GESTO CORAGGIOSO CULINARIO N°5

BRANDED PARODY CONTENT, MADAME GURME', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Devo trovare il coraggio.

Devo farmi forza.

E concentrare tutte le energie che mi restano e dire a tutti che io…io non ho mai visto un cooking show.

E la cucina fusion mi fa ridere.

Cioè, non è che mi fa ridere…è che non la conosco.

Non ditelo in giro, vi prego!

Ma io non sono d’accordo al germoglio di soia saltato con lo gnocco pugliese e uno spruzzo di salsa kosher.

Che bordello, preferisco qualcosa di più semplice, di più discreto.

La potenza di una buona pastasciutta, ecco.

Devo raccogliere le forze e dire al mondo che non ho mai letto i libri di Benedetta Parodi e sostengo non possano essere classificati come libri.

La prossima volta che mi siedo a cena con gli amici giuro che anziché guardare la carta dei vini con pollice e indice sotto il mento, lo dico che non m’intendo un cazzo di vini biodinamici.

Non si può continuare così.

Mi vergogno.

Mi vergogno tanto ma non si può continuare così e devo dirlo.

E’ una sfida che ho con me stessa, ormai.

Lo dirò a tutti che quella storia del foodporn, io non l’ho mai capita.

Perché scrivere foodporn su instagram?

Hai postato la foto di una zuppa, cosa c’è di porno?

Con l’occasione se mi girano, dirò anche che non ho mai visto Masterchef, d’accordo?

Ignoro chi abbia vinto X-Factor quest’anno e la trasmissione mi repelle.

Come mi ripugnano tutti quei signori superstar della forchetta, coi pantaloni di pelle e la pettinatura alla Morgan, strapagati per insultare i concorrenti che cucinano.

Ospitati alle degustazioni, alle feste, sui furgoni delle mozzarelle, nei maxischermi dei ristoranti, per dire la loro e pendere dalla loro lingua manco fossero i vice di Gesù, gli assistenti personali di Sai Baba.

C’è qualcosa di molto rischioso che devo trovare il coraggio di ammettere al pianeta.

Qualcosa per cui tutti al corso di martedì mi schiferanno: io di pasta madre non ne so un cazzo.

E se non riuscirò più a controllarmi dirò a tutti che la cucina macrobiotica mi risulta indigesta.

E a proposito di cucina, dovrò ammettere anche che si, è capitato anche quello.

E’ successo che sono andata al ristorante di quello stellato, lassù al ventesimo piano dell’hotel.

E forse è per questo che gli chef so stellati..

E, insomma ho avuto tanta ma tanta voglia di gridare “Scusate! Ho fame! Rivoglio i soldi, per cortesia.

Il mio stomaco non se ne fa nulla di questa aria di cuore di pollo con introspezione di timo e riduzione di avocado cubano.

HO FAME!

Non me ne faccio nulla della tua spuma di mandorla, zio!

Mi hai rubato 500 euro, damme da magnà!”

E’ mio diritto gridare che ho fame, sono il cliente!!!

E il cliente ha sempre ragione, anche di fronte al cuoco famoso.

O no?!

Visto che sono in vena devo confessarvi anche questo altrimenti mi viene un brutto mal di stomaco: non ho mai assaggiato il negroni sbagliato in vita mia.

Poi: non so cosa penserà la gente di me però è giusto che tutti sappiano che il sushi non è mi ha mai fatto impazzire.

Devo solo trovare il coraggio di dirlo.

Voglio essere libera di dire a tutti che una volta ho messo il like sulla pagina del Panino Giusto ma poi l’ho subito tolto per paura di ritorsioni dei miei amici che mangiano solo da Eataly, alla Pergola, al Gourmet Bistrot, alla mensa dei reali di Montecarlo.

Mi sento già sola come un cane al pensiero di doverlo fare ma devo trovare la forza di ammettere al mondo tutto che anche se non mangio zenzero, io sto benissimo.

E, a proposito di benessere, la centrifuga che Beyonce beve tutti i giorni, di barbabietola e cenere mi ha fatto star male con lo stomaco nonostante il suo potente potere detox.

Prenderò fiato e dirò che non mi è necessaria nessuna delle cose che dovrei apprezzare per forza.

Nessuna di quelle cose che “Ma non lo conosci?!”, “Ma dici sul serio? Davvero non lo hai mai assaggiato/non lo sai cucinare/mai sentito parlarne/non ci hai mai mangiato?”

NO!

Va bene?

Devo trovare la forza di ammettere che coi millecinquecento euro che risparmio al ristorante del super Chef, ci vivo due mesi da regina in Thailandia.

So gusti, no?

Devo trovare la forza di ammettere che mi piace cucinare ma la mia specialità è scongelare.

Lo farò, eccome se lo farò

 

DRAMMA AL CIRCOLO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Sono arrivata con la mia tessera plastificata nel portafogli che mi piace si veda quando apro il portafogli, in mezzo alle carte che ho conquistato con mio marito, come fossero dote.

Anche se poi non serve mostrarla la tessera perché tanto ormai al circolo mi conoscono.

I ragazzi della reception vedono dalle grandi vetrate il mio Cayenne bianco scivolare tra le auto parcheggiate, coi suoi dettagli in alluminio che scintillano come il winch di una barca a vela lanciata a pieno ritmo contro il mare, col sole che lo rende incandescente.

Non dirò mai ai ragazzi della reception di averli visti sbuffare attraverso il riflesso dei cristalli, non glielo dirò mai perché certe cose non si dicono.

Non sta bene, non conviene ma soprattutto non è necessaria l’opinione di qualcuno che lavora alla reception.

Ho il segnalatore di ostacoli, quattro specchietti, la telecamera sul retro ma ho i capelli biondi.

Ho bisogno di tredici abbondanti minuti per infilarmi nel parcheggio e di altri sedici per controllare allo specchietto retrovisore, non la corretta posizione del Cayenne ma la corretta stesura del fondotinta ed eventualmente rinvigorire il rossetto.

Ricordo quando mia madre mi diceva di non uscire mai senza rossetto perché non si sa mai chi si possa incontrare per strada e bisogna essere sempre a posto, sempre pronte.

E io sono sempre pronta.

La passeggiata dalla macchina al circolo è un veloce far dimenticare a chi mi guarda, quanto tempo abbia investito nella pratica del parcheggio.

Ho il segnalatore di ostacoli, quattro specchietti, la telecamera sul retro ma ho i capelli biondi.

L’entrata al circolo ha sempre un non so che di spettacolare, sarà per la musica pop in filodiffusione o per Poldo che scodinzola a tutti, dentro alla sua t-shirt Ralph Lauren e fa la pipì contro ai vasi della hall.

Tanto non mi dicono niente, non si azzardano.

Cavalco coi miei sandali Gucci verso la terrazza, cavalco anche se non mi sento più i piedi, stretti come sono nei laccetti in nappa perché bisogna essere sempre pronte.

E io sono sempre pronta.

La terrazza si staglia sul parco come la cabina di pilotaggio di un airbus e adoro vedere tutti quei camerieri vestiti in uniforme bianca muoversi col silenziatore tra noi che contiamo, come in punta di piedi e offrirci finger-food e metodo classico.

Perché c’è sempre tanto bisogno di classico.

Il differente stona, è volgare.

Lo stile alternativo sporca uno still-life invariato da almeno cinquant’anni, da quando questo quartiere erano terra di dispute politiche e fermento musicale.

Ma io preferisco essere nata in questa epoca e vivermi il mio quartiere coi colori fissi, senza alcuna sbavatura di colore saturo.

Preferisco comprare pullover nella via dove vanno comprati e prendere l’aperitivo solo nel posto dove va preso e se a qualcuno viene in mente di aprire un nuovo bar in questo quartiere, peggio per lui.

Mi tranquillizza l’abitudine.

Mi rassicura comprare sempre nella solita salsamenteria e far fare alla donna, sempre lo stesso giro del palazzo con Poldo a guinzaglio.

Non amo uscire dai confini del mio nord.

E sono sempre pronta.

Mi piace che i quartieri della mia città siano ben distinti, meglio se trincerati.

Ogni città ha il suo quartiere-a-bene.

Ma non tutto ciò che si trova nel quartiere-a-bene è realmente a bene. Ci sono degli orari stabiliti e diurni in cui tutto risulta a-bene e i miei ragazzi escono dal cancello della scuola con la loro adorabile divisa blu e il caschetto biondo mentre le suore mi guardano male perché si ricordano di quando a scuola ci andavo io e collezionavo voti che mi avrebbero fatto bracciante in altri tempi, in altre epoche, in altri quartieri.

Ma non qui.

Qui sono sempre pronta.

Qui merito il meglio e il metodo classico che tengo stretto nel calice che tintinna sotto i colpi delle mie unghie bianco balena mentre chiacchiero con la moglie dell’armatore non del più ma del meno e del personal trainer che hanno appena assunto in palestra e che costa un po’ ma quante soddisfazioni e che muscoli!

Sorrido alla moglie dell’ingegnere e l’abbraccio trattenendo vibrazioni di antipatia che la fulminerebbero, se funzionassero ancora certe alchimie primitive.

Non le dirò quanto mi stia sul cazzo e quanto cafona mi appaia la vita sua tutta perché certe cose non si dicono mai.

Non sta bene, non conviene ma soprattutto non è necessaria al protocollo del circolo e della mia famiglia.

Eppure, non so cosa mi stia succedendo.

Forse ho bevuto troppo ma sento di dover uscire, a prendere una boccata d’aria.

Sento che se sostengo ancora per un solo minuto tutta questa borghesia di merda, mi viene un infarto.

Non vorrei mai s’intravedesse dal mio abito di chiffon Marni, il tumore di rabbia, dolore e frustrazione che mi dilaga nei nervi.

Da quando mia madre mi disse che bisognava sempre uscire a posto, frequentare solo ambienti a bene, comportarsi a modo.

Da quando sono stata educata ad essere sempre pronta.

Non vorrei mai che quel tumore, quel bubbone strappasse il tessuto leggero Marni e scoppiasse in faccia a tutti i membri del circolo.

Non vorrei mai essere costretta a gridare quanto penso che siano miserabili i presenti tutti.

E che io avrei voluto fare la ballerina e lavorare nei locali fumosi di Parigi o aprire un negozio di espadrillas in spiaggia in Messico.

Non vorrei mai trovarmi nella condizione di dover ammettere a tutti, davanti a questo tavolo del buffet al circolo, in questa giornata di straordinario sole romano, che di mio marito non me ne faccio un cazzo perché non l’ho scelto io ma gli equilibri malsani della mia famiglia.

E che avrei voluto i capelli neri corvino, che queste meches mi ripugnano e mi danno anche fastidio mentre parcheggio.

Dio, non so cosa mi stia succedendo.

Non mi sento molto bene, scusate.

Sento che ho un improvvisa voglia di scalo San Lorenzo, di Collatina, di centro sociale e danze popolari.

Devo uscire di qui subito, ora.

IN FONDO AI FONDI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Vado a prendere un’amica perché questo pomeriggio abbiamo un appuntamento importante.

C’è una riunione urbis et orbis all’auditorium comunale perché pare siano arrivati i fondi europei stanziati per il nostro territorio.

Che poi i fondi europei nessuno li ha mai visti anche se, si mormora che pochi fortunati tra i comuni mortali siano effettivamente riusciti a prenderli e stiano ancora pagando lo scotto per arverne usufruito, battendosi il petto in memoria di quel giorno in cui decisero di partecipare al bando.

Ma noi, che di speranza ne abbiamo sempre una in tasca, che ne sappiamo davvero, di fondi e di bandi?!

Così vado a prendere la mia amica che, per l’occasione ha messo anche il vestito buono.

Dice che ci sarà il sindaco.

E che interverranno le autorità.

Le autorità.

Non si mai bene chi siano.

Non si sa mai bene chi tra di noi si sia preso la responsabilità di averle elette per farle retribuire coi risparmi pubblici anche in momenti storici in cui le loro figure professionali si sarebbero potute tranquillamente accompagnare alla porta.

Con le autorità non ci si riesce a parlare perché sono persone sempre blindate da un sacco di gente pelata e serissima.

Le autorità le vedi sui giornali e nelle interviste con dietro splendidi monumenti romani ma poi effettivamente, ti è difficile capire davvero come si svolga una loro giornata lavorativa.

Delle autorità resta però sempre ben identificabile il tipico timbro di riconoscibilità fisica, gestuale e comunicativa.

Si tratta, infatti di creature vestite dal lavoro ben pagato di qualche noto, vecchio talento sartoriale della capitale.

Le autorità parlano con pesante cadenza dialettale mai aggiustata da maestri e professori, arrivano alle conferenze quando sono già tutti seduti e lasciano il cellulare acceso rispondendo anche dal podio e sussurrando “ti richiamo, c’ho gente”.

L’individuo investito dell’autorità ha sempre la faccia e la gestualità tipica del compagno di classe che al liceo prendevamo per il culo: l’amico con la Lacoste arancione, la bava agli angoli della bocca, le scarpe che puzzavano e il padre potente.

Quello stesso compagno schernito che oggi incontriamo in veste di autorità ci stupirà poiché, grazie ad una buona remunerazione garantita senza troppo merito, ha assunto un’espressione supponente tipica del suo ruolo.

Un sorriso altezzoso e severo che vuole dirci, senza parlare, quanto noi popolo rappresentiamo il bassofondo sociale rispetto a lui.

Rispetto all’autorità.

Così io e la mia amica arriviamo all’Auditorium che straripa di gente perché si sa, i posti in cui alla fine viene offerto un buffet godono sempre di eccezionale adesione sia da parte del pubblico misero che dell’autorità.

Saremo cinquecento persone e cinque autorità, arrivate con venti minuti di ritardo quando noi stiamo smaniando sulle nostre sedie fredde.

Il saluto del sottosegretario mi mette angoscia di vivere.

E’ un discorso identico a quello di tutti gli altri sottosegretari già visti che sembra stampato da google e infatti lo sta leggendo.

Dice che l’Italia è piena di eccellenze che vanno promosse.

Ma allora perché le dissanguano di imposte?

Dice che siamo pieni di artigiani virtuosi.

Ma allora perché la Asl va a caccia di botteghe con la falce?

Dice che è orgoglioso di essere italiano.

Ma allora perché non riesce a parlarlo correttamente?

Dice tutto e non dice un cazzo per venti minuti.

Poi, quando qualcuno gli suggerisce che la platea ha ormai gli occhi bianchi di sonno e apatia, comunica che cederà la parola ai tecnici.

Effettivamente la parola “cedere” oltre che inflazionata, è la più azzeccata: vuol dire “lasciare campo libero ad altri, cessare di resistere a qualcuno”.

Bisognerebbe farlo più spesso.

I tecnici spiegano per quarantacinque minuti come funziona la concessione dei fondi europei, la distribuzione di questi venti milioni di euro stanziati, stagnanti.

Spiegano in linguaggio tecnico come vogliono promuovere e in che modo valorizzeranno il territorio.

Ammucchiano dati, usano parole difficili, specifiche, analizzano statistiche.

L’autorità nel frattempo se n’è andata.

Al quarto girotondo di dati e delibere, la platea viene risvegliata dal coma e invitata a godere del buffet nella sala adiacente.

Così, io e la mia amica col vestito buono e le altre quattrocento e passa persone, ci mettiamo in fila per avere il nostro bicchiere di vino e il finger food.

Mano a mano saliamo tutti nelle nostre automobili e guidiamo in silenzio verso le nostre case a norma.

Nessuno di noi ha capito come fare ad avere i fondi, ci siamo tutti dimenticati che ci sono dei soldi che ci spettano per i nostri progetti.

Ci hanno storditi di parole, di fascino italiano e di comma e stasera si spartiranno i soldi per le loro multiproprietà in Kenya e i loro ponti costruiti e mai inaugurati.

Però il vino che servivano era buono.