli parole inventate, tipo “splamplischero” o “turcimboni, tu?!” fino a quando lui non diventa pazzo a furia di dire “Come?!”

Il dispetto è un tappeto volante per te e per la tua anima, è una passeggiata tra le stelle, è una dichiarazione d’amore al tuo acume troppo spesso dimenticato.

QUEL LIKE DI TROPPO GLI FU LETALE

COSE FASTIDIOSE

Se sono in una zona coperta da lussurioso wify, non riesco a starmene lontana dal mio smartphone neanche per otto, ridicoli minuti: devo cliccà.
Se so che ho linea internet gratis e supersonica, mi metto lì e non vado certo sul sito di Micromega, per leggere cosa succede nel mondo; mi tuffo su instagram e twitto un inferno di foto e stronzate.
Però al contrario di voi, io ho una giustificazione: vivo in un posto dove l’adsl è come l’acqua in Burkina Faso.
La fibra, nella mia casa in cima alle colline, è solo una che ti mangi la mattina per andare in bagno regolare, quindi è normale che quando vado in città e sul telefono appare la linguetta che segnala rete poderosa e gratuita, mi esalto e perdo di vista la mia dignità intellettuale.
Voi che invece avete internet facile, veloce e quotidiano, dovreste imparare a praticare la disciplina del digiuno telematico, che forse è davvero l’ultima tendenza in fatto di stilosismi: godersi otto minuti di vita senza dirlo agli altri è davvero da fighi.
Fotografare solo con gli occhi il presente, non sentirsi obbligati a taggarci sopra un amico, smettere di fare petting con l’ Iphone e non aspettarsi un centinaio di like, è la nuova, vera libidine. 
Ma forse è roba troppo d’avanguardia, il digiuno telematico, come un quadro di Fontana all’epoca in cui uscì.
Il like possiede ancora la nostra vita perché il social possiede le redini della costruzione di un’opinione che gli altri si fanno di noi.
Il like: uno strumento talmente potente che non puoi permetterti di utilizzarlo piacevolmente a cazzo come un tempo, ma devi farlo con giudizio, dopo un’analisi preliminare molto accurata, perché con un click puoi combinare un sacco di guai.
C’è chi per un like di troppo o uno in meno, ti cancella dalle amicizie, non vuole più vederti o ti tiene il muso.
C’è chi fa delle analisi statistiche sull’andamento della propria vita, basandosi sui likes e in base ad essi si deprime, si esalta, cambia la foto del profilo o stermina la famiglia.
Ci sono quelli che ti tengono d’occhio, che ogni mattina si svegliano e sanno che dovranno avere più likes sia del leone che della gazzella o almeno di tutti i colleghi, ma soprattutto sanno che dovranno controllare con ferocia e precisione se tra i tanti apprezzamenti che affollano il loro status, c’è il tuo o se ti sei dimenticato di loro.
E a quel punto è la fine. 
Tu pensi che il tuo like passi inosservato tra i cento presenti, pensi che non farà la differenza e invece loro sono lì, ad aprire la tendina per scrutare uno per uno, tutti i nomi della lista di mi piace che hanno collezionato e se il tuo non c’è, sono cazzi amari. 
I precisi del like io li immagino a produrre un report settimanale con la curva del loro gradimento, seduti ad un tavolo da architetto.
Me li immagino a compilare una ricerca accurata dedicata ai likes d’affetto, quei likes che non hanno niente a che vedere con la qualità o il gradimento di ciò che hanno postato, ma che fanno riferimento solo alla fedeltà di un amico.
Una specie di like a prescindere, dentro il quale è presente il sotto-testo: “ti voglio bene, qualsiasi cosa tu faccia, amico mio, anche se posti un brano degli Slayer, per me tu sei il migliore!”
 Per quanto mi riguarda, metto un sacco di like per timore di ritorsioni; ci sono però dei post davanti ai quali la mia mano si paralizza: quelli con le foto degli animali travestiti da neonati o di ragazze che guardano la luna con frasi poetiche in sovrimpressione, tipo:
”Il cuore di chi ama vive per sempre”, “La gelosia è la bellissima spina nella rosa dell’amore”, “chi mi ha mentito non mi merita”.
 Quando vedo immagini di questo genere vorrei che oltre al “mi piace” e “non mi piace”, ci fosse il bottone “va a farti fottere” .
Una emoticon a forma di catena di cesso, perché ormai il dito medio è troppo inflazionato: una bella catena che quando ci clicchi sopra ti fa anche l’effetto sonoro.
A quel punto, la si potrebbe adottare anche con quelli che ti mandano le catene su whatsapp: 
”Se invii questo cuore ad altre dieci amiche alle quali vuoi bene, tra tre ore e quindici si avvererà un desiderio! L’ho provato, funziona!!”
Te la dò io la catena, imbecille. 
- “L’amore è l’incontro tra due persone scritto nel muro del destino!”
- “Arianna ti ha inviato uno sciacquone!”
 Gli individui che cercano di abbordarti via social network sono un’altra categoria che annegherei nel mio sciacquone telematico. 
C’è un esercito di creature deplorevoli di tutti i sessi, che tenta approcci da elemosina con messaggi pieni di cuori, accompagnati solo dal miserabile testo: “CIAO”.
Ciao cosa?! Chi sei?
Insomma, un messaggi su facebook è gratis, perché non investi un paio di secondi e di pelle delle dita per scrivere almeno un “Ciao, sono Biagio e mi piacerebbe conoscerti”.
Perché solo questo CIAO che presuppone che io già sappia cosa vuoi? Un CIAO che include tutto un sotto-testo di sussurri che dicono “Mi annoio a morte, Ti va ti limonare in rete?”
Prima di partire con lo sciacquone, mi piace fingere di essere cordiale e di voler approfondire: 
-Ciao, ci conosciamo?
-No, piacere sono Biagio.
-Ciao Biagio, capisco che non sia facile intuire dal computer il tono della mia domanda, ma c’è un’altra possibilità di traduzione oltre al “Ciao vogliamo conoscerci?” ed è “Ho mai incrociato realmente il tuo muso purulento in giro, di persona?! Oppure la tua vita è così malmessa che fai un giro sui profili degli sconosciuti per mandare “ciai” a random, e vedere che si rimedia?”
-Non fare l’antipatica, dai. Possiamo vederci per un aperitivo se ti va, così ci conosciamo dal vivo e non hai più scuse!

(faccetta, faccetta, faccetta)

-Guarda Giacomo, ti ringrazio ma è da quando sono piccola che rinuncio con dispiacere alle caramelle drogate per la storia di non dar retta agli sconosciuti, figurati se mi accontento di un aperitivo. Se tu e la tua Alfa 133 che hai sulla foto del tuo profilo, siete in cerca, uscite. Andatevene ai giardinetti, al bar, all’oratorio o agli apericena, ma vi prego: abbiate cura di voi fuori dalla mia portata anche telematica.
Sciacquone.
Mi spiace ammetterlo ma trovo irresistibile certa umiliazione via cavo perché è nazional-popolare, puoi sfogarti senza sapere ceto sociale e professione, toglie ogni filtro di buon costume e puoi accanirti in maniera libera senza temere un sguardo che potrebbe farti tenerezza o compassione.
Così, un innocuo CIAO, un campione qualsiasi di umanità preso a caso e in contropiede, diventa l’agnello sacrificale di tutte le mie insofferenze sociali.
E il wify manco si paga.

Vuoi vedere il live del pezzo, dal reading tristocomico di Madame Pipì?

FAVOLA DI BRAMBAMBULO

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Brambambulo. La favola che in pochi capiranno.

Favola della Buonanotte per bimbi in pigiama e genitori incazzati.

C’era una volta un bambino molto speciale di nome Brambambulo.

Brambambulo sembrava un bimbo come tutti gli altri: aveva anche lui una mamma, la Signora Proia, una signora che lavorava molto, specialmente di notte.

Brambambulo aveva anche un papà, il Signor Mornuto che passava le sue giornate davanti al computer a sorridere e stiracchiarsi.

Brambambulo non capiva mai perché il papà Mornuto sorrideva sempre, gli sembrava un sorriso così finto.

Aveva anche una maestra, la Signorina Spaccacrazzi, una giovane maestra che secondo tutti parlava un po’ troppo.

Brambambulo quindi, apparentemente un bambino normale, era in realtà speciale per il semplice fatto che non aveva amici.

Infatti era l’ultimo bambino onesto rimasto sul pianeta terra e così tutti gli altri lo prendevano in giro.

A volte i bambini sono un po’ delle teste di razzo perché giocano a fare i cattivi con i più buoni: Brambambulo era unico, gli altri invece si vestivano tutti uguali e volevano tutti gli stessi giocattoli.

Ma soprattutto il nostro piccolo amico non riusciva a dire le bugie, era allergico.

Se provava a dire una cosa non vera, subito iniziavano a prudergli le mani e doveva subito grattarsele contro qualcosa di molto resistente per sentirsi meglio.

Alcune volte, quando gli capitava di iniziare a raccontare una bugia a mamma Proia, iniziavano a prudergli le mani talmente forte che il povero era costretto a correre verso il muro del giardino dove crescevano i cactus per grattarcisi sopra e il muro era proprio quello che confinava sul piccolo bosco dei vicini: i Signori Nortacci.

I Signori Nortacci erano antipatici e non volevano che bambini e cani si avvicinassero al loro piccolo bosco e calpestassero i fiori e le 100 piante tropicali, che loro compravano a caro prezzo ogni mese, su un giornale che si chiamava Gardenia.

Così, tutte le volte che a Brambambulo scappava una bugia e correva a grattarsi le mani sui cactus o contro il muretto di tufo, uscivano i Signori Nortacci e gridavano contro di lui “Vattene, levati dai poglioni, Brambambulo!”

Brambambulo aveva capito che dire le bugie gli faceva male, in tutti i sensi.

Che era come fare una scorpacciata di ciliegie se il dottore ti ha detto che non puoi mangiarle perché sennò vai all’ospedale.

Non dire bugie quindi non gli costava fatica, anzi.

Invece soffriva molto per non avere neanche un amico.

Così un giorno andò dalla maestra Spaccacrazzi e gli domandò “Signorina Spaccacrazzi, come si fa ad avere un amico? ”

La maestra ripose “Brambambulo, perché dici queste spronzate? è facile trovare un amico! basta andare al mercato degli amici, nel paese di Spugnetto”.

Allora il bimbo si mise subito in cammino.

Destinazione: Paese di Spugnetto.

Spugnetto era un paese poco lontano dalla città dove viveva Brambambulo.

Il nostro amico passò da casa per prendere i suoi risparmi e saltò nel boschetto dei signori Nortacci per far prima, pestando la Primula Equatoriale, appena sbocciata.

Poi s’incamminò soddisfatto e giunse dopo un’ora di camminata da spaccarsi il dulo, al Cancello di Spugnetto.

I cancelli del paese di Spugnetto erano alti alti e pieni di punte di ferro luccicanti nell’aria.

A guardia delle porte del paese di Spugnetto c’era un cane barboncino senza denti, con la maglietta di un famoso gruppo di musica, i Pink Floyd.

Il Barboncino sdentato, come vide Brambambulo gli domandò “Cofa fai qfui fafazzo?”.

Il povero Brambambulo non capiva bene le parole del barboncino, perché senza denti si mangiava tutte le parole.

Comunque prima che il barboncino senza denti si arrabbiasse del tutto, Brambambulo domandò subito dove fosse il mercato degli amici e disse che era venuto al paese di Spugnetto per comprarne uno.

Il Barboncino sdentato si grattò la pancia con le zampine, e insieme alla pancia grattò anche la faccia del chitarrista dei Pink Floyd.

Poi disse : “tfi fafò paffafe sofo se fisponfi a una fomanfa, a un indofinello”.

Brambambulo pur di poter comprare un amico ormai capiva anche il linguaggio del Barboncino sdentato e acconsentì a indovinare qualsiasi cosa gli avesse chiesto.

Chiese allora il Barboncino “Cofa fa fima con fazzo?”

Subito Brambambulo rispose più forte che poteva “Mazzo, Mazzo!”

“Fene fafazzo! fuoi enfrafe!”

Brambambulo capì cosa il barboncino sdentato voleva dire solo quando si aprirono i cancelli di Spugnetto, allora di corsa entrò e vide un piccolo cartello di legno dove c’era scritto MERCATO DEGLI AMICI.

Allora Brambambulo prese il sentiero che indicava il cartello e giunse, dopo aver attraversato una stradina al vero MERCATO DEGLI AMICI del paese di Spugnetto.

Subito entrò nel mercato: era pieno pieno di bambini che sceglievano gli amici e contrattavano coi signori delle bancarelle.

Sugli scaffali c’erano tanti bambini con dei cartelli con tutte le loro qualità e i loro difetti.

Sulle manine di ogni bambino-amico in vendita, c’era una piccola etichetta con il prezzo, che però Brambambulo non riusciva a leggere perché erano etichette molto piccole, come le manine dei bambini-amici in vendita.

Ad un certo punto Brambambulo vide un bambino, poco più grande di lui con un vestitino blu e gli occhiali rossi con le lenti di specchio.

Brambambulo non sapeva perché ma sentiva dentro di sé che quello era il suo nuovo, primo amico.

Corse più vicino verso lo scaffale della bancarella, per leggere le qualità e i difetti del bambino:

“Nome del bambino-amico: BOGLIONE TEDIOSO.

Qualità: bravissimo in matematica, disegno, suona pianoforte, fa le puzzette che non puzzano e colleziona matite”

Brambambulo sorrise soddisfatto, era sempre più convinto che fosse lui il suo nuovo, primo amico.

“Difetti del bambino-amico BOGLIONE TEDIOSO: fa i capricci prima di andare a dormire, odia le verdure, mastica i giocattoli degli amichetti, dice qualche parolaccia”

Brambambulo esultò: E’ lui! Il mio nuovo primo amico!

Ma doveva sapere quanto costava il suo nuovo primo amico..

Brambambulo non sapeva che quella era la famosa bancarella di PREGNA e associati.

Una bancarella di bambini amici e signori amici e anche fidanzati, molto famosa e rinomata.

Aveva anche il negozio in centro e faceva delle confezioni regalo incredibili, se qualcuno comprava un amico da regalare.

L’amico scelto veniva incartato dentro una bellissima scatola di cartone rigido colorato, con una pellicola trasparente all’altezza del musetto, per mostrarlo bene.

Brambambulo corse alla cassa della bancarella e chiese al signore Addetto “Quanto costa Boglione Tedioso? vorrei comprarlo.”

Il signor Addetto guardò Brambambulo con affetto e tenerezza e gli rispose “Caro bambino, quello che hai scelto è il miglior bambino amico che abbiamo in negozio.

Ama studiare ed è molto giudizioso, apprende in fretta e fa le puzzette che non puzzano e molte altre cose che sono scritte sull’etichetta, non l’ hai vista Birbante?!

Allora vediamo un po’, fammi vedere nel computer…si…eccolo! Allora Amico Bambino Boglione Tedioso costa: il tuo giocattolo preferito, metà delle cose buone che ti prepara la Mamma per colazione e poi…vediamo…..ah! dovrà scegliere lui per primo i regali di Babbo Natale ogni anno e potrà scartare comunque tutti i tuoi regali sotto l’albero.

Infine 25 centesimi per la confezione.”

Brambambulo rimase a bocca aperta “Porta Pubbana” pensò.

Desiderava moltissimo avere un amico con il quale giocare, parlare, correre, studiare e fare uno spuntino, ma non era disposto a dividere tutte queste cose belle con un altro bambino.

I suoi regali di Natale scartati da un altro bambino, le merende della mamma e il suo nuovissimo monopattino, il suo gioco preferito!! I 25 centesimi, aveva controllato, c’erano nel borsello che aveva rubato a papà Mornuto e restavano anche dei soldini per due gelati, uno per lui e uno per il Boglione.

Però la voglia di avere un amico, piano piano diminuiva e Brambambulo aveva paura di perdere le sue cose preferite.

Così, mentre le manine iniziavano a prudergli perché nel suo cuore nasceva il desiderio di dire una bugia, perché si vergognava a dire che non era abbastanza generoso per avere un amico, Brambambulo si scusò con il Signor Addetto e disse

“Mi dispiace ma non lo voglio più, grazie, arrivederci”.

E da Spugnetto ripartì verso il suo paese.

Brambambulo era triste ma mai come Boglione Tedioso, che nel frattempo, veniva riposto nel magazzino dall’Addetto, dopo aver sfiorato l’acquisto.

Brambambulo pensava che aveva tutte le sue belle cose ma non aveva ancora un amico.

Pensieroso tornò a casa e passò attraverso il boschetto dei vicini, i signori Nortacci, che stavano giusto annaffiando la Primula equatoriale, cercando di farla rinvenire.

Vedendo il bimbo pensieroso passare nel loro prezioso orto di papaveri nordici e pestare tutti i pistilli appena nati, urlarono insieme “Vattene, levati dai poglioni, Brambambulo!”.

E lui si sentì molto solo e si pentì di non aver comprato Boglione Tedioso, insieme al quale sarebbe potuto scappare al di là del muretto ridendo.

Ma la vita è così per i bambini taccagni, figli di Proia.

 

A proposito di genitori incazzati, si veda anche :

http://prospettivanevskij.myblog.it/media/00/00/3997605426.pdf

FAI STA CAZZO DI NANNA, l'opera che tutti i genitori devono avere.