RIKI: 70 ANNI AL SERVIZIO DELL’INFANZIA

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Non mi piacciono le feste di compleanno per bambini.

Non mi piacciono soprattutto quelle dove non viene previsto e organizzato neanche un misero intrattenimento per gli adulti, e non fate battute.

Dico che basterebbe un angolo con della birra, due scacchiere, un po’ di buona musica perché tanto i bambini giocano, ‘cazzo gliene frega della musica?!

Detesto quei pomeriggi di fine settimana nei quali si ruba tempo prezioso agli adulti in nome del divertimento dei più piccoli, che diventa una specie di religione per cui se dici che ti stai annoiando fino all’invecchiamento precoce, sei un verme insensibile che non ama i bimbetti.

Quei pomeriggi nei quali i bambini si divertono e tu sei lì, costretta a parlare con le mamme di quale herpes ha avuto il piccolo Edoardo, dei giocattoli che preferisce la Betta, di quali sono i parchi coi migliori giochi e di altre stronzate delle quali, se non sei mamma ma anche se sei mamma e non sei del tutto rincoglionita, non ti fotte un accidenti di nulla.

Eppure sei lì in mezzo ai palloncini e ogni volta che un piccolo invitato ne scoppia uno, ti piglia un colpo e rimani col tic della palpebra che pulsa per tre quarti d’ora.

Sei lì, appoggiata allo scivolo senza poterci salire sopra a farti un giro, perché sennò ti pigliano per una disadattata; sei lì, obbligata ad ascoltare solo argomenti che puzzano di talco, a mangiare pizzette rosse all’aspartame perché alle feste dei bambini, si sa, puoi mangiare solo cibo per bambini, che su di loro non sortisce alcun effetto sgradevole, mentre tu torni a casa piegata su te stessa come un maglione, da nove coliti fulminanti.

E, se ancora non fosse abbastanza sei lì, come abbiamo detto, con la musica per bambini: un sottoprodotto musicale tutto vocine e trombette che, se hai avuto una settimana pesante, puoi diventare pericoloso già dal secondo ritornello.

Ma per fortuna Dio esiste e a volte si diverte a cambiare le regole del gioco.

Questa sera infatti, alla festa di mia nipote c’è Riki.

Cosa pensereste se, in un sabato pomeriggio durante il quale siete sequestrati presso la location della festa di vostra nipote di anni 5, arrivasse un animatore di settantantadue anni?

Pensereste quello che penso io e cioè “Mio Dio, qui qualcuno finirà per farsi male”.

E invece il Mio Dio, ha appena inviato il suo angelo: Riki.

E che Dio lo protegga, questo Riki di ferro.

Arriva in ritardo, sbraitando come un corriere della Bartolini a Portici e scaraventa la valigiona in pelle con gli adesivi dei villaggi turistici, contro il tavolo delle patatine.

Poi la ripiglia, la bistratta ancora un po’ e, manco fosse Roger Rabbit, quando la apre, questa esplode facendo saltare in aria decine di fregnacce colorate di plastica come fosse una pignatta.

Quest’uomo anziano con la faccia di Clown Crispino è talmente anacronistico che te lo immagini fermo a un posto di blocco, mentre la finanza gli scuce il doppio fondo della valigiona e gli confisca mezzo chilo di bamba, nascosta in mezzo alla gelatine e ai frizzi pazzi e invece è un brav’uomo che si è solo spropositatamente rotto il cazzo di avere da spartire coi bambini e i loro genitori.

Con tutti i bambini e tutti i genitori, eh.

Senza eccezione se non quella dei piccoli clienti, dei festeggiati intendo, la categoria di quelli che hanno i genitori che hanno pagato per farsi sedare le bestie minorenni.

Riki non ha tempo da perdere ed è sempre spazientito perché i piccoli da esorcizzare questo pomeriggio sono abbandonati a sé stessi da troppo tempo e il rischio estremo è che ce ne voglia parecchio, prima che lui riesca a rastrellarli tutti e obbligarli nel minor tempo possibile, ad eseguire i suoi ordini.

Si, perché Riki non fa animazione ma riformazione infantile e perciò mi piace a prima vista.

Non ci sono pianti, capricci, schiaffi all’amichetta o giocattolo rubato che tengano: con Riki alle feste, i bambini non hanno diritti e sono destinati a farsi un culo che manco al militare e questo potrebbe essere il suo slogan.

Lui conosce bene la mission del proprio cliente: avere la riconsegna del proprio infante, a fine festa, adeguatamente stremato a morte, in modo da poterlo caricare in macchina come un cestino natalizio e godersi la serata sul divano, in santa, religiosa pace.

Perciò se chiami Riki, lui persegue questo business plan con tenacia martellante e a qualsiasi costo e, dopo aver montato un tavolino da appoggio, più veloce di un commesso di Decatlhon del reparto Camping, appoggia il valigione delle meraviglie e accende il microfono con un fischio che stordisce anche le pizzette nei piatti di Macha e Orso.

Quindi iniziano gli allenamenti: alza le braccia, grida come Rambo e, vi giuro che in meno di tre minuti, i ragazzini figli del Dimonio sono tutti al suo cospetto, seduti a gambe incrociate e coi piccoli menti all’insù ad aspettare ordini da questo immenso omone dai capelli bianchi tenuti in un berretto a visiera blue con scritto “Riki”.

I piccoli vermi lo adorano, questo grasso anziano già completamente grondante di sudore fin dal primo minuto di attività e tutto snodato nei pantaloni slabbrati che la moglie gli rattoppa da quindici anni, ogni venerdì pomeriggio, prima che inizi il furente week-end di feste in batteria.

Riki conosce più giochi delle giovani marmotte, più trucchi del mago Silvan e di Dell’Utri messi insieme e fa più facce strane della mamma di Jim Carrey.

Conquista l’infanzia a colpi di arringhe da Sergente Hartman e non si vergogna di prendere i bambini che cercano di scappare, col manico di un ombrello arancione dentro al colletto del maglioncino, anche davanti ai genitori.

Sono stupefatta, rapita da questo signore che potrebbe essere mio padre ma non lo è, perché mio padre al posto di Riki, si sarebbe accasciato a terra stremato, dopo qualche minuto di sola conversazione con più di due bimbetti contemporaneamente.

Mio padre, che è quì appoggiato allo scivolo proprio accanto a me, è perfettamente consapevole in cuor suo che, al posto di Riki, al primo “perché” pronunciato da una bambina sotto il metro e curiosa del mondo, avrebbe un attacco di nervi che bisognerebbe chiamare qualcuno a tenerlo stretto per evitare il fattaccio di cronaca nera.

Perché non puoi resistere all’orda infantile dopo una settimana di normale attività adulta, senza uscire pazzo.

Non puoi se non ti chiami Riki, che invece resiste da quaranta anni con l’atteggiamento di chi non vuole perire sotto ai piedini di quegli immondi dei tuoi figli e che, di fatto se è ancora lì, a sguainare la spada laser gridando “Adesso raccogliete tutti i piattini di plastica, Forzaa!!”, è perché non ha mai avuto una disfatta e i suoi primi clienti, che oggi hanno quasi cinquanta anni, se lo incontrano per strada, un po’ di timore reverenziale ancora glielo leggi sulle facce.

Riki incute maggior rispetto della maestra e di Dracula perché, a differenza loro, Riki c’ha il microfono, le luci da discoteca anni 80, la macchina per le bolle di sapone, le marionette e tanti altri mezzucci colorati che utilizza come vere e proprie armi da fuoco.

Ad esempio, uno dei giochi che questo pomeriggio mi farebbe apprezzare Rudy anche come presidente della Repubblica, si chiama “Torta in faccia”: semplicissimo quanto umiliante.

In pratica Riki obbliga quattro bambini a fare i volontari e a sedersi su quattro seggioline, davanti alla mostruosa platea.

Poi carica su una piccola catapulta di plastica un pezzo di torta alla panna (che porta da casa, lo giuro), e si avvicina a ciascun musino.

La platea di giovani carogne conta urlando fino a 3 e Riki con sguardo di fuoco preme la piccola leva al lato della catapulta che schianta in faccia al bimbetto la torta, spiaccicandogliela in pieno terzo occhio.

Dopodichè, mentre il pubblico raggiunge un livello inquietante di godimento misto a risate, il nostro beniamino avvicina il microfono alla bocca della giovane vittima e, non ci crederete, ma domanda “Come ti senti?”.

Ed è un un momento soave perché il piccolo torturato prova davvero a dare delle suggestioni sul suo stato di umiliazione e in quel momento struggente, puntualmente arriva la reazione della mamma che, da qualsiasi punto della sala si trova, anche se è uscita fuori a fumarsi una canna con l’amica, percepisce con un fremito nelle vene, che stanno mortificando suo figlio, il suo prodotto.

Quindi, per tutta la durata di “Torta in faccia”, vedi mamme che si lanciano verso il piccolo palco armate di tovaglioli e che, dopo averci sputato dentro, puliscono il faccino del loro piccolo crocifisso, a quel punto e se possibile, ancora più imbarazzato dal gesto orrendo che la platea inflessibile schernisce al grido feroce e sinfonico di “MAMMONE DI CACCA!”

Quando il vecchio pazzo di Riki controlla sul cellulare che è arrivato il momento della torta di compleanno, quella vera, si fa ancora più concentrato perché sa che manca poco alla fine.

Spegne la musichina, mette i puledri in fila indiana millimetrica, schiaffa mia nipote in piedi sopra a una sedia e le mette una fascia da Miss con scritto “La più bella”.

Poi grida al microfono come un forsennato, domandando in tono evidentemente retorico: “CHI E’ LA PIU’ BELLA? CHI EEEE’ LA PIU’ BELLA?”, e tu ti aspetti che da un momento all’altro, invasato com’è dica “CHI STRACAZZO E’ LA PIU’ BELLA, IMBECILLI?!”.

I bimbetti, ormai allo stremo, rispondono all’unisono che è mia nipote la più bella e io a questo punto, mi giro verso di lei e la guardo.

Vedo i suoi piccoli occhi iniettati di sangue, di sete di potere, di doppia superbia carpiata e sembra che da un momento all’altro, le possano spuntare i razzi di Mazinga da sotto i piedini e lei prenda il volo, spaccando col cranio il tetto della sala, verso un paese che nessuno sa dov’è, dove regnerà nei secoli.

Riki, quando vede che la folla è sedata davanti alla torta e che la festeggiata è in adeguato delirio di onnipotenza, ammutina la festa.

Prende la sua valigiona e nessuno lo vede andar via, che pensi quasi di aver avuto un miraggio, che non è vero quello ciò hai visto poco fa, che non può essere che un vecchio signore abbia sbaragliato un’armata di quaranta ragazzini.

Non è possibile, non c’era.

E invece il vecchio Riki c’è, eccome.

Ed è già a casa, seduto al tavolaccio della sua cucina con la finestra che da su Via dei Colli Portuensi, immerso in un silenzio triste come un pagliaccio col trucco sbiadito, che ascolta sua moglie mentre lei gli spappola una razione di maccheroni riscaldati nel piatto e inveisce ma neanche si ricorda il perché.

Riki pensa che non vede l’ora che arrivi sabato, per scaricare ancora un po’ i nervi sui suoi piccoli amici.

E forse un giorno ci riuscirà a mettere da parte i soldi per il volo in Costarica.

E allora se ne andranno tutti affanculo, quel giorno.

Parola di Riki.

IL VERO MESTIERE PIU’ ANTICO DEL MONDO

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Ogni volta che sono ad una festa, prima o dopo, arriva sempre il momento in cui sento il bisogno di vivere i miei consueti dieci minuti di alienazione dal pianeta terra. Arriva il momento in cui sento l’urgenza di chiudermi a chiave dentro quel piccolo, irresistibile salotto che sono Io medesima; di immergermi in quel brodino melenso che è la mia immaginazione.

 

Mi rifugio nel mio pensatoio e rilascio un lungo flusso di coscienza, senza farmi disturbare dalla musica alta e dagli aliti di prosecco degli invitati e così immagino di scrivere un report sull’andamento della serata, un feedback in lettere grandi e fumanti, marchiate a fuoco sul sedere del festeggiato.

 

Un feedback che poi è sempre lo stesso: alle feste, agli aperitivi, alle anteprime, in qualsiasi strafottuta occasione che costringa dieci o più persone vestite con dignità a riunirsi nello stesso luogo, si ripropone sempre la stessa legge morale secondo la quale la gente se la tira.

 

Le persone, specie se in branco, sviluppano una sgradevole propensione a credere nella loro personalità in maniera esagerata, scomposta. Ma perchè? Cosa porta un individuo mortale a tirarsela?

 

Tante volte mi sono riproposta questo spunto di riflessione e ammetto che fino ad oggi non ho prodotto nulla di definitivo dato che le uniche risposte che la mia mente ha trovato, le sole giustificazioni che i miei occhi hanno trovato di fronte a tanta ambizione, sembrano essere riconducibili a stronzate: una borsa griffata, un paio di scarpe in pelle di un tizio che si chiama Manolo, un contratto a progetto in un’agenzia di comunicazione, un fuoristrada costoso, un paio di zigomi più alti di quelli che hanno sviluppato certe popolazioni mongole nei secoli, per far fronte a temperature molto basse.

 

Questi sembrano essere i motivi che portano alcune persone appartenenti alla cosiddetta società evoluta, a credere di essere migliori, non di altre ma di tutti. Personalmente non conosco grandi scienziati, astronauti o professori emeriti ma dal loro abbigliamento trasandato, dai loro baffi e dai loro occhiali spessi, non mi pare se la tirino e non mi pare di averli mai visti con una borsa di Yves Saint Laurent sotto braccio, durante un’intervista, come invece ho visto fare ad avvocati di assassini famosi, a calciatori, ad attrici o a critici d’arte immersi nella sugna della loro religione auto-riflessiva.

 

Registi, prefetti, capi del gabinetto, modelle rimbecillite e amici di tutte queste categorie, senza mai generalizzare ma senza neanche perdere di vista le grandi numeriche con le quali questo fenomeno si replica negli stessi settori, credono che la loro persona intellettuale o fisica sia superiore a quella di un fornaio friulano, di un impiegato della Accenture o di un thailandese che li sta portando col suo taxi sgangherato dall’aeroporto al Four Season di Bangkok.

 

Magari è pure così. Magari davvero si tratta di personaggi meritevoli di onore; ma nel momento preciso, nel secondo puntuale in cui nel loro cervelletto si forma la convinzione di essere anche solo uno scalino sopra rispetto al resto dell’umanità, in alto sul famoso disegnino della piramide evolutiva, ecco che la loro supposta superiorità ha miseramente fallito in partenza.

 

Mi piacerebbe tranquillizzare tutti quelli che se la tirano che, se domani per caso dovessero schiattare (dipendesse da loro non schiatterebbero di certo, ma visto che non possono controllare tale spiacevole inconveniente, il rischio esiste!) sono sicura che il mondo non subirebbe cambiamenti fondamentali per il proseguimento della specie. Al massimo eventuali, flebili migliorie.

 

Sempre a proposito di vita, mi sento in dovere di poter dire che fino ad oggi siamo dichiarati tutti mortali e che nessuno è maggiormente richiesto sul pianeta terra rispetto a qualcun’altro, specialmente in occasione di una festa, a meno che certo, non si tratti del legittimo festeggiato, però non è comunque il caso di tirarsela oltre il dovuto.

 

Sembrano banalità ma evidentemente non lo sono, visto che c’è ancora tanta popolazione che cammina nel mondo col mento proteso verso i nembi, con una Birkin appesa al polso e gli occhiali da sole a riparare la cornea dagli sguardi zozzi di gente estranea.

 

Sono esenti da questa breve invettiva quelli che risultano indolenti o intolleranti verso il genere umano (e quindi superbi) semplicemente perchè ammettono la chiara involuzione di certi individui quali:

le persone che si picchiano negli stadi, le mamme che truccano le loro figlie, i signori col gilet rosa salmone del Nord che danno retta a quello che dice Salvini, i condomini della Santanchè che ancora non le hanno tolto il saluto, tutti coloro che ancora non hanno preso in considerazione l’idea di rimuovere il tasto 5 dal loro telecomando della TV, quelli che se la tirano.

 

L’ ABITUDINE ALLA PERVERSIONE

COSE FASTIDIOSE

Perché ci stiamo abituando alla moda della perversione?

Ormai più fai quello strano, perverso, underground e fetish, più sei fico.

Esiste chi, venendo a sapere che la perversione in questa epoca rende fighissimi, finisce per vendersi le proprie unghie in Corea, vestirsi come Cindy Lauper o mangiare la merda.

Esiste una categoria di gente detestabile che dice:

“Ah guarda, io sono uno liberal: siamo nel III millennio.

Per me puoi fare quello che vuoi, l’importante è che non fai male a nessuno”.

A parte il fatto che se mangi la merda fai del male a qualcuno, prima di tutto a te stesso: te lo insegnano da piccolo.

Ti dicono “No! Questo cacca!”, non è che ti dicono “No! Questo gianduiotto!”

Ti puoi sbagliare una volta a causa della consistenza simile ma poi al primo assaggio, non ti fregano più.

Poi mangiare merda fa male anche dal punto di vista sociale, nel rapporto con gli altri: se io ho la perversione di mangiare merda, poi vengo da te mi avvicino e ti chiedo una informazione o magari ti bacio, non è bello.

Io non sposerei mai uno col vizio di mangiar la merda.

Già l’alito del mattino è fastidioso.

Piuttosto sposo un vigile urbano, e sono romana quindi il sacrificio è alla pari.

Questo panegirico volgare per ricordare quanto sia importante la libertà di espressione ma anche la priorità di non perdere di vista ciò che è vero e soprattutto quella di dare i nomi giusti alle cose.

E parlare chiaro.

Perché il rischio è che la perversione diventi cosa, non solo normale ma addirittura trendy, è ormai certezza.

“Trendy” è una parola che detesto nominare, figuriamoci scrivere.

Una parola più sgradevole di Equitalia, una parola che sta bene solo sulla bocca di Paris Hilton.

Eppure in questo contesto mi è utile perché ci sono dei mezzi di comunicazione che vorrei eliminare con un po’ di cara, vecchia censura, che si servono e abusano proprio di questo iniquo termine.

Prendete un giornale come Wired: uno di questi magazine che parlano di ultime tendenze, di arte contemporanea, di roba trendy.

Sono specializzati in avanguardie per gente davvero cool.

Tu apri Wired e, anziché leggere articoli, non dico di fisica quantistica ma almeno di cultura base, trovi servizi sull’ultima frontiera della trasgressione sessuale a Londra, tipo che “Adesso va di moda andare negli zoo di notte a incularsi i draghi di Komodo”.

E tu, se sei uno che cerca di essere accettato dalla società, beh ci vai davvero allo zoo, alla fine.

Prendi quella come ultima tendenza, pensi “Porca miseria, quanto sono antico, demodè, non sono mai andato a rettili…”

E invece no.

Bisogna continuare a dare i nomi giusti alle cose.

Ti piace affittare i nani alle feste e non quelli da giardino?

Fai pure, ma sei un pervertito, non sei trendy.

Ti piace fare scambismo, andare sui siti di gossip, far fare la carrozzeria della Smart color verde militare?

Sei libero. Ma anche un pervertito.

Peggio della gente in corsa per il trendy, c’è la gente che ci fa il business su questa ossessione del trendy, vendendo porcherie come necessarie, obbligatorie, per il nostro fascino.

Ci sono 3 città che lottano per contendersi il titolo di città più pervertita d’Europa: Amsterdam, Lugano e Voghera.

A Voghera ci sono dei negozi specializzati nella vendita di prodotti audiovisivi pornografici con anziani come protagonisti.

Ci sono delle persone che prima di prendere il treno delle 9:45, entrano in questi negozi e dicono “Si, salve ho visto in vetrina quel dvd Fa caldo al pensionato, quello da 14,90 euro, si.

E’ un regalo, me lo incarta?”

C’è da preoccuparsi se accettiamo qualsiasi cosa in nome della libertà di gusti e di espressione.

C’è da preoccuparsi se nella vostra città ci sono più sexy shop e slot machine che librerie e alimentari.

Perché vuol dire che siete a Voghera o che la vostra città si sta trasformando in una città come Voghera.

E poi, se spariscono gli alimentari e aumentano i sexy-shop e le slot machine: che ne sarà delle casalinghe?

IL TUO BAGNO PARLA DI TE, purtroppo.

SINFONIE

Quando vado a cena a casa di amici, quando sono ospite in qualsiasi casa e per qualsiasi occasione non posso mai esimermi dal dovere morale di effettuare un sopralluogo al cesso della casa.

Visito la camera da bagno almeno una volta, non solo per far pipì ma anche per compiere un’accurata indagine psico-sociale sui padroni di casa attraverso l’analisi stilistica dello spazio che maggiormente li rappresenta.

Sarà un desiderio perverso ma, se siamo persone sane, quando ci troviamo completamente soli nel bagno di qualche amico, ci sentiamo davanti a un importante bivio: fare quello che tutti si aspettino si faccia in bagno ed uscire oppure rimanere lì almeno una dozzina di minuti per scoprire particolari che evochino e confermino gusti, abitudini e tic del padrone di casa.

Qualche minuto per assaporare il fresco delle piastrelle, in silenzio e poi inizia il piccolo meticoloso tour.

Studio la posizione delle confezioni dei prodotti, il colore e la consistenza dell’accappatoio (se è duro come un foglio di compensato, come nella maggior parte dei casi oppure no), se la doccia o la vasca sia imballata di flaconi di sapone spremuti, se ci sono quei quadri di merda con le damine o ci si salva e se lo spazzolino da denti è sventrato oppure ve ne sono quindici stipati nello stesso bicchiere quando so bene che in quella casa vivano due persone.

Ci sono i famosissimi sputi sullo specchio?

Il bidet gode di ottima, buona o pessima salute?

Apro gli armadietti inventandomi colpi di tosse per non far sentire il rumore delle piccole ante o dei cassetti che si aprono per farmi ispezionare perbene.

Voglio catalogare cosa compri per lavare il bagno e te stesso e valutare anche le letture che fai in bagno perché ci tengo ad andare a cena da quelli che hanno al cesso i giornali di viaggio o la Settimana Enigmistica anziché il gossip.

Il cesso è per me la stanza chiave.

Ormai molti purtroppo hanno intuito la potenza mediatica che può avere il proprio gabinetto e si è creata una tendenza d’avanguardia per cui si fa in modo che questa camera splenda di luce propria, come una pagina del catalogo Ikea.

Soprattutto la sera della festa, la toilette diventa una vetrina di cose che desideri gli altri vedano che senza tu debba fare la figura di apparire egocentrico, condizione nella quale però tanti sguazzano perchè ora va di moda.

Vuoi cose che possano farti sembrare più carino di come sei: il poster di qualche film indipendente, la tavoletta trasparente con dentro le conchiglie, il romanzo di Capote mai letto, il dopobarba maschio o la trousse di trucchi pirotecnica.

Il cesso parla, dice chi sei ma se sei un altro io me ne accorgo.

Il cesso del mio ex fidanzato ingegnere, aveva nel piatto doccia una piccola spazzola lavavetri così, a fine doccia potevi lucidare i vetri del box in segno di civile convivenza e devozione al supremo ordine degli ingegneri.

Il gabinetto della mia amica S. è tutto completamente rosa: il mosaico sui muri, i complementi d’arredo, gli asciugamani, tutto è fottutamente rosa e S. è la femmina più femmina che conosco.

Quello della mia amica B. ha sempre un gatto nel bidet e una collezione imperdibile di prodotti da bagno del 1960, solo che lei credo non sappia che si tratti di una collezione perché continua ad utilizzarli anche oggi, nonostante siano scaduti da un secolo.

Una volta sono stata ad una festa in uno splendido attico in centro a Roma, ho prontamente chiesto del bagno per la mia perlustrazione e sono rimasta a bocca aperta quando mi hanno portata in una stanza sopraelevata rispetto al salone con il pavimento completamente trasparente, in vetro lucido, a dimostrazione imperitura che pur di apparire fighi siamo disposti a mostrarci seduti sulla tazza dentro ad un cubo di vetro.

Ve l’ho detto: il bagno può essere emblema di grande vanità e forse è davvero il posto giusto dove usarla.

Ma ci sono anche bagni che parlano di coppie innamorate, con i prodotti e gli asciugamani di uno e dell’altra che si mescolano in una danza d’amore oppure i bagni dei signori anziani, coi sanitari anni cinquanta e il dopobarba che lo annusi e resti cieco.

Ho paura di quelli che in bagno tengono gli attrezzi da palestra, tipo cyclette o i pesi; me li immagino dentro a quei quindici metri quadrati ad allenarsi sbattendo coi gomiti contro le ceramiche e portando nella camera una sferzata di sudore che frusta chiunque passi in corridoio.

Sono felicissima invece, quando qualcuno ha le spugne naturali che sembrano appena pescate dal mare oppure il cestino dei panni sporchi che ti fa sentire subito a tuo agio che ti ci siederesti dentro per qualche minuto, a riposare, a pensare alla vita.

Uno dei dettagli legati ai cessi che ricordo con più affetto è senza dubbio il Libro del Gabinetto nella casa di famiglia della mia amica V.

In accordo con tutti i componenti della famiglia, quattro in tutto, V. conservava nel bagno di casa un taccuino con una penna e tu, anche se sei ospite, potevi prenderti la libertà di scrivere una poesia o un semplice pensiero.

Un momento così personale e prezioso, reso unico dal tuo componimento che qualcuno dopo di te, seduto nella tua stessa misera posizione, avrebbe letto e magari risposto con un versetto o una rima.

Un componimento durante il componimento.

Il gabinetto è motore ispiratore di molte più cose di quelle che immaginiamo.

Il suo potenziale creativo è immenso perché resta la camera più intima della casa quindi non restateci male, amici miei se, quando verrò a casa vostra mi beccherete a frugare tra le vostre creme o ad aprire il piccolo armadio a specchi, sopra il lavandino odorando l’aria come quando si aprono le confetture buone.

Ruberò un po’ della forza creativa che tenete inconsapevolmente conservata nel cesso di casa vostra, una forza che non adoperate, che altrimenti andrebbe sciupata invece la piglio io che credo in queste cose dei muri che vivono e, nel frattempo mi sincererò che il vostro bagno vi corrisponda o se invece sia anche lui al di sopra della vostra personalità.