SEQUESTRO OLISTICO

BESTIARIO DI VIAGGIO

I

Ci tenevo tanto a fare qualche giorno nella giungla, prima di ripartire.

Così ho prenotato in questo posto coi profili social che farebbero sognare anche i morti coi loro scorci curatissimi da qualche interior- designer newyorkese, con le campane tibetane, i tappetini, gente tonica che si contorce in pose miracolose, incenso e drink pieni di antiossidanti.

I social del posto promettono anche silenzio o tuttalpiù il rumore dell’acqua che entra ed esce dai piccoli tubi di bambù per poi immergersi nelle varie fontanelle e piscine zen dove anche io potrò immergermi per soli duecento euro a notte.

Il canto degli uccelli notturni non lo inserirei fra le promesse del posto perché chi non si è mai trovato nella circostanza di dover dormire nella giungla, condizione piuttosto diffusa, potrebbe non prendere come un lusso miracoloso la proposta serale dei mille animali rauchi che affollano la notte tropicale con furia, come a presagio di morte.

A me piace, però.

Ciò che amo meno è il reggaeton che proviene dalle vie lontane del paese e che la giungla non riesce a filtrare lasciando trapelare le tipiche percussioni elettroniche di quel genere musicale che anticipa la fine del mondo e che mi tanto mi ricorda quando, in casa dei miei si rovesciava il ripiano delle pentole ma c’è a chi piace.

Che poi è un po’ il problema dell’umanità, questo fatto che ci sia sempre una fascia di pubblico con evidenti gusti di merda da dover rispettare.

Il posto in questione si trova ad Ovest rispetto alla Riviera Maya, lì dove un tempo si celebrava la terra e si compivano rituali con sacrifici umani nei cenotes oggi sorgono piccole capanne chic, disseminate per un bel pezzo di giungla e frequentate da gente tatuata e vestita di bianco.

La stessa gente che va al Burning Man da quando ha saputo che ci si debba andare, la gente che si vergogna di dire che campa delle rendite di qualcun altro e quindi s’inventa professioni al limite dell’hobby che terminano tutti con – consultant.

Le capanne, per chi avesse voglia di fare un’esperienza mistica di qualche giorno sono ovviamente bianche e molto semplici, almeno in apparenza poiché all’interno c’è realmente tutto il necessario per sopravvivere a Miami, ad un diciassettesimo piano: bollitore, vasca idromassaggio, due amache lunghe e sottili in macramè, nel caso in cui i due matrimoniali King-size annoiassero e trentadue libretti con tutti i servizi offerti dalla struttura, durante i giorni di penosa permanenza.

All’esterno, il polmone verde, quello spazio che più che giungla sembra un giardino zen tirato a lucido da monaci giapponesi ed effettivamente c’è chi mantiene tutta quella patinatura in piedi ma è gente maya molto sudata.

La gente del posto, privata delle sue terre tanto tempo fa dal colonialismo subisce ancora lo schiaffo da parte dei ricchi, come fosse consuetudine, lavorando in tutti i campi più umili per i nuovi coloni, gli imprenditori grassi del paese confinante, quello che costruisce i muri e poi li scavalca per andare al Resort.

Tra i lunghissimi alberi sottili che infittiscono il bosco dovrebbero esserci anche le famose liane dell’ayahuasca che non credo possano mancare, purtroppo però non le so riconoscere.

Le leccherà qualcun altro.

Le tre piscine invece si che le so riconoscere: hanno acqua verde, limpidissima e rafferma, senza un filo di onda per non scandalizzare i chackra degli ospiti, già messi a dura prova dal 5G presente in ogni spazio ed anfratto per consentire di postare foto con gli hashtag giusti.

Arrivo alla reception e mille campanelli di ceramica attaccati alle tende si mettono a suonare, come se mille porte d’ingresso di ristoranti cinesi venissero aperte in simultanea.

Mi accolgono due ragazze francesi vestite dello stesso colore dei mattoni; non sarei mai riuscita a riconoscerle così mimetizzate, se non fosse stato per i loro rossetti.

Non bastasse il camouflage, le due segretarie, che però qui si chiamano “experience-assistant”, non parlano ma bisbigliano, forse per non spezzare la magia della giungla, per non disturbare le buone vibrazioni col loro lavoro pratico così volgare ma io avrei bisogno di qualche informazione e dentro di me so già che finirà male.

Faccio il check-in per intuizione, leggendo il labiale delle due ragazze che paiono schifate della mia aurea urbana, appena arrivata a contaminare il loro bosco sacro.

Una delle bisbigliatrici si offre di accompagnarmi alla mia capanna guidandomi attraverso la giungla: forse pensa che tra le piscine, il bar macrobiotico e la boutique potrei trovarmi in situazioni di pericolo ma l’unico vero rischio è che porti via metà della ghiaia dai sentieri con le ruote del mio trolley.

Nei tre minuti di cammino verso la mia capanna riesco ad accumulare una piccola montagna sabbiosa con cui si potrebbe spianare un parcheggio e la mia valigia vi è ingolfata dentro.

La giovane francese non si lascia scomporre dal mio cattivo gusto e con una piccola radio chiama subito Nacho il quale, quasi come se vivesse appostato sugli alberi intorno al sentiero si materializza al nostro cospetto ed issa la mia valigia sulla schiena sorridendo come se fosse un’inconveniente di cui godere.

La mia capanna è, come già detto, capanna solo esternamente: gli interni sembrano appena allestiti da un team di produzione di still-life per chissà che magazine di architettura.

Ho una vasca ed una doccia ma l’idea di sostituire uno di questi due sanitari con un fottuto bidet non è venuta a nessuno, come al solito.

Il pavimento è rivestito con delle maioliche verde bottiglia con striature di arancio tropicale tirate a lucido e la capanna affaccia direttamente su una delle tre piscine miracolose che però scoprirò essere il ritrovo preferito di una comitiva di cinquantenni di Miami col vizio del Mezcal, a partire dalle undici e trenta del mattino sino a che non arrivi l’oblio della notte a portarsele via.

Durante la prima notte in capanna faccio esperienza e scopro che le signore sono dure a morire e che resistono duro, forse grazie alle organic-bowls che ti preparano qui come unico companatico disponibile.

Per tenermi occupata durante la notte e non subire e basta le urla primitive delle ragazze del Mezcal che si uniscono a quelle degli uccelli notturni, prendo a cuore un’operazione importante, a nome di tutti gli scrittori del mondo: spostare la scrivania dal muro della capanna e piazzarla in mezzo alla grande stanza, fronte finestra.

Quando una scrivania viene fissata contro il muro, da qualche parte nel mondo, uno scrittore di romanzi muore.

Come si fa a non pensare che ci sia ancora qualcuno voglioso di scrivere in un contesto del genere?

E come si può pensare che debba trovarsi in mezzo alla giungla a scrivere contro un muro color senape?

La scrivania pesa un quintale ed impiego due notti e mezza mattinata con Nacho per spostarla senza sfregiare le maioliche.

Spero sia ancora lì, orgogliosa, fronte-giungla, piazzata contro l’enorme finestra, grande quanto una parete, a gridare silenziosamente a tutti quanto sia sciocco obbligare qualcuno a scrivere contro una parete soprattutto se vi è anche attaccato ad altezza nuca, un braccio di metallo che regge il televisore al plasma pronto a ferire lo scrittore, già abbastanza umiliato dalla vita e dagli editori.

La mattina in cui riusciamo finalmente a sistemare il mio mobile preferito, le signore del Mezcal partono ed io inizio finalmente a scrivere questo resoconto col solo canto degli uccelli mortiferi.

A proposito di presagi di morte, val la pena menzionare il ristorante e le sue organic-bowls.

Ogni mio spostamento di piacere come di lavoro è sempre stato legato alla scoperta di un posto dove si mangi e si beva bene.

Se ho delle trasferte di lavoro organizzate da qualcun altro, chiedo sempre di lasciar fuori dai piani qualsiasi tipo di programmazione dei pasti, in modo da poter cercare io, il posto giusto dove infilarmi per tre ore ed uscire più contenta di prima anche se a rischio blocco intestinale.

Chi sa riconoscere e trasformare le materie prime commestibili è una specie di eroe per me: più degli scrittori che riescono a concentrarsi contro un muro.

Di norma, i ristoranti dove la proposta è fatta al 90% da un buon piano di comunicazione, mi fanno cacare a prescindere.

Non mi fido di quelli che fanno troppa comunicazione.

Il ristorante di questo luogo troppo zen per i miei nervi è uno di quei posti dove pensano che ci si possa saziare col marketing: al primo appuntamento con la proposta della cucina di giungla ho un mancamento quando arrivano le prime portate.

La moda degli schizzi di cibo è arrivata anche qui.

Dove sono gli dei Maya della morte quando servono?!

Frutta e verdura sono, ad uno sguardo appena esperto, visibilmente state tolte dai imballaggi, nel retro del bellissimo patio in legno del ristorante ed assemblate tra di loro in modo da dare al piatto un aspetto fotografabile.

Ma il piatto oltre che fotografabile dovrebbe anche essere commestibile: è così assurdo?!

Ancora non saziata dagli schizzi ordino delle microscopiche polpettine di alghe che arrivano con sopra delle pesanti guarnizioni cremose color nero di seppia che fanno sembrare il piatto un preparato di funghi allucinogeni lasciati al sole a squagliarsi.

Dulcis in fundo, i dessert “senza niente” fatti con farine ricavate da foglie indigene che andrebbe anche bene se avessero un sapore alternativo alle bacche di vaniglia, onnipresenti come pidocchi nella testa dei bambini delle elementari quando arriva la stagione.

Scopro che tengono talmente tanto alla salute degli ospiti che non servono alcolici ma solo Mezcal e capisco le signore di Miami rimpiangendo di averne desiderato la morte in piscina; così preparo il mio fegato a subire il colpo più pesante degli ultimi anni: quello di sopperire alla grande quantità di vino che consumo con un paio di bicchieri di questo distillato che, se aggiunto alle alte temperature messicane e alla mia proverbiale bassa pressione basteranno a mandarmi in un’altra dimensione nel giro di pochi minuti.

A differenza delle signore di Miami però, la mia personale sbronza da Mezcal si presta meglio al luogo perché è un tipo di ubriacatura silenziosa e tristissima, di quelle che vuoi morire, anche se hai il vestito di lino bianco e gli anelli di ottone forgiati dal curandero delle montagne.

Per fortuna, al mattino servono una bevanda chiamata in un modo diverso, a seconda di quanto sia figo il posto dove la preparano; qui si chiama Latte Magico ed è fatto con quintali di curcuma che ti colorano i denti da eroinomane, cannella e latte di avena caldissimo: va bevuto entro le sette e mezza del mattino perché altrimenti ti si squagliano gli organi interni ma pare sia un elisir di lunga vita.

Lunga e zen.

Dove sono gli dei Maya della morte quando servono?

 

II

A volte basta un solo pasto in un ristorante per convincerti che non dovrai dare altre chances a quel fottuto posto quindi una mattina decido di fuggire dal Retreat per trascinarmi in centro, in modo da racimolare qualche burrito con dentro del companatico serio prima di morire, specialmente continuando a bere Mezcal con quei ritmi.

Così, verso l’ora di pranzo, quando in giro ci sono poche Experience-assistant che possano vedermi, denunciarmi e riportarmi al detestabile bistrot crudista me ne fuggo in paese e mi rifugio dentro ad un supermarket ben fatto ma gestito da una francese simpatica come una malattia venerea sconosciuta.

La francese si fregia del primato di essere arrivata qui tanti anni fa prima del turismo di massa ed ha in sé quella stessa prosopopea che appartiene a tantissime persone che scelgono di trasferirsi in un luogo tropicale, ancor poco frequentato da stranieri e che, quando finalmente arriva l’esplosione turistica, pur basando la propria sussistenza sullo sfruttamento di quegli stessi turisti, iniziano ad odiare quei poveretti e a considerarli tutti, in blocco, dei coglioni.

Forse esiste ancora una qualche forma di reminiscenza in certi popoli, tipo francesi o spagnoli, di quei tempi andati in cui radevano al suolo intere civiltà per appropriarsi dei loro territori e poter dire che c’erano arrivati loro per primi, che l’avevano scoperte loro quelle terre ma oggi bisognerebbe darsi una calmata e capire che sia giusto smetterla con questa farsa del “L’ho scoperto prima io questo paese, coglione!”

Vado dalla francese perché ha una selezione di prodotti davvero ben fatta e mi ostino a parlarle in spagnolo nonostante lei si rivolga a me esclusivamente in inglese poiché sono bianca e dunque forestiera, miserabile ed immeritevole di parlare la lingua del posto; non importa che lo sia anche lei perché lei c’è arrivata prima, in questo posto.

Lei è qui da vent’anni e prima era una meraviglia, chiaro?!

Quando mi comunica il totale che dovrò pagare per due fregnacce in croce, mentre una giovanissima messicana mette i prodotti dentro alle buste perché lei ha le unghie con la french (ovviamente) a me viene l’istinto di saltare sul bancone e prenderle il collo tra le mani gridando “Ma quanto la paghi questa roba qui, tu?! Eh, bastarda?!”, ma non lo faccio perché poi si terrebbe la spesa ed è l’unico posto utile e vicino al Retreat dove devo tornare velocemente perché alle 15 ho prenotato un trattamento craneo-sacrale e sono certa che una rissa al supermarket non aiuterebbe i miei chakra e non arriverei con la linfa equilibrata, etc.

Me ne torno così al jungle-resort con le mie borsette di stoffa strapiene di cibo che andrà a sostituire il menù Detox che inoculerei volentieri nel deretano dello chef, prima del termine della vacanza.

Tutto questo astio non aiuta ma anzi va in contrasto con l’intento zen del soggiorno, devo stare calma.

Con la scorta di sopravvivenza mi sento più tranquilla e posso affrontare la mia personale lotta per raggiungere la calma che promettono questi signori saggi, la giusta respirazione, l’assenza di ansia e le altre cose bellissime e sconosciute alla mia personalità.

Alle 14:50, come da accordi con l’Experience-assistant di turno, mi piazzo davanti alla capannina dei massaggi ed attendo l’operatore che dovrà farmi il trattamento.

Alle 15:10 arrivo furente alla reception perché alla capannina non si è presentato un cazzo di nessuno ed io non ho tempo da perdere perché alle 18 ho la lezione di Yoga con Matzel, la mia prima lezione di yoga sul posto, gratuita per diritto, visto che ogni ospite ne ha una gratuita da sfruttare e non voglio certo perderla.

La francese mi bisbiglia che l’operatrice sta arrivando, di attendere ancora un pochino, di avere pazienzina e tante altre piccole cosine.

Dopo quindici minuti ad essiccare sulla panchina di fronte alla reception arriva un taxi a tutta velocità e vomita giù una donnina grande e larga come una lenticchia, un essere della foresta tutto sudato che ansima come una foca e implora pietà alla francese, non accorgendosi che io son lì, sulla panchina a scongiurare che non sia lei, l’operatrice perché essere toccata da uno sconosciuto sudato dovendolo anche non mi è mai piaciuto.

La signora lenticchia si presenta come Maria ed osa dirmi di seguirla che mi accompagna alla capanna dei trattamenti quando io, quel sentiero lì l’ho consumato nell’attesa e glielo dico subito e lei ride e si scusa ed io ho già mal di testa da tutte quelle scuse e penso solo al suo sudore.

Entriamo nella capanna che è freschissima e rigenerante ma io penso ancora al sudore di Maria che le si sta asciugando sulla pelle e non mi sento a mio agio.

La capanna è in legno scuro e muratura bianca, ha tante finestre quante sono le pareti e un lungo davanzale che corre lungo tutto il suo perimetro rotondo, sopra al quale vivono delle orchidee bianche e viola; al soffitto sono appesi vari campanelli e altri aggeggi fatti con piccole pietre in vetro attaccate ai fili che quando si scontrano tra di loro emettono suonini zen mentre io penso alle chiazze gialle e salate che Maria avrà sulla schiena, sulla sua uniforme bianca praticamente da buttare.

Maria dice che mi attenderà fuori e che intanto io posso prepararmi e mi indica una bustina con dentro delle mutande usa e getta ed un asciugamano.

Una volta uscita Maria, apro la bustina e scopro che anche in questa occasione, le mutande usa e getta sono di una gigantesca taglia unica, praticamente una tenda per doccia in plastica e rete di cotone che non riesco ad indossare senza sembrare una mummia quindi le piego e le appoggio affianco ad un’orchidea che guarda la scena schifata.

Quando Maria rientra io faccio finta di avere gli occhi chiusi, come sempre, in questi casi invece sono vigile ed attentissima a tutti i suoi movimenti perché non dimentichiamoci che è una sconosciuta messicana, senza dubbio ancora affaticata ed innervosita dal ritardo ed io non ho idea di come possa reagire.

Purtroppo però Maria gioca sporco ed inizia a nebulizzarmi ad altezza fronte uno spray aromatico all’olio dell’albero del tè che mi acceca completamente e mi costringe a serrare gli occhi per non morire di congiuntivite durante il trattamento.

Quando Maria inizia a massaggiarmi il cuoio capelluto si presentano idealmente al mio cospetto, le due Arianne in profondo dissenso reciproco: c’è la parte di me che si vorrebbe rilassare che comincia a sussurrarmi in testa: “Bello, eh? Te lo sei meritato. Goditi questo trattamento, respira ed ascolta il tuo corpo mentre la tua testa viene curata da questa mistica della giungla” e poi c’è la parte di me scettica che sibila contemporaneamente: “Beh, per duecento euro forse si sarebbe potuto anelare a qualcosa in più di una signora strappata a qualche bar malfamato che ti gratta la cute. Questo non è un trattamento cranio-sacrale e lo sai. Queste sono delle unghie che ti graffiano cute e cuoio capelluto e con tutti i capelli che c’hai ti sembra anche bello ma, cara mia: duecento, fottuti sacchi”.

Durante la prima mezz’ora è un continuo fare a botte con le due voci che si schiaffeggiano dentro alla mia testa massaggiata da Maria che senza dubbio starà ancora pensando a quanto le costerà caro il suo ritardo di oggi e a quanto sono maledetti i francesi che hanno colonizzato la sua giungla, non bastassero gli yankees.

All’improvviso, proprio quando sembro avvicinarmi a qualcosa di simile al rilassamento, nella giungla si rompe un urlo di gruppo terribile.

Il grido di massa si diffonde nel bosco ed io salto sul lettino con gli occhi vitrei, in attesa di capire se bisognerà scappare dalle finestrelle della capanna o rifugiarsi dentro agli armadietti degli asciugamani per salvarsi dai cannibali.

Maria sorride e mi invita a restare sdraiata; dice che “Stanno praticando l’Arpertizma”, o qualcosa del genere.

In effetti le urla che continuano ad interrompere il bel silenzio del primo pomeriggio nella giungla, sono ben calibrati, pur essendo terribili e sembrano piuttosto frutto di un allenamento meccanico anziché la reazione conseguente ad una mazzata sui genitali.

Maria mi spiega molto seria che si tratta di un’antichissima meditazione maya che viene praticata da un gruppo di adepti raccolti intorno ad una capanna sudatoria e guidati da un maestro, in modo che il grido non si disperda ma purifichi animi ed ambiente circostante ed io cerco in Maria, uno sguardo di intesa che possa metterci d’accordo sul fatto che si, sarà certamente una pratica utilissima ma fa anche un po’ ridere, a pensare che un gruppo di stronzi si metta a gridare come animali decollati, in mezzo alla giungla, per di più proprio accanto alla capanna dove una poveretta sta cercando di farsi fare un massaggio rilassante al cranio.

Invece Maria è serissima; forse finge per rendersi credibile agli occhi di una cliente oppure semplicemente ha smesso di considerare l’opportunità di prendere per il culo i turisti perché è cosa vecchia, che non porta frutto, visto che continuano a tornare nella giungla, pagando profumatamente per gridare e mangiare bacche.

Ma io vorrei dirglielo a Maria.

Vorrei dirle “Io son come te: ti capisco, Maria. Questi sono degli esauriti, altro che Arpertizma o come cazzo si chiama. Andiamoci a bere una birra in paese, torniamo alle cose semplici e smettila di grattarmi la testa.”

 

III

Il tramonto nella Giungla arriva presto e l’ora d’oro concede ai raggi del sole di infilarsi fra le liane leggere e fra i tronchi snelli ed ossuti che affollano la zolla di terra ancora concessa alla vegetazione dalla mostruosa febbre edilizia che impera nella zona della Riviera Maya.

Scendendo da Cancun verso il sud della Penisola, laddove lo Yucatan incontra il Quintana Roo, la piccola autostrada somiglia alla galleria a cielo aperto di un centro commerciale dove, anziché negozi e tex-mex, scorre un’interminabile sfilza di Resort con certi ingressi davvero inopportuni per il luogo, lussuriosi e presuntuosi come scenografie di Jurassik Park mollate in mezzo alla strada oppure come porte di accesso a regge reali, con leoni rampanti in pietra, gabbiotti da cui spuntano agenti messicani in uniformi che imitano quelle poliziesche e monumentali archi in granito che si stagliano nel cielo dei Caraibi, per onorare i minivan con gli americani più spregevoli in circolazione che arrivano dalle loro città opulente per replicare in spiaggia uno stile di vita che sfascia ecosistema e buon senso.

Non è che non sopporti gli americani, anzi.

Apprezzo quegli americani che combattono, ogni giorno per somigliare a sé stessi e che riescono a migliorare il pensiero critico mondiale con il loro innato, genetico ed immenso dono della perseveranza nella fede che chiunque possa crearsi il mondo professionale che ha sempre sognato.

Qualcosa che noi italiani facciamo fatica anche solo ad immaginare.

Ma, a parte quelli provenienti dalle zone fortemente contaminate dall’immigrazione, gli statunitensi che usufruiscono di questi giganteschi mostri sui litorali colonizzati dal dollaro chiamati Resort, sono ben lontani dall’ideale gradevole che intendo: più simili alle pop-star puzzolenti di vaniglia, questa gentaglia arriva con la Samsonite piena di creme glitterate, di top leopardati e camicie a righe colorate o coi pappagalli garruli e si piazza sul bagnasciuga per un paio di settimane, senza interessarsi minimamente alle zone limitrofe visitabili, al massimo infilandosi nel pullmino con l’aria condizionata a tutto gas (solo gli americani possono sopravvivere a certa aria condizionata, così come al consumo animalesco di ghiaccio nelle bibite), per farsi portare all’outlet o nei poveri cenotes, un tempo luoghi magici e sacri, oggi mere postazioni per selfie.

Nella maggior parte dei casi, questi germi anglofoni se ne stanno, come già detto, sui loro lettoni di velluto in spiaggia e l’unico movimento che fanno è quello del braccio alzato per chiamare il servo locale, munito di radiolina e di cappellino con la visiera color sabbia, per farsi portare un Margarita oppure ordinare un massaggio, con molta probabilità migliore di quello che ho appena sostenuto al fottuto Retreat mistico dove sto soggiornando, mio malgrado.

Andrà meglio con la lezione di Yoga.

Anche perché, a differenza della grattata alla cute appena subìta , la lezione di Yoga sarà gratuita!

Alle 17:58 mi faccio trovare al centro della giungla pettinata, davanti al grande padiglione preposto per le lezioni, come consigliato sulla lavagna, alla reception.

In realtà, sulla lavagna consigliavano di arrivare dieci minuti prima dell’orario di inizio ma io sono romana e non ce la faccio proprio. Anzi, mi sento in grande imbarazzo ad arrivare con così tanto anticipo e a starmene lì, col cellulare in mano seduta sugli scalini anziché piombare all’appuntamento con qualche minuto di ritardo ma più entusiasta, ansimante e pronta a tuffarmi nel pieno dell’attività già iniziata.

Non sopporto quelli del Nord che, quando ci si accorda per un appuntamento, facciamo conto alle dodici, osano telefonare alle undici e cinquanta solo per dirti “Ciao, io sono qui”.

Alle undici e cinquanta, una qualsiasi persona sana che abbia un appuntamento a mezzogiorno sarà, con molta probabilità, occupata in attività delicate, come la ricerca di un parcheggio, il pagamento di quello stesso parcheggio alla macchinetta che non sai mai come cazzo funzioni oppure, come nel mio caso, ancora sull’uscio della porta di casa o ancora, tornando indietro per recuperare il cellulare dimenticato sul tavolo all’ingresso oppure le chiavi di casa o la sciarpa perché c’è un po’ d’aria o ancora l’anello di ottone, complemento imprescindibile per l’appuntamento.

Ricevere, in quel frangente, una telefonata in cui mi si mette inevitabilmente ansia e prescia senza motivo, visto che l’appuntamento (che, a questo punto non vorrei mai aver preso) è a mezzogiorno e non alle undici e cinquanta è segno di grande maleducazione e va punito almeno con un ritardo.

Nel caso della lezione di yoga però, mi rendo conto che sarà meglio arrivare un pochino prima perché mostrare ansia in tale circostanza fa brutto, mi guarderebbero tutti male e mi terrebbero a debita distanza per evitare che la mia aurea sporca d’inquietudine contamini i loro chakra.

Insomma, arrivo davanti al padiglione in legno che è davvero incantevole e, distratta dalla struttura progettata da chissà quale architetto danese, calvo e crudista, incespico dentro al cumulo di ciabatte abbandonate fuori dalla porta d’ingresso: sono tantissime, sembra il cimitero di guerra americano ad Anzio solo che, al posto di piccole croci bianche ci sono migliaia di flip-flop sformate dai piedi degli yogi.

Non è che sia proprio a digiuno dalla pratica dello Yoga, comunque.

Il fatto è che riesco ad appassionarmi ad un’attività sportiva solo quando è concepita come tale e magari si respira anche un po’ di competizione mentre a Yoga si respira e basta; inoltre, alla fine della classe, quando sei bello sudato e vorresti gustarti il particolare piacere che si ricava dall’aver faticato dentro a tessuti tecnici, sei invece obbligato a distenderti a terra tutto sudato e a meditare, rilassando il tuo corpo che invece vorrebbe sprigionare le endorfine ricavate dall’allenamento.

Ad ogni modo, lo sport mi piace e poi, ripeto, è gratis e in un posto del genere la parola gratuità è una gemma preziosa nascosta nel tunnel più profondo della miniera.

La nostra insegnante è una messicana bianca, alta un metro e quarantotto ma con un’evidente potenza sovrannaturale, tutta rappresa nel piccolo corpo e che è possibile percepire anche a molti metri di distanza, quelli a cui mi tengo io, con la reverenza ed il timore che ho sempre avuto nei confronti dei maestri, a prescindere dalla mia preparazione.

A differenza di tutte le altre occasioni sportive o sociali, qui nessuno chiacchiera prima della lezione, anzi: siamo tutti scalzi e silenziosi e se c’è qualcuno che si fa scappare un saluto, una battuta o due parole, tutti gli altri si girano e lo guardano male mentre sistemano il proprio tappetino in cerchio; sorridono ma sono severi e sembrano voler dire, senza parlare che quel “Ciao” sussurrato è cosa grave perché non si può, si rovina tutto, si sbilanciano gli equilibri.

La lezione inizia senza preavviso.

La maestra si volta di scatto dalla postazione dell’impianto stereo su cui era ricurva e, dopo aver alzato a bomba il volume della musica tibetana, manco fossimo a spinning, si piazza in mezzo al cerchio di tappetini ed incrocia le gambe e tutti gli altri capiscono quindi mi adeguo anch’io.

La lezione dura due ore e mezza, senza possibilità di fuga né di retrocessione: se ti sei piazzato col tuo tappetino in prima fila e non nei vortici delle retrovie, peggio per te, son cazzi tuoi.

A differenza della maggior parte delle altre discipline, qui la maestra fa lezione con noi, non s’interrompe mai, se non in quelle poche, umilianti occasioni in cui si mette a girare per i tappetini, per “sistemare le posizioni” dei mediocri come me, senza che nessuno di noi possa lamentarsi mentre lei gira il nostro busto e gli arti in senso contrario a quello naturale.

Affianco a me ho, da un lato un italiano sui sessanta, bravissimo e che cerco di copiare durante tutta la lezione, sbagliando il senso della postura e ritrovandomici sempre faccia-a-faccia quando tutti si voltano dalla parte giusta e, dall’altro lato c’è un americano, pallido come se avesse contratto la malaria, il classico tipo desideroso di attaccare bottone persino in una condizione così off-limits.

Ogni volta che siamo in piena posizione, che so, dell’arciere oppure impegnati in un ponte o in qualche altra mossa che ci gonfia la faccia di sangue, per lo sforzo, lui è l’unico talmente stupido da avere il coraggio di commentare ad alta voce e, se non bastasse, continua a ripetermi “Don’t follow me!”, quando io ho compreso fin da subito di che razza di capra si tratti e non ho alcuna intenzione di prenderlo come esempio eppure lui, gridando queste cose, offre al resto della classe l’impressione che io lo voglia copiare e così risultiamo una coppia di perfetti imbecilli, venuti alla classe solo perché gratuita, che poi è un po’ così ma, brutto stronzo, lasciami almeno la possibilità di dissimulare, data la circostanza chic ed i miei abiti così azzeccati, in cotone e lino purissimi, scelti appositamente per dar l’impressione di avercelo nel sangue, lo yoga.

Ma niente, certi americani sono da squartare, come già detto ma questo non è un pensiero puro, da yogi e sto disturbando l’energia della classe.

Purtroppo la maestra, com’era prevedibile, passa anche affianco al mio tappetino per sistemarmi la posizione: le mie gambe sono divaricate e fin qui tutto bene, il busto è inarcato verso la gamba sinistra e la mia mano tocca il piede non senza fatica ma anche con orgoglio visto che, ancora dopo vent’anni campo di rendita grazie alla ginnastica ritmica e riesco ad arrivare alla caviglia, con le dite.

Eppure non mi accorgo che il busto non sia, per la maledetta nana abbastanza perpendicolare alla gamba sinistra, non formi la linea retta di cui sta parlando, sussurrando in inglese e in spagnolo, con una tecnica simultanea che manco ai congressi medici internazionali; così la maestra bassa ma poderosa, senza preavviso mi sblocca il braccio destro tirandomelo il più possibile verso il soffitto, facendomi somigliare ad una specie di squadra umana usata per spiegare la geometria ai bambini, sui libri delle elementari.

In risposta a questa provocazione, la mia gamba sinistra inizia a tremare come una saldatrice dei primi del Novecento, riaccesa dopo un secolo di fermo.

La mia faccia diventa dello stesso colore di una grossa vena varicosa e la maestra ha pure la presunzione di dirmi “Respira! Se non respiri non è Yoga ma ginnastica”.

Ebbene, cos’hai contro la ginnastica, brutta stronza zen?!

Noi tutti siamo cresciuti con la ginnastica, prima che arrivassero, negli anni Novanta, i tuoi progenitori di Miami, coi pantaloni dal cavallo calato, reduci dal viaggio in India a dirci che esisteva anche lo Yoga ma non per questo la ginnastica deve retrocedere ad uno sport per gente che morirà prematuramente rispetto a voi.

Questo penso mentre respiro di brutto per sopravvivere, sperando che coi suoi superpoteri, la maestra non riesca a leggermi nel pensiero ed è incredibile ma funziona!

Più respiro e maggiore è la mia capacità di rendere i miei muscoli un filino più elastici e la sensazione è meravigliosa e la maestra, incapace di leggermi nella mente mi sorride benevola e prosegue verso il tappetino dell’americano tisico ma non ci si avvicina nemmeno, tanto il tizio rantola sul suo affare di gomma, in modo indecoroso.

Gli lancia un’occhiata schifata e prosegue verso alcune femmine molto più performanti ed il poveraccio ci rimane male.

Rivolto verso di me, lo vedo che aspettava una raddrizzata e che, alla fine, oggi era venuto qui per imparare, con tanta buona volontà, privandosi persino della birra in spiaggia, al tramonto ma la maestra prosegue cattiva mentre io, non so per quale strano riflesso inconscio, lo guardo dritto negli occhi e gli ringhio crudele, facendomi sentire da tutta la classe: “Follow me”.

Ecco finalmente, l’ho rimediata anche nello Yoga, la competizione che cercavo ed ora, mentre vibro nell’aria come un lampione a Trieste, la scarico su di te, brutto incapace malarico.

Voi americani siete il male della terra: seguimi che ti porto all’inferno. Ohm.

 

IV

Dopo la disavventura nella giungla mi sono ripromessa di fermarmi, durante le ultime tappe di viaggio, solo in posti veri e realmente capaci di comunicarmi genuinità anziché sperimentazioni di piani marketing per miliardari cocainomani, con tutto il rispetto per lo yoga ed i miliardari.

Non che disprezzi del tutto i miliardari cocainomani, anzi.

Il settore mi diverte parecchio.

Si tratta di una categoria diffusa in tutto l’Occidente che si diffonde, come tutti i gruppi che basano la propria sussistenza sul background personale anziché su costumi etnologici, con equa spartizione tra le grandi città ed i più bei posti naturali dove però, per un motivo o per l’altro, il costo della vita è insostenibile per la gente normale o autoctona.

Quest’ultima, quando arrivano i miliardari cocainomani ha soltanto due possibilità a disposizione: estinguersi come, in sostanza sta succedendo ad esempio, ad Ibiza o a Bali oppure prostrarsi alla legge triste (e qui si torna all’etnologia), secondo cui debba esistere una mostruosa distanza sociale fra una categoria e l’altra di persone; tale distanza, gli indiani la chiamano “casta” ma esiste un po’ in tutto il mondo, anche nei contesti meno prevedibili.

In Messico e, più in generale in tutti i paesi che hanno subito violente colonizzazioni, tale, demotivante processo è molto evidente ma sotto certi aspetti riesce a far sorridere il fatto che, in luogo dei coloni o dei grandi imprenditori senza scrupoli di una volta, oggi vi siano sub-cinquantenni che campano grazie ad immobili gestiti in affitto da terzi, nelle loro città di provenienza oppure contando su rendite provenienti da eredità o da genitori scriteriati che permettono a questi pseudo-giovani di tirare avanti nelle località più belle del pianeta e di tirare indietro, nel naso, cocaina di prima qualità che manca invece nelle loro città.

A Tulum mi è parso che esista tutto ciò, con l’aggravante bizzarro ma simpatico che i miliardari in questione facciano yoga e di giorno sembrino appena usciti da una purificazione karmica in chissà quale ashram che li fa apparire tutti come le giuste guide mistiche che servirebbero nella vita, se soltanto la vita terminasse alle undici di sera e non si potessero incontrare dopo quell’ora, con la mascella slogata dalla droga, in qualche festa techno sulla spiaggia.

Mantengo quindi la promessa e parto l’indomani verso il Nord della penisola, per visitare le piramidi e conoscere veri messicani, prima di ripartire.

Nei giorni successivi però mi rendo conto che senza le danze dei miliardari cocainomani non mi diverto e che, in realtà è difficile, in così pochi giorni riuscire ad introdursi nella vita sociale del posto perché turisti e locali sono tenuti e si tengono a debita, reciproca distanza.

Dall’Italia, poco prima di mettermi in viaggio da sola mi avevano dipinto il popolo messicano come un’etnia di tagliatori di testa specializzati, indipendentemente dalla regione o dall’estrazione sociale.

Alcuni avevano inorridito immaginandomi al volante di un’auto a noleggio però mi avevano anche intimato di non prendere per nessuna ragione al mondo, i pullman pubblici perché erano i mezzi preferiti dai rapinatori che, in un modo o nell’altro finivano per tagliare teste, non riuscendo a contenere la voglia di esibire le specialità del luogo.

Una volta in Messico poi, ci avevano pensato i nuovi coloni a far mantenere le distanze tra me e la popolazione locale; i messicani, come già detto lavorano negli alberghi, nei bar, nei ristoranti sulle spiagge e, a parte prendere l’ordine di ciò che vuoi e comunicarlo alla cucina con una radiolina, non riesci in nessun modo a farci amicizia.

Tutti questi ingredienti, assieme al poco tempo di viaggio hanno reso complicata la conoscenza di gente del posto per poter tornare a casa con il contatto di qualcuno che potesse ospitarmi al prossimo viaggio; in compenso però ho conosciuto Sylvia, una miliardaria cocainomane.

Quando s’incontra una persona che viaggia da sola, di rado ci si chiede perché stia viaggiando da sola perché l’entusiasmo di conoscere è la scintilla che ti spinge a viaggiare e quindi non sempre è possibile riflettere.

Personalmente non ho scelto di viaggiare da sola ma ci sono ritrovata, essendo tra quei professionisti che hanno tempo libero per farlo, solo in momenti dell’anno molto del cazzo, in cui la maggior parte delle persone lavora; ho fatto quindi di necessità, virtù.

Sylvia invece fa parte della categoria già menzionata che può scegliere di viaggiare come e quando crede perché nessun impegno la reclama a casa e, qualora vi fosse impegno urgente può delegare oppure rientrare, firmare una carta e ripartire.

Questa giovane donna francese, mia coetanea, imprenditrice come dice lei e molto arrabbiata con la vita ha mutilato gli ultimi giorni del mio viaggio e mi ha fatto desiderare la mia patria che, comunque è sempre un bel sentimento.

Sylvia mi abborda letteralmente durante una visita guidata ad un tempio Maya, in notturna.

Non è mio costume prenotare visite guidate ma a quelle in notturna non so resistere; tanti amici a Tulum mi avevano avvisato, avevano cercato di farmi desistere dall’idea di prenotare ma io, cocciuta come una capra valdostana (che si ostina a dar credito ad un luogo non lambito dal mare), avevo prenotato, giusto la sera della lezione di Yoga.

Arrivata sul posto, dopo circa un paio di ore di viaggio senza traccia di tagliatori di teste, ho parcheggiato la mia macchina nel piazzale dove i cartelli dicevano di parcheggiarla, non senza notare che fosse l’unica autovettura in un oceano di giganteschi bus.

Ho percorso un viale di terreno battuto, illuminato solo da qualche fiaccola lungo il sentiero; l’ho percorso sentendomi addosso le mille voci degli amici italiani che prevedevano la mia brutta fine descrivendo il modo in cui il mio cranio sarebbe rotolato tra le rovine.

Invece, contro ogni previsione, riesco ad arrivare all’ingresso dell’area archeologica dove mi attende la prima e forse unica, vera rovina: l’atrio costruito coi soldi dell’Unesco per ospitare la biglietteria ed il piccolo negozio di souvenir sembra un’astronave che attende di partire portandosi via centinaia di migliaia fra turisti e guide stremate dai ritmi dell’alta stagione.

Tutto ciò che mi circonda è la dimostrazione di quanto, a volte sia doveroso fermare il turismo e di come i soldi incassati grazie ad esso possano essere più che deleteri.

Il marmo bianco si staglia altissimo nella notte ed i piccoli laser blu che leggono il biglietto elettronico si accendono ad intermittenza, proprio come immagino farebbe l’Enterprise, se dovesse caricarci un giorno, tutti col nostro biglietto acquistato online.

Sylvia mi ha già visto nella folla e ha frainteso la mia smorfia atterrita con un sentimento di smarrimento che, in effetti c’è ma non nel senso che intende lei; tuttavia mi si avvicina e con occhi di lince mi chiede, in inglese “Stai viaggiando da sola, anche tu?!”

Non si dovrebbe rispondere a domande così invasive, ce lo insegnano sin da bambini, questo penso mentre rispondo “Si, di dove sei? Io italiana, sono in viaggio da Tulum verso il Nord e non mi aspettavo questo delirio”.

Sylvia mi chiede dove dormo e quasi si mette ad urlare dalla gioia quando scopre che soggiorno nel suo stesso paese e che sono arrivata in auto e non con uno di quei pullman di merda come lei.

A distanza di tempo rifletto su come possa una miliardaria cocainomane viaggiare su un pullman turistico di merda ma penso sia legato al fatto che molti della sua categoria amano mimetizzarsi fra i poveri.

Durante la visita cerco di perdere le tracce di Sylvia, non perché mi stia già sul cazzo ma semplicemente perché voglio cercarmi di godere la passeggiata in notturna, lontano dai grandi gruppi vacanze.

Voglio gustarmi lo splendore di quelle rovine, le pietre monolitiche, le incisioni, le scalinate, gli altari di una città che un tempo fu leggendaria, potentissima e che oggi si ritrova a doversi mostrare cadente, circondata da prati, recintata da reti metalliche e calpestata da migliaia di stronzi che non hanno mai aperto un libro di storia ma vogliono solo farsi fotografare lì, per poter dire agli amici di esserci stati.

Durante il percorso sento gli occhi di Sylvia costantemente addosso, non mi perde di vista, sono il suo passaggio in macchina, la sua nuova compagna di viaggio e tanto fa che, non solo la riaccompagno in albergo ma ci scambiamo i numeri di telefono, contente di prometterci un nuovo appuntamento, ancora più a Nord, vicino a Cancun, prima di ripartire.

E così avviene.

Il mercoledì successivo, alle diciotto in punto ci diamo appuntamento, in tempo per l’aperitivo all’isola di Holbox.

Holbox è una specie di paradiso per persone innamorate che abbiano la giusta congiuntura astrale di ritrovarsi lì, col proprio soggetto amato e poi, essendo un paradiso, ci sono anche i miliardari cocainomani.

Tuttavia è un luogo suggestivo, riservato, intriso di natura lasciata libera di riappropriarsi dei propri spazi e di viverli in modo quasi indisturbato, a parte i coglioni che non leggono i cartelli che invitano a non avvicinarsi ai fenicotteri e che puntualmente, quando ne atterra uno, si tuffano in mare, con le loro bandane ed i loro bastoni per farsi la foto.

D’altronde c’è chi lo fa coi coccodrilli, perché non dovrebbero farlo coi fenicotteri?!

Oltre ai pennuti tornati di gran moda grazie ai materassini, Holbox è composta da capanne, piccoli bar dove bere qualunque cosa buonissima e da un mare che nessun catalogo di vacanze riuscirà mai a riprodurre in maniera fedele.

L’isola di Holbox dista quattro ore di auto ed una quindicina di minuti di battello dalla terraferma.

Ci arrivo col sorriso sulle labbra fisso perché la lunga strada che termina col piccolo porto di Chiquilà è costellata di pueblitos finalmente veri e pieni di bimbetti che si lanciano verso l’auto in arrivo per vendere agrumi sbucciati e sale da usare alla prossima tequila; poi ci sono centinaia di chilometri da percorrere su una lunga retta perfetta di asfalto che si bagna, da entrambi i lati sulle praterie selvagge dove pascolano vacche felici, anche se a tempo determinato.

Mi accorgo di essere arrivata vicino al porto di Ciquilà perché, non solo i bimbetti ma anche la gente adulta, si butta sui cofani delle macchine che passano per vendere un parcheggio nel proprio terreno, al costo di circa cinque euro al giorno ed io, giovane, bianca e ricca, mi sento uno speciale mix tra una schifosa colona ed una benefattrice mandata da Gesù per un popolo che spenderà quei cinque euro, molto meglio di come avrei potuto fare io.

Sylvia mi aspetta sull’isola, è arrivata lì da qualche giorno, col solito pullman e ha ancora la testa attaccata al collo ma forse è solo questione di tempo.

Faccio check-in nel piccolo albergo dove soggiornerò ad un prezzo europeo e mi danno la camera vista locale notturno dove scoprirò che la notte si pesta duro fino alle quattro e dormire è una sfida ad altissima probabilità di perdita, anche per una agonista come me, in grado di addormentarsi in piedi, in mezzo al mercato di Marrakech mentre mi lanciano serpenti.

Alle diciotto in punto mi presento nel piccolo, delizioso bar ritagliato dentro ad un pezzetto di vegetazione risistemato con cura ed con il solo utilizzo del legno locale.

Entro, mi siedo al bancone ed ordino qualcosa da bere perché non mi piace l’usanza di aspettare nei posti per poi entrare insieme, come usano le donne, davanti agli ingressi.

Il tempo perso ad aspettare l’amica fuori dai locali è un tempo che nessuno ci restituirà, donne!

Per cui entro e contemplo dal bancone la bellezza di non avere nient’altro da fare, se non la contemplazione di cose belle, appunto.

Sylvia entra nel locale e si dirige verso di me col suo pareo e la fronte lucida; si siede e mi dice secca, “Non mi hai aspettata”.

Non mi dice, che so, “Potevi aspettarmi” o “Perché non mi hai aspettata?”.

Mi dice qualcosa di più simile ad una minaccia ed io, anziché intimorirmi come normalmente accadrebbe, m’infastidisco perché il viaggio mi è costato parecchio e vorrei godermelo senza rimproveri e, se ne avessi voluti durante il soggiorno, avrei viaggiato con la mia professoressa di greco quindi le chiedo di ordinare il cocktail che preferisce, che offrirò io per il disturbo, sperando di incenerirla con la buona educazione.

Per tutta risposta, la gigantesca stronza ordina il suo drink ed inizia una peregrinazione al bagno che non lascia scampo ad equivoci: sarebbe bellissimo produrre un documentario sul valzer dei cocainomani quando cominciano il loro andirivieni verso i cessi.

Si tratta realmente di una specie di danza in cui essi, ignari del nostro sguardo, alludono a qualsiasi scusa misera per andarsi a fare la riga in bagno, di nascosto dove il “di nascosto” è solo apparente poiché non siamo scemi tutti e del tutto.

Durante una festa in casa è ancora più spassoso perché i cocainomani sono un gruppo compatto, che lascia le dosi agli altri appizzandole nei pertugi degli armadietti o in cima alle mensole ma soprattutto perché non ci si riesce a spiegare il motivo che li costringa ad andarsi a nascondere in bagno, trattandosi di una festa privata: forse hanno bisogno del brivido dell’illegalità o temono che qualcuno domandi loro un po’ di roba ma nel caso di Sylvia, la danza è più delicata, senza dubbio nervosa ma con un’evoluzione che ha una punta drammaturgica notevole.

Ogni volta che torna dal bagno, la mia compagna di viaggio è sempre più trasfigurata, sempre più slogata in viso e vuole sapere tutto di me ma non mi lascia il tempo per rispondere e continua a ripetere “Dimmi un po’…perché io invece penso che sia assurdo che….”

Sylvia è da sola.

Sola mentre volteggia in mezzo ai camerieri verso il bagno, sola in bagno mentre tira fuori la dose dal suo marsupietto batik, sola mentre torna dal bagno cercando di darsi un tono, sola in viaggio e probabilmente sola nella vita ma senza ombra di dubbio, Sylvia ora è sola al bancone perché io, terminato il mio drink mi levo dal cazzo e torno in albergo a sentire la disco-music dalle tapparelle, sola anch’io ma molto contenta di ripartire domani, alla scoperta di luoghi incontaminati ove i miliardari si siano finalmente estinti o siano diventati polvere da sniffare poiché così dicono i Profeti che accadrà un giorno.

Più o meno, insomma.

 

 

 

MORTE DEL CONSIGLIO ALTRUI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra le circostanze che mi rendono una donna fortunata, pur senza che io me ne accorga del tutto, c’è il fatto inconsueto di non avere necessità del consiglio altrui.

Mi dispererei all’idea di venir privata delle persone nelle quali ripongo fiducia, con le quali uso confidarmi; sarebbe doloroso non averle più accanto perché queste persone oggi mi restano accanto pur sapendo che poi, dopo il loro consiglio farò sempre e comunque come cazzo mi pare e piace; la loro opinione su fatti che mi riguardano mi trapassa con la stessa potenza di un alito di vento nel deserto, a mezzogiorno, lasciandomi indifferente dentro e fuori e questo fatto mi permette di amare sinceramente queste persone, a prescindere dall’opinione che hanno di me giacché essi sanno che per me, tale opinione andrà molto probabilmente tra i rifiuti organici.

L’indicazione affettuosa ad agire in un determinato modo, il consiglio spassionato di chi c’è già passato, la lungimiranza altrui offerta gratuitamente senza richiesta alcuna da parte mia m’infastidiscono quanto il volo di una mosca in piena faccia poiché tutto di me tende ed è proteso a far costantemente come cazzo crede.

Sono fortunata ad avere ancora la fedina penale pulita: vuol dire che la mia capacità di discernimento non è poi così male.

A pensarci meglio, la capacità professionale di dar retta solo a me stessa non nuoce la società ma solo a me stessa perché, non dando retta ai saggi che popolano il mondo, combino una dose massiccia di cazzate nella mia vita personale.

Ma si tratta comunque di cazzate homemade!

Ogni piccolo protone di una singola cazzata che compiamo scientemente è frutto di un nostro personale atto creativo mentre il consiglio altrui è un noioso prestampato a metà strada tra Osho e Lessico Amoroso.

Se vogliamo davvero far felice il prossimo mettiamoci a dieta dalle frasi che iniziano con “Secondo me…”, “Se fossi in te”.

Riponiamoci al nostro posto e nessuno si farà male, specialmente gli altri dietro nostro consiglio sbagliato.

 

Ps. Il disegno in copertina è colorato da me.

 

PURTROPPO IL COACH

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

La dimostrazione di quanto l’istruzione al giorno d’oggi sia superflua è confermata dall’esistenza del coach.

Non c’è piccolo comune virtuoso che possa salvarsi e vantare, come fanno i comuni denuclearizzati, di non avere un coach all’interno del perimetro comunale.

Si tratta di un pericolo reale che ci riguarda tutti: a meno di cinque chilometri dal luogo in cui ci troviamo in questo momento, c’è un coach di sicuro.

Da qualche parte, là fuori c’è un trainer, un tutor, un esperto professionista nell’arte del vivere con successo che, anziché godere dei privilegi conseguenti al suo stato prestigioso, come, ad esempio del tempo libero che avrebbe per filosofare o semplicemente per godersi la propria superiorità, decide di mettersi al servizio degli altri, a pagamento.

Come fu bello il tempo in cui ci si poteva ancora arrangiare una vita fai-da-te, il tempo in cui si facevano cazzate che, tuttavia oggi si continuano a fare ma almeno un tempo le si poteva fare senza la consulenza del coach, senza un tutorial con un tizio somigliante ad un attore ma intelligente che ci dice cosa fare e come crederci mentre lo si fa.

Oggi sembra impossibile riuscire a sopravvivere senza le cinque pillole di verità del Guru, senza le tre C dell’amore, i quattro cardini dello stare in forma, i dieci comandamenti del bricolage, le sette bottiglie da stappare, le nove ricette da provare, le dodici bastonate da darsi per tonificare quel muscolo lì di cui non sapevamo l’esistenza ma si stava benone comunque.

Non bastasse già la sua versione base, il coach è diffuso nella più svariate versioni: c’è il coach sportivo, il tutor aziendale, quello universitario, c’è la fashion guru, il make-up master, l’archistar, c’è l’esperto di coppia, il tuo consulente d’impresa, l’amica dello shopping.

A malincuore, potremmo dire che c’è un coach che ci aspetta ad ogni angolo della vita.

Allora, organizziamoci per tempo, per quando arriveremo a quell’angolo della vita.

Organizziamoci ed aspettiamolo noi, il coach.

Anticipiamolo sul tempo e diciamogli che non c’è bisogno che inizi a parlare perché sappiamo già tutto.

Sappiamo già tutto di lui, di cosa abbia capito della vita sulle proprie spalle, sulla felicità, sul peso forma, sul trucco da star ed il rapporto perfetto, su come si faccia a raggiungere il Nirvana, sula giusta muscolatura addominale, l’aumento in busta paga, le magliette più trendy di questa stagione e, soprattutto, la stima in sé stessi.

Si, perché sappiamo bene che è proprio grazie alla stima in sé stesso che il coach ha raggiunto tutto, credendoci davvero, facendo squadra, team, clan ma anche pensando positivo, senza rimpianti, facendo i cinque esercizi tibetani ogni mattina, con coerenza, con soli dieci minuti al giorno, seguendo una dieta ricca di polifenoli, senza alcool e con uno yogurt a pranzo.

Diciamogli questo al coach in quell’angolo lì dove lo incontreremo: inondiamolo di massime, di aforismi e diciamogli che siamo venuti a saperlo senza il bisogno di vedere i suoi tutorial di merda o di partecipare ai suoi training perché sono almeno cinquant’anni che i suoi colleghi ci devastano i coglioni e ci fregano montagne di soldi con queste stesse stronzate.

Diciamogli quindi che, se davvero desidera farlo anche lui, i nostri soldi ed i nostri coglioni devastati se li dovrà davvero guadagnare ed anziché venderci i suoi miserabili dvd e le sue dispense sgrammaticate dovrà venire a vivere al nostro posto.

Diciamogli al coach che si trasferisca immediatamente a casa nostra e, se lo farà, manterremo le promesse e pagheremo perché ci sarà davvero stato utile: litigherà per noi con nostra madre, con l’amministratore di condominio, pagherà per noi le bollette insomma ci sostituirà in tutte le piccole, grandi beghe quotidiane.

Ma è altamente improbabile che il coach voglia farsi carico delle nostre problematiche e questo discorso dovrebbe bastare a farlo allontanare in pochi secondi dall’angolo in cui lo incontreremo.

Se però non fosse sufficiente avremo il permesso per dirgli di trovarsi un lavoro, che non si può mica fare un cazzo così, in maniera spregiudicata, che non c’ha mica più vent’anni e, a maggior ragione, se ha vent’anni, che cazzo di coaching vorrebbe fare?!

 

CIBO IMMAGINARIO

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Sempre più persone scelgono di rinunciare a comprare cibi che, fino a poco tempo fa, erano commestibili ed ora non lo sono più.

Così ho deciso: registrerò una nuova start-up: sono pronta a brevettare il cibo immaginario.

Dopo il grande successo dell’amico, anche il cibo immaginario consentirà di costruirci desideri su misura e permetterà a tutti quei fortunati consumatori che potranno permetterselo, di nutrire il proprio organismo semplicemente pensando di farlo, senza correre i rischi del povero popolo ignorante, costretto al consumo industriale.

Il nostro target potrà inoltre godere dell’invidiabile plus di servirsi di un prodotto davvero d’elité, innovativo ed effettivamente dimagrante, non come le polveri che vendono in quei negozi gestiti dai palestrati con gli occhi piccoli.

E neanche come certe diete contrarie al buonumore.

Il cibo immaginario potrà essere assimilato attraverso una semplice app che fornirà all’utente idee, suggestioni, still-life e videomapping e miraggi di piatti macrobiotici, frutta esotica introvabile, germogli di ogni genere, vini naturali o presunti tali, latte d’asina e junk-food libidinoso, per i palati che vorranno regalarsi tutto ciò che desiderano senza le incombenze intestinali e nutrizionali.

Tuttavia le porzioni immaginarie proposte saranno indiscutibilmente più abbondanti dei piatti proposti nei ristoranti stellati.

Tutto il cibo immaginario verrà proposto in un catalogo patinato ma sul web e i piatti scelti verranno confezionati in linee di packaging disegnate dai giovani designer, appena diplomati nelle migliori accademie di moda, per non farci scappare il loro fresco entusiasmo prima che si accorgano di che grande inculata è il mondo del lavoro creativo se non sei gay e viceversa.

Il cibo immaginario potrà essere scelto ed ingerito attraverso connessione wify o fibra, unica componente realmente assimilata dall’utente assieme alle radiazioni.

Nessun grasso saturo, nessun carboidrato, assenti proteine, conservanti di ogni genere, aspartame, antibiotici, solforosa, glutine, antiossidanti e vitamine per il solo, puro piacere di distaccarsi, una volta per tutte, dal fastidioso vincolo della fame e della digestione; per non parlare poi della masticazione e della evacuazione che, da sempre, impediscono al cittadino urban-chic contemporaneo di allontanarsi dalla spregevole massa per accostarsi alla nuova, potente generazione che non vuole avere più volgari necessità fisiologiche, se non quella di farsi il selfie.

Se, da un lato, la mia start-up di cibo immaginario consentirà di sfamarci in modo più sano e di evitare il cibo industriale, dall’altro dovrà perfezionarsi in quell’ambito, ancora, purtroppo inarrivabile, che riguarda la capacità di ridimensionare il proprio ego a prescindere dal proprio status sociale.

Infatti, il target di riferimento del mio cibo immaginario (marchio registrato, voglio subito un codice a barre!) è senza dubbio un target alto, colto e consapevole della necessità di scegliere il meglio per non avvelenarsi ma purtroppo affetto dalla patologia del secolo: il morbo del radical chic.

Una malattia che, per certi aspetti, ha svariate caratteristiche associabili al cibo immaginario: di fatto, l’individuo malato di radical chic, proprio come il mio cibo virtuale, immagina proiezioni di sé stesso inesistenti ed estremamente accattivanti pur rimanendo, nella maggior parte dei casi, un soggetto reale privo di concreta sostanza.

Un coglione, insomma, che si sazia di tendenze immaginarie.

 

UN MONDO SENZA CARTA, GIAMMAI.

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Breve trattato sull’importanza della carta e sulle analogie tra libro e carta igienica scritto ed interpretato al Salone del libro di Torino 2018, in occasione del talk “Come sarebbe il mondo senza la carta?”

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E’ così da sempre e in tutte le circostanze: ci accorgiamo di quanto ci serviva una cosa o una persona, nel preciso momento in cui non l’abbiamo più lì, a disposizione, sul comodino, nella dispensa o nel letto.

A proposito di mancanze, non posso immaginare il giorno in cui ci sveglieremo e, in casa, avremo solo tablet per scriverci e scrivere.

Spero che un foglietto di carta da pasticciare, resti sempre a disposizione, in tutti i luoghi, anche i più infami della terra.

Spero che non arrivi mai il giorno in cui smetteremo di comprare taccuini con disegni scemi in copertina oppure neri, in pelle, uguali, identici a quelli di altri sei milioni di persone che, ogni tanto, desiderano sentirsi Hemingway o Picasso.

Sono certa che prenderemmo provvedimenti se dovesse capitarci un giorno, l’improbabile sciagura di non poter avere più, tra le mani, l’oggetto Libro, col suo profumo inconfondibile di cosa antica appena sfornata, ma mi domando: cosa faremo il giorno in cui non ci troveremo più tra le mani, la carta igienica?

Perché un mondo senza carta vuol dire un mondo senza tutti i tipi di carta

Non ci sono mezze misure perché, quando si parla di carta, si parla di una storia d’amore tra l’uomo e questo materiale miracoloso; una storia d’amore che dura da millenni e l’amore, così come la sua mancanza, non ha mezze misure.

Si vince facile decretando che la carta da gabinetto è la tipologia di carta di cui si sentirebbe maggiormente la nostalgia ma non è proprio così.

Vengo in aiuto dei più tignosi che non vorranno ammettere che il risultato più umile dei trattamenti sul legno sia più usato e amato della Moleskine, pronunciando la parola magica: libro.

Il libro ha delle peculiarità sociali, a volte, più forti e affascinanti del suo stesso contenuto.

A differenza della carta igienica, quando hai in mano un libro sei fico.

La libreria e la biblioteca sono, da sempre, contesti incredibilmente sexy: non si sa per quale motivo, tra i libri ed i corridoi che li contengono, tutti sembriamo più interessanti (forse perché siamo, finalmente, obbligati al silenzio); sta di fatto che, anche solo per questo misterioso appeal di librerie e biblioteche, tantissimi italiani frequentano tali luoghi solo per rimorchiare o, quantomeno, per sembrare più cool.

Anche molti di noi, stamattina, sono qui al Salone per gli stessi motivi.

Al contrario, nel reparto carte igieniche, pochissimi di noi stazionano per più di trenta secondi perché non è certo una corsia dove si ha speranza di apparire affascinanti.

La nostra società non è sincera e al prossimo è sempre meglio far sapere che leggi moltissimo e che non hai un sedere.

Visto che, a quanto pare, questo pezzo sta diventando un trattato sulle differenze tra carta igienica e libro, sarà bene ricordare anche le moltissime analogie che questi due prodotti trasformati della carta, conservano intrinsecamente e non parlo solo di certe pubblicazioni, basti citare Fabio Volo, del quale qualcuna più grande di me, disse che gli alberi si vendicheranno. Ancora, basti pensare a Bruno Vespa, l’editoria politicamente faziosa, i libri di cucina delle reginette televisive, le biografie dei calciatori e dei cantanti o presunti tali, le pagine dei cabarettisti coi loro tormentoni e, infine, la povera carta costretta a contenere i pensieri di Barbara D’Urso, di Emilio Fede e di tutti quegli individui dei quali ci ha stupiti la scoperta che sapessero scrivere!

Le analogie con la Foxy non son solo queste banalità appena dette, che tuttavia, va notato, vendono ancora troppo per poter considerare il nostro, un paese sviluppato.

Vi sono anche punti in comune più alti, emozionali e correlati coi nostri costumi sociali più diffusi, a rendere libro e carta igienica due invenzioni straordinariamente complementari: vengono utilizzati insieme, come strumenti a supporto di piccole, grandi imprese quotidiane.

Nel rifugio del tuo bagno (se avrai il coraggio di abbandonare il tuo amico cellulare ad aspettarti fuori), vivrai l’esperienza in compagnia dell’uno per rilassarti e raggiungere lo scopo e dell’altra per alleviare le fatiche.

In compagnia di tanti libri hai pianto commosso ed emozionato, trovando ristoro in un rotolo di carta igienica che c’era anche in quei momenti di beata solitudine.

E che dire di quando, durante i compiti in classe, chiedevi alla professoressa di andare in bagno e, una volta chiuso nel tuo piccolo fortino, trovavi il libro di testo ad attenderti, posizionato accanto alla carta, come una mappa militare (la carta igienica però, la trovavi solo se la tua scuola era privata).

Se finissi in prigione (e ci sono ottime possibilità!) sarei disposta a scrivere i miei libri anche sulla carta igienica, tanta è la mia voglia di usufruire della libertà di espressione; come abbiamo visto, sarebbe meglio pulirsi il sedere con certi libri piuttosto che leggerli ma è inaccettabile l’idea che il materiale carta scompaia, in ogni sua forma, anche quando viene evidentemente umiliato da un editore, da un sedere o da una faccia di sedere.

Perché eliminare la carta, col pretesto di ridurre i rifiuti, con la presunzione che s’inquini meno pur avendo ancora, tra i coglioni e perfettamente legali, le bottiglie di plastica, sarebbe come toglierci l’utilizzo di un pezzo di cervello, di cuore e di sedere.

Ecco: se penso ad un mondo senza carta, penso alla stitichezza: fisica, mentale ed emotiva perché, come abbiamo appreso da questa piccola, forse mediocre riflessione, la carta ci consente di evacuare sotto tanti aspetti.

Ed evacuare ha il suo etimo in vacuus che in latino vuole dire libero.

Lasciamo gli alberi liberi di morire per noi, se sentiamo di essere buoni amministratori o di poterlo diventare.

Sentiamoci liberi di tornare a scrivere ancora su carta.

Sentiamoci liberi di far popò tra gli alberi, nei boschi che fanno respirare il pianeta e che, un giorno, diventeranno carta.

Così, perlomeno, ci sarà chiaro il motivo per cui talvolta siamo costretti a leggere certi libri o giornali di merda.

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EVOLUZIONE STILISTICA DEL GRAFICO

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Breve trattato pseudosociologico sull’evoluzione stilistica del Graphic-designer, proposto al GRAnde Festival 2018, a Castelfranco Veneto.

Non volendomi accanire sulle mansioni tecniche di un grafico e su quanto esse siano spesso discutibili, ho scelto di accanirmi sulla sua evoluzione stilistica; non quella riguardante i suoi lavori, bensì quella del suo proprio stile personale, del suo abbigliamento e del simpatico processo che accompagna la sua persona, sin dai tempi dello studio, non lasciandolo in pace, neanche quando e semmai, il suddetto grafico diventi una superstar.

Anzi.

Quando un ragazzo si iscrive ad un corso di grafica, inizia la propria metamorfosi: il giovane assume, non troppo lentamente, i connotati e le linee di un perfetto babbeo.

Del prototipo della sfiga.

Non sarà difficile riconoscere un giovane grafico ad una fermata della metro: basterà individuare il soggetto con più brufoli, nonostante abbia ampiamente superato i vent’anni e con maggior malinconia in volto.

Quel soggetto che, ostinato ed imperterrito, continui ad indossare abbigliamento simile a certo punk dismesso persino dai tossici o dalle vecchie groupies dei Ramones: quello, non potrete sbagliare, è il giovane studente di grafica.

Per fortuna o purtroppo, man mano che la carriera del giovane grafico prende piede, si avvierà un curioso processo di pulizia di tale disagio stilistico, attraverso il quale, il designer in questione entrerà, esattamente come certi pittori d’avanguardia, nel suo periodo nero.

E tutto in lui sarà nero.

Possiamo identificare il periodo nero di un grafico con il periodo della sua prima assunzione in un’agenzia e forse, la scelta di questo pantone, ha in sé qualcosa di profetico che sembra presagire la maledizione della carriera futura che lo attende.

Se tornaste alla fermata della metropolitana, non vi sarebbe più così facile, identificare il grafico, in mezzo alla gente, soprattutto se la fermata fosse a Milano durante la settimana del Salone o a Roma, fuori da uno dei tanti noviziati vaticani.

Infatti, tra un prete, un architetto ed un grafico in quella fase lì, la differenza è impercettibile, se non rivelata dai rispettivi conti in banca.

Il periodo nero è comunque uno dei momenti stilistici considerati, dai giovani grafici, più interessanti.

Man mano che il grafico acquisisce consapevolezza, capacità e autorevolezza nel proprio mestiere, il nero del suo abbigliamento si definisce meglio, assumendo toni, se possibile, ancor più scuri ma soprattutto si perfeziona la scelta dei capi e, budget permettendo, il total black inizia la sua implacabile marcia verso la griffe costosa nord-europea.

Dio solo sa perché il grafico scelga di acquistare una t-shirt nera firmata da un designer omosessuale a tremila euro anziché optare per una cazzo di maglietta nera dell’ Oviesse visto che, la differenza tra l’una e l’altra si trova solo tra le pieghe dei tormenti dell’anima di colui che la indosserà.

Una volta che il grafico riceve il miracolo di diventare un’eminenza, esso, proprio come un Dio, egli può tutto.

Si tratta di un vero e proprio miracolo inspiegabile poiché non si capisce in che modo, uno studio grafico riesca a meritare tale, assurdo successo, rispetto ad un altro studio analogo che lavori altrettanto bene ma consideriamo l’annosa motivazione del contatto giusto, come influente.

Nel momento in cui il grafico assume le sembianze di Dio, automaticamente perde la denominazione umiliante di grafico e acquisisce quella più congeniale di Art Director.

A quel punto gli viene conferito il leggendario paio di occhiali da vista, con la montatura strana e colorata.

Anche se ci vede benissimo, l’occhiale colorato segna il battesimo, l’iniziazione al gotha della grafica.

Dal momento in cui l’Art Director assume tutti i poteri e gli onori, qualsiasi fregnaccia esca dal suo studio verrà valutata alta gioielleria, arte pura.

Panchetti sorretti da gnomi, sedie in cristallo che causano ragadi dopo pochi secondi di seduta, tavoli con una sola gamba che bisogna usare, restando immobili per otto ore, in modo da mantenere gli oggetti in perfetto equilibrio.

Ma anche la progettazione premeditata di marchi osceni come quello di H&M o di Kraft insomma, qualsiasi porcheria grafica esca anche dalle fogne dell’agenzia del Guru Art sarà considerata compendio alla Bibbia e alla Costituzione (di un paese nord-europeo, però).

Inoltre, da quel momento inizierà il processo stilistico a ritroso e l’Art Director Guru potrà finalmente iniziarsi a vestirsi come più cazzo gli piaccia.

Da quel momento potranno riemergere in superficie, reminiscenze dal passato e il total-black potrà subire discutibili contaminazioni con gli antichi dettagli adoperati nel look di gioventù.

Lo vedrete quindi arrivare in agenzia vestito da rocker di seconda categoria o da lettore di fumetti manga; lo vedrete, per la prima volta, sicuro del suo stile invidiabile, anche mentre tutti scappano gridando.

Concludendo questo nostro accurato studio potremmo dire che, più aumenta il fatturato e la credibilità dell’Art guru, più quest’ultimo può permettersi di tornare ad essere ciò che è sempre stato: un pezzo disadattato, come tutti noi, d’altronde, nonostante il design.

 

 

 

 

IL MANTENUTO E’ UN CRIMINALE

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Tra i tanti crimini efferati, compiuti, ogni giorno, contro l’umanità intera, ve n’è uno, forse di minor gravità, ma comunque sottovalutato e fastidioso come l’incauta scelta di sedersi sopra ad un cactus.

E’ il crimine che compie, tutti i giorni, il mantenuto.

Il mantenuto causa rancore alla popolazione dei lavoratori, nuoce ai genitori che ne sostengono le mille, stronze, velleità ed è certo che, una volta genitore, a sua volta, crescerà figli marci e perdigiorno.

Il mantenuto puzza di bene lusso non sudato, di fatica altrui non onorata, di abitudine a soggiornare sul pianeta senza apporre il minimo sforzo per la propria sussistenza anzi, consumando Co2 come una pianta grassa, senza però restituire ossigeno.

Dal punto di vista etimologico, non v’è scampo: mantenere vuol dire tenere la mano: ma la mano si tiene ai bambini o agli anziani, non alle mogli bionde o ai figli venticinquenni!

Il mantenuto cresce col concetto di open-bar perpetuo e dovuto, con la filosofia all you can eat nello stomaco e con la frase del “poi passa papà/mio marito/mia moglie/la mamma”, sempre pronta, in quella gola che andrebbe sigillata a suon di mazzate, non credete?

Il mantenuto, che Dio lo punisca, non conosce l’arte della negoziazione con un capo che ti sfascia i coglioni, avanza pretese impossibili o, semplicemente, richiede servizi entro tempi limitati, altrimenti non paga perché, il mantenuto non ha mai avuto necessità di lavorare e questa sua mancanza, non è un lusso ma un approccio alla vita che lo rende flaccido e maleodorante come la popò di un bulldog francese.

La pena da prevedere per il mantenuto:

Il sacro esercizio del bucio di culo per terzi, dietro retribuzione.

Il mantenuto non conosce il gusto amaro del mancato pagamento ma attende il pagamento che gli appare come un diritto, comodamente a casa o peggio, dal parrucchiere, alla spa, all’università, in giro per il mondo, al parco pubblico o al centro commerciale.

Perché non decidere di punire, una volta per tutte, il mantenuto, secondo legge?!

Perché non punire questi succiacapre, lasciandoli un mese senza sovvenzione esterna?

Un mese sotto osservazione, chiedendo loro, semplicemente di mantenersi da sé.

Da quel mese di osservazione potrebbero scaturire miracoli!

Alcuni si convertirebbero alla più sana creazione di un’autonomia, rivelando talenti eccellenti, allargando il proprio campo di visuale su cose e persone, attraverso il sacro esercizio del bucio di culo per terzi, dietro retribuzione.

Da quel mese di osservazione si potrebbero trarre utili conclusioni in campo d’indagine sociale, sulla bellezza della selezione naturale che non perdona i pigri e coloro che si approfittano del lavoro altrui.

Dopo quel mese di osservazione si potrebbe punire senza possibilità di rinvio, questa abitudine che stupra il pil di un paese, l’assetto sociale ed economico del pianeta, il concetto di utilità di un individuo per la creazione, messo pesantemente in dubbio dalla personaccia di merda che è, il mantenuto.

Il mantenuto va punito e le sue mani vanno messe subito al lavoro, prima che il virus si diffonda senza limiti e il nostro salvadanaio venga preso d’assalto.

Perché, prima o poi, capiterà.

Se avete un mantenuto in casa, in famiglia, se il germe si è insinuato nella testa di vostro figlio o di vostro marito, sentitevi liberi di perseguire con ogni metodo, questo oltraggio nei confronti della natura umana, tutta.

E che vi piglino i cinque minuti perché saranno minuti santi e benedetti, quelli in cui, tutto ciò che avete comperato, negli anni, al mantenuto, venga sparato fuori dal terrazzino o dal garage di casa vostra, sotto gli occhi della personaccia che vi ha chiesto di pensare a lei, senza che le fossero mai mancati gli arti per poter cooperare alla propria, ignobile, sussistenza.

 

 

 

 

IL MONDO DEL LAVORO E LA TEORIA DEL GaC

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Le persone che arrivano nella nostra vita per introdurci al mondo del lavoro, sia dal punto di vista pseudofilosofico che concretamente, non sempre si rivelano maestri illuminati, ambasciatori di un incontro miracoloso deciso dal fato o da Dio per arricchire la nostra vita professionale e la storia dell’umanità.

Il più delle volte infatti, le persone che desiderano insegnarci come funzioni il mondo del lavoro, propongono teoremi e aforismi che provocano nell’interlocutore, in maniera del tutto naturale e piuttosto brutale, risposte come Grazie al Cazzo.

Sono persone di età variabile: non è detto che si tratti sempre del cavaliere del lavoro novantenne, convinto che in cinquant’anni il mondo non si sia mosso di un centimetro e, qualora si fosse mosso, la direzione è senz’altro sbagliata, visto che si stava meglio ai suoi tempi.

Grazie al Cazzo.

Non si può però escludere che si tratti di persone giovani (o presunte tali) che, forti della loro professione ambiziosa raggiunta e consolidata, si convincano di poter iscrivere coattamente i nostri nomi al loro corso di vita lavorativa per dementi o disoccupati, che per loro è la stessa cosa.

Le materie trattate dallo stage dei giovani professionisti vincenti propone però contenuti che richiamano la medesima reazione avuta col cavaliere del lavoro.

“Vuoi la mia?! Per crescere in questo mestiere ci vuole ambizione”.

Grazie al Cazzo

“Ascolta me, se davvero vuoi fare questo lavoro mettiti in testa che non esistono orari”.

Grazie al Cazzo

“Se vuoi fare questo mestiere, qualche compromesso lo devi fare”. Grazie al Cazzo

“Farsi vedere sempre impegnati ma disponibili e propositivi”. Grazie al Cazzo

E si prosegue così, a frantumarsi il setto nasale contro il muro della banalità più cupa affinché nessuno si renda mai colpevole del reato di aver avvisato il neofita o la matricola circa le cose che davvero contano nella vita professionale.

Perché non esiste un addetto alle risorse umane che si preoccupi di avvisare il neo-assunto o lo stagista di come funzioni la storia quotidiana in azienda?! Quali gusti personali abbia il direttore, come proceda la sua vita privata e quindi capire se avanzare richieste oppure no, dove andare a mangiare in pausa pranzo senza rimanere avvelenati, se si possa usare o no il cesso del quinto piano, quello che pochi conoscono e quindi si può andare a far la cacca senza incursioni imbarazzanti dei colleghi, quali siano piccoli segreti che ognuno dei colleghi ha e propone al resto della collettività in maniera più o meno ingombrante, durante il giorno.

Queste le informazioni che i nuovi vorrebbero sapere.

Ci vorrebbe un opuscolo aziendale con informazioni dettagliate sulla vita emotiva in azienda, ci vorrebbero i cookies fatti sui dipendenti di quel marchio lì, per far capire molto a chi vuole inviare un cv, a quel marchio lì.

Ci vorrebbero professionisti meno presuntuosi e più aperti all’ingresso di nuove risorse, ci vorrebbero le recensioni online dei vecchi dipendenti e poi ci vorrebbero colleghi più solidali e il benessere delle persone come priorità oltre ai ricavi.

Grazie al Cazzo.

 

DIAGNOSI

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Come si chiama la malattia che prende quelli che comprano le Superga con la doppia suola?

Che malattia è quella che hanno i vegetariani che mangiano pesce?

Com’è che si chiama quel virus che attacca le persone quando si trattengono più di due secondi su Canale 5?

Che malattia hanno quelli che rubano gli accendini?

E quella degli attori famosi quando arrivano a fare le pubblicità delle merendine?

Da cosa precisamente sono affetti quei tipi che si fanno tatuare un bacio col rossetto sul collo?

Come si trasmette il virus di quelli che chiedono di parlare con un responsabile quando non la carta di credito gli rifiuta la transazione?

E’ contagiosa la malattia di quelli che suonano dopo un quarto di secondo che il semaforo è diventato verde? Si passa?

Come si chiama la malattia di quelli che ascoltano la partita chiusi in macchina, in un parcheggio?

Che malattia è quella che affligge le persone che inviano più di quattro emoticon in un sms?

Di cosa sono ammalate le persone che votano il meno peggio?

IL TURISTA DI RIVIERA E’ IL MALE

BRANDED PARODY CONTENT, COSE FASTIDIOSE

Un pezzo dedicato a quei martiri degli albergatori che, pensando di amare il contatto con il prossimo, decisero un giorno di occuparsi di turismo, magari sulla Riviera Adriatica. Che il mestiere sia loro lieve.

***

Non dev’essere facile fare l’albergatore a Rimini.

Innanzitutto non è facile occuparsi di turismo anzi, non è facile occuparsi del turista.

Perché il turista è quella persona che normalmente, nella vita si occupa di altro e non fa il turista per tutta la vita, a meno che non vince quel famoso gratta e vinci del Turista per sempre ma nella maggior parte dei casi, la selezione naturale stermina tutti quelli che comprano il gratta e vinci e quelli che giocano alle slot.

E se non ci pensa la selezione naturale ci pensa il monopolio di Stato, ma questo è un altro discorso.

Per tutti gli altri casi, il turista è uno che è turista per due settimane all’anno e perciò, esattamente come per il Cavaliere nero di Proietti, anch’egli si sente in diritto di pretendere che non gli si rompa il cazzo.

Le ferie, in quelle due settimane in cui l’azienda lo libera, il turista le vuole perfette: vuole tutto e lo vuole subito e non deve chiedere mai come Axe.

E invece chiede, chiede eccome.

E se non gli dai tutto quello che chiede, tu, albergatore, sei finito.

Perché lui ti scrive la recensione.

Ci sono albergatori che preferirebbero gli venisse bruciata la macchina o picchiata la figlia, invece di dover subire la recensione.

Era bello negli anni ottanta, quando il turista incazzato infilava il foglietto col questionario sul gradimento nell’urna alla reception e se ne andava affanculo.

E’ finita quell’epoca lì: adesso il turista c’ha internet dalla sua parte e soprattutto, se tu non glielo dai l’internet, nella camera che ti affittato, lui è pronto a uscire anche durante un bombardamento, per attaccarsi alla rete del comune e scriverti la recensione, ancor prima di fare check-in, ancora prima di partire da casa.

Insomma, per riassumere: il turista è il male.

Ma come vi dicevo all’inizio, ho come il sospetto che il turista che soggiorna a Rimini, Riccione e comuni circostanti, sia il male al quadrato.

Se dovessi immaginarmi il turista di quelle parti, me lo immagino in due, pericolosi prototipi.

Vediamoli insieme:

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Il primo prototipo: l’impiegato con la famiglia al seguito, incattivito lui e tutti i membri della famiglia.

Prenota due anni prima, sincerandosi di ogni minimo dettaglio: quanto è grande la camera dove soggiornerà, quanto dista la spiaggia più vicina in passi di bambino.

Chiede il pdf del menù del ristorante, la foto delle cameriere e la fedina penale del bagnino.

Vuole sapere quante persone ci saranno mentre lui sarà lì, in vacanza, pretende di avere il posto auto personale anche se il vostro albergo non ha il garage, lui vuole che lo costruiate per tempo, visto che prenota due anni prima.

E poi vuole avere il programma dell’animazione in spiaggia in anticipo per poter programmare l’intrattenimento, fino all’ultimo fottuto minuto, avere la moglie sulla prima fila di cyclette a hydrobike e il figlio vincitore di tutti i giochi-aperitivo.

Insomma, il primo prototipo di turista a Rimini me lo immagino rompicoglioni come Furio di Carlo Verdone e alienato come Alfano.

Il secondo prototipo del vostro turista, secondo me, è lo sfascione.

Come lo chiamate qui?! A Roma si dice sfascione, l’individuo che concepisce la vacanza come un’occasione di massacro fisico e cerebrale, di annullamento istantaneo di tutti i freni inibitori, di tutti i neuroni rimastigli e di tutte le regole base di buon costume, ai confini con l’illegalità.

Perché la legalità appartiene al suo posto di lavoro, tutto il resto è, appunto, sfascio.

Lo sfascione usa la camera soltanto per dormirci un paio di ore al mattino anzi, non solo la camera ma qualsiasi posto del vostro albergo lo accolga, nel momento in cui l’alcool non lo regge più in piedi.

Sopra alle piante grasse, sul divano nella hall, sopra al tavolo della colazione, a terra, davanti al banco del ricevimento.

Lo sfascione usa la vostra struttura come fosse il cesso del Cocoricò, il marciapiede di Ibiza, il prato del concerto di Vasco, la stazione di Riccione durante la notte Rosa.

 Per lui, la parola full-credit per lui vuol dire Attila, Trump e Kim, in un unico cognome: il suo.

Per lui, la parola pensione completa vuol dire Scateniamo l’inferno e non lasciamo manco le ceneri di questo posto, ragazzi!

E a questo proposito, domattina, nell albergo che ho prenotato stanotte, scopriranno quale prototipo di turista sia.

 

Dedicato con affetto a Orfeo.

 

NON SONO PRONTA PER IL FUTURO DIGITALE

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Pezzo scritto per AFTER FESTIVAL – Futuri Digitali

Modena, 1 Ottobre 2017

Com’era la vita prima del digitale? Come facevamo a geo-refenziarci e a condividere? È proprio vero che oggi siamo diversi da prima? Ed è proprio vero che il digitale ci fa essere migliori, più capaci, più performanti, più tutto?

***

Visto che in questi giorni di Festival avrete innumerevoli possibilità di capire come il digitale ha migliorato la nostra vita, ho pensato di darvi qualche veloce spunto su come il digitale abbia rovinato la mia di vita.

Sono convinta che i futuri digitali vi copriranno di vantaggi e progressi ma sappiate che io me ne starò qui a guardarvi, incazzata e malmostosa, combattendo contro certi strumenti invadenti e imbarazzanti, che vado ora ad elencarvi, prima che arrivi il servizio d’ordine del festival:

Prima di tutto mi sfogo con voi riguardo le basi, i rudimenti delle tecnologie.

Il telefonino.

Mi vergogno a chiamarlo così ma non ho mai iniziato a chiamarlo smartphone perché, secondo me, da quando gli abbonamenti telefonici dilapidano il mio conto in banca da sempre, a prescindere dalla compagnia, l oggetto di smart non ha un bel cazzo.

Se avessi risparmiato tutti i soldi delle bollette del telefonino, oggi sarei arrivata qui con la Jaguar coi sedili in pelle di giamaicano.

Invece sono arrivata coi punti della cartafreccia.

Inoltre non so come si chiami quella malattia per cui, se sono con gli amici o ad una riunione e qualcuno, ad un certo punto tira fuori per sbaglio il proprio telefonino, per una qualche sconosciuta legge gravitazionale, la mia mano inizia a muoversi verso la tasca della giacca e, senza che io possa oppormi a questa reazione che proviene dal mio corpo posseduto, devo per forza tirar fuori anche io, il mio telefonino.

Anche se non ci devo fare un cazzo, anche se nessuno mi scrive o chiama da una settimana, io devo prendere l’oggetto telefonico e sentire che ce l’ho, che ce l’ho anche io quel bene di lusso lì e inizio a smanettarci in maniera compulsiva e ad aggiornare le notifiche con la faccia impegnata.

A volte sbuffo per fare quella oberata dai contatti.

E poi il telefonino è un oggetto invadente e promiscuo ai limiti della legalità.

La sera riposa sul comodino accanto al mio letto a spiare cosa leggo, che musica ascolto, che fidanzato ho per le mani.

Se ne sta lì, con la sveglia a lancette che lo guarda in cagnesco sapendo che prima o poi mi deciderò a venderla al mercatino dell’usato perché a che cazzo mi serve la sveglia a lancette ormai, se ho il mio telefonino.

E poi in bagno.

Ho una pila di libri intellettuali e di giornali di arredamento che sono lì oramai solo per far scena con gli ospiti perché sulla tazza mi distruggo di social.

Sono solo io a sentirmi a disagio quando se apro un social mentre sono sul cesso?

Voi che siete esperti, lo saprete se esiste o no una app che ti spia mentre sei alla toilette e vede benissimo che non stai leggendo i giornali di design ma sei su twitter.

Sono ossessionata dal dubbio che qualcuno dal facebook faccia un post taggandomi, scrivendo cose tipo “Arianna, non vergognarti e fai check-in sul cesso che ti vedo, con la mia nuova app discovering-wc ”.

Mi sento così violata.

Con tutto l’impegno che applico quotidianamente per far credere ai miei contatti quanto sia figa, con un solo post i miei follower verrebbero a conoscenza del fatto che anche io defechi.

Andiamo oltre perché esiste un mare di tecnologie che mi rovinano la vita:

Le automobili automatiche, che non ho mai saputo guidare e che fanno mormorare alla gente dietro di me “Lo sapevo che era una donna a creare la fila” mentre io son lì, a capire che stracazzo voglia dire N.

Le videoconferenze: non sono adatta.

Passo tutto il tempo della call a controllare che effetto faccio in video, mi vengono i tic nervosi da insicurezza cronica, inizio a toccarmi i capelli, mi asciugo la fronte unta di crema e poi controllo la scenografia di casa mia che la gente vede dall’altra parte della camera, mi alzo per spostare lo stendipanni o la fila di bottiglie di birra vuote della sera prima, che non sta bene e così non sento mai un cazzo della call e risulto una perfetta inetta.

Poi, andiamo in ambito medico:

La macchinetta per la voce dei muti, il cosiddetto laringofono:

un’invenzione tecnologica straordinaria per permettere a chi ha perso le corde vocali di poter parlare.

Purtroppo però le tecnologie non hanno ancora dato la giusta evoluzione a questo strumento, che è rimasto un riproduttore di suoni artificiosi da Commodor64, con una sola tonalità di corda vocale a disposizione che mi mette a disagio perché non capisco mai cosa diamine dicano questi vecchietti e allora provo a improvvisare risposte per non offenderli ma chiaramente uno si offende per forza se, dopo avermi chiesto dove sia Piazza Grande e io gli rispondo che non sono sua nipote e che forse si è confuso.

Infine, per non tediarvi e terminare un elenco che in realtà non avrebbe fine, mi sfogo con voialtri citando Siri.

A proposito di laringofono.

Com’era bello quando Siri era alla sua prima, rudimentale versione.

Mi divertivo a dirle Vaffanculo e lei mi rispondeva “Non credo tu abbia una App chiamata vaffanculo ma se vuoi posso provare a cercarla sull’App store”.

Oggi la versione 2.0 di Siri è inquietante: le dico Vaffanculo e mi risponde “Non credo di meritare questo trattamento”.

Guardate che se le tecnologie ci tolgono l’umorismo, è finita per l’umanità.

Voi continuate pure a divertirvi con le tecnologie ma sappiate che c’è gente che soffre per non riuscire a stare al passo coi tempi, con gli aggiornamenti del software.

C’è gente come me, piena di complessi, nata nell’epoca sbagliata, che la tecnologia non ce l’ha nel sangue, non ce l’ha nel dna e non c’è niente da fare.

E non provate ad uscirvene anche con un vaccino per indurre la tecnologia, che ne abbiamo abbastanza.

 

https://www.afterfestival.it/

 

CANTICO ALLA CACCIA

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Abitare in campagna è forse la scelta migliore che io abbia mai fatto in vita mia.

In effetti è l’unica scelta buona che io abbia fatto, in mezzo a tante scelte di merda e perciò la migliore.

Inutile dirvi che salto di qualità incredibile abbia fatto la mia vita, da quando vivo su queste colline selvagge!

Così, anche stamattina mi sveglio e, dopo una rapida colazione, sono pronta per portare il mio cane nei boschi!

Allora prendo il giubbotto anti-proiettile, il fischietto, il casco integrale e lo scudo.

Metto al mio cane la pettorina giallo fosforescente, il collarino con la campana di ottone e un paio di lampadine a intermittenza che si accendono quando un sensore percepisce il dialetto bergamasco, nel raggio di duemila metri.

E’ iniziata la caccia, mica si può uscire così, in maniera avventata, come quelle che si fanno violentare nei parchi pubblici.

Andiamo nel bosco, io e il mio cane, con la speranza di portarci a casa qualche fungo, nascosto sotto alle cartucce di plastica, che i cacciatori, normalmente anziani non vedono cadere in terra, così come non vedono neanche i funghi, così come non vedono neanche le belle altezze intellettuali che l’essere umano sarebbe in grado di toccare, se solo volesse.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Usciamo di casa e io passeggio con lei nel bosco, fischiando come un arbitro della Champions oppure usando direttamente la tromba di SOS delle navi quando affondano, per far sentire ai cacciatori che io e il mio cane vorremmo passeggiare senza il timore di morire dissanguate su queste colline belle e selvagge, per mano di un coglione che non fa visite alla vista, da secoli.

Infatti, non mi rassicurano le notizie di cronaca, che dicono che spesso si sparino tra di loro; perché se sparano ad un vecchio amico, perché non dovrebbero sparare a me, che sto scrivendo un pezzo contro di loro?

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Esco di casa col mio cane, rientro a casa col mio cane e altri quattro cani sperduti, coi collarini fatti con le funi delle barche o con le fettucce colorate, che i cacciatori mettono loro per non perderli, ma forse alcune fettucce non hanno la garanzia.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Li incontreremo vestiti di verde, coi loro fucili a centocinquanta metri dal portoncino della nostra casetta.

Cordiali nonostante mettano i loro nove cani (non perduti) in una gabbietta che sarebbe per un bassotto.

Gentili nonostante sparino a piccoli animali che vengono acquistati in cattività coi soldi della Regione e rilasciati per i loro unici, due giorni di libertà.

Educati nonostante finanzino un mercato già florido, come quello delle armi, che poi è il fiore all’occhiello del Made in Italy in tutto il mondo, se solo lo sapessero.

Li incontreremo nei boschi, dove anziché investire il loro tempo libero in volontariato o attivismo politico, anziché caricare il fucile a sterco di pecora e andare sotto Montecitorio, anziché utilizzare i soldi della pensione per portare in vacanza le mogli, li troveremo ad accanirsi contro gli uccelli, forse invidiosi del loro nome, della loro libertà e della loro innocenza.

Li troveremo accucciati nelle casine di legno a sparare in sessanta a un cinghiale al quale per tutta l’estate hanno dato cibo, mettendo i dispenser nei boschi, e io che pensavo lo avessero adottato…

Li troveremo lì, nel bosco, a cambiare la nazione sparando alle lepri, immaginandole nemiche mentre i nemici veri riducono loro la pensione a poche centinaia di euro.

Coro: Ma io e il mio cane ce ne andiamo per boschi, che meraviglia! Che ci frega?!

Basterà aver pazienza tre mesi e aspettare che ripongano di nuovo la propria virilità sul divano di casa, allo stadio, al bar o in quel posto lì, sperduto chissà su quale collina dove hanno lasciato dignità e pietà chiuse anch’esse nel fodero.

GLI ODIATORI

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Grazie alla rete ho scoperto tante cose, questioni e categorie di persone unitesi nel macrocosmo virtuale come si fa con le religioni.

Tra queste categorie vi è l’immensa milizia degli odiatori.

Gli odiatori sono persone che hanno scelto di eliminare tossine in rete come se questa fosse un luogo dove chiunque digita una stronzata qualsiasi automaticamente la trasforma in Verità.

Ma la verità, per quanto la si pigli per il naso e la si manipoli come plastilina, resta identica e sé stessa e soprattutto è poco incline ad aderire al giudizio di qualcuno conferendogli autorità.

La verità non è amica di nessuno, è un tipo piuttosto solitario.

Pare invece che sull’internet questa faccenda di non essere presenti fisicamente ma con una propria personalità digitale, doni a certuni non solo la certezza di possedere la sapienza assoluta ma anche la capacità di mostrare la punta più alta del proprio lato peggiore, con la garanzia di non poter toccare mai simili altezze nella vita reale.

Mi pare di aver capito infatti che questa milizia si faccia forte del fatto che le discussioni in rete, per quanto prendano piega feroce, restino pur sempre dentro ad uno schermo che quando si vuole lo si può abbassare come la tavoletta, per tornare a vivere e che questo rapido processo on-off log-in/log-out, simile a quello dei videogiochi, incentivi la rabbia più canina.

Sapendo che chi insulta non potrà con facili metodi essere scovato a casa e picchiato insieme alla sua famiglia da chi ha subìto l’oltraggio, uno si scatena e insulta con maggior astio.

Che uno si scateni e insulti potrei anche capirlo, se restasse uno.

Ma tanti no.

Tanti è pericoloso.

E sono tantissimi a prendere il loro sacchetto di rabbia, a farcirlo con tutte le frustrazioni e i complessi dei tempi dell’asilo e a lanciarsi contro la rete come Pagliuca, come Don Chisciotte, alla ricerca della discussione ideale dentro alla quale introdursi con un commento, acquisendo ora le sembianze di Mosè, ora quelle di Garibaldi nella loro versione più incazzata.

La milizia della gente che odia a tempo indeterminato incendia i post come fossero campi coltivati in odore di mafia.

C’è chi insulta quello che ha sbagliato a scrivere un verbo, chi aggredisce il vegano, chi quello che ha postato la foto del salamino di cinghiale o una canzone dei Blur di quelle commerciali.

C’è chi si proclama contro l’aborto promettendo la morte a chi professa il contrario, chi si scaglia contro i razzisti, gli zingari e il governo, contro il ragazzo che pubblica i video con la sua musica che non è abbastanza indie, democratica, internazionale ma che faccia l’occhiolino al proprio paese, folk ma con accenni sfumati all’elettronica.

C’è chi odia quelli che non sono del suo partito politico e quelli che sono del suo partito politico ma non si applicano.

Ho scoperto che le persone che fanno di mestiere gli odiatori (nel senso che vi dedicano tempo e risorse come se si trattasse di un mestiere) hanno poca misura.

Se un odiatore non è d’accordo con uno che ha dichiarato sul web il proprio amore alla Juve, siate certi che non scriverà “Non mi trovi d’accordo, anzi, Daje lupi!” ma la conversazione telematica si concluderà con auguri di morte per scabbia a lui e a tutto il suo albero genealogico, che deve crepare peggio, avendo peccato nel partorirlo.

Di una cosa non si può di certo accusare la milizia degli odiatori: che te la mandino a dire.

La gente che odia in rete non solo dice ciò che pensa (il che già sarebbe grave se diamo ai loro post la dignità di pensieri), ma dice assolutamente molto di più di ciò che sarebbe consentito pensare.

Sono certa che conosciate qualcuno appartenente alla setta degli odiatori.

Gli adepti della stessa non scherzano coi sentimenti e, quando sono saturi di dolore perché non hanno insultato adeguatamente, tolgono l’amicizia.

E questa dell’amicizia tolta sarebbe davvero una delle cose più umilianti che esistono sulla terra se accadesse realmente, invece gli odiatori se t’incontrano per strada sembrano soffrire d’improvvisa amnesia e non si ricordano di averti maledetto ma ti abbracciano e ti baciano come se niente fosse.

Che Giuda arrossirebbe ma loro no perché la vita reale è tutta un’altra, ipocrita cosa.

Gli odiatori tolgono l’amicizia sul social convinti, con questo coraggioso gesto, di cooperare alle grandi rivoluzioni della storia dell’umanità, sicuri che tutto il loro odio cosmico sia utile al cambiamento sociale, soprattutto se tale odio è provocato dalla tua dichiarazione sul social che non ti piacciono i Queen.

Meriti la malaria se non ti piacciono i Queen, capisci?!

I Queen non possono non piacere quindi se non ti piacciono, i tuoi figli devono morire perché che se ne fanno di un padre che non si ascolta i Queen?!

Muori male, allora, secondo verdetto degli odiatori.

Oppure fai log-out prima degli odiatori, se capisci di essere sotto assedio.

Oppure, ancor peggio di ogni sorta di provocazione, non dar loro conto e prosegui il tuo peregrinare sul mondo virtuale e nella bella vita reale, con la stessa capacità da ginnasta artistico di sventolartene la minchia, di queste scemitudini.

 

OPINIONISMO

FAVOLE DI MADAME PIPI', PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Signora buongiorno, la chiamo dalla redazione del programma “Stretti e Costretti”, contenta?!

Signora, siamo la tv, non so se mi spiego.

Ci ha attesi per anni e finalmente eccoci qui.

Sa benissimo che non capita tutti i giorni di essere contattati dalla tv nazionale, vero?

No, è che non la sento adeguatamente stupita quindi l’avviso subito: si stupisca appena possibile perché il nostro direttore di rete ci tiene e quando non c’è stupore da parte dei fortunatissimi ospiti che contattiamo, ci fa andare altrove a cercare, capisce?

Dove non c’è gratitudine e reverenza ci dicono di non indugiare e riagganciare.

Ad ogni modo la chiamo perché amici di amici ci hanno fatto il suo nome.

Sa, noi della tv, del cinema e della politica lavoriamo come i poliziotti: su segnalazione.

Insomma, abbiamo avuto la segnalazione che lei sia il tipo giusto per noi.

Non sto nella pelle, devo dirglielo: lei sarà la nostra nuova opinionista.

Come sarebbe a dire che non sa cosa sia un’opinionista?!

L’opinionista ha un ruolo fondamentale, oggi: è l’influencer del pubblico, del nostro target, della plebe comune, capisce?!

Lei sarà con noi per tutte le puntate, avrà una sua poltrona in pelle bianca laccata, verrà truccata, pettinata e sarà in diretta con noi a dire tutto quello che vuole.

Si, si: niente censure, potrà parlare di tutto quello che vuole.

Tranne che di politica perché non è un programma di politica.

Evitiamo anche di parlare di problematiche sociali perché intristiamo il pubblico e non si parla di pessima programmazione perché non vorrà mica parlar male della rete che la ospita?!

Per il resto il nostro programma ha un sacco di argomenti interessanti: amori estivi dei famosi, anziane sole e povere che raccontano le loro ricette, servizi golosissimi sui must have della stagione.

Qui, ampio spazio di opinione, strizzando un po’ l’occhio a quelli che sono i nostri partner commerciali.

E poi ci sono gli ospiti di puntata che racconteranno le loro storie, ovviamente storie sono inventate perché comunque, ciccia, questa è la televisione.

E comunque gli ospiti sono gente vera, eh.

Si, l’ho chiamata ciccia perché comunque questa è la televisione.

Dunque l’opinionista non ha un vero e proprio cachet perché noi abbiamo una convinzione etica: pensiamo che le opinioni non debbano essere pagate e contiamo su un ritorno mediatico incredibile e poi tantissima gente normale sogna di fare opinionismo quindi perché pagarvi?

In Italia i sogni ve li facciamo pagare, semmai.

Come non vuol venire? Vaffanculo a chi, a me? Come osa?

Non lavorerà mai più, lo dirò al mio direttore di rete.

Il nostro claim è: siamo in pochi a comandare, gliela faremo pagare.

Passi una buona giornata e si ricordi che ha perso un’occasione.

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LA SINDROME DA PRODOTTO SPECIFICO

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Le generazioni del Pianeta Terra hanno mai avuto modo di fermarsi a pensare all’inutilità assoluta che ha in sé il concetto di prodotto specifico?

Ecco dei pratici esercizi per uscire dalla patologia del Prodotto Specifico compulsivo:

Se piglio il detergente intimo e mi ci lavo le ascelle, succede qualcosa di male alle mie ascelle?

 Se compro un balsamo per capelli sfibrati e ho i capelli grassi, impiegherò tanto tempo ad accorgermi che il balsamo che ho acquistato è più o meno identico a qualsiasi altro balsamo del cazzo?

 Se sono indecisa tra il diesel e il blue-excellence-eco diesel che il distributore mi propone al doppio del prezzo, come specifico per migliori prestazioni su strada della mia utilitaria, permetterò al distributore di pigliarmi per il culo?

 Se non sono vegano e mangio un hamburger alla soia, starò male?

 Se metto la crema solare in un giorno di pioggia mi viene la tubercolosi?

Se avete risposto SI ad almeno due di queste domande siete malati di Prodotto Specifico.

Il mangime per cani, guai a darlo al gattino. Morirà senz’altro giovane.

Il giocattolo per bimbi da 0 a 6 anni, crea disagi al fratellino di 7 se gli capita tra le mani, lo sapevi?

Non ti vergogni a comprare una confezione di lamette rosa al supermercato, se quelle da uomo sono finite?

Fai male; perché i tuoi peli sono diversi da quelli di tua moglie.

Allora perché non vengono prodotte creme famose specifiche per negri o cinesi?

Abbiamo pelli diverse, in fondo e non solo sensibili o a tendenza acneica.

Abbiamo pelli diverse, la faccenda dell’idratazione non è da sottovalutare.

Perché qualcuno non si muove una buona volta ad inventare il bagnoschiuma specifico per i punkabbestia che si vestono di pelle anche in estate?

Perché nessuno si sbriga ad inventare la macchina per fare i pop-corn specifica per adulti che non vogliono sentirsi stronzi ad usare quella colorata dei figli?

Se esiste il dentifricio per denti sensibili, allora perché non fare il trasporto pubblico per gente pulita o le sale cinema per quelli che non vogliono commentare ogni cazzo di scena?

Se esistono le escursioni per sole donne perché non mettere sul mercato anche le spazzole specifiche per calvi ostinati che tengono il riporto non volendo far mai i conti con la propria calvizie?

Una spazzola che li rassicuri una buona volta, cotonando i quattro peli che hanno in testa dicendo loro delle piccole frasi motivazionali, dalla cassa di un micro-altoparlante incorporato.

Se esiste un prodotto specifico per qualsiasi tipologia di persona, perché non esiste un prodotto specifico che ci salvi da queste monumentali stronzate?

 

LA DIETA DEL PUNTO DI VISTA

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE., PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Da oggi non voglio mai più diffondere il mio punto di vista.

Non voglio che, all’interno di una conversazione anche futile, gli altri sappiano come la penso.

Primo, perché a causa di quelle poche parole che mi dovessero incautamente sfuggire, si sbrigherebbero a catalogarmi in qualche recinto sociale.

Secondo, perché a causa di quella irragionevole legge convenzionale del contraccambio, mi obbligherebbero a sentire il loro punto di vista che davvero mi interessa, se possibile, meno del blog di bellezza.

Allora voglio rinunciare per prima all’ingordigia di dover esprimere per forza il mio personale parere su un politico, su quel gruppo di musica balcanica che suona dappertutto, su quel film che sbanca ai festival o sul complotto nazionale o internazionale del momento di cui, tra l’altro in quanto cittadina, non posso non saperne più di quanto mi propongano i giornali, sperando che sia riuscita a procurarmene di qualità.

Non pretenderò mai più di soddisfare il desiderio viscerale di dover condividere le mie opinioni con gli altri su cosa sia bene bere e mangiare, sui benefici del pilates o sull’eutanasia.

Non produrrò più leggi marziali.

Non avrò più nulla a che fare con quei soggetti disadattati chiamati opinionisti.

Non mi piace la tecnica dell’archiviazione di una povera persona in un determinato compartimento, in base a come la possa pensare su cazzate o cose serie: nel faldone dei vegetariani, se gli scappa da dire che ama gli animali, nel faldone dei figli di papà se ammette che questo mese ha chiesto aiuto a casa, nella scatola con l’etichetta vecchi porci se per caso dice di avere la fidanzata giovane o in quella dei senza orientamento politico se si lascia sfuggire di aver votato i Cinque Stelle.

Quello ha la vespa = è del PD/ Quella è single e frequenta uomini per trovare quello giusto = è una mignotta/ Quello vota radicali= si droga / Mangia bio = è ricco / Dice che lavora con la Romania = è un criminale.

Personalmente non desidero un check-up di questo tipo, prodotto da un prossimo occasionale senza il mio consenso e diffuso in tempi rapidi, alla prima occasione in cui esca fuori il mio nome in mia assenza.

Desidero che, se a qualcuno pigli il prurito di nominarmi durante una conversazione, non sappia un cazzo di me: sia confuso, non abbia abbastanza materiale per potermi infilare in questa o quella casella.

Non sia certo se sia ciellina, col vizio del gratta e vinci, ragazza madre, radical chic, fascista vecchio stampo* , nevrotica, buddista, se ami il ragamuffin o tutte queste cose contemporaneamente.

Non voglio che qualcuno possa inventarsi cosa sono in base a poche parole dette davanti a un bicchiere ma soprattutto non voglio che qualcuno possa dirmi cosa crede di essere lui.

Con la coscienza pulita di non aver detto nulla che riguardi i miei gusti personali sarò libera di rifiutare la conoscenza di quelli altrui perché ne farei cattivo uso.

Lascerò spazio, ci sarà maggior posto per argomenti davvero edificanti e in questo modo scopriremo tutti di non avere un cazzo di niente da dirci che non comprenda le persone assenti come soggetti protagonisti e che, a questo punto, sia meglio andarsene a casa.

Per non rischiare di restarsene zitti a temere insieme il silenzio.

Per non rischiare di risultare poco informati.

Meglio andarsene a casa a leggere qualcosa che inventarsi un punto di vista adeguato alle mode del momento.

*Quanto è anacronistico etichettare qualcuno come fascista?!

Non ho mai sentito qualcuno dare a un amico del borbonico o del carbonaro.

Ci sono cose che non esistono più, che appartengono alla storia e solo sui libri di storia si trovano.

Non possiamo perder tempo a dare ancora del fascista a qualcuno, oggi si dice ignorante, punto.

DOVE CONDUCONO LE RICERCHE?

COSE FASTIDIOSE, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Da una ricerca portata avanti da un’equipe di scienziati nutrizionisti dell’università di Melbourne pare accertato che i consumatori di alga spirulina alla fine crepino come gli altri.

Uno studio sui minorenni americani ha dimostrato che i polli del Kentucky Fried Chicken possono continuare a vivere dentro all’apparato digerente del consumatore fino a sedici mesi.

Un team di filosofi nordeuropei sostiene che molti fitofarmaci creati dalle grandi case farmaceutiche siano nocivi per l’agricoltura e per chi consuma i prodotti derivati da essi.

Ma chi se li incula i filosofi nordeuropei?

Tutta italiana, invece, la ricerca dei nostri cervelli ancora non fuggiti all’estero che conferma l’assoluto legame tra il Negroni sbagliato e il 70% delle gravidanze inattese.

A questo proposito una ricerca dell’università di Honk Kong del dipartimento nutrizione e sviluppo sta portando avanti un programma per confermare la tesi secondo cui esista una connessione diretta tra riso e fertilità altrimenti non se spiega come facciano i cinesi.

Da una ricerca condotta dagli scienziati dell’università di Boston risulta che di Coca Cola, si può morire nonostante le splendide pubblicità natalizie.

Uno studio di medici dietologi genovesi ha messo a punto un sistema innovativo di eliminazione di grassi e tossine basato sulla teoria quantistica del vaffanculo.

Lo studio alimentare di un reparto di scienziati croati ha dimostrato finalmente che lo zenzero fa schifo al cazzo e che se non fosse di moda, la gente lo farebbe marcire sugli scaffali.

Non tutte le ricerche condotte vengono ascoltate, non tutte le ricerche condotte sono affidabili, non tutte le ricerche meritano di essere condotte.

Le ricerche che meritano di essere condotte, spesso vengono condotte dalle persone sbagliate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PIAGHE

piaghe, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Piaga
[pià-ga] s.f. (pl. -ghe)

  • 1 Lesione della cute o di una mucosa, con perdita di pus o di siero e difficoltà di cicatrizzazione; estens. ferita, lacerazione, taglio: avere le p. ai piedi, alle mani
  • 2 fig. Dolore dell’animo, pena, tormento || mettere il dito nella, sulla p., toccare un argomento delicato, che rinnova la sofferenza di qlcu.; anche, mostrare con chiarezza dove sta il nocciolo di un problema
  • 3 fig. Problema sociale grave e diffuso: la p. dell’alcolismo, della corruzione

per brochure

Da quando ho intrapreso il mio percorso di scrittura comica, l’intento è sempre stato sociale e mi fa ridere dirlo nei confronti di racconti umoristici, ma sentivo e sento l’urgenza missionaria di identificare e condannare abitudini, mode e tendenze di costume che stanno dissanguando il nostro libero arbitrio intellettuale, omologando la nostra identità e mortificando le poche altezze rimaste del genere umano.

Quando ho incontrato la biro partigiana e il lavoro che Steve Magnani porta avanti grazie ad essa, ho capito che il tempo storico per associarsi e dichiarare dissenso è ancora attualissimo e, per quanto riguarda gli artisti, anche doveroso e necessario, esattamente come accadde in tempi migliori, coi più noti movimenti artistici e letterari.

Quali sono le Piaghe della nostra epoca? I castighi che anzichè divini ora sono squisitamente auto-inflitti dall’uomo?

Sono piccole cose, niente di grave. O forse si.
Sono messaggi subliminali spacciati per avveniristici, pensieri morali che non puoi contraddire altrimenti sei bigotto.
Sono negozi dove sei ipnotizzato e telecomandato a comprare senza scelta personale, tendenze o professioni che l’universo ha decretato essere cool e tu non puoi dissentire.

Sono stili di vita ai quali, se vuoi essere accettato, non puoi sottrarti.
Queste tendenze inaridiscono, frustrano, immiseriscono il nostro genere e mentre il mondo le chiama, appunto, tendenze, io e Steve Magnani sentiamo una vocina nello stomaco che ci dice che no, che sono problemi sociali,  sono Piaghe.

Così è partita la nostra ricerca, uno studio delle piaghe contemporanee, una caccia alle streghe del nostro secolo scherzosa ma serissima perchè l’espediente della risata per dire qualcosa di importante sarà anche vecchio come il mondo ma è sempre performante.

Il termine “Piaghe” ha sapore biblico perciò anche i miei testi comici e le immagini di Steve hanno molte analogie con certe omelie protestanti.
E senza dubbio si tratta di protesta: una rivolta sociale, all’intrattenimento e ai suoi temi scritti per far dimenticare anzichè pensare.
La comicità oggi non sa più dove andare a pescare lo scandalo perchè il pubblico è abituato a tutto.

I cliches tipici del cabaret puzzano di muffa.
Gli stand-up comedian parlano di pompini, nani e assorbenti cercando negli occhi del parterre meraviglia e stupore.
Io e Steve pensiamo che la piaga contemporanea peggiore sia pensare che sia tutto lecito e che il cattivo gusto non esista.
Anche per questo siamo alla ricerca di eleganza espositiva, finezza nella proposta grafica esercizio di recupero grammaticale in un’epoca in cui scriviamo “perkè”, parolacce e soggetti spregevoli che si confondano con concetti moralmente elevati.

Rinunciamo a qualsiasi grido o altro espediente sguaiato, critichiamo le mode contemporanee utilizzate senza cognizione, abbiamo il desiderio erotico di proporre una comicità che non sappiamo bene se sia satira, stand-up comedy, cabaret o se necessiti di catalogazioni ma che senz’altro faccia nascere nel pubblico il sorriso di chi sta facendo funzionare a regime l’organo più affascinante che abbiamo: il cervello.

Piaghe è un contenitore con dentro un sacco di cose arrabbiate: un libro, uno spettacolo teatrale, un canale di contenuti video con cui porteremo avanti la nostra ricerca missionaria. Coming Soon insomma. Si dice così?

https://mrkillblog.wordpress.com/

https://madamepipi.wordpress.com/

 

 

DI CHE TI OCCUPI TU?

COSE FASTIDIOSE, SINFONIE

Di che ti occupi tu?!

Io mi occupo di design, di visual merchandising, di personal shopping.

Io sono un buyer, un copy, un art, un human resourcer, un digital enterpriser e tu? Di che ti occupi tu?

Dai, coraggio!

Non essere timido.

Fammi sentire l’odore del tuo mestiere umile di merda.

Fammi sentire l’aria di poraccitudine che ti avvolge.

Non ti vergognare con me, eh!

Se fai l’impiegato poi, mica è colpa tua.

Se lavori in un negozio mica c’è niente di male.

Puoi dirmelo, eh.

Guarda che io sono un tipo smart, open, sono multi-tasking, cool hunter, son videomaker.

No, non sono solo regista: il videomaker è uno che fa operatore, regista, montatore e attore, tutto insieme contemporaneamente, al prezzo di un attore di teatro, per le grandi televisioni, le grandi aziende.

Mi faccio sfruttare dici?

Forse ma posso dire che faccio cinema, capisci?!

Posso dire che faccio fotografia, sceneggiatura, acting, tv production.

Non sempre mi pagano ma ho il grande plus rispetto a te, di poter dire che faccio entertainment, mica la guardia giurata, la commessa, l’operaio, il low-profile.

Insomma, di che ti occupi tu?

Io sono light-designer, sono stylist, sono mainstream che non vuol dì un cazzo ma tanto tu, che ne sai?

Che ne sai tu di business e di creativity?!

Di che ti occupi tu, insomma?!

Dimmelo, dai! Non vergognarti.

Non lo dico a nessuno se c’hai la busta paga e timbri il cartellino, dai.

Fammi sentire il tanfo della tua scrivania Ikea, dai.

Non lo dico a nessuno, ti dico.

Stai tranquillo, saperlo serve solo al mio ego titanico, al mio state of mind.

Che mi frega poi a me che vivo nel loft, faccio chi-cong, compro da whole-food e mi vesto Galliano?!

Che mi frega realmente di te, che tanto io faccio crowdfunding, mi alleno alla Virgin e ascolto electro-punk jumping?!

Di che ti occupi tu, porca malora?!

Dimmelo, cazzo.

Fammi sentire le vibrazioni della tua pessima normalità.

Dai!

Come?! Mio padre?!

Mio padre lavora in banca, poveretto.

Andrà in pensione quando potrà.

La vita è così, le vecchie generazioni, hai presente?!

In banca, si.

Altrimenti come potrebbe permettersi il luxury di una figlia stylish che fa design, frequenta vinery e conosce il jet-set?!

Ma cambiamo discorso.

Di che ti occupi tu?

 

ECCO COME MUORE UN GIOVANE DESIGNER

BRANDED PARODY CONTENT, PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE, SINFONIE

Il secondo birbante pezzo dedicato al magico, intramontabile mondo del Salone del Mobile, del design, della bici pieghevole, del Signore, ti prego, prendili tutti.

Questo è un momento storico prezioso.

Il momento ideale, propizio e più giusto per prendersela con quei fanatici che fanno design.

Per accanirsi contro tutte quelle moltitudini che prendono lo studio con co-working, che comprano solo taccuini Moleskine, è il momento profetico per svergognare tutti quei miserabili che hanno comprato una bicicletta pieghevole.

Per fare questo, per offendere un genere senza far sentire offeso nessuno, abbiamo bisogno di un agnello sacrificale.

Quindi ci inventeremo un nome a caso.

Chiameremo la nostra vittima Dario Pirinfarina.

Dario Pirinfarina è il nostro agnello sacrificale.

Dario Pirinfarina è il soggetto di questa nostra invettiva al design.

Il giovane italiano che ha scelto spontaneamente di studiare disegno industriale.

Qualora ciò non bastasse, Dario ha scelto di studiarlo in un istituto pubblico, non so se mi spiego.

Ha scelto di affidarsi alla pubblica istruzione, al Politecnico dove i professori hanno fatto la guerra di secessione ma, una volta indossata la giacca con le toppe sui gomiti so tutti giovani, so tutti designer.

Dario: il ragazzo che ha convinto i genitori a farsi pagare lo IED.

Con tutti quei soldi, Dario ci avrebbe potuto viaggiare in tutto il mondo per vent’anni, ci avrebbe potuto comprare la casa al mare invece ha scelto di far ipotecare quella dov’è nato e di far ripetere ai suoi genitori il mantra “Mio figlio?! Va’ allo IED. Studia Light Design. Non so che cazzo faccia, in realtà ma prima di tutto l’istruzione. Solo il meglio per il mio ragazzo”.

I genitori di Dario non conoscono l’antica arte del calcio in culo e guadagnati da vivere ma questo fa parte di un’altra invettiva.

Dicevamo, Dario! Che s’è organizzato tutta la vita per risultare agli occhi degli altri un designer e in questo spiacevole contesto è avvenuto l’incontro con alcuni attrezzi propri del mestiere come la bicicletta pieghevole.

Dario con la bici pieghevole c’ha preso la scoliosi e due ernie iatali perché vive a Rho e caricarla sul treno non è facile perché pesa cinquanta chili, sti cazzi che è pieghevole.

Non bastava l’astigmatismo presosi con quei maledetti occhiali dalla montatura arancione che fan tanto design.

Non bastava il tappeto di brufoli sottocutanei che la barba da mormone che fa tanto design gli ha provocato, facendogli rivivere gli atroci supplizi della pubertà.

Non bastava l’infezione che il piercing sul terzo occhio che fa tanto design gli ha fatto venire, facendolo sembrare un personaggio cattivo di Dylan Dog.

Non bastava la camicia a scacchi fa tanto design ma che lo ha ridotto in società ad una figurazione speciale di Beverly Hills.

Non bastavano i timpani compromessi per sempre da quelle strafottute cuffie insonorizzate da controllore di volo che fanno tanto design ma fanno anche schiattare tanti giovani sotto ai frecciarossa.

Dario ha voluto strafare.

Dario ha voluto la bicicletta pieghevole.

E ora che pedala, sono certa che si sia pentito.

Ora che pedala su via Tortona, tutto sudato col suo zaino in ecopelle e i suoi pantaloni più aderenti delle tutine di Barbara Bouchet che fanno tanto ma proprio tanto, forse troppo design, coi palmi delle mani fradici, mentre noi siamo qui a infierire su di lui e a prenderlo a schiaffetti dietro alla nuca, sono certa che Dario Pirinfarina, al secolo designer, si è pentito.

Si è pentito ma ormai pedala verso il fuori-salone.

Perché Dario farà pure la fame coi suoi contrattini a progetto per il mobilificio veneto ma una cosa l’ha imparata: se tu vuoi essere designer, tu ragazzo non ci vai al Salone del Mobile.

Tu vai solo al fuori-salone, agli eventi collaterali, nelle gallerie satelliti, ai credits.

Con la bicicletta pieghevole.

E con questa certezza Dario Pirinfarina, il nostro agnello sacrificale pedala duro e cambia marcia anche se la bici pieghevole ne ha due di marce ma lui pedala duro.

Non sa che al prossimo semaforo passerà col rosso il giornalista di Interni con la sua bici pieghevole in carbonio e falcerà Dario e il suo orologio analogico.

E’ così: i professionisti in Italia, se riescono a salvarsi dai genitori, dalla pubblica istruzione e dall’iva, alla fine ci pensano i giornalisti a farli schiattare.

Ma questo fa parte di un’altra invettiva.