PICCOLO SEGRETO INDUSTRIALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho trovato, in fondo all’armadio, un cioccolatino industriale.

Appartiene alla mia vecchia vita, ora mangio solo cioccolato prodotto da piante italiane registrate all’anagrafe e stagionato per anni nelle culle delle cliniche pediatriche, in Svizzera.

Cosa devo farne?

Quale potrebbe essere la cosa migliore da fare?

Divorarlo e annegare nei sensi di colpa oppure raccoglierlo e riporlo tra i rifiuti non riciclabili, chiamare quelli che ritirano i rifiuti pericolosi, in modo che la sua materia organica temibile non contamini l’humus del mio orto?

Un’altra possibilità è quella che poi è la nostra missione, quella che spetta a noi, guerrieri della luce, nati in questa epoca post-industriale: buttare il cioccolatino chimico nella pattumiera lanciandogli contro mille maledizioni.

Mi avvicino quindi allo scaffale dell’armadio e allungo la mano verso il disgraziato fagottino avvolto nel malefico cellophane colorato.

Più mi avvicino e più salivo come un mastino napoletano di undici anni.

Cerco di darmi un tono.

Cerco di nascondere al mio ideale, la bocca piena di bava e lo stomaco che urla desideri immondi.

Piglio il cioccolatino, spingo col piede sul pedale del secchione e mi scaravento nella trachea il demoniaco, squisitissimo snack.

Non respiro per qualche minuto, ho un Nirvana.

Poi torno in me, mi sistemo, mi lavo i denti, esco di casa guardinga, controllo che nessuno mi abbia vista e scivolo fuori dal pianerottolo verso il mercato contadino.

CIBO IMMAGINARIO

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Sempre più persone scelgono di rinunciare a comprare cibi che, fino a poco tempo fa, erano commestibili ed ora non lo sono più.

Così ho deciso: registrerò una nuova start-up: sono pronta a brevettare il cibo immaginario.

Dopo il grande successo dell’amico, anche il cibo immaginario consentirà di costruirci desideri su misura e permetterà a tutti quei fortunati consumatori che potranno permetterselo, di nutrire il proprio organismo semplicemente pensando di farlo, senza correre i rischi del povero popolo ignorante, costretto al consumo industriale.

Il nostro target potrà inoltre godere dell’invidiabile plus di servirsi di un prodotto davvero d’elité, innovativo ed effettivamente dimagrante, non come le polveri che vendono in quei negozi gestiti dai palestrati con gli occhi piccoli.

E neanche come certe diete contrarie al buonumore.

Il cibo immaginario potrà essere assimilato attraverso una semplice app che fornirà all’utente idee, suggestioni, still-life e videomapping e miraggi di piatti macrobiotici, frutta esotica introvabile, germogli di ogni genere, vini naturali o presunti tali, latte d’asina e junk-food libidinoso, per i palati che vorranno regalarsi tutto ciò che desiderano senza le incombenze intestinali e nutrizionali.

Tuttavia le porzioni immaginarie proposte saranno indiscutibilmente più abbondanti dei piatti proposti nei ristoranti stellati.

Tutto il cibo immaginario verrà proposto in un catalogo patinato ma sul web e i piatti scelti verranno confezionati in linee di packaging disegnate dai giovani designer, appena diplomati nelle migliori accademie di moda, per non farci scappare il loro fresco entusiasmo prima che si accorgano di che grande inculata è il mondo del lavoro creativo se non sei gay e viceversa.

Il cibo immaginario potrà essere scelto ed ingerito attraverso connessione wify o fibra, unica componente realmente assimilata dall’utente assieme alle radiazioni.

Nessun grasso saturo, nessun carboidrato, assenti proteine, conservanti di ogni genere, aspartame, antibiotici, solforosa, glutine, antiossidanti e vitamine per il solo, puro piacere di distaccarsi, una volta per tutte, dal fastidioso vincolo della fame e della digestione; per non parlare poi della masticazione e della evacuazione che, da sempre, impediscono al cittadino urban-chic contemporaneo di allontanarsi dalla spregevole massa per accostarsi alla nuova, potente generazione che non vuole avere più volgari necessità fisiologiche, se non quella di farsi il selfie.

Se, da un lato, la mia start-up di cibo immaginario consentirà di sfamarci in modo più sano e di evitare il cibo industriale, dall’altro dovrà perfezionarsi in quell’ambito, ancora, purtroppo inarrivabile, che riguarda la capacità di ridimensionare il proprio ego a prescindere dal proprio status sociale.

Infatti, il target di riferimento del mio cibo immaginario (marchio registrato, voglio subito un codice a barre!) è senza dubbio un target alto, colto e consapevole della necessità di scegliere il meglio per non avvelenarsi ma purtroppo affetto dalla patologia del secolo: il morbo del radical chic.

Una malattia che, per certi aspetti, ha svariate caratteristiche associabili al cibo immaginario: di fatto, l’individuo malato di radical chic, proprio come il mio cibo virtuale, immagina proiezioni di sé stesso inesistenti ed estremamente accattivanti pur rimanendo, nella maggior parte dei casi, un soggetto reale privo di concreta sostanza.

Un coglione, insomma, che si sazia di tendenze immaginarie.

 

APOLOGIA DEL VEGANESIMO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

La luminosa e avvincente battaglia portata avanti dai vegani mi è sempre piaciuta.

Perché è molto avvincente, capite?

Mi spiego: se sei celiaco nessuno ti rompe i coglioni anzi, ti si coccola e ti si trova subito un’alternativa.

Se sei allergico ai latticini ti accarezzano la testa e si dispiacciono.

Se ti astieni dalla carne e dai prodotti derivati dagli animali sei un invasato.

Se a sessant’anni ti vesti da militare e te ne vai col mitra finto nei boschi, a sparare pallottole di plastica contro i tuoi amici, sei un divertente appassionato di soft-air.

Se non mangi carne sei un integralista anoressico.

E’ più facile convincere qualcuno che ammucchiarsi in una palestra a correre sul tapis-roulant, respirando il sudore di altre cinquanta persone sia salutare che convincere qualcuno del fatto che una persona vegana possa essere in buona salute e affatto denutrita.

Anche a me sembrava assurdo ma poi, attraverso l’antico e sexy gesto dell’auto-documentazione, ho scoperto che un vegano non è per forza anemico né somiglia necessariamente a un Hare Krishna.

Vi è uno sforzo ancestrale nell’individuo vegano, una fonte di energia incessante che gli consente di sopravvivere sereno in un mondo in cui la gente si veste ancora con la pelle degli animali e si nutre del cuore di essi, seduta nei migliori ristoranti stellati e facendolo come fosse la cosa più normale del mondo (e di fatti lo è), una di quelle cose che l’uomo fa da sempre.

Vorrei soffermarmi un attimo sulla giustificazione di determinati gesti o attitudini attraverso frasi del tipo “ l’uomo è così, ha sempre fatto così, è sempre stato carnivoro, fin dalla notte dei tempi ”.

Ad oggi non sono vegana ma l’idea di giustificare alcuni miei gesti come propri della specie alla quale appartengo, non mi fa sentire completamente umana.

Perché per specie umana intendo quella della persona con una propria identità, un po’ cultura e anche spirito e quelle faccende lì dell’anima.

Mi pare un po’ sbrigativa come giustificazione, ecco tutto.

Eppure sarebbe fantastico se potessimo vivere con tale giustificazione sempre al nostro fianco, quella di essere umani ma ancora cavernicoli.

Sarebbe splendido eh.

A chi non piacerebbe far popò tra le macchine, per strada anziché cercare un bar dove entrare di corsa, senza avere tempo di consumare o chiedere il permesso.

Sarebbe splendido.

Ci si potrebbe accoppiare nelle sale d’aspetto delle asl.

E che dire dell’usucapione?!

Ho sempre sognato la casa al mare: se mi restasse anche solo un grammo di istinto primitivo dietro al quale difendermi, farei secco Bobo Vieri per occupargli la casa a Formentera.

Cambiando l’arredamento però.

Forte di questa storia dell’uomo nato così, allora mi appare ragionevole che esista ancora la schiavitù e certo colonialismo industriale.

Ma c’è qualcosa che non torna.

L’uomo mangia carne ma ha smesso di credere nel Dio Fulmine e ha inventato le mutande.

Vuole dire che esiste una certa evoluzione.

L’evoluzione umana (negli individui degni di essa) è una continua ricerca diretta all’elevazione della creatura mortale e coi peli incarniti, verso le altezze della erudizione, dell’eleganza e della saggezza.

L’evoluzione è una disciplina che diventa costume sociale.

E in questo campo, quello della disciplina, è indiscutibile che il vegano sia uno forte.

Il vegano si è auto-inflitto una disciplina ascetica senza la scusa di allergie e nonostante la sua origine cavernicola.

Perciò il vegano educato mi piace.

IL NON FORMAGGIO

E poi c’è la storia dell’ossessione creativa che il vegano ha e che da sempre mi affascina, nei confronti dell’ingrediente sostitutivo.

Esiste un sacco di roba buona da mangiare nel mondo.

Uno sveglio riuscirebbe a campare bene cucinando tutti i giorni roba diversa senza mai avvertire la mancanza di bistecche o uova, così dicono gli studiosi di nutrizione.

Ma il vegano ne fa una questione di accanimento creativo.

Il vegano è uno psicopatico ricercatore di alternative e ti trova la fibra di alga marchigiana con lo stesso, identico sapore del cacciatorino.

Conosce l’erba capoverdiana che sa di stinco di maiale, il tubero con la stessa quantità di proteine del caciocavallo.

Non è divertente?

Il vegano per andare da Roma a Milano trova il modo di metterci meno tempo passando via mare.

Il vegano riuscirebbe a vestirsi coi rifiuti e a costruirsi un computer coi peli della barba, il computer vegano.

Il vegano è l’unico che riuscirebbe a sopravvivere a qualsiasi calamità perché si nutre di alternative.

Sostituisce, crea, tiene in moto il cervello sinistro pur convivendo con quelli che comprano le cotolette surgelate e che impongono alla società umana di non fare popò davanti ai negozi chic.

Mi piace questa storia.

Mi piace la creatività vegana.

Temo un po’ la grande quantità di leguminose presenti in questa dieta perché soffro di aerofagia da leguminosa e mi domando cosa potrebbe succedere se tutti i vegani ne soffrissero e organizzassero, che so, un flash-mob!

Cosa potrebbe succedere al mondo se Galeazzi diventasse vegano e apprezzasse tutti quei fagioli cucinati in mille modi ?!

Ma se affrontiamo le cotolette surgelate possiamo affrontare anche l’aerofagia.

Mi piace questa faccenda del veganesimo!

Mi pare una gran bella avanguardia se proposta col sorriso, senza prendersi troppo sul serio e con l’obiettivo di proteggere gli animali dai macelli industriali e i consumatori dalle malattie come si fa coi bambini davanti al porno in tv.

L’opinione vegana non ha bisogno di gridare, basta professarla.

E’ sempre bello quando non si da fastidio con la propria opinione ma semplicemente si agisce in maniera coerente con essa.

Si diventa silenziosi, eloquenti e infallibili come certa aerofagia.

IL PERFETTO DEGUSTATORE IMPERFETTO

MADAME GURME'
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Il famoso piattello al collo del sommelier. Pochi sanno a cosa stracazzo serva.

ECCO IL PICCOLO E PRATICO VADEMECUM DELL’IMPERFETTO DEGUSTATORE

1) IL DIGIUNO

A scanso di equivoci: la degustazione non è la mensa di Natale in parrocchia.

Una degustazione non è il buffet All you can eat del cinese sotto casa.

Vero è che alle degustazioni è bene arrivare a digiuno, ma non da settimane..

Se ne accorgeranno tutti che anziché degustare, ci stiamo intasando come oche da fois gras, in nome della disponibilità illimitata di cibo e vino.

Gli altri ci guardano, non dimentichiamolo! Si capisce che il nostro tubo digerente è saturo ma visto che abbiamo pagato, siamo disposti a tracannarci anche lo spirito degli accendini appoggiati sui tavoli.

Giochiamo a fare quelli che sono eleganti: prendiamoci un pezzo di pizza al taglio quando usciamo, ma la degustazione facciamola senza farci scoprire che abbiamo terminato i buoni pasto per fare la spesa.

2) IL VESTITO BUONO

Non siamo al battesimo del figlio di William d’Inghilterra quindi togliamoci quel tacco 70cm e lasciamo lo smoking a cuocersi nell’armadio con la naftalina, perché la degustazione non è l’occasione giusta che aspettavamo.

E’ solo un corso, un piccolo, umile evento didattico, dovremo farcene una ragione: dobbiamo aspettare ancora un’altra stagione di matrimoni.

Un’altra, ennesima stagione durante la quale del Nostro di matrimonio, non v’è traccia.

3) IL PROFUMO

il profumo è un bellissimo libro ma anche un’essenza e di essenze in giro ce ne sono tante, chicchissime e preziose, fatte da Kenzo, D&G, Valentino e tanti altri amici della moda.

Ma se andiamo a una degustazione, la boccetta dovremo mettercela nel sedere perché chi ha pagato profumatamente per degustare un buon vino o una razione di formaggio, non ha voglia di fare l’analisi olfattiva dell’acqua di colonia da vecchio playboy nella quale ci siamo immersi prima di uscire di casa, con la speranza di rimorchiare alla degustazione.

Presentarsi ad una degustazione intrisi di acqua profumata è come entrare in una grotta sotterranea e chiedersi cos’è tutto quel buio.

E’ come iscriversi a una gara di rally e scaldare i motori al Ciao.

Come pensiamo di captare gli aromi del vino, con la cisterna di Acqua di Gio’ che ci siamo iniettati nelle vene e tirati a secchiate dietro le orecchie?

Non penseremo mica che l’alcool del profumo possa cooperare ad una piacevole sbronza?

Anche se fosse, la sbronza non è l’obiettivo delle degustazioni, giusto?!

4) IL CALICE

Lo ha già spiegato Antonio Albanese ma ricordiamolo ancora una volta: il calice non è un elicottero giocattolo, non c’è bisogno di agitarlo come se dovesse decollare e portarci tutti a Honolulu insieme a mago Merlino.

Semmai è il contenuto a portarci a Honolulu, ma questa è un’altra storia.

Rilassiamoci.

Facciamo sport ma non prendiamocela col calice se siamo nervosi: non ci ha fatto niente di male.

5) I DESCRITTORI

Non sarà facile ma rimanere integri e rispettabili quando arriverà il momento.

Non cediamo alla tentazione di ridere con l’ugola scomposta quando, davanti a un calice di vino o a un’altra prelibatezza da degustare, di fronte a signori e dame rispettabili, sentiremo parlare di urina di gatto, sudore di mandria, latte andato a male, merda di vitello, roselline di bosco e di altre irragionevoli stronzate pronunciate da un tizio vestito da cameriere con un medaglione attaccato al collo.

Rimaniamo calmi, fingiamo una telefonata e usciamo.

6) LA SPUTACCHIERA

Nonostante il nome insolente, non facciamoci prendere dalla tentazione di approfittare di questo attrezzo, posizionato al centro del tavolo da degustazione.

Non è un incentivo a liberarsi del catarro in pubblico, non sostituisce il buon vecchio fazzoletto se siamo raffreddati, non è da usare in generale secondo le tradizioni cinesi che prevedono il deposito di bava di fronte a terzi per dimostrare il gradimento delle pietanze.

E qualora ci trovassimo con una sputacchiera davanti, rimaniamo ben attenti anche a non ubriacarci durante la degustazione perché c’è gente che è morta confondendola per il decanter col vino migliore, miracolosamente avanzato.

7) ONORIFICENZE IMBARAZZANTI

Diciamoci la verità: siamo davvero pronti a farci chiamare da qualcuno, Maestri Assaggiatori?

Non abbiamo paura e vergogna a farci riconoscere un domani, con un appellativo a metà strada tra un porno e un tester di prodotti surgelati?

 

NOVENA AL SANTO CIOCCOLATO

LE FIGURINE, SINFONIE

Santo Cioccolato, fammi tuo.

Beato Cioccolato da Modica, aiutami tu.
Fammi affrontare il giorno con cuor sereno, colma tutte le mie astinenze.
Riempi i miei vuoti, lenisci le mie ferite, Beato Cioccolato.
Preservami dall’ipoglicemia e dal diabete, salvami dalla tristezza e dall’inquietudine.
Possa il cuore caldo del tortino che sei, illuminare le mie tenebre e possa io benedire Dio per averti creato così funzionale, versatile e durevole.
Rinfranca le mie membra stanche e donami la sublime grazia di ospitar la dolce poltiglia, che si forma in gola quando di te m’ inebrio.
Santo Cioccolato, meraviglia della creazione tutta,
concedimi il dono di ascoltare sempre, il suono soave della carta d’alluminio che si schiude per mostrarmi i tuoi disegni, le tue angolature.
Fammi sussultare dalla defibrillazione che i tuoi zuccheri regalano al mio stanco encefalo.
Mostrami ingredienti che provengono da lontano, che sanno di sole e di esotismi.
Placa la mia solitudine a suon di gocciole.
Risveglia i miei sensi con la danza dei mille sapori coi quali ami accoppiarti.
Col riso soffiato, il peperoncino, l’arancia, il biscotto, il caffè, la menta e la Real Nocciola.
Beato Cioccolato elvetico, svezzami col latte delle tue mucche pezzate,
rapiscimi con la frutta candita dell’Eden e narcotizza le mie ansie tra le pieghe dei tuoi scacchi.
Donami la forza di affrontare un altro giorno e le sue pene, le persone che vorrei mandare affanculo, le piccole e grandi delusioni.
Possano le tue mille possibilità cremose, darmi la giusta abbondanza di endorfine per essere mansueto e misericordioso anche quest’oggi
mentre il mondo mi tenta e vuol far di me pappetta.