IL BLOGGER MIGLIORA IL MONDO?

PROGETTI DI DISINTOSSICAZIONE

Quando mi chiedono di parlare del blog di Madame Pipì provo sempre molto imbarazzo.

Non perché il blog abbia come titolo un appellativo che usiamo per definire la signora delle pulizie negli autogrill francesi.

Ma perché la parola blog mi crea orticaria.

Non ci sarebbe niente di male in questa paroletta proveniente dal nuovo vocabolario della rete, non mi provocherebbe prurito anzi, al contrario mi salverebbe dall’imprudenza di definirmi scrittore in un tempo in cui i racconti non è bene che provengano da chi pubblica libri, perché i racconti si sa, stanno meglio nel blog.

Il blog definirebbe perfettamente il contenitore che è Madame Pipì e non mi darebbe così fastidio dirlo se fosse per la figura del blogger.

Sentir qualcuno definirsi blogger mi ribalta le viscere, porta il sangue al mio cervello in avanzato stato di ebollizione e mi fa subito imprecare contro chi accetta di chiamare mestiere questa definizione.

Il blogger nel mio immaginario se ne va in giro con la borsa che gli sfrega sul tricipite, gli occhiali tondi leopardati e il leggings nero.

Se ne va alle conferenze e prende la cartella stampa pur non avendone diritto e senza mai aprirla per leggerne i contenuti.

Se la tiene sul petto con lo sguardo affaticato dai mille impegni che lo aspettano davanti al computer in quanto blogger.

Il blogger ha spesso un povero cagnolino phonato che lo segue agli eventi e non so che istinto primordiale che lo richiama al dovere di postare qualcosa su instagram ogni otto ore.

Una regolarità sociale che senz’altro non replica in bagno perché il blogger in bagno ci va solo per usare quella bb cream o quell’acqua profumata che si è fatto inviare gratuitamente a casa in cambio di una recensione.

Non ho niente contro il blogger, anche se non si direbbe.

E’ la parola.

Una parola che è causa di associazioni mentali che molestano profondamente i miei sensi.

A me il blogger sa di opinionista e dire le proprie opinioni non può diventare una professione retribuita altrimenti non c’è davvero più meritocrazia perché un’opinione ce l’abbiamo tutti, non c’è bisogno di andarsela a comprare.

A che titolo gli opinionisti propongono il loro pensiero nei salotti televisivi?

Potrei capire gli assistenti sociali, gli storici, coi filosofi siamo proprio al limite con l’assurdo ma l’opinionista non s’imbarazza a farsi chiamare così?!

Perché a me toglierebbe il sonno sapere di esser pagata per dire la mia riguardo fatti che non son mai di rilievo ma sempre rasenti alla cazzata.

Riguardo il calciatore che si è fidanzato o l’abito dell’attrice alla prima che proprio stonava con la sua borsetta.

Il blogger mi sa di opinionista ma anche di roba peggiore: di outfit consigliato, di must-have, di foodporn e di tagsforlike mentre io vorrei solo vivere serena senza le istruzioni di qualche stronzo col problema dello shopping compulsivo e il telecomando facile che vuol darmi le tavole con le leggi in fatto di ultime tendenze.

Allora, quando mi chiedono cos’è Madame Pipì me le invento tutte per sfuggire a questo pregiudizio sul blogger che mi martella la testa e dico che si tratta di un sito web, di un giornalino o di un libretto virtuale, di una porcheria, di una roba immonda che fa il verso a questo o quell’umorista, di una pagina inutile dove riverso i miei problemi esistenziali, di qualsiasi strafottuta cosa però non si un blog.

Perché il blog presuppone che ci sia un blogger e io ho già fatto tanti mestieri dequalificanti nella mia vita.

RIP

GABINETTO DELLE PICCOLE COSE SERIE.

A volte apri facebook o semplicemente ansa (che ormai ha lo stesso valore mediatico di facebook ) e vedi che è morto un artista.
Lo vedi su tutte le bacheche degli amici, su tutti i titoli e in tempo quasi reale.
A volte non è neanche morto per davvero.
E’ assurdo ma esiste anche questo: esistono scoop su presunte morti che leggi sui muri dei tuoi amici.
Notizie prese da fonti di dubbia credibilità tipo illercio.it oppure noncipossocredere.com, fonti che ti costringono a dubitare non solo della veridicità della notizia, ma anche delle facoltà mentali dei tuoi amici che si servono di queste fonti di informazione.
Poi arrivano le smentite oppure non arrivano e ti resta il dubbio fino a quando la vedi in tv quell’attrice morta e dici, ma non era morta?!
E’ una sensazione simpatica in cui prendi poco sul serio perfino la morte che, evidentemente risulta poco credibile.
A volte ho la sensazione che siano i giornali a fare secco quel musicista o quel soprano perchè la notizia arriva quasi in anticipo o immediatamente dopo l’ultimo respiro.
O forse la stampa paga qualche giovane laureato per fargli fare un turno di presidio davanti agli obitori delle grandi città ed avere l’anteprima assoluta quando esce o entra una salma importante.
In questi giorni le bacheche, ad esempio, sono state terreno fertile per messaggi di affetto e stima a Giorgio Faletti, artista italiano completo, eclettico, versatile e purtroppo morto.
Sulla sua carriera artistica troverete di tutto, soprattutto in questi giorni e Giorgio questa settimana, avrà ricevuto un numero galattico di click di like e di shares sul suo sito;
Una pioggia di consensi che forse non ha mai ricevuto in tutta la sua carriera.
Carriera quella dell’artista durante la quale, nella maggior parte dei casi, passi la vita povero, facendoti un sedere di una dimensione che solo gli artisti possono immaginare.
Gli artisti passano la loro vita lottando contro la sindrome delle due “o”: in bilico tra ovazione e oblio.
In numerosi casi l’ovazione e l’oblio non dipendono neanche dalla qualità della loro arte ma da una temperatura che non ha nulla di ragionevole e che il pubblico elargisce in maniera poco intelligente e legata alla quantità di pubblico che la elargisce.
Cantanti come Lady Gaga che diventano divinità nonostante facciano musica discutibile e vadano agli eventi vestiti con pezzi di carne bovina appena macellata.
Attori dimenticati solo perché fanno scelte mediatiche sbagliate, tipo dichiarare una malattia o una tendenza sessuale.
Artisti diffamati da luoghi comuni e pettegolezzi mediocri diffusi da minoranze mentali, come “Masini porta sfiga” .
Certo, forse Masini come esempio non vale perché  con la sua musica non si è proposto proprio come icona dell’ottimismo.
Comunque, anche se non lo ammetterà, l’artista tipo non vede l’ora di morire.
Solo morendo infatti, entra senza fatica nel grande libro dei miti e ci entra a prescindere da successi e insuccessi.
Gli artisti rimasti in vita mandano un messaggino su twitter con “Io lo conoscevo/quando muore un grande amico/indimenticabile collega”.
E twittano per il gusto morboso di cavalcare l’accelerazione mediatica innescata dal collega schiattato.
Il pubblico, dopo aver letto la twittata, pensa che alla fine non era così malaccio quell’artista e corre a comprarsi il libro o il dvd.
I dipendenti delle produzioni e delle edizioni fanno le notti per ristampare, editare, pubblicare numeri speciali, omaggi e requiem platinum.
E l’artista nel frattempo da lassù (perché gli artisti col culo che si fanno in vita, sono certa che vanno in paradiso) vorrebbe prendere a sassate pubblico e colleghi, ma in paradiso non si può.
Però l’artista desidera in gran segreto di lapidarli tutti: pubblico, manager, giornalisti e colleghi artisti che quando era in vita, avevano un giudizio sulla sua vita privata e la sua arte estremamente inflessibile e forse proprio a causa di questo giudizio è schiattato.