PIAGHE

piaghe, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Piaga
[pià-ga] s.f. (pl. -ghe)

  • 1 Lesione della cute o di una mucosa, con perdita di pus o di siero e difficoltà di cicatrizzazione; estens. ferita, lacerazione, taglio: avere le p. ai piedi, alle mani
  • 2 fig. Dolore dell’animo, pena, tormento || mettere il dito nella, sulla p., toccare un argomento delicato, che rinnova la sofferenza di qlcu.; anche, mostrare con chiarezza dove sta il nocciolo di un problema
  • 3 fig. Problema sociale grave e diffuso: la p. dell’alcolismo, della corruzione

per brochure

Da quando ho intrapreso il mio percorso di scrittura comica, l’intento è sempre stato sociale e mi fa ridere dirlo nei confronti di racconti umoristici, ma sentivo e sento l’urgenza missionaria di identificare e condannare abitudini, mode e tendenze di costume che stanno dissanguando il nostro libero arbitrio intellettuale, omologando la nostra identità e mortificando le poche altezze rimaste del genere umano.

Quando ho incontrato la biro partigiana e il lavoro che Steve Magnani porta avanti grazie ad essa, ho capito che il tempo storico per associarsi e dichiarare dissenso è ancora attualissimo e, per quanto riguarda gli artisti, anche doveroso e necessario, esattamente come accadde in tempi migliori, coi più noti movimenti artistici e letterari.

Quali sono le Piaghe della nostra epoca? I castighi che anzichè divini ora sono squisitamente auto-inflitti dall’uomo?

Sono piccole cose, niente di grave. O forse si.
Sono messaggi subliminali spacciati per avveniristici, pensieri morali che non puoi contraddire altrimenti sei bigotto.
Sono negozi dove sei ipnotizzato e telecomandato a comprare senza scelta personale, tendenze o professioni che l’universo ha decretato essere cool e tu non puoi dissentire.

Sono stili di vita ai quali, se vuoi essere accettato, non puoi sottrarti.
Queste tendenze inaridiscono, frustrano, immiseriscono il nostro genere e mentre il mondo le chiama, appunto, tendenze, io e Steve Magnani sentiamo una vocina nello stomaco che ci dice che no, che sono problemi sociali,  sono Piaghe.

Così è partita la nostra ricerca, uno studio delle piaghe contemporanee, una caccia alle streghe del nostro secolo scherzosa ma serissima perchè l’espediente della risata per dire qualcosa di importante sarà anche vecchio come il mondo ma è sempre performante.

Il termine “Piaghe” ha sapore biblico perciò anche i miei testi comici e le immagini di Steve hanno molte analogie con certe omelie protestanti.
E senza dubbio si tratta di protesta: una rivolta sociale, all’intrattenimento e ai suoi temi scritti per far dimenticare anzichè pensare.
La comicità oggi non sa più dove andare a pescare lo scandalo perchè il pubblico è abituato a tutto.

I cliches tipici del cabaret puzzano di muffa.
Gli stand-up comedian parlano di pompini, nani e assorbenti cercando negli occhi del parterre meraviglia e stupore.
Io e Steve pensiamo che la piaga contemporanea peggiore sia pensare che sia tutto lecito e che il cattivo gusto non esista.
Anche per questo siamo alla ricerca di eleganza espositiva, finezza nella proposta grafica esercizio di recupero grammaticale in un’epoca in cui scriviamo “perkè”, parolacce e soggetti spregevoli che si confondano con concetti moralmente elevati.

Rinunciamo a qualsiasi grido o altro espediente sguaiato, critichiamo le mode contemporanee utilizzate senza cognizione, abbiamo il desiderio erotico di proporre una comicità che non sappiamo bene se sia satira, stand-up comedy, cabaret o se necessiti di catalogazioni ma che senz’altro faccia nascere nel pubblico il sorriso di chi sta facendo funzionare a regime l’organo più affascinante che abbiamo: il cervello.

Piaghe è un contenitore con dentro un sacco di cose arrabbiate: un libro, uno spettacolo teatrale, un canale di contenuti video con cui porteremo avanti la nostra ricerca missionaria. Coming Soon insomma. Si dice così?

https://mrkillblog.wordpress.com/

https://madamepipi.wordpress.com/

 

 

IL POSTO DI BLOCCO E I NIRVANA

COSE FASTIDIOSE

Il posto di blocco è una di quelle poche esperienze che, in pochissimi secondi, toglie dignità persino ai cittadini più scaltri e rognosi.

Il posto di blocco, normalmente gestito da due carabinieri che lottano contro noia, freddo o caldo per arrivare a fine turno, è una delle occasioni stradali più temute e meno agognate, anche se sei di Bressanone e quindi, per definizione, con tutta la vita in regola.

Il timore e la paura atavica nascono dalla presa di coscienza che esistano alcuni perfetti sconosciuti inviati dalla legge, con il potere e il diritto di fermarti quando e come desiderano, incuranti del fatto che tu sia di fretta, triste, arrabbiato o impensierito ma comunque (almeno nella tua testa) al sicuro, nell’auto di tua proprietà e che possano addirittura toglierti la proprietà di quell’auto.

E questa è una consapevolezza tra le più socialmente destabilizzanti, soprattutto per le popolazioni del sud.

Il posto di blocco è un’entità che non ti vuole bene perché, già il nome lo dice, ti blocca.

E’ un luogo dove tutti i tuoi programmi, la tua allegria e le tue chattate vengono congelati all’istante e anche se non sei d’accordo.

Ma soprattutto il posto di blocco è una situazione durante la quale perdi fiducia in te stesso e nella tua coscienza, che non ti appare più così pulita come credevi, una situazione durante la quale perdi vigore , spavalderia e forse anche i punti della patente.

Il momento più impegnativo è il primo, quello in cui all’appuntato e a tutto il suo bagaglio di vita, viene in mente l’idea di alzare la paletta proprio al tuo passaggio:

“Perché?!”, pensi mentre deceleri e cominci un vergognoso processo di sudorazione istantanea, “cos’ho, la faccia di un criminale?!”.

Scopri così, forse per la prima volta, che la percezione che hai di te non sempre corrisponde a quella che ha il resto del pianeta terra.

Nel momento in cui vedi la paletta ti rendi conto che non puoi far finta di non averla vista: deceleri, accosti e inizi a pensare alle tante cose belle della vita, che ti scorrono in una successione velocissima, esattamente come dicono che avvenga negli ultimi istanti prima di morire.

Passi a scandagliare i tuoi cari che ti aspettano a casa ma soprattutto tutti i documenti e i valori che hai a bordo, cercando di prevedere il punto debole, il dettaglio che troveranno fuori posto, a meno che tu non faccia qualcosa per occultarlo, in quella manciata di secondi a disposizione tra la paletta e la frenata, rigorosamente effettuata con freccia a destra.

Ma niente, non c’è più tempo: le pupille dell’appuntato sono dentro le tue già da molti secondi.

Appena ti fermano hai due possibilità: abbassare il finestrino e salutare le forze dell’ordine mostrandoti gioviale oppure reagire “all’americana”, restando immobile e attendendo ordini.

Normalmente il posto di blocco non nasce per crearti problemi eppure, puntualmente te ne crea perché esso è gestito da persone e le persone con le loro reazioni sono, purtroppo, quasi sempre tutte diverse tra loro e non sempre equilibrate nei propri ruoli.

Se, ad esempio vivete nella zona nord di Roma e avete più o meno la mia età, ricorderete un signor carabiniere soprannominato “Il Baffo”.

Dire Baffo, quando eravamo giovani col motorino truccato, era come dire demonio, mamma, prigione, sequestro e umiliazione, tutte incluse in un’unica parola, “baffo”, appunto.

Lui poveraccio era un signore sulla sessantina che faceva il suo dovere prima della pensione anche se, debbo ammettere, un po’ ce l’aveva coi giovani.

Se lo incontravi, se per caso non eri stato avvisato dalla rete di solidarietà telefonica che si creava, quando qualcuno lo vedeva posizionarsi in questa o quella piazzola della Cassia, sapevi che per te non c’era scampo, perché il Baffo avrebbe multato la tua anima, non il tuo motorino.

Il Baffo umiliava le tue profondità non la marmitta Proma o il bollo non pagato.

Il Baffo, con la sua sgridata che proseguiva ben oltre il tempo di stesura del verbale, proclamata mentre la sua enorme mano ti teneva fermo il piccolo polso da quindicenne che avevi, in realtà ci teneva a te e non gli interessava sequestrarti il motorino se non con l’unico, importante scopo di far sapere ai tuoi, il coglione che eri.

Comunque ora il Baffo è in pensione ma resta lo choc resta che si ripropone ogni volta che qualcuno con la giacca blu e rossa ti dice “Documenti, per favore” (il “per favore” non sempre è conosciuto e incluso).

Allora diamo per scontato che tu i documenti ce li abbia e che li tiri fuori dal cassettino tutti spiegazzati, sotto i cd dei Doors e a quel punto è la fine perché le forze dell’ordine vedono che musica ascolti in auto e deducono velocemente se ti fai le canne o no.

E i Doors sono ovviamente nella lista nera.

Restano però confusi perché nonostante il CD da figlio dei fiori tu, qualsiasi cosa accada e qualsiasi documento ti chiedano, sei come trasfigurato; gli amici e i parenti, se ti incontrassero fermo a un posto di blocco, non ti riconoscerebbero: il tuo viso è contratto in una smorfia di tensione a metà strada tra il sorriso e l’emorroide.

Le tue mani mentre consegni i documenti (magari anche tutti in regola, se sei di Bressanone), sono intrise di sudore come Simone il Cireneo e se l’appuntato percepisce la tua liquidità, non potrà non sospettare di te, secondo l’antica e primordiale equazione: sudore=coscienza sporca.

La tua voce va per proprio conto e racconta tremante e spaccona di quando hai fatto il militare oppure ai limiti del teatrale, di quanti bambini hai lasciato soli a casa, con non poca preoccupazione.

Se hai tutto in regola e il posto di blocco non desidera accanirsi su di te e purificare le proprie frustrazioni attraverso l’incontro con la tua vettura, vieni letteralmente liberato e la sensazione che provi quando metti in moto, inizi ad allontanarti e capisci che sei salvo è qualcosa di incredibile, qualcosa che farebbe tornare la voglia di vivere anche a Baudelaire.

E’ un momento talmente potente, talmente intriso di gioia vigorosa che vorresti gridare come un tifoso del Napoli ma sei ancora troppo vicino al posto di blocco e dunque costretto a soffocare il giubilo dentro alla gola e il dito medio ferreo che le tue dita sudate innalzano come una bandiera che inneggia alla Liberazione, sotto al sedile o ad altezza cambio.

Se invece non hai le cosine in regola, preparati al rito antico della Reale Umiliazione, dell’avvilimento, della macerazione, della danza ridicola del “devo averlo scordato a casa/abbia pazienza/chiuda un occhio per stavolta/sa che lei è proprio un uomo interessante?”.

In genere funziona.

Ma non col figlio del Baffo.

LA LEGGENDA DEI CAVI US-B

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Avevo aperto tutti i cassetti di casa e preso tutti i miei cavi usb.

Li avevo tirati tutti fuori, un giorno.

Ero stanca di tutti quei chilometri di cavi e una di quelle mattine libere in cui ti prende che vuoi cambiare il mondo iniziando da casa tua, li avevo snodati, lucidati, lisciati e allungati sul pavimento di casa.

Ero uscita in giardino a furia di metterli per terra, uno dopo l’altro.

Li avevo messi tutti in fila ma non finivano più e loro lo sapevano.

Continuavo a stenderli, sudando.

Pensavo di aver steso l’ultimo, mi giravo e vedevo che avevo ancora una matassa di fili bianchi aggrovigliati come serpenti mitologici.

Si contorcevano, chiedevano di essere usati una buona volta, m’imploravano di non lasciarli soli, di dar loro un senso.

Si chiedevano, i miei fili usb, perché fossero lì in così tanti, tutti uguali, da secoli e perché li avessi comprati a tonnellate, facendoli sentire così sostituibili e intercambiabili.

Mi chiedevano perché ero stata così infedele con loro.

Qualcuno si ribellava e provava a mordermi con la sua uscita metallica e tagliente, che sbucava come una testa di Medusa dalla matassa.

Io sudavo e scioglievo freneticamente i nodi, davo loro spiegazioni aleatorie, mentre dentro mi battevo il petto, insultandomi per aver comprato così tanti cavi usb nella mia vita, senza tener mai conto della loro dignità.

Avevano ragione.

Si faceva notte e non avevo ancora finito.

Sentivo le loro vocine orientali, mentre procedevo nel buio a dare una direzione al grande sentiero di cavi che non avevano mai avuto uso.

Non sapevo dove sarei arrivata e lottavo per non avere paura.

In mezzo al mare scurissimo e in mezzo ai campi di lavanda, a picco sulle rocce e poi rasente gli argini sabbiosi dei fiumi, stendevo i miei cavi nati e mai vissuti.

Sentivo di nuovo le vocine orientali: qualcuno di loro faceva hara-kiri e subito dovevo correre lì, a sostituire il cavo deceduto con un altro immacolato, triste e liberato dalla sua fettuccia di cellophane, dopo anni di mummificazione.

Prendevo il cavo defunto e lo mettevo nel sacchetto insieme agli altri fili morti, da portare a smaltire nel grande negozio di media, dove c’è il cimitero delle tecnologie dimenticate.

La notte arrivava e io mi accorgevo di essere arrivata a Boston.

Avevo freddo, ripiegata com’ero, in quel verde ordinato che costeggia l’enorme fontana del Public Garden, ma sentivo che finalmente avevo dato a ciascuno dei cavi una utilità.

Finalmente li avevo collegati a qualcosa.

Li avevo collegati ai continenti.

Erano felici, tutti tesi uno con l’altro, con le loro piccole uscite trasparenti che si penetravano a vicenda.

Mi guardavano come se aspettassero quel giorno da secoli.

Capivo che mi guardavano perché sentivo i loro occhietti orientali addosso.

Quel giorno scoprivo il motivo per cui i cavi si chiamano US-B.

Us Boston, evidentemente.

Quel giorno capivo che i cinesi avevano conquistato il mondo ancora una volta.

 

 

GIANTAXI E LE LUCI DELLA NOTTE, Racconto

FAVOLE DI MADAME PIPI'

I

– Sei ancora lì? Rimani dove sei, scusa sono sotto botta, arrivo da te in cinque min. ☺ –

Gian, di mestiere sfreccia nella notte e mentre lo fa invia sms.

Sta venendo a prendermi agli studi, per riportarmi a casa dopo il mio consueto turno di diretta tv settimanale.

Presento un programma che da due anni mi vuole bella e felice per sette ore a settimana; fresca e smagliante come non sono mai stata nella vita reale. Eppure.

Alle tre del mattino, quando regalo la mia frizzante Buonanotte! ai telespettatori, non appena le luci dello studio si spengono, ecco che magicamente la mia persona si trasforma in un impiastro abominevole, a metà strada tra il pagliaccio di un brutto film dell’orrore e una prostituta di Cesano.

Cado a pezzi senza che il processo possa essere fermato: ho i pori del viso completamente occlusi da quintali di cipria a buon mercato e i piedi lessi e straripanti dentro ai sandali della ribalta: dalla prima nota della sigla di chiusura io sottoscritta smetto di essere un soggetto in grado di parlare, di ricordarmi dove abito e come mai sono capitata lì, in quel tugurio alle periferie di Milano.

Figuriamoci quanto sia in grado di guidare.

Aver conosciuto Giantaxi ha illuminato le mie notti più buie perché da oggi ci pensa lui.

La rubrica telefonica di Giantaxi è piena zeppa di contatti di modelle, veline e attricette che manco Lele Mora prima del servizio sociale al mercato.

Gian ci porta tutte a casa (non la sua) a noi dello show-biz che non possiamo e forse non potremo mai, permetterci un autista privato.

Parla uno slang milanese bizzarro, una lingua che possono a malapena interpretare quelli come Umberto Smaila e Jerry Cala’ anche perché a guardarlo bene, Gian è vestito esattamente come loro.

Non saprei dire quanto sia alto perché l’ho sempre visto seduto ma so perfettamente come lo troverò vestito.

Infatti i tassisti non hanno un’uniforme ma Gian si.

Ne ha una sua con cui è convinto di essere spregiudicato, sexy, al top, come direbbe lui: jeans slabbrato e la camicia nera di H&M che dopo solo qualche mese di utilizzo e una dozzina scarsa di lavaggi, lascia due chiazze bianche salmastre sotto le ascelle che non andranno mai via manco con l’uranio, qualora tua mamma lo usasse.

Una camicia quella di Gian che, sbottonata fino al capezzolo aprirà le porte sensoriali agli audaci che sapranno sbirciare con discrezione e ammirare la rara tipica mollezza pallida che hanno certi ragazzi quasi rossi come lui.

Quelli per intenderci, non esattamente arancioni ma con tutti i sintomi di quella strana razza umana: texture della pelle lattiginosa, corporatura morbida e precaria, pioggia di lentiggini, totale assenza di peli, sguardo furbo e a volte cattivo, lo stesso che inquietò Verga.

E per inquietare uno con un cognome così…

Comunque Gian non è cattivo per niente, è solo spregiudicato e perennemente sovraeccitato.

Ha iniziato la sua losca carriera di taxi-driver con un regolare turno serale vicino a una discoteca milanese.

In pochi mesi però, è riuscito a mettere insieme un portfolio di clienti che lo chiamano per servizi extra e così è diventato il reuccio del trasporto in nero, col sedile sporco di glitters.

Gian esegue piccole commissioni nelle zone malfamate per conto di ballerini di musical, servizi loschi fuori città per le starlets delle televendite, trasporto in massa di fotomodelle di ritorno da coma etilici e da qualche settimana effettua anche il mio ritorno a casa, che di losco ha molto poco, faccia della sottoscritta a parte.

Gian riesce a portare a compimento le sue missioni in maniera piuttosto remunerativa e senza servirsi di quello che per lo Stato dovrebbe essere il miglior collega di lavoro degli addetti al trasporto pubblico su autovettura: il tassametro.

Il nostro amico tiene acceso l’affarino ufficiale solo per i pochi, odiati clienti ufficiali: quelli di brutta presenza che hanno la disgraziata idea di fermarlo per strada o quelli che riescono a usufruire di lui attraverso il collegamento difettoso col regolare centralino; ma per il resto, Giantaxi conduce liscio e sobrio la sua dissoluta professione non fiscalizzata nel sottobosco metropolitano, senza che nessuno abbia mai voglia, coraggio o capacità logiche di chiedergli spiegazioni legali a riguardo.

Così, per l’abbondante porzione di notte in cui il controllo della legge italiana cigola, Gian sfreccia col suo SUV bianco, un veicolo che i più chiamerebbero taxi mentre in realtà è più preciso ammettere che si tratti di una specie di micro-limousine, piena di adesivi con numeri di telefono assolutamente fittizi appiccicati alla carrozzeria esterna, e il buio fumoso di certi lounge bar bulgari che avvolge quella interna.

Il nostro eroe cocchiere corre col finestrino abbassato e ha in serbo per i passeggeri la migliore musica delle peggiori discoteche di Ibiza, che diffonde con un sistema audio potente come quello del Privilege di Ibiza rattrappito in un abitacolo con quattro posti a sedere di pubblico utilizzo, sempre occupati da minorenni georgiane, manager con slip leopardati sotto il completo Brioni e qualche volta, senza che abbia particolari meriti, anche da me.

Il suo smartphone è sempre lì, appoggiato sulla patta a illuminargli il mento facendolo sembrare un nano del Signore degli Anelli che si è messo in testa di imparare gli itinerari delle principali arterie stradali tra Milano e Casalpusterlengo e mollare Mordor per sempre.

A me, un po’ per giuoco, un po’ per rabbia, interessa sempre vagliare le mille possibilità di fregare lo Stato offerte dal mercato quindi ho deciso di fidarmi a occhi chiusi della mia collega Tamara quando quella notte di Luglio mi ha assicurato che a fine diretta sarebbe venuto a prendermi il suo driver, Gian.

Ha usato proprio quella parola lì, quella magic word che è “driver”, un’anglofonia che lascia intendere professionalità e competenza perché alle due di notte c’è bisogno di questo e io voglio viaggiare in modalità safety e non ho molta voglia di essere buttata in un fosso coi lividi e addosso solo i miei sandali sudaticci. Magari in un altro orario se ne può discutere, ma a quella stramaledetta ora non ho voglia di negoziare, sono stanca in modo feroce e quand’è così divento cattiva più dei rossi.

Ma se come alternativa mi si profila la chiamata di un taxi ufficiale che mi farà aspettare dai quindici ai venti minuti fuori dagli studi col rischio del fosso, preferisco affidarmi agli amici degli amici anzi, ai driver dei colleghi.

Ora però sono qui, fuori dagli studi televisivi che attendo Gian da più di trenta minuti.

Uno pseudo sconosciuto senza manco un numero verde col quale prendersela, mi costringe a sostare alle tre di notte, sotto un cartello segnaletico di rimozione forzata a Lambrate.

Dopo poche settimane di collaborazione sento già di detestarlo quasi quanto detesto le mitragliate di messaggi su whatsapp con le faccine che mi sta mandando per dirmi a quanti millesimi di minuto si trova anziché posare il cazzo di telefono sul sedile del passeggero e guidare come un puma, visto che lo sto aspettando in mezzo alla strada come un ballerino cubano con trucco e vestito di scena, se così si può definire una striscia di tessuto nero elastico che mi strizza da otto ore tra vita e seno.

– Arrivo in quattro min ☺☺☺-

– Girando per Piazzale Lugano, semaforo caxxo! –

Perché molta gente perde la dignità quando si trova a dover scrivere messaggi con lo smartphone?

Perché sostituire le consonanti di una parolaccia con X?

Perché abusare di faccette e di punti esclamativi e creare un mondo che non esiste ancora più ridicolo se possibile, di quello reale?

– Ci sono, Tatina, sono dietro l’angolo! ☺☺☺☺☺-

– Tatina chiamaci tutte le donnacce del tuo albero genealogico, imbecille. MUOVITI.-

Questo vorrei scrivergli ma desisto.

E poi sento il fischio delle gomme che lasciano traccia sull’asfalto della curva a gomito appena dietro gli studi.

Ecco Gian, col suo Suv tirato a lucido per la notte.

Mi ha mandato talmente tanti whatsapp sulla sua posizione sempre più vicina alla mia, che sento quasi un brivido di adrenalina, nel vederlo finalmente di fronte a me, in carne e lamiera.

Arriva a 80km/h in una strada privata che quasi penseresti pedonale e con la musica a un volume che più che fottersene dell’orario notturno, lo sberleffa.

Perché Gian se ne frega e non solo dei limiti di velocità.

Comunque quando mi vede inizia una frenata graduale evitando di sgommarmi in faccia; forse per un attimo è tornato in sé e si è reso conto che non siamo a Miami e lui non è Puff Daddy.

Forse se n’è reso conto guardandomi che, non solo non sono Beyonce ma se stanotte Beyonce mi incontrasse per strada farei spavento a lei e al suo bodyguard, talmente sono sfatta.

Nonostante il timore che gli leggo in faccia senza equivoci, Gian apre la sicura centralizzata delle porte e io m’infilo ed entro nel suo mondo, inconsapevole che tra poco sfrecceremo insieme nella notte che ricorderò per sempre come esemplare in quanto a illegalità.

II

Gian non guida, nuota. Un po’ per la pioggia milanese, così velenosa e rassicurante che si attacca ai vetri e sfuma le luci, un po’ per quello stile fluido e rilassato che hanno quelli che al volante vogliono fare

Così, anche i semafori, i fari e le infinite colonne di lampioni della tangenziale sono diluiti non solo dall’acqua sporca della pioggia ma anche dalla velocità prepotente con la quale Gian si fa largo, lanciandomi ogni tanto un’occhiata dallo specchietto retrovisore per vedere se reggo la tensione.

Quella di Gian è una velocità aggressiva che mi fa rizzare i peli sulle braccia più dell’umidità, oltre a darmi la chiara sensazione che questa notte sarà interminabile ma, qualora vi fosse un termine, questo potrebbe collocarsi tranquillamente in un commissariato.

Mentre rantolo sui sedili posteriori Gian mi somministra una quantità di informazioni che già normalmente, nelle ore diurne, non sarei in grado di assorbire, figuriamoci alle tre del mattino, agghindata come Moira Orfei dopo una brutta sbronza.

Riesco a percepire una sola notizia importante: non viaggerò sola.

Per ottimizzare i guadagni della notte più rischiosa, quella del sabato, Gian organizza un vero e proprio piano trasporto di massa, coi vari pick-up in giro per Milano.

Questo è l’orario di punta: l’ora in cui i modelli escono dalle discoteche, ridotti come i Ramone, quella in cui i direttori generali vogliono schiaffare le modelle che non servono più, quelle che non respirano più dall’alcool e dalla bamba in qualche posto al sicuro, lontano da casa loro, lontano dal divano di casa.

Forse perché non lo conosco ancora bene, forse perché di notte ci insegnano a non fidarci di nessuno, mentre Gian mi chiede nel suo dialetto alla Umberto Smaila se mi secca che carichiamo altre persone “tutte di ottima presenza, eh zia!” , sento nel mio cuore che è la fine.

Sento che io e Gian stanotte, caricheremo individui disdicevoli quanti più possibile, quanti il suv bianco possa contenerne, anche piegati in quattro, per poterli mettere uno sull’altro, al limite anche esanimi e nudi, per lasciarli davanti al loro portone di casa, come sono abituati con Giantaxi.

Perché Gian sarà un po’ ritardatario, imbottito di dopobarba e anti-depressivi ma è assolutamente affidabile: ti carica e ti porta a destinazione in qualunque stato tu ti faccia trovare nel punto di raccolta purchè tu ti sia ricordato da lucido, di dirgli dove portarti.

Basta un bigliettino in tasca col tuo indirizzo di casa, se sei un cliente fisso, o una telefonata nel pomeriggio prima di immergerti nella notte più tetra della tua esistenza, e sta sicuro che Gian ci sarà e ti riporterà a casa illibato.

Una volta a bordo del suv bianco di Giantaxi, potresti essere davvero ovunque, invece sei solo a Milano ma è normale: a Milano hai spesso la sensazione che potresti trovarti ovunque e invece sei soltanto lì.

Il primo pit-stop è davanti a una discoteca in pieno centro, di queste con sette piani e altrettante proposte musicali.

Tutto il palazzo è fasciato con lastre di luci a led fucsia.

Sono accecata e atterrita dalla possibilità che esista gente che a quest’ora della notte abbia ancora voglia di camminare sui tacchi e ballare con le mani in alto, come sento dire al Dj dalle finestre spalancate del primo piano.

La frase successiva che sento, mentre i miei occhi bruciano di luci e stanchezza è di Gian, “Andiamo dentro a recuperarli che ci mettiamo meno, Ciccia. Sennò stanotte la passiamo cristando!” , mi dice.

Cristando?

Insomma andiamo dentro.

Pare che questo verbo significhi sopportare talmente tanti soprusi e angherie da avvicinare il soggetto che le subisce al martirio di Cristo senza però conferirgli similare dignità.

Capisco perfettamente questa sensazione di sacrificio estremo e perdita del decoro umano, entrando in questa discoteca che è la rappresentazione precisa dell’inferno, solo coi dannati vestiti come concorrenti dei talent-show in tivvù.

Vedo che affollano il bancone del bar sbavando e ringhiando “Negroni” o “Vodka Tonic” e forse, anche grazie a questa roba un giorno proveranno davvero le pene dell’inferno.

I piani della Disco con le varie sale, si affacciano nella hall con mille balaustre dorate, creando un effetto vortice proprio come quello dei gironi danteschi e la musica, se dovessi immaginarmi l’inferno beh, sarebbe esattamente quella proposta in questo posto di merda, nel quale i peccatori stasera vengono puniti a suon di Lady Gaga e di bachata ecuadoriana.

Le cubiste frustano i dannati, con le frange dei loro vestiti e le cosce slabbrate dai troppi anni di ore piccole sui tacchi e ogni piano, anzi floor, ha un uomo nero della sicurezza che vigila davanti alle porte di emergenza come nei peggiori incubi di ogni bambino.

Gian si muove come Caronte, gridando ingiurie e spostando i dannati a forza di spinte come fossero alghe mentre io lo seguo con la borsa stretta stretta contro il petto e lo sguardo atterrito da certe danze inconsapevoli che intravedo nel buio.

Ad un certo punto Gian grida proprio come griderebbe Belzebù per arringare i suoi diavoli solo che grida “YURI! PORCA BESTIA, ANDIAMO!”.

Yuri sembra non essersi accorto della vita in generale, figuriamoci delle urla di un nano rosso, in questa selva oscura.

Sta ballando attaccato alla balaustra del privè come fosse un adolescente effeminato alla sua quotidiana classe di danza classica.

Ed effettivamente Yuri è un adolescente effemminato ma al posto del tutù è fasciato in un paio di fuseaux in lattice nero (sono un’integralista dei fuseaux e li chiamerò sempre così. Non mi avranno mai quelli stronzi che li chiamano leggings) e in una maglietta di un fucsia accecante, che dovrebbe essere proibito dalla legge.

Ma siamo all’inferno quindi Yuri può mettersi quello che vuole, anche perchè sta nel privè che alla fine è un po’ come la Giudecca.

Giantaxi lo conosce anche il Demonio quindi non subiamo neanche dieci secondi di domande e controlli all’ingresso del privè perché due omoni neri sanno che Yuri rastrella le anime dei dannati e così ci aprono il cordolo facendo un cenno a Gian da dentro i loro occhiali scuri che chissà che cazzo se li mettono a fare gli occhiali scuri in un posto più buio di una miniera, ma tant’è.

Yuri si è preso di sicuro qualcosa per ballare senza dover avere altre necessità.

Ha ingerito, fumato o masticato qualcosa che gli ha tolto qualsiasi tipo di bisogno fisiologico: non deve andare in bagno, bere o mangiare né tantomeno crollare dentro ai divani di velluto dopo la sua sessione di danza classica tecnologica.

Me lo spiega Gian dicendo “Zia, lo Yuri non dice una cazzo di parola dalle undici di sera alle due di pomeriggio del giorno dopo, lui balla e basta. Lui dove lo metti sta tipo in trance, però ti segue eh, se devi andare in qualche posto e ce lo devi portare lui sa che deve seguirti, però ti segue mentre continua a ballare, è tipo autistico, si piglia qualcosa di davvero bomba ma a me mi dà retta, lo sa che gli salvo il culo”.

Quando gli siamo vicini, per me Yuri è già leggenda: anche lui ha gli occhiali scuri, solo con una montatura tigrata, e ha un’aria professionale e concentrata su ogni singolo passo di danza tecnologica, come fosse in un video dei Daft Punk rielaborato però da una persona con dei problemi cognitivi che rallentano i riflessi e ammorbidiscono le ossa rendendola quasi un rettile.

Yuri si dinoccola a moviola, simulando spaccate sulle balaustre e muovendo lingua e braccia a serpentina, ammiccando il nulla, visto che è solo e non c’è nessuno che gli balla intorno perché “Nel privè non si balla”, mi spiega Gian “nel privè si fa i fighi e basta. Si guarda giù dalla tromba delle scale cosa fa il resto della massa, la gente di merda, insomma. Nel privè si beve, si fa i fighi, ecco. Hai capito?.

Solo Yuri può ballare, perché il suo ballo è da fighi, pare. Hai capito?”.

Non c’è bisogno di trascinarlo via dal girone del privè, Yuri sa che se riconosce Gian nella folla, è venuto il momento di andare via e deve seguirlo.

Così si stacca dalla sbarra sopra la quale ha portato a termine la sua notte di solveggi e inizia a seguire Gian, facendo del microscopico stretching sul posto.

Non ha una giacca, un borsello, un cellulare, Yuri è venuto in canottiera e fuseaux da casa, forse correndo come Mark Renton, in piena punta di chissà cosa.

Gian mi fa un cenno e grida ancora come un demonio, in mezzo alla folla di dannati, che ci dobbiamo togliere dai coglioni.

Siamo fuori.

Respiro.

Solo ora mi rendo conto di quanto sia fragile Yuri, fuori dal suo contesto: magro, sudato e pallidissimo, ancora con gli occhiali scuri attaccati alla pelle bianca e appiccicosa, silenzioso e indifeso.

Meno male che c’è Giantaxi che lo porta a casa, altrimenti Yuri verrebbe picchiato e derubato perfino da una classe di signore di punto e cucito.

Appoggiate al cofano del taxi di Gian, piazzato in mezzo alla strada con le doppie frecce che lo illuminano come fosse un pacco regalo di questi degli allestimenti nei centri commerciali a Natale, ci sono due ragazzine col trucco sfatto e i tacchi in mano.

Sono quelle modelle minorenni che vedi a Milano in qualunque stagione dell’anno e non capisci come facciano a sopravvivere perché non parlano nessuna lingua oltre alla loro, un russo adolescenziale.

Se stanno lì con la minigonna senza calze, anche quando a Gennaio ci sono le maniglie dei negozi ghiacciate.

Maledette loro, giovani e con il gelo nel dna che le farebbe sopravvivere anche nei cassoni di un obitorio.

Loro non ci andrebbero in discoteca, se ne starebbero a casa a guardare Sex in the city e a mangiare patatine con le amiche.

Eppure ci vanno perché vengono pagate dai PR per starsene lì a bersi un drink e fare la famosa bella presenza.

Sulla carta dovrebbe funzionare così: qualcuno le vede e sparge la voce tra i maschi che in quella discoteca ci sono le modelle.

Allora tutti i maschi vanno lì, pagano il biglietto intero, bevono l’imbevibile e cercano di rimorchiarle.

Solo che nessuna di loro sa parlare italiano nè inglese né niente.

Mai una modella bielorussa minorenne riuscirà a imparare l’italiano.

Non si sa per quale motivo.

Parleranno inglese, al massimo sorrideranno ma in italiano non scuci loro neanche un “Buongiorno” dopo sei mesi.

E di certo i maschi che frequentano quella discoteca infernale e bevono quei drink sacrileghi, oltre al milanese, parlano il Nulla più desolante.

Però le modelle bielorusse minorenni so a cosa stanno pensando nella loro lingua.

Lo so forse perché è la stessa dei miei avi: “Meno male che c’è Giantaxi che ci porta a casa e non quell’imbecille della Brianza con la gelatina anche nel culo”.

Siamo tutti. Si va.

III

Non so se ci si possa ubriacare di riflesso semplicemente respirando gli aliti di gente ubriaca in ambienti ridotti ma non mi sento molto bene, tutta compressa dentro a questo abitacolo che sa di vodka chimica, con la faccia contro il finestrino e le cosce appiccicate a quelle sudate e bianche delle bielorusse.

Se poi poteste sentire oltra al tanfo di alcool, quello acuto e amaro della centrifuga di schifezze lisergiche ingerite da Yuri, credo che converreste con me che gli aromi dell’abitacolo di questo taxi siano pericolosi per la salute più degli scarichi di una raffineria.

Gian ha appoggiato Yuri, che non sembra essere tra i viventi, sul sedile posteriore come un cappotto che ti togli prima di guidare altrimenti si sgualcisce e lui è rimasto lì come un invertebrato, con gli occhiali da sole ancora indosso a proteggere i suoi occhietti bianchi e collosi.

Ad ogni curva, il suo corpo senza gravita’ viene sbattuto contro le bielorusse che lo rilanciano come se giocassero a palla avvelenata contro il vetro del finestrino, dove il suo naso si schianta e si appiccica come una ventosa diventando cianotico e freddissimo e regalando agli automobilisti, nonostante gli oscuranti, la visione spettrale di ciò che avviene all’interno dell’abitacolo: come se stessimo trasportando un cadavere senza sacco nero.

Gian intanto vola nella notte.

Non lo ferma nessuno e se sei con lui andrà tutto bene anzi, andrà tutto “ da famiglia reale, ciccia!”, come dice lui.

Yuri abita a Niguarda, un quartiere che se non avessi la certezza di trovarmi a Milano (ancora per quella vecchia storia che Milano somiglia a molte città ma poi ti accorgi che hai solo lei), potrei tranquillamente scambiarlo per qualche periferia di San Paulo di quelle che ti fanno capire quanto sia preziosa e fragile la vita, soprattutto se hai una borsetta appresso.

Arriviamo davanti a un complesso di quattro palazzoni rancidi e Giantaxi sgomma e si ferma.

Scende dall’auto, apre professionale lo sportello posteriore, si china sul sedile e si carica in braccio i resti esanimi dell’acrobata di Niguarda per poi volgersi al portoncino e iniziare una difficoltosa arrampicata dei tre scalini che portano all’uscio rognoso dove vive il poveretto.

Sull’ultimo scalino sento Giantaxi inveire contro la vita e le creature delle notte.

Non capisco bene cosa dica nel suo dialetto che capisce solo Umberto Smaila ma sono certa che sta prendendosela col mondo mentre porta avanti il suo lavoro illegale fino all’ultimo e con dignità, mentre compie il suo giornaliero “servizio completo”.

Arrivato in cima alle scale Gian appoggia il ballerino moribondo contro l’angolo del portoncino annerito dalle pisciate dei cani e citofona.

Sono le cinque del mattino e Gian citofona senza sosta, come fosse un postino.

Dopo qualche minuto di attesa, mentre le bielorusse si fanno un selfie al volante del Giantaxi e ridono nella loro lingua, si sentono i tonfi pesanti di chi scende le scale incazzato.

Apre il portoncino un’immensa massa di adipe sudamericano senza sesso definito.

Che sia lo/a fidanzato/a di Yuri?

Avrà minimo sessanta anni nonostante il grasso iperbolico tenti di deviare le mie analisi.

E’ un essere appartenuto per tanti anni alla notte, forse una Drag-Queen o un mercante di perversioni da strada, lo intuisco da come inveisce contro la notte insieme a Giantaxi, con fare esperto: si lamenta di quanto la notte ormai faccia schifo, di quanto non ci siano piu’ i locali leggendari della movida milanesa.

Poi guarda Yuri e scuote la testa.

Paga Giantaxi quel che deve pagare e mentre il nostro protettore risale in auto e la bielorussa scivola sul sedile davanti continuando a selfarsi, la/o vedo che piglia Yuri per un braccio e inizia a gridargli contro come fossimo in pieno giorno “Alzati Ediota, vamos! Otra volta con esta puta istoria. ALZATI PUTO AMOR!”.

Lo scuote, si arrabbia, diventa rosso/a in viso e inizia a prendere a calci nello stomaco con le sue gambotte flaccide il secco Yuri che non reagisce.

Gli sfila gli occhiali, li disintegra dentro al suo pugno, poi chiude la porta e lo lascia li, esanime contro il muro, appena sotto i citofoni, stretto nei suoi fuseaux e senza un grammo di forza in corpo.

Ho paura.

E anche le bielorusse hanno smesso di farsi le foto e sono lì che guardano Yuri e poi Giantaxi per avere risposte.

“Sempre così eh, ognuno ama come può, bellezzine secche”, dice lui mentre sistema il sedile e fissa lo specchietto retrovisore.

Portami a casa, maledetto driver.

Ho paura e sono stanca.

La porta viene riaperta con rabbia e riemerge la creatura di lardo portoricano che piglia Yuri per un polso e se lo trascina dentro il buio della tromba delle scale.

Addio Yuri portami a casa Gian.

E lui annuisce guardando la porta richiudersi e parte sgommando.

IV

Giantaxi vola dentro alla notte che, sembra piombare tra le strade di Milano solo per lui e per il suo lavoro che accarezza da anni la criminalità.

Vola Giantaxi, coi suoi boccoli sudati e rossicci fuori dal finestrino e gli ACDC diffusi a volume da esaurimento nervoso; guida sentendosi solo anche quando il suo taxi è strapieno di gente.

Brian Johnson gracchia “Don’t stop me” e io guardo il mio driver preferito e mi nasce in testa, e non so perché non ci abbia pensato prima, la certezza dell’ incredibile somiglianza col frontman di questa band leggendaria.

Invecchiando, le distanze delle similitudini tra loro si accorceranno sempre più e mentre voliamo su Milano, io Giantaxi me lo immagino col kilt e la scoppola e immaginarmelo così, è forse la cosa più piacevole che mi sia capitata stanotte.

Questa notte in cui Giantaxi e io planiamo insieme a due bielorusse con le gambe più lunghe della mia giornata di lavoro, questa notte che sta morendo e che io mi ritrovo senza averlo scelto, a vivere in macchina con gente che sa di paillettes e cocaina.

Le modelle dormono un sonno etilico rilassato, sono abituate: una riposa appoggiata sulle gambe dell’amica, l’altra con la testa china sul collo, che domani si sveglierà sentendo i trenta sempre più vicini.

E poi ci sono io, che coi miei trent’anni già c’ho fatto i conti e ormai sono sveglia come una civetta e anelo solo a un obiettivo: riuscirmi ad addormentare a casa mia, sana e salva, senza nessuna bielorussa sul divano, senza nessun Yuri sul tappetino di casa, massacrato di calci dal fidanzato e senza nessun agente di polizia all’uscio di casa che mi chiede se conosco il tassista illegale più famoso della città.

Le ragazze condividono una di quelle famose case milanesi per modelli: appartamenti identici a quelli per studenti, loculi angusti, sovrappopolati con l’unica differenza che le case per modelli si trovano in zone trendy e sulle pareti delle stanze hanno i composit, quindi sono più fighe di quelle per gli studenti sfigati e vengono affittate ad un canone ancora più alto, se possibile.

Nella via del fashion flat non si cammina, tanto è intasata dalla gente che ha ancora voglia di ridere, baciarsi, vomitare, alcolizzarsi e ricominciare il giro.

Giantaxi chiude gli specchietti mentre procede a passo d’uomo e ogni tanto abbassa i finestrini per inveire o chiedere in inglese se si sono accorti che lui sta guidando una macchina, cazzo.

Mi giro verso le bielorusse e le vedo di nuovo sveglie e in pieno selfie, che salutano i baristi dal finestrino abbassato e ammiccano i colleghi fashion seduti ai tavolini, sudati e marci dalla serata.

Mi chiedo perché molta gente che lavora col proprio aspetto debba ridurre lo sviluppo dell’intelletto così miseramente: forse pensano che un peso mentale importante possa compromettere la carriera nei casting.

E forse le bielorusse pensano di essere arrivate a qualche festival.

Forse credono che tra poco Gian aprirà loro le portiere del taxi, srotolerà il red carpet e loro potranno sgambettarci sopra coi loro leggings o fuseaux e i loro boots, regalati da qualche stilista vestito di pelle, coi capelli bruciati dall’ammoniaca.

Invece Giantaxi le portiere le apre si, ma dice “Basta, qui non si va più avanti, fuori dalle balle ladies, vado di retro e voi proseguite a piedi, che rassodate i glutei sovietici, forza!”.

Non credo che le ragazzine sappiano cosa sono i glutei anche perché ne sono completamente sprovviste.

Hanno quei tipici sederi talmente piatti che la parte dei jeans dedicata alla naturale fisionomia pensata da Dio, rimane penzolante dietro come uno zaino vuoto, di quelli peruviani in lana morbida e colorata.

Comunque perfino Giantaxi a quest’ ora se ne fotte dei loro sederi, anche perché immagino abbia ancora diversi servizi malavitosi da portare a termine, così rientra in macchina ma, non appena le cavigliette sovietiche sono tra le pozzanghere e io sospiro pensando che sia finalmente finita, due tizi vestiti esattamente come il resto della folla, come dei rapper appena usciti dalla copertina di Esquire, si piantano davanti al nostro cofano, sbattendo i pugni contro la carrozzeria.

Mentre sento Giantaxi dire “Oh cazzo”, i tipi gli hanno già aperto la portiera e lo hanno trascinato fuori per spiaccicargli la faccia rossa e umidiccia sul cofano.

Succede tutto in un attimo, vorrei scendere perché mi spiace lasciare lì quel maledetto cagnaccio di strada che sembra aver scelto il mestiere di mettersi nei guai, a farsele dare senza pietà.

Non mi piacciono le storie senza pietà.

Credo di aver capito da come lo sbatacchiano contro il cofano, che il nostro amico abbia sbagliato zona o orario di servizio illegale e che i due tizi travestiti da rapper siano in realtà colleghi con regolare licenza, in pausa dal lavoro ma non dalla voglia di attaccare briga e punire dove la legge non riesce ad arrivare.

Intorno alla nostra auto si crea un piccolo pubblico non pagante in circolo che non osa intervenire ma si gode la scena, succhiando nervosamente robaccia dalle cannucce nere dei loro bicchieri.

Detesto quelli che non si lasciano prendere dal sangue quando ribolle nella testa e vorrebbe riportare l’essere umano ad una buona condizione di selvatica battaglia.

La gente è stronza e se ne resta lì mentre i due rapper pestano di botte Giantaxi.

La gente stronza con le gambette atrofizzate nei pantaloni stretti-stretti a sigaretta e i baffetti lisci e freschi di barbiere, la gente inabile a qualsiasi tipo di reazione che esca dai cliches.

Nessuno si indigna, tutti guardano la scena, alcuni balbettano “Basta!” con lo sguardo da eroi ma pare che vogliano intervenire solo quando reputeranno che è il momento giusto di fare gli eroi, quando cioè sarà tutto finito e ci sarà da raccontare la faccenda alle guardie.

La gente è matta in due modi: quello spettacolare, pieno di colpi di scena e salti carpiati che spaventano le folle, sconvolgono le classi politiche e quello silenzioso, compito, assopito dall’ordinarietà, incapace di reazione.

Sono follie che provengono dallo stesso ceppo, dal grado di educazione ricevuta in famiglia, un grado ossessivo oppure completamente assente.

Mentre sto scendendo dall’auto di Giantaxi, che continua a prendersele in silenzio ormai esamine, tutto davanti a noi viene illuminato dai fari di un’auto che procede lenta tra la folla.

L’auto si ferma esattamente di fronte al ring chiudendoci definitivamente ogni via di fuga.

A quel punto il mio istinto decide di farmi rientrare in auto.

Chiudo le portiere e spero sia una volante, alla quale potrò spiegare che io stasera avevo solo chiesto un fottuto taxi e guarda qui che inferno è successo.

Che poi è la verità ma io non so perché, non mi sento affatto pulita. Purtroppo o per fortuna non è una volante ma un altro taxi; le forze dell’ordine hanno la peculiarità di non arrivare mai quando c’è davvero bisogno e di esserci sempre quando il loro intervento è inutile se non fastidioso, penso stringendomi la borsa addosso e preparando la fuga, sempre che le mie gambe me la consentano, paralizzate dalla tensione dentro allo stramaledetto Suv di Gian.

Dal taxi scende una ragazza bionda, minuta e con una piccola coda spettinata.

Ha gli occhi azzurri ed è completamente vestita di jeans, dalla testa ai piedi, sembra uscita da uno di quei telefilm anni 90, alla Bayside School ma al posto del diario ha un tubo di ferro sottobraccio, un pezzo dell’asse del motore di chissà quale auto, che brandisce in maniera determinata e poco elegante.

Si avvicina e con una forza impossibile da prevedere, si lancia contro uno dei rapper e lo legna duro fino a farlo piangere, fino a quando quello non si china per proteggersi la faccia e la testa, fino a quando non comincia a farti tenerezza che quasi ti dimentichi il dramma che pochi minuti prima stava massacrando un giovane rosso slabbrato.

La piccoletta bionda allontana i due rapper a colpi di rabbia inespressa da secoli come un dobermann e il pubblico maschile si rifugia in un imbarazzante silenzio sgomento.

“Tutti a guardare eh, figli di puttana?!” dice alla platea e zittisce quel brusìo senza senso che si diffonde quando accade qualcosa di inedito che sveglia perfino gli animi più rattrappiti.

Poi prende per un lembo della camicia Giantaxi o ciò che resta di lui, lo trascina in auto e chiude le sicure.

Siamo dentro.

Giantaxi è di nuovo al volante della sua auto esanime e la biondina gli è accanto, sul sedile del passeggero, che sbava ancora di rabbia.

Non si è accorta che ci sono anch’io, immobile come sono sul sedile posteriore, ipnotizzata da tanto cinema americano e dalla paura, col respiro che ha fermato ogni effetto sonoro.

Come se non bastasse, la biondina tira a sé quel che resta di Giantaxi e gli stampa un bacio muscoloso sulle labbra violacee,

poi si gira di scatto e mi guarda dentro alle pupille.

Mi entra dentro agli occhi come il fuoco e dice “Fuori di qui, prendi la mia auto e seguimi, stronzetta” e io neanche rispondo o rimando l’insulto al mittente perché questa biondina alla fine mi piace.

Quindi piglio le chiavi che mi lancia, anche perchè altrimenti mi arriverebbero dritte in faccia e mi ritrovo, quasi senza accorgermene già coi piedi dentro alle stesse pozzanghere delle bielorusse.

L’auto di Giantaxi si accende, ingrana una retromarcia potente e inizia a svicolare tra la gente, incurante di colpirla o schiacciarla.

Una retro da Fast and Furious che si allontana dal circo di pugni e baci appena vissuto.

E io davanti a loro con una timida prima, assurdamente al volante di un’auto mai vista e coi fari piantati contro il loro parabrezza, pronta a seguirli ovunque perché le femmine, quando c’è di mezzo una storia d’amore diventano incredibilmente collaborative, anche nell’illegalità e nella più ampia follia.

La nostra notte non è finita Giantaxi: sfrecceremo in questa pozzanghera lombarda e presto saremo fuori Milano, lontano da tutta questa gente che guarda e non fa niente, che approfitta della criminalità fino a quando i suoi servizi fanno comodo e restano sepolti nei sotterranei.

Ho capito che tu e la tua bella non siete matti ma cercate di ammaestrare la disperazione con qualche piccolo tranello teso al fisco per non crepare; se questa è follia siamo tutti, chi più chi meno, matti.

Voi siete solo romantici anche se imbevuti nello squallore urbano, siete i Bonnie e Clyde della tangenziale, matti in apparenza perché costretti a lavorare con loro, i vostri clienti, i veri mentecatti.

Costretti a fare i criminali perché lo Stato non vi tutela e neanche i colleghi, a quanto pare.

E io penso, mentre guido e vi seguo che non ce la farei.

Non riuscirei a vivere come voi, sempre sull’orlo dell’illegalità conclamata, caricando e scaricando gente destinata a morire male, sperando che non arrivino retate organizzate dai colleghi più che dalla finanza.

Ma ora non pensiamoci e usciamo da Milano, andiamo a fare colazione a Camogli e baciatevi ancora, vi prego.

SUA MAESTA’ IL DISPETTO

SINFONIE

more dispetto per tutti

Secondo me ci vuole un pò di dispetto nella vita di tutti noi.

A volte bisogna essere dispettosi per il nostro bene, per far divertire il nostro povero ego tramortito dal fisco italiano e dalle calorie.

Curo la mia mente facendo dispetti. La faccio sorridere.

Se faccio un dispetto mi sento bene e non è vero che lo scherzo è bello quando dura poco.

Quando i miei gatti dormono beati sul divano, sparo Travelling riverside blues dei Led Zeppelin a tutto volume e mi godo il loro salto in alto, da fermi e le loro faccette che mi maledicono.

D’estate mi piace fare rutti demoniaci in auto con le amiche dei Parioli, quando passiamo coi finestrini aperti proprio sul corso dove ci sono i locali degli aperitivi. Tutti si girano e io faccio una smorfia schifata e le guardo.

Se in treno ho davanti un tizio che mi guarda borbottando ingiurie contro il capotreno e l’Italia per un ritardo, aspettandosi che io annuisca e inizi con lui una lunga filippica su che paese di merda e dove andremo a finire, a me piace guardarlo dritto negli occhi ed esibire uno sbadiglio senza precedenti che vuole evidentemente dire “La tua presenza e le tue lamentele mi stanno spaccando di noia, ai limiti della morte” , senza però dirglielo e questo manda in bestia il tizio e a me piace mandare in bestia qualcuno, senza aver apparentemente fatto nulla di spregevole.

Se sono in vacanza con quelli amici che prima di mezzogiorno non vanno in spiaggia perché la notte prima hanno fatto i leoni, io alle 9 in punto, quando suona la mia sveglia monastica, adoro prendere di mira i loro letti e stordirli con un tuffo a bomba che piega le doghe di legno e fa credere loro che è arrivato l’Isis.

Quando riesco a convincere mia madre a salire in macchina con me, non appena siamo su strada e sono certa che non possa scendere, le metto Highway to hell degli ACDC e premo il pedale dell’acceleratore come se l’avessi rubata e se mi grida di frenare, mi piace ripeterle che sto andando pianissimo, mentre canto e faccio le corna all’insù con una mano.

Il dispetto è un piccolo luna park che puoi montare ovunque senza chiedere autorizzazioni o pagare biglietti.

Se sono ad una festa dove tutti si stanno divertendo e ballano duro, mi piace molto far sfumare un pezzo e lasciare quel secondo di magia in cui la gente pensa che metterò la hit che farà scatenare anche i muri e invece metto E ti vengo a cercare di Battiato.

Il dispetto è da provare.

Se sono ad una di quelle cene dove ad un certo punto tutti discutono animatamente sui soldi del Vaticano, i preti che sono tutti pedofili, quanto sia importante il matrimonio per gli omosessuali, quanti fascisti ci siano ancora nel mondo o qualsiasi altro stra-fottuto luogo comune di cui nessuno normalmente s’intende per un cazzo, mi piace fare quella che non è d’accordo con la maggioranza e vedere come in pochi minuti tutti si sbranano a vicenda e litigano e tirano fuori insulti sulla vita privata di questo o di quell’amico e la serata va a puttane e piano piano se ne vanno tutti.

Sono dispettosa perché penso che il dispetto talvolta abbia più vitamine di una spremuta di agrumi.

In gelateria mi piace passare davanti ai bambini perché sono bassi e il gelataio da dietro il bancone non li vede e nel momento in cui mi viene dato il gelato, se sono fortunata, amo dare la prima leccata con gli occhi ben fissi dentro a quelli del bimbetto e, senza che i genitori si accorgano di nulla, comunicargli con quello sguardo tutta la bontà del mio gelato che non è il suo.

Il dispetto è buono, non vuole mica fare del male, fa bene a grandi e piccini se si piglia con leggerezza.

Peccato che alcuni proprio non ce la fanno a prendere con leggerezza niente, figuriamoci il dispetto.

Tipo il signor venditore di Sky del centro commerciale vicino casa mia che, quando mi ferma e insiste che Sky è una figata, io gli faccio spiegare tutto ciò che esiste sul catalogo e gli chiedo questo e quel prodotto e i prezzi, i canali disponibili e lui si esalta e pensa di avercela fatta e quando lo vedo che è ben ben surriscaldato gli comunico che non ho la tivvù e non la vorrò mai ed è un peccato perché effettivamente questa Sky sembra interessante.

Lui si offende a morte, smette di parlare e mentre me ne vado non mi saluta ma sputa lì un impasto rabbioso di sillabe che somigliano ad un grazie e a un mavàvà, mentre fuma di bile.

Il dispetto è un compagno fedele per tutte le persone che si sentono sole e hanno voglia di sperimentare le reazioni più inaspettate degli esseri umani.

Quando gli amici mi trascinano in discoteca e qualche ragazzo sudato si avvicina e mi grida nelle orecchie domande su come mi chiamo e dove lavoro, io impazzisco di piacere a rispondergli nel suo timpano ubriaco, milioni di frasi senza alcun senso e innumerevoli parole inventate, tipo “splamplischero” o “turcimboni, tu?!” fino a quando lui non diventa pazzo a furia di dire “Come?!”

Il dispetto è un tappeto volante per te e per la tua anima, è una passeggiata tra le stelle, è una dichiarazione d’amore al tuo acume troppo spesso dimenticato.

DIMMI CHI ERA IL TUO EROE DA BAMBINO E TI DIRO’ CHE ANTI-EROE SEI OGGI

COSE FASTIDIOSE

L'uomo mascherato. Cosi vintage cosi avanguardia.

Spesso ci stupiamo delle persone che scegliamo di avere vicine.
Amici che dopo tanti anni di avventure e fiducia reciproca, ti rubano la fidanzata.
Marito che dopo tanti anni di felicità e rispetto vieni a scoprire che va nei locali dove si frustano nani mascherati da cerbiatto.
Migliori amiche dalle elementari che ti rigano il cofano della macchina di notte..
Per non parlare delle guerre legali tra familiari.
Quelle dove l’esito finale lo vedranno gli avvocati dei tuoi pro-nipoti nel 2073.
Chi ci sta accanto, soprattutto chi siamo abituati ad avere accanto perché lo abbiamo evidentemente scelto, prima o poi ce lo fa il sorpresone.
Insomma presto o tardi, alla fine arriva sempre questo tipo di domanda nella nostra vita:
” Ma perché ho scelto quel coglione tra i miei fedelissimi? Cosa ho trovato in quella miserabile di così affine o malato per gemellarmici?”
La risposta, la so. Per questo il mio è un blog dalla vocazione missionaria.
Perché possiedo tantissime risposte che voglio regalare ai miei affezionati.
Risposte che tuttavia non riesco a mettere in pratica neanche io, da sempre.
Sono perlopiù risposte ricevute grazie alla discreta esperienza che ho accumulato attraverso innumerevoli, svariate, variegate e secolari figure di merda e legnate tra naso e bocca.
Per questo possiedo tanta saggezza.
Comunque, torniamo a noi.
E ammettiamo di essere composti da un buon 45% di componenti che provengono da chi ci circonda quotidianamente.
Siamo chi frequentiamo: prendiamo atteggiamenti, abitudini, vizi e spesso anche odori, delle persone che ci sono più vicine.
Soprattutto siamo chi frequentiamo da piccoli.
E chi frequenti da piccolo, a parte la mamma ( per la mamma ci vorrebbero un paio di enciclopedie in più, oltre a questo umile trattato che state leggendo, quindi rimando a chi c’ha capito qualcosa più di un cazzo, sulla mamma ) e gli amichetti, che però cambiano velocemente e nutrono per noi un rapporto esclusivamente legato all’amore per il gioco?
Chi frequenti da piccolo se non il tuo mondo invisibile e i tuoi eroi?

I nostri eroi, cazzo.
Non ci avevate mai pensato?!
Non solo hanno influenzato il nostro modo di essere perché erano i nostri modelli di vita ma, secondo me ( e quindi fino a che qualcuno non mi contraddica, è universalmente riconosciuto ) ci sono molti motivi interessanti che ci spingono a scegliere un beniamino rispetto ad un altro.
Perché scegli He Man piuttosto che il Signor Bonaventura o Batman?
Perché amavi Sailor Moon invece di Poochie?
Dimmi chi è il tuo eroe e ti dirò chi sei.
Se scegli il Signor Bonaventura, ad esempio, è quasi certo che da grande ti vestirai come lui.
Senza però avere il suo culo nel trovare bigliettoni per terra.
Se amavi la sirenetta probabilmente oggi avrai le spalle da nuotatore. O sbaglio?
Big Jim è il migliore amico dei piccoli gay mentre direi che Iron Man è di quelli che anelano alla eterosessualità (Superman rimane irraggiungibile.)
Se scegli Doraemon mi ci gioco che da grande sarai secchione.
Mag Gyver, neanche da metterlo in discussione, è soprattutto il beniamino degli ingegneri.
Che quasi sicuramente in età adulta avranno mantenuto quella stessa capacità di mettere la propria vita e quella degli altri, continuamente a repentaglio, sperimentando sport estremi e reazioni chimiche in cucina.
A te piacevano i Power Rangers? Ti sarai di sicuro iscritto almeno un paio di volte a judò e avrai una passione sfrenata per i caschi con interfono integrato.
Andavi pazza per Kiss me Lycia?! E’ da lì che nasce tutto il movimento delle groupies.
Se sei stato un seguace di Obi Wan Kenobi? Molto probabilmente oggi sarai quello che in discoteca quando mettono i fari laser colorati diventa completamente idiota dall’entusiasmo.

Nei confronti di tutte le ragazze che si ricordano con affetto di Occhi di Gatto nutro il forte sospetto che oggi si concedano sistematici e incontrollabili furti di mascara in profumeria.
E non sono da meno quelli che adoravano Lupin.
Chi amava Rambo ha fatto il servizio militare (pentendosene e maledicendo Rambo mentre faceva il cubo).
007 è per i vanitosi.
Wonder Woman per le topine da rimorchio in discoteca.
Dylan Dog per chi oggi quando sente un rumore in casa ha un attacco di panico.
Bia per quelle che si fanno fare i tarocchi dall’amica, ogni mese.
Vostro padre leggeva Pecos Bill? C’è una buona possibilità che sia razzista.
Alla tua amica piaceva da pazzi Batman? Il fatto che le siano piaciuti uomini mascherati con un cappello da uccello non ti inquieta?
Magari vi starete chiedendo a me chi piacesse da piccola..
Beh io mi esaltavo con gli Yattaman.
Oggi infatti guido auto improbabili dal quale escono eserciti di germi (gli Yattaman però non lasciavano pezzi di crostatina sotto il sedile di YattaDog per settimane..)
A mio fratello ad esempio piaceva Geronimo, il famoso indiano dalla faccia severa e il labbro sottile.
Ogni tanto intravedo in lui la stessa impressione incazzata e spettinata che aveva il famoso indiano nel poster in camera sua.
Insomma potremmo continuare per fogli e fogli ma la morale di questo breve trattato è: sai chi è il beniamino di tua moglie? conosci chi è stato l’eroe di tuo fratello?
Perché se avete un amico o vi siete fidanzati con una che ha la collezione di Diabolik o le Barbie in soffitta, sapendolo ora fate in tempo a correre ai ripari.