GREEN VIRUS

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Occorre essere più green nella vita, non credete?

Personalmente sento la pressione della società.

Sento la società che mi spinge la schiena.

Sento le voci e mi dicono che devo essere più green.

Sento di non esserlo ancora abbastanza.

Sono verde d’invidia, di rabbia ed in banca ma non sono adeguatamente green di status.

Più uno pensa di essere arrivato a sfiorare le altezze della biodinamica, più ti rimettono subito al tuo posto, ti fanno restar umile perché non fai il risveglio muscolare, i sette tibetani, perché non essicchi le verdure, non cuoci al vapore, non bevi vino macerato, non fai il corso di permacultura, i bagni di Gong, la meditazione anfrant.

Essere green, oggi, è un’esigenza che non si può disattendere perché ci sono troppe cose in ballo: il pianeta, il nostro futuro, il nostro respiro, i nostri figli, la comunicazione, la moda ed i soldi.

Anche i soldi son verdi, infatti.

Ecco perché se sei green, vendi.

Lo stile green è uno stile che puoi ancora costruirti perbene e, se vuoi far business, ti conviene buttartici subito con dedizione, nella costruzione del tuo status green, perché è un’operazione delicata quanto fruttuosa, sotto tanti aspetti.

Io, nel green cerco di starci dentro fino alle orecchie, mi devi credere.

Mangio solo biologico certificato, compro solo detersivo sfuso, ricarico le pile della mia torcia con un micro-pannello solare, faccio tessere le mie mutande in cotone idrofilo dalle signore del paese, bevo estratto di germogli e leggo saggi di maestri orientali perché tutto di me, dalla testa ai piedi, sia fottutamente green.

Ho comprato un’azienda agricola perché mi danno il premio di insediamento e allora io, m’insedio volentieri, a quel punto.

Non ho mai fatto agricoltura ma qualcuno da piazzare in azienda, in stalla, in caseificio mentre io sono all’aperitivo o su twitter lo troverò, figurati: adesso che poi va di moda il uufing.

Mi sono iscritta a settecento associazioni: uniti per il verde, campagna vicina, pastori riuniti, viticultori divergenti, apicultori esauriti, trattoristi italiani, trattoristi italiani senza patente, unione erba medica, vivi il biologico, muori tassato.

Ho messo a mio marito la giacca di flanella con le toppe sui gomiti che fa tanto intellettuale green.

Ho comprato il vestito a fiori, l’auto elettrica, i bidoni personalizzati per la raccolta differenziata, il disco folk, le certificazioni, l’attrezzatura a norma, i locali con altezze da chiesa gotica, le forchette biodegradabili; ho comprato amici, fornitori ed i servizi sanitari nazionali, ho neutralizzato i parassiti ed i vicini di casa quando erano entità diverse e quando univano le due mansioni.

Sono andata a tutte le degustazioni mandate dal Signore in terra: sono andata ai dibattiti su come uscire dalla crisi e ai corsi su come fare rete con le altre aziende, su come incentivare i raccolti, su dove comprare i pesticidi di notte e a quelli su come ottimizzare l’aspetto green di ogni fottuta cosa che mi circonda grazie al packaging, alla comunicazione, alla rete, al partito.

Sono andata alle fiere di tutto il mondo, le fiere sul green, le fiere allestite in quei giganti di cemento fuori città, riscaldati da centrali atomiche, piene di parcheggi non sorvegliati ma tutto il resto si che è sorvegliato.

Ho fatto tutto questo e molto altro ancora, per meritarmi i fondi europei.

Ho preso i fondi europei.

Ho comprato una mietitrebbiatrice.

Mi fa paura solo accenderla ma ora posso dire di essere green.

Forse sono un’invasata del green ma sono invasata a norma.

Posso fare qualsiasi cosa.

Sono il Dio Green: sono meglio del re Lucertola, sono appena meno di Gesù ma ancora molto sotto alla Bayer-Monsanto.

Migliorerò.

 

 

 

 

 

 

Sophio, Nostro Signore delle campagne.

FOTTUTA CAMPAGNA

Al comando della mia personale armata felina c’è il Generale Sophio.

Per diventare ricca basterebbe che i creativi di una qualsiasi agenzia pubblicitaria vedessero Sophio: so che mi offrirebbero subito un contratto milionario per farne un brand, una di quelle faccette che finiscono stilizzate su qualsiasi cosa, dalle T-shirt alle tazze.

La potenza mediatica di Sophio è gigantesca e andrebbe giustamente valorizzata ma per dare una giustificazione a tutta questa potenza, racconterò  brevemente la storia di questo gatto leggendario.

Sophio nasce normalissimo gatto maschio persiano color champagne, in un allevamento.

Quando arriva la sua ora viene messo in vendita in un negozio (mi fa piangere pensare che il mio gatto possa essere stato messo in vendita) e viene addirittura acquistato da una famiglia torinese che, falsa e cortese, lo accoglie in casa a un’unica condizione: che sia femmina.

Al momento dell’acquisto viene comunicato alla famiglia che purtroppo è rimasto solo un maschietto, ma a questi miseri esseri umani non importa: lo chiameranno Sofia e con tutto quel pelo, nessuno scoprirà la verità.

Passano gli anni e il mio piccolo ermafrodito vive più o meno sereno, ma proprio a causa di questa spiacevole cosa soprannominata “crescita” che a un certo punto tutti gli esseri affrontano, il felino/a non è più appetibile e la signora di questa discutibile famiglia un bel giorno si convince che “la gatta Sofia” sia responsabile della sua asma. Per Sofia non c’è più posto.Mi viene di nuovo da piangere solo al pensiero. IMG_5508

Provano a riportarla al negozio, ma a quattro anni un gatto è considerato invendibile, quindi inizia la caccia all’adozione conclusasi con la minaccia (più diffusa di quanto si pensi): «O me o la gatta. Se nessuno se la piglia finisce al gattile!».

Ho un’amica che tutti i torinesi amanti degli animali conoscono e venerano: si chiama Chiara e anche lei, come l’amica di san Francesco, è donna in concetto di santità perché dedica corpo, anima e conto in banca ai pelosi in necessità.

Quando Chiara viene a sapere questa triste storia, piglia la macchina e si presenta a casa dei cattivi, li prende a schiaffetti e si porta via il povero Sofia; poi si butta in autostrada verso Roma e mi chiama perchè le risulta che io al momento stia vivendo, per circostanze inspiegabili, senza gatti.

Mi dice che sta partendo da Torino, che nel giro di sette ore sarà a casa mia con Sofia e che il piccolo ha problemi di incertezza sessuale ma che per il resto sta bene.

Arriva all’alba con questo gigante scorbutico di cui mi racconta la storia e io a quel punto mi commuovo e penso che sarò onorata di fargli da mamma ma che, dopo quattro anni, mica posso chiamarlo Giuliano.

Quindi optiamo per Sophio: esotico, sexy, irresistibile.

Sophio comunque starà anche bene ma è incazzato all’ennesima potenza.

Le prime due settimane le passa sotto il mio letto; esce solo quando io non sono in casa. Si affaccia, controlla bene e scivola fuori per mangiare, bere e farmi una gigantesca diarrea sul letto, nel centro preciso del cuscino, come a voler mettere in chiaro fin da subito le cose e ricordarmi che lui è Sophio.

Dopo un mese siamo inseparabili. Mi accompagna ovunque, facciamo anche le vacanze insieme e io sono pazza di lui: Sophio è sempre incazzato con tutto e tutti, infastidito da qualsiasi cosa, animale, canzone fiore, città o persona che gli venga proposta. Ma per me stravede e l’era delle diarree è terminata.

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Purtroppo, dopo qualche tempo, appena riesce a recuperarsi completamente dall’incertezza sessuale, Sophio viene investito e si frattura la piccola mandibola persiana. Viene operato e il veterinario mi dice che non ci sono speranze, che anche se è tutto ricucito col fil di ferro non riuscirà a mangiare con facilità e morirà di fame.

Così esco dalla clinica con il viso che è di nuovo una maschera di lacrime: Sophio, che destino, che vita di sofferenze e, soprattutto, che morte terribile!

Dopo un paio di settimane con la sua nuova mandibola di acciaio, Sophio sembra il gatto di Robocop e mangia più di quattro vitelli.

E’ muscoloso, ancora più incazzato con la vita e a memoria di questa ennesima vittoria contro la morte e l’abbandono, il piccolo eroe avrà la lingua fuori dalla bocca a vita, senza possibilità di schiaffarsela dentro neanche per un minuto, fissata dall’operazione di quel giorno, come la cicatrice di un militare o il tatuaggio di un galeotto, un particolare che lo rende ancora più irresistibile.

Oggi il generale Sophio, alla rispettabile età felina di sette anni, dopo aver vissuto tutta la sua vita tumultuosa in appartamento, vive in campagna dando prova di sapersi adattare a qualsiasi situazione, oltre che a qualsiasi sessualità.

Poi, vogliamo parlare del piacere di farsele girare quando finalmente uno ha ritrovato la propria identità sessuale?

Sophio picchia tutti, vede pelo e picchia, non perde tempo a riconoscere se quel gatto vive in casa con lui o no. Mena dall’alba al tramonto, momento in cui finalmente riposa la sua zampa vendicatrice e si siede sul davanzale più alto del fienile, con la criniera bionda che gli svolazza come un fazzoletto infuocato dalla luce del sole che muore dietro le colline.

Perchè anche il sole muore ma Sophio no e se gli girano, picchia pure lui.

Questo racconto è tratto dal libro Fottuta Campagna e questo è il book-trailer:

https://www.youtube.com/watch?v=uAWxWtKg1L8

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LA DEPRESSIONE URBANA

FOTTUTA CAMPAGNA

Se esiste la descrizione perfetta per definire ciò che mi sono volontariamente inflitta, questa potrebbe essere: “Suicidio ecologico”: la scelta di chi arriva in campagna col cestino di vimini e pensa davvero che le caprette gli facciano “Ciao!” invece le caprette sputano, scalciano, puzzano e i maschi si fanno anche la pipì addosso tra di loro.

Ognuno sceglie la propria morte, anche mentre è ancora in vita: chi sceglie la moglie o il marito rompicoglioni, chi fuma tutti i giorni dalle sette del mattino, chi fa un lavoro che inghiotte tempo libero e week-end. Io ho scelto la campagna.

Ho scelto i prati, pur avendo paura di serpenti, topi, piante urticanti e vespe, ho desiderato di avere grandi spazi dove vivere, ma quando è arrivato il buio, ho girato per casa guardando in modo sospettoso anche il gatto. Ho letto libri di giardinaggio, ma quando ho acceso per la prima volta il decespugliatore, quasi mi ci sono tagliata un braccio.

In tutte possibilità di suicidio, incluso il mio, quello ecologico, si sceglie di dimostrare a se stessi e agli altri qualcosa, pur essendo assolutamente consapevoli di non esserne all’altezza.

La decisione discutibile di passare dalla santa illusione bucolica alla realtà più ostile si concretizza nella mia vita circa due anni fa, quando realizzo che invece di vivere in città, stavo subendo la città.

Mi ero ammalata: avevo contratto la depressione urbana.

La DU è una patologia che in questa epoca sta rapidamente prendendo piede e si può riconoscere da sintomi ben precisi: ritrosia nei confronti di uffici pubblici e rispettivi funzionari, abominio per SUV, apericene e discoteche, senso di nausea e capogiro nei grandi centri commerciali, conseguente drastica riduzione dei propri impegni sociali fino allo svolgimento di un minimo sindacale che si avvicina molto all’eremitaggio: se hai la depressione urbana vai al massimo dal benzinaio, in tabaccheria e a qualche sporadica festa di compleanno dove sei sicuro siano presenti cibo e vini particolarmente pregiati.

Se questi sintomi sono accompagnati da una voglia sfrenata, erotica di silenzio e solitudine, sei malato e nella fase più acuta di questa particolare depressione ti sorprenderai a non rispondere più al citofono, a far crescere i tuoi peli superflui e le piante sul terrazzo, come se fossi in attesa speranzosa del ritorno delle grandi glaciazioni.

(…)

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Durante la DU, m’inferocisco contro la società e la cultura del consumismo spensierato: vado al supermercato solo per mettermi a guardare con disprezzo la gente che compra la pasta di grano transgenico, il formaggio che contribuisce alla morte di milioni di vitelli e capretti, i polli pronti, i detersivi e i fottutissimi piatti di plastica che sono stati, peraltro, causa di molte amicizie interrotte: perché la gente li chiama piatti di carta? Sono di plastica, si vede ad occhio nudo, eppure quando vai a una festa e chiami per sapere se manca qualcosa ti dicono “Si, guarda, compra i piatti di carta”.

Ci sono un paio di frasi che durante la mia DU provocano vere e proprie crisi di rabbia, tipo “Non faccio la raccolta differenziata perché non la fa nessuno e poi, non lo sai che la mondezza in Italia va a finire tutta nello stesso posto, sciocca?” oppure “Lo so che sono di plastica i piatti, ma tutti li chiamano di carta e siccome vado di fretta è per farti capire cosa comprare, sciocca”.

(…)

A volte non ci accorgiamo per una vita intera di convivere con noi stessi, perciò sono felice di essermi ammalata di DU. Attraverso intere settimane di silenzio e asocialità, oggi ho conquistato maggiore autocoscienza, anche se a volte ho l’impressione di aver sostituito il soggetto da subire: dalla società a me stessa.

La DU, non solo mi ha regalato molte rivoluzioni positive, ma ha portato anche un netto miglioramento alla qualità di vita delle persone a cui davo fastidio con la mia ritrosia per la vita metropolitana. Quando sei ammalato di DU, infatti, risulti pesante al prossimo, specialmente a chi ama vivere immerso nei servizi e proseguire il suo contributo all’inquinamento di massa. Tu borbotti tutte le nozioni che hai appreso sui siti ecologici e sei ciò che di peggio possa esserci nella società contemporanea: un moralista.

La gente ti evita e ti guarda male, consapevole che subito dopo il saluto e due convenevoli, inizierai a dare ragguagli sullo smaltimento dell’olio per friggere, sul problema dei pneumatici e su come farsi il sapone da soli.

Durante la mia DU, organizzo presìdi nei reparti ortofrutticoli dei mercati rionali cercando di convincere le persone come un pastore protestante a non comprare mele così rosse, ciliegie così lucide e limoni che sembrano fatti di vetro, “Perché comprare alimenti che non esistono in natura, signori, è disonesto verso se stessi, oltre che mortale!” sentenzio sopra il piccolo podio, costruito coi bancali delle cassette di frutta, prima che essere sbattuta fuori a spintoni. Uso la bicicletta a Roma per tutti i miei spostamenti, tangenziale inclusa, esperienza dopo la quale, sono pronta a sopravvivere per mesi non solo in cima alle colline, ma anche appesa in parete sulle Ande.

Almeno, mi convinco di questo.

Dopo questi e tanti altri gesti di insurrezione ecologica, capisco che chi non è affetto da depressione urbana, non desidera essere molestato mentre si lascia morire in città, mentre si abbandona al decesso condiviso, social, con tutti quelli che sono in fila con lui alla cassa per pagare per primi il nuovo smartphone. Visto?! Sono pesante.

E sono pesanti tutti quelli che si accorgono di vivere in un habitat che non corrisponde più alla loro natura e che dunque si ammalano di depressione, urbana o di altro tipo.

Se hai la DU non ci stai: diventi socialmente fastidioso, dici no e te ne stai dentro il tuo cappottino col bavero alzato e le cuffiette con la musica alta, per non sentire le signore che ordinano il prosciutto dolce in offerta. Ti aggiri per le corsie, ringhiando le informazioni di controtendenza biologica fino a quando non capisci che vogliono essere lasciati a schiattare in pace, e ti calmi. La malattia prende lentamente un saggio decorso e converti la rabbia in cura verso te stesso; gli amici che ti capiscono ti mandano link, film, spunti utili per convincerti a toglierti dalle palle e a trasferirti in cima a una montagna, come si faceva un tempo coi parroci scomodi. Così una sera, mentre sono ancora in piena DU, appena rientrata da uno dei miei sermoni al supermercato, accendo il computer e scopro che un amico mi ha mandato un pezzo del “Pianeta Verde” di Coline Serreau, la scena in cui i due fratelli raccontano del boicottaggio dei prodotti nocivi da parte di tutta la popolazione del pianeta.

Ho guardato quel pezzetto di delicato cinema francese e ho provato qualcosa di molto vicino all’illuminazione. Quando sono tornata in me, dopo un sonno che pareva il Nirvana, sulla scrivania c’era il libro del fagiolo magico e sul pc la pagina di google aperta con già digitate sopra le parole: “casa in campagna affitto cerca”.

Il Booktrailer di Fottuta Campagna:

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Fottuta campagna

I GIORNI DEL VAFFANCULO

FOTTUTA CAMPAGNA

La Prefazione un filo provocatoria di Fottuta Campagna

Quanti luoghi comuni uso durante la mia giornata?

Anche la domenica, quando mi sveglio tardi e vado a letto presto, quindi le ore a disposizione per abusare di loro sono poche, riesco sempre a farne un uso smodato.

Non per vantarmi ma sono bulimica di luoghi comuni.

Si tratta di un’ingordigia causata da una buona educazione, ricevuta tanti anni fa anche se mai richiesta: una bella, grossa e cordiale educazione comprata a caro prezzo dai miei genitori e perfezionata in un contesto urbano, a Roma, città tanto più grossa dell’educazione quanto meno cordiale.

In città ho assimilato tutti i giudizi e le morali socialmente utili per programmare il mio comportamento civile e raggiungere una discreta antipatia.

Complici la città e la grossa educazione, sono arrivata ai trenta trascinandomi dietro una gamma di borgheserie così imponente, che prima di scrivere Fottuta Campagna, avevo pensato ad un processo al Bon-Ton, un dizionario con tutti i moralismi e le illusioni che affollano un modello base di cervello adulto: lo avrei chiamato “Orgoglio e Pregiudizio” solo che, al posto di una storia d’amore, avrei scritto tutto ciò che di repellente si cela nella nostra società a livello intellettuale.

Poi ho ragionato (quello del ragionamento è un movimento cerebrale che mi stupisce sempre) e ho pensato che un vademecum di pregiudizi non avrebbe venduto molto, perché oggi va così di moda essere liberali e open-minded che leggere un libro che sostiene il contrario ci sembrerebbe offensivo, amorale. Scoprirci ripieni di falsi moralismi come arancini rancidi non è corretto. Quindi molto meglio scrivere cazzate.

Sulla Campagna, ad esempio.

Sul verde, sul bio, argomenti caldissimi oggi, sui quali tutti hanno qualcosa da dire anche se pochi conoscono la materia fino in fondo, come avviene sempre con gli argomenti caldissimi.

Mi ci sono trasferita pensando che per avere autorevolezza su un argomento lo si debba approfondire, così ho preso e sono andata a vivere in mezzo ai campi.

Ma anche scrivendo di campagna, pagina dopo pagina, ecco che i pregiudizi continuano a perseguitarmi e non smetto di trovare anche lì, in mezzo ai contadini, contesti che pensavo di trovare nel modo in cui me li ero immaginati, un modo assolutamente diverso dal reale.

Imbevuta di razzismi su luoghi, persone, fiori, frutta e animali e poco a poco guarisco, ammettendo la disarmante autorità che il pregiudizio ha avuto fino a questo momento nella mia vita, all’apparenza così fricchettona.

Un’ammissione dolorosa ma liberatoria, una consapevolezza resa possibile grazie ad un procedimento catartico che ho definito in gergo tecnico “I giorni del Vaffanculo”.

Candidi e inattesi, profetici e illuminanti, questi giorni arrivano per concederci l’opportunità di fare pulizia di persone e convinzioni che non rappresentano più nulla di positivo nella nostra esistenza.

Se ci abbandoniamo a essi diamo il via ad un processo di purificazione che ci farà realizzare quanta fiducia abbiamo riposto in soggetti e oggetti inutili quanto deleteri, e quante verità supposte (nel senso che tante volte a causa loro, ce la siamo spesso presa in quel posto) ci hanno tenuti sotto scacco senza che ci balenasse per un attimo il dubbio che si potesse trattare di stronzate.

Un processo di illuminazione che ci libera da tutti i pesi morti attraverso una raffica di salvifici Vaffanculi irradiati nella nostra atmosfera.

Una forza centrifuga alla quale è fondamentale aprire la porta e con tanta consapevolezza, darle carta bianca per far nascere magnifiche rivoluzioni nella nostra vita, altrimenti rischiamo di perdere una preziosa occasione di rinascita e rimaniamo immersi nel nostro brodo di idiozie civili.

Fottuta Campagna è pensato per tutti coloro che sentono il richiamo primordiale dei giorni del Vaffanculo, che desiderano smantellare le fortezze di pupù che da troppi anni affollano le loro teste.

Il cervelletto umano funziona un po’ come la speculazione sui terreni edificabili in Spagna: se c’è spazio libero, i pregiudizi comprano ettari di materia grigia a poco prezzo e costruiscono sovrastrutture mentali granitiche che poi non c’è pastiglietta in grado di guarire.

Possiamo dire che i pregiudizi sono la camorra del cervelletto.

Il pregiudizio preferito dal mio cervelletto era legato al meraviglioso mondo della Natura, alla vita nel verde (da non confondere con la vita al verde, che di meraviglioso ha molto poco), alla campagna, a quel luogo che non ha mai smesso di affascinare l’essere umano, almeno fino a quando è rimasto un ideale irrealizzato.

Voglio dire: Virgilio scriveva di pastori ma rimaneva col sedere piazzato sui cuscini della sua casa piena di colonne; Ippolito Caffi dipingeva gli scorci di rovine romane abbracciate dai rampicanti ma poi se ne tornava a fumare sul terrazzo del suo palazzo veneziano; oggi la storia non è cambiata: amiamo il verde, compriamo prodotti biologici, ma non sappiamo cosa sia l’olio di palma e inquiniamo i campi dove produciamo quello che mangeremo.

Affittiamo il casale nel Chianti e la prima notte in cui ci dormiamo abbiamo un attacco di panico perché non avevamo mai sentito prima tanto, gigantesco silenzio.

Il Pianeta Verde: ecco il mio luogo comune preferito, l’illusione contro la quale i miei giorni del Vaffanculo hanno dovuto combattere una guerra impietosa ma necessaria dalla quale sono nate le pagine di Fottuta Campagna come un diario di battaglia, un De Bello Bucolico.

Non è che l’illusione porti alla morte però spesso causa un sacco di altri guai peggiori e la radice delle più antiche disgrazie è l’idea romantica che nutriamo nei confronti di qualcosa, la bramosia che ci fa pretendere che l’oggetto (o il soggetto) del nostro desiderio si comporti esattamente in un modo: il nostro.

Un fidanzato bellissimo ma deleterio, un gruppo rock che amano tutti e che ci accorgiamo di odiare solo dopo aver speso ottanta euro per il loro concerto perché “ci andavano tutti”.

I pregiudizi creati dall’illusione ci scaldano e rendono sicuri per molto tempo ma a ciascuno di essi corrisponde una disillusione devastante quanto miracolosa.

Sfatare un pregiudizio toglie la terra da sotto i piedi, ma a lungo andare regala un senso di vera e propria redenzione.

Questo libretto ha la presunzione missionaria di soccorrere tutti coloro che hanno sete di sfatare le proprie illusioni e lo farà attraverso una collana di situazioni e personaggi che hanno distrutto la mia di illusione: l’idea infantile sulla vita bucolica, un modello ispiratore applicabile a tanti altri contesti.

Fottuta Campagna è il racconto di come la mia vita sia stata messa in pericolo dall’illusione di conoscere a fondo il significato della parola “campagna”.

E la morale è la seguente: ricordati che è importante conoscere bene il significato delle parole, delle cose e delle persone che credi di desiderare, soprattutto se vuoi smettere di desiderarle all’istante.

Non so se qualche profeta o saggio abbia già anticipato questa morale, ma tutto parte da questo insegnamento e dai guai che mi hanno portata alla consapevolezza che la campagna non è per tutti.

Sono nata e ho vissuto per ventidue anni in un centro residenziale pieno di aiuole, cacche di cane raccolte nelle bustine di plastica, vigilanza notturna e tennisti educati, pensando che quella fosse campagna, sicura che la campagna fosse dove c’è verde, aria buona e dove c’è il labrador che corre con la pallina in bocca

Senza dubbio è tutto questo. Ma non solo.

La campagna è ben altro.

E per capirlo ho dovuto viverlo, quel fottuto ben altro.


Altre brevi anteprime del libro, disponibili aggratise per farvi venire il prurito della compera, qui:

https://books.google.it/books?id=LTtdCwAAQBAJ&pg=PT1&dq=fottuta+campagna+google&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjovdis7pXOAhVDaxQKHchLA0oQ6AEINDAA#v=onepage&q=fottuta%20campagna%20google&f=false

Il Book-trailer

FOTTUTA CAMPAGNA stampa

FOTTUTA CAMPAGNA

Piccola e umile raccolta di video,podcast e articoli su Fottuta Campagna, un libretto che era giù best-seller, ancora prima di uscire.

http://fazieditore.it/catalogo-libri/fottuta-campagna/

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Webnotte – La Repubblica Tv: http://video.repubblica.it/rubriche/webnotte/webnotte-la-fottuta-campagna-di-arianna-safonov/234664/234341

Radio24 – Rosita Celentano e Angelo Vaira: http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/felice/vivere-campagna-150808-gSLAhJnOKC

La Provincia Pavese – Lieto Sartori: http://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2016/04/11/news/madrid-montalto-cosi-madame-pipi-scopre-la-natura-1.13278368?ref=hfpppves-1#gallery-slider=undefined

La Provincia Pavese – Serena Simula: http://laprovinciapavese.gelocal.it/tempo-libero/2016/03/22/news/fottuta-campagna-sei-un-luogo-comune-1.13175677

Radio24 – Melog, Gianluca Nicoletti: http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/melog/fuga-citta-122255-gSLAH0dVbB

Radio Capital – Ladies and Capital: http://www.capital.it/capital/radio/programmi/Ladies-And-Capital/3713660

National Geographic:

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Le Pagine del vino – Luciana Rota: http://www.lepaginedelvino.it/3551/la-fottuta-campagna-di-arianna-non-e-bio/

Feeddbooks – Veronica Fantini: http://it.feedbooks.com/interview/552/un-messaggio-importante-spiegato-con-semplicit%C3%A0-e-ironia-ma-soprattutto-rivolto-a-tutti

Il Fatto Quotidiano – Camilla Tagliabue:

ilfatto

TuStyle – Eleonora Molisani: http://www.tustyle.it/diary/fottuta-campagna-felice-esordio-di-arianna-porcelli-safonov/

Il Foglio – Mirko Volpi: http://www.ilfoglio.it/cultura/2016/05/10/campagna-natura-agricoltura-biologica-libro___1-v-141801-rubriche_c361.htm

Confidenze – Letizia Grandi:

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Primediecipagine – Desy Icardi: https://www.youtube.com/watch?v=yWOW0oXeBQA&feature=youtu.be&a

Scrivere al Femminile – Stefania Massari: https://scriverealfemminile.org/2016/05/31/fottuta-campagna-di-arianna-porcelli-safonov/

Il Venerdì di Repubblica – Tiziana Lo Porto:

venerdì rep

Il corriere del Conero – Elena Pigliacampo: http://www.corrieredelconero.it/rubriche/libri-consigli/8931

FOTTUTA CAMPAGNA – l’esperienza.

FOTTUTA CAMPAGNA

Come è potuto succedere?

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Nel 2014 sono a Madrid, dove vivo e lavoro da circa tre anni.

Conduco un programma TV e una vita dissoluta e metropolitana.

Sono benestante e decisamente infelice.

Poi, grazie a Dio arriva l’inaspettato: mi scade il contratto con la produzione televisiva per la quale lavoro.

Meno male che ad un certo punto nella vita arriva l’inaspettato!

Come sempre, tutto ciò che non è progettato da noi stessi finisce per salvarci.

Il breve e inconsapevole processo di trasferimento in campagna è raccontato quasi fedelmente nel resoconto di Fottuta Campagna.

E’ una storia vera.

Il racconto della particolare fase della vita, che prima o poi capita a tutti, durante la quale, siamo così disperati e famelici di cambiamenti, che sembriamo disposti a subìre qualsiasi tipo di habitat purchè abbia il profumo di nuovo, di autentico.

Me ne frego dei pantaloni, io volevo la campagna ( i pantaloni sono stati comprati successivamente per non graffiarmi le gambe coi rovi) anzi, volevo l’idea che mi ero immaginata della campagna.

Ben mi sta.

Attraverso la mia spietata iniziazione al mondo rurale ho imparato che l’essere umano anche se donna, è ancora programmato per adeguarsi a qualsiasi cosa.

Ho imparato che esistono sorrisi di vecchi, notti con le lucciole e antiche mulattiere che possono mettere nel cuore una felicità semplice ma dal peso specifico imponente.

E ho imparato a non sottovalutare la potenza del rinculo della tagliaerba quando la accendi.

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http://fazieditore.it/catalogo-libri/fottuta-campagna/