GESTO CORAGGIOSO N°5

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Devo trovare il coraggio.

Devo farmi forza.

Devo concentrare tutte le energie che mi restano e dire a tutti che io quel film lì, quello che ha vinto l’Oscar e di cui parlano tutti non l’ho mai visto.

Devo raccogliere le forze e dire al mondo che non ho mai letto Shantaram o l’Eleganza del riccio o quel libro che ha vinto un sacco di premi e “Porca puttana ma che non lo conosci, ma dove vivi?!”

La prossima volta che mi siedo a cena con gli amici giuro che lo dico che non m’intendo un cazzo di vini biodinamici anziché guardare la carta dei vini con pollice e indice sotto il mento.

Non si può continuare così.

Mi vergogno.

Mi vergogno tanto ma non si può continuare così e devo dirlo.

E’ una sfida che ho con me stessa, ormai.

Lo dirò a tutti che quel gruppo lì che non mi ricordo come si chiama, quella band californiana che fa cross-over elettronico d’avanguardia e che tutti andranno a sentire a Los Angeles a Ottobre, io non l’ho mai sentita nominare.

E quando mi faranno ascoltare un loro pezzo, lo dirò senza indugi se mi ha fatto cagare.

E con l’occasione se mi girano, dirò che non ho sentito neanche l’ultimo album dei Radiohead, d’accordo?!

Io scoppio, non ce la faccio più ma devo dirlo: ignoro chi abbia vinto X-Factor quest’anno e Master-chef mi repelle.

Avrò il perdono degli amici?!

C’è qualcosa di molto rischioso che devo trovare il coraggio di ammettere al pianeta.

Qualcosa per cui tutti al vernissage di martedì mi schiferanno: io di arte contemporanea non c’ho mai capito un cazzo di niente.

E se non riuscirò più a controllarmi dirò a tutti che Marina Abramovich alle volte mi fa cadere gli zigomi.

E a proposito di arte, dovrò ammettere anche che si, è capitato anche quello.

E’ successo che sono andata a teatro e ho avuto tanta ma tanta voglia di gridare “Rivoglio i soldi del biglietto! Non ho capito un cazzo, che c’è troppa introspezione. Che va bene eh, ci sta nel teatro contemporaneo ma così è troppo!”

Può succedere, non c’è niente di male.

E’ mio diritto, sono il pubblico.

O no?!

Visto che sono in vena devo confessarvi anche questo altrimenti mi viene un brutto mal di stomaco: non ho mai fatto spinning in vita mia.

Poi: non so cosa penserà la gente di me però è giusto che tutti sappiano che il sushi non è mi ha mai fatto impazzire.

E la musica chill-out che mettono in certi posti a Ibiza mi ha sempre fatto orrore come anche l’applauso che fanno al tramonto.

Devo trovare il coraggio di dirlo.

Devo aprire il mio cuore e dire a quello che mi piace che non ho mai visto una serie americana e che Netflix per me potrebbe essere tranquillamente un adesivo per dentiere.

E che il vodka-tonic è una porcheria!

Voglio essere libera di dire a tutti che una volta ho messo il like sulla pagina di Tiziano Ferro ma poi l’ho subito tolto per paura di ritorsioni dei miei amici che ascoltano solo LCD Sound System, i Royskopp, gli Striztnich.

Mi sento già sola come un cane al pensiero di doverlo fare ma devo trovare la forza di ammettere al mondo tutto che anche se non faccio yoga e pilates, sto benissimo.

E, a proposito di benessere, l’ultimo film di Tarantino mi ha fatto star male con lo stomaco nonostante la sua incredibile fotografia.

Prenderò fiato e dirò che non mi è necessaria nessuna delle cose che dovrei apprezzare per forza.

Nessuna di quelle cose che “Ma dove vivi?!”, “Ma dici sul serio? Davvero non lo conosci/non lo hai mai visto/mai sentito parlare?”

Devo trovare la forza di ammettere che non faccio parte della maggioranza che compone l’opposizione.

Lo farò, eccome se lo farò.

Guarda il video di questo pezzo:

 

IL GLIFOSATO CULTURALE

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

 

Cosa manda in putrefazione il cervello di un maggiorenne del nostro secolo?

Cosa debilita l’intelletto di un giovane medio appartenente a questa società?

Ci sono molte cose apparentemente futili che in realtà intossicano il sistema intellettivo di un povero ragazzo nato in questo sventurato secolo e le cose futili in apparenza, esattamente come i pesticidi usati in agricoltura, fanno apparire risultato e involucro ottimi mentre in realtà il contenuto è avvelenato e il sapore misero per non dire di merda.

Quali sono i diserbanti della nostra società giovane?

L’accessibilità a tutto, senz’altro.

Il gusto sfrenato di non doversi sforzare per ottenere un sacco di cazzatine e allo stesso tempo la difficoltà estrema a ottenere le cose importanti che fino a pochi anni fa erano diritti inviolabili e ora invece sono lussi per pochi, il lavoro retribuito o la casa, per fare un paio di esempi di quelli che dici “Oh Signore, è banale ma verissimo!”

C’è poi un altro pesticida giovanile ed è il business della comunicazione, intesa come involucro patinato che permette di vendere qualsiasi cosa, anche poco igienica o spregevole, come fosse l’ultima frontiera del trend.

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“Ti assumo come responsabile della comunicazione, mi occupo di comunicazione, facciamo comunicazione, studio comunicazione”

Cioè?! Che cazzo fai nella sostanza?!

Perché il cervello, anche il più basico, vuole sostanza.

Certa comunicazione manda in pappa il cervello perché il linguaggio e la scrittura si affinano con le scuole dell’obbligo, le relazioni sociali e la scrittura, mica col master da ventimila euro dove ti insegnano come ipnotizzare il cliente con frasi glamour.

Anche il pop è un gran bel pesticida: quel pop che passa prima dai giornali scandalistici e poi finisce in cuffia.

La Hit è un veleno come tutto ciò che viene scelto dalla massa, da tutti.

Ciò che viene scelto da tutti infatti, non sempre è democratico.

Anzi, spesso ciò che è scelto da tutti è tirannia.

Anche il selfie, a proposito di tirannie, fotte tutte le cose belle di cui siamo dotati in calotta cranica.

Rinunciamo oggi stesso all’autoscatto in ascensore.

La Chirurgia facciale: misericordia per i nostri connotati!

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Le riviste di gossip rilasciano una tossina letale per i nostri neuroni molto simile rilasciata dai comizi politici in tv pilotati da giornalisti faziosi.

Certo giornalismo è peggio del glifosato.

Gli stabilimenti balneari con i lettini in fila come in tangenziale.

Le discoteche dove sei costretto a ballare roba che ripete lo stesso ritornello per venti minuti, queste sono cose che mandano in merda il cervello.

Accadono sempre più attentati ma ogni giorno chi sopravvive ai terroristi con lo zainetto deve lottare contro un terrorismo più subdolo e frizzantino.

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La tassazione in Italia rispetto alla qualità dei servizi pubblici non è forse una specie di attentato alle buone intenzioni?

Ci sono un sacco di cose che possono mandare in puzza il sistema intellettivo di un giovane, oggi: quel gustino dolce dell’apatia che innescano per fargli credere che non si possa scegliere, che ci si debba adeguare, che si debba comprare.

Che il trasgressivo è figo ma il diverso è sfigato.

Resta sveglio, ragazzo, non comprare niente dai venditori abusivi di cultura sottosviluppata, proteggi la tua calotta cranica.

Resta sveglio, ragazzo.

Resta fluido.

Perché il tuo acume sveglio e protetto è più piacevole di una birretta fresca.

Certa intransigenza è sexy più di Kate Moss.

E certi NO ben detti meritano le medaglie dei partigiani.

SUA MAESTA’ IL DISPETTO

SINFONIE

more dispetto per tutti

Secondo me ci vuole un pò di dispetto nella vita di tutti noi.

A volte bisogna essere dispettosi per il nostro bene, per far divertire il nostro povero ego tramortito dal fisco italiano e dalle calorie.

Curo la mia mente facendo dispetti. La faccio sorridere.

Se faccio un dispetto mi sento bene e non è vero che lo scherzo è bello quando dura poco.

Quando i miei gatti dormono beati sul divano, sparo Travelling riverside blues dei Led Zeppelin a tutto volume e mi godo il loro salto in alto, da fermi e le loro faccette che mi maledicono.

D’estate mi piace fare rutti demoniaci in auto con le amiche dei Parioli, quando passiamo coi finestrini aperti proprio sul corso dove ci sono i locali degli aperitivi. Tutti si girano e io faccio una smorfia schifata e le guardo.

Se in treno ho davanti un tizio che mi guarda borbottando ingiurie contro il capotreno e l’Italia per un ritardo, aspettandosi che io annuisca e inizi con lui una lunga filippica su che paese di merda e dove andremo a finire, a me piace guardarlo dritto negli occhi ed esibire uno sbadiglio senza precedenti che vuole evidentemente dire “La tua presenza e le tue lamentele mi stanno spaccando di noia, ai limiti della morte” , senza però dirglielo e questo manda in bestia il tizio e a me piace mandare in bestia qualcuno, senza aver apparentemente fatto nulla di spregevole.

Se sono in vacanza con quelli amici che prima di mezzogiorno non vanno in spiaggia perché la notte prima hanno fatto i leoni, io alle 9 in punto, quando suona la mia sveglia monastica, adoro prendere di mira i loro letti e stordirli con un tuffo a bomba che piega le doghe di legno e fa credere loro che è arrivato l’Isis.

Quando riesco a convincere mia madre a salire in macchina con me, non appena siamo su strada e sono certa che non possa scendere, le metto Highway to hell degli ACDC e premo il pedale dell’acceleratore come se l’avessi rubata e se mi grida di frenare, mi piace ripeterle che sto andando pianissimo, mentre canto e faccio le corna all’insù con una mano.

Il dispetto è un piccolo luna park che puoi montare ovunque senza chiedere autorizzazioni o pagare biglietti.

Se sono ad una festa dove tutti si stanno divertendo e ballano duro, mi piace molto far sfumare un pezzo e lasciare quel secondo di magia in cui la gente pensa che metterò la hit che farà scatenare anche i muri e invece metto E ti vengo a cercare di Battiato.

Il dispetto è da provare.

Se sono ad una di quelle cene dove ad un certo punto tutti discutono animatamente sui soldi del Vaticano, i preti che sono tutti pedofili, quanto sia importante il matrimonio per gli omosessuali, quanti fascisti ci siano ancora nel mondo o qualsiasi altro stra-fottuto luogo comune di cui nessuno normalmente s’intende per un cazzo, mi piace fare quella che non è d’accordo con la maggioranza e vedere come in pochi minuti tutti si sbranano a vicenda e litigano e tirano fuori insulti sulla vita privata di questo o di quell’amico e la serata va a puttane e piano piano se ne vanno tutti.

Sono dispettosa perché penso che il dispetto talvolta abbia più vitamine di una spremuta di agrumi.

In gelateria mi piace passare davanti ai bambini perché sono bassi e il gelataio da dietro il bancone non li vede e nel momento in cui mi viene dato il gelato, se sono fortunata, amo dare la prima leccata con gli occhi ben fissi dentro a quelli del bimbetto e, senza che i genitori si accorgano di nulla, comunicargli con quello sguardo tutta la bontà del mio gelato che non è il suo.

Il dispetto è buono, non vuole mica fare del male, fa bene a grandi e piccini se si piglia con leggerezza.

Peccato che alcuni proprio non ce la fanno a prendere con leggerezza niente, figuriamoci il dispetto.

Tipo il signor venditore di Sky del centro commerciale vicino casa mia che, quando mi ferma e insiste che Sky è una figata, io gli faccio spiegare tutto ciò che esiste sul catalogo e gli chiedo questo e quel prodotto e i prezzi, i canali disponibili e lui si esalta e pensa di avercela fatta e quando lo vedo che è ben ben surriscaldato gli comunico che non ho la tivvù e non la vorrò mai ed è un peccato perché effettivamente questa Sky sembra interessante.

Lui si offende a morte, smette di parlare e mentre me ne vado non mi saluta ma sputa lì un impasto rabbioso di sillabe che somigliano ad un grazie e a un mavàvà, mentre fuma di bile.

Il dispetto è un compagno fedele per tutte le persone che si sentono sole e hanno voglia di sperimentare le reazioni più inaspettate degli esseri umani.

Quando gli amici mi trascinano in discoteca e qualche ragazzo sudato si avvicina e mi grida nelle orecchie domande su come mi chiamo e dove lavoro, io impazzisco di piacere a rispondergli nel suo timpano ubriaco, milioni di frasi senza alcun senso e innumerevoli parole inventate, tipo “splamplischero” o “turcimboni, tu?!” fino a quando lui non diventa pazzo a furia di dire “Come?!”

Il dispetto è un tappeto volante per te e per la tua anima, è una passeggiata tra le stelle, è una dichiarazione d’amore al tuo acume troppo spesso dimenticato.

IL TUO BAGNO PARLA DI TE, purtroppo.

SINFONIE

Quando vado a cena a casa di amici, quando sono ospite in qualsiasi casa e per qualsiasi occasione non posso mai esimermi dal dovere morale di effettuare un sopralluogo al cesso della casa.

Visito la camera da bagno almeno una volta, non solo per far pipì ma anche per compiere un’accurata indagine psico-sociale sui padroni di casa attraverso l’analisi stilistica dello spazio che maggiormente li rappresenta.

Sarà un desiderio perverso ma, se siamo persone sane, quando ci troviamo completamente soli nel bagno di qualche amico, ci sentiamo davanti a un importante bivio: fare quello che tutti si aspettino si faccia in bagno ed uscire oppure rimanere lì almeno una dozzina di minuti per scoprire particolari che evochino e confermino gusti, abitudini e tic del padrone di casa.

Qualche minuto per assaporare il fresco delle piastrelle, in silenzio e poi inizia il piccolo meticoloso tour.

Studio la posizione delle confezioni dei prodotti, il colore e la consistenza dell’accappatoio (se è duro come un foglio di compensato, come nella maggior parte dei casi oppure no), se la doccia o la vasca sia imballata di flaconi di sapone spremuti, se ci sono quei quadri di merda con le damine o ci si salva e se lo spazzolino da denti è sventrato oppure ve ne sono quindici stipati nello stesso bicchiere quando so bene che in quella casa vivano due persone.

Ci sono i famosissimi sputi sullo specchio?

Il bidet gode di ottima, buona o pessima salute?

Apro gli armadietti inventandomi colpi di tosse per non far sentire il rumore delle piccole ante o dei cassetti che si aprono per farmi ispezionare perbene.

Voglio catalogare cosa compri per lavare il bagno e te stesso e valutare anche le letture che fai in bagno perché ci tengo ad andare a cena da quelli che hanno al cesso i giornali di viaggio o la Settimana Enigmistica anziché il gossip.

Il cesso è per me la stanza chiave.

Ormai molti purtroppo hanno intuito la potenza mediatica che può avere il proprio gabinetto e si è creata una tendenza d’avanguardia per cui si fa in modo che questa camera splenda di luce propria, come una pagina del catalogo Ikea.

Soprattutto la sera della festa, la toilette diventa una vetrina di cose che desideri gli altri vedano che senza tu debba fare la figura di apparire egocentrico, condizione nella quale però tanti sguazzano perchè ora va di moda.

Vuoi cose che possano farti sembrare più carino di come sei: il poster di qualche film indipendente, la tavoletta trasparente con dentro le conchiglie, il romanzo di Capote mai letto, il dopobarba maschio o la trousse di trucchi pirotecnica.

Il cesso parla, dice chi sei ma se sei un altro io me ne accorgo.

Il cesso del mio ex fidanzato ingegnere, aveva nel piatto doccia una piccola spazzola lavavetri così, a fine doccia potevi lucidare i vetri del box in segno di civile convivenza e devozione al supremo ordine degli ingegneri.

Il gabinetto della mia amica S. è tutto completamente rosa: il mosaico sui muri, i complementi d’arredo, gli asciugamani, tutto è fottutamente rosa e S. è la femmina più femmina che conosco.

Quello della mia amica B. ha sempre un gatto nel bidet e una collezione imperdibile di prodotti da bagno del 1960, solo che lei credo non sappia che si tratti di una collezione perché continua ad utilizzarli anche oggi, nonostante siano scaduti da un secolo.

Una volta sono stata ad una festa in uno splendido attico in centro a Roma, ho prontamente chiesto del bagno per la mia perlustrazione e sono rimasta a bocca aperta quando mi hanno portata in una stanza sopraelevata rispetto al salone con il pavimento completamente trasparente, in vetro lucido, a dimostrazione imperitura che pur di apparire fighi siamo disposti a mostrarci seduti sulla tazza dentro ad un cubo di vetro.

Ve l’ho detto: il bagno può essere emblema di grande vanità e forse è davvero il posto giusto dove usarla.

Ma ci sono anche bagni che parlano di coppie innamorate, con i prodotti e gli asciugamani di uno e dell’altra che si mescolano in una danza d’amore oppure i bagni dei signori anziani, coi sanitari anni cinquanta e il dopobarba che lo annusi e resti cieco.

Ho paura di quelli che in bagno tengono gli attrezzi da palestra, tipo cyclette o i pesi; me li immagino dentro a quei quindici metri quadrati ad allenarsi sbattendo coi gomiti contro le ceramiche e portando nella camera una sferzata di sudore che frusta chiunque passi in corridoio.

Sono felicissima invece, quando qualcuno ha le spugne naturali che sembrano appena pescate dal mare oppure il cestino dei panni sporchi che ti fa sentire subito a tuo agio che ti ci siederesti dentro per qualche minuto, a riposare, a pensare alla vita.

Uno dei dettagli legati ai cessi che ricordo con più affetto è senza dubbio il Libro del Gabinetto nella casa di famiglia della mia amica V.

In accordo con tutti i componenti della famiglia, quattro in tutto, V. conservava nel bagno di casa un taccuino con una penna e tu, anche se sei ospite, potevi prenderti la libertà di scrivere una poesia o un semplice pensiero.

Un momento così personale e prezioso, reso unico dal tuo componimento che qualcuno dopo di te, seduto nella tua stessa misera posizione, avrebbe letto e magari risposto con un versetto o una rima.

Un componimento durante il componimento.

Il gabinetto è motore ispiratore di molte più cose di quelle che immaginiamo.

Il suo potenziale creativo è immenso perché resta la camera più intima della casa quindi non restateci male, amici miei se, quando verrò a casa vostra mi beccherete a frugare tra le vostre creme o ad aprire il piccolo armadio a specchi, sopra il lavandino odorando l’aria come quando si aprono le confetture buone.

Ruberò un po’ della forza creativa che tenete inconsapevolmente conservata nel cesso di casa vostra, una forza che non adoperate, che altrimenti andrebbe sciupata invece la piglio io che credo in queste cose dei muri che vivono e, nel frattempo mi sincererò che il vostro bagno vi corrisponda o se invece sia anche lui al di sopra della vostra personalità.

ELOGIO AL MERAVIGLIOSO MONDO DEI CAMIONISTI

SINFONIE

Solo viaggiando in autostrada in determinati orari si ha la possibilità di poter apprezzare il meraviglioso mondo dei camionisti.

Un mondo più affascinante di quanto possa pensare la povera gentucola che associa questo mestiere alle scritta al led sul parabrezza, alle madonnine sul cruscotto, al calendario con la donna nuda e alla canottiera bianca verdoniana.

Tralasciando la banalità su quanto i camionisti siano la categoria che viaggi on the road molto più di Jack Kerouac sarà utile ricordare quanto tale, delizioso microcosmo sia vario e colorito esattamente come l’umanità giacché la personalità della gente che guida i camion non si omologa al settore a cui appartiene, un po’ come avviene agli impiegati, ma si definisce in base a moltissimi fattori come la provenienza geografica, il materiale che trasporta, il proprio trascorso e la marca della motrice che guida.

Personalmente già vedere un uomo guidare una motrice con scritto sopra MAN mi diverte e quando invece è una donna a guidare, nella maggior parte dei casi proveniente dal Nord Europa, penso sempre che la speranza di gioire dell’emancipazione abbia molto più senso in queste circostanze che in quelle connesse ai mass-media.

Come siamo miseri a pensarci del social network quando da molti decenni i camionisti comunicano col baracchino con strafottenza e goliardia.

Ora, non so per quale bizzarro motivo, per un breve periodo della mia infanzia, a casa nostra girò un baracchino, uno di questi rudimentali strumenti per la trasmissione di messaggi radio così cari ai camionisti.

Era stato piazzato in soffitta da mio fratello ed era perfettamente funzionante, insomma non era disattivato per giocare a “facciamo finta che eravamo…”.

Spero che questo fatto non inviti la polizia postale a far visita ai miei genitori che comunque hanno abbandonato il vizio, da anni.

Il fatto è che tra i sette e i dieci anni imparai ad usare il baracchino insieme ai miei fratelli, nei sabati di pioggia o durante le feste natalizie ed ho un ricordo stupendo legato a lunghe conversazioni con questi signori del trasporto su gomma.

Ai camionisti chiedevamo di tutto: dove stessero viaggiando, cosa trasportassero, come si chiamasse la loro mamma, se avessero gatti o cani e loro erano dolci allo stato puro, sinceri e di ottima compagnia.

Visto che questo vuol essere un’ elogio alla professione vorrei che questo mio ricordo d’infanzia servisse a sfatare il mito del camionista che non perda l’occasione di parlare sguaiatamente di sesso: con noi non lo fecero mai.

Forse perché all’epoca non andava così di moda andare coi bambini o più ragionevolmente perché i camionisti sono dei corteggiatori gentili d’animo.

C’è tutto un linguaggio di stima e apprezzamento che io non prima conoscevo prima di percorrere l’A1 indossando, per sbaglio, un paio di pantaloncini corti.

Siamo al tramonto ed io guido col massimo gusto il vecchio, amato mio fuoristrada superando i camion, gli unici mezzi che riesco ad affrontare in sorpasso con la mia vecchia bestia di ferro; inizio a sentire i primi, discretissimi assaggi di clacson che si uniscono, man mano che il sorpasso prosegue, ad altre lievi trombe appena sfiorate e ad alcuni altrettanto minuscoli ma velocissimi colpi di abbaglianti, ad un’intermittenza perfetta di quattro secondi uno dall’altro.

Dopo venti tir superati è piena sinfonia ed inizio a preoccuparmi: penso che la mia auto appena comprata abbia già qualche problema di cui non riesco a rendermi conto…una gomma quasi a terra, un fanale rotto, una portiera aperta; mi fermo in varie piazzole ma sembra tutto ok.

Mi dico che magari il prossimo tir lo accosto e gli chiedo una mano perché forse c’è qualcosa di più tecnico sotto la macchina che non riesco a vedere, sai le donne sceme al volante, faccio questi pensieri qui.

E così faccio.

Il tir numero dodici che picchietta il clacson e lampeggia, provo ad accostarlo in sorpasso.

Il camionista fa la cortesia di abbassare il suo finestrino e grida a favor di vento ” A Fata!”

Questo evento che qualcun altro potrebbe considerare offensivo mi ha offerto l’occasione di viaggiare non soltanto più tranquilla dell’affidabilità della mia auto ma anche lusingata ed orgogliosa della mia avvenenza filtrata dai vetri del gippone che rendono tutto più bello.

Se non credo agli apprezzamenti per strada, così volgari e banali, mi addolcisco ai richiamini di fari e trombette di gente stanca ma che resta in pista e che sa apprezzare le specialità del posto; ogni gesto della persona che guida un tir, seppur spesso molto inquinante, è un inno alla sincerità, al comfort, alla leggerezza, al cotone, alla pelle ascellare libera, al pantalone con tante tasche, alla scarpa comoda e alla contemplazione del creato.

Non possiamo poi non celebrare i cosiddetti “trasporti eccezionali”, quegli eroi con la scorta dietro e davanti fino a dieci chilometri di distanza per avvisare noi miseri conducenti di scatolette di merda che più avanti c’è un signore degno di esser detto tale, alla guida di una bestia di venti tonnellate con sopra caricato un pezzo di pala eolica o di un ponte.

In conclusione, a beffa di tutte le guide enogastronomiche ridicole che raccolgono provvigioni dai ristoratori interessati ad aderire, mi pare doveroso ricordare che, molto tempo prima delle recensioni, furono i camionisti ad essere i giusti indicatori del mangiar bene.

Se dico camionista dico buona forchetta.

Tutti noi miseri automobilisti comuni, quando in viaggio, non diciamo forse con giustezza: “Fermiamoci qui che è pieno di tir, di sicuro si mangia bene e si spende poco” ?

Vorrei terminare l’elogio ma piovono virtù ogni volta che tento una chiusa: la spiritualità dei camionisti è risaputa e pregevole.

Se qualcuno di voi avrà voglia potrà sperimentare sulla propria esperienza ascoltando, a fini sperimentali le diverse emittenti di matrice cattolica per notare senza possibilità di rettifica che sono spesso i camionisti a telefonare in diretta per unirsi alla preghiera e questa, viaggiando sulle principali arterie italiane non è forse la più saggia consuetudine da applicare?

A conclusione e ad elogio imperituro cito il cruscotto.

Quanti oggetti meravigliosi, quanta inventiva e creatività, quante luci ma soprattutto, quali potentissimi nomi sui cruscotti dei camion del mondo?

Tony la lepre, Edoardo il magnifico, Max lo sclerato, Giulio il gladiatore.

E poi peluches a forma di barboncino per i più piccoli, Gesù di gomma a grandezza naturale per le signore, quattro metri di lucine di Natale in cabina che manco il bilico della Coca Cola, nelle pubblicità di Natale.

Viva i camionisti.

Senza di loro nessuno mi avviserebbe quando ho una ruota bucata.

 

Un bellissimo Reportage del videomaker Francesco Mattuzzi, sul meraviglioso mondo dei camionisti:
http://www.abitare.it/it/weight-of-dreams/online-editors-francesco-mattuzzi/

BREVE PRONTUARIO DI ALTERNATIVE ALLA BESTEMMIA

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

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Chissà come mai parlare di spiritualità orientale affascina e parlare di spiritualità cristiana intristisce.
Ad ogni modo, a prescindere da ciò che possa non piacere della spiritualità in generale, la bestemmia è brutale per l’individuo che la pronuncia.
Non sto parlando solo di bestemmie contro Gesù od il suo papà.
La bestemmia è internazionale, include tutte le religioni e, proprio come la guerra, la diarrea, l’anoressia, la povertà estrema, le banche e McDonald, rende brutto l’individuo che la utilizza.
Una bruttezza istantanea, come un sacchettino con le puzzette di carnevale che ti fai esplodere in faccia da solo.
Quando bestemmi ti puzza l’alito perché maledici te stesso quindi diventi immediatamente brutto dentro come fossi vittima di un incantesimo.
La bestemmia è infatti una maledizione contro l’umanità, contro la forza creatrice che ti ha generato.
Se anche la causa della nascita della vita fosse, secondo la tua opinione, riducibile ad una reazione chimica , bestemmiando te la prendi con tale reazione e quindi anche con te stesso.
Perciò cominci a puzzare e profumarti per dissimulare diverrà sempre più impegnativo.
Se anche fossi scettico, ateo o pieno di teorie personali, fidati: meglio non bestemmiare.
Perché in caso le tue teorie fossero stronzate (come spesso è capitato) bestemmiando in vita, poi che figura di merda ci farai, una volta schiattato?!
Poi se la tua bestemmia è specifica contro un Dio in particolare è davvero un ossimoro.
Se lo insulti vuol dire che ammetti la sua presenza.
Mica insulto Mangiafuoco quando qualcuno mi taglia la strada in macchina!
E se ammetti la presenza di Dio non puoi bestemmiarlo perché diamo per scontato che si tratti di una fonte creativa positiva, come ha già detto, non solo la Bibbia ma anche Snoop Doog in The Big Lebowsky: Dio è il figo più figo di tutti.
Che motivo assurdo sarebbe bestemmiarlo se lo conosci e dunque lo stimi?
Ecco quindi un prontuario veloce e pratico, da stampare e mettere in macchina, al lavoro o sul comodino, con tante sagge alternative alla bestemmia.
Per voler bene a te stesso e soprattutto a chi ti ha creato anche se magari non vi siete ancora mai incontrati.
Vediamo insieme qualche spunto stimolante:

QUANDO PENSI DI BESTEMMIARE CONTRO DIO, PROVA QUESTA SELEZIONE DI VALIDE ALTERNATIVE :
▪    Le banche
▪    Le veline e i tronisti
▪    Il sindaco di Roma (anche se non sei romano, chiede conferma ad un amico/conoscente della capitale)
▪    I film di Vanzina
▪    l’Inps
▪    Le compagnie telefoniche che ti mandano fatture ingiuste
▪    Alcuni Ex
▪    I dischi di Gigi D’Alessio e di sua moglie
▪    La Mafia italiana, cinese e russa, con questo medesimo ordine, essendo tu italiano.
▪    Le multinazionali americane che stanno comprando i pozzi d’acqua in Africa
▪    La casa bianca
▪    I tornelli in uscita della metropolitana che non si aprono
▪    Il festival di Sanremo
▪    La Salerno-Reggio Calabria
▪    Chi maltratta gli animali e i bambini
▪    Chi abbandona gli anziani negli ospizi
▪    Le concorrenti di Miss Italia che piangono
▪    La pubblicità prima dei video su Youtube
▪    Il cibo in aereo
▪    I ministri che con le auto blu passano in corsia di emergenza
▪    I giornali di gossip e quelli di cronaca nera
▪    Il gioco d’azzardo
▪    Le tracine
▪    Le giurie dei concorsi canori in TV
▪    La musica techno
▪    Gli spacciatori che vendono la chetamina ai ragazzi
▪    Le Hogan
▪    Quelli che fanno i tarocchi a pagamento
▪    I bar che vendono le bottigliette d’acqua a 6 euro solo perché sono in centro storico
▪    Chi produce i concerti di Justin Bieber
▪    La batteria dell’Iphone
▪    Peppa Pig
▪    Forte dei Marmi ad agosto
▪    Le strisce blu dei parcheggi
▪    Il trasporto pubblico italiano
▪    I peli superflui
▪    Il prezzo della benzina
▪    Barbie
▪    I professori del figlio di Bossi
▪    Il vizio dell’omertà
▪    Il crampo al polpaccio
▪    Certa musica latino-americana
▪    I pettegolezzi
▪    I brufoli con la punta bianca

 

SINFONIA DELLA CADUTA

SINFONIE

Credo fortemente nella potenza che ha in sé, la caduta o la scivolata a terra di un qualsiasi individuo.

Una potenza di salvezza e guarigione per l’ intera umanità, fino ad ora molto sottovalutata.

Vedere un signore che chattava col suo blackberry, sbattere le ginocchia sulle scale della metropolitana o una ragazza stilosa perdere l’equilibrio sui tacchi e andare di mento contro il selciato, è un’ esperienza di piacere simile al senso di liberazione che si prova in un giorno di sole, dopo che hai lasciato il lavoro che ti ha rovinato la vita.

La figura di merda altrui ci salverà.

Cadere in pubblico ti costringe a tornare alla primordiale semplicità di essere umano.

Cadono i politici più potenti della terra e le top models.

Cade Anna Wintour ( o ci auguriamo che lo faccia presto ) all’ingresso di una sfilata in via Tortona, e per un attimo ti accorgi che anche lei è una piccola creatura aggrappata alla vita.

Cade il leader del gruppo rock, la prima volta che prova a fare il tuffo nella folla.

Cadono quelli che si sentono invincibili e scivolano le spose perfette, anche dopo una settimana di prove vestito.

La serie di gesti scomposti di chi sta per cadere, le espressioni di chi sa che sta per fracassarsi su un angolo del marciapiede preso male con la bicicletta, donano a chi sta guardando, un improvviso senso di onnipotenza e di benessere, che non ha paragone con nessun altro piacere esistente sulla faccia della terra.

Iniziamo con le fasi.

Vi è qualcosa di sublime nella particolarissima danza che improvvisa la creatura che sta per cadere.

Si solleva da terra con gesti scomposti e disarticola tutti i suoi arti in spirali e scalciate in aria.

Roba che non si è mai vista neanche nello spettacolo di danza contemporanea più d’avanguardia.

Questa è la “fase inaspettata”.

Poi c’è la “fase del salvabile”.

La creatura cerca di recuperare dignità, equilibrio e tutti gli oggetti che stanno uscendo da tasche e borse a velocità supersonica.

Tutto questo accaparrare fogli e telefonini, questa ricerca feroce di qualsiasi appiglio che salvi dalla figura di merda, avviene quando la creatura è ancora sospesa in aria.

Se ci si salva perché c’è un corrimano o qualsiasi altro appiglio, il miracolato avrà rovinato la giornata a tante persone, deluse dal lieto fine della faccenda.

In questo caso vi è una particolare espressione, che il miracolato assume, a metà strada tra il “Mi sono salvato il culo” e “Sono fiero di te, ragazzo”.

Nel caso invece in cui non ci sia nulla da fare (l’impossibilità di salvarsi si realizza in genere, mentre si è sospesi in aria)ci si abbandona alla propria rassegnazione lanciando un ultimo piccolo “oooooh” molto chic.

Un vagito che significa “Si, sto cadendo ragazzi ma la prenderò con stile, perché sono uno ganzo”.

Ecco che arriva la fase centrale “la Caduta”, una fase piena di variabili, legate alla situazione, alla causa, alla stazza della creatura che cade e agli oggetti che porta con sè.

Qualche esempio :

Se cade una vecchietta purtroppo il costume sociale ha castrato il sentimento di ilarità di tanta gente, a favore di una espressione assolutamente finta di preoccupazione e premura.

“Si è fatta male signora?!”

Se c’è il volo della scarpa in avanti o indietro rispetto al punto dove si cade, la sensazione che prova chi guarda, supera i livelli di benessere mai percepiti.

Se poi prendiamo in considerazione le occasioni speciali, le cene aziendali o i ricevimenti importanti, dove l’apparenza e il risalto della propria personalità sono gli obiettivi della serata, la caduta raggiunge il suo grado massimo di mezzo di salvezza sociale.

La Signora Baronessa con il suo abito lungo si alza con enfasi dal tavolo per salutare il Ministro.

Sfortunatamente il tacco le rimane infilato nella lunga tovaglia di lino e lei, spiaccicandosi sulla moquette a pochi cm dalle stringate del ministro,  pur sorridendo e dicendo a tutti “non mi son fatta niente, ahahahah, caspita che capitombolo!!” per il resto della serata avrà tra i suoi pensieri una scritta al neon che scorre, con frasi tipo: “la mia acconciatura è andata a farsi fottere/ mi viene da piangere, ho una spalla bloccata/ speriamo che nessuno si accorga dello strappo in fondo alla gonna, mondo demonio”.

Però è la Baronessa grazie alla caduta è salva, almeno per una sera, dalla sua individualità.

A proposito della frase della Baronessa, “Non è successo niente” è proprio la denominazione dell’ ultima fase che trattiamo.

Ricomporsi, cercare disperatamente di darsi un tono è un comportamento che fa tenerezza e suscita simpatia.

La creatura si sistema il vestito, cerca tutti i pezzi del cellulare sparsi per lo spazio e si tocca il gomito stringendo i denti, sorridendo a tutti come se quello stronzo caduto poco fa non fosse lui.

La caduta in bicicletta della francese che frena solo con il freno di sinistra della sua bicicletta da passeggio bianca, perché con la mano destra sta tenendosi il cappellino di paglia, che fa tanto Brigitte Bardot , prende velocità su una ruota sola e si fracassa contro la vetrina di un negozio.

Il presentatore di 78 anni che sale le scale del palcoscenico come se fosse il presentatore di 21 anni e saltellando, sentendo la situazione chiusa nel suo pugno, s’ inginocchia sull’ultimo scalino, con il rumore delle sue rotule che vanno in mille pezzi, che risuona nel microfono.

Il giovane manager che, mentre le porte della metro si stanno chiudendo, la prende sul personale, come una sfida al raggiungimento degli obiettivi aziendali e si lancia in una corsa feroce, come ai tempi del rugby, e invece lui, il suo completo Calvin Klein e il suo Ipad si appiccicano come gli stickers di Natale sulle porte del lato opposto della metropolitana, fortunatamente chiuse.

Sarebbe stato meglio perdere la metro, Paul.

Adesso ti fai 14 fermate con tutti gli occhi addosso a te, al tuo Ipad col vetro scoppiato e alla bruciatura sul pantalone.

Manco fossi un rugbysta.

Questi sono solo alcuni esempi di avvenimenti che possono rendere la giornata di chi vi vede cadere, una giornata per cui vale la pena vivere.

Cadi saltando una staccionata e torna ad essere mortale.

Inciampa sul pattino di tuo figlio e regala un sorriso a tua moglie.

Prendi di pancia a 25km/h  il tornello che non si apre quando strisci la tessera dei mezzi pubblici e ascolta il sapore dell’umiltà.

La tua ballerina con la suola liscia che ruota in aria mentre tu sei a nuca sull’asfalto, regalerà momenti indimenticabili e guarirà molti dalla tristezza esistenziale.

 

Cadere è bello. Veder cadere è meraviglioso.