INVOLUZIONE FOTOGRAFICA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Nei primi anni dell’Ottocento il ceramista inglese Thomas Wedgwood sperimentò l’utilizzo del nitrato d’argento, prima rivestendone l’interno di recipienti, poi immergendovi dei fogli di carta o di cuoio ed esponendoli alla luce dopo avervi deposto degli oggetti all’interno.

Si accorse che dove la luce colpiva il foglio, la sostanza si anneriva mentre rimaneva chiara nelle zone coperte dagli oggetti:

Wedgwood aveva scoperto una specie di primordiale tecnica fotografica.

Wedgwood è il bisnonno della fotografia.

Ma per fortuna è morto.

Perché certe cose, a volte è meglio non vederle.

Meglio morire piuttosto.

Così Wedgwood si evita il mal di fegato dall’incazzatura di vedere un’arte così pregiata come la fotografia, dequalificata nelle nostre mani sceme.

Da morti non ci si può incazzare quindi abbiamo risparmiato un paio di crampi e di bile tracimata a Wedgwood e a tanti altri maestri che non possono vederci mentre ci facciamo il selfie in bagno e poi li cancelliamo per rifarlo e poi ancora e ancora fin quando non facciamo indigestione della nostra faccia, che poveretta non vorrebbe appartenerci perché si vergogna.

Non nei miei incubi ma nella peggiore delle realtà, vedo donne rispettabili fermarmi per strada e chiedermi di scattare loro mitragliate di foto che poi smisteranno comodamente a casa, in pallet da centoventi click dai quali dovranno selezionare con non poche difficoltà La Foto da pubblicare sul social: quella con la classica espressione da calendario del gommista, quella col chiuaua in braccio, quella col fidanzato che bacia la guancia oppure quella col monumento dentro al quale tengono il tacco conficcato.

Poi si finalizza il santino con qualche filtro che patina la pelle che vorrebbe tanto restare umana ma non può permetterselo perché siamo in rete.

Infine le donne rispettabili scriveranno nella piccola leggenda della foto, qualora fosse necessaria didascalia, frasi o parole che toglieranno loro dignità in maniera imperitura come #SICAMBIA #NEWLOOK #PICOFTHEDAY #MESOFATTALAFRANGIA #SONOUNAPOVERETTAIUTATEMI

Non nei miei incubi ma nella peggiore delle realtà, vedo amici cari avvocati, giornalisti e medici farsi gli autoscatti in hotel, a petto nudo con la schiuma da barba in faccia, anche se hanno il rasoio in valigia, incuranti di avere nell’inquadratura il gabinetto con la tavoletta alzata, alle spalle.

Incuranti di come il loro attestato di laurea s’irrigidisca al muro del loro ufficio, all’idea che il Dottore certe cose non se le tenga per sé ma le utilizzi per proporsi sulle app di appuntamenti, accanto a un testo pubblicitario simile a quello che si scrive per vendere lo scooter.

Man Ray questi professionisti li avrebbe presi a calci nel culo e poi si sarebbe pulito la punta dei mocassini sull’erba.

Newton avrebbe preso le sue amiche dipendenti dall’autoscatto e avrebbe fatto passare loro alcuni, indimenticabili e bruttissimi minuti.

Perché passi la nuova pettinatura, il vestito del matrimonio, l’anello di fidanzamento, passi la città d’arte, il cagnolino e passino perfino le parole inquietanti associate alla foto col cancelletto.

Ma quella faccia da cazzo, no.

Quelle labbra che riproducono il buco di un sedere, quelli sguardi dal basso che manco John Wayne, quelle pose plastiche in contesti discutibili possiamo anche accettarli come fotografie di un’epoca in decadenza, come la nostra.

Ma quelle facce, no.

Quelle facce bisogna punirle.

Sono facce colpevoli.

Facce che, invece di mettersi con l’occhio dietro all’obiettivo a danzare con la creatività, l’occhio se lo truccano con le polverine colorate, disegnandosi saette in faccia per commemorare David Bowie ma David Bowie non vorrebbe essere commemorato da quelle facce. 

Perché dietro a una faccia c’è sempre una persona e certe facce non sono belle.

Facce che si truccano e si fotografano per commemorare le vittime di un attentato, per dichiarare che partecipano alla giornata mondiale dell’orgoglio gay o a quella della lotta contro l’HIV o ancora a quella contro il cancro, come se la ricerca contro il cancro se ne facesse qualcosa della loro faccia da cazzo fotografata sul facebook.

Come se i gay, i francesi morti e i siriani avessero bisogno della foto del profilo di uno stronzo qualsiasi che lotta dal divano di casa sua, a gambe accavallate con le dita in posa da vittoria e il cancelletto dietro i suoi discorsi.

Ci mettono la faccia nel vero e triste senso della parola.

Ci mettono la loro faccia truccata per stare coi palestinesi, col presidente dell’Ecuador, coi terremotati.

Stanno con gli indiani d’America, con le donne, coi cubani e coi bambini maltrattati e dimostrano il loro coinvolgimento attivo attraverso l’incredibile apporto che danno a questa rivoluzione: un selfie in bikini a Formentera con un je suis scritto accanto.

Je suis Charlie, je suis London, je suis Ilva, Je suis Syria, je suis poraccio.

Je suis Man Ray e ti rompo le ginocchia.

Ti piglio lo smartphone e te lo mastico fin quando non ne resta un pezzo sano.

Esci dal cesso e vatti a fare la tua rivoluzione, che la fotografia è nata per supportare l’evoluzione dell’umanità non la tua involuzione.

DELIRIUM SELFIES

SINFONIE

 

Da quando è nata la moda del selfie sono aumentati i ricoveri al pronto soccorso.

Siamo disposti a fare doppi salti carpiati pur di farci un selfie quando il momento è propizio e anche io quando meno me lo aspetto mi pianto in faccia il telefonino e scatto, noncurante di cosa stia pestando mentre cammino.

Sono troppo impegnata a settare la perfezione della mia espressione per badare alla mia incolumità.

Tutti i giorni nel mondo c’è qualcuno che mette a rischio la propria salute per farsi un autoscatto;

Già: mi piacerebbe dare il giusto rispetto al termine originale però mi rendo conto che “autoscatto” non regge il confronto, non rende l’idea quanto la parola “selfie”, un termine da Caro Diario ma anche da top di H&M insomma, un termine fico.

Quindi a malincuore mi tocca mantenerlo per tutta la durata di questa mia breve riflessione, il fottuto termine che è selfie.

A causa sua perdo quotidianamente un po’ della mia dignità: mi arrampico in cima al tetto della mia auto coi tacchi, mi sdraio sulla striscia bianca a metà carreggiata oppure faccio le corna dietro la schiena del bodyguard, in discoteca.

Pur di selfarmi accetto di slogarmi le caviglie, di sbucciarmi il ginocchio o di sbattere la fronte contro il cartello piazzato fuori dal ristorante dove ho scelto di fare check-in.

Pur di postare il mio musaccio sul muro del mio social sono disposta ad appoggiare la nuca contro il muro vero, quello della metropolitana di Londra, accanto alla piastrella con il nome della fermata e a dozzine di sputi e schizzi non identificati. Quanti cellulari caduti nel cesso, quante fronti contuse a causa del “selfie aereo”, lo scatto dall’alto che richiede equilibrio e forza mostruosa nelle braccia da vero rugbista e chissà quanti schiaffi e quante monte a sorpresa i rugbisti, mentre si fanno il loro selfie in campo per far emozionare le ragazze col loro faccione infangato.

A me piace selfarmi nei boschi per far vedere che il lunedì mattina passeggio sotto i castagni mentre gli altri sono in ufficio ma in autunno piove e cadono le foglie, le vigne sono spoglie e il panorama alle mie spalle è troppo triste per non essere photoshoppato e così, quando gli altri escono dagli uffici io sono ancora lì, con la faccia dentro al computer a ritoccarmi il selfie.

Il selfie crea dipendenza, uno tira l’altro, non riesci a resistere. Sono in ascensore con sei amiche e le convinco a farci un bel selfie ma non tengo presente che il peso di sei femmine e delle loro borse, spostato tutto da un lato, sposta di asse l’ascensore che magari si blocca e a quel punto vai di selfie che scriviamo su facebook che siamo bloccate in ascensore!

C’è una vecchietta che non trova posto sul tram ma cosa me ne fotte, guarda che bel selfie che mi faccio adesso, seduta e comoda col finestrino e la città che fugge dietro!

Al volante. Che meraviglia il selfaggio selvaggio mentre guido! Nel traffico però devo essere discreta perché è proibito e poi la gente dentro alle altre vetture mi può vedere e pensare quanto sono cretina, sempre che non si sta selfando a sua volta. Allora metto il cellulare davanti al conta chilometri, ammucchio le labbra tutte al centro della faccia e scatto in pochissimi secondi, tornando poi subito ad un’espressione asettica, discreta, da traffico.

A tavola si fredda tutto ma vuoi mettere selfarsi davanti al risotto coi funghi?!

Amo anche farmi i selfie coi bambini che piangono, mi metto al fianco di mia nipote quando piange con tutto il muco che gli cola sul piccolo mento e mi selfo con la faccia dispiaciuta: più piange più il selfie si perfeziona e tocca punte di eccellenza.

Da quando c’è il selfie vado più spesso dal parrucchiere perché la foto col taglio nuovo è una consuetudine accettata dalla società come una legge anzi, di più. Speriamo solo che non se lo faccia il parrucchiere il selfie, mentre mi taglia i capelli che magari si sbaglia e con la giugulare recisa potrei perdere, più che la vita, la sensibilità al braccio e non potermi più selfare.

Sarebbe orribile.

Si selfie chi può, selfamo un selfie, ci selfiamo domani, li selfacci tua.