LA DEPRESSIONE URBANA

FOTTUTA CAMPAGNA

Se esiste la descrizione perfetta per definire ciò che mi sono volontariamente inflitta, questa potrebbe essere: “Suicidio ecologico”: la scelta di chi arriva in campagna col cestino di vimini e pensa davvero che le caprette gli facciano “Ciao!” invece le caprette sputano, scalciano, puzzano e i maschi si fanno anche la pipì addosso tra di loro.

Ognuno sceglie la propria morte, anche mentre è ancora in vita: chi sceglie la moglie o il marito rompicoglioni, chi fuma tutti i giorni dalle sette del mattino, chi fa un lavoro che inghiotte tempo libero e week-end. Io ho scelto la campagna.

Ho scelto i prati, pur avendo paura di serpenti, topi, piante urticanti e vespe, ho desiderato di avere grandi spazi dove vivere, ma quando è arrivato il buio, ho girato per casa guardando in modo sospettoso anche il gatto. Ho letto libri di giardinaggio, ma quando ho acceso per la prima volta il decespugliatore, quasi mi ci sono tagliata un braccio.

In tutte possibilità di suicidio, incluso il mio, quello ecologico, si sceglie di dimostrare a se stessi e agli altri qualcosa, pur essendo assolutamente consapevoli di non esserne all’altezza.

La decisione discutibile di passare dalla santa illusione bucolica alla realtà più ostile si concretizza nella mia vita circa due anni fa, quando realizzo che invece di vivere in città, stavo subendo la città.

Mi ero ammalata: avevo contratto la depressione urbana.

La DU è una patologia che in questa epoca sta rapidamente prendendo piede e si può riconoscere da sintomi ben precisi: ritrosia nei confronti di uffici pubblici e rispettivi funzionari, abominio per SUV, apericene e discoteche, senso di nausea e capogiro nei grandi centri commerciali, conseguente drastica riduzione dei propri impegni sociali fino allo svolgimento di un minimo sindacale che si avvicina molto all’eremitaggio: se hai la depressione urbana vai al massimo dal benzinaio, in tabaccheria e a qualche sporadica festa di compleanno dove sei sicuro siano presenti cibo e vini particolarmente pregiati.

Se questi sintomi sono accompagnati da una voglia sfrenata, erotica di silenzio e solitudine, sei malato e nella fase più acuta di questa particolare depressione ti sorprenderai a non rispondere più al citofono, a far crescere i tuoi peli superflui e le piante sul terrazzo, come se fossi in attesa speranzosa del ritorno delle grandi glaciazioni.

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Durante la DU, m’inferocisco contro la società e la cultura del consumismo spensierato: vado al supermercato solo per mettermi a guardare con disprezzo la gente che compra la pasta di grano transgenico, il formaggio che contribuisce alla morte di milioni di vitelli e capretti, i polli pronti, i detersivi e i fottutissimi piatti di plastica che sono stati, peraltro, causa di molte amicizie interrotte: perché la gente li chiama piatti di carta? Sono di plastica, si vede ad occhio nudo, eppure quando vai a una festa e chiami per sapere se manca qualcosa ti dicono “Si, guarda, compra i piatti di carta”.

Ci sono un paio di frasi che durante la mia DU provocano vere e proprie crisi di rabbia, tipo “Non faccio la raccolta differenziata perché non la fa nessuno e poi, non lo sai che la mondezza in Italia va a finire tutta nello stesso posto, sciocca?” oppure “Lo so che sono di plastica i piatti, ma tutti li chiamano di carta e siccome vado di fretta è per farti capire cosa comprare, sciocca”.

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A volte non ci accorgiamo per una vita intera di convivere con noi stessi, perciò sono felice di essermi ammalata di DU. Attraverso intere settimane di silenzio e asocialità, oggi ho conquistato maggiore autocoscienza, anche se a volte ho l’impressione di aver sostituito il soggetto da subire: dalla società a me stessa.

La DU, non solo mi ha regalato molte rivoluzioni positive, ma ha portato anche un netto miglioramento alla qualità di vita delle persone a cui davo fastidio con la mia ritrosia per la vita metropolitana. Quando sei ammalato di DU, infatti, risulti pesante al prossimo, specialmente a chi ama vivere immerso nei servizi e proseguire il suo contributo all’inquinamento di massa. Tu borbotti tutte le nozioni che hai appreso sui siti ecologici e sei ciò che di peggio possa esserci nella società contemporanea: un moralista.

La gente ti evita e ti guarda male, consapevole che subito dopo il saluto e due convenevoli, inizierai a dare ragguagli sullo smaltimento dell’olio per friggere, sul problema dei pneumatici e su come farsi il sapone da soli.

Durante la mia DU, organizzo presìdi nei reparti ortofrutticoli dei mercati rionali cercando di convincere le persone come un pastore protestante a non comprare mele così rosse, ciliegie così lucide e limoni che sembrano fatti di vetro, “Perché comprare alimenti che non esistono in natura, signori, è disonesto verso se stessi, oltre che mortale!” sentenzio sopra il piccolo podio, costruito coi bancali delle cassette di frutta, prima che essere sbattuta fuori a spintoni. Uso la bicicletta a Roma per tutti i miei spostamenti, tangenziale inclusa, esperienza dopo la quale, sono pronta a sopravvivere per mesi non solo in cima alle colline, ma anche appesa in parete sulle Ande.

Almeno, mi convinco di questo.

Dopo questi e tanti altri gesti di insurrezione ecologica, capisco che chi non è affetto da depressione urbana, non desidera essere molestato mentre si lascia morire in città, mentre si abbandona al decesso condiviso, social, con tutti quelli che sono in fila con lui alla cassa per pagare per primi il nuovo smartphone. Visto?! Sono pesante.

E sono pesanti tutti quelli che si accorgono di vivere in un habitat che non corrisponde più alla loro natura e che dunque si ammalano di depressione, urbana o di altro tipo.

Se hai la DU non ci stai: diventi socialmente fastidioso, dici no e te ne stai dentro il tuo cappottino col bavero alzato e le cuffiette con la musica alta, per non sentire le signore che ordinano il prosciutto dolce in offerta. Ti aggiri per le corsie, ringhiando le informazioni di controtendenza biologica fino a quando non capisci che vogliono essere lasciati a schiattare in pace, e ti calmi. La malattia prende lentamente un saggio decorso e converti la rabbia in cura verso te stesso; gli amici che ti capiscono ti mandano link, film, spunti utili per convincerti a toglierti dalle palle e a trasferirti in cima a una montagna, come si faceva un tempo coi parroci scomodi. Così una sera, mentre sono ancora in piena DU, appena rientrata da uno dei miei sermoni al supermercato, accendo il computer e scopro che un amico mi ha mandato un pezzo del “Pianeta Verde” di Coline Serreau, la scena in cui i due fratelli raccontano del boicottaggio dei prodotti nocivi da parte di tutta la popolazione del pianeta.

Ho guardato quel pezzetto di delicato cinema francese e ho provato qualcosa di molto vicino all’illuminazione. Quando sono tornata in me, dopo un sonno che pareva il Nirvana, sulla scrivania c’era il libro del fagiolo magico e sul pc la pagina di google aperta con già digitate sopra le parole: “casa in campagna affitto cerca”.

Il Booktrailer di Fottuta Campagna:

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