NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

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Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

https://www.afterfestival.it/

 

GLI ODIATORI

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Grazie alla rete ho scoperto tante cose, questioni e categorie di persone unitesi nel macrocosmo virtuale come si fa con le religioni.

Tra queste categorie vi è l’immensa milizia degli odiatori.

Gli odiatori sono persone che hanno scelto di eliminare tossine in rete come se questa fosse un luogo dove chiunque digita una stronzata qualsiasi automaticamente la trasforma in Verità.

Ma la verità, per quanto la si pigli per il naso e la si manipoli come plastilina, resta identica e sé stessa e soprattutto è poco incline ad aderire al giudizio di qualcuno conferendogli autorità.

La verità non è amica di nessuno, è un tipo piuttosto solitario.

Pare invece che sull’internet questa faccenda di non essere presenti fisicamente ma con una propria personalità digitale, doni a certuni non solo la certezza di possedere la sapienza assoluta ma anche la capacità di mostrare la punta più alta del proprio lato peggiore, con la garanzia di non poter toccare mai simili altezze nella vita reale.

Mi pare di aver capito infatti che questa milizia si faccia forte del fatto che le discussioni in rete, per quanto prendano piega feroce, restino pur sempre dentro ad uno schermo che quando si vuole lo si può abbassare come la tavoletta, per tornare a vivere e che questo rapido processo on-off log-in/log-out, simile a quello dei videogiochi, incentivi la rabbia più canina.

Sapendo che chi insulta non potrà con facili metodi essere scovato a casa e picchiato insieme alla sua famiglia da chi ha subìto l’oltraggio, uno si scatena e insulta con maggior astio.

Che uno si scateni e insulti potrei anche capirlo, se restasse uno.

Ma tanti no.

Tanti è pericoloso.

E sono tantissimi a prendere il loro sacchetto di rabbia, a farcirlo con tutte le frustrazioni e i complessi dei tempi dell’asilo e a lanciarsi contro la rete come Pagliuca, come Don Chisciotte, alla ricerca della discussione ideale dentro alla quale introdursi con un commento, acquisendo ora le sembianze di Mosè, ora quelle di Garibaldi nella loro versione più incazzata.

La milizia della gente che odia a tempo indeterminato incendia i post come fossero campi coltivati in odore di mafia.

C’è chi insulta quello che ha sbagliato a scrivere un verbo, chi aggredisce il vegano, chi quello che ha postato la foto del salamino di cinghiale o una canzone dei Blur di quelle commerciali.

C’è chi si proclama contro l’aborto promettendo la morte a chi professa il contrario, chi si scaglia contro i razzisti, gli zingari e il governo, contro il ragazzo che pubblica i video con la sua musica che non è abbastanza indie, democratica, internazionale ma che faccia l’occhiolino al proprio paese, folk ma con accenni sfumati all’elettronica.

C’è chi odia quelli che non sono del suo partito politico e quelli che sono del suo partito politico ma non si applicano.

Ho scoperto che le persone che fanno di mestiere gli odiatori (nel senso che vi dedicano tempo e risorse come se si trattasse di un mestiere) hanno poca misura.

Se un odiatore non è d’accordo con uno che ha dichiarato sul web il proprio amore alla Juve, siate certi che non scriverà “Non mi trovi d’accordo, anzi, Daje lupi!” ma la conversazione telematica si concluderà con auguri di morte per scabbia a lui e a tutto il suo albero genealogico, che deve crepare peggio, avendo peccato nel partorirlo.

Di una cosa non si può di certo accusare la milizia degli odiatori: che te la mandino a dire.

La gente che odia in rete non solo dice ciò che pensa (il che già sarebbe grave se diamo ai loro post la dignità di pensieri), ma dice assolutamente molto di più di ciò che sarebbe consentito pensare.

Sono certa che conosciate qualcuno appartenente alla setta degli odiatori.

Gli adepti della stessa non scherzano coi sentimenti e, quando sono saturi di dolore perché non hanno insultato adeguatamente, tolgono l’amicizia.

E questa dell’amicizia tolta sarebbe davvero una delle cose più umilianti che esistono sulla terra se accadesse realmente, invece gli odiatori se t’incontrano per strada sembrano soffrire d’improvvisa amnesia e non si ricordano di averti maledetto ma ti abbracciano e ti baciano come se niente fosse.

Che Giuda arrossirebbe ma loro no perché la vita reale è tutta un’altra, ipocrita cosa.

Gli odiatori tolgono l’amicizia sul social convinti, con questo coraggioso gesto, di cooperare alle grandi rivoluzioni della storia dell’umanità, sicuri che tutto il loro odio cosmico sia utile al cambiamento sociale, soprattutto se tale odio è provocato dalla tua dichiarazione sul social che non ti piacciono i Queen.

Meriti la malaria se non ti piacciono i Queen, capisci?!

I Queen non possono non piacere quindi se non ti piacciono, i tuoi figli devono morire perché che se ne fanno di un padre che non si ascolta i Queen?!

Muori male, allora, secondo verdetto degli odiatori.

Oppure fai log-out prima degli odiatori, se capisci di essere sotto assedio.

Oppure, ancor peggio di ogni sorta di provocazione, non dar loro conto e prosegui il tuo peregrinare sul mondo virtuale e nella bella vita reale, con la stessa capacità da ginnasta artistico di sventolartene la minchia, di queste scemitudini.

 

QUEL LIKE DI TROPPO GLI FU LETALE

COSE FASTIDIOSE

Se sono in una zona coperta da lussurioso wify, non riesco a starmene lontana dal mio smartphone neanche per otto, ridicoli minuti: devo cliccà.
Se so che ho linea internet gratis e supersonica, mi metto lì e non vado certo sul sito di Micromega, per leggere cosa succede nel mondo; mi tuffo su instagram e twitto un inferno di foto e stronzate.
Però al contrario di voi, io ho una giustificazione: vivo in un posto dove l’adsl è come l’acqua in Burkina Faso.
La fibra, nella mia casa in cima alle colline, è solo una che ti mangi la mattina per andare in bagno regolare, quindi è normale che quando vado in città e sul telefono appare la linguetta che segnala rete poderosa e gratuita, mi esalto e perdo di vista la mia dignità intellettuale.
Voi che invece avete internet facile, veloce e quotidiano, dovreste imparare a praticare la disciplina del digiuno telematico, che forse è davvero l’ultima tendenza in fatto di stilosismi: godersi otto minuti di vita senza dirlo agli altri è davvero da fighi.
Fotografare solo con gli occhi il presente, non sentirsi obbligati a taggarci sopra un amico, smettere di fare petting con l’ Iphone e non aspettarsi un centinaio di like, è la nuova, vera libidine. 
Ma forse è roba troppo d’avanguardia, il digiuno telematico, come un quadro di Fontana all’epoca in cui uscì.
Il like possiede ancora la nostra vita perché il social possiede le redini della costruzione di un’opinione che gli altri si fanno di noi.
Il like: uno strumento talmente potente che non puoi permetterti di utilizzarlo piacevolmente a cazzo come un tempo, ma devi farlo con giudizio, dopo un’analisi preliminare molto accurata, perché con un click puoi combinare un sacco di guai.
C’è chi per un like di troppo o uno in meno, ti cancella dalle amicizie, non vuole più vederti o ti tiene il muso.
C’è chi fa delle analisi statistiche sull’andamento della propria vita, basandosi sui likes e in base ad essi si deprime, si esalta, cambia la foto del profilo o stermina la famiglia.
Ci sono quelli che ti tengono d’occhio, che ogni mattina si svegliano e sanno che dovranno avere più likes sia del leone che della gazzella o almeno di tutti i colleghi, ma soprattutto sanno che dovranno controllare con ferocia e precisione se tra i tanti apprezzamenti che affollano il loro status, c’è il tuo o se ti sei dimenticato di loro.
E a quel punto è la fine. 
Tu pensi che il tuo like passi inosservato tra i cento presenti, pensi che non farà la differenza e invece loro sono lì, ad aprire la tendina per scrutare uno per uno, tutti i nomi della lista di mi piace che hanno collezionato e se il tuo non c’è, sono cazzi amari. 
I precisi del like io li immagino a produrre un report settimanale con la curva del loro gradimento, seduti ad un tavolo da architetto.
Me li immagino a compilare una ricerca accurata dedicata ai likes d’affetto, quei likes che non hanno niente a che vedere con la qualità o il gradimento di ciò che hanno postato, ma che fanno riferimento solo alla fedeltà di un amico.
Una specie di like a prescindere, dentro il quale è presente il sotto-testo: “ti voglio bene, qualsiasi cosa tu faccia, amico mio, anche se posti un brano degli Slayer, per me tu sei il migliore!”
 Per quanto mi riguarda, metto un sacco di like per timore di ritorsioni; ci sono però dei post davanti ai quali la mia mano si paralizza: quelli con le foto degli animali travestiti da neonati o di ragazze che guardano la luna con frasi poetiche in sovrimpressione, tipo:
”Il cuore di chi ama vive per sempre”, “La gelosia è la bellissima spina nella rosa dell’amore”, “chi mi ha mentito non mi merita”.
 Quando vedo immagini di questo genere vorrei che oltre al “mi piace” e “non mi piace”, ci fosse il bottone “va a farti fottere” .
Una emoticon a forma di catena di cesso, perché ormai il dito medio è troppo inflazionato: una bella catena che quando ci clicchi sopra ti fa anche l’effetto sonoro.
A quel punto, la si potrebbe adottare anche con quelli che ti mandano le catene su whatsapp: 
”Se invii questo cuore ad altre dieci amiche alle quali vuoi bene, tra tre ore e quindici si avvererà un desiderio! L’ho provato, funziona!!”
Te la dò io la catena, imbecille. 
- “L’amore è l’incontro tra due persone scritto nel muro del destino!”
- “Arianna ti ha inviato uno sciacquone!”
 Gli individui che cercano di abbordarti via social network sono un’altra categoria che annegherei nel mio sciacquone telematico. 
C’è un esercito di creature deplorevoli di tutti i sessi, che tenta approcci da elemosina con messaggi pieni di cuori, accompagnati solo dal miserabile testo: “CIAO”.
Ciao cosa?! Chi sei?
Insomma, un messaggi su facebook è gratis, perché non investi un paio di secondi e di pelle delle dita per scrivere almeno un “Ciao, sono Biagio e mi piacerebbe conoscerti”.
Perché solo questo CIAO che presuppone che io già sappia cosa vuoi? Un CIAO che include tutto un sotto-testo di sussurri che dicono “Mi annoio a morte, Ti va ti limonare in rete?”
Prima di partire con lo sciacquone, mi piace fingere di essere cordiale e di voler approfondire: 
-Ciao, ci conosciamo?
-No, piacere sono Biagio.
-Ciao Biagio, capisco che non sia facile intuire dal computer il tono della mia domanda, ma c’è un’altra possibilità di traduzione oltre al “Ciao vogliamo conoscerci?” ed è “Ho mai incrociato realmente il tuo muso purulento in giro, di persona?! Oppure la tua vita è così malmessa che fai un giro sui profili degli sconosciuti per mandare “ciai” a random, e vedere che si rimedia?”
-Non fare l’antipatica, dai. Possiamo vederci per un aperitivo se ti va, così ci conosciamo dal vivo e non hai più scuse!

(faccetta, faccetta, faccetta)

-Guarda Giacomo, ti ringrazio ma è da quando sono piccola che rinuncio con dispiacere alle caramelle drogate per la storia di non dar retta agli sconosciuti, figurati se mi accontento di un aperitivo. Se tu e la tua Alfa 133 che hai sulla foto del tuo profilo, siete in cerca, uscite. Andatevene ai giardinetti, al bar, all’oratorio o agli apericena, ma vi prego: abbiate cura di voi fuori dalla mia portata anche telematica.
Sciacquone.
Mi spiace ammetterlo ma trovo irresistibile certa umiliazione via cavo perché è nazional-popolare, puoi sfogarti senza sapere ceto sociale e professione, toglie ogni filtro di buon costume e puoi accanirti in maniera libera senza temere un sguardo che potrebbe farti tenerezza o compassione.
Così, un innocuo CIAO, un campione qualsiasi di umanità preso a caso e in contropiede, diventa l’agnello sacrificale di tutte le mie insofferenze sociali.
E il wify manco si paga.

Vuoi vedere il live del pezzo, dal reading tristocomico di Madame Pipì?

DELIRIUM SELFIES

SINFONIE

 

Da quando è nata la moda del selfie sono aumentati i ricoveri al pronto soccorso.

Siamo disposti a fare doppi salti carpiati pur di farci un selfie quando il momento è propizio e anche io quando meno me lo aspetto mi pianto in faccia il telefonino e scatto, noncurante di cosa stia pestando mentre cammino.

Sono troppo impegnata a settare la perfezione della mia espressione per badare alla mia incolumità.

Tutti i giorni nel mondo c’è qualcuno che mette a rischio la propria salute per farsi un autoscatto;

Già: mi piacerebbe dare il giusto rispetto al termine originale però mi rendo conto che “autoscatto” non regge il confronto, non rende l’idea quanto la parola “selfie”, un termine da Caro Diario ma anche da top di H&M insomma, un termine fico.

Quindi a malincuore mi tocca mantenerlo per tutta la durata di questa mia breve riflessione, il fottuto termine che è selfie.

A causa sua perdo quotidianamente un po’ della mia dignità: mi arrampico in cima al tetto della mia auto coi tacchi, mi sdraio sulla striscia bianca a metà carreggiata oppure faccio le corna dietro la schiena del bodyguard, in discoteca.

Pur di selfarmi accetto di slogarmi le caviglie, di sbucciarmi il ginocchio o di sbattere la fronte contro il cartello piazzato fuori dal ristorante dove ho scelto di fare check-in.

Pur di postare il mio musaccio sul muro del mio social sono disposta ad appoggiare la nuca contro il muro vero, quello della metropolitana di Londra, accanto alla piastrella con il nome della fermata e a dozzine di sputi e schizzi non identificati. Quanti cellulari caduti nel cesso, quante fronti contuse a causa del “selfie aereo”, lo scatto dall’alto che richiede equilibrio e forza mostruosa nelle braccia da vero rugbista e chissà quanti schiaffi e quante monte a sorpresa i rugbisti, mentre si fanno il loro selfie in campo per far emozionare le ragazze col loro faccione infangato.

A me piace selfarmi nei boschi per far vedere che il lunedì mattina passeggio sotto i castagni mentre gli altri sono in ufficio ma in autunno piove e cadono le foglie, le vigne sono spoglie e il panorama alle mie spalle è troppo triste per non essere photoshoppato e così, quando gli altri escono dagli uffici io sono ancora lì, con la faccia dentro al computer a ritoccarmi il selfie.

Il selfie crea dipendenza, uno tira l’altro, non riesci a resistere. Sono in ascensore con sei amiche e le convinco a farci un bel selfie ma non tengo presente che il peso di sei femmine e delle loro borse, spostato tutto da un lato, sposta di asse l’ascensore che magari si blocca e a quel punto vai di selfie che scriviamo su facebook che siamo bloccate in ascensore!

C’è una vecchietta che non trova posto sul tram ma cosa me ne fotte, guarda che bel selfie che mi faccio adesso, seduta e comoda col finestrino e la città che fugge dietro!

Al volante. Che meraviglia il selfaggio selvaggio mentre guido! Nel traffico però devo essere discreta perché è proibito e poi la gente dentro alle altre vetture mi può vedere e pensare quanto sono cretina, sempre che non si sta selfando a sua volta. Allora metto il cellulare davanti al conta chilometri, ammucchio le labbra tutte al centro della faccia e scatto in pochissimi secondi, tornando poi subito ad un’espressione asettica, discreta, da traffico.

A tavola si fredda tutto ma vuoi mettere selfarsi davanti al risotto coi funghi?!

Amo anche farmi i selfie coi bambini che piangono, mi metto al fianco di mia nipote quando piange con tutto il muco che gli cola sul piccolo mento e mi selfo con la faccia dispiaciuta: più piange più il selfie si perfeziona e tocca punte di eccellenza.

Da quando c’è il selfie vado più spesso dal parrucchiere perché la foto col taglio nuovo è una consuetudine accettata dalla società come una legge anzi, di più. Speriamo solo che non se lo faccia il parrucchiere il selfie, mentre mi taglia i capelli che magari si sbaglia e con la giugulare recisa potrei perdere, più che la vita, la sensibilità al braccio e non potermi più selfare.

Sarebbe orribile.

Si selfie chi può, selfamo un selfie, ci selfiamo domani, li selfacci tua.

 

RIP

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

A volte apri facebook o semplicemente ansa (che ormai ha lo stesso valore mediatico di facebook ) e vedi che è morto un artista.
Lo vedi su tutte le bacheche degli amici, su tutti i titoli e in tempo quasi reale.
A volte non è neanche morto per davvero.
E’ assurdo ma esiste anche questo: esistono scoop su presunte morti che leggi sui muri dei tuoi amici.
Notizie prese da fonti di dubbia credibilità tipo illercio.it oppure noncipossocredere.com, fonti che ti costringono a dubitare non solo della veridicità della notizia, ma anche delle facoltà mentali dei tuoi amici che si servono di queste fonti di informazione.
Poi arrivano le smentite oppure non arrivano e ti resta il dubbio fino a quando la vedi in tv quell’attrice morta e dici, ma non era morta?!
E’ una sensazione simpatica in cui prendi poco sul serio perfino la morte che, evidentemente risulta poco credibile.
A volte ho la sensazione che siano i giornali a fare secco quel musicista o quel soprano perchè la notizia arriva quasi in anticipo o immediatamente dopo l’ultimo respiro.
O forse la stampa paga qualche giovane laureato per fargli fare un turno di presidio davanti agli obitori delle grandi città ed avere l’anteprima assoluta quando esce o entra una salma importante.
In questi giorni le bacheche, ad esempio, sono state terreno fertile per messaggi di affetto e stima a Giorgio Faletti, artista italiano completo, eclettico, versatile e purtroppo morto.
Sulla sua carriera artistica troverete di tutto, soprattutto in questi giorni e Giorgio questa settimana, avrà ricevuto un numero galattico di click di like e di shares sul suo sito;
Una pioggia di consensi che forse non ha mai ricevuto in tutta la sua carriera.
Carriera quella dell’artista durante la quale, nella maggior parte dei casi, passi la vita povero, facendoti un sedere di una dimensione che solo gli artisti possono immaginare.
Gli artisti passano la loro vita lottando contro la sindrome delle due “o”: in bilico tra ovazione e oblio.
In numerosi casi l’ovazione e l’oblio non dipendono neanche dalla qualità della loro arte ma da una temperatura che non ha nulla di ragionevole e che il pubblico elargisce in maniera poco intelligente e legata alla quantità di pubblico che la elargisce.
Cantanti come Lady Gaga che diventano divinità nonostante facciano musica discutibile e vadano agli eventi vestiti con pezzi di carne bovina appena macellata.
Attori dimenticati solo perché fanno scelte mediatiche sbagliate, tipo dichiarare una malattia o una tendenza sessuale.
Artisti diffamati da luoghi comuni e pettegolezzi mediocri diffusi da minoranze mentali, come “Masini porta sfiga” .
Certo, forse Masini come esempio non vale perché  con la sua musica non si è proposto proprio come icona dell’ottimismo.
Comunque, anche se non lo ammetterà, l’artista tipo non vede l’ora di morire.
Solo morendo infatti, entra senza fatica nel grande libro dei miti e ci entra a prescindere da successi e insuccessi.
Gli artisti rimasti in vita mandano un messaggino su twitter con “Io lo conoscevo/quando muore un grande amico/indimenticabile collega”.
E twittano per il gusto morboso di cavalcare l’accelerazione mediatica innescata dal collega schiattato.
Il pubblico, dopo aver letto la twittata, pensa che alla fine non era così malaccio quell’artista e corre a comprarsi il libro o il dvd.
I dipendenti delle produzioni e delle edizioni fanno le notti per ristampare, editare, pubblicare numeri speciali, omaggi e requiem platinum.
E l’artista nel frattempo da lassù (perché gli artisti col culo che si fanno in vita, sono certa che vanno in paradiso) vorrebbe prendere a sassate pubblico e colleghi, ma in paradiso non si può.
Però l’artista desidera in gran segreto di lapidarli tutti: pubblico, manager, giornalisti e colleghi artisti che quando era in vita, avevano un giudizio sulla sua vita privata e la sua arte estremamente inflessibile e forse proprio a causa di questo giudizio è schiattato.