IN-FITS

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Tra le mura di casa propria è sempre molto difficile difendersi poiché non sono infiniti gli spazi dove potersi nascondere o scappare quando le persone con cui viviamo escono dalle loro camere ed iniziano a girare per casa vestite di merda, coi loro pigiami di flanella e le tute di alcantara.

Chi sostiene di volerci bene non lo dimostra di certo nei fatti concreti, considerando la pena che può provocare la vista di certi indumenti da casa ma soprattutto degli abbinamenti che ci si augura siano sempre frutto del caso e non di una scelta studiata.

Per qualche misterioso motivo, gli uomini pensano che questa piaga riguardi solo le donne e si sentono immuni alla tragedia casalinga dei calzettoni dentro alle ciabattine o ai pantaloni cosparsi di animaletti, con le ginocchia lacerate di buchi; gli uomini immaginano ciò per via di quella bizzarra diceria secondo cui il maschio trasandato sia affascinante.

Eppure io, che di fascino vado sempre alla ricerca, non riesco proprio ad individuarlo in un pigiama di cotone beige con la patta sbrindellata, in un paio di calzettoni di spugna consunti o in una felpa verde fosforescente da attore orientale cattivo nei film con Bruce Lee.

Il fascino, questi indumenti, lo pigliano a bastonate in faccia anche se sei modello di professione.

Si dovrebbero rispettare i propri familiari evitando certi outfits che fanno il verso a Lebowski.

Prima di aprire il cassetto delle tute ci si dovrebbe chiedere se sia bene averne uno, visto che all’interno riposano vestiti in grado di far cascare occhi e genitali di chi guarda, in terra.

Eppure, quando torniamo a casa non vediamo l’ora di trasformarci in spaventapasseri agghindati a metà strada tra un aiutante di Babbo Natale con problemi di droga e la versione di Mazinga all’uncinetto e se questa non è considerabile violenza casalinga, cos’altro potrebbe esserlo?

 

 

Dedicato a Barbara per avermi ispirato coi suoi outfits.

IL BLOGGER MIGLIORA IL MONDO?

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Quando mi chiedono di parlare del blog di Madame Pipì provo sempre molto imbarazzo.

Non perché il blog abbia come titolo un appellativo che usiamo per definire la signora delle pulizie negli autogrill francesi.

Ma perché la parola blog mi crea orticaria.

Non ci sarebbe niente di male in questa paroletta proveniente dal nuovo vocabolario della rete, non mi provocherebbe prurito anzi, al contrario mi salverebbe dall’imprudenza di definirmi scrittore in un tempo in cui i racconti non è bene che provengano da chi pubblica libri, perché i racconti si sa, stanno meglio nel blog.

Il blog definirebbe perfettamente il contenitore che è Madame Pipì e non mi darebbe così fastidio dirlo se fosse per la figura del blogger.

Sentir qualcuno definirsi blogger mi ribalta le viscere, porta il sangue al mio cervello in avanzato stato di ebollizione e mi fa subito imprecare contro chi accetta di chiamare mestiere questa definizione.

Il blogger nel mio immaginario se ne va in giro con la borsa che gli sfrega sul tricipite, gli occhiali tondi leopardati e il leggings nero.

Se ne va alle conferenze e prende la cartella stampa pur non avendone diritto e senza mai aprirla per leggerne i contenuti.

Se la tiene sul petto con lo sguardo affaticato dai mille impegni che lo aspettano davanti al computer in quanto blogger.

Il blogger ha spesso un povero cagnolino phonato che lo segue agli eventi e non so che istinto primordiale che lo richiama al dovere di postare qualcosa su instagram ogni otto ore.

Una regolarità sociale che senz’altro non replica in bagno perché il blogger in bagno ci va solo per usare quella bb cream o quell’acqua profumata che si è fatto inviare gratuitamente a casa in cambio di una recensione.

Non ho niente contro il blogger, anche se non si direbbe.

E’ la parola.

Una parola che è causa di associazioni mentali che molestano profondamente i miei sensi.

A me il blogger sa di opinionista e dire le proprie opinioni non può diventare una professione retribuita altrimenti non c’è davvero più meritocrazia perché un’opinione ce l’abbiamo tutti, non c’è bisogno di andarsela a comprare.

A che titolo gli opinionisti propongono il loro pensiero nei salotti televisivi?

Potrei capire gli assistenti sociali, gli storici, coi filosofi siamo proprio al limite con l’assurdo ma l’opinionista non s’imbarazza a farsi chiamare così?!

Perché a me toglierebbe il sonno sapere di esser pagata per dire la mia riguardo fatti che non son mai di rilievo ma sempre rasenti alla cazzata.

Riguardo il calciatore che si è fidanzato o l’abito dell’attrice alla prima che proprio stonava con la sua borsetta.

Il blogger mi sa di opinionista ma anche di roba peggiore: di outfit consigliato, di must-have, di foodporn e di tagsforlike mentre io vorrei solo vivere serena senza le istruzioni di qualche stronzo col problema dello shopping compulsivo e il telecomando facile che vuol darmi le tavole con le leggi in fatto di ultime tendenze.

Allora, quando mi chiedono cos’è Madame Pipì me le invento tutte per sfuggire a questo pregiudizio sul blogger che mi martella la testa e dico che si tratta di un sito web, di un giornalino o di un libretto virtuale, di una porcheria, di una roba immonda che fa il verso a questo o quell’umorista, di una pagina inutile dove riverso i miei problemi esistenziali, di qualsiasi strafottuta cosa però non si un blog.

Perché il blog presuppone che ci sia un blogger e io ho già fatto tanti mestieri dequalificanti nella mia vita.

FUORI IN 60 SECONDI

COSE FASTIDIOSE

Qualcuno ci salvi. Noo, tu no. Tu resta lì appeso.

 

Sono appena rientrata a casa, bevo un bicchiere d’acqua e vi racconto.

Devo riposarmi un attimo, ok?!

Tutti i miei sensi sono sotto stress in questo momento.

Tutti, ad eccezione del tatto.

Eh, mi son guardata bene io dal toccare qualcosa.

Le uniche cose toccate, lo ammetto, sono quelle che ho dovuto comprare e il sacchetto che le contiene.

Il sacchetto è qui in casa ora, e ha stampato sopra entrambi i lati il torso di un ragazzo minorenne

tutto scolpito dalle polveri anabolizzanti che gli compra di sicuro la mamma.

Così può dire alle amiche che suo figlio fa il modello, che anche se non si vede la faccia sul sacchetto, quel blob di muscoli oliati è il suo Mark.

Posto che mamme di questo tipo andrebbero immediatamente trasferite nelle prigioni messicane dimenticate dal Signore, non è di questo che mi voglio sfogare con voi.

Innanzitutto non è stata una mia scelta.

No, voglio svincolarmi subito dalla possibilità che pensiate sia mia abitudine andare in certi posti.

La mia famiglia è variegata e purtroppo uno dei miei fratelli non riesce a uscire dal problema.

E’ coinvolto in una seria e preoccupante attitudine per tutto ciò che viene diffuso dai Media come “prodotto cool”.

E’ un ragazzo sano per il resto, un buon padre di famiglia e un ottimo professionista.

Ma nelle persone apparentemente brillanti, spesso si nasconde il vero disagio.

Insomma per il suo compleanno mi chiede di entrare lì, dove nessun essere umano con dignità si sognerebbe di entrare: nello Store Abercrombie.

Non solo mi chiede di entrare, ma pretende anche che il budget destinato per il suo regalo di compleanno venga speso lì.

Compleanno n°42 ( se  certi problemi non vengono affrontati e risolti prima, d’altronde, poi uno se li trascina per tutta la vita ).

Allora io, con coraggio e affetto, mi trascino in bicicletta nella zona più chic della città.

La zona dove i signori in giacca e cravatta ti guardano il sedere in pausa pranzo (per capirci) e le ragazze sembrano tutte avvocatesse:

collant 40 denari, tacco firmato, abitino serio, occhiale, telefonino…

E lì, in fondo a questa passerella, ecco un palazzo elegantissimo tutto merli e colonne, senza però nessun tipo di insegna pubblicitaria, fuori.

Riconosco che si tratta dell’ Orrido dove dovrò entrare perché è da circa 500 metri che il mio naso lotta contro un odore acuto di un’ acqua di colonia  ignobile che appesta tutto il quartiere.

Un odore che ti inietta dentro, oltre a questa essenza di…pino acido, un repentino fastidio nei confronti di tutti gli esseri umani che incroci.

Mica sono una che si fa intimorire dagli odori io.

E’ che sono in bicicletta e ho gli occhi che mi lacrimano, che mi bruciano da questo porco profumo.

Sembra che Dio abbia rovesciato un deodorante per l’ambiente, per quantità destinato a tutto l’universo, solo qui. Sopra questo fottuto quartiere.

Ora ho capito perché le avvocatesse hanno tutte gli occhiali, anzi che non hanno le maschere con aria pressurizzata nella borsetta.

Finalmente riesco ad arrivare alla porta dell’Orrido.

Sulla porta ci sono due biondini minorenni (potrebbero essere i miei figli se fossi nata a Beverly Hills) che sembrano pagati per doversi spogliare da un momento all’altro.

Hanno l’aria di chi pensa che tu sia uno specchio, avete presente?!

Ti guardano ma in realtà stanno guardando che reazione che fanno su di te.

Devono aver capito la reazione che fanno a me perché sembrano spaventati e manco mi salutano, mentre entro.

Fuori dal negozio sono le 2 di pomeriggio di una fine Maggio luminosissima.

Dentro il negozio sono le 2 di notte in una discoteca di Ibiza alla festa di chiusura stagione.

Entro con la sensazione che al minimo imprevisto finirò al commissariato.

Dappertutto cloni dei ragazzini spogliarellisti dell’ingresso.

Una quantità di commesse bionde che ti chiedi come cazzo possa andare avanti la gestione del negozio.

E non solo perché sono bionde.

E non solo perché sono minorenni.

Te lo chiedi perché nessun essere sano può sopravvivere 8 ore al giorno, a piegar maglioni al buio, con l’ aria appestata da ettolitri di acqua di colonia, sparati da bocchettoni.

Per non parlare dei decibel di questa musica infernale.

I ragazzini all’ ingresso dovrebbero distribuire caschi integrali ai clienti che entrano.

Tutto qui è biologicamente insostenibile.

I 3 piani dello Store sono disseminati di mobili di mogano tutto lucidato.

Qua e là sono piegate a pile da un team di architetti, le magliette e le felpe.

Non ho mai visto un negozio dove toccare la merce ti mette così a disagio.

Hai la sensazione che sfiorando una camicia romperai un equilibrio che non potrà più essere ripristinato.

Tutto ciò che si trova sugli scaffali non si distingue.

E’ praticamente tutto uguale.

Felpe, magliette, jeans, tutti identici fra di loro, disponibili in diversi colori, con o senza zip, con o senza cappuccio, però  i d e n t i c i.

Il reparto donna sembra la camera guardaroba di Paris Hilton, dentro la quale tante giovani con il suo stesso stile spuntano da dietro le statue dei David di Donatello e dalle piante finte e ti salutano a mano tesa, dicendoti di tornarle a trovare.

Anche se tu sei appena entrato, loro già vogliono che te ne vai a fanculo e che  ritorni.

Io però sono una tosta, so quello che voglio: lasciare meno denaro possibile per far si che cose di questo tipo non si diffondano ulteriormente e uscire da questo quartiere compromesso.

Mi nascondo in una delle sale di questo mega store che sembra il Titanic pochi minuti prima di affondare

(luci spente, mobili di legno, boccette di profumo cadute…) e una volta che mi accorgo di essere sola, faccio saltare una pila-design di magliette.

Intercetto la taglia giusta e non rimetto a posto nulla, lascio l’angolo esploso e mi lancio fuori dalla camera prima che arrivi uno spogliarellista a calcolare i meridiani per rimettere a posto tutto.

Le casse sono una specie di ingresso al privè di un club di Miami.

Tutto cordonato, spogliarellisti più grossi di quelli all’ingresso, posizionati ai lati del bancone più lucido e laccato del cofano di una Lamborghini in esposizione e cassiere-modelle (stavolta more, guarda un pò) che stampano scontrini di una grammatura talmente alta che per produrre un rotolino per la cassa di Abercrombie bisogna disboscare mezza Amazzonia.

Ma tanto un giorno anche lì ci saranno i negozi-discoteca A&F quindi, avanti tutta!

Pago e sento che sarebbe stato più etico se con quei soldi avessi comprato un fucile ad un bambino in Congo.

Pago e mi lancio dalle scale perché sento che il mio corpo non ha più un alito di aria pulita dentro.

Pago, mi lancio dalle scale ed esco prima di aver bisogno di una settimana di lavanda alle vie respiratorie, oltre che di un corno acustico.

Sono fuori.

Gli spogliarellisti mi guardano pettinandosi mentre io, con gli occhi a fessura, accecata dalla luce improvvisa del giorno, cavalco la bicicletta e inizio a pedalare alla cieca, come se l’avessi rubata.

Non mi sono fermata neanche ai semafori ed eccomi a casa, al sicuro.

Il sacchetto è lì, fuori dalla finestra in quarantena e io sono ancora sotto choc.

Se dovete farlo, almeno comprate online da Abercrombie, eviterete esperienze al limite della sopportazione fisica e intellettuale.

E nessuno vi vedrà comprare certa roba.

Lo saprete solo voi e il corriere.

E se a consegnarvi il pacco si presenta un modello minorenne a torso nudo, fategli lasciare il pacco sul tappetino.

E non aprite fino a quando non siete sicuri che sia andato via.

Datemi retta.