SEQUESTRO OLISTICO

BESTIARIO DI VIAGGIO

I

Ci tenevo tanto a fare qualche giorno nella giungla, prima di ripartire.

Così ho prenotato in questo posto coi profili social che farebbero sognare anche i morti coi loro scorci curatissimi da qualche interior- designer newyorkese, con le campane tibetane, i tappetini, gente tonica che si contorce in pose miracolose, incenso e drink pieni di antiossidanti.

I social del posto promettono anche silenzio o tuttalpiù il rumore dell’acqua che entra ed esce dai piccoli tubi di bambù per poi immergersi nelle varie fontanelle e piscine zen dove anche io potrò immergermi per soli duecento euro a notte.

Il canto degli uccelli notturni non lo inserirei fra le promesse del posto perché chi non si è mai trovato nella circostanza di dover dormire nella giungla, condizione piuttosto diffusa, potrebbe non prendere come un lusso miracoloso la proposta serale dei mille animali rauchi che affollano la notte tropicale con furia, come a presagio di morte.

A me piace, però.

Ciò che amo meno è il reggaeton che proviene dalle vie lontane del paese e che la giungla non riesce a filtrare lasciando trapelare le tipiche percussioni elettroniche di quel genere musicale che anticipa la fine del mondo e che mi tanto mi ricorda quando, in casa dei miei si rovesciava il ripiano delle pentole ma c’è a chi piace.

Che poi è un po’ il problema dell’umanità, questo fatto che ci sia sempre una fascia di pubblico con evidenti gusti di merda da dover rispettare.

Il posto in questione si trova ad Ovest rispetto alla Riviera Maya, lì dove un tempo si celebrava la terra e si compivano rituali con sacrifici umani nei cenotes oggi sorgono piccole capanne chic, disseminate per un bel pezzo di giungla e frequentate da gente tatuata e vestita di bianco.

La stessa gente che va al Burning Man da quando ha saputo che ci si debba andare, la gente che si vergogna di dire che campa delle rendite di qualcun altro e quindi s’inventa professioni al limite dell’hobby che terminano tutti con – consultant.

Le capanne, per chi avesse voglia di fare un’esperienza mistica di qualche giorno sono ovviamente bianche e molto semplici, almeno in apparenza poiché all’interno c’è realmente tutto il necessario per sopravvivere a Miami, ad un diciassettesimo piano: bollitore, vasca idromassaggio, due amache lunghe e sottili in macramè, nel caso in cui i due matrimoniali King-size annoiassero e trentadue libretti con tutti i servizi offerti dalla struttura, durante i giorni di penosa permanenza.

All’esterno, il polmone verde, quello spazio che più che giungla sembra un giardino zen tirato a lucido da monaci giapponesi ed effettivamente c’è chi mantiene tutta quella patinatura in piedi ma è gente maya molto sudata.

La gente del posto, privata delle sue terre tanto tempo fa dal colonialismo subisce ancora lo schiaffo da parte dei ricchi, come fosse consuetudine, lavorando in tutti i campi più umili per i nuovi coloni, gli imprenditori grassi del paese confinante, quello che costruisce i muri e poi li scavalca per andare al Resort.

Tra i lunghissimi alberi sottili che infittiscono il bosco dovrebbero esserci anche le famose liane dell’ayahuasca che non credo possano mancare, purtroppo però non le so riconoscere.

Le leccherà qualcun altro.

Le tre piscine invece si che le so riconoscere: hanno acqua verde, limpidissima e rafferma, senza un filo di onda per non scandalizzare i chackra degli ospiti, già messi a dura prova dal 5G presente in ogni spazio ed anfratto per consentire di postare foto con gli hashtag giusti.

Arrivo alla reception e mille campanelli di ceramica attaccati alle tende si mettono a suonare, come se mille porte d’ingresso di ristoranti cinesi venissero aperte in simultanea.

Mi accolgono due ragazze francesi vestite dello stesso colore dei mattoni; non sarei mai riuscita a riconoscerle così mimetizzate, se non fosse stato per i loro rossetti.

Non bastasse il camouflage, le due segretarie, che però qui si chiamano “experience-assistant”, non parlano ma bisbigliano, forse per non spezzare la magia della giungla, per non disturbare le buone vibrazioni col loro lavoro pratico così volgare ma io avrei bisogno di qualche informazione e dentro di me so già che finirà male.

Faccio il check-in per intuizione, leggendo il labiale delle due ragazze che paiono schifate della mia aurea urbana, appena arrivata a contaminare il loro bosco sacro.

Una delle bisbigliatrici si offre di accompagnarmi alla mia capanna guidandomi attraverso la giungla: forse pensa che tra le piscine, il bar macrobiotico e la boutique potrei trovarmi in situazioni di pericolo ma l’unico vero rischio è che porti via metà della ghiaia dai sentieri con le ruote del mio trolley.

Nei tre minuti di cammino verso la mia capanna riesco ad accumulare una piccola montagna sabbiosa con cui si potrebbe spianare un parcheggio e la mia valigia vi è ingolfata dentro.

La giovane francese non si lascia scomporre dal mio cattivo gusto e con una piccola radio chiama subito Nacho il quale, quasi come se vivesse appostato sugli alberi intorno al sentiero si materializza al nostro cospetto ed issa la mia valigia sulla schiena sorridendo come se fosse un’inconveniente di cui godere.

La mia capanna è, come già detto, capanna solo esternamente: gli interni sembrano appena allestiti da un team di produzione di still-life per chissà che magazine di architettura.

Ho una vasca ed una doccia ma l’idea di sostituire uno di questi due sanitari con un fottuto bidet non è venuta a nessuno, come al solito.

Il pavimento è rivestito con delle maioliche verde bottiglia con striature di arancio tropicale tirate a lucido e la capanna affaccia direttamente su una delle tre piscine miracolose che però scoprirò essere il ritrovo preferito di una comitiva di cinquantenni di Miami col vizio del Mezcal, a partire dalle undici e trenta del mattino sino a che non arrivi l’oblio della notte a portarsele via.

Durante la prima notte in capanna faccio esperienza e scopro che le signore sono dure a morire e che resistono duro, forse grazie alle organic-bowls che ti preparano qui come unico companatico disponibile.

Per tenermi occupata durante la notte e non subire e basta le urla primitive delle ragazze del Mezcal che si uniscono a quelle degli uccelli notturni, prendo a cuore un’operazione importante, a nome di tutti gli scrittori del mondo: spostare la scrivania dal muro della capanna e piazzarla in mezzo alla grande stanza, fronte finestra.

Quando una scrivania viene fissata contro il muro, da qualche parte nel mondo, uno scrittore di romanzi muore.

Come si fa a non pensare che ci sia ancora qualcuno voglioso di scrivere in un contesto del genere?

E come si può pensare che debba trovarsi in mezzo alla giungla a scrivere contro un muro color senape?

La scrivania pesa un quintale ed impiego due notti e mezza mattinata con Nacho per spostarla senza sfregiare le maioliche.

Spero sia ancora lì, orgogliosa, fronte-giungla, piazzata contro l’enorme finestra, grande quanto una parete, a gridare silenziosamente a tutti quanto sia sciocco obbligare qualcuno a scrivere contro una parete soprattutto se vi è anche attaccato ad altezza nuca, un braccio di metallo che regge il televisore al plasma pronto a ferire lo scrittore, già abbastanza umiliato dalla vita e dagli editori.

La mattina in cui riusciamo finalmente a sistemare il mio mobile preferito, le signore del Mezcal partono ed io inizio finalmente a scrivere questo resoconto col solo canto degli uccelli mortiferi.

A proposito di presagi di morte, val la pena menzionare il ristorante e le sue organic-bowls.

Ogni mio spostamento di piacere come di lavoro è sempre stato legato alla scoperta di un posto dove si mangi e si beva bene.

Se ho delle trasferte di lavoro organizzate da qualcun altro, chiedo sempre di lasciar fuori dai piani qualsiasi tipo di programmazione dei pasti, in modo da poter cercare io, il posto giusto dove infilarmi per tre ore ed uscire più contenta di prima anche se a rischio blocco intestinale.

Chi sa riconoscere e trasformare le materie prime commestibili è una specie di eroe per me: più degli scrittori che riescono a concentrarsi contro un muro.

Di norma, i ristoranti dove la proposta è fatta al 90% da un buon piano di comunicazione, mi fanno cacare a prescindere.

Non mi fido di quelli che fanno troppa comunicazione.

Il ristorante di questo luogo troppo zen per i miei nervi è uno di quei posti dove pensano che ci si possa saziare col marketing: al primo appuntamento con la proposta della cucina di giungla ho un mancamento quando arrivano le prime portate.

La moda degli schizzi di cibo è arrivata anche qui.

Dove sono gli dei Maya della morte quando servono?!

Frutta e verdura sono, ad uno sguardo appena esperto, visibilmente state tolte dai imballaggi, nel retro del bellissimo patio in legno del ristorante ed assemblate tra di loro in modo da dare al piatto un aspetto fotografabile.

Ma il piatto oltre che fotografabile dovrebbe anche essere commestibile: è così assurdo?!

Ancora non saziata dagli schizzi ordino delle microscopiche polpettine di alghe che arrivano con sopra delle pesanti guarnizioni cremose color nero di seppia che fanno sembrare il piatto un preparato di funghi allucinogeni lasciati al sole a squagliarsi.

Dulcis in fundo, i dessert “senza niente” fatti con farine ricavate da foglie indigene che andrebbe anche bene se avessero un sapore alternativo alle bacche di vaniglia, onnipresenti come pidocchi nella testa dei bambini delle elementari quando arriva la stagione.

Scopro che tengono talmente tanto alla salute degli ospiti che non servono alcolici ma solo Mezcal e capisco le signore di Miami rimpiangendo di averne desiderato la morte in piscina; così preparo il mio fegato a subire il colpo più pesante degli ultimi anni: quello di sopperire alla grande quantità di vino che consumo con un paio di bicchieri di questo distillato che, se aggiunto alle alte temperature messicane e alla mia proverbiale bassa pressione basteranno a mandarmi in un’altra dimensione nel giro di pochi minuti.

A differenza delle signore di Miami però, la mia personale sbronza da Mezcal si presta meglio al luogo perché è un tipo di ubriacatura silenziosa e tristissima, di quelle che vuoi morire, anche se hai il vestito di lino bianco e gli anelli di ottone forgiati dal curandero delle montagne.

Per fortuna, al mattino servono una bevanda chiamata in un modo diverso, a seconda di quanto sia figo il posto dove la preparano; qui si chiama Latte Magico ed è fatto con quintali di curcuma che ti colorano i denti da eroinomane, cannella e latte di avena caldissimo: va bevuto entro le sette e mezza del mattino perché altrimenti ti si squagliano gli organi interni ma pare sia un elisir di lunga vita.

Lunga e zen.

Dove sono gli dei Maya della morte quando servono?

 

II

A volte basta un solo pasto in un ristorante per convincerti che non dovrai dare altre chances a quel fottuto posto quindi una mattina decido di fuggire dal Retreat per trascinarmi in centro, in modo da racimolare qualche burrito con dentro del companatico serio prima di morire, specialmente continuando a bere Mezcal con quei ritmi.

Così, verso l’ora di pranzo, quando in giro ci sono poche Experience-assistant che possano vedermi, denunciarmi e riportarmi al detestabile bistrot crudista me ne fuggo in paese e mi rifugio dentro ad un supermarket ben fatto ma gestito da una francese simpatica come una malattia venerea sconosciuta.

La francese si fregia del primato di essere arrivata qui tanti anni fa prima del turismo di massa ed ha in sé quella stessa prosopopea che appartiene a tantissime persone che scelgono di trasferirsi in un luogo tropicale, ancor poco frequentato da stranieri e che, quando finalmente arriva l’esplosione turistica, pur basando la propria sussistenza sullo sfruttamento di quegli stessi turisti, iniziano ad odiare quei poveretti e a considerarli tutti, in blocco, dei coglioni.

Forse esiste ancora una qualche forma di reminiscenza in certi popoli, tipo francesi o spagnoli, di quei tempi andati in cui radevano al suolo intere civiltà per appropriarsi dei loro territori e poter dire che c’erano arrivati loro per primi, che l’avevano scoperte loro quelle terre ma oggi bisognerebbe darsi una calmata e capire che sia giusto smetterla con questa farsa del “L’ho scoperto prima io questo paese, coglione!”

Vado dalla francese perché ha una selezione di prodotti davvero ben fatta e mi ostino a parlarle in spagnolo nonostante lei si rivolga a me esclusivamente in inglese poiché sono bianca e dunque forestiera, miserabile ed immeritevole di parlare la lingua del posto; non importa che lo sia anche lei perché lei c’è arrivata prima, in questo posto.

Lei è qui da vent’anni e prima era una meraviglia, chiaro?!

Quando mi comunica il totale che dovrò pagare per due fregnacce in croce, mentre una giovanissima messicana mette i prodotti dentro alle buste perché lei ha le unghie con la french (ovviamente) a me viene l’istinto di saltare sul bancone e prenderle il collo tra le mani gridando “Ma quanto la paghi questa roba qui, tu?! Eh, bastarda?!”, ma non lo faccio perché poi si terrebbe la spesa ed è l’unico posto utile e vicino al Retreat dove devo tornare velocemente perché alle 15 ho prenotato un trattamento craneo-sacrale e sono certa che una rissa al supermarket non aiuterebbe i miei chakra e non arriverei con la linfa equilibrata, etc.

Me ne torno così al jungle-resort con le mie borsette di stoffa strapiene di cibo che andrà a sostituire il menù Detox che inoculerei volentieri nel deretano dello chef, prima del termine della vacanza.

Tutto questo astio non aiuta ma anzi va in contrasto con l’intento zen del soggiorno, devo stare calma.

Con la scorta di sopravvivenza mi sento più tranquilla e posso affrontare la mia personale lotta per raggiungere la calma che promettono questi signori saggi, la giusta respirazione, l’assenza di ansia e le altre cose bellissime e sconosciute alla mia personalità.

Alle 14:50, come da accordi con l’Experience-assistant di turno, mi piazzo davanti alla capannina dei massaggi ed attendo l’operatore che dovrà farmi il trattamento.

Alle 15:10 arrivo furente alla reception perché alla capannina non si è presentato un cazzo di nessuno ed io non ho tempo da perdere perché alle 18 ho la lezione di Yoga con Matzel, la mia prima lezione di yoga sul posto, gratuita per diritto, visto che ogni ospite ne ha una gratuita da sfruttare e non voglio certo perderla.

La francese mi bisbiglia che l’operatrice sta arrivando, di attendere ancora un pochino, di avere pazienzina e tante altre piccole cosine.

Dopo quindici minuti ad essiccare sulla panchina di fronte alla reception arriva un taxi a tutta velocità e vomita giù una donnina grande e larga come una lenticchia, un essere della foresta tutto sudato che ansima come una foca e implora pietà alla francese, non accorgendosi che io son lì, sulla panchina a scongiurare che non sia lei, l’operatrice perché essere toccata da uno sconosciuto sudato dovendolo anche non mi è mai piaciuto.

La signora lenticchia si presenta come Maria ed osa dirmi di seguirla che mi accompagna alla capanna dei trattamenti quando io, quel sentiero lì l’ho consumato nell’attesa e glielo dico subito e lei ride e si scusa ed io ho già mal di testa da tutte quelle scuse e penso solo al suo sudore.

Entriamo nella capanna che è freschissima e rigenerante ma io penso ancora al sudore di Maria che le si sta asciugando sulla pelle e non mi sento a mio agio.

La capanna è in legno scuro e muratura bianca, ha tante finestre quante sono le pareti e un lungo davanzale che corre lungo tutto il suo perimetro rotondo, sopra al quale vivono delle orchidee bianche e viola; al soffitto sono appesi vari campanelli e altri aggeggi fatti con piccole pietre in vetro attaccate ai fili che quando si scontrano tra di loro emettono suonini zen mentre io penso alle chiazze gialle e salate che Maria avrà sulla schiena, sulla sua uniforme bianca praticamente da buttare.

Maria dice che mi attenderà fuori e che intanto io posso prepararmi e mi indica una bustina con dentro delle mutande usa e getta ed un asciugamano.

Una volta uscita Maria, apro la bustina e scopro che anche in questa occasione, le mutande usa e getta sono di una gigantesca taglia unica, praticamente una tenda per doccia in plastica e rete di cotone che non riesco ad indossare senza sembrare una mummia quindi le piego e le appoggio affianco ad un’orchidea che guarda la scena schifata.

Quando Maria rientra io faccio finta di avere gli occhi chiusi, come sempre, in questi casi invece sono vigile ed attentissima a tutti i suoi movimenti perché non dimentichiamoci che è una sconosciuta messicana, senza dubbio ancora affaticata ed innervosita dal ritardo ed io non ho idea di come possa reagire.

Purtroppo però Maria gioca sporco ed inizia a nebulizzarmi ad altezza fronte uno spray aromatico all’olio dell’albero del tè che mi acceca completamente e mi costringe a serrare gli occhi per non morire di congiuntivite durante il trattamento.

Quando Maria inizia a massaggiarmi il cuoio capelluto si presentano idealmente al mio cospetto, le due Arianne in profondo dissenso reciproco: c’è la parte di me che si vorrebbe rilassare che comincia a sussurrarmi in testa: “Bello, eh? Te lo sei meritato. Goditi questo trattamento, respira ed ascolta il tuo corpo mentre la tua testa viene curata da questa mistica della giungla” e poi c’è la parte di me scettica che sibila contemporaneamente: “Beh, per duecento euro forse si sarebbe potuto anelare a qualcosa in più di una signora strappata a qualche bar malfamato che ti gratta la cute. Questo non è un trattamento cranio-sacrale e lo sai. Queste sono delle unghie che ti graffiano cute e cuoio capelluto e con tutti i capelli che c’hai ti sembra anche bello ma, cara mia: duecento, fottuti sacchi”.

Durante la prima mezz’ora è un continuo fare a botte con le due voci che si schiaffeggiano dentro alla mia testa massaggiata da Maria che senza dubbio starà ancora pensando a quanto le costerà caro il suo ritardo di oggi e a quanto sono maledetti i francesi che hanno colonizzato la sua giungla, non bastassero gli yankees.

All’improvviso, proprio quando sembro avvicinarmi a qualcosa di simile al rilassamento, nella giungla si rompe un urlo di gruppo terribile.

Il grido di massa si diffonde nel bosco ed io salto sul lettino con gli occhi vitrei, in attesa di capire se bisognerà scappare dalle finestrelle della capanna o rifugiarsi dentro agli armadietti degli asciugamani per salvarsi dai cannibali.

Maria sorride e mi invita a restare sdraiata; dice che “Stanno praticando l’Arpertizma”, o qualcosa del genere.

In effetti le urla che continuano ad interrompere il bel silenzio del primo pomeriggio nella giungla, sono ben calibrati, pur essendo terribili e sembrano piuttosto frutto di un allenamento meccanico anziché la reazione conseguente ad una mazzata sui genitali.

Maria mi spiega molto seria che si tratta di un’antichissima meditazione maya che viene praticata da un gruppo di adepti raccolti intorno ad una capanna sudatoria e guidati da un maestro, in modo che il grido non si disperda ma purifichi animi ed ambiente circostante ed io cerco in Maria, uno sguardo di intesa che possa metterci d’accordo sul fatto che si, sarà certamente una pratica utilissima ma fa anche un po’ ridere, a pensare che un gruppo di stronzi si metta a gridare come animali decollati, in mezzo alla giungla, per di più proprio accanto alla capanna dove una poveretta sta cercando di farsi fare un massaggio rilassante al cranio.

Invece Maria è serissima; forse finge per rendersi credibile agli occhi di una cliente oppure semplicemente ha smesso di considerare l’opportunità di prendere per il culo i turisti perché è cosa vecchia, che non porta frutto, visto che continuano a tornare nella giungla, pagando profumatamente per gridare e mangiare bacche.

Ma io vorrei dirglielo a Maria.

Vorrei dirle “Io son come te: ti capisco, Maria. Questi sono degli esauriti, altro che Arpertizma o come cazzo si chiama. Andiamoci a bere una birra in paese, torniamo alle cose semplici e smettila di grattarmi la testa.”

 

III

Il tramonto nella Giungla arriva presto e l’ora d’oro concede ai raggi del sole di infilarsi fra le liane leggere e fra i tronchi snelli ed ossuti che affollano la zolla di terra ancora concessa alla vegetazione dalla mostruosa febbre edilizia che impera nella zona della Riviera Maya.

Scendendo da Cancun verso il sud della Penisola, laddove lo Yucatan incontra il Quintana Roo, la piccola autostrada somiglia alla galleria a cielo aperto di un centro commerciale dove, anziché negozi e tex-mex, scorre un’interminabile sfilza di Resort con certi ingressi davvero inopportuni per il luogo, lussuriosi e presuntuosi come scenografie di Jurassik Park mollate in mezzo alla strada oppure come porte di accesso a regge reali, con leoni rampanti in pietra, gabbiotti da cui spuntano agenti messicani in uniformi che imitano quelle poliziesche e monumentali archi in granito che si stagliano nel cielo dei Caraibi, per onorare i minivan con gli americani più spregevoli in circolazione che arrivano dalle loro città opulente per replicare in spiaggia uno stile di vita che sfascia ecosistema e buon senso.

Non è che non sopporti gli americani, anzi.

Apprezzo quegli americani che combattono, ogni giorno per somigliare a sé stessi e che riescono a migliorare il pensiero critico mondiale con il loro innato, genetico ed immenso dono della perseveranza nella fede che chiunque possa crearsi il mondo professionale che ha sempre sognato.

Qualcosa che noi italiani facciamo fatica anche solo ad immaginare.

Ma, a parte quelli provenienti dalle zone fortemente contaminate dall’immigrazione, gli statunitensi che usufruiscono di questi giganteschi mostri sui litorali colonizzati dal dollaro chiamati Resort, sono ben lontani dall’ideale gradevole che intendo: più simili alle pop-star puzzolenti di vaniglia, questa gentaglia arriva con la Samsonite piena di creme glitterate, di top leopardati e camicie a righe colorate o coi pappagalli garruli e si piazza sul bagnasciuga per un paio di settimane, senza interessarsi minimamente alle zone limitrofe visitabili, al massimo infilandosi nel pullmino con l’aria condizionata a tutto gas (solo gli americani possono sopravvivere a certa aria condizionata, così come al consumo animalesco di ghiaccio nelle bibite), per farsi portare all’outlet o nei poveri cenotes, un tempo luoghi magici e sacri, oggi mere postazioni per selfie.

Nella maggior parte dei casi, questi germi anglofoni se ne stanno, come già detto, sui loro lettoni di velluto in spiaggia e l’unico movimento che fanno è quello del braccio alzato per chiamare il servo locale, munito di radiolina e di cappellino con la visiera color sabbia, per farsi portare un Margarita oppure ordinare un massaggio, con molta probabilità migliore di quello che ho appena sostenuto al fottuto Retreat mistico dove sto soggiornando, mio malgrado.

Andrà meglio con la lezione di Yoga.

Anche perché, a differenza della grattata alla cute appena subìta , la lezione di Yoga sarà gratuita!

Alle 17:58 mi faccio trovare al centro della giungla pettinata, davanti al grande padiglione preposto per le lezioni, come consigliato sulla lavagna, alla reception.

In realtà, sulla lavagna consigliavano di arrivare dieci minuti prima dell’orario di inizio ma io sono romana e non ce la faccio proprio. Anzi, mi sento in grande imbarazzo ad arrivare con così tanto anticipo e a starmene lì, col cellulare in mano seduta sugli scalini anziché piombare all’appuntamento con qualche minuto di ritardo ma più entusiasta, ansimante e pronta a tuffarmi nel pieno dell’attività già iniziata.

Non sopporto quelli del Nord che, quando ci si accorda per un appuntamento, facciamo conto alle dodici, osano telefonare alle undici e cinquanta solo per dirti “Ciao, io sono qui”.

Alle undici e cinquanta, una qualsiasi persona sana che abbia un appuntamento a mezzogiorno sarà, con molta probabilità, occupata in attività delicate, come la ricerca di un parcheggio, il pagamento di quello stesso parcheggio alla macchinetta che non sai mai come cazzo funzioni oppure, come nel mio caso, ancora sull’uscio della porta di casa o ancora, tornando indietro per recuperare il cellulare dimenticato sul tavolo all’ingresso oppure le chiavi di casa o la sciarpa perché c’è un po’ d’aria o ancora l’anello di ottone, complemento imprescindibile per l’appuntamento.

Ricevere, in quel frangente, una telefonata in cui mi si mette inevitabilmente ansia e prescia senza motivo, visto che l’appuntamento (che, a questo punto non vorrei mai aver preso) è a mezzogiorno e non alle undici e cinquanta è segno di grande maleducazione e va punito almeno con un ritardo.

Nel caso della lezione di yoga però, mi rendo conto che sarà meglio arrivare un pochino prima perché mostrare ansia in tale circostanza fa brutto, mi guarderebbero tutti male e mi terrebbero a debita distanza per evitare che la mia aurea sporca d’inquietudine contamini i loro chakra.

Insomma, arrivo davanti al padiglione in legno che è davvero incantevole e, distratta dalla struttura progettata da chissà quale architetto danese, calvo e crudista, incespico dentro al cumulo di ciabatte abbandonate fuori dalla porta d’ingresso: sono tantissime, sembra il cimitero di guerra americano ad Anzio solo che, al posto di piccole croci bianche ci sono migliaia di flip-flop sformate dai piedi degli yogi.

Non è che sia proprio a digiuno dalla pratica dello Yoga, comunque.

Il fatto è che riesco ad appassionarmi ad un’attività sportiva solo quando è concepita come tale e magari si respira anche un po’ di competizione mentre a Yoga si respira e basta; inoltre, alla fine della classe, quando sei bello sudato e vorresti gustarti il particolare piacere che si ricava dall’aver faticato dentro a tessuti tecnici, sei invece obbligato a distenderti a terra tutto sudato e a meditare, rilassando il tuo corpo che invece vorrebbe sprigionare le endorfine ricavate dall’allenamento.

Ad ogni modo, lo sport mi piace e poi, ripeto, è gratis e in un posto del genere la parola gratuità è una gemma preziosa nascosta nel tunnel più profondo della miniera.

La nostra insegnante è una messicana bianca, alta un metro e quarantotto ma con un’evidente potenza sovrannaturale, tutta rappresa nel piccolo corpo e che è possibile percepire anche a molti metri di distanza, quelli a cui mi tengo io, con la reverenza ed il timore che ho sempre avuto nei confronti dei maestri, a prescindere dalla mia preparazione.

A differenza di tutte le altre occasioni sportive o sociali, qui nessuno chiacchiera prima della lezione, anzi: siamo tutti scalzi e silenziosi e se c’è qualcuno che si fa scappare un saluto, una battuta o due parole, tutti gli altri si girano e lo guardano male mentre sistemano il proprio tappetino in cerchio; sorridono ma sono severi e sembrano voler dire, senza parlare che quel “Ciao” sussurrato è cosa grave perché non si può, si rovina tutto, si sbilanciano gli equilibri.

La lezione inizia senza preavviso.

La maestra si volta di scatto dalla postazione dell’impianto stereo su cui era ricurva e, dopo aver alzato a bomba il volume della musica tibetana, manco fossimo a spinning, si piazza in mezzo al cerchio di tappetini ed incrocia le gambe e tutti gli altri capiscono quindi mi adeguo anch’io.

La lezione dura due ore e mezza, senza possibilità di fuga né di retrocessione: se ti sei piazzato col tuo tappetino in prima fila e non nei vortici delle retrovie, peggio per te, son cazzi tuoi.

A differenza della maggior parte delle altre discipline, qui la maestra fa lezione con noi, non s’interrompe mai, se non in quelle poche, umilianti occasioni in cui si mette a girare per i tappetini, per “sistemare le posizioni” dei mediocri come me, senza che nessuno di noi possa lamentarsi mentre lei gira il nostro busto e gli arti in senso contrario a quello naturale.

Affianco a me ho, da un lato un italiano sui sessanta, bravissimo e che cerco di copiare durante tutta la lezione, sbagliando il senso della postura e ritrovandomici sempre faccia-a-faccia quando tutti si voltano dalla parte giusta e, dall’altro lato c’è un americano, pallido come se avesse contratto la malaria, il classico tipo desideroso di attaccare bottone persino in una condizione così off-limits.

Ogni volta che siamo in piena posizione, che so, dell’arciere oppure impegnati in un ponte o in qualche altra mossa che ci gonfia la faccia di sangue, per lo sforzo, lui è l’unico talmente stupido da avere il coraggio di commentare ad alta voce e, se non bastasse, continua a ripetermi “Don’t follow me!”, quando io ho compreso fin da subito di che razza di capra si tratti e non ho alcuna intenzione di prenderlo come esempio eppure lui, gridando queste cose, offre al resto della classe l’impressione che io lo voglia copiare e così risultiamo una coppia di perfetti imbecilli, venuti alla classe solo perché gratuita, che poi è un po’ così ma, brutto stronzo, lasciami almeno la possibilità di dissimulare, data la circostanza chic ed i miei abiti così azzeccati, in cotone e lino purissimi, scelti appositamente per dar l’impressione di avercelo nel sangue, lo yoga.

Ma niente, certi americani sono da squartare, come già detto ma questo non è un pensiero puro, da yogi e sto disturbando l’energia della classe.

Purtroppo la maestra, com’era prevedibile, passa anche affianco al mio tappetino per sistemarmi la posizione: le mie gambe sono divaricate e fin qui tutto bene, il busto è inarcato verso la gamba sinistra e la mia mano tocca il piede non senza fatica ma anche con orgoglio visto che, ancora dopo vent’anni campo di rendita grazie alla ginnastica ritmica e riesco ad arrivare alla caviglia, con le dite.

Eppure non mi accorgo che il busto non sia, per la maledetta nana abbastanza perpendicolare alla gamba sinistra, non formi la linea retta di cui sta parlando, sussurrando in inglese e in spagnolo, con una tecnica simultanea che manco ai congressi medici internazionali; così la maestra bassa ma poderosa, senza preavviso mi sblocca il braccio destro tirandomelo il più possibile verso il soffitto, facendomi somigliare ad una specie di squadra umana usata per spiegare la geometria ai bambini, sui libri delle elementari.

In risposta a questa provocazione, la mia gamba sinistra inizia a tremare come una saldatrice dei primi del Novecento, riaccesa dopo un secolo di fermo.

La mia faccia diventa dello stesso colore di una grossa vena varicosa e la maestra ha pure la presunzione di dirmi “Respira! Se non respiri non è Yoga ma ginnastica”.

Ebbene, cos’hai contro la ginnastica, brutta stronza zen?!

Noi tutti siamo cresciuti con la ginnastica, prima che arrivassero, negli anni Novanta, i tuoi progenitori di Miami, coi pantaloni dal cavallo calato, reduci dal viaggio in India a dirci che esisteva anche lo Yoga ma non per questo la ginnastica deve retrocedere ad uno sport per gente che morirà prematuramente rispetto a voi.

Questo penso mentre respiro di brutto per sopravvivere, sperando che coi suoi superpoteri, la maestra non riesca a leggermi nel pensiero ed è incredibile ma funziona!

Più respiro e maggiore è la mia capacità di rendere i miei muscoli un filino più elastici e la sensazione è meravigliosa e la maestra, incapace di leggermi nella mente mi sorride benevola e prosegue verso il tappetino dell’americano tisico ma non ci si avvicina nemmeno, tanto il tizio rantola sul suo affare di gomma, in modo indecoroso.

Gli lancia un’occhiata schifata e prosegue verso alcune femmine molto più performanti ed il poveraccio ci rimane male.

Rivolto verso di me, lo vedo che aspettava una raddrizzata e che, alla fine, oggi era venuto qui per imparare, con tanta buona volontà, privandosi persino della birra in spiaggia, al tramonto ma la maestra prosegue cattiva mentre io, non so per quale strano riflesso inconscio, lo guardo dritto negli occhi e gli ringhio crudele, facendomi sentire da tutta la classe: “Follow me”.

Ecco finalmente, l’ho rimediata anche nello Yoga, la competizione che cercavo ed ora, mentre vibro nell’aria come un lampione a Trieste, la scarico su di te, brutto incapace malarico.

Voi americani siete il male della terra: seguimi che ti porto all’inferno. Ohm.

 

IV

Dopo la disavventura nella giungla mi sono ripromessa di fermarmi, durante le ultime tappe di viaggio, solo in posti veri e realmente capaci di comunicarmi genuinità anziché sperimentazioni di piani marketing per miliardari cocainomani, con tutto il rispetto per lo yoga ed i miliardari.

Non che disprezzi del tutto i miliardari cocainomani, anzi.

Il settore mi diverte parecchio.

Si tratta di una categoria diffusa in tutto l’Occidente che si diffonde, come tutti i gruppi che basano la propria sussistenza sul background personale anziché su costumi etnologici, con equa spartizione tra le grandi città ed i più bei posti naturali dove però, per un motivo o per l’altro, il costo della vita è insostenibile per la gente normale o autoctona.

Quest’ultima, quando arrivano i miliardari cocainomani ha soltanto due possibilità a disposizione: estinguersi come, in sostanza sta succedendo ad esempio, ad Ibiza o a Bali oppure prostrarsi alla legge triste (e qui si torna all’etnologia), secondo cui debba esistere una mostruosa distanza sociale fra una categoria e l’altra di persone; tale distanza, gli indiani la chiamano “casta” ma esiste un po’ in tutto il mondo, anche nei contesti meno prevedibili.

In Messico e, più in generale in tutti i paesi che hanno subito violente colonizzazioni, tale, demotivante processo è molto evidente ma sotto certi aspetti riesce a far sorridere il fatto che, in luogo dei coloni o dei grandi imprenditori senza scrupoli di una volta, oggi vi siano sub-cinquantenni che campano grazie ad immobili gestiti in affitto da terzi, nelle loro città di provenienza oppure contando su rendite provenienti da eredità o da genitori scriteriati che permettono a questi pseudo-giovani di tirare avanti nelle località più belle del pianeta e di tirare indietro, nel naso, cocaina di prima qualità che manca invece nelle loro città.

A Tulum mi è parso che esista tutto ciò, con l’aggravante bizzarro ma simpatico che i miliardari in questione facciano yoga e di giorno sembrino appena usciti da una purificazione karmica in chissà quale ashram che li fa apparire tutti come le giuste guide mistiche che servirebbero nella vita, se soltanto la vita terminasse alle undici di sera e non si potessero incontrare dopo quell’ora, con la mascella slogata dalla droga, in qualche festa techno sulla spiaggia.

Mantengo quindi la promessa e parto l’indomani verso il Nord della penisola, per visitare le piramidi e conoscere veri messicani, prima di ripartire.

Nei giorni successivi però mi rendo conto che senza le danze dei miliardari cocainomani non mi diverto e che, in realtà è difficile, in così pochi giorni riuscire ad introdursi nella vita sociale del posto perché turisti e locali sono tenuti e si tengono a debita, reciproca distanza.

Dall’Italia, poco prima di mettermi in viaggio da sola mi avevano dipinto il popolo messicano come un’etnia di tagliatori di testa specializzati, indipendentemente dalla regione o dall’estrazione sociale.

Alcuni avevano inorridito immaginandomi al volante di un’auto a noleggio però mi avevano anche intimato di non prendere per nessuna ragione al mondo, i pullman pubblici perché erano i mezzi preferiti dai rapinatori che, in un modo o nell’altro finivano per tagliare teste, non riuscendo a contenere la voglia di esibire le specialità del luogo.

Una volta in Messico poi, ci avevano pensato i nuovi coloni a far mantenere le distanze tra me e la popolazione locale; i messicani, come già detto lavorano negli alberghi, nei bar, nei ristoranti sulle spiagge e, a parte prendere l’ordine di ciò che vuoi e comunicarlo alla cucina con una radiolina, non riesci in nessun modo a farci amicizia.

Tutti questi ingredienti, assieme al poco tempo di viaggio hanno reso complicata la conoscenza di gente del posto per poter tornare a casa con il contatto di qualcuno che potesse ospitarmi al prossimo viaggio; in compenso però ho conosciuto Sylvia, una miliardaria cocainomane.

Quando s’incontra una persona che viaggia da sola, di rado ci si chiede perché stia viaggiando da sola perché l’entusiasmo di conoscere è la scintilla che ti spinge a viaggiare e quindi non sempre è possibile riflettere.

Personalmente non ho scelto di viaggiare da sola ma ci sono ritrovata, essendo tra quei professionisti che hanno tempo libero per farlo, solo in momenti dell’anno molto del cazzo, in cui la maggior parte delle persone lavora; ho fatto quindi di necessità, virtù.

Sylvia invece fa parte della categoria già menzionata che può scegliere di viaggiare come e quando crede perché nessun impegno la reclama a casa e, qualora vi fosse impegno urgente può delegare oppure rientrare, firmare una carta e ripartire.

Questa giovane donna francese, mia coetanea, imprenditrice come dice lei e molto arrabbiata con la vita ha mutilato gli ultimi giorni del mio viaggio e mi ha fatto desiderare la mia patria che, comunque è sempre un bel sentimento.

Sylvia mi abborda letteralmente durante una visita guidata ad un tempio Maya, in notturna.

Non è mio costume prenotare visite guidate ma a quelle in notturna non so resistere; tanti amici a Tulum mi avevano avvisato, avevano cercato di farmi desistere dall’idea di prenotare ma io, cocciuta come una capra valdostana (che si ostina a dar credito ad un luogo non lambito dal mare), avevo prenotato, giusto la sera della lezione di Yoga.

Arrivata sul posto, dopo circa un paio di ore di viaggio senza traccia di tagliatori di teste, ho parcheggiato la mia macchina nel piazzale dove i cartelli dicevano di parcheggiarla, non senza notare che fosse l’unica autovettura in un oceano di giganteschi bus.

Ho percorso un viale di terreno battuto, illuminato solo da qualche fiaccola lungo il sentiero; l’ho percorso sentendomi addosso le mille voci degli amici italiani che prevedevano la mia brutta fine descrivendo il modo in cui il mio cranio sarebbe rotolato tra le rovine.

Invece, contro ogni previsione, riesco ad arrivare all’ingresso dell’area archeologica dove mi attende la prima e forse unica, vera rovina: l’atrio costruito coi soldi dell’Unesco per ospitare la biglietteria ed il piccolo negozio di souvenir sembra un’astronave che attende di partire portandosi via centinaia di migliaia fra turisti e guide stremate dai ritmi dell’alta stagione.

Tutto ciò che mi circonda è la dimostrazione di quanto, a volte sia doveroso fermare il turismo e di come i soldi incassati grazie ad esso possano essere più che deleteri.

Il marmo bianco si staglia altissimo nella notte ed i piccoli laser blu che leggono il biglietto elettronico si accendono ad intermittenza, proprio come immagino farebbe l’Enterprise, se dovesse caricarci un giorno, tutti col nostro biglietto acquistato online.

Sylvia mi ha già visto nella folla e ha frainteso la mia smorfia atterrita con un sentimento di smarrimento che, in effetti c’è ma non nel senso che intende lei; tuttavia mi si avvicina e con occhi di lince mi chiede, in inglese “Stai viaggiando da sola, anche tu?!”

Non si dovrebbe rispondere a domande così invasive, ce lo insegnano sin da bambini, questo penso mentre rispondo “Si, di dove sei? Io italiana, sono in viaggio da Tulum verso il Nord e non mi aspettavo questo delirio”.

Sylvia mi chiede dove dormo e quasi si mette ad urlare dalla gioia quando scopre che soggiorno nel suo stesso paese e che sono arrivata in auto e non con uno di quei pullman di merda come lei.

A distanza di tempo rifletto su come possa una miliardaria cocainomane viaggiare su un pullman turistico di merda ma penso sia legato al fatto che molti della sua categoria amano mimetizzarsi fra i poveri.

Durante la visita cerco di perdere le tracce di Sylvia, non perché mi stia già sul cazzo ma semplicemente perché voglio cercarmi di godere la passeggiata in notturna, lontano dai grandi gruppi vacanze.

Voglio gustarmi lo splendore di quelle rovine, le pietre monolitiche, le incisioni, le scalinate, gli altari di una città che un tempo fu leggendaria, potentissima e che oggi si ritrova a doversi mostrare cadente, circondata da prati, recintata da reti metalliche e calpestata da migliaia di stronzi che non hanno mai aperto un libro di storia ma vogliono solo farsi fotografare lì, per poter dire agli amici di esserci stati.

Durante il percorso sento gli occhi di Sylvia costantemente addosso, non mi perde di vista, sono il suo passaggio in macchina, la sua nuova compagna di viaggio e tanto fa che, non solo la riaccompagno in albergo ma ci scambiamo i numeri di telefono, contente di prometterci un nuovo appuntamento, ancora più a Nord, vicino a Cancun, prima di ripartire.

E così avviene.

Il mercoledì successivo, alle diciotto in punto ci diamo appuntamento, in tempo per l’aperitivo all’isola di Holbox.

Holbox è una specie di paradiso per persone innamorate che abbiano la giusta congiuntura astrale di ritrovarsi lì, col proprio soggetto amato e poi, essendo un paradiso, ci sono anche i miliardari cocainomani.

Tuttavia è un luogo suggestivo, riservato, intriso di natura lasciata libera di riappropriarsi dei propri spazi e di viverli in modo quasi indisturbato, a parte i coglioni che non leggono i cartelli che invitano a non avvicinarsi ai fenicotteri e che puntualmente, quando ne atterra uno, si tuffano in mare, con le loro bandane ed i loro bastoni per farsi la foto.

D’altronde c’è chi lo fa coi coccodrilli, perché non dovrebbero farlo coi fenicotteri?!

Oltre ai pennuti tornati di gran moda grazie ai materassini, Holbox è composta da capanne, piccoli bar dove bere qualunque cosa buonissima e da un mare che nessun catalogo di vacanze riuscirà mai a riprodurre in maniera fedele.

L’isola di Holbox dista quattro ore di auto ed una quindicina di minuti di battello dalla terraferma.

Ci arrivo col sorriso sulle labbra fisso perché la lunga strada che termina col piccolo porto di Chiquilà è costellata di pueblitos finalmente veri e pieni di bimbetti che si lanciano verso l’auto in arrivo per vendere agrumi sbucciati e sale da usare alla prossima tequila; poi ci sono centinaia di chilometri da percorrere su una lunga retta perfetta di asfalto che si bagna, da entrambi i lati sulle praterie selvagge dove pascolano vacche felici, anche se a tempo determinato.

Mi accorgo di essere arrivata vicino al porto di Ciquilà perché, non solo i bimbetti ma anche la gente adulta, si butta sui cofani delle macchine che passano per vendere un parcheggio nel proprio terreno, al costo di circa cinque euro al giorno ed io, giovane, bianca e ricca, mi sento uno speciale mix tra una schifosa colona ed una benefattrice mandata da Gesù per un popolo che spenderà quei cinque euro, molto meglio di come avrei potuto fare io.

Sylvia mi aspetta sull’isola, è arrivata lì da qualche giorno, col solito pullman e ha ancora la testa attaccata al collo ma forse è solo questione di tempo.

Faccio check-in nel piccolo albergo dove soggiornerò ad un prezzo europeo e mi danno la camera vista locale notturno dove scoprirò che la notte si pesta duro fino alle quattro e dormire è una sfida ad altissima probabilità di perdita, anche per una agonista come me, in grado di addormentarsi in piedi, in mezzo al mercato di Marrakech mentre mi lanciano serpenti.

Alle diciotto in punto mi presento nel piccolo, delizioso bar ritagliato dentro ad un pezzetto di vegetazione risistemato con cura ed con il solo utilizzo del legno locale.

Entro, mi siedo al bancone ed ordino qualcosa da bere perché non mi piace l’usanza di aspettare nei posti per poi entrare insieme, come usano le donne, davanti agli ingressi.

Il tempo perso ad aspettare l’amica fuori dai locali è un tempo che nessuno ci restituirà, donne!

Per cui entro e contemplo dal bancone la bellezza di non avere nient’altro da fare, se non la contemplazione di cose belle, appunto.

Sylvia entra nel locale e si dirige verso di me col suo pareo e la fronte lucida; si siede e mi dice secca, “Non mi hai aspettata”.

Non mi dice, che so, “Potevi aspettarmi” o “Perché non mi hai aspettata?”.

Mi dice qualcosa di più simile ad una minaccia ed io, anziché intimorirmi come normalmente accadrebbe, m’infastidisco perché il viaggio mi è costato parecchio e vorrei godermelo senza rimproveri e, se ne avessi voluti durante il soggiorno, avrei viaggiato con la mia professoressa di greco quindi le chiedo di ordinare il cocktail che preferisce, che offrirò io per il disturbo, sperando di incenerirla con la buona educazione.

Per tutta risposta, la gigantesca stronza ordina il suo drink ed inizia una peregrinazione al bagno che non lascia scampo ad equivoci: sarebbe bellissimo produrre un documentario sul valzer dei cocainomani quando cominciano il loro andirivieni verso i cessi.

Si tratta realmente di una specie di danza in cui essi, ignari del nostro sguardo, alludono a qualsiasi scusa misera per andarsi a fare la riga in bagno, di nascosto dove il “di nascosto” è solo apparente poiché non siamo scemi tutti e del tutto.

Durante una festa in casa è ancora più spassoso perché i cocainomani sono un gruppo compatto, che lascia le dosi agli altri appizzandole nei pertugi degli armadietti o in cima alle mensole ma soprattutto perché non ci si riesce a spiegare il motivo che li costringa ad andarsi a nascondere in bagno, trattandosi di una festa privata: forse hanno bisogno del brivido dell’illegalità o temono che qualcuno domandi loro un po’ di roba ma nel caso di Sylvia, la danza è più delicata, senza dubbio nervosa ma con un’evoluzione che ha una punta drammaturgica notevole.

Ogni volta che torna dal bagno, la mia compagna di viaggio è sempre più trasfigurata, sempre più slogata in viso e vuole sapere tutto di me ma non mi lascia il tempo per rispondere e continua a ripetere “Dimmi un po’…perché io invece penso che sia assurdo che….”

Sylvia è da sola.

Sola mentre volteggia in mezzo ai camerieri verso il bagno, sola in bagno mentre tira fuori la dose dal suo marsupietto batik, sola mentre torna dal bagno cercando di darsi un tono, sola in viaggio e probabilmente sola nella vita ma senza ombra di dubbio, Sylvia ora è sola al bancone perché io, terminato il mio drink mi levo dal cazzo e torno in albergo a sentire la disco-music dalle tapparelle, sola anch’io ma molto contenta di ripartire domani, alla scoperta di luoghi incontaminati ove i miliardari si siano finalmente estinti o siano diventati polvere da sniffare poiché così dicono i Profeti che accadrà un giorno.

Più o meno, insomma.

 

 

 

PICCOLO SEGRETO INDUSTRIALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Ho trovato, in fondo all’armadio, un cioccolatino industriale.

Appartiene alla mia vecchia vita, ora mangio solo cioccolato prodotto da piante italiane registrate all’anagrafe e stagionato per anni nelle culle delle cliniche pediatriche, in Svizzera.

Cosa devo farne?

Quale potrebbe essere la cosa migliore da fare?

Divorarlo e annegare nei sensi di colpa oppure raccoglierlo e riporlo tra i rifiuti non riciclabili, chiamare quelli che ritirano i rifiuti pericolosi, in modo che la sua materia organica temibile non contamini l’humus del mio orto?

Un’altra possibilità è quella che poi è la nostra missione, quella che spetta a noi, guerrieri della luce, nati in questa epoca post-industriale: buttare il cioccolatino chimico nella pattumiera lanciandogli contro mille maledizioni.

Mi avvicino quindi allo scaffale dell’armadio e allungo la mano verso il disgraziato fagottino avvolto nel malefico cellophane colorato.

Più mi avvicino e più salivo come un mastino napoletano di undici anni.

Cerco di darmi un tono.

Cerco di nascondere al mio ideale, la bocca piena di bava e lo stomaco che urla desideri immondi.

Piglio il cioccolatino, spingo col piede sul pedale del secchione e mi scaravento nella trachea il demoniaco, squisitissimo snack.

Non respiro per qualche minuto, ho un Nirvana.

Poi torno in me, mi sistemo, mi lavo i denti, esco di casa guardinga, controllo che nessuno mi abbia vista e scivolo fuori dal pianerottolo verso il mercato contadino.

CIBO IMMAGINARIO

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Sempre più persone scelgono di rinunciare a comprare cibi che, fino a poco tempo fa, erano commestibili ed ora non lo sono più.

Così ho deciso: registrerò una nuova start-up: sono pronta a brevettare il cibo immaginario.

Dopo il grande successo dell’amico, anche il cibo immaginario consentirà di costruirci desideri su misura e permetterà a tutti quei fortunati consumatori che potranno permetterselo, di nutrire il proprio organismo semplicemente pensando di farlo, senza correre i rischi del povero popolo ignorante, costretto al consumo industriale.

Il nostro target potrà inoltre godere dell’invidiabile plus di servirsi di un prodotto davvero d’elité, innovativo ed effettivamente dimagrante, non come le polveri che vendono in quei negozi gestiti dai palestrati con gli occhi piccoli.

E neanche come certe diete contrarie al buonumore.

Il cibo immaginario potrà essere assimilato attraverso una semplice app che fornirà all’utente idee, suggestioni, still-life e videomapping e miraggi di piatti macrobiotici, frutta esotica introvabile, germogli di ogni genere, vini naturali o presunti tali, latte d’asina e junk-food libidinoso, per i palati che vorranno regalarsi tutto ciò che desiderano senza le incombenze intestinali e nutrizionali.

Tuttavia le porzioni immaginarie proposte saranno indiscutibilmente più abbondanti dei piatti proposti nei ristoranti stellati.

Tutto il cibo immaginario verrà proposto in un catalogo patinato ma sul web e i piatti scelti verranno confezionati in linee di packaging disegnate dai giovani designer, appena diplomati nelle migliori accademie di moda, per non farci scappare il loro fresco entusiasmo prima che si accorgano di che grande inculata è il mondo del lavoro creativo se non sei gay e viceversa.

Il cibo immaginario potrà essere scelto ed ingerito attraverso connessione wify o fibra, unica componente realmente assimilata dall’utente assieme alle radiazioni.

Nessun grasso saturo, nessun carboidrato, assenti proteine, conservanti di ogni genere, aspartame, antibiotici, solforosa, glutine, antiossidanti e vitamine per il solo, puro piacere di distaccarsi, una volta per tutte, dal fastidioso vincolo della fame e della digestione; per non parlare poi della masticazione e della evacuazione che, da sempre, impediscono al cittadino urban-chic contemporaneo di allontanarsi dalla spregevole massa per accostarsi alla nuova, potente generazione che non vuole avere più volgari necessità fisiologiche, se non quella di farsi il selfie.

Se, da un lato, la mia start-up di cibo immaginario consentirà di sfamarci in modo più sano e di evitare il cibo industriale, dall’altro dovrà perfezionarsi in quell’ambito, ancora, purtroppo inarrivabile, che riguarda la capacità di ridimensionare il proprio ego a prescindere dal proprio status sociale.

Infatti, il target di riferimento del mio cibo immaginario (marchio registrato, voglio subito un codice a barre!) è senza dubbio un target alto, colto e consapevole della necessità di scegliere il meglio per non avvelenarsi ma purtroppo affetto dalla patologia del secolo: il morbo del radical chic.

Una malattia che, per certi aspetti, ha svariate caratteristiche associabili al cibo immaginario: di fatto, l’individuo malato di radical chic, proprio come il mio cibo virtuale, immagina proiezioni di sé stesso inesistenti ed estremamente accattivanti pur rimanendo, nella maggior parte dei casi, un soggetto reale privo di concreta sostanza.

Un coglione, insomma, che si sazia di tendenze immaginarie.

 

DIAGNOSI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Come si chiama la malattia che prende quelli che comprano le Superga con la doppia suola?

Che malattia è quella che hanno i vegetariani che mangiano pesce?

Com’è che si chiama quel virus che attacca le persone quando si trattengono più di due secondi su Canale 5?

Che malattia hanno quelli che rubano gli accendini?

E quella degli attori famosi quando arrivano a fare le pubblicità delle merendine?

Da cosa precisamente sono affetti quei tipi che si fanno tatuare un bacio col rossetto sul collo?

Come si trasmette il virus di quelli che chiedono di parlare con un responsabile quando non la carta di credito gli rifiuta la transazione?

E’ contagiosa la malattia di quelli che suonano dopo un quarto di secondo che il semaforo è diventato verde? Si passa?

Come si chiama la malattia di quelli che ascoltano la partita chiusi in macchina, in un parcheggio?

Che malattia è quella che affligge le persone che inviano più di quattro emoticon in un sms?

Di cosa sono ammalate le persone che votano il meno peggio?

LA SINDROME DA PRODOTTO SPECIFICO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Le generazioni del Pianeta Terra hanno mai avuto modo di fermarsi a pensare all’inutilità assoluta che ha in sé il concetto di prodotto specifico?

Ecco dei pratici esercizi per uscire dalla patologia del Prodotto Specifico compulsivo:

Se piglio il detergente intimo e mi ci lavo le ascelle, succede qualcosa di male alle mie ascelle?

 Se compro un balsamo per capelli sfibrati e ho i capelli grassi, impiegherò tanto tempo ad accorgermi che il balsamo che ho acquistato è più o meno identico a qualsiasi altro balsamo del cazzo?

 Se sono indecisa tra il diesel e il blue-excellence-eco diesel che il distributore mi propone al doppio del prezzo, come specifico per migliori prestazioni su strada della mia utilitaria, permetterò al distributore di pigliarmi per il culo?

 Se non sono vegano e mangio un hamburger alla soia, starò male?

 Se metto la crema solare in un giorno di pioggia mi viene la tubercolosi?

Se avete risposto SI ad almeno due di queste domande siete malati di Prodotto Specifico.

Il mangime per cani, guai a darlo al gattino. Morirà senz’altro giovane.

Il giocattolo per bimbi da 0 a 6 anni, crea disagi al fratellino di 7 se gli capita tra le mani, lo sapevi?

Non ti vergogni a comprare una confezione di lamette rosa al supermercato, se quelle da uomo sono finite?

Fai male; perché i tuoi peli sono diversi da quelli di tua moglie.

Allora perché non vengono prodotte creme famose specifiche per negri o cinesi?

Abbiamo pelli diverse, in fondo e non solo sensibili o a tendenza acneica.

Abbiamo pelli diverse, la faccenda dell’idratazione non è da sottovalutare.

Perché qualcuno non si muove una buona volta ad inventare il bagnoschiuma specifico per i punkabbestia che si vestono di pelle anche in estate?

Perché nessuno si sbriga ad inventare la macchina per fare i pop-corn specifica per adulti che non vogliono sentirsi stronzi ad usare quella colorata dei figli?

Se esiste il dentifricio per denti sensibili, allora perché non fare il trasporto pubblico per gente pulita o le sale cinema per quelli che non vogliono commentare ogni cazzo di scena?

Se esistono le escursioni per sole donne perché non mettere sul mercato anche le spazzole specifiche per calvi ostinati che tengono il riporto non volendo far mai i conti con la propria calvizie?

Una spazzola che li rassicuri una buona volta, cotonando i quattro peli che hanno in testa dicendo loro delle piccole frasi motivazionali, dalla cassa di un micro-altoparlante incorporato.

Se esiste un prodotto specifico per qualsiasi tipologia di persona, perché non esiste un prodotto specifico che ci salvi da queste monumentali stronzate?

 

LA BANDA DEL KM ZERO

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

So che c’è della gente in giro che finge di volermi bene ma che in realtà mi segue, con le scuse più banali, per capire se io compri o no tutto, a chilometri zero.

Anche voi avete delle persone cosiddette care che vi tendono trappole per mostrare al mondo quanto siete ancora globalizzati e inquinanti.

A queste persone dedico il pezzo che segue.

Affinché ognuno guardi i mille chilometri di terreno incolto che ha nel cervello.

***

Non so se sapete che in questi giorni sto ultimando il reclutamento per formare una squadra di professionisti unica al mondo.

Sto valutando gli ultimi curricula per selezionare persone affidabili e mettere in piedi la prima società segreta di agenti speciali che certifichino se una persona è o meno a chilometri zero.

La Banda del Km-Zero proteggerà le città da quelle bestie che ancora frequentano gli ipermercati invece delle botteghe delicatessen, che si ostinano a mangiare nei fast-food anziché nelle enoteche con cucina, che vanno ostinati nei centri estetici invece di regalarsi una beauty-farm insomma, la Banda ci proteggerà da tutti quei miserabili che ancora non risultano sufficientemente sostenibili.

Siete dubbiosi riguardo a un amico che stimate ma che temete possa acquistare la frutta alla Carrefour, nei punti vendita aperti anche di notte, per non farsi vedere da nessuno?

Volete un aiuto concreto per vostra madre, un accompagnamento affinché non compri pane bianco ma solo pane ai grani antichi, duro come il basalto?

La mia associazione culturale Banda del Km-Zero metterà a disposizione un team di esperti che trasporteranno le vostre madri al più vicino mercato rionale sottoponendole, in modalità del tutto coatta, ad una lista della spesa prestampata che le obbligherà a comprare tempeh e bacche di goji, anche se non sanno di che cazzo si tratti.

La mia associazione culturale Banda del Km-Zero vanterà agenti speciali che, indossato il passamontagna verde bosco, aspetteranno il vostro amico fuori dalla Carrefour per filmarlo e pubblicare il video in diretta su facebook oppure per strattonarlo e rompergli le buste della spesa, sempre che non siano quelle biodegradabili e fetenti che si auto-distruggono appena le sollevi, alla cassa.

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Voglio creare un team di professionisti in grado di far passare alla gente la voglia di andarsene ai centri commerciali la domenica, voglio che il mio team abbia la concessione statale per poter arrestare quelli che comprano i pomodori a Gennaio.

Poi voglio pene durissime per i soggetti peggiori: per i falsi fricchettoni, per i finti sostenibili.

Voglio creare un dipartimento speciale che si aggiri per le città a caccia di quei vermi immondi che comprano le verdurine coi gruppi di acquisto solidale, che vanno in bicicletta al mercatino, che mangiano solo al bistrot macrobiotico con tutto il vendibile a chilometri zero ma poi comprano l’Iphone dalla California, l’auto dalla Germania, gli abiti fatti in Bangladesh, il sushi pescato in Groenlandia e confezionato in Giappone.

Voglio punizioni corporali per quei rognosi che usano solo carta da culo riciclata e comprano la marmellata all’agriturismo fuori-porta, ogni domenica ma poi, dal lunedì al venerdì lavorano per la multinazionale e scelgono le scarpine Nike per il loro bimbetto, cucite da un suo coetaneo in Cambogia.

Sto reclutando persone affidabili per formare la mia squadra, la Banda del Km-Zero che riceverà la giusta formazione per far piazza pulita.

Perché con la scusa del chilometro zero sia finalmente possibile applicare in maniera corretta tolleranza zero.

E ora scusate ma scappo, che mi chiude l’Ikea.

IL MENU’ DI UNA VOLTA

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Il menù di una volta, un pezzo dedicato agli artisti delle carte dei ristoranti che, ancor più dei giornalisti e di certe pubblicità, sono in grado di vendere il nulla presentandolo come fosse tutto e facendolo pagare talmente tanto che rischia davvero di essere il menù di una volta, intesa come prima e ultima.

I

Avete già visto qualcosa sulla carta?

Vorrei suggerirvi anche i piatti del giorno, se non vi spiace.

Le proposte che il nostro chef consiglia dalle cucine dal nostro gourmet bistrot.

Le sfiziosità del giorno, le delizie dell’oste, il fuori-menù degli angeli, i piatti del tantra.

Questa sera abbiamo:

increspature di timpano di tacchino portoricano destrutturate a bagno nel liquido amniotico di figlio di Riky Martin, servite su letto di erba gatta al vapore.

Oppure, per i tipi più esigenti, abbiamo:

rigurgito di pianta carnivora in pastella al profumo di rosa del deserto, servito con suggestione di seitan arrotolato nelle ceneri di Gheddafi.

 

II

Il nostro chef ovviamente, si prende anche cura dei palati vegani, per i quali ha immaginato delle proposte che fondano in perfetto equilibrio le energie dei chakra e lo spirito dei nostri padri.

Abbiamo: aria di zenzero sofisticata in vetro soffiato con bacche di goji dipinte a mano in guazzetto di saggio nativo di Calcutta morto in luna piena.

Altrimenti, qualcosa di più sostanzioso: libertà di topinambur all’agro pontino shakerato con pensiero di germogli di asparago selvaggio al metadone proposto in nido di alghe del mar morto con schizzo di mirtilli neri e avvolti in fogli di cabala autografati da Madonna.

 

III

Se non siete ancora pieni e vi avanza uno spazietto per il dolce, non perdetevi l’occasione unica di assaggiare le nostre proposte di oggi: latte di unicorno in riduzione di Kiss me Licia accompagnato da biscotti al dente di neonato ariano.

Oppure il nostro cavallo di battaglia: semifreddo di food blogger ridotto in polvere guarnito con scaglie della sua inutile tastiera del laptop e servito con granella di forfora di giudice di cooking show acquistata all’asta in lotti da dieci chili, ogni mese.

Arriva fresca.

 

IV

Sono cinquecentocinquanta euro, vini esclusi, serve la ricevuta?

GESTO CORAGGIOSO CULINARIO N°5

BRANDED PARODY CONTENT, MADAME GURME', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Devo trovare il coraggio.

Devo farmi forza.

E concentrare tutte le energie che mi restano e dire a tutti che io…io non ho mai visto un cooking show.

E la cucina fusion mi fa ridere.

Cioè, non è che mi fa ridere…è che non la conosco.

Non ditelo in giro, vi prego!

Ma io non sono d’accordo al germoglio di soia saltato con lo gnocco pugliese e uno spruzzo di salsa kosher.

Che bordello, preferisco qualcosa di più semplice, di più discreto.

La potenza di una buona pastasciutta, ecco.

Devo raccogliere le forze e dire al mondo che non ho mai letto i libri di Benedetta Parodi e sostengo non possano essere classificati come libri.

La prossima volta che mi siedo a cena con gli amici giuro che anziché guardare la carta dei vini con pollice e indice sotto il mento, lo dico che non m’intendo un cazzo di vini biodinamici.

Non si può continuare così.

Mi vergogno.

Mi vergogno tanto ma non si può continuare così e devo dirlo.

E’ una sfida che ho con me stessa, ormai.

Lo dirò a tutti che quella storia del foodporn, io non l’ho mai capita.

Perché scrivere foodporn su instagram?

Hai postato la foto di una zuppa, cosa c’è di porno?

Con l’occasione se mi girano, dirò anche che non ho mai visto Masterchef, d’accordo?

Ignoro chi abbia vinto X-Factor quest’anno e la trasmissione mi repelle.

Come mi ripugnano tutti quei signori superstar della forchetta, coi pantaloni di pelle e la pettinatura alla Morgan, strapagati per insultare i concorrenti che cucinano.

Ospitati alle degustazioni, alle feste, sui furgoni delle mozzarelle, nei maxischermi dei ristoranti, per dire la loro e pendere dalla loro lingua manco fossero i vice di Gesù, gli assistenti personali di Sai Baba.

C’è qualcosa di molto rischioso che devo trovare il coraggio di ammettere al pianeta.

Qualcosa per cui tutti al corso di martedì mi schiferanno: io di pasta madre non ne so un cazzo.

E se non riuscirò più a controllarmi dirò a tutti che la cucina macrobiotica mi risulta indigesta.

E a proposito di cucina, dovrò ammettere anche che si, è capitato anche quello.

E’ successo che sono andata al ristorante di quello stellato, lassù al ventesimo piano dell’hotel.

E forse è per questo che gli chef so stellati..

E, insomma ho avuto tanta ma tanta voglia di gridare “Scusate! Ho fame! Rivoglio i soldi, per cortesia.

Il mio stomaco non se ne fa nulla di questa aria di cuore di pollo con introspezione di timo e riduzione di avocado cubano.

HO FAME!

Non me ne faccio nulla della tua spuma di mandorla, zio!

Mi hai rubato 500 euro, damme da magnà!”

E’ mio diritto gridare che ho fame, sono il cliente!!!

E il cliente ha sempre ragione, anche di fronte al cuoco famoso.

O no?!

Visto che sono in vena devo confessarvi anche questo altrimenti mi viene un brutto mal di stomaco: non ho mai assaggiato il negroni sbagliato in vita mia.

Poi: non so cosa penserà la gente di me però è giusto che tutti sappiano che il sushi non è mi ha mai fatto impazzire.

Devo solo trovare il coraggio di dirlo.

Voglio essere libera di dire a tutti che una volta ho messo il like sulla pagina del Panino Giusto ma poi l’ho subito tolto per paura di ritorsioni dei miei amici che mangiano solo da Eataly, alla Pergola, al Gourmet Bistrot, alla mensa dei reali di Montecarlo.

Mi sento già sola come un cane al pensiero di doverlo fare ma devo trovare la forza di ammettere al mondo tutto che anche se non mangio zenzero, io sto benissimo.

E, a proposito di benessere, la centrifuga che Beyonce beve tutti i giorni, di barbabietola e cenere mi ha fatto star male con lo stomaco nonostante il suo potente potere detox.

Prenderò fiato e dirò che non mi è necessaria nessuna delle cose che dovrei apprezzare per forza.

Nessuna di quelle cose che “Ma non lo conosci?!”, “Ma dici sul serio? Davvero non lo hai mai assaggiato/non lo sai cucinare/mai sentito parlarne/non ci hai mai mangiato?”

NO!

Va bene?

Devo trovare la forza di ammettere che coi millecinquecento euro che risparmio al ristorante del super Chef, ci vivo due mesi da regina in Thailandia.

So gusti, no?

Devo trovare la forza di ammettere che mi piace cucinare ma la mia specialità è scongelare.

Lo farò, eccome se lo farò

 

STRABEL

BRANDED PARODY CONTENT, GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

Spero non mi veda nessuno, nascosta perbene come sono tra la fila dei cassonetti della differenziata e il piccolo tunnel di plastica e acciaio dove dormono i carrelli, stretti alle loro catenelle dopo aver passato la notte all’addiaccio e pronti, che lo vogliano o meno, ad una nuova giornata di chilometri e urla di bambini, costretti a portar pesi al limite della sopportazione, riempiti di casse dell’acqua o disturbati solo per trasportare due confezioni di pelati e la borsetta.

Sono in macchina, col motore spento e il freddo che mi ha ghiacciato i denti e tutte le punte del corpo.

Ma ho gli occhi accesi come turbine e le vertebre eccitate dal preciso momento in cui ho deciso di agire e sono montata in macchina nel cuore della notte con la voglia feroce nella gola di farmi aprire da quei bastardi.

Ho guidato bruciando chilometri e tutta la discografia di Eric Clapton.

Ho pensato a quando Eric amò Lori Del Santo e che comunque l’amore ha mille sfaccettature e non lo si può chiudere dentro a ragioni sociali prestabilite o a contratti.

Ho messo gli abbaglianti mentre battevo l’asfalto delle strade provinciali isolate e ammorbidite dal peso del tempo, gli ho tolti quando qualche camionista solitario mi ha quasi accecata per ricordarmi di abbassarne la potenza.

Ho pensato che l’incontro tra due vetture di notte e provenienti da carreggiate opposte sia sempre preludio di un duello: uno dei due deve soccombere altrimenti è omicidio o quantomeno frontale che poi, in molti casi, è la stessa cosa.

La mia carne è tutta una vibrazione da otto ore e le insegne luminose della zona commerciale bagnano la notte come piccoli led da pesca, quando ne intravedi le striature dalla barca e loro son lì nel fondale, a boccheggiare sott’acqua per te.

La mia saliva compone il novanta per cento dei liquidi del mio corpo.

Non ho più sangue, ho solo saliva.

Il cuore mi pulsa nelle tempie mentre vedo le prime ombre avvicinarsi.

Vedo persone avvolte nel loro cappotti e il loro camice che spunta dall’estremità delle giacche.

Sento la puzza del gas di scarico delle loro auto mentre entrano nel piazzale uno per uno, lentamente, rassegnate.

Mi abbasso e divento piccola piccola dentro al sedile per non farmi vedere.

Sono stata l’unica macchina nel piazzale per ore e ora l’asfalto si riempie di meccanica colorata e di fumo.

Non voglio che mi vedano, non voglio che abbiano paura.

Ne avranno già abbastanza nelle loro case quando ci torneranno a fine turno e penseranno a ciò che aspetta loro l’indomani, uguale all’oggi che gli è scivolato dalle dita.

Ai bancali, alle file alle casse, ai clienti stronzi che non possono essere picchiati per legge.

Penseranno a tutte queste cose ma non a me.

Dai finestrini appannati vedo uomini e donne che si avvicinano alle serrande e accendono all’unisono la prima sigaretta del mattino.

Sono le cinque e mezza e se fumi a quest’ora, vuol dire che ti interessa poco vivere.

Sono le cinque mezza e arriva quello con le chiavi, nella sua Ford blu con tutti gli orsetti dei bimbi appesi con le ventose.

Figli che vedrà solo durante il week-end, quando avrà la forza di portarli al fast-food per stupirsi di quanto basti poco per farli felici, se adeguatamente storditi.

E anche io voglio stordirmi.

Quando, da sotto gli strati di lana e cotone dove mi ritrovo nascosta, sento il frastuono delle serrande che si alzano, l’euforia mi schizza nei muscoli e mi getto fuori dalle coperte.

Disinnesco le sicure anche se quella pericolosa sono io.

Scendo dalla macchina come ci si immagina possano le essere le discese dei poliziotti americani in borghese nei film d’azione americani.

Mi muovo come un’ anaconda quando decide di volare in superficie contro la sua preda e parte dalle profondità dei fiumi amazzonici con solo la morte in testa.

Corro come un crociato contro qualsiasi cosa araba, mi scaglio contro il cappotto del responsabile del supermarket, che ha ancora in mano le chiavi e il pezzo di lucchetto della serranda, quella chioccia di ottone da cinque chili che piomba subito sui di lui piedi, facendolo gridare di dolore e spavento, alle cinque del mattino, all’inizio di uno dei suoi mille turni d’apertura che lo separano dalla morte.

Vorrebbe girarsi per capire cos’è quella slavina che gli si è avvinghiata alla giacca ma ha troppi strati protettivi e non riesce a girare il collo.

Le sue urla di dolore non sono abbastanza efficaci da richiamare l’attenzione dei colleghi che sono nel retro dell’hangar a proteggere le borse ognuno dall’altro, negli armadietti con lucchetti più leggeri di quello che gli ho piantato io sul collo dei piedi.

Aspetto che si riprenda mentre con un fazzoletto tengo a bada la saliva.

Mi scuso sostenendo di non averlo visto e che sì, lo so che il supermarket è chiuso e che sono le sei del mattino ma io vengo da lontano e che se fosse così gentile da lasciarmi entrare e aprire una cassa per me, gliene sarei infinitamente grata.

Il poveraccio mi guarda atterrito, teme la rapina quindi lo precedo, rassicurandolo sul fatto che non voglia far male a nessuno mentre mi rendo conto che questa è la tipica frase del rapinatore a mano armata.

Gli dico di corsa che non voglio rubare nulla ma che sono qui per lo straordinario cioccolato col ripieno alla menta Strabel che vendono nel reparto equosolidale e che ho finito l’ultima dose proprio la scorsa notte.

E che ho bisogno di tutte le loro scorte e che se mi farà entrare per rifornirmi del cioccolato col ripieno alla menta Strabel che vendono nel reparto equosolidale e pagare tutto regolarmente, nessuno si farà male.

Ma che non mi chieda di aspettare fino alle otto perché succede un casino a lui e alla sua famiglia.

MILLE E UN PREGIUDIZIO SUI MONTANARI

BRANDED PARODY CONTENT, MADAME GURME'

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Un pezzo scritto e cucito su misura per il festival Letterappenninica, sui pregiudizi che abbiamo nei confronti degli eroici esseri che abitano ancora sugli appennini.

***

Sono davvero stupita.

Assurdo ma vero, è un grande smacco per me, un sorpresa senza precedenti: ho scoperto che quelli che vivono in montagna parlano.

Non nel senso che uno si aspetti di averceli tutti taciturni, eh.

Certo, non sono famosi per essere tipi prolissi ma non è questo il punto.

Ho scoperto che quelli che vivono in montagna parlano nel senso di lingua, di italiano, di modo per farsi capire da tutti, insomma.

Perché sapete cosa si dice giù a valle dei montanari, si?!

Beh, insomma i montanari te li aspetti innanzitutto pelosi, mentre qui io in giro vedo un sacco di pelati quindi o il morbo della calvizie è arrivato anche qui (che dalla Svizzera, terra di lozioni, è un attimo) oppure anche i montanari si radono.

Si dice che i montanari si vestano ancora con la pelliccia, con quei gilet dai terrificanti riccioli bianchi da pecora d’altura ma io ho visto gente con la camicia Ralph Lauren quindi o vi siete ripuliti per l’occasione o c’è qualcosa che non va anche in questo luogo comune di vallata.

Si dice poi che l’alito di quelli di queste montagne sappia di Raviggiolo, quel formaggio inferocito che si fa in cima a Pistoia, da secoli.

Si dice che le vostre gengive lo ricordino scaduto, pure a denti lavati e che il montanaro tipico indossa la stessa biancheria intima per settimane intere perché si sa, in montagna i panni ci mettono una vita ad asciugarsi.

Però io qui ne ho visti di panni stesi e, anche se non sono stata lì a guardare se c’erano mutande perché comunque sono appena arrivata sulle vostre cime e non mi pare il caso, non mi sembra carino, credo che sia anche questa una leggenda.

E poi anche in città ci sono quelli che le mutande se le cambiano alle feste comandate.

Ma a proposito della lingua, dell’italiano o insomma dei versi che i montanari usano per comunicare tra di loro e con lo Yeti: devo dissentire su quanto si dice in vallata e che cioè la gente di montagna balla coi lupi e parla come gli orsi.

Effettivamente forse un po’ orsi lo sono ma giuro che li ho sentiti parlare!!

E giuro su me stessa che li ho capiti mentre parlavano.

E mica parlavano di stufato, di margherite o di funghi.

Li ho sentiti parlare di libri, di racconti, di storie straordinarie ma semplici.

Di roba bella, insomma.

Non ci credereste mai ma io li ho ascoltati con le mie orecchie.

A voi sembrerà assurdo ma io li ho sentiti mettere tutti i verbi in croce e a modino, a questi montanari.

I verbi uguali a quelli che usiamo noi in valle no, eh!

Anzi, pure meglio perché non scordiamoci che a valle, laggiù da qualche parte, vive Luca Giurato e poi ci sono i bergamaschi ma questo è un discorso più delicato.

Ma allora, ricapitolando: se i montanari parlano come noi (forse anche meglio), vuol dire che un po’ ci somigliano?

Se qualcuno di loro si cambia le mutande dopo averle usate un solo giorno e le usa da un solo lato anziché girarle allora vuol dire che i montanari sono buoni anche da sposare..

E se sono buoni da sposare, puliti e parlano pure di libri a me sorge un dubbio gigantesco: come hanno fatto a sopravvivere in montagna?!

Come hanno fatto, non dico a riprodursi (che col freddo fuori e il caminetto acceso dentro son buoni tutti!) ma semplicemente ad abituarsi alla durezza delle montagne?!

Non muoiono di raffreddore con tutta quella neve?

Non gli scoppiano i polmoni con tutta quell’aria buona?

Non si sentono sotto occupazione con tutti quei tedeschi con gli zaini, in estate?

Di certo stanno messi meglio degli abitanti di Forte dei Marmi che sono occupati dai russi con le collane d’oro e la Lamborghini ma anche quelli di montagna, mi chiedo, come fanno coi crucchi in bicicletta?!

Come riescono a vivere quassù con tutto ‘sto silenzio, mangiando bollito tutto l’anno?

E i montanari vegetariani cosa mangiano? I cucù?!

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Allora, me ne sono andata in giro per capire, per indagare sui loro usi e costumi (ma non sulle mutande) e ho scoperto qual è il loro segreto.

L’ho intuito scandagliando i presunti motivi che potessero essere d’incentivo alla vita in montagna non solo per noi di pianura o vallata, ma anche per loro.

Che so, il poco traffico, la densità importante di maestri di scii boni, la morra.

No, non potevano essere motivi determinanti.

Che poi alla morra riescono a giocarci solo loro perchè a noi di vallata è un gioco che fa paura da sempre, sembra  che si stanno per picchiare ad ogni minuto della partita e poi bisogna avere tre lauree in matematica per vincere.

Insomma, ho capito che il segreto che spinge generazioni di montanari a vivere quassù è un altro motivo, semplice quanto granitico: la grappa al mirtillo.

La grappa se fa freddo ti scalda, se fa caldo te la servono ghiacciata di freezer.

Se sei un tipo poco socievole ti bevi una bottiglia di grappa al mirtillo e fai amicizia anche con le staccionate, se la giornata è andata storta, bevi un bicchiere di mirtillino e la serata prosegue ancora più storta ma nel senso buono.

Per questo motivo, per la grappa al mirtillo ma anche per il fatto che son certa o almeno voglio fidarmi, che la faccenda delle mutande una volta a settimana sia un falso storico, esigo la residenza in montagna, prima di subito.

La residenza e l’open bar in grapperia.

E due maestri di scii e il free pass alle piste dell’Abetone che costa sempre un fottìo manco fossimo sul Monte Bianco.

Che poi qui è meglio del Monte Bianco perchè c’è la grappa al mirtillo.

Avanti, coraggio, la residenza.

I maestri di scii.

Il mirtillino.

O finisce che qualcuno qui si fa male

 

Grazie a Federico, Mauro, Bruno, Gabriella e tutti gli eroi dell’appennino pistoiese e di Letterappenninica.

http://www.letterappenninica.it/

IUDICES

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Se scrivo “Giudici”, a cosa pensate?

Perché questa è un’epoca spiacevole e temo non stiate pensando a Falcone e a Borsellino.

Sintonizzatevi sulle mie stesse frequenze per registrare cosa ne penso dei giudici dei talent show.

Degli chef che giudicano dei poverini ai fornelli.

Di tutta questa gente che arriva in tarda mattinata negli studi tv e si trova un tavolo in acciaio lucente con tutte le verdurine tagliate alla julienne da uno scenografo che sognava di fare cinema ma, poveraccio, anche lui deve pagare le bollette.

Se lo farete, se vi collegherete al mio cervello vi dirò tutto ma qui non posso esagerare perché non sono protetta da quelli giusti e la denuncia è sempre dietro l’angolo in un paese dove fingiamo di avere un umorismo frizzantino e invece no.

Immaginate cosa penso della mandria di signori vestiti in similpelle, con la gelatina anche sui denti che vengono pagati per starsene col culo sulle poltrone girevoli da supereroi, a spingere un bottone con ferocia per dare un voto a una creatura che possiede cinque volte il loro talento o che invece non ne possiede affatto ma è stata collocata last-minute dalla produzione tv, per mettersi a disposizione e farsi umiliare in diretta.

E pensare che era partita da Cetraro Marina col pullmann, dicendo a tutti di guardarla perché sarebbe stata alla televisione.

Uno ci prova ed è legittimo farlo.

Ci prova, pensando che possa essere il giusto trampolino di lancio ma poi, se riesce a connettersi col proprio animo, capisce subito di avere davanti a sé dei professionisti dello spettacolo e non dei docenti o Sai Baba o Batman.

Sintonizzatevi con la mia mente e scoprite cosa penso di queste superstar col cucchiaio d’argento, di bronzo e di platino che vengono prodotte in serie per fare più ospitate possibili e presenziare a tutte le degustazioni per mangiare gratis e scrivere libri di ricette che poi, quando provi a rifarle nel tuo cucinotto di merda ti mortificano.

Avvicinatevi alla mia anima: riuscite a sentire cosa ne penso di quei musi di plastica che gridano sguaiatamente al fenomeno e poi mandano la sigla?

Siamo in tanti ad essere insofferenti, a cercare un antidoto contro quelli pagati per giudicare senza avere competenze o che, ancor peggio avendone, amano usarle come fossero i vice di Gesù ma senza insegnare nulla gratis, moltiplicandosi in tutti gli angoli possibili dei media per raccattare cachets stellati più dei loro ristoranti.

Esisterebbero ingredienti in grado di arricchire le teste di chi guarda la tv anziché farci nascere dentro i bigattini, come si faceva nei bagni delle scuole per farle chiudere.

Perché la scelta cade sempre sulla peggior competizione a buon mercato?!

I talent show chiudono le nostre cervella indifese e tutto ciò che ci viene da considerare importante è fare i tuttologi in pubblico, ostentare di essere sommelier, esperti di musica classica, allevatori di animali preistorici per passione, cuochi di cucina giapponese di alta montagna, conoscitori di paesi sottomarini abitati da scrittori nudisti.

Purtroppo tutta questa sapienza non viene esibita per il gusto di diffonderla ma per il prurito di far tacere gli altri, facendoli sentire inadeguati e miseri

Il principale obiettivo diventa fare quelli che sanno più del gruppo e che importa che poi si sbaglino i congiuntivi?!

Se si ha talento bisogna andare nei posti a comandare, per diventare un opinion leader e scegliere per gli altri.

Cosa abbiamo fatto per meritarci questa punizione che è tutto fuorché divina?

Vi prego, connettiamo le nostre menti e salviamoci: off.

Giudice
giù·di·ce/
sostantivo maschile e femminile
La persona o l’ente cui sono riconosciute l’autorità e la competenza di emettere giudizi o decisioni definitive.
Lat. iudĭcem, comp. di ius ‘diritto2’ e del tema di dicĕre ‘dire’;
propr. “colui che dice il diritto”

IL PERFETTO DEGUSTATORE IMPERFETTO

MADAME GURME'
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Il famoso piattello al collo del sommelier. Pochi sanno a cosa stracazzo serva.

ECCO IL PICCOLO E PRATICO VADEMECUM DELL’IMPERFETTO DEGUSTATORE

1) IL DIGIUNO

A scanso di equivoci: la degustazione non è la mensa di Natale in parrocchia.

Una degustazione non è il buffet All you can eat del cinese sotto casa.

Vero è che alle degustazioni è bene arrivare a digiuno, ma non da settimane..

Se ne accorgeranno tutti che anziché degustare, ci stiamo intasando come oche da fois gras, in nome della disponibilità illimitata di cibo e vino.

Gli altri ci guardano, non dimentichiamolo! Si capisce che il nostro tubo digerente è saturo ma visto che abbiamo pagato, siamo disposti a tracannarci anche lo spirito degli accendini appoggiati sui tavoli.

Giochiamo a fare quelli che sono eleganti: prendiamoci un pezzo di pizza al taglio quando usciamo, ma la degustazione facciamola senza farci scoprire che abbiamo terminato i buoni pasto per fare la spesa.

2) IL VESTITO BUONO

Non siamo al battesimo del figlio di William d’Inghilterra quindi togliamoci quel tacco 70cm e lasciamo lo smoking a cuocersi nell’armadio con la naftalina, perché la degustazione non è l’occasione giusta che aspettavamo.

E’ solo un corso, un piccolo, umile evento didattico, dovremo farcene una ragione: dobbiamo aspettare ancora un’altra stagione di matrimoni.

Un’altra, ennesima stagione durante la quale del Nostro di matrimonio, non v’è traccia.

3) IL PROFUMO

il profumo è un bellissimo libro ma anche un’essenza e di essenze in giro ce ne sono tante, chicchissime e preziose, fatte da Kenzo, D&G, Valentino e tanti altri amici della moda.

Ma se andiamo a una degustazione, la boccetta dovremo mettercela nel sedere perché chi ha pagato profumatamente per degustare un buon vino o una razione di formaggio, non ha voglia di fare l’analisi olfattiva dell’acqua di colonia da vecchio playboy nella quale ci siamo immersi prima di uscire di casa, con la speranza di rimorchiare alla degustazione.

Presentarsi ad una degustazione intrisi di acqua profumata è come entrare in una grotta sotterranea e chiedersi cos’è tutto quel buio.

E’ come iscriversi a una gara di rally e scaldare i motori al Ciao.

Come pensiamo di captare gli aromi del vino, con la cisterna di Acqua di Gio’ che ci siamo iniettati nelle vene e tirati a secchiate dietro le orecchie?

Non penseremo mica che l’alcool del profumo possa cooperare ad una piacevole sbronza?

Anche se fosse, la sbronza non è l’obiettivo delle degustazioni, giusto?!

4) IL CALICE

Lo ha già spiegato Antonio Albanese ma ricordiamolo ancora una volta: il calice non è un elicottero giocattolo, non c’è bisogno di agitarlo come se dovesse decollare e portarci tutti a Honolulu insieme a mago Merlino.

Semmai è il contenuto a portarci a Honolulu, ma questa è un’altra storia.

Rilassiamoci.

Facciamo sport ma non prendiamocela col calice se siamo nervosi: non ci ha fatto niente di male.

5) I DESCRITTORI

Non sarà facile ma rimanere integri e rispettabili quando arriverà il momento.

Non cediamo alla tentazione di ridere con l’ugola scomposta quando, davanti a un calice di vino o a un’altra prelibatezza da degustare, di fronte a signori e dame rispettabili, sentiremo parlare di urina di gatto, sudore di mandria, latte andato a male, merda di vitello, roselline di bosco e di altre irragionevoli stronzate pronunciate da un tizio vestito da cameriere con un medaglione attaccato al collo.

Rimaniamo calmi, fingiamo una telefonata e usciamo.

6) LA SPUTACCHIERA

Nonostante il nome insolente, non facciamoci prendere dalla tentazione di approfittare di questo attrezzo, posizionato al centro del tavolo da degustazione.

Non è un incentivo a liberarsi del catarro in pubblico, non sostituisce il buon vecchio fazzoletto se siamo raffreddati, non è da usare in generale secondo le tradizioni cinesi che prevedono il deposito di bava di fronte a terzi per dimostrare il gradimento delle pietanze.

E qualora ci trovassimo con una sputacchiera davanti, rimaniamo ben attenti anche a non ubriacarci durante la degustazione perché c’è gente che è morta confondendola per il decanter col vino migliore, miracolosamente avanzato.

7) ONORIFICENZE IMBARAZZANTI

Diciamoci la verità: siamo davvero pronti a farci chiamare da qualcuno, Maestri Assaggiatori?

Non abbiamo paura e vergogna a farci riconoscere un domani, con un appellativo a metà strada tra un porno e un tester di prodotti surgelati?

 

SEQUESTRO DEGLI ASSAGGIATORI DI FORMAGGI

MADAME GURME'

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GUARDA IL LIVE DI QUESTO PEZZO!

C’è chi studia tutta la vita le vibrazioni della lingua dei draghi di komodo, chi viene pagato per fare la manicure ai levrieri afgani, chi diventa milionario inventando un sito web in cui la gente può inserire le proprie foto e aspettare che piacciano agli amici.

Esistono associazioni di appassionati di incisioni su lapidi, feci dei dinosauri, lancio di stoviglie contro il muro o biancheria intima usata da adolescenti coreani.

Esistono professioni bizzarre, hobbies discutibili, passatempi di gruppo inquietanti…MA gli assaggiatori di formaggi…

Vi rendete conto anche voi, di essere su un altro livello di stravaganza, vero?!

Posso capire tutti i professionisti, i personal shopper, i cuochi ciccioni che diventano ricchi con le pubblicità delle patatine, lo stilista della Santanchè, ma come posso avvicinarmi ai professionisti dell’assaggio lattico consapevole?

Prima di venire qui stasera non avrei mai creduto alla possibilità che esistesse della gente che studia come farsi massaggiare le papille gustative dai formaggi e sapete perché?!

Perché io il formaggio non lo assaggio.

Lo getto direttamente intero nel tubo digerente, come una anaconda.

Tutto ciò che viene dichiarato commestibile dall’umanità, io lo sbrano, lo smolecolo come fossi il rullo di un mulino a gasolio o una pressa da acciaio.

Io vorrei tanto riuscire ad assaporare il Penicillium Candidum, vorrei tanto avvicinare una scaglia al naso o dirvi che residuo olfattivo di sudore di vacca ha quella pasta semidura di bufala o inumidire le labbra con quella muffa rarissima che si solleva dalla crosta dello Zola del ‘43 ma…non riesco a degustare: sono malata.

Ho la sindrome da cane di Pavlov.

Io se ho un erborinato a meno di 20 centimetri dalla mia faccia inizio a salivare che voi vi vergognate tutti di conoscermi.

Quando vedo delle piccole dosi di formaggio prelibato, tagliate a regola d’arte, mi si riempiono gli occhi di lacrime e di sangue rappreso e le mie mani assumono la stessa velocissima, capacità di presa dei rapaci.

Io il buffet di un evento privato non lo posso avvicinare con stile: devo raderlo al suolo altrimenti mi vengono i crampi allo stomaco.

Allora, questa sera insegnatemi voi, assaggiatori patentati di formaggi, piloti delle arti lattiche col brevetto nazionale.

Insegnatemi come posso approcciare in maniera delicata, qualcosa che in realtà vorrei dal profondo, squartare con piacere e avidità.

Ditemi il segreto per assaporare in maniera sobria e delicata, le gioie che riposano sui vostri taglieri, perché io non ce la faccio da sola.

Insegnatemi quella storia delle sensazioni trigeminali, che saperla fa tanto chic.

Insegnatemi a percepire la sensazione rinfrescante, quella metallica (quella astringente meglio di no, che sono stitica da sempre).

Io vorrei essere elegante come voi, così glamour da farvi credere che stasera sia qui con voi, per fare del food-tasting, per sfiorare la pasta morbida dei vostri taleggi, quando invece quello che davvero desidererei fare è narcotizzarvi tutti col Penthotal, chiudere le porte e tuffarmi a candela sui tavoli, senza cuffia da nuoto ma con le fauci aperte e le mani a cucchiaio rotante.

Così, a briglia sciolta, senza essere vista da nessun esperto, io sottoscritta vorrei accanirmi contro ogni sorta di formaggetta all’aroma di fieno, frutta fermentata, truciolo di legno, prodotta dai vostri fottuti quadrupedi.

Insegnatemi, dunque a farlo con competenza e professionalità o nessuno esce vivo di qui.

Questo pezzo è stato scritto per una serata speciale all’Onaf di Milano.

Grazie ai maestri assaggiatori che si sono lasciati prendere per il naso…con stile!

 GUARDA IL LIVE DEL PEZZO!

 

 

 

 

 

 

 

 

IL LIEVITO DI TUA MADRE

MADAME GURME'
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Antonio Molinelli e la medesima, in azione al Mercato della Terra per una degustazione comica.

A Roma se vuoi insultare qualcuno, ti basta aggiungere all’improperio scelto la parola “Tu madre” o al massimo “Tu sorella”, se proprio è grave, si tirano in ballo anche i propri cari defunti.

Esempio:

“STAI A DI’ A ME? CIOE’ M’HAI DETTO IDIOTA? MA TU MADRE!”.

Traduzione: Stavi per caso dandomi dell’idiota? Penso che dovresti valutare la possibilità che lo possa essere tua madre, piuttosto.

Capite bene quindi che i familiari sono da sempre vittime di diatribe e insulti senza averne colpa (o forse sono vittime proprio perché ne sono la causa).

Comunque, per Antonio non deve essere facile scegliere di lavorare con un prodotto che ha a che fare con sua madre.

Non puoi non provare imbarazzo quando glieli chiedi.

Antonio si sveglia presto che più presto non si può, suda, si prende cura dei suoi prodotti nel laboratorio di panificazione, espone le sue creazioni nel negozio di famiglia e invita a degustare tutti, torna a casa dalla moglie infarinato come un grosso fiore di zucca pronto per la pastella, sperimenta nuove collaborazioni esattamente come fa qualsiasi artista che ami trovare nuove strade per la sua arte.

Antonio dorme mezz’ora a notte, apre casa agli amici e conosce tutti in paese, produce IL PANETTONE, che vuol dire che se non hai mai assaggiato il suo, non hai mai assaggiato IL PANETTONE.

Antonio lavora come un carro-armato americano all’epoca dei Bush.

E dopo tutti i sacrifici, dopo il lavoro estenuante, i calli alle mani, la moglie che starnutisce con tutta quella farina per casa e il negozio che si riempie di golosi e di bottiglie di vino da degustare fino a tarda sera, Antonio trova anche la forza intellettuale di sopportare le vecchie clienti che entrano chiedendo il lievito di sua madre.

Un affronto che meriterebbe la lupara con il logo di Slowfood.

Una prova che il nostro eroe sopporta nonostante il desiderio, nelle mattinate più stancanti, di mettere le manine rugose delle vecchine maleducate, dentro al grande forno della famiglia Molinelli.

I nervi di Antonio reggono bene, fanno finta di niente, sono pazienti.

Ma verrà un giorno, sono sicura, in cui egli si ribellerà e chiamerà a gran voce, col suo diaframma potente, il Lievito Madre e tutti i suoi batteri lattici e pure quei nervosetti dei saccaromiceti, che da anni lo conoscono e lo stimano e insieme, metteranno a ferro e fuoco Rovescala e tutte le colline limitrofe, quanto è vero Dio.

Quel giorno le vecchiette sapranno chi è davvero Antonio Molinelli, Signore di mille palati di buongusto oltrepadani, Imperatore del Panettone nonché Re del lievito de su madre.

 

http://www.antoniomolinelli.it

LA SIGNORA DELLE CAPRETTE

MADAME GURME'

 

Non è che sia proprio il massimo nascere capra.

Se vai male a scuola sei una capra.

Se non ti lavi, puzzi come una capra.

Se disgraziatamente ti cade una moneta sotto una panca e ti chini per raccoglierla, c’è subito qualcuno che ti ricorda che sotto la panca creperai.

Se allora sali coi piedi sopra alla panca, secondo il detto sei costretto a campare, che però è diverso da vivere.

Campare è più da sfigati.

Se nasci capra, Sgarbi ti nomina continuamente e non è bello.

Se qualcuno non sa con chi prendersela, tocca a quel poveraccio del Capro espiatorio subirne le conseguenze.

E se qualcuno deve smarrirsi, va a finire che tocca sempre a quella povera stronza della pecorella.

Non è facile oggi essere capra o pecora.

Ma se nasci capretta del Boscasso, tutto è diverso.

Se nasci capretta del Boscasso, è un’altra cosa.

Hai un trattamento cinque stelle, senza però avere tra le balle Beppe Grillo che grida.

Hai un centro benessere con pettinini di legno per capre e una campana al collo col tuo nome forgiato a fuoco da artigiani toscani, che manco il chiuaua di Paris Hilton.

Se nasci capretta del Boscasso, Dio ti ama. E pure Chiara.

Che poi Chiara, con quel nome praticamente è costretta da Dio ad amarti, ma lo farebbe comunque.

Chiara si sveglia ogni mattina ed è al tuo servizio, cara capretta che nasci al Boscasso.

Ti chiama per nome, ti guarda dolcemente come sanno guardare le mamme buone, dentro a quelle bigliette gialle che hai al posto degli occhi.

Fortunata tu, capretta che nasci al Boscasso, perché Chiara per prendersi cura di te, rinuncia alla vita sfrenata milanese, ai balli di gruppo, ai fidanzati amministratori delegati, ai viaggi a Miami e agli aperitivi a bordo piscina coi pantaloni di lino bianco.

Adesso che ci penso, fortunata anche Chiara, che ha te come buona scusa per rinunciare a tutte queste porcherie diaboliche.

Così lei può trastullare il tuo naso umido e preparare col tuo latte creazioni che fanno cantare gli angeli, commuovere gli chef delle isole Figi e le pance più di buongusto che ci sono sul pianeta terra.

E io posso finalmente dedicarmi ai fidanzati amministratori delegati di cui lei non può occuparsi per ovvie ragioni, cara fortunata capretta del Boscasso!

Ti prometto capretta, che farò assaggiar loro il vostro tomino ai semi di finocchi, il tronchetto al carbone vegetale e anche questo nuovo pancaprino in tutta la sua potenza gustativa.

Ti prometto che racconterò a loro di voi, dicendo che si…la conosco quella che fa i formaggi lassù, sulle alte colline dell’Oltrepò pavese, con le sue caprette profumate.

Un giorno se vorranno, tutti quei pretendenti che ruberò a Chiara, li porterò a mangiare da voi e a comperare il colostro, quel primolatte che se lo bevi, mi hanno detto fa restare giovani ancora più di Cher.

Se un giorno io e tutti i potenziali fidanzati rubati a Chiara, verremo a pranzo da voi, cara capretta del Boscasso, promettimi però di inventarti qualcosa per tenere occupata la tua mamma: un parto prematuro, un’indigestione di erba medica, una monta omosessuale improvvisa, insomma, tienila occupata, per carità!

Che sennò i fidanzati si ricorderanno di lei ancora una volta.

E s’innamoreranno di nuovo e con gusto, di tanta passione, di tanta energia ben direzionata, di tanta genetica sarda che si mescola con perfetta eleganza all’amore per gli animali, per la montagna e per i formaggi invidiati dagli dei.

Promettimi che la terrai occupata, capretta cara.

Altrimenti me ne resterò lì, con le mani in mano, senza il becco di un fidanzato. O al massimo col tuo fidanzato, il becco, che mi guarda in maniera maliziosa.

A quel punto sarà un giorno fortunato anche per te, caro becco del Boscasso.

 

Per conoscere il lavoro di Chiara e del Boscasso:

http://www.ilboscasso.it/

TI LASCIO BIO

MADAME GURME', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Lasciami stare Bio.

Non mi toccare.

Mi fai schifo.

Mi fai schifo tu e le ragazze vegane, vestite di canapa che fanno yoga negli ashram a Ibiza.

Mi fai schifo tu e i cracker crudisti fatti coi semi di magnolia croata e venduti a 60 euro al kg, anche se non sanno di un cazzo.

Non ti riconosco più Bio.

Non sei più quello di una volta, mi hai presa in giro.

Una volta eri il tubero zozzo di terra, la mela bacata, il cavolfiore con la lumaca dentro che non vedevo e sgranocchiavo con tutto il guscio pensando “Uoh! Che croccantezza!”.

Bio…eri il mercato del giovedì, il vecchio al bar, la zappa che ti faceva venire le vesciche con le bolle d’acqua, che sembravi un paziente di Madre Teresa di Calcutta.

E ora?!

E ora Bio, che ci fai nella boutique a Parigi con le tue foglie lucidate una per una?!

Hai fatto i soldi a colpi di germogli tibetani, di caprette pettinate coi prodotti Kerastase e fotografate da Tim Walker.

Sei diventato ricco con la farina di Kamut?!

Tu sfrutti gli stupidi come fanno i giornali del gruppo Mondadori.

Parli di lievito madre e non sai manco come si usa il mattarello.

Parli di soia biologica e non sai che la soia vera non esiste più dall’epoca in cui Joe Cocker era un bell’uomo.

Hai messo la giacca buona, quella in fibra vegetale e te ne sei andato nei salotti-bene, eh, bastardo d’un Bio.

Sei entrato come una rockstar, alle feste, negli home-restaurant, nei fusion bistrot, nei vegan bakery, nei veggie burger, nei meltin pepper, nel fucking crumble e in mille altre stronzate che non so minimamente cosa significhino.

Sei entrato parlando di macrobiotica, di seitan estratto dai sederi dei neonati islandesi, di cibo che si può mangiare solo se cotto nelle profondità della terra, con le prime lingue di lava dei vulcani.

Mi hai rotto il cazzo Bio.

Con i tuoi gnomi sulle confezioni, coi fiocchetti di corda, con le tue buste della spesa in garza o carta di riso, disegnate da quell’artista che si ciba solo di radici estratte in Nuova Zelanda, di notte.

Mi hai scassato l’anima, Bio.

Sei più falso dello zigomo di Cher, più corrotto di un giudice di X-Factor, sei ossessionato dal mark-up come un’imprenditore di Gallarate.

Sei travestito da ultima tendenza ma puzzi di negozio cinese gestito da napoletani.

Ti lascio Bio.

Stattene con le tue polpettine di alga siberiana.

Vai a prendere per il culo le signore che fanno pilates nei palazzi a specchi e gli art-director vestiti in total black.

Vacci te a ritirare la cassettina con le primizie dall’altra parte della città, bruciando quaranta litri di gasolio per fare quello che compra solo dai contadini.

I contadini…

I contadini mi hanno detto che se ti beccano, caro Bio, ti mettono il forcone nel culo e girano fino a quando non fuoriesce il centrifugato della tua ignoranza, Bio, anzi l’estrazione a freddo.

Ti lascio Bio, mi hai delusa tu e tutti i mercatini con gli artisti di strada e gli artigiani vestiti da folletti.

Tu e i tuoi certificati NO OGM che l’Europa vende a caro prezzo.

Tietteli stretti i tuoi bollini verdi e facci la raccolta di pentole al supermercato.

E’ finita.

Vai a morire ammazzato Bio.

E non dimenticarti di farti seppellire nell’urna cineraria biodegradabile, che poi cresce l’albero e gli diamo il nome.

 

LA DROGHERIA

FAVOLE DI MADAME PIPI'

Commesse sospette davanti ad una drogheria.

Una volta, in un libro di Julia Cameron, “The Artist’s way”, manuale immancabile nella biblioteca dell’artista problematico, ho letto un paio di righe interessanti dove si parla dell’importanza fondamentale di dedicare almeno un paio di ore durante la settimana, alla felicità della nostra creatività, così bastonata da tutti e ritenuta da sempre inutile e poco seria.
Pare che per stimolarla sia sufficiente farsi un regalo, anche qualcosa di stupido, purché l’azione premurosa verso se stessi diventi un’abitudine: un’ora dal parrucchiere, una mostra che si voleva visitare da tanto, una t-shirt o un nuovo taccuino, insomma qualcosa che rifocilli il bambino che sbraita dentro di noi e che, se accontentato, pare tiri fuori il meglio dell’espressione artistica.
Così la cura della creatività è diventata per me, una vera e propria istigazione a vivere il vizio più cupo, in modo del tutto giustificato.
Avere una scusa per dilapidare conti in banca, oltretutto nuova ogni settimana è per una ragazza, soggetto biologicamente a rischio, un biglietto di sola andata verso la dissoluzione.
Inoltre, appartengo alla ristretta cerchia di ragazze tutte d’un pezzo che per scelta non dilaniano altro conto in banca se non il proprio, pretesto che dovrebbe aiutarmi a limitare la bramosia da acquisto, ma niente: è roba antica, forse di DNA e non posso fuggire.
L’idea che una famosa trainer americana mi dia il permesso di spendere una volta a settimana l’ira del demonio in un negozio, perché ciò potrebbe curare l’anima e stimolare la creatività, mi manda fuori di testa dal piacere e, visto che oltre alla bramosia di acquisto, nel mio DNA è presente anche un maledetto appetito perenne cosmico, a causa del quale devo mangiare ogni tre ore (tanto e bene), il mio appuntamento con le coccole al mio bambino-artista, si tramuta ogni settimana in una sfida alla lavanda gastrica.
Questa mattina, ad esempio, ho deciso che il mio artista rompe il cazzo per avere una partita ben tagliata di cioccolato purissimo, che più puro non si può, quindi piglio la macchina e nel frattempo chiamo il mio amico Mario, gran goloso, per sapere dove mi consiglia di andare a fare l’acquisto.
Mario è speciale perché come me, parla di cibo esattamente come se stesse riferendosi ad uno stupefacente.
Dice che la roba migliore ce l’ha quello lì in piazza e che la più pura non mi costerà meno di dieci euro all’etto; ogni volta che lo chiamo per chiedergli consigli su acquisti culinari, immagino sempre che la guardia di finanza registri la conversazione e ci scambi per due narcotrafficanti, cosa che in effetti un po’ siamo, perché traffichiamo una grande quantità di cose buone da mangiare, dagli scaffali dei negozi, al nostro povero intestino stanco, senza farci mai troppi problemi.
E comunque tutto ciò ha un senso perfetto perché Mario, per ogni acquisto, finisce sempre per mandarmi in qualche drogheria.
Le chiama così, le attività commerciali che mantengono ancora quel sapore artigianale che ora va tanto.
Visto però che il termine Drogheria non è forse ritenuto abbastanza trendy, oggi questi negozi scelgono un più adatto Gourmet-store, che a me fa tanto cagare perché quel nome del cazzo sull’insegna al neon, alza automaticamente il prezzo di un qualsiasi prodotto del 20% .
Mario però la chiama ancora così, quella vetrina delle meraviglie che si trova nella piazza principale del paese più vicino alla mia cascina.
La Drogheria: un’esperienza sensoriale, una macchina del tempo per gli stomaci nostalgici.
ndr. Siccome questa drogheria esiste per davvero, dovremo trovare un nome fittizio, per non offendere nessuno: la Drogheria….Stantuffi.
Bene, parcheggio davanti alla drogheria Stantuffi, che si trova sotto il vecchio portico, accanto al museo.
Fuori dall’ingresso, in alto, appiccicata al pezzo di muro annerito che appoggia sulla volta in pietra del soffitto, c’è una bella insegna di quelle vecchie che pensavo si trovassero ancora solo al Ghetto di Roma: quelle dentro un grosso quadratone spesso di ferro e plastica bianca, con dentro la luce al neon e fuori la scritta smaltata che, quando si accende fa un rumore identico a quello che precede il corto circuito.
Proprio sotto all’insegna, campeggiano dei grossi carretti in legno ricolmi di funghi essiccati e amaretti di Sassello, quelli incartati singolarmente nella carta velina, con sopra stampati i vari timbri della pasticceria in verde, rosso e blu; la carta, leggerissima, lascia traspirare questi biscottini granulosi, che rilasciano nell’aria un profumo che sei hai il diabete, muori sul colpo.
Entro nella drogheria Stantuffi e ho la dimostrazione che tutto al mondo, può essere venduto sfuso.
I muri sono ricoperti di cassetti trasparenti con spezie di ogni genere, frutta candita, legumi, pasta, caffè tostato, persino detersivi, ma sopratutto montagne e montagne di caramelle.
Ce ne sono talmente tante che mentre vivo un’allucinazione glicemica, realizzo per la prima volta nella mia vita, che non può non esistere la professione di incartatore di caramelle e cioccolatini. Si tratta di un lavoro troppo preciso e minuzioso per non avere addetti referenziati nel mondo e i macchinari non possono portare a termine un’operazione di packaging così perfetto. Ci deve essere per forza una risorsa che si occupa di avvolgere dolciumi nel mondo e forse è un bambino, vista la miniaturizzazione del prodotto, così penso che grazie ai bimbi, ancora una volta, la macchina non è in grado di sostituire completamente l’essere umano.
Le carte che avvolgono una qualsiasi caramella del cazzo, sono un tripudio di colori, differenti in base a gusto e consistenza, croccanti e lucide oppure patinate e ad alta grammatura. Quelle che il mio artista-bambino pare preferire, sono quelle che avvolgono le zuccherine, le zollette di zucchero ripiene di essenze alla frutta e che in alcuni ristoranti di provincia, ti propongono trasudanti di squisito alcool etilico. La carta di queste caramelle sono straordinarie, perché avvolgono la zuccherina come fosse un panetto di burro,  sei uova o una ciabattina di pane, che il fornaio impacchetta per te, al minuto.
Anzi il droghiere. Le droghiere in questo caso.
La drogheria Stantuffi infatti, sa da sempre quanto il personale femminile sia più accattivante e accogliente dei colleghi maschi, ma temo che abbia mantenuto lo stesso personale proprio da sempre, perché le commesse hanno superato tutte gli ottanta anni, e rischiano quotidianamente di morire e i loro cadaveri di non essere ritrovati per giorni, con tutte quelle caramelle traslucide.
Sono truccate come le protagoniste dei dipinti di Toulouse Lautrec, col rossetto fuori dai bordi delle labbra di almeno 20 millimetri e le ciglia finte appiccicate negli anni 60 e mai più rimosse, neanche per dormire.
Sono anche loro avvolte come le caramelle, ma in camici blu notte da infermiere e se hai un problema, come quello che ho io col cibo, ti senti di essere appena stato internato dai tuoi parente, in una casa di cura.
Si, oggi io e il mio artista-bambino siamo malati e spero che una di queste crocerossine mi curi a colpi di zenzero candito e baci di dama.
Nessuna delle signore della Stantuffi è in grado di utilizzare il pos per il pagamento con le carte di credito e questo mi mette in difficoltà, visto che non ho alcuna intenzione di tirare fuori cento euro reali, di carta, e realizzare che li sto spendendo in dolciumi.
Mi sembrerebbe offensivo nei confronti della mia persona e vaffanculo all’artista.
Così faccio quello che in un posto del genere è proibissimo fare: domando alla vecchietta di svuotare un po’ di bustine di caramelle sfuse, di rimetterle nei vasconi ad aspettare altri clienti, perché non posso spendere una simile cifra in una drogheria. La signora mi guarda, storce la bocca coi suoi venti grammi di rossetto rosa sopra e si sporge sul bancone. Mi fa cenno di avvicinarmi, mentre mette una mano a coprire il suo labiale e mi sussurra “Se vuole abbiamo sette qualità di erba differenti, così può fare cifra tonda. Ci siamo capite eh.”