IL SALUTO CICLISTA

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Più o meno da un anno mi sono avvicinata al mondo del ciclismo.

Mi trovo quindi a dover a che fare, mio malgrado coi ciclisti, diciamo dilettanti, anche se personalmente non amo questo termine, mi sa di sinonimo di pippa mentre io me la cavo.

Possiedo una bella mountain bike elettrica della Bianchi, alla quale sono affezionata come fosse la sorella che non ho; se dovessi beccare in flagrante qualcuno in procinto di rubarmela, sarei capace di ferirlo a morte, non a mani nude ma col mio bullock di ultima generazione e di trenta chili che porto sempre con me, nello zainetto.

Con la mia bici vado prevalentemente nei boschi ma per le operazioni urbane mi capita di bazzicare la strada ed è lì che incontro gli altri ciclisti che, nonostante disprezzino quelli col motore, conservano comunque quel bizzarro codice comportamentale che li obbliga a salutarti.

Sia che stiano penando su una salita con la pendenza di una parete, sia che stiano scendendo in picchiata, con la pelle del viso che gli penzola come le code dei cappelli scandinavi, dai loro pori esce una specie di ciao fraterno che  significa cose oscene tipo “ Anche tu, eh?”, “Bello, vero?!”, “Siamo una squadra fortissimi, nevvero?!”, “Ciao socia!” .

A me il coraggio non mi manca ma c’è qualcosa che mi inibisce dal gridar loro, “Mi scusi ma chi è lei?”, direttamente dal manubrio.

Se li incontro faccio di tutto per non incrociare il loro sguardo perché non voglio avere amici vestiti in quel modo.

Mi vergognerei a fermarmi in qualche trattoria emiliana per entrarvi assieme a gente vestita con ripugnanti colori fluo, le tutine imbottite sul sedere, il logo del concessionario su quel sedere imbottito, i caschetti lucidi, le bandane sotto ai caschetti e gli occhiali da calabrone, no.

Chi vi conosce? Io no.

Tuttavia, la voglia di sbirciare verso di loro per vedere che modello abbiano vince sempre su tutto e quindi cerco di studiare il loro mezzo, mentre sono in velocità,  senza muovere collo e testa, spostando solo lo sguardo che penso protetto dagli occhiali da calabrone ma loro hanno il sesto senso del ciclista e mi gridano ciao.

Mi tirano il loro saluto come fosse un sasso, la pietra torna-indietro di Fantaghirò che mi si piazza sul manubrio e mi dice “Sei una di loro, capito?! Sei una ciclista!”

No.

Io non sono una di loro.

Non mangio barrette energetiche, pneumatiche, non mi vesto come Yuri Chechi, non ho le borracce infilate nella schiena e soprattutto non sono in grado di riparare la bici coi famosi coltellini tutto in uno.

Dentro a quegli attrezzi riposa il mio sangue.

Porto la bici in officina gridando, “Mi aiuti! Ho bucato!” ed il tizio mi ricorda stizzito che ogni tanto, le ruote bisognerebbe gonfiarle.

Non sono come loro.

Ho anche il cestino.

Quando ho comprato la mia potentissima MTB e ho chiesto il cestino, il ragazzo del negozio mi ha accompagnata fuori e ha abbassato la serranda.

Ho dovuto aspettare fuori più di un’ora, prima che capisse che da lì non me ne sarei mai andata senza cestino.

Così me lo ha messo.

Non in vimini ma me lo ha messo.

Sono andata a fare il giro dell’Etna col cestino e nei boschi, uno dei ganci si è infilato nella ruota posteriore e ho visto la morte in faccia.

Era lei, sull’Etna, con la falce, il mantello e tutto.

Mentre cadevo di faccia contro la radice di un pino, l’ho sentita gridare “Morirai da ciclista!”.

E invece no.

Sono ancora qui e pretendo di sapere se ci siamo già incontrati da qualche parte perché altrimenti, cazzo salutate?