BEVETE TANTA ACQUA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Finalmente c’ho la buona scusa.

C’ho la buona scusa per sfogarmi.

Fuori ci sono quaranta gradi, è mezzogiorno e sono nel traffico.

Il caldo, si sa, da alla testa.

Lo dicono i medici, lo dicono i giornali.

Bisogna bere tanto, non uscire nelle ore più calde della giornata, dicono al tg; ma il clima è cambiato, come abbiamo voluto noi con le nostre porcherie e quindi non ci sono più ore calde nella giornata ma giornate calde con un mucchio di ore.

Così finalmente c’ho la buona scusa.

Perché, si sa, il caldo da alla testa.

Ora scendo dalla macchina e me la prendo con il primo che capita, lo mando affanculo così, con la scusa del caldo.

Me ne andrò famelica di briga nei luoghi dove è più facile sollevar focolai di rissa: in fila al supermercato, al semaforo, alle poste, al giardinetto dei cani.

Me ne andrò con la fronte sudata a guardar male altre persone sudate come me, aspettando che mi guardino per poter dir loro “Ma cos’ha da guardare?!” e da lì sarà un attimo e si passerà alla colluttazione perché, si sa, il caldo da alla testa.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Ho tanto bisogno di sfogarmi, ho un sacco di beghe personali, di paturnie e di psicosi e ho atteso tutto l’inverno paziente ed ora finalmente è arrivato il meteo giusto, quello grazie al quale mi scagioneranno perché col caldo, si sa, la mente si annebbia.

Per questo sono uscita a mezzogiorno e non ho bevuto acqua.

Per questo ho i pantaloni lunghi e ho spento l’aria condizionata.

Per avere più attenuanti.

Per poter picchiare in santa pace le signore, il postino, il vicino di casa, la cassiera.

Mi aggiro felice ed ansimante per la città, alla ricerca degli sventurati concittadini che si muovono lenti, cercando di resistere, di restar pazienti bevendo Polase per sbrigare le proprie pratiche.

Sono i cittadini pazienti che cerco con voglia e che scoverò per estrapolare la loro parte animale, primitiva, cavernicola di cui c’è tanto bisogno.

Strapperò fili di perle e camicie Loro Piana per sfogare la mia tristezza.

Pesterò zatteroni e bambini con le pistolette ad acqua per liberarmi di un po’ di stress.

Lincerò impiegati pigri e condomini scomodi che avrei voluto malmenare da tempo ma era inverno e non ho potuto.

Ora si che c’ho la scusa buona.

Basta uscire nelle ore più calde e ce ne sono tantissime.

Nessuno mi scoprirà.

Nessuno saprà che sono in forma e molto lucida ma solo stanca ed annoiata dalla vita quotidiana e con voglia di dar due schiaffi.

Finalmente c’ho la scusa buona.

Diranno che il caldo mi ha dato alla testa ma in realtà è la società civile che me l’ha sabotata ed io approfitterò del caldo per punirla.

 

 

foto Claudio Silighini

IL CHIOSCO CI VUOLE MORTI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho paura che arrivi l’estate.

Ci fu un tempo in cui non vedevo l’ora di percepire, prima di tutti, le prime particelle di quell’inconfondibile, leggerissimo aroma che si diffonde nell’aria, a preludio della primavera e che ci droga un po’ tutti.

Adesso, tremo all’idea di dover sostenere un’altra bella stagione, proprio come Bruno Martino.

Perché, a partire dai primi di Maggio, so che dovrò trovar la forza di affrontare, ancora una volta, i posti all’aperto e le relative persone che li frequentano.

Non c’è pace concessa a nessuna fascia d’età: quando inizia il bel tempo, tutti vogliono bere all’aperto.

I più giovani arrivano al chiosco in massa, con la moto cinquanta di cilindrata, un attrezzo, il cui motore è evidentemente stato progettato da un sordo o da un criminale o da un criminale sordo che cospira a favore dell’inquinamento acustico come arma di distruzione di massa.

Perché la moto cinquanta uccide.

Ma mai quanto la selezione musicale scelta dal sedicenne abbiente, chiuso nella sua macchinina cinquanta di cilindrata anch’essa, che arriva al chiosco e dimostra la sua potenza attraverso la mitragliata di decibel con la quale si stordisce di Rihanna, coi finestrini abbassati e sfrontatissimi.

Da giovani, come avrete intuito da questa brevissima indagine sociale, è la cilindrata cinquanta che allena a diventare coglioni.

Ma il chiosco con le prime birrette estive è democraticamente assaltato anche da coglioni già maturi e ben formati.

Dai trenta ai quarant’anni arrivano al chiosco anche in bici, con più umiltà, almeno apparente: se sono riusciti a passare da casa per cambiarsi, uomini e donne adottano all’aperitivo primaverile, una divisa convenzionale che sembra negoziata in seduta urbi et orbi e invece no perché, pur essendo vestiti tutti uguali, essi stronzi non si sono mai incontrati per mettersi d’accordo.

La divisa è costituita da maglietta polo e jeans per i giovani maschi e da vestitino a fiori per le giovani donne, indossato anche se la temperatura mette a rischio polmonite ed emorroidi, in un’unica soluzione.

Non importa, è primavera.

Non c’è contesto dove la società riesca a mettersi tanto magistralmente d’accordo come quello dell’abito in tale fottuto, inutile ritrovo di tramonto.

Infatti, se i giovani professionisti non sono riusciti a fare un pit-stop a casa e arrivano direttamente dalla sede del lavoro che li sequestra fino a tardi, il povero chiosco e gli astanti saranno circondati da un esercito di portatori di bare, rigorosamente in total-black perché l’accordo universale regge nonostante tutto, nonostante il lavoro e la tavolozza di colori tutta.

Se fai un lavoro considerato serio, tu e il nero siete una cosa sola: una cosa nera.

Come il lavoro.

Arrivano al chiosco anche i cinquantenni che, ormai quasi tutti separati oppure, a maggior ragione, con famiglia, farebbero qualsiasi cosa pur di non rientrare a casa.

Si farebbero pestare ai semafori piuttosto che tornare a casa ad un orario decente.

Se sono single, il rumore della chiave nella toppa di casa loro rappresenta la prima nota di un vecchio pezzo musicale chiamato “La mia depressione ed io facciamo finta di non conoscerci”, perciò tergiversano e sono gli ultimi ad abbandonare il chiosco, ubriachi lerci e con la cabriolet che, purtroppo non è cinquanta di cilindrata.

Persino gli anziani si regalano l’esperienza alienante del chiosco all’aperto, nonostante l’evidente sofferenza che il contesto provoca loro: perché le persone sopra i settant’anni non ce la fanno più a mentire e glielo leggi in faccia che il limone nella bottiglia di birretta è una cazzata perché rovina il gusto, che il reggaeton o la bossa nova diffusi nell’aria, già satura di traffico e sigarette è la colonna sonora ideale per desiderare di compiere un reato.

Glielo leggi in faccia, agli anziani, che un fisico normale non può tollerare quotidianamente pizzette, triangolini di panini farciti, avanzati dalla mattina, salatini, olive e patatine perché si muore per molto meno.

Eppure gli anziani che dovrebbero temere più di tutti la morte, escono e vanno al chiosco come tutti.

Perché l’aperitivo fuori ti fa sentire vivo, guardato e sociale.

Qualora non bastassero gli altri, innumerevoli difetti, l’aperitivo fuori ha anche questo.

Rinunciamo oggi stesso all’aperitivo al chiosco, quest’anno.

Non facciamoci chiudere le arterie da quelle birre prodotte in odore di mafia.

Non compriamo un cazzo di nulla a nostro figlio, che abbia due o quattro ruote, almeno fino a quando non abbia l’età per permettersi una cilindrata dignitosa.

IL TURISTA DI RIVIERA E’ IL MALE

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE

Un pezzo dedicato a quei martiri degli albergatori che, pensando di amare il contatto con il prossimo, decisero un giorno di occuparsi di turismo, magari sulla Riviera Adriatica. Che il mestiere sia loro lieve.

***

Non dev’essere facile fare l’albergatore a Rimini.

Innanzitutto non è facile occuparsi di turismo anzi, non è facile occuparsi del turista.

Perché il turista è quella persona che normalmente, nella vita si occupa di altro e non fa il turista per tutta la vita, a meno che non vince quel famoso gratta e vinci del Turista per sempre ma nella maggior parte dei casi, la selezione naturale stermina tutti quelli che comprano il gratta e vinci e quelli che giocano alle slot.

E se non ci pensa la selezione naturale ci pensa il monopolio di Stato, ma questo è un altro discorso.

Per tutti gli altri casi, il turista è uno che è turista per due settimane all’anno e perciò, esattamente come per il Cavaliere nero di Proietti, anch’egli si sente in diritto di pretendere che non gli si rompa il cazzo.

Le ferie, in quelle due settimane in cui l’azienda lo libera, il turista le vuole perfette: vuole tutto e lo vuole subito e non deve chiedere mai come Axe.

E invece chiede, chiede eccome.

E se non gli dai tutto quello che chiede, tu, albergatore, sei finito.

Perché lui ti scrive la recensione.

Ci sono albergatori che preferirebbero gli venisse bruciata la macchina o picchiata la figlia, invece di dover subire la recensione.

Era bello negli anni ottanta, quando il turista incazzato infilava il foglietto col questionario sul gradimento nell’urna alla reception e se ne andava affanculo.

E’ finita quell’epoca lì: adesso il turista c’ha internet dalla sua parte e soprattutto, se tu non glielo dai l’internet, nella camera che ti affittato, lui è pronto a uscire anche durante un bombardamento, per attaccarsi alla rete del comune e scriverti la recensione, ancor prima di fare check-in, ancora prima di partire da casa.

Insomma, per riassumere: il turista è il male.

Ma come vi dicevo all’inizio, ho come il sospetto che il turista che soggiorna a Rimini, Riccione e comuni circostanti, sia il male al quadrato.

Se dovessi immaginarmi il turista di quelle parti, me lo immagino in due, pericolosi prototipi.

Vediamoli insieme:

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Il primo prototipo: l’impiegato con la famiglia al seguito, incattivito lui e tutti i membri della famiglia.

Prenota due anni prima, sincerandosi di ogni minimo dettaglio: quanto è grande la camera dove soggiornerà, quanto dista la spiaggia più vicina in passi di bambino.

Chiede il pdf del menù del ristorante, la foto delle cameriere e la fedina penale del bagnino.

Vuole sapere quante persone ci saranno mentre lui sarà lì, in vacanza, pretende di avere il posto auto personale anche se il vostro albergo non ha il garage, lui vuole che lo costruiate per tempo, visto che prenota due anni prima.

E poi vuole avere il programma dell’animazione in spiaggia in anticipo per poter programmare l’intrattenimento, fino all’ultimo fottuto minuto, avere la moglie sulla prima fila di cyclette a hydrobike e il figlio vincitore di tutti i giochi-aperitivo.

Insomma, il primo prototipo di turista a Rimini me lo immagino rompicoglioni come Furio di Carlo Verdone e alienato come Alfano.

Il secondo prototipo del vostro turista, secondo me, è lo sfascione.

Come lo chiamate qui?! A Roma si dice sfascione, l’individuo che concepisce la vacanza come un’occasione di massacro fisico e cerebrale, di annullamento istantaneo di tutti i freni inibitori, di tutti i neuroni rimastigli e di tutte le regole base di buon costume, ai confini con l’illegalità.

Perché la legalità appartiene al suo posto di lavoro, tutto il resto è, appunto, sfascio.

Lo sfascione usa la camera soltanto per dormirci un paio di ore al mattino anzi, non solo la camera ma qualsiasi posto del vostro albergo lo accolga, nel momento in cui l’alcool non lo regge più in piedi.

Sopra alle piante grasse, sul divano nella hall, sopra al tavolo della colazione, a terra, davanti al banco del ricevimento.

Lo sfascione usa la vostra struttura come fosse il cesso del Cocoricò, il marciapiede di Ibiza, il prato del concerto di Vasco, la stazione di Riccione durante la notte Rosa.

 Per lui, la parola full-credit per lui vuol dire Attila, Trump e Kim, in un unico cognome: il suo.

Per lui, la parola pensione completa vuol dire Scateniamo l’inferno e non lasciamo manco le ceneri di questo posto, ragazzi!

E a questo proposito, domattina, nell albergo che ho prenotato stanotte, scopriranno quale prototipo di turista sia.

 

Dedicato con affetto a Orfeo.

 

ESTATE: DICO NO

COSE FASTIDIOSE

DIRE NO.

Dico No all’ estate, ma non a tutta l’Estate in generale.

Dico No a un sacco di cose che siamo costretti a fare in Estate.

Dico No alle canzoni estive col ritornello che va fischiettato per 40 minuti, fino a quando non vai in iper-ventilazione.

Dico No ai maschi con le tartarughe unte che ballano in pareo, con la caipirinha in mano.

Dico No al grido “Su le Mani”.

Dico No al sedere delle cubiste che ti ritrovi in faccia mentre stai mangiando, al locale.

Dico No alla caraffa sociale, quella con il cocktail annacquato e 40 cannucce che ci sbavano dentro.

Dico No allo stormo di quad guidati da ragazzine sbronze che si cappottano, bloccano il traffico e ti chiedono una mano sotto il sole a 40°.

Dico No alle canottiere strech dei maschi.

Dico No alla povera Fiat Punto affittata da 8 baresi sudati.

Dico No alle carovane in autostrada, con le famiglie che si scambiano le merende dai finestrini.

Dico No al bambino alle prese con la costruzione del fossato del suo castello di sabbia, che ti rovescia montagne di sabbia e cicche, sull’ asciugamano.

Dico No al padre del bimbo del castello, che vedendo i tuoi gesti di disappunto, vuole fare a botte sul bagnasciuga.

Dico No al piano Bar e a tutti gli eredi di Umberto Smaila.

Dico No agli spray abbronzanti della tua vicina di ombrellone e al vento contro che ti manda in gola la lozione al cocco.

Dico No e lo dico almeno 40 volte all’ora, al venditore ambulante, visto che secondo lui avrei assoluto bisogno del batman gonfiabile che ha in groppa.

Dico No al grattacheccaro maledetto, che si ferma davanti al mio asciugamano, non appena riesco finalmente a prendere sonno, avendo appena mandato via quel bastardo del Cocco.

Dico No ai mondiali di racchettoni o di calciotto, sempre davanti al mio fottuto telo da mare.

Dico No al bagnino che alle 18:59 ti chiude la sdraio mentre ci sei dentro.

Dico No all’ombrellone che ti arriva sul torace a 80 km/h con dietro la ragazza scema che ti chiede scusa ma te lo lascia conficcato nel costato, incapace di prendere una qualsiasi iniziativa.

Dico No al casellante che non ti apre la sbarra se non gli dai il numero di telefono.

Stesso No al bagnino ( non che io sia così irresistibile, è che queste categorie possono approfittare del sesso opposto solo 4 mesi l’anno).

Dico No alla massaggiatrice cinese, ma lei continua a dirmi masage, mentre si accanisce sulla mia schiena, riempiendomi di colpetti.

Dico No alla tracina sotto il piede mentre stai uscendo dall’acqua imitando Ursula Andress in 007, per salutare quello che ti piace.

Dico No alle foto da sirenetti dei tuoi amici sul bagnasciuga che vedi su facebook, mentre tu stai sudando in azienda.

Dico No al torsolo della pesca sbavato che tuo figlio ha trovato nella sabbia e che sta succhiando con gusto da tempo indeterminato.

Dico No all’applauso al tramonto, ma lo dico mentre tutti applaudono e nessuno mi sente.

Dico No alla festa reggaeton del tuo vicino di bungalow.

Dico No all’ora di acquagym e a tutte le attività anti-cerebrali alle quali sei costretto a partecipare dagli animatori di villaggio.

Dico No al pantalone di lino bianco e di conseguenza, alla festa ” tutti in bianco “.

Dico No al Pineta, al Cocoricò e a tutti coloro che si fottono lo stipendio per “prendere un tavolo”.

Dico No alla festa Chupito, dove sei costretto a ingerire dozzine di soluzioni liquide chimiche estremamente compromettenti per il tuo fegato.

Dico No al pantalone di lino bianco (si lo so, già l’ho detto ma ci tengo davvero).

E tu? A cosa dici no?