L’insostenibile ostilità del monopattino.

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Per me, sta diventando sempre più difficile camminare in un qualsiasi centro di qualsiasi città.

Ci sono troppi ostacoli mobili: prima di tutto, ci sono le persone, che c’erano anche prima, per carità.

Ma prima guardavano la strada, non avevano il mento nello sterno e gli occhi piantati su un dispositivo che le mette in contatto con speranze sociali di diverso tipo che per la maggior parte resteranno inattese.

Poi devo evitare quelli che vogliono farmi firmare contro la droga.

Mi spiace ma non riesco mai a tenermi in bocca la battuta di cattivo gusto che “Guardi, sono a favore della droga in diverse circostanze”, cosa che giustamente attira l’astio dell’ex tossico che prende a rincorrermi e mi si mette alle costole per i successivi trecento metri spiegandomi la sua opinione anche giusta ma bizzarra, almeno quanto la sua persona.

Gli ex drogati infatti parlano come quelli di Comunione e liberazione ma si vestono ancora da tossici e questo assemblaggio di elementi opposti mi ha sempre fatto sorridere molto e così, mentre lui parla di cose evidentemente brutte, io sorrido perché sto pensando al connubio improbabile che ho davanti e lui mi odia, se possibile ancor di più e molla la presa disgustato ma io, nel frattempo ho già rallentato il mio passo a causa sua e delle droghe.

Non è la prima volta che le droghe rallentano il mio passo ma in questo caso non le ho assunte quindi sono ancora più infastidita.

Schivato anche questo ostacolo mobile, arrivano i ragazzini delle ONG con le loro pettorine azzurre o rosse: gente che non conosce la timidezza e che ti si avventa addosso con tutto un repertorio di frasi da primo approccio imparato durante la formazione oppure nei mesi di esperienza per strada.

“Ciao! Posso rubarti un secondo per i bambini malati?”, “Un minuto per salvare una vita, lo hai?” ed altre domande retoriche che servono a far capitolare i passanti dentro a sensi di colpa così profondi che diventa davvero difficile restar forti e dire “No, grazie”.

Perché quel “No, grazie” viene sentito dagli altri passanti che ti lanciano subito un’occhiata del tipo “Dio, che brutta persona che sei, non hai sentito cosa ti ha detto il ragazzo? C’è in ballo la vita di qualcuno meno fortunato di te; se avesse fermato me, starei già compilando il modulo di sessanta pagine in cui accetto che possano telefonare alla mia famiglia anche di domenica notte e prelevarmi lo stipendio senza che passi dal mio conto corrente. Vergognati, merda”.

Che luogo ostile la città.

Superata anche questa prova, eccoli che arrivano.

Sono tanti e non conoscono la legge.

Sono i monopattini.

La dimostrazione che l’essere umano contemporaneo non tema poi così tanto la morte, si trova nella sua ostinazione ad utilizzare il monopattino.

Qualsiasi cittadino delle città che contano, anche in pessime condizioni fisiche, partecipa alla febbrile modernità della sua città acquistando l’abbonamento ad un aggeggio sul quale vivrà diverse brutte esperienze senza poterlo dare a vedere perché sul monopattino non ci si può mostrare fragili!

Il monopattino rappresenta, a livello sociale, il massimo del nostro saper stare al mondo.

Si plana sicuri su una tavoletta volante, ci si plana con lo zaino ed i sacchetti con lo shopping, ci si plana persino in due, senza casco e con capelli, orecchie e connotati tutti tirati all’indietro dalla velocità supersonica di un mezzo che sembra avere un unico scopo: quello di schivare la povera gente che cammina.

Ho visto gente prendere di mira intere famiglie e fissare un punto, un centro, un bersaglio immaginario dove pilotare il proprio monopattino per provare a rompere le linee, ad abbattere barriere umane che volevano solo passeggiare per il centro ed invece si ritrovano ad incrociare lo sguardo furioso di un pilota di questi fenicotteri urbani che gli sta dicendo, senza proferire parola “Togliti di torno o ti abbatto”.

Non è prevaricazione sociale?

Intuita la sensazione di potere che il mezzo provochi, mi sono decisa a fare un abbonamento.

Ho scaricato la app ed in pochi minuti sono salita sul mezzo senza averne mai guidato uno simile in vita mia.

Non è la prima che provo questa sensazione, era già capitato con l’auto.

Il giorno stesso che entrai in possesso del foglio rosa, a diciotto anni ed un giorno, mio padre mi prese e mi portò in macchina sul raccordo anulare.

Accostò e mi disse “Ora guidi”.

Sopravvivere, quel giorno, mi ha fatto capire quanto l’improvvisazione sia la chiave dei miei pochi successi: improvvisazione ed approssimazione sono la pratica zen della mia vita personale e professionale.

La frase di motivazione “Non so come si fa ma proverò a far credere agli altri di averlo sempre fatto” è stata per me, da sempre, fonte di grande sollievo e di spregiudicate vittorie.

Ma non col monopattino.

I primi cinquecento metri li faccio concentrata, perfetta.

Schivo la gente, sorrido, chiedo scusa, freno ai semafori e riesco persino a curvare.

Mi accorgo che inizio a prenderci gusto quando mi nasce in viso il famoso sguardo furioso che hanno gli altri abbonati.

Comincio a guardare con ferocia tutti i passanti che occupano la mia traiettoria ideale.

Li schivo all’ultimo, ne sfioro le giacche, mi appoggio alle borsette facendo creder loro che potrei rapinarli, se solo volessi.

Ancheggio e mi sento alta.

Mi sento padrona del corso principale della mia città e libera di slogare le caviglie alle stupide persone che hanno scelto di usare solo i loro miserabili piedi per muoversi.

Accelero, pigio il piccolo campanello quando incontro degli incauti che hanno scelto di darmi le spalle e se non mi sentono, quando sono a pochi millimetri dico ad alta voce “Eh, faccio quello che posso però anche lei collabori”, e premo la ruota contro la loro caviglia per far loro male e mi piace sentire che gemano e che i loro pantaloni si brucino per la sfregatura provocata.

Poi li supero, senza dar loro il tempo di reagire male.

Eccone un altro: è un ragazzo alto, pettinato perbene e coi mocassini camosciati.

Viene verso di me, ha la faccia dentro al cellulare: starà guardando TikTok, bisogna punirlo ed io sono qui apposta.

Accelero.

Mi vengono quasi gli occhi a mandorla dalla velocità che si porta via i miei connotati, il mio vestito svolazza come quelli di certi servizi di moda ed anche i capelli iniziano a roteare in ogni direzione mentre i muscoli delle mie braccia tremano non essendo allenati a mantenere una presa così costante, così impetuosa del manubrio che inizia a vibrare.

Tanto.

Il ragazzo alza lo sguardo, sorride mentre si scosta, sorride e forse mi dice delle cose carine senza dirle.

Sorrido anch’io mentre lo schivo ed immagino si stia girando a guardarmi mentre lì, a pochi metri mi aspetta un tombino.

Uno di quei tombini incassati nell’asfalto che creano uno scalino duro, cattivo che sembra attirare come una calamita la ruota del mio monopattino feroce.

E accade tutto in un attimo: la ruota s’impunta contro lo scalino, il monopattino vibra, s’irrigidisce, si solleva dalla ruota posteriore lanciandomi in aria con effetto catapulta medievale.

Sono in aria, immagino il ragazzo che continua a guardarmi, la mia borsa si schianta contro il parabrezza di un’auto e poi cado di sterno, di mento, di pube.

Cado proprio quando non potevo permettermelo.

Cado proprio quando mi stavo dimenticando di essere mortale.

Sono a terra e continuo a dire alla gente che non mi sono mica fatta niente.

Sono tutti molto preoccupati tranne il ragazzo che sorrideva e che continua a sorridere, a pochi metri da me, mentre sistema il suo zaino proprio dietro allo stand di firme contro la droga ed inizia il suo turno.

IL CODICE STRADALE CONTRO GARIBALDI

BESTIARIO DI VIAGGIO, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Anche a causa delle mie origini liguri amo comprare cose usate, non con l’intento di risparmiare ma per la bramosia di pagarle meno.

Da quando ho ricordi, spreco una buona fetta di vita nei mercatini dell’usato, appresso ad oggettistica inutile, ad abiti che non metterò mai o che, ancor peggio indosserò per mettere alla prova il mio menefreghismo, tipo le giacche in lamé con le spalline anni ottanta alla Jem o qualsiasi indumento abbia paillettes oppure appresso a mobili orientali rosicchiati ma costosi perché considerati antichi proprio grazie ai buchi fatti dai morsi dei ratti.

Convinta di spender meno e pensando che il carburante non sia un costo effettivo, sono sempre pronta a macinare chilometri per trovarmi davanti ad un ferro vecchio da contrattare con qualcuno che ha sempre capacità di fregare il prossimo più grandi delle mie.

Così oggi mi sono messa in macchina e ho percorso seicento chilometri per andare a ritirare una vecchia poltrona da ufficio a soli cinquanta euro ad Alessandria.

Ho passato diverse settimane rovistando sui negozi online specializzati in poltrone ma ho trovato solo troni da venditori di prostituzione d’alto bordo oppure sedili simili a quelli da rally ma pieni di pulsantiere per la gente che si sfascia di videogames; a quel punto mi sono rivolta al contenitore di tutti i miei piaceri: il mercatino dell’usato online, quel bellissimo luogo virtuale dove la gente pubblica foto di oggetti che non usa più e li vende a prezzi vantaggiosi rispetto ai negozi normali e persino a quei luoghi offensivi che sono gli outlet, dove vengono vendute le felpe coi loghi di due stagioni prima.

La poltrona per la quale ho consumato tutti quei chilometri non aveva ovviamente nulla di speciale, a parte lo schienale completamente screpolato ed il fatto che sia stata messa in vendita ad Alessandria offrendomi così l’occasione di conoscere certa, ostile provincia piemontese.

Non che il Piemonte sia tutto ostile ma qualsiasi romano si trovi al volante in Piemonte troverà, per forza di cose, pura malevolenza, sia negli occhi degli automobilisti che in un codice stradale da dover improvvisamente rispettare, forse per la prima volta nella vita.

La poltrona è stata usata dalla direttrice di un grande negozio multimarca di abbigliamento per poi essere stata rimpiazzata ed abbandonata nell’androne dell’ufficio amministrativo, in mezzo agli scatoloni con la merce fallata.

A farne guardia c’è il portiere che risponde anche ai messaggi che si possono inviare sull’annuncio ed è lui che mi ha detto “Gliela metto da parte”.

Per una persona ansiosa, poche cose riescono ad essere fastidiose come il sentirsi dire da qualcuno “glielo metto da parte”.

Viene subito angoscia a realizzare che ci sia un oggetto che mi sta aspettando, che è mio per priorità ma non del tutto perché può sempre succedere qualcosa, un imprevisto, che so, qualcuno che se lo porti via prima di me, in maniera clandestina, mentre questo sia ancora in attesa di me.

Per quanto riguarda questa poltrona però non c’è proprio nulla da temere: è talmente consunta che non se la incula nessuno da settimane ma questo fatto che me l’abbiano messa da parte preme sul mio cuore col suo peso, tipico dell’impegno che incombe.

Attraversare Alessandria ti dà la possibilità di sentirti fortunato solo per il fatto di non doverci vivere.

Tale sensazione non si prova solo ad Alessandria ma in parecchie zone del mondo: esistono luoghi dove ti ritrovi felice nel realizzare semplicemente che sei solo di passaggio: non si tratta di posti squisitamente brutti ma anche squallidi, troppo freddi, troppo caldi, mal costruiti, con leggi troppo restrittive, dove si mangia di merda o comandano ancora gli uomini.

Alessandria, come tutte le città civili gode della collaborazione degli abitanti nel controllo del rispetto del codice stradale.

Qui non esiste quella morbida noncuranza del Sud nei confronti di chi è al volante e neanche quell’affettuoso feeling che si crea fra chi ha parcheggiato in terza fila e chi assiste dalla sedia di un bar, a quel tentativo eroico di trovar posto nella kasbah.

Ad Alessandria, questa mattina ci passo solo per affari, per portarmi via la poltrona del capo e tornarmene a casa quindi mi basterà trovare un angolo dove appoggiarmi con l’auto, cinque minuti.

Entro nel centro storico tutta contenta che ci sia il permesso di poterlo fare e percorro le piccole vie lastricate del centro, popolate da gente che raccatta la cacca dei cani col sacchettino fucsia ed il filo di perle al collo.

L’ufficio che conserva la mia poltrona è in una via a senso unico, costellata di bar che hanno pagato il suolo pubblico per avere la piazzola all’aperto coi tavolini.

Il bar proprio accanto al portone di mio interesse è pieno di gente, tutta con la mascherina chirurgica appoggiata sotto al mento, tutta distante ma vicina, tutta del posto.

Di fronte al bar, due signore coi loro fili di perle stanno entrando dentro ad un portone ma quando mi vedono passare, si fermano.

Di fronte a loro, proprio affianco al bar e davanti all’androne dov’è conservata la mia poltrona, c’è un signore con un povero cane a guinzaglio, di Alessandria anche lui e che sembra sedato.

Si ferma anche lui e mi guarda sbigottito.

Il patio esterno del bar occupa metà della carreggiata e non è colpa mia se sulla via non esistono parcheggi.

C’è poi il peso specifico della poltrona che non è proprio un oggetto soffice da caricarsi sulla schiena.

Queste ed altre motivazioni mi scagionano da subito ma io manco ci penso a queste cose perché già sto accostando, con le doppie frecce, proprio di fronte al bar, bloccando il passaggio sulla via alle altre auto ma sarà solo per cinque minuti.

Tutti mi guardano, non capiscono cosa stia facendo, non vogliono crederci.

Ho ancora il motore acceso, la cintura inserita e la radio accesa ma loro mi sono già addosso.

Le signore coi fili di perle smettono di girare la chiave nella toppa del loro portone e si avvicinano al finestrino del passeggero come dei morti viventi, pronti a mangiarmi l’intestino, soltanto con le ballerine e la borsa Furla.

Anche il tizio col cane si avvicina, appiccica il naso al mio finestrino ed inizia a parlare ma non capisco cosa dica perché c’è il vetro fra di noi e per fortuna anche la musica alta e la mascherina che lui muove insieme alla mandibola, inabile a capire che non possa sentire un cazzo di ciò che mi sta dicendo.

Dal bar, intanto alcuni anziani si alzano dalle sedie ed iniziano a gridarmi appresso, sono circondata.

Resto sette minuti in macchina sperando che la folla inferocita si dilegui ma niente.

Tutte le attività della via sono congelate dal momento in cui ho accostato in zona sosta vietata.

Bussano sui finestrini e gridano cose tipo “Qui non può stare, signora”.

E’ terribile.

Terribile anche non poter dir loro “Fatevi i cazzacci vostri”.

Quando il linciaggio è alle porte esce il portiere dall’ufficio; è un uomo basso, con naso dalle narici enormi ed un braccialetto d’oro al polso: è senz’altro del Sud, sono salva!

Mi saluta facendomi capire con gli occhi che devo rimanere calma, dopodiché blocca la porta scorrevole con un faldone e trascina fuori la poltrona facendo vibrare le rotelle sul lastricato piemontese, ostile anche lui.

Quando il portiere è abbastanza vicino e so di non dover più temere, do uno strattone alla portiera ed esco dalla macchina, spostando i passanti ancora attaccati alla carrozzeria e facendomi largo fra la gente, sino alla poltrona.

L’uomo misericordioso mi fa accomodare sulla poltrona, in mezzo alla strada, come se nulla fosse e mi dice, con forte accento campano, “La provi, stia tranquilla, la provi bene”.

Ed io mi siedo e faccio anche qualche metro di lastricato con le rotelle, sfidando l’ira dei civilizzati che sussurrano che stiamo scherzando, che è una vergogna, che è roba da matti.

Il portiere mi aiuta a testare lo schienale, la poltrona mi pare un buon affare ma non perché sia in buono stato bensì perché la faccenda sta prendendo l’odore della conquista epica.

Mentre la bolgia infernale ci enuncia il codice della strada, noi carichiamo la poltrona in macchina e ci scambiamo due parole veloci sul perché siamo lì.

Chiudiamo il portabagagli e ci salutiamo in fretta ma di cuore, divisi dalla sommossa civica.

Rientro in macchina, abbasso le sicure e riaccendo la musica.

I maledetti passanti son lì che si stracciano le vesti mentre inserisco la retromarcia e mi allontano, interpretando il codice della strada, con Dio dalla mia parte che non fa arrivare nessuno dall’imbocco della via, con Dio che mi consente di sfuggire a quegli ausiliari per un giorno che digrignano i denti.

Li vedo sempre più piccoli che si sbracciano e si danno conforto reciproco, li vedo mentre diventano minuscoli punti sconvolti ed atterriti dal grande caos.

Una volta salva, in autostrada penso a Garibaldi.

Penso alla sua tenacia, ai suoi obiettivi, alla sua impresa leggendaria che però non tenne conto delle enormi differenze fra popoli che non erano pronti ad unirsi, differenze che oggi paghiamo ad un prezzo molto più alto del parchimetro.