Sophio, Nostro Signore delle campagne.

FOTTUTA CAMPAGNA

Al comando della mia personale armata felina c’è il Generale Sophio.

Per diventare ricca basterebbe che i creativi di una qualsiasi agenzia pubblicitaria vedessero Sophio: so che mi offrirebbero subito un contratto milionario per farne un brand, una di quelle faccette che finiscono stilizzate su qualsiasi cosa, dalle T-shirt alle tazze.

La potenza mediatica di Sophio è gigantesca e andrebbe giustamente valorizzata ma per dare una giustificazione a tutta questa potenza, racconterò  brevemente la storia di questo gatto leggendario.

Sophio nasce normalissimo gatto maschio persiano color champagne, in un allevamento.

Quando arriva la sua ora viene messo in vendita in un negozio (mi fa piangere pensare che il mio gatto possa essere stato messo in vendita) e viene addirittura acquistato da una famiglia torinese che, falsa e cortese, lo accoglie in casa a un’unica condizione: che sia femmina.

Al momento dell’acquisto viene comunicato alla famiglia che purtroppo è rimasto solo un maschietto, ma a questi miseri esseri umani non importa: lo chiameranno Sofia e con tutto quel pelo, nessuno scoprirà la verità.

Passano gli anni e il mio piccolo ermafrodito vive più o meno sereno, ma proprio a causa di questa spiacevole cosa soprannominata “crescita” che a un certo punto tutti gli esseri affrontano, il felino/a non è più appetibile e la signora di questa discutibile famiglia un bel giorno si convince che “la gatta Sofia” sia responsabile della sua asma. Per Sofia non c’è più posto.Mi viene di nuovo da piangere solo al pensiero. IMG_5508

Provano a riportarla al negozio, ma a quattro anni un gatto è considerato invendibile, quindi inizia la caccia all’adozione conclusasi con la minaccia (più diffusa di quanto si pensi): «O me o la gatta. Se nessuno se la piglia finisce al gattile!».

Ho un’amica che tutti i torinesi amanti degli animali conoscono e venerano: si chiama Chiara e anche lei, come l’amica di san Francesco, è donna in concetto di santità perché dedica corpo, anima e conto in banca ai pelosi in necessità.

Quando Chiara viene a sapere questa triste storia, piglia la macchina e si presenta a casa dei cattivi, li prende a schiaffetti e si porta via il povero Sofia; poi si butta in autostrada verso Roma e mi chiama perchè le risulta che io al momento stia vivendo, per circostanze inspiegabili, senza gatti.

Mi dice che sta partendo da Torino, che nel giro di sette ore sarà a casa mia con Sofia e che il piccolo ha problemi di incertezza sessuale ma che per il resto sta bene.

Arriva all’alba con questo gigante scorbutico di cui mi racconta la storia e io a quel punto mi commuovo e penso che sarò onorata di fargli da mamma ma che, dopo quattro anni, mica posso chiamarlo Giuliano.

Quindi optiamo per Sophio: esotico, sexy, irresistibile.

Sophio comunque starà anche bene ma è incazzato all’ennesima potenza.

Le prime due settimane le passa sotto il mio letto; esce solo quando io non sono in casa. Si affaccia, controlla bene e scivola fuori per mangiare, bere e farmi una gigantesca diarrea sul letto, nel centro preciso del cuscino, come a voler mettere in chiaro fin da subito le cose e ricordarmi che lui è Sophio.

Dopo un mese siamo inseparabili. Mi accompagna ovunque, facciamo anche le vacanze insieme e io sono pazza di lui: Sophio è sempre incazzato con tutto e tutti, infastidito da qualsiasi cosa, animale, canzone fiore, città o persona che gli venga proposta. Ma per me stravede e l’era delle diarree è terminata.

IMG_2829

Purtroppo, dopo qualche tempo, appena riesce a recuperarsi completamente dall’incertezza sessuale, Sophio viene investito e si frattura la piccola mandibola persiana. Viene operato e il veterinario mi dice che non ci sono speranze, che anche se è tutto ricucito col fil di ferro non riuscirà a mangiare con facilità e morirà di fame.

Così esco dalla clinica con il viso che è di nuovo una maschera di lacrime: Sophio, che destino, che vita di sofferenze e, soprattutto, che morte terribile!

Dopo un paio di settimane con la sua nuova mandibola di acciaio, Sophio sembra il gatto di Robocop e mangia più di quattro vitelli.

E’ muscoloso, ancora più incazzato con la vita e a memoria di questa ennesima vittoria contro la morte e l’abbandono, il piccolo eroe avrà la lingua fuori dalla bocca a vita, senza possibilità di schiaffarsela dentro neanche per un minuto, fissata dall’operazione di quel giorno, come la cicatrice di un militare o il tatuaggio di un galeotto, un particolare che lo rende ancora più irresistibile.

Oggi il generale Sophio, alla rispettabile età felina di sette anni, dopo aver vissuto tutta la sua vita tumultuosa in appartamento, vive in campagna dando prova di sapersi adattare a qualsiasi situazione, oltre che a qualsiasi sessualità.

Poi, vogliamo parlare del piacere di farsele girare quando finalmente uno ha ritrovato la propria identità sessuale?

Sophio picchia tutti, vede pelo e picchia, non perde tempo a riconoscere se quel gatto vive in casa con lui o no. Mena dall’alba al tramonto, momento in cui finalmente riposa la sua zampa vendicatrice e si siede sul davanzale più alto del fienile, con la criniera bionda che gli svolazza come un fazzoletto infuocato dalla luce del sole che muore dietro le colline.

Perchè anche il sole muore ma Sophio no e se gli girano, picchia pure lui.

Questo racconto è tratto dal libro Fottuta Campagna e questo è il book-trailer:

https://www.youtube.com/watch?v=uAWxWtKg1L8

Vuoi comprare Fottuta Campagna? Buongustaio:

https://fazieditore.it/catalogo-libri/fottuta-campagna/

I CERCATORI DI ATTENZIONE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Qualche mattino fa ero sul treno, sul solito regionale che meriterebbe non pezzi comici ma denunce e zainetti imbottiti.

Ma va beh.

Seduto di fronte a me c’era un signore indiano sui cinquantacinque.

Sinceramente non si trattava di un soggetto interessante ma è bello cambiare idea e lasciarsi stupire dalla verità granitica che i migliori punti di partenza dell’ispirazione alla comicità sono le persone normali.

Anche perché, so che vi rovinerò la settimana con questa sentenza ma devo dirvelo: alla fine nessuno di noi è normale.

Ma torniamo al signore indiano.

Il treno si ferma in stazione più del dovuto: lui mi guarda e sbuffa.

Il capotreno comunica il ritardo accumulato e lui alza gli occhi e fa il segno dell’orologio.

Passa una ragazza che non riesce ad aprire la porta di accesso all’altra carrozza, lui guarda me e la cinese che ho affianco e ridacchia, scuotendo la testa come a dire “Guarda st’imbecille!”.

Passa un vecchietto e lui lo blocca indicandogli posti liberi dove sedersi anche se lui non ha nessuna intenzione di farlo perché il posto ce l’ha già più avanti.

Ma niente, lui insiste e lo obbliga perché è anziano.

La cinese affianco a me invia messaggi vocali con whatsapp e lui mi guarda sgranando gli occhi come a dire “ma cosa fa, questa matta?!”.

Insomma il signore indiano vuole chiacchierare in maniera compulsiva e non si tratta di corteggiamento, eh.

Non vuole rimorchiare nessuno.

Vuole compagnia.

Ma il suo modo di chiederla così dinamico e insistente rompe il cazzo.

Perchè in treno la gente ha il diritto di starsene per i suoi amati affari.

Il signore indiano è malato.

E’ uno dei tantissimi sconosciuti che si aggirano nel mondo elemosinando un “Eh, già! Ha proprio ragione” oppure un “Eh, guardi, da non crederci!” ma anche un “Sempre in ritardo, è una vergogna!”.

I signori cercatori di attenzione non riescono a stare un attimo fermi e zitti al loro posto senza che gli venga nelle vene la bramosia febbrile di attaccare bottone.

Fanno ridere e paura allo stesso tempo.

Perché se disgraziatamente annuisci col sopracciglio, loro ti sbranano di parole.

Se li guardi per sbaglio, perché il loro corpo si trova nella traiettoria verso il soggetto della tua attenzione, per queste persone diventi automaticamente di loro proprietà e, se necessario, ti seguiranno anche fino a casa.

E’ la categoria di persone con la grave patologia di chi non riesce a essere discreto, in silenzio e immobile, nei luoghi pubblici.

Magari anche a casa loro eh, però nei luoghi pubblici offrono il meglio del loro repertorio di tic e di tentativi di abbordo sociale.

Non puoi non vederli.

E vederli si può, sia chiaro.

E’ guardarli che diventa un problema.

Perché per loro è una gioia, una vittoria monumentale incontrare il tuo sguardo; hanno urgenza di incrociarlo e di trovare occasione per rivolgerti la parola circa la meteorologia, un disservizio di qualche ufficio pubblico dove sono in fila con te o sulla reciproca provenienza geografica.

Hanno premura psicopatica di inventare al volo un pretesto per far accadere qualcosa su cui poi poter discorrere con te: un finestrino che non si apre, il telefonino caduto che si apre il due o il grande dilemma se il cesso sia libero o occupato.

Dai cercatori di attenzioni come il nostro amico signore indiano, si salvano solo quelli con le cuffiette ben visibili e incastonate nei timpani e quelli scaltri che dopo anni di allenamento hanno capito che il segreto per sfuggire è evitare le loro pupille.

Per tutti gli altri non c’è speranza.

Soprattutto gli anziani cadono nella rete di quelli lì.

I vecchietti che per indole, noia o solitudine sono propensi a far due chiacchiere mentre aspettano di fare le analisi o sono in fila alle poste, vengono sbranati di parole da questi lupi alla perpetua ricerca di amici nel mondo.

Ci sono dei metodi infallibili per capire se la persona di fronte a voi in treno o alla fermata dell’autobus, in fila alle poste o accanto alla vostra tazzina di caffè al bar, fa parte della categoria degli Elemosinatori di Attenzione e Chiacchiere (EAC), degli attaccasiluri detta alla popolare:

Le loro dita tamburellano nervosamente su qualsiasi superficie quasi come se parlassero attraverso gli arti, in attesa di farlo con la voce.

La loro mimica è da teatro dell’Opera: gesti giganteschi, espressioni da palcoscenico e grande protagonismo se succede qualcosa nel luogo pubblico.

I loro tic trasbordano da ogni poro della pelle: si sistemano gli occhiali, sbuffano sulla frangia o sul riporto, si aggiustano gli abiti, guardano fuori dal finestrino e poi guardano voi, guardano la gente che passa e poi guardano voi, guardano il cartellone col numerino che stanno chiamano alle poste e poi guardano voi, nella speranza che qualcosa della vostra persona gli dia un cenno per poter partire.

State attenti.

E ricordate: Musica alta, sguardo fisso e occhiali da sole, nessun orologio al polso per farvi chiedere l’ora, nessun cagnolino né bambino al seguito per farvi chiedere come si chiama, aria frettolosa e muso incazzato.

E ora scusate ma ho giù l’indiano che mi chiama che è pronto in tavola.

I GIORNI DEL VAFFANCULO

FOTTUTA CAMPAGNA

La Prefazione un filo provocatoria di Fottuta Campagna

Quanti luoghi comuni uso durante la mia giornata?

Anche la domenica, quando mi sveglio tardi e vado a letto presto, quindi le ore a disposizione per abusare di loro sono poche, riesco sempre a farne un uso smodato.

Non per vantarmi ma sono bulimica di luoghi comuni.

Si tratta di un’ingordigia causata da una buona educazione, ricevuta tanti anni fa anche se mai richiesta: una bella, grossa e cordiale educazione comprata a caro prezzo dai miei genitori e perfezionata in un contesto urbano, a Roma, città tanto più grossa dell’educazione quanto meno cordiale.

In città ho assimilato tutti i giudizi e le morali socialmente utili per programmare il mio comportamento civile e raggiungere una discreta antipatia.

Complici la città e la grossa educazione, sono arrivata ai trenta trascinandomi dietro una gamma di borgheserie così imponente, che prima di scrivere Fottuta Campagna, avevo pensato ad un processo al Bon-Ton, un dizionario con tutti i moralismi e le illusioni che affollano un modello base di cervello adulto: lo avrei chiamato “Orgoglio e Pregiudizio” solo che, al posto di una storia d’amore, avrei scritto tutto ciò che di repellente si cela nella nostra società a livello intellettuale.

Poi ho ragionato (quello del ragionamento è un movimento cerebrale che mi stupisce sempre) e ho pensato che un vademecum di pregiudizi non avrebbe venduto molto, perché oggi va così di moda essere liberali e open-minded che leggere un libro che sostiene il contrario ci sembrerebbe offensivo, amorale. Scoprirci ripieni di falsi moralismi come arancini rancidi non è corretto. Quindi molto meglio scrivere cazzate.

Sulla Campagna, ad esempio.

Sul verde, sul bio, argomenti caldissimi oggi, sui quali tutti hanno qualcosa da dire anche se pochi conoscono la materia fino in fondo, come avviene sempre con gli argomenti caldissimi.

Mi ci sono trasferita pensando che per avere autorevolezza su un argomento lo si debba approfondire, così ho preso e sono andata a vivere in mezzo ai campi.

Ma anche scrivendo di campagna, pagina dopo pagina, ecco che i pregiudizi continuano a perseguitarmi e non smetto di trovare anche lì, in mezzo ai contadini, contesti che pensavo di trovare nel modo in cui me li ero immaginati, un modo assolutamente diverso dal reale.

Imbevuta di razzismi su luoghi, persone, fiori, frutta e animali e poco a poco guarisco, ammettendo la disarmante autorità che il pregiudizio ha avuto fino a questo momento nella mia vita, all’apparenza così fricchettona.

Un’ammissione dolorosa ma liberatoria, una consapevolezza resa possibile grazie ad un procedimento catartico che ho definito in gergo tecnico “I giorni del Vaffanculo”.

Candidi e inattesi, profetici e illuminanti, questi giorni arrivano per concederci l’opportunità di fare pulizia di persone e convinzioni che non rappresentano più nulla di positivo nella nostra esistenza.

Se ci abbandoniamo a essi diamo il via ad un processo di purificazione che ci farà realizzare quanta fiducia abbiamo riposto in soggetti e oggetti inutili quanto deleteri, e quante verità supposte (nel senso che tante volte a causa loro, ce la siamo spesso presa in quel posto) ci hanno tenuti sotto scacco senza che ci balenasse per un attimo il dubbio che si potesse trattare di stronzate.

Un processo di illuminazione che ci libera da tutti i pesi morti attraverso una raffica di salvifici Vaffanculi irradiati nella nostra atmosfera.

Una forza centrifuga alla quale è fondamentale aprire la porta e con tanta consapevolezza, darle carta bianca per far nascere magnifiche rivoluzioni nella nostra vita, altrimenti rischiamo di perdere una preziosa occasione di rinascita e rimaniamo immersi nel nostro brodo di idiozie civili.

Fottuta Campagna è pensato per tutti coloro che sentono il richiamo primordiale dei giorni del Vaffanculo, che desiderano smantellare le fortezze di pupù che da troppi anni affollano le loro teste.

Il cervelletto umano funziona un po’ come la speculazione sui terreni edificabili in Spagna: se c’è spazio libero, i pregiudizi comprano ettari di materia grigia a poco prezzo e costruiscono sovrastrutture mentali granitiche che poi non c’è pastiglietta in grado di guarire.

Possiamo dire che i pregiudizi sono la camorra del cervelletto.

Il pregiudizio preferito dal mio cervelletto era legato al meraviglioso mondo della Natura, alla vita nel verde (da non confondere con la vita al verde, che di meraviglioso ha molto poco), alla campagna, a quel luogo che non ha mai smesso di affascinare l’essere umano, almeno fino a quando è rimasto un ideale irrealizzato.

Voglio dire: Virgilio scriveva di pastori ma rimaneva col sedere piazzato sui cuscini della sua casa piena di colonne; Ippolito Caffi dipingeva gli scorci di rovine romane abbracciate dai rampicanti ma poi se ne tornava a fumare sul terrazzo del suo palazzo veneziano; oggi la storia non è cambiata: amiamo il verde, compriamo prodotti biologici, ma non sappiamo cosa sia l’olio di palma e inquiniamo i campi dove produciamo quello che mangeremo.

Affittiamo il casale nel Chianti e la prima notte in cui ci dormiamo abbiamo un attacco di panico perché non avevamo mai sentito prima tanto, gigantesco silenzio.

Il Pianeta Verde: ecco il mio luogo comune preferito, l’illusione contro la quale i miei giorni del Vaffanculo hanno dovuto combattere una guerra impietosa ma necessaria dalla quale sono nate le pagine di Fottuta Campagna come un diario di battaglia, un De Bello Bucolico.

Non è che l’illusione porti alla morte però spesso causa un sacco di altri guai peggiori e la radice delle più antiche disgrazie è l’idea romantica che nutriamo nei confronti di qualcosa, la bramosia che ci fa pretendere che l’oggetto (o il soggetto) del nostro desiderio si comporti esattamente in un modo: il nostro.

Un fidanzato bellissimo ma deleterio, un gruppo rock che amano tutti e che ci accorgiamo di odiare solo dopo aver speso ottanta euro per il loro concerto perché “ci andavano tutti”.

I pregiudizi creati dall’illusione ci scaldano e rendono sicuri per molto tempo ma a ciascuno di essi corrisponde una disillusione devastante quanto miracolosa.

Sfatare un pregiudizio toglie la terra da sotto i piedi, ma a lungo andare regala un senso di vera e propria redenzione.

Questo libretto ha la presunzione missionaria di soccorrere tutti coloro che hanno sete di sfatare le proprie illusioni e lo farà attraverso una collana di situazioni e personaggi che hanno distrutto la mia di illusione: l’idea infantile sulla vita bucolica, un modello ispiratore applicabile a tanti altri contesti.

Fottuta Campagna è il racconto di come la mia vita sia stata messa in pericolo dall’illusione di conoscere a fondo il significato della parola “campagna”.

E la morale è la seguente: ricordati che è importante conoscere bene il significato delle parole, delle cose e delle persone che credi di desiderare, soprattutto se vuoi smettere di desiderarle all’istante.

Non so se qualche profeta o saggio abbia già anticipato questa morale, ma tutto parte da questo insegnamento e dai guai che mi hanno portata alla consapevolezza che la campagna non è per tutti.

Sono nata e ho vissuto per ventidue anni in un centro residenziale pieno di aiuole, cacche di cane raccolte nelle bustine di plastica, vigilanza notturna e tennisti educati, pensando che quella fosse campagna, sicura che la campagna fosse dove c’è verde, aria buona e dove c’è il labrador che corre con la pallina in bocca

Senza dubbio è tutto questo. Ma non solo.

La campagna è ben altro.

E per capirlo ho dovuto viverlo, quel fottuto ben altro.


Altre brevi anteprime del libro, disponibili aggratise per farvi venire il prurito della compera, qui:

https://books.google.it/books?id=LTtdCwAAQBAJ&pg=PT1&dq=fottuta+campagna+google&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjovdis7pXOAhVDaxQKHchLA0oQ6AEINDAA#v=onepage&q=fottuta%20campagna%20google&f=false

Il Book-trailer

DE RUMORIBUS

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Se per caso un giorno, ci venisse voglia di sminuirci come esseri umani, di renderci ignobili di toccare le bassezze più nefande che l’essere umano sia in grado di toccare solo scavando…

E se per caso non esistessero più applicazioni sui cellulari a renderci poveretti in tal senso, come Candy Crush o i siti di appuntamenti nel proprio quartiere, ricordiamoci che avremo sempre a disposizione il più antico e popolare metodo avvilente per individui, che nessuno (purtroppo) potrà toglierci: il pettegolezzo.

Discorrere con terzi sulle faccende private di un soggetto non presente, rende da sempre l’animo umano molto piccolo e merdoso, contaminando la zona dove avviene la discussione con aria fetida come quella di certi uffici pubblici.

L’arte di parlar male degli altri non è per tutti!

Per capire se stiamo effettivamente facendo della malalingua il nostro stile di vita e del pettegolezzo il nostro biglietto da visita, dobbiamo porci una domanda semplice, schietta e sincera:

se il soggetto del mio monologo e dei presunti fatti accaduti che sto raccontando fosse presente e in ascolto in questo momento, trarrebbe beneficio da tutto ciò che sto dicendo?

Mi sorriderebbe compiaciuto?

La sua figura ne uscirebbe in maniera dignitosa a prescindere dalla sua colpevolezza ma soprattutto, resterebbe ancora disponibile a frequentarmi dopo la discussione o mi inviterebbe affarinculo?

Se a queste domande la risposta è sincera, capiremo che il soggetto della nostra discussione, non solo non sarebbe felice di ascoltarci, ma che siamo sulla strada giusta e che abbiamo ottenuto il nostro obiettivo: essere degli individui composti per il 50% da acqua e per il restante 50% da Poraccitudine.

malelingue

Se per caso un giorno, ci venisse voglia di eliminare dalla nostra vita il buon gusto e proclamare guerra al desiderio di elevazione dello nostro caro, vecchio, animo umano, ricordiamoci che basterà raccontare al farmacista segreti presunti sul vicino di casa, accanirsi contro il fidanzato che ci ha lasciati raccontando la sua presunta poca igiene personale al postino, organizzare riunioni di condominio interessandoci delle ultime novità familiari degli assenti e nel contempo, proclamarsi paladini della giustizia sociale, del buon gusto, del “E’ una vergogna!”.

Ci sono ottime probabilità che nessuno si accorga che siamo dei dementi perché il pettegolezzo è un virus che si trasmette per via orale, l’arte di parlar male è una malattia che ti possiede se la tolleri.

Il tavolino coi giornali di gossip e cronaca nera sarà in confronto a noi, una libreria specializzata in ricerche sui premi Nobel.

Il peggior collega che diffonde menzogne anche sulla vita privata delle macchine fotocopiatrici in ufficio sarà in confronto a noi, San Sebastiano.

La più odiosa delle comari represse appestate dal rancore verso il prossimo, diverrà al nostro confronto, più benevola di un libretto di meditazioni zen.

Saremo senza rivali, se il pettegolezzo contaminerà le nostre vene, i più meschini del pianeta!

O almeno del pianerottolo, del condominio, della via, di quel piccolo angolo della putrida sul quale regneremo fino alla fine dei nostri giorni.

http://www.corriere.it/salute/11_giugno_15/gossip-salutare-cervello-peccarisi_741794c0-91b5-11e0-9b49-77b721022eeb.shtml

IL BUGIARDINO

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Dio ci protegga dal foglietto illustrativo dei medicinali.

Dal bugiardino.

Che poi se si chiama così, non è certo per rassicurarci.

Il motivo di periglio per gli esseri umani però, non si trova dietro a questo suo nome popolare così ridicolo e ostile, quanto nel suo contenuto che in maniera esplicita, ci piglia per il culo da secoli.

Compri un medicinale per curarti e dentro trovi un piccolo pieghevole che ti mette in guardia dalle mille insidie del mondo e ti catapulta in faccia una quantità di ansie così concrete e precise che quasi quasi il medicinale diventa ai tuoi occhi un metodo efficace con cui morire male, in poco tempo e oltretutto a pagamento.

Andiamo per voci, come fanno loro:

La composizione del farmaco è una delle voci che, se non sai un cazzo di formule chimiche, ti fa rabbrividire.

Sapere poi che qualcuno che non conosci, che non hai mai visto in vita tua e che, al contrario di te conosce perfettamente le formule chimiche, sia titolare assoluto dell’autorizzazione all’immissione in commercio di una roba farmacologica, è inquietante come ritrovarti in autobus con cinquanta arabi con lo zainetto Invicta.

Poi, se non bastassero i sintomi della tua patologia, il bugiardino ignobile ti propone un centinaio di controindicazioni che se ti beccano non lasceranno traccia del tuo albero genealogico.

Raderanno al suolo la tua specie e lo faranno per colpa tua che volevi curarti e invece hai ammazzato la stirpe.

Poi: esiste una differenza tra contro-indicazioni e precauzioni d’uso?

Non sono forse entrambe un unico, grande invito a cagarsi sotto? Almeno una di esse non si poteva evitare e omettere ?!

PictureofBrianChristie-PillHead

Non contento di averti fatto diventare verde vomito dal terrore più che dalla malattia, quello stronzo del bugiardino ti propone eventuali effetti drammatici in caso di interazione con altri farmaci o attraverso le avvertenze speciali che, in sostanza compongono un elegante puzzle delle ultime, extra-ordinarie possibilità di decesso in compagnia del tuo amico farmaco appena acquistato.

Le avvertenze speciali sono le patologie pirotecniche che puoi contrarre se sei uno dei dieci casi su cento ai quali, con l’assunzione della pastiglia in questione, può crescere la coda di carne tra le scapole, uscire la pipì fucsia come quella dei ballerini di Ibiza o si possono squagliare le dita dei piedi in una poltiglia purulenta come alle streghe sui roghi.

Le avvertenze sono dunque gli effetti speciali della medicina e il loro relativo presagio di morte.

Maledetto il bugiardino, il foglietto che ti rammenta che sei spacciato se ti pigli il farmaco e ci bevi sopra una birretta chiara o un caffè, se prendi la macchina per tornare a casa, se aspetti un bambino che quindi a causa della tua incuria nascerà ciclope o come Paolo Limiti.

Il bugiardino ti dice che ti verranno i brufoli nei polmoni se assumi il farmaco e poi fai attività sportiva, se sei celiaco, di Bari, se hai studiato filosofia o tuo papà è in pensione.

Il bugiardino lo sa che tu hai qualcosa che di certo non va e ti tiene d’occhio.

Ti avverte che se resti immobile, fermo dove sei, con le braccia alzate e impagliato come la testa di un orso, con la tua pastiglietta che ti tiene in ostaggio la trachea, non succederà (forse) niente di male.

Altrimenti sei pronto per i vermi.

Proseguiamo leggendo le voci del bugiardino: sovradosaggio, effetti indesiderati, scadenza (che sarà senza dubbio cancellata dagli agenti atmosferici coi numeri falsati e dunque morirai) e infine, ma non per ultimo per importanza, le norme di conservazione, senz’altro simili a quelle di un libro del 1200 a.C. scritto dall’ultimo proprietario del santo Graal.

Il foglietto illustrativo di un qualsiasi medicinale, se ti fermi a pensarci su un attimo, è un ottimo pretesto per farti desiderare di finirla lì, subito ed evitarti così tutte quelle probabili sofferenze eliminando i rischi elencati in modo perpetuo attraverso il decesso pro manu.

E visto che ce l’hai lì e ormai li hai comprati, perché non avvicinarsi alla morte con un bel cocktail di medicinali come fanno le rockstar?!

Adesso hai capito perché le leggende del rock si suicidano col mix medico?!

La rockstar, già di per sé paranoica, dopo aver letto il bugiardino e aver intuito che gli stessi effetti indesiderati colpiranno anche lei/lui, confermando il fatto che fisicamente è uguale a tutti gli altri comuni mortali del cazzo, sceglie di morire per mano chimica.

Alla rockstar e anche a te che scegli di farti fuori, il bugiardino gentile ricorda però di tenere il farmaco fuori dalla portata e dalla vista dei bambini.

Così ti piomba addosso anche il senso di colpa che se schiatti, i farmaci che non sei riuscito a ingerire resteranno lì, sul tavolo dove giocano i tuoi figli a “Uno”.

Allora ti sacrifichi e resti in vita, schiavo di un bugiardino di merda che ti sorride dallo scaffale col suo smile da farmaco senza obbligo di prescrizione mentre tu ora hai serio bisogno di averne una, di prescrizione.

Per questo raccontino ringrazio l’amico Stefano che mi ha indicato l’esistenza di un Contest, di una specie di concorso, dedicato alle diciture più del cazzo dei foglietti illustrativi di tutto il mondo:

http://www.mlaw.org/_pages/pastwinners.htm

 

JE SUIS LICIA

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

sindrome-di-tourette

Allora, stasera sono stata a cena nella mia osteria preferita.

Ho bevuto un buon rosato in buon compagnia di amici e mille zanzare.

Nella mia osteria preferita ci sono candeline dappertutto e i piatti del giorno sono sempre irresistibili.

La padrona è una ragazza con una risata che andrebbe brevettata e i suoi tavoli sono piccoli, accoglienti e pieni di fesserie di stoffa a forma di cuore che lei usa come sottobicchieri, sottopiatti, come sottotutto insomma.

Robina che può comprare solo una ragazza, di trapunta, cotone grezzo e lino bianco sporco.

Che poi amo il bianco sporco e non capisco perché non si possa indossare senza che la gente pensi che c’hai sudato dentro per settimane.

Il bianco sporco nel nostro emisfero funziona solo per le tovaglie, che idiozia.

Comunque la mia osteria preferita è piena di cosine che anche se sono fregnacce, a me rilassano tanto e quando mi siedo e guardo con quale cura sono state piazzate lì ad accogliere la clientela ridotta e naturalmente selezionata dai pochissimi tavoli a disposizione e dalle moltitudini di zanzare di merda, mi viene da dire che andrà tutto bene, che sono una ragazza fortunata e che il mare non è poi così lontano e che digerirò alla grande.

Mentre ce ne stiamo lì a gustarci il silenzio, senza nessun avviso entra Licia e cambia un bel po’ cose e impressioni.

Licia è una ragazza che si avvicina ai cento chili quindi per la società contemporanea è grassa eppure quei chili sono distribuiti senza dramma.

Solo che il dramma si consuma non appena Licia incrocia il mio sguardo e mi grida contro indemoniata “Maledetta bastarda, scusa, non ti spaventare!”, tutto di seguito, in un’unica formula velocissima, destabilizzante e condita da un paio di bracciate smaniose in aria.

Licia è vestita tutta di nero coi capelli rosso fuoco e gli occhi verde smeraldo vero.

Licia ha la sindrome di Tourette però non me ne rendo conto subito.

Devo prima passare attraverso molti stadi emozionali diversissimi tra loro: lo stupore di non realizzare bene cosa stia succedendo, la rabbia e l’indignazione di venire barbaramente insultata da una grassona sconosciuta (lì per lì ti viene da insultare per difesa), un imbarazzo borghese e infine l’emozione più dura da reprimere, il divertimento allo stato brado.

Il più spregevole e incontrollato guizzo che si presenta sotto forma di una grossa, gigantesca spinta che parte dalla bocca dello stomaco e si fracassa in gola facendomi capire che se non rido di qui a poco, morirò male.

Licia lo sa e quindi mi lancia uno sguardo per capire dove arriveranno le mie reazioni, se riuscirò a trattenermi o no le interessa poco, a lei preme avere la certezza di non avermi offesa.

E non mi offende affatto, anzi qui ci scappa che la offenda io col mio sghignazzo fradicio.

Inutile girarci intorno o fare etica spicciola: nel mio cuore alla ricerca perpetua di comicità cinica, ho sempre sognato di incontrare qualcuno affetto da questa sindrome, per poter fare un’analisi ravvicinata dell’unica malattia che un pochino, ammettiamolo, fa sorridere.

Nel mio caso, fa letteralmente mancare aria in gola dalle risate.

Se però vado oltre la mia testa di cazzo, mi rendo conto di come in un certo senso la Sindrome di Tourette sia oggi a proprio agio nella nostra epoca contemporanea fetida.

Rifletto che quasi la nostra umanità ha bisogno dei tourettisti, di quanto la Sindrome trovi finalmente un giusto posizionamento nel nostro mondo, se così si può dire nei confronti di una patologia.

Non esiste momento storico più perfetto di questo infatti, per liberarsi di tic nervosi in maniera sfrontata, soprattutto se essi sfidano (anche involontariamente ma lo fanno!) le leggi del buon costume sociale, della figura di merda da evitare a qualunque costo per risultare sempre sul pezzo, sempre fichissimi e inattaccabili a livello di stile e di rispettabilità, di ultima tendenza e di inavvicinabilità.

Quando Licia se ne va in giro e grida i suoi Figlidiputtana, i suoi pezzidimerda e i suoi bastardi, il suo disappunto anche se non reale e diluito da molti “Scusami!” , ti arriva dritto in faccia e ti prende a borsettate l’ego perché è un disappunto proclamato da una perfetta sconosciuta arrivata quasi come un oracolo, un segno dei numi celesti che vogliono dirti, attraverso un angelo, che il disadattato sei tu e sai perché e se non ci arrivi ti verrà in mente.

Licia, per quanto possa sembrare paradossale non se la prende mentre rido come una bestia perché lei lo sa che un po’ fa ridere e poi intanto, con questa scusa che ha una sindrome che fa sorridere, mi ha dato della testa di cazzo e questo è ciò che conta.

https://stilenaturale.com/sindrome-di-tourette/

IUDICES

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Se scrivo “Giudici”, a cosa pensate?

Perché questa è un’epoca spiacevole e temo non stiate pensando a Falcone e a Borsellino.

Sintonizzatevi sulle mie stesse frequenze per registrare cosa ne penso dei giudici dei talent show.

Degli chef che giudicano dei poverini ai fornelli.

Di tutta questa gente che arriva in tarda mattinata negli studi tv e si trova un tavolo in acciaio lucente con tutte le verdurine tagliate alla julienne da uno scenografo che sognava di fare cinema ma, poveraccio, anche lui deve pagare le bollette.

Se lo farete, se vi collegherete al mio cervello vi dirò tutto ma qui non posso esagerare perché non sono protetta da quelli giusti e la denuncia è sempre dietro l’angolo in un paese dove fingiamo di avere un umorismo frizzantino e invece no.

Immaginate cosa penso della mandria di signori vestiti in similpelle, con la gelatina anche sui denti che vengono pagati per starsene col culo sulle poltrone girevoli da supereroi, a spingere un bottone con ferocia per dare un voto a una creatura che possiede cinque volte il loro talento o che invece non ne possiede affatto ma è stata collocata last-minute dalla produzione tv, per mettersi a disposizione e farsi umiliare in diretta.

E pensare che era partita da Cetraro Marina col pullmann, dicendo a tutti di guardarla perché sarebbe stata alla televisione.

Uno ci prova ed è legittimo farlo.

Ci prova, pensando che possa essere il giusto trampolino di lancio ma poi, se riesce a connettersi col proprio animo, capisce subito di avere davanti a sé dei professionisti dello spettacolo e non dei docenti o Sai Baba o Batman.

Sintonizzatevi con la mia mente e scoprite cosa penso di queste superstar col cucchiaio d’argento, di bronzo e di platino che vengono prodotte in serie per fare più ospitate possibili e presenziare a tutte le degustazioni per mangiare gratis e scrivere libri di ricette che poi, quando provi a rifarle nel tuo cucinotto di merda ti mortificano.

Avvicinatevi alla mia anima: riuscite a sentire cosa ne penso di quei musi di plastica che gridano sguaiatamente al fenomeno e poi mandano la sigla?

Siamo in tanti ad essere insofferenti, a cercare un antidoto contro quelli pagati per giudicare senza avere competenze o che, ancor peggio avendone, amano usarle come fossero i vice di Gesù ma senza insegnare nulla gratis, moltiplicandosi in tutti gli angoli possibili dei media per raccattare cachets stellati più dei loro ristoranti.

Esisterebbero ingredienti in grado di arricchire le teste di chi guarda la tv anziché farci nascere dentro i bigattini, come si faceva nei bagni delle scuole per farle chiudere.

Perché la scelta cade sempre sulla peggior competizione a buon mercato?!

I talent show chiudono le nostre cervella indifese e tutto ciò che ci viene da considerare importante è fare i tuttologi in pubblico, ostentare di essere sommelier, esperti di musica classica, allevatori di animali preistorici per passione, cuochi di cucina giapponese di alta montagna, conoscitori di paesi sottomarini abitati da scrittori nudisti.

Purtroppo tutta questa sapienza non viene esibita per il gusto di diffonderla ma per il prurito di far tacere gli altri, facendoli sentire inadeguati e miseri

Il principale obiettivo diventa fare quelli che sanno più del gruppo e che importa che poi si sbaglino i congiuntivi?!

Se si ha talento bisogna andare nei posti a comandare, per diventare un opinion leader e scegliere per gli altri.

Cosa abbiamo fatto per meritarci questa punizione che è tutto fuorché divina?

Vi prego, connettiamo le nostre menti e salviamoci: off.

Giudice
giù·di·ce/
sostantivo maschile e femminile
La persona o l’ente cui sono riconosciute l’autorità e la competenza di emettere giudizi o decisioni definitive.
Lat. iudĭcem, comp. di ius ‘diritto2’ e del tema di dicĕre ‘dire’;
propr. “colui che dice il diritto”

LA CASA CHE NON CI VUOLE BENE.

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Non puoi sbagliarti, la riconoscerai tra mille.

Se cerchi casa, magari in affitto e con l’unica pretesa di non farti tramortire il conto in banca, preparati a incontrarla.

E’ la casa che non vuoi ma che rischia di impossessarsi di te.

E’ la casa di nuova costruzione, la casa che le foto degli annunci non ti raccontano come dovrebbero ma che anzi, cercano di occultare coi filtri fotografici, il maledetto grandangolo o direttamente con l’assenza di foto per supposta mancanza di tempo per farne.

Mentre la supposta dovrebbe destinarsi a chi ancora progetta tali ripugnanti costruzioni.

Anche se ci stai attento la incontrerai e dovrai per educazione, costringerti a falsare le tue espressioni facciali almeno per rispetto nei confronti di un proprietario che c’ha speso soldi, tempo e disperazione pensando che possedere una casa sia ancora indice di benessere.

Il problema è sempre lì, tra la gente che ha soldi nel portafogli, tempo in tasca e gusto nel cesto della biancheria sporca.

E che magari affitta casa.

Ogni regione la identifica alla sua maniera: la casa del geometra, la casa della nonna morta, la casa della provincia malavitosa, la casa dormitorio, la casa della depressione.

 

cover

Tutte le regioni del mondo, a prescindere dalla creatività con la quale le nominano, ne riconoscono però gli stessi difetti comuni che ora scopriremo insieme per poterli riconoscere in tempo e fuggire coi razzi al culo:

I muri esterni della casa del geometra sono solo intonacati o peggio pitturati in rosso fuoco degli inferi, giallo limone acerbo, verde vomito di terminale, rosa polo Fred Perry e, se davvero vi è del marcio, in grigio malattia venerea.

Se è presente un giardino condominiale vi è proibito fare qualsiasi cosa all’interno, perfino calpestarlo.

Se il giardino è privato avrà i confini determinati da recinzioni in ferro nero con passeggiata sino al portoncino d’ingresso in mattoncini immacolati e atmosfera circostante da omicidio familiare di piccola città lombarda.

La casa del geometra di nuova costruzione è un tripudio di cellophane: dai sanitari ai mobili della cucina e ai battiscopa, tutto è avvolto in una spessa plastica trasparente che promette di regalare alla casa secoli di deodorazione al petrolio grezzo e, se ci si distrae un attimo, c’è il rischio che l’agente immobiliare avvolga anche noi nel millebolle come gesto compulsivo e di disinfezione dello spazio.

All’interno troveremo pareti di cartongesso, se si tratta invece di costruzione vecchia vien da sé che avrà i muri bisunti da cucina esagerata del parente deceduto e pavimenti in graniglia.

La graniglia è una delle principali cause di malattie psichiatriche e se ci si imbatte in un pavimento di questo materiale è meglio, con una qualsiasi scusa, allontanarsi immediatamente dall’abitazione e chiamare aiuto preparandosi anche alla colluttazione, in caso l’agente immobiliare impedisca l’uscita piazzandosi davanti alla porta.

Ripeto, la graniglia è il dimonio.

casa2

La casa della nonna morta ha ovviamente tutto il mobilio rimasto intatto dal giorno del decesso, dalle foto di famiglia agli orecchini, dai cassetti aperti a trasudare naftalina, alle coperte in flanella piazzate sopra alle poltrone in modo da effondere un pesante effetto aldilà che nessun set cinematografico riuscirebbe a riprodurre meglio.

La casa del geometra e/o della nonna morta può avere tutti i confort immaginabili ma non lasciamoci fregare dal garage privato, dalla passerella per salire ai piani superiori con la sedia a rotelle, dal box degli attrezzi in giardino o dal set di pentole in rame perché il pericolo di vivere come se già morti e tumulati in uno spazio malsano è dietro l’angolo.

Il caminetto elettrico come le scale di marmo scuro, la credenza comprata al centro commerciale come i sottopentole all’uncinetto e ancora i leoni di ceramica a guardia del cancello così come le tende di pizzo rosa confetto o i battiscopa in ceramica laccata, sono tutti sintomi che siamo nel posto sbagliato.

Non importa che si tratti di nuova costruzione o di un immobile d’epoca perché una siffatta casa è sicuramente spregevole per il nostro quieto vivere dunque procediamo impavidi e decisi alla ricerca della casa giusta per noi, facendo ben attenzione a non sposare un geometra o a contrarre il virus del tipico design da defunto da trovarci intorno mentre siamo ancora in vita.

casa3

CHI CI PROTEGGERA’?

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Sapete chi dobbiamo davvero temere?

Sapete di chi bisogna davvero avere paura?

Di quelli che progettano i centri commerciali.

Sono loro il vero pericolo pubblico, non i musulmani, non i rumeni!

Quelli che si mettono a tavolino e dicono “Cosa possiamo inventarci per far marcire il cliente nel nostro centro commerciale? Cosa possiamo progettare per fare in modo che un individuo muoia di vecchiaia cercando l’uscita o compri oltre i confini del comprabile?”

Questi strateghi dell’outlet riescono a fottere sonoramente anche i più intransigenti, quelli che ti lasciano in seconda fila e promettono “Guarda, entro ed esco! Mi serve solo il detersivo”.

Davanti a quelli che pianificano nuove aree destinate allo shopping dobbiamo rabbrividire.

Perché ci vogliono male.

Non possono volerci bene, persone che progettano un solo cesso per piano, se ciascun piano è di 7000 mq.

Non possono amarci quelli che costruiscono labirinti facendoci credere che siano negozi per farci passare là dentro il nostro sabato.

E’ inutile che mettano la musica in filodiffusione, i vasi con le stelle di Natale, le bilance per pesarsi, le giostre con la monetina, le hostess bone che vendono abbonamenti di qualsiasi cosa brutta.

E’ inutile che ci riempiano di buoni omaggio se l’obiettivo finale è quello di stordirci come vecchi orsi da circo.

E’ inutile che si fingano simpatici pagando omini travestiti dai nostri supereroi preferiti per distribuire foreste di volantini, è inutile che ci facciano mangiare tutto ciò che il nostro intestino peccaminoso desidera, se poi ci lasciano schiattare mentre cerchiamo il piano dove abbiamo lasciato la macchina.

Chi progetta i parcheggi multipiano dei centri commerciali, se non persone malvage?

Chi ci salverà?

Quale legge ci proteggerà stabilendo un massimo oltre al quale non si possano scavare piani-parcheggio altrimenti si arriva alla lava del centro della terra?

Conosciamo tutti la disperazione di non trovare, in mezzo a trentasei piani, quello con la nostra auto.

Piani che percorreremo trainando due carrelli della spesa stracolmi, sudando e pensando che stiamo davvero scendendo troppo, che prima o poi finiremo dal demonio, talmente si scende, inconsapevoli che dal demonio ci siamo appena stati, ai piani alti, alle casse dell’Ipermercato con nostro figlio trasfigurato dal pianto che ci implora di comprare tutto e il contrario di tutto.

Conosciamo tutti la disperazione di quando finalmente troviamo la nostra macchina ma capiamo di essere distanti nove chilometri dal punto dove si riconsegnano i carrelli.

Siamo dei principianti di merda ma c’è anche gente dispettosa pagata per predisporre tutto il necessario per non farci pensare, almeno in quelle svariate ore che trascorreremo nel loro immondo centro commerciale di merda

Sono pazzi quelli che progettano i centri commerciali.

E vogliono farci uccidere tra di noi.

Vogliono che ci scanniamo per liberare posti auto.

E ci scanneremo a causa della precedenza dei carrelli che non si capisce mai bene come funziona, per colpa del sorpasso involontario alle casse o per altri futili motivi che loro hanno acutamente progettato per attirarci nella gigantesca rete di saldi, di rateizzazioni, di “provalo per trenta giorni” e di “siamo aperti anche la domenica!”

C’è da aver paura.

Non fidatevi di chi progetta grandi centri commerciali ma soprattutto non parlate con chi nel week-end ci si trascina dentro, se non per offrirgli sostegno, gruppi di aiuto o assistenza sanitaria.

Tenetevi lontani e diffidate di chi vi porta nella mecca del multi-shopping o almeno ditegli che preferite aspettare fuori.

E non fatevi tentare dall’area delle poltrone massaggio mentre aspettate.

Sono fichissime.

 

IL PAESE DEI PALLONI CUCITI

FAVOLE DI MADAME PIPI', GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Lo so che non è bene accanirsi con categorie già prese duramente di mira da tutti e umiliate da secoli ma la mia è una disquisizione sociale che vuole aiutare fattivamente persone disagiate: perché nessuno aiuta certi tifosi?

Come mai la sanità pubblica non si occupa di loro, non offre un supporto, un sostegno, una possibilità, una speranza, che so, un sussidiario, una classe serale?!

Perché non è affatto decoroso che un paese civile consenta ai propri cittadini in età adulta, di girare in branco con sciarpette di cotone liso e bandierine gridando nell’aria canti infernali e di cattivo gusto grammaticale, cori che iniettano in chi ascolta e in chi canta un’immediata sferzata di adrenalina e voglia di fare a botte col primo che passa.

Anche io che vorrei la pace nel mondo, quando ascolto i ritornelli intonati col popoppopo’, subito ho voglia di sradicare un cartello stradale e spaccarlo contro il cofano di una macchina parcheggiata o in faccia al giornalaio.

Ma non voglio generalizzare, eh.

C’è anche chi va allo stadio per divertirsi, per non pensare.

Non c’è niente di male a non pensare.

C’è anche chi va allo stadio perché ama il calcio che è uno sport avvincente e poi si sa, lo sport va bene allo spirito, anche quando è intriso in soldi zozzi, dispensati da sponsor rognosi.

C’è chi porta i bambini allo stadio per condividere l’esperienza che sia emblema di lealtà, un gioco in cui chi si fa male, se lo fa davvero, mica per finta.

E poi è bello sognare che il proprio bimbetto un domani, guadagni milioni calciando un pallone.

C’è chi si stappa una bella birretta e non sente ragioni che facciano sollevare le sue chiappe dal divano, quando inizia la Champions.

Non c’è niente di male, la moglie che aspetti.

Che se poi si organizza con un piano b, che vada, che si diverta.

Che poi anche i tifosi sono ben organizzati: affittano pullman e investono duro in fantacalcio, tivvu’ e abbonamenti costosi perché si vive solo una volta e allora, perché vivere in altra maniera se la vita col calcio mi fa sentire in un gruppo di amici, in un clan invincibile, in una tribuna d’onore?

E poi sono soldi che fanno girare l’economia e l’economia ha bisogno di girare.

Non importa dove, basta che giri.

Lo so che non è bene accanirsi con categorie già prese duramente di mira e umiliate da tutti.

Ma ieri con un amico ci chiedevamo quanto lungo potesse essere l’elenco di belle cose che si potrebbero fare se quei tifosi mettessero in un’urna il costo del loro biglietto, dell’abbonamento allo stadio, del merchandising della propria squadra, della birretta chimica che comprano al baracchino.

E quest’urna, piena zeppa di soldi anziché andare in pasto a due signori indagati e ai grandi marchi che masticano il pianeta, partisse verso un paese straniero, lontano lontano, un posto dove vive gente che vorrebbe studiare ma non può perché cuce palloni.

Ci chiedevamo col mio amico, cosa potrebbe succedere, se davvero quell’urna arrivasse a destinazione.

Non siamo riusciti a quantificare i soldini dell’urna, né a definire bene cosa potrebbero farci gli abitanti del paese dei palloni cuciti.

Abbiamo però convenuto, forse in maniera del tutto affrettata e generalizzante (ma non è quello l’intento, che poi ognuno sa il suo), che senz’altro le persone del paese dei palloni cuciti quell’urna la userebbero meglio di certi tifosi.

http://www.indianet.nl/a020411.html

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2014/08/il-75-dei-palloni-di-cuoio-e-prodotto.html

http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1625

atania-news_1276188421_lavoro_minorile_2

7 e 40

COSE FASTIDIOSE

Tra tutte le domande esistenziali che affollano il mio cervello, ve n’è una che non trova risposta e che causa molta pena al mio cuore:

Perché Dio ha concesso all’umanità di inventare una cosa atroce come la dichiarazione dei redditi?

Perché l’uomo e la donna devono sopportare questa tortura proprio quando la primavera bussa alle porte della loro anima?

Perché una volta all’anno deve consumarsi questa strage di persone perbene che si recano volontariamente, ciascuna con la propria bustina di scontrini e fotocopie nella borsa, presso rancidi uffici pubblici per auto-denunciarsi colpevoli di guadagno?

Perché giovani, vecchi e donnine devono attendere, con le labbra contrite tra i denti, su quelle sedie ghiacciate in ferro che gli timbra le chiappe, il verdetto di un impiegato che, con l’investitura statale e lo sguardo impietoso, si appresta a spolpare il loro gruzzolo sudato, come fosse il rotolo del kebab?

Perché il Signore ha reso possibile questo estremo sacrificio morale, ancor prima che fiscale?

Perché questa umiliazione senza eguali, denominata sottovoce col numero che evoca il dolce treno di Lucio Battisti, il sette e quaranta?

Senz’altro si tratta di un’opera del demonio.

Senza ombra di dubbio la dichiarazione dei redditi è roba satanica, faccenda di diavoli.

Cosa da scacciare con acqua santa, segno della croce e, in casi estremi, anche con l’espatrio.

Perciò ecco una breve Novena da recitare in questi giorni nei quali siamo tutti sotto la stessa pioggia infernale di moduli.

Si reciti al mattino e alla sera davanti al faldone che raccoglie fatture:

 

 Più infettante di una puntura di zecca,

più offensiva di una puntata di Uomini & Donne,

più stridula della voce di Vanna Marchi,

più inquietante di sua figlia

è la dichiarazione dei redditi.

Più fastidiosa di un’unghia con dentro il nero,

più indigesta del bigmac a tre piani,

più fetente dei calzini di spugna della Williams a fine partita,

questa è dichiarazione dei redditi.

 Non la eviti con scongiuri e amuleti.

Non ti salvi bruciando il citofono.

Non ti basta cambiar connotati.

Se vivi e sei poretto dovrai dichiarare.

Che Dio ci protegga da fratello Fisco.

E faccia schiattare Sorella Equitalia.

 

https://www.cosapubblica.it/vip-fisco-casi-evasione/3324/

COSE DA FARE IL 2 GIUGNO

COSE FASTIDIOSE

Non succede.

Ma metti caso che i signori che fecero la Repubblica tanti anni fa con coraggio, sudore e calzini di flanella pruriginosi, venissero a sapere com’è la faccenda oggi, come pensi che la prenderebbero?

Bisogna organizzarsi.

Bisogna avvisare tutti quelli che stanno per morire, di tenere la bocca chiusa anche quando arriveranno lassù.

Che se tuo nonno con quel caratteraccio, un domani, quando sarà, speriamo tardi, per carità ma prima o poi succederà, spira e m’incontra per le scale dell’aldilà De Gasperi, è la fine.

Alcide ci ri-muore di disperazione, per una cosa del genere.

Bisogna fare le cose con cognizione e avvisare tutti i vecchietti moribondi e i partigiani nelle case di riposo che fuori va tutto alla grande, che abbiamo rispetto e senso civico e che i balordi sono tutti in prigione.

Bisogna provarci altrimenti è un casino.

Dobbiamo intercettare tutti i professori di storia, quelli tosti eh, e farli ubriacare e rubare loro il sussidiario ed infilarlo nel trita-documenti.

Ce l’hai un trita-documenti? E’ essenziale, guarda.

Devi avvisare tua zia che parlasse con le sue amiche quando vengono per il tè, soprattutto con quelle più incartapecorite, prima che sia troppo tardi.

Deve dire loro che si sono sbagliate, che la mafia statale da mo che è finita, che è tutto sotto controllo, che abbiamo imparato la lezione e siamo finalmente pronti a render giustizia alla nostra Repubblica.

Che siamo i nuovi partigiani.

Che Napolitano è tanto caruccio.

Tu insisti, ti crederà la zia e, se non ti crede accendi la tivvù.

Metti caso che i grandi statisti si sveglino, guarda che è la fine.

Metti che arriva voce al presidente De Nicola, sul casino che abbiamo combinato…non ci voglio pensare.

Metti solo la possibilità remota che a Garibaldi gli giunga qualche pettegolezzo, siamo fottuti.

Son morti pericolosi quelli, se si svegliano.

Ti vengono a svegliare di notte e non c’è grappa che tenga nè canto alpino che possa salvarti, anche se lo sai a menadito.

C’è da stare molto attenti che qualche vecchietto lì lì per andarsene non sia così matto e incosciente da dar voce lassù, del brodino di merda nel quale sciacquettiamo.

Chiama le frecce tricolore che col fumo annebbiano un po’ la vista dal Paradiso, almeno per oggi, per carità divina.

Digli ad Andreotti di chiedere un permesso speciale per farsi un giro ai piani alti e controllare che nessuno si sia accorto di niente che lui sa come fare.

E poi sbrigati, che arriviamo tardi al barbecue al lago.

 AC_47_12_27

IL GIORNO IN CUI I GIOCATTOLI MORIRONO

COSE FASTIDIOSE, FAVOLE DI MADAME PIPI'

img_153862_131554cavallo_a_dondolo_decorazione

Non dovrebbe arrivare mai quel giorno eppure in certe famiglie in cui la nostalgia non è un sentimento apprezzato o tenuto in vita con affetto, arriva il giorno in cui il genitore vuole disfarsi di tutti gli oggetti che i figli hanno abbandonato negli anni dentro agli armadi e nelle soffitte della casa padronale.

In effetti dev’essere fastidioso sapere che, quando i tuoi figli prenderanno il volo verso l’indipendenza, sia che la trovino in Costarica o in un monolocale a Cesano Boscone, lasceranno per casa molti oggetti pronti a rompere i coglioni alla tua ritrovata opportunità di arredare gli spazi liberati dalla loro (supposta) autonomia.

Racchette da tennis, ballerine numero ventinove, libri di algebra, diari segreti che non hanno più necessità di restare segreti ma soprattutto cataste e quintali di giocattoli accumulati in svariati Natali e moltiplicati per due o tre, a seconda di quanto vi sarete incautamente riprodotti, senza tralasciare quelli dei compleanni, a causa dei quali avrete negli armadi, facendo due conti elementari, almeno sessanta (nel caso in cui abbiate due figli di trentenni) ondate di gadget e altre cagate regalate e magari appena guardate e poi abbandonate in soffitta, in cameretta, in cantina, in giardino dai vostri adorabili cuccioli benestanti o pieni di nonni.

La vita, per chi resta sul territorio abbandonato da uno o più giovani diventati adulti è un inferno sicuro.

Mia madre però, come in tanti altri casi, sceglie di dire No.

Il suo NO è un inno all’assolutismo materno, una monarchia intransigente quella materna che da secoli governa il mondo senza essere legiferata o contenuta.

In questo caso e con non poco rammarico, devo ammettere però che mia madre ha tutto il diritto di rifiutarsi a fare di casa sua il magazzino delle stronzate di plastica dei figli.

Così un giorno, per l’ennesima volta dal 1982, si allea con mio padre e insieme decidono che i giocattoli accumulati negli anni da me e dai miei fratelli appartengono in un unico blocco alla sottoscritta soltanto perché sono la più piccola e dunque ho automaticamente ereditato tutto dai più grandi, senza esclusioni.

E’ un’ingiustizia che tanti figli minori comprenderanno.

Tuo fratello cresce, ti molla la sua bicicletta usata e quella diventa automaticamente tua nel bene e nel male.

E il male è qui, oggi pomeriggio, il giorno in cui mia madre e mio padre hanno condannato a morte tutti i giocattoli e spetta a me, dopo averli tanto amati, giustiziarli.

Esiste qualcosa di più dilaniante?

Mi presento a casa dei miei il giorno stabilito con una tuta di ciniglia marrone, la coda di cavallo e gli scarponi da trekking.

Mia madre dice severa a mio padre di consegnarmi le chiavi della cantina dove i giochi di me piccina riposano indisturbati da anni, catalogati dentro a scatole datate almeno un decennio a.I. (avanti Ikea).

Mio padre esegue e mi porge una chiave anonima penzolante da un laccetto rosso di quelli che ti regalano alle maratone.

Quando apro la vecchia porta di ferro li sento sussurrare tra di loro: hanno capito subito.

Perché i giocattoli, dopo aver convissuto con almeno tre generazioni di bimbetti riconoscono subito le bugie e la brezza frizzantina che le precede.

Sono certa che sentano che c’è qualcosa che non va ma credo non arrivino a pensare che moriranno per mano mia, la stessa manina che vent’anni fa li faceva cavalcare il cielo e solcare i prati.

La stessa voce che prometteva loro amore eterno.

Ma l’amore cambia.

E’ un software che si aggiorna anche se non vuoi.

Non esiste cristallizzazione, l’amore è un animale in continua evoluzione, non puoi sfuggire.

Anche per questo i miei giocattoli oggi muoiono: hanno creduto che per loro non sarei mai cambiata, che sarei rimasta fedele a me stessa per sempre invece sono cresciuta e ho cambiato casa, una casa piccola dove non posso portarli con me.

Mi avrebbero uccisa loro se fossi rimasta com’ero quindi oggi devo sacrificarli tutti.

Gli scatoloni esplodono sotto i tagli del mio coltellino svizzero: saltano in aria le Barbie coi loro vestiti da sposa, le Cherry merry muffins, i Polly pockets, i giochi del Sega Master system

Si risvegliano i pupazzi rappresi da mille lavaggi in lavatrice e gli eserciti dei playmobil gridano al ritorno in battaglia, alla trincea che io e mio fratello alzavamo da cameretta a cameretta, sfidandoci con navi giganti fatte di blocchi di legno colorato, portaerei che fluttuavano sul pavimento.

Ma oggi è disfatta.

Oggi è imboscata, tradimento e morte feroce dentro a enormi sacchi neri dell’immondizia e scatoloni destinati a una Caritas che di playmobil non se ne fa molto visto che la lotta è per il pasto caldo.

Oggi è il giorno in cui Barbie muore col suo sorriso al rossetto rosa fragola e il flauto che suonavo alle medie si spezza contro le mie ginocchia rabbiose mentre gli grido che mi ha sempre fatto cagare suonarlo.

Muore la scatola dei Lego, coi piccoli moduli che sembrano non accorgersi di niente invece, se potessero, si assemblerebbero in una gigantesca mitragliatrice e mi trivellerebbero col piombo.

Sola in cantina con i miei giocattoli, grido e uccido tutti e me la prendo con loro per le aspettative disilluse e i sogni di bambina infranti e metto nel bagagliaio anche tu Berto, peluche gigantesco dentro al quale mi sono accoccolata fino ai dodici anni a piangere o sospirare per il compagno di banco che mi snobbava.

Mi dispiace e grido con le lacrime agli occhi che devo farlo e apprezzassero almeno il fatto che lo faccia io, che li ho amati tutti e tanto perché potrebbe farlo la signora delle pulizie senza neanche sentire il loro dolore o il giardiniere, buttandoli sopra il pick-up insieme alle siepi potate oppure l’operaio che viene domani a spostare i mobili.

Quando finisco la strage sono sudata, sporca, piena di ragnatele e sangue invisibile di giocattolo.

Che il sangue invisibile è quello peggiore.

Il campo di battaglia è un garage ordinato: gli scatoloni aperti sono piegati e pronti per la differenziata, i sacchi neri chiusi e senza alcun movimento all’interno e il taglierino chiuso dentro al marsupio degli attrezzi di mio padre.

Dentro al mio cuore però, stamattina sono morte cinquemila bambine.

Carico tutto in auto e parto.

Guido veloce verso l’isola ecologica, scarico tutto, sistemo nei cassonetti giusti e risalgo in macchina salutando i signori rognosi che lavorano lì.

Un’operazione quella dello scarico, portata a termine in venti minuti col pilota automatico inserito.

La mia auto è davanti al cancello chiuso dell’isola ecologica e la radio manda un pezzo di Florence and the Machine.

Sono libera, finalmente grande e senza tutto quel carico infantile che mi ha perseguitata per tutti questi anni.

Andiamo via, Berto.

Ti porterò lontano dalla terra che ci ha fatti nascere e poi ci ha portato il conto.

E Berto, sul sedile del passeggero non dice niente ma si capisce che erano anni che aspettava questo momento.

IL POSTO DI BLOCCO E I NIRVANA

COSE FASTIDIOSE

Il posto di blocco è una di quelle poche esperienze che, in pochissimi secondi, toglie dignità persino ai cittadini più scaltri e rognosi.

Il posto di blocco, normalmente gestito da due carabinieri che lottano contro noia, freddo o caldo per arrivare a fine turno, è una delle occasioni stradali più temute e meno agognate, anche se sei di Bressanone e quindi, per definizione, con tutta la vita in regola.

Il timore e la paura atavica nascono dalla presa di coscienza che esistano alcuni perfetti sconosciuti inviati dalla legge, con il potere e il diritto di fermarti quando e come desiderano, incuranti del fatto che tu sia di fretta, triste, arrabbiato o impensierito ma comunque (almeno nella tua testa) al sicuro, nell’auto di tua proprietà e che possano addirittura toglierti la proprietà di quell’auto.

E questa è una consapevolezza tra le più socialmente destabilizzanti, soprattutto per le popolazioni del sud.

Il posto di blocco è un’entità che non ti vuole bene perché, già il nome lo dice, ti blocca.

E’ un luogo dove tutti i tuoi programmi, la tua allegria e le tue chattate vengono congelati all’istante e anche se non sei d’accordo.

Ma soprattutto il posto di blocco è una situazione durante la quale perdi fiducia in te stesso e nella tua coscienza, che non ti appare più così pulita come credevi, una situazione durante la quale perdi vigore , spavalderia e forse anche i punti della patente.

Il momento più impegnativo è il primo, quello in cui all’appuntato e a tutto il suo bagaglio di vita, viene in mente l’idea di alzare la paletta proprio al tuo passaggio:

“Perché?!”, pensi mentre deceleri e cominci un vergognoso processo di sudorazione istantanea, “cos’ho, la faccia di un criminale?!”.

Scopri così, forse per la prima volta, che la percezione che hai di te non sempre corrisponde a quella che ha il resto del pianeta terra.

Nel momento in cui vedi la paletta ti rendi conto che non puoi far finta di non averla vista: deceleri, accosti e inizi a pensare alle tante cose belle della vita, che ti scorrono in una successione velocissima, esattamente come dicono che avvenga negli ultimi istanti prima di morire.

Passi a scandagliare i tuoi cari che ti aspettano a casa ma soprattutto tutti i documenti e i valori che hai a bordo, cercando di prevedere il punto debole, il dettaglio che troveranno fuori posto, a meno che tu non faccia qualcosa per occultarlo, in quella manciata di secondi a disposizione tra la paletta e la frenata, rigorosamente effettuata con freccia a destra.

Ma niente, non c’è più tempo: le pupille dell’appuntato sono dentro le tue già da molti secondi.

Appena ti fermano hai due possibilità: abbassare il finestrino e salutare le forze dell’ordine mostrandoti gioviale oppure reagire “all’americana”, restando immobile e attendendo ordini.

Normalmente il posto di blocco non nasce per crearti problemi eppure, puntualmente te ne crea perché esso è gestito da persone e le persone con le loro reazioni sono, purtroppo, quasi sempre tutte diverse tra loro e non sempre equilibrate nei propri ruoli.

Se, ad esempio vivete nella zona nord di Roma e avete più o meno la mia età, ricorderete un signor carabiniere soprannominato “Il Baffo”.

Dire Baffo, quando eravamo giovani col motorino truccato, era come dire demonio, mamma, prigione, sequestro e umiliazione, tutte incluse in un’unica parola, “baffo”, appunto.

Lui poveraccio era un signore sulla sessantina che faceva il suo dovere prima della pensione anche se, debbo ammettere, un po’ ce l’aveva coi giovani.

Se lo incontravi, se per caso non eri stato avvisato dalla rete di solidarietà telefonica che si creava, quando qualcuno lo vedeva posizionarsi in questa o quella piazzola della Cassia, sapevi che per te non c’era scampo, perché il Baffo avrebbe multato la tua anima, non il tuo motorino.

Il Baffo umiliava le tue profondità non la marmitta Proma o il bollo non pagato.

Il Baffo, con la sua sgridata che proseguiva ben oltre il tempo di stesura del verbale, proclamata mentre la sua enorme mano ti teneva fermo il piccolo polso da quindicenne che avevi, in realtà ci teneva a te e non gli interessava sequestrarti il motorino se non con l’unico, importante scopo di far sapere ai tuoi, il coglione che eri.

Comunque ora il Baffo è in pensione ma resta lo choc resta che si ripropone ogni volta che qualcuno con la giacca blu e rossa ti dice “Documenti, per favore” (il “per favore” non sempre è conosciuto e incluso).

Allora diamo per scontato che tu i documenti ce li abbia e che li tiri fuori dal cassettino tutti spiegazzati, sotto i cd dei Doors e a quel punto è la fine perché le forze dell’ordine vedono che musica ascolti in auto e deducono velocemente se ti fai le canne o no.

E i Doors sono ovviamente nella lista nera.

Restano però confusi perché nonostante il CD da figlio dei fiori tu, qualsiasi cosa accada e qualsiasi documento ti chiedano, sei come trasfigurato; gli amici e i parenti, se ti incontrassero fermo a un posto di blocco, non ti riconoscerebbero: il tuo viso è contratto in una smorfia di tensione a metà strada tra il sorriso e l’emorroide.

Le tue mani mentre consegni i documenti (magari anche tutti in regola, se sei di Bressanone), sono intrise di sudore come Simone il Cireneo e se l’appuntato percepisce la tua liquidità, non potrà non sospettare di te, secondo l’antica e primordiale equazione: sudore=coscienza sporca.

La tua voce va per proprio conto e racconta tremante e spaccona di quando hai fatto il militare oppure ai limiti del teatrale, di quanti bambini hai lasciato soli a casa, con non poca preoccupazione.

Se hai tutto in regola e il posto di blocco non desidera accanirsi su di te e purificare le proprie frustrazioni attraverso l’incontro con la tua vettura, vieni letteralmente liberato e la sensazione che provi quando metti in moto, inizi ad allontanarti e capisci che sei salvo è qualcosa di incredibile, qualcosa che farebbe tornare la voglia di vivere anche a Baudelaire.

E’ un momento talmente potente, talmente intriso di gioia vigorosa che vorresti gridare come un tifoso del Napoli ma sei ancora troppo vicino al posto di blocco e dunque costretto a soffocare il giubilo dentro alla gola e il dito medio ferreo che le tue dita sudate innalzano come una bandiera che inneggia alla Liberazione, sotto al sedile o ad altezza cambio.

Se invece non hai le cosine in regola, preparati al rito antico della Reale Umiliazione, dell’avvilimento, della macerazione, della danza ridicola del “devo averlo scordato a casa/abbia pazienza/chiuda un occhio per stavolta/sa che lei è proprio un uomo interessante?”.

In genere funziona.

Ma non col figlio del Baffo.

FOTTUTA CAMPAGNA stampa

FOTTUTA CAMPAGNA

Piccola e umile raccolta di video,podcast e articoli su Fottuta Campagna, un libretto che era giù best-seller, ancora prima di uscire.

http://fazieditore.it/catalogo-libri/fottuta-campagna/

***

Webnotte – La Repubblica Tv: http://video.repubblica.it/rubriche/webnotte/webnotte-la-fottuta-campagna-di-arianna-safonov/234664/234341

Radio24 – Rosita Celentano e Angelo Vaira: http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/felice/vivere-campagna-150808-gSLAhJnOKC

La Provincia Pavese – Lieto Sartori: http://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2016/04/11/news/madrid-montalto-cosi-madame-pipi-scopre-la-natura-1.13278368?ref=hfpppves-1#gallery-slider=undefined

La Provincia Pavese – Serena Simula: http://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2016/03/22/news/fottuta-campagna-sei-un-luogo-comune-1.13175677

Radio24 – Melog, Gianluca Nicoletti: http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/melog/fuga-citta-122255-gSLAH0dVbB

Radio Capital – Ladies and Capital: http://www.capital.it/capital/radio/programmi/Ladies-And-Capital/3713660

National Geographic:

Safonov_National Geographic

Le Pagine del vino – Luciana Rota: http://www.lepaginedelvino.it/3551/la-fottuta-campagna-di-arianna-non-e-bio/

Feeddbooks – Veronica Fantini: http://it.feedbooks.com/interview/552/un-messaggio-importante-spiegato-con-semplicit%C3%A0-e-ironia-ma-soprattutto-rivolto-a-tutti

Il Fatto Quotidiano – Camilla Tagliabue:

ilfatto

TuStyle – Eleonora Molisani: http://www.tustyle.it/diary/fottuta-campagna-felice-esordio-di-arianna-porcelli-safonov/

Il Foglio – Mirko Volpi: http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/05/10/campagna-natura-agricoltura-biologica-libro___1-v-141801-rubriche_c361.htm

Confidenze – Letizia Grandi:

Safonov_Confidenze

Primediecipagine – Desy Icardi: https://www.youtube.com/watch?v=yWOW0oXeBQA&feature=youtu.be&a

Scrivere al Femminile – Stefania Massari: https://scriverealfemminile.org/2016/05/31/fottuta-campagna-di-arianna-porcelli-safonov/

Il Venerdì di Repubblica – Tiziana Lo Porto:

venerdì rep

Il corriere del Conero – Elena Pigliacampo: http://www.corrieredelconero.it/rubriche/libri-consigli/8931

LETTERA ALLA MIA VOGLIA DI NON INVECCHIARE

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ad un certo punto arriva quel giorno.

Quel giorno in cui non ti è più possibile trattenere il respiro e sbottonare i jeans per infilarti la pancia tra le interiora.

Arriva il giorno in cui non hai più cura nel dosaggio della tua costosissima crema antirughe anzi, inizi a praticare il doppio strato mattina e sera: gesto inutile quanto dispendioso.

Speri che dentro alla confezione della tua crema ci sia un santino, un’immaginetta sacra, un ricordino di quel santo che ti piace tanto, ritratto nella sua posa migliore e con lo sguardo benevolo a rassicurarti sul fatto che andrà tutto bene, che capita a tutti.

Ed è vero ma per ciascuno è sempre una scoperta esclusiva e deprimente: la scoperta che non hai più vent’anni.

Quell’istante di consapevolezza che ti rende lucido sul fatto che ormai da troppo tempo gli adolescenti ti danno del lei ed è ridicolo continuare a raccontarlo agli amici come un fatto assurdo, ridendoci su.

Che non c’è nulla da ridere.

Non c’è proprio niente da ridere se ti addormenti sul divano o al cinema quando non è ancora apparso il nome del protagonista nei titoli di testa.

Non c’è da essere contenti quando si va dal parrucchiere se sei obbligata ad andarci almeno una volta al mese altrimenti assumi le sembianze di Leslie Nielsen.

Amico, è inutile che metti fuori dal finestrino del fuoristrada il tuo braccio molle, perchè poi stasera ce l’hai bloccato come quello di Barbie.

C’è un antico, importante processo che accompagna l’essere umano da sempre detto Rassegnazione: perché non ti abbandoni sulle sue calde spalle anziché sulla poltrona del chirurgo, amica mia?

Che poi il chirurgo non è il santo che ti piace tanto, non è programmato per fare i miracoli né per garantirti un risultato di gusto gradevole.

E’ un attimo assomigliare alla duchessa di Alba, rincorrendo l’ideale ricordo delle tue foto di quindici anni fa.

Perché ti gonfi come il tender dello Yatch di Briatore nella speranza di somigliare ad una delle sue fidanzate, quando ancora ne aveva di deliziose?!

Perché indossi ancora i camperos, amico mio?!

Non sei Paul Hogan e neanche un suo mignolo incarnito.

Rilassati, stai solo invecchiando.

Calmati: la tua pelle deperisce esattamente come quella di tutti gli esseri umani, esclusa Loredana Bertè.

Respira: non potrai fermare le tue guance mentre scendono verso i piedi come latte condensato sciolto.

Accetta il fatto che avrai meno amici, ma saranno quelli sinceri.

E poi che te ne fai di tutti quei like sulla foto del liceo, che sei già in andropausa?

Il processo beatificante di Rassegnazione è accompagnato, amico mio, dall’altrettanto utile atteggiamento di consapevolezza umile della propria persona.

La consapevolezza, dicono gli yogi, è una specie di religione e allora fa che il tuo mantra da oggi abbia frasi miste, da ripetere ogni giorno, per salvarti da ogni tentazione.

Ripeti insieme a me:

Non è bene che io indossi i leggings perché pesando novanta chili, non risulto carina ma solo un improbabile insaccato da pigliare per il culo.

Non è corretto che io continui a guardare con concupiscenza giovani donne che potrebbero chiamarmi senza imbarazzo alcuno, “Nonno”.

Non è rispettabile che io mi presenti alla festa di 17 anni di mio figlio, obbligando tutti i suoi coetanei a ballare i New Order e agitandomi come fossi il compagno di tenda di Joe Cocker.

Mi dispiace ma è arrivato il momento di smetterla coi libri di Harry Potter, con le patatine fritte a tutte le ore, col vodka-tonic fatti dai ragazzini tatuati fino all’ingresso del loro sfintere perché il tatuatore era stanco.

Basta con le partite a tennis dopo la sbronza del sabato come se niente fosse, perché ora si rischia l’arresto cardiaco.

Basta con la musica alta in macchina, a meno che non sia a Tunisi o nel garage del condominio.

Bisogna smetterla anche con le emoticon nei messaggi, che all’età mia i cuoricini e le faccette, in faccia me le dovrei dare.

E ancora basta coi biglietti del concerto dei Rolling Stones, non è vero che sono loro! Sono dei sosia, non possono essere ancora vivi mentre io raggrinzisco giorno dopo giorno come uno sphynx.

Specialmente il batterista.

Rassegnati amica mia.

Calmati, riposati e accettati: sei in corsa per il decesso, non ti basterà il fondotinta di Giorgio Armani.

Sei con gli anni contati è arrivato il momento di disdire l’abbonamento alla clinica dell’amore.

Non preoccuparti, andrà tutto bene.

E’ pieno di gente con rughe che non aveva pianificato.

Ce la farai anche tu ad invecchiare sereno, a maturare tranquillo o forse no ma tanto i Rolling Stones seppelliranno anche te.

BENITO E IL GUSTO PER LE ESEQUIE.

FAVOLE DI MADAME PIPI'

The Launch Of Frank To's Latest Exhibition "The Human Condition"

La provincia alla lunga ti stronca.

Ti cambia, ti ridimensiona, ti costringe a dare importanza a piccole cose inquietanti senza che tu quasi te ne accorga.

Benito è un ragazzo normale ma se lo conosci, quando lo incontri ti gratti.

E anche se non lo conosci ma ci parli per cinque minuti, alla fine ti gratti lo stesso.

E’ un ragazzo con qualche anno in più di quaranta e ha un gusto tutto suo per le esequie.

Mentre quelli della sua età amano le macchine sportive e le ragazze rumene, Benito ama i funerali ma soprattutto la sensazione che prova quando viene a sapere chi è morto.

Ama talmente tanto quel momento di consapevolezza che una qualsiasi vita altrui sia terminata, che nutre nel cuore il desiderio antico e inammissibile di sapere chi è morto ancor prima che succeda, per essere il primo a dirlo a tutti.

Per poter chiamare amici, parenti e conoscenti con quel tono di voce lì, quel tono che hai quando devi fare una comunicazione sconcertante in modalità urbi et orbi.

C’è chi si appassiona al calcio, chi ai giochi di carte, alle corse dei cavalli o ai vini francesi: Benito ama la necrologia locale.

In provincia se nasci sano, poi crescendo le cose possono cambiare e Benito fin da piccolo, è un appassionato di messe in suffragio, di saluti ai parenti e di visite a vecchietti agonizzanti che, quando lo vedono arrivare al capezzale, con le loro ultime forze si toccano, i poverini.

Lo temono più della estrema unzione perché mentre il prete non si espone, Benito sotto sotto vuol vederli schiattare in diretta per mantenere in vita il suo hobby macabro: quello degli eventi sociali legati al decesso.

Benito è un virtuoso dei funerali, sa tutto di tempistiche sulla vestizione di un cadavere e mantiene aggiornata la programmazione settimanale dei rosari organizzati a casa delle vedove di tutta la provincia, con particolare attenzione a quelli con la salma ancora presente e visitabile.

Benito è amico e confidente di tutte le perpetue della diocesi e in paese non c’è morto che non abbia ricevuto i suoi onori.

Se per caso capita che lui non venga a conoscenza di una dipartita per primo, ecco che si agita e diventa malmostoso, quasi violento.

Il perché questo ragazzo voglia sapere chi è schiattato prima che vengano stampati i manifesti con l’avviso nella cornicetta, nessuno lo sa; il fatto certo è che se non gli arriva l’anteprima, se non riesce ad arrivare prima delle onoranze funebri, è meglio non averci a che fare con Benito.

Il suo sabato sera è alla veglia funebre del postino, se ne sbatte della discoteca, a lui piace stare lì, accanto alla salma coi gomiti appoggiati alle palle di mogano della testiera del letto, a guardare in silenzio.

Non c’è nessuna preghiera visibile sulle labbra di questo ragazzo coi blue jeans a vita alta e la camicia a quadri col bassotto in alto a sinistra.

Benito è sempre incuriosito, a proprio agio e immobile come il nuovo estinto che ha davanti.

L’estinto non sempre è caro, a volte infatti Benito non sa bene il nome del morto, in che frazione viveva, a chi era marito.

Ma non importa perché lui si accontenta dell’evento, gli basta l’esequia in sé per alimentare la sua pura, profonda passione per tutto ciò che accade intorno a un cadavere.

Nessuno ha il coraggio di dire a Benito che alla sua età dovrebbe avere interessi più gentili perché nessuno sotto sotto vuole che Benito smetta di occupare la prima fila dei parterre funebri togliendo così molti dall’imbarazzo.

Come spesso avviene in provincia, ma anche in città, i disadattati o i presunti tali, rassicurano coi loro gesti bizzarri, tanti individui apparentemente normali.

Benito occupa i posti che nessuno vuole occupare e se ne resta al cimitero fino a quando l’ultimo granello di terra non ha ricoperto l’angolino di mogano della bara rimasto all’aria.

Benito manco ci va, dopo al ristorante perché è già sazio di marmi e pianti altrui.

E’ l’ambasciatore della morte, in paese, il virtuoso delle corone di fiori come nessun hippie riesce ad essere.

Benito è amico delle cremazioni e nutre inconscia invidia per i becchini ma soprattutto più della musica pop, Benito ama il suono dell’anima del morto che si stacca dal corpo.

Tutti hanno paura di lui ma egli non si prende la soddisfazione di accorgersene.

E resta nel suo silenzio eterno a far paura a tutti.

Con quel nome di battesimo, per di più.

 

 

SEQUESTRO DEGLI ASSAGGIATORI DI FORMAGGI

MADAME GURME'

parmaregg

GUARDA IL LIVE DI QUESTO PEZZO!

C’è chi studia tutta la vita le vibrazioni della lingua dei draghi di komodo, chi viene pagato per fare la manicure ai levrieri afgani, chi diventa milionario inventando un sito web in cui la gente può inserire le proprie foto e aspettare che piacciano agli amici.

Esistono associazioni di appassionati di incisioni su lapidi, feci dei dinosauri, lancio di stoviglie contro il muro o biancheria intima usata da adolescenti coreani.

Esistono professioni bizzarre, hobbies discutibili, passatempi di gruppo inquietanti…MA gli assaggiatori di formaggi…

Vi rendete conto anche voi, di essere su un altro livello di stravaganza, vero?!

Posso capire tutti i professionisti, i personal shopper, i cuochi ciccioni che diventano ricchi con le pubblicità delle patatine, lo stilista della Santanchè, ma come posso avvicinarmi ai professionisti dell’assaggio lattico consapevole?

Prima di venire qui stasera non avrei mai creduto alla possibilità che esistesse della gente che studia come farsi massaggiare le papille gustative dai formaggi e sapete perché?!

Perché io il formaggio non lo assaggio.

Lo getto direttamente intero nel tubo digerente, come una anaconda.

Tutto ciò che viene dichiarato commestibile dall’umanità, io lo sbrano, lo smolecolo come fossi il rullo di un mulino a gasolio o una pressa da acciaio.

Io vorrei tanto riuscire ad assaporare il Penicillium Candidum, vorrei tanto avvicinare una scaglia al naso o dirvi che residuo olfattivo di sudore di vacca ha quella pasta semidura di bufala o inumidire le labbra con quella muffa rarissima che si solleva dalla crosta dello Zola del ‘43 ma…non riesco a degustare: sono malata.

Ho la sindrome da cane di Pavlov.

Io se ho un erborinato a meno di 20 centimetri dalla mia faccia inizio a salivare che voi vi vergognate tutti di conoscermi.

Quando vedo delle piccole dosi di formaggio prelibato, tagliate a regola d’arte, mi si riempiono gli occhi di lacrime e di sangue rappreso e le mie mani assumono la stessa velocissima, capacità di presa dei rapaci.

Io il buffet di un evento privato non lo posso avvicinare con stile: devo raderlo al suolo altrimenti mi vengono i crampi allo stomaco.

Allora, questa sera insegnatemi voi, assaggiatori patentati di formaggi, piloti delle arti lattiche col brevetto nazionale.

Insegnatemi come posso approcciare in maniera delicata, qualcosa che in realtà vorrei dal profondo, squartare con piacere e avidità.

Ditemi il segreto per assaporare in maniera sobria e delicata, le gioie che riposano sui vostri taglieri, perché io non ce la faccio da sola.

Insegnatemi quella storia delle sensazioni trigeminali, che saperla fa tanto chic.

Insegnatemi a percepire la sensazione rinfrescante, quella metallica (quella astringente meglio di no, che sono stitica da sempre).

Io vorrei essere elegante come voi, così glamour da farvi credere che stasera sia qui con voi, per fare del food-tasting, per sfiorare la pasta morbida dei vostri taleggi, quando invece quello che davvero desidererei fare è narcotizzarvi tutti col Penthotal, chiudere le porte e tuffarmi a candela sui tavoli, senza cuffia da nuoto ma con le fauci aperte e le mani a cucchiaio rotante.

Così, a briglia sciolta, senza essere vista da nessun esperto, io sottoscritta vorrei accanirmi contro ogni sorta di formaggetta all’aroma di fieno, frutta fermentata, truciolo di legno, prodotta dai vostri fottuti quadrupedi.

Insegnatemi, dunque a farlo con competenza e professionalità o nessuno esce vivo di qui.

Questo pezzo è stato scritto per una serata speciale all’Onaf di Milano.

Grazie ai maestri assaggiatori che si sono lasciati prendere per il naso…con stile!

 GUARDA IL LIVE DEL PEZZO!

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SIGNORA DELLE CAPRETTE

MADAME GURME'

 

Non è che sia proprio il massimo nascere capra.

Se vai male a scuola sei una capra.

Se non ti lavi, puzzi come una capra.

Se disgraziatamente ti cade una moneta sotto una panca e ti chini per raccoglierla, c’è subito qualcuno che ti ricorda che sotto la panca creperai.

Se allora sali coi piedi sopra alla panca, secondo il detto sei costretto a campare, che però è diverso da vivere.

Campare è più da sfigati.

Se nasci capra, Sgarbi ti nomina continuamente e non è bello.

Se qualcuno non sa con chi prendersela, tocca a quel poveraccio del Capro espiatorio subirne le conseguenze.

E se qualcuno deve smarrirsi, va a finire che tocca sempre a quella povera stronza della pecorella.

Non è facile oggi essere capra o pecora.

Ma se nasci capretta del Boscasso, tutto è diverso.

Se nasci capretta del Boscasso, è un’altra cosa.

Hai un trattamento cinque stelle, senza però avere tra le balle Beppe Grillo che grida.

Hai un centro benessere con pettinini di legno per capre e una campana al collo col tuo nome forgiato a fuoco da artigiani toscani, che manco il chiuaua di Paris Hilton.

Se nasci capretta del Boscasso, Dio ti ama. E pure Chiara.

Che poi Chiara, con quel nome praticamente è costretta da Dio ad amarti, ma lo farebbe comunque.

Chiara si sveglia ogni mattina ed è al tuo servizio, cara capretta che nasci al Boscasso.

Ti chiama per nome, ti guarda dolcemente come sanno guardare le mamme buone, dentro a quelle bigliette gialle che hai al posto degli occhi.

Fortunata tu, capretta che nasci al Boscasso, perché Chiara per prendersi cura di te, rinuncia alla vita sfrenata milanese, ai balli di gruppo, ai fidanzati amministratori delegati, ai viaggi a Miami e agli aperitivi a bordo piscina coi pantaloni di lino bianco.

Adesso che ci penso, fortunata anche Chiara, che ha te come buona scusa per rinunciare a tutte queste porcherie diaboliche.

Così lei può trastullare il tuo naso umido e preparare col tuo latte creazioni che fanno cantare gli angeli, commuovere gli chef delle isole Figi e le pance più di buongusto che ci sono sul pianeta terra.

E io posso finalmente dedicarmi ai fidanzati amministratori delegati di cui lei non può occuparsi per ovvie ragioni, cara fortunata capretta del Boscasso!

Ti prometto capretta, che farò assaggiar loro il vostro tomino ai semi di finocchi, il tronchetto al carbone vegetale e anche questo nuovo pancaprino in tutta la sua potenza gustativa.

Ti prometto che racconterò a loro di voi, dicendo che si…la conosco quella che fa i formaggi lassù, sulle alte colline dell’Oltrepò pavese, con le sue caprette profumate.

Un giorno se vorranno, tutti quei pretendenti che ruberò a Chiara, li porterò a mangiare da voi e a comperare il colostro, quel primolatte che se lo bevi, mi hanno detto fa restare giovani ancora più di Cher.

Se un giorno io e tutti i potenziali fidanzati rubati a Chiara, verremo a pranzo da voi, cara capretta del Boscasso, promettimi però di inventarti qualcosa per tenere occupata la tua mamma: un parto prematuro, un’indigestione di erba medica, una monta omosessuale improvvisa, insomma, tienila occupata, per carità!

Che sennò i fidanzati si ricorderanno di lei ancora una volta.

E s’innamoreranno di nuovo e con gusto, di tanta passione, di tanta energia ben direzionata, di tanta genetica sarda che si mescola con perfetta eleganza all’amore per gli animali, per la montagna e per i formaggi invidiati dagli dei.

Promettimi che la terrai occupata, capretta cara.

Altrimenti me ne resterò lì, con le mani in mano, senza il becco di un fidanzato. O al massimo col tuo fidanzato, il becco, che mi guarda in maniera maliziosa.

A quel punto sarà un giorno fortunato anche per te, caro becco del Boscasso.

 

Per conoscere il lavoro di Chiara e del Boscasso:

http://www.ilboscasso.it/

RIKI: 70 ANNI AL SERVIZIO DELL’INFANZIA

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Non mi piacciono le feste di compleanno per bambini.

Non mi piacciono soprattutto quelle dove non viene previsto e organizzato neanche un misero intrattenimento per gli adulti, e non fate battute.

Dico che basterebbe un angolo con della birra, due scacchiere, un po’ di buona musica perché tanto i bambini giocano, ‘cazzo gliene frega della musica?!

Detesto quei pomeriggi di fine settimana nei quali si ruba tempo prezioso agli adulti in nome del divertimento dei più piccoli, che diventa una specie di religione per cui se dici che ti stai annoiando fino all’invecchiamento precoce, sei un verme insensibile che non ama i bimbetti.

Quei pomeriggi nei quali i bambini si divertono e tu sei lì, costretta a parlare con le mamme di quale herpes ha avuto il piccolo Edoardo, dei giocattoli che preferisce la Betta, di quali sono i parchi coi migliori giochi e di altre stronzate delle quali, se non sei mamma ma anche se sei mamma e non sei del tutto rincoglionita, non ti fotte un accidenti di nulla.

Eppure sei lì in mezzo ai palloncini e ogni volta che un piccolo invitato ne scoppia uno, ti piglia un colpo e rimani col tic della palpebra che pulsa per tre quarti d’ora.

Sei lì, appoggiata allo scivolo senza poterci salire sopra a farti un giro, perché sennò ti pigliano per una disadattata; sei lì, obbligata ad ascoltare solo argomenti che puzzano di talco, a mangiare pizzette rosse all’aspartame perché alle feste dei bambini, si sa, puoi mangiare solo cibo per bambini, che su di loro non sortisce alcun effetto sgradevole, mentre tu torni a casa piegata su te stessa come un maglione, da nove coliti fulminanti.

E, se ancora non fosse abbastanza sei lì, come abbiamo detto, con la musica per bambini: un sottoprodotto musicale tutto vocine e trombette che, se hai avuto una settimana pesante, puoi diventare pericoloso già dal secondo ritornello.

Ma per fortuna Dio esiste e a volte si diverte a cambiare le regole del gioco.

Questa sera infatti, alla festa di mia nipote c’è Riki.

Cosa pensereste se, in un sabato pomeriggio durante il quale siete sequestrati presso la location della festa di vostra nipote di anni 5, arrivasse un animatore di settantantadue anni?

Pensereste quello che penso io e cioè “Mio Dio, qui qualcuno finirà per farsi male”.

E invece il Mio Dio, ha appena inviato il suo angelo: Riki.

E che Dio lo protegga, questo Riki di ferro.

Arriva in ritardo, sbraitando come un corriere della Bartolini a Portici e scaraventa la valigiona in pelle con gli adesivi dei villaggi turistici, contro il tavolo delle patatine.

Poi la ripiglia, la bistratta ancora un po’ e, manco fosse Roger Rabbit, quando la apre, questa esplode facendo saltare in aria decine di fregnacce colorate di plastica come fosse una pignatta.

Quest’uomo anziano con la faccia di Clown Crispino è talmente anacronistico che te lo immagini fermo a un posto di blocco, mentre la finanza gli scuce il doppio fondo della valigiona e gli confisca mezzo chilo di bamba, nascosta in mezzo alla gelatine e ai frizzi pazzi e invece è un brav’uomo che si è solo spropositatamente rotto il cazzo di avere da spartire coi bambini e i loro genitori.

Con tutti i bambini e tutti i genitori, eh.

Senza eccezione se non quella dei piccoli clienti, dei festeggiati intendo, la categoria di quelli che hanno i genitori che hanno pagato per farsi sedare le bestie minorenni.

Riki non ha tempo da perdere ed è sempre spazientito perché i piccoli da esorcizzare questo pomeriggio sono abbandonati a sé stessi da troppo tempo e il rischio estremo è che ce ne voglia parecchio, prima che lui riesca a rastrellarli tutti e obbligarli nel minor tempo possibile, ad eseguire i suoi ordini.

Si, perché Riki non fa animazione ma riformazione infantile e perciò mi piace a prima vista.

Non ci sono pianti, capricci, schiaffi all’amichetta o giocattolo rubato che tengano: con Riki alle feste, i bambini non hanno diritti e sono destinati a farsi un culo che manco al militare e questo potrebbe essere il suo slogan.

Lui conosce bene la mission del proprio cliente: avere la riconsegna del proprio infante, a fine festa, adeguatamente stremato a morte, in modo da poterlo caricare in macchina come un cestino natalizio e godersi la serata sul divano, in santa, religiosa pace.

Perciò se chiami Riki, lui persegue questo business plan con tenacia martellante e a qualsiasi costo e, dopo aver montato un tavolino da appoggio, più veloce di un commesso di Decatlhon del reparto Camping, appoggia il valigione delle meraviglie e accende il microfono con un fischio che stordisce anche le pizzette nei piatti di Macha e Orso.

Quindi iniziano gli allenamenti: alza le braccia, grida come Rambo e, vi giuro che in meno di tre minuti, i ragazzini figli del Dimonio sono tutti al suo cospetto, seduti a gambe incrociate e coi piccoli menti all’insù ad aspettare ordini da questo immenso omone dai capelli bianchi tenuti in un berretto a visiera blue con scritto “Riki”.

I piccoli vermi lo adorano, questo grasso anziano già completamente grondante di sudore fin dal primo minuto di attività e tutto snodato nei pantaloni slabbrati che la moglie gli rattoppa da quindici anni, ogni venerdì pomeriggio, prima che inizi il furente week-end di feste in batteria.

Riki conosce più giochi delle giovani marmotte, più trucchi del mago Silvan e di Dell’Utri messi insieme e fa più facce strane della mamma di Jim Carrey.

Conquista l’infanzia a colpi di arringhe da Sergente Hartman e non si vergogna di prendere i bambini che cercano di scappare, col manico di un ombrello arancione dentro al colletto del maglioncino, anche davanti ai genitori.

Sono stupefatta, rapita da questo signore che potrebbe essere mio padre ma non lo è, perché mio padre al posto di Riki, si sarebbe accasciato a terra stremato, dopo qualche minuto di sola conversazione con più di due bimbetti contemporaneamente.

Mio padre, che è quì appoggiato allo scivolo proprio accanto a me, è perfettamente consapevole in cuor suo che, al posto di Riki, al primo “perché” pronunciato da una bambina sotto il metro e curiosa del mondo, avrebbe un attacco di nervi che bisognerebbe chiamare qualcuno a tenerlo stretto per evitare il fattaccio di cronaca nera.

Perché non puoi resistere all’orda infantile dopo una settimana di normale attività adulta, senza uscire pazzo.

Non puoi se non ti chiami Riki, che invece resiste da quaranta anni con l’atteggiamento di chi non vuole perire sotto ai piedini di quegli immondi dei tuoi figli e che, di fatto se è ancora lì, a sguainare la spada laser gridando “Adesso raccogliete tutti i piattini di plastica, Forzaa!!”, è perché non ha mai avuto una disfatta e i suoi primi clienti, che oggi hanno quasi cinquanta anni, se lo incontrano per strada, un po’ di timore reverenziale ancora glielo leggi sulle facce.

Riki incute maggior rispetto della maestra e di Dracula perché, a differenza loro, Riki c’ha il microfono, le luci da discoteca anni 80, la macchina per le bolle di sapone, le marionette e tanti altri mezzucci colorati che utilizza come vere e proprie armi da fuoco.

Ad esempio, uno dei giochi che questo pomeriggio mi farebbe apprezzare Rudy anche come presidente della Repubblica, si chiama “Torta in faccia”: semplicissimo quanto umiliante.

In pratica Riki obbliga quattro bambini a fare i volontari e a sedersi su quattro seggioline, davanti alla mostruosa platea.

Poi carica su una piccola catapulta di plastica un pezzo di torta alla panna (che porta da casa, lo giuro), e si avvicina a ciascun musino.

La platea di giovani carogne conta urlando fino a 3 e Riki con sguardo di fuoco preme la piccola leva al lato della catapulta che schianta in faccia al bimbetto la torta, spiaccicandogliela in pieno terzo occhio.

Dopodichè, mentre il pubblico raggiunge un livello inquietante di godimento misto a risate, il nostro beniamino avvicina il microfono alla bocca della giovane vittima e, non ci crederete, ma domanda “Come ti senti?”.

Ed è un un momento soave perché il piccolo torturato prova davvero a dare delle suggestioni sul suo stato di umiliazione e in quel momento struggente, puntualmente arriva la reazione della mamma che, da qualsiasi punto della sala si trova, anche se è uscita fuori a fumarsi una canna con l’amica, percepisce con un fremito nelle vene, che stanno mortificando suo figlio, il suo prodotto.

Quindi, per tutta la durata di “Torta in faccia”, vedi mamme che si lanciano verso il piccolo palco armate di tovaglioli e che, dopo averci sputato dentro, puliscono il faccino del loro piccolo crocifisso, a quel punto e se possibile, ancora più imbarazzato dal gesto orrendo che la platea inflessibile schernisce al grido feroce e sinfonico di “MAMMONE DI CACCA!”

Quando il vecchio pazzo di Riki controlla sul cellulare che è arrivato il momento della torta di compleanno, quella vera, si fa ancora più concentrato perché sa che manca poco alla fine.

Spegne la musichina, mette i puledri in fila indiana millimetrica, schiaffa mia nipote in piedi sopra a una sedia e le mette una fascia da Miss con scritto “La più bella”.

Poi grida al microfono come un forsennato, domandando in tono evidentemente retorico: “CHI E’ LA PIU’ BELLA? CHI EEEE’ LA PIU’ BELLA?”, e tu ti aspetti che da un momento all’altro, invasato com’è dica “CHI STRACAZZO E’ LA PIU’ BELLA, IMBECILLI?!”.

I bimbetti, ormai allo stremo, rispondono all’unisono che è mia nipote la più bella e io a questo punto, mi giro verso di lei e la guardo.

Vedo i suoi piccoli occhi iniettati di sangue, di sete di potere, di doppia superbia carpiata e sembra che da un momento all’altro, le possano spuntare i razzi di Mazinga da sotto i piedini e lei prenda il volo, spaccando col cranio il tetto della sala, verso un paese che nessuno sa dov’è, dove regnerà nei secoli.

Riki, quando vede che la folla è sedata davanti alla torta e che la festeggiata è in adeguato delirio di onnipotenza, ammutina la festa.

Prende la sua valigiona e nessuno lo vede andar via, che pensi quasi di aver avuto un miraggio, che non è vero quello ciò hai visto poco fa, che non può essere che un vecchio signore abbia sbaragliato un’armata di quaranta ragazzini.

Non è possibile, non c’era.

E invece il vecchio Riki c’è, eccome.

Ed è già a casa, seduto al tavolaccio della sua cucina con la finestra che da su Via dei Colli Portuensi, immerso in un silenzio triste come un pagliaccio col trucco sbiadito, che ascolta sua moglie mentre lei gli spappola una razione di maccheroni riscaldati nel piatto e inveisce ma neanche si ricorda il perché.

Riki pensa che non vede l’ora che arrivi sabato, per scaricare ancora un po’ i nervi sui suoi piccoli amici.

E forse un giorno ci riuscirà a mettere da parte i soldi per il volo in Costarica.

E allora se ne andranno tutti affanculo, quel giorno.

Parola di Riki.